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martedì 1 novembre 2016

Uno stato dell’essere



"La consapevolezza è uno stato dell’essere."
(Neale D. Walsch)

Sai qual è uno dei più tremendi castighi inventati nel vostro mondo? Non potete sopportare di restare soli per lunghi periodi. Nelle prigioni più inumane, nella cella d’isolamento non c’è neppure la luce. La porta è chiusa ti trovi nelle tenebre più fitte. Niente da leggere, niente da fare, niente del tutto.

Poiché pensare è creare, smetteresti di creare la tua realtà, perché la mente deve avere dei dati per poter creare. Voi definite le creazioni della mente «conclusioni» e, quando la mente non riesce ad arrivare a nessuna conclusione, la lasciate: andate «fuori di testa». Eppure, lasciare la mente non è sempre una cosa negativa.

Lo fate anche nei momenti di grande intuizione. Tu non credi che la comprensione intuitiva venga dalla mente, vero? Quello è il problema. Hai sempre pensato. Prova a non pensare, ogni tanto. Prova a essere, semplicemente. Quando «sei» con un problema, invece di continuare a pensarci, arrivano le maggiori intuizioni. Questo perché pensare è un processo creativo, mentre invece essere è uno stato di coscienza.

Pensiero, parola e azione sono i tre livelli della creazione, giusto? Quando pensi, crei. Ogni pensiero è una creazione. Perciò, quando pensi a un problema, cerchi di creare una soluzione. Puoi cercare di creare una soluzione, oppure puoi semplicemente diventare consapevole della soluzione che è già stata creata.

Ricorda, la mente deve avere dei dati per poter creare. L’essere invece non ha bisogno di dati sono un’illusione. Sono ciò che è inventato, e non ciò che è. Cercate di creare a partire da ciò che è, piuttosto che dall’illusione. Create da uno stato dell’essere e non da uno stato mentale. Non puoi trovare nessuna risposta rapidamente, se ti limiti a pensarci. Devi uscire dai tuoi pensieri, lasciarli indietro e muoverti verso il puro essere…

La consapevolezza è uno stato dell’essere. Perciò, se siete perplessi o in dubbio su qualcosa, non affrontatela con la mente. Se avete un problema, non «mentalizzatelo». E quando siete circondati dalla negatività, da forze ed emozioni negative, non pensateci. «Pensandoci» obbedite a quegli impulsi! Non lo vedete?

Rivolgendo a essi la vostra mente, ve ne lasciate controllare. Non siate come bambini controllati dai genitori. Uscite fuori di testa, fuori dalla mente. Ricordate, siete esseri umani, non pensieri umani, perciò entrate nella dimensione dell’essere. Che cosa sei, in questo momento? Allora, sai cosa sei! Ciò che senti è ciò che sei. Non ti ho già detto che le emozioni sono il linguaggio dell’anima?

Ti sto dicendo che, in ciascun momento presente, «sei» qualcosa. E ciò che senti ti dice esattamente ciò che sei in quel momento. Le emozioni non mentono mai. Non sanno farlo. Ti dicono ciò che sei, in ogni istante. E puoi cambiare ciò che senti cambiando semplicemente ciò che sei.

Puoi scegliere di «essere» in modo diverso. Il modo in cui ti senti è una reazione al modo in cui sei in un determinato momento. E puoi controllarlo. Questo è ciò che sto cercando di dirti. L’essere è uno stato in cui entri, non è una reazione. «Sentire» è una reazione, ma «essere» non lo è. Le tue emozioni sono una reazione a ciò che sei, ma il tuo essere non è una reazione a nulla. È una scelta.

La maggior parte delle persone non ne è consapevole. Perché vi dimenticate che siete voi a crear la vostra realtà. Ma il fatto che l’abbiate dimenticato non significa che non continuiate a farlo. Significa semplicemente che non sapete ciò che fate. Ora sai che cosa stai facendo. Questo è lo scopo del nostro dialogo. Sono venuto a svegliarti.

Ora sei sveglio, «sei» consapevole. La consapevolezza è uno stato dell’essere. E da questo stato puoi sceglierne qualunque altro. Puoi essere saggio o meraviglioso, compassionevole e comprensivo, paziente e disposto al perdono. Puoi semplicemente scegliere di essere felice. Non devi farlo. Devi semplicemente esserlo.

Non cercare di «fare» la persona felice. Scegli di «esserlo» e qualunque cosa tu faccia, uscirà da quello stato di felicità. Ciò che sei fa nascere ciò che fai. Ricordalo sempre. La felicità non è una cosa che accade, no! È perché scegli di esserlo, a causa di ciò che è accaduto o sta per accadere. Non hai mai visto due persone reagire in modo completamente diverso alle stesse circostanze?

Tu determini ciò che quel qualcosa significa per te. Tu decidi quel significato. Finché non sei tu a dare a ogni cosa un significato, il significato non esiste. Ricordalo. Nulla ha un significato, di per sé. Il senso di ogni cosa proviene dal tuo stato di essere. Sei tu che scegli, in ogni momento, se essere felice o triste, irritato, illuminato o qualunque altra cosa.

Non si tratta di una scelta fatta da qualcuno al di fuori di te. Lo scegli tu. E scegli in modo piuttosto arbitrario. Ora, ecco un grande segreto. Puoi scegliere uno stato di essere prima che qualcosa accada, proprio come lo scegli dopo che qualcosa è accaduto. Così puoi creare la tua esperienza, invece di averla.

In realtà, è ciò che stai facendo proprio adesso, e in ogni altro momento. Ma, a volte, lo fai inconsciamente. Agisci proprio come un sonnambulo. Se è così, è ora di svegliarti. Tuttavia, non puoi essere totalmente sveglio mentre pensi. Pensare è un altro modo di essere in uno stato di sogno. Perché ciò che occupa i tuoi pensieri è l’illusione.

Va benissimo. Vivi nell’illusione, quindi è giusto che le dedichi dei pensieri. ma ricorda, il pensiero crea la realtà, perciò se hai creato una realtà che non ti piace, non continuare a pensarci. Ogni tanto potrebbe essere una buona idea smettere del tutto di pensare ed entrare in contatto con una realtà più elevata. Uscire dall’illusione. (Neale D. Walsch, Amicizia con Dio, Sperling & Kupfer ed.)

domenica 31 luglio 2016

Semplicemente essere…



“Come per un uccello è naturale
volare nel cielo, così per l’anima
è naturale librarsi nell’onnipresenza.”
(Paramhansa Yogananda)

“È una delle domande fondamentali per un ricercatore: la differenza tra fare ed essere. Voi siete nati come esseri. Nell’utero di tua madre, tu sei un semplice essere. In seguito la vita comincia a insegnarti a fare delle cose: come avere successo, essere ricco, essere famoso, essere potente. Ci sono mille e un "come" e attorno a te il mondo intero è impegnato a fare una cosa o l'altra. In realtà, ci sono mille cose che possono essere fatte. per esempio, se vuoi il denaro, devi lavorar sodo, oppure prendere una via più facile, diventando però un criminale.

Se vuoi essere un politico potente, devi dimenticare del tutto la moralità e l'umanità. Devi dimenticare tutti i grandi valori della vita, devi concentrarti solo su una cosa: la tua ambizione di potere. E devi fare di tutto: giusto o sbagliato, buono o cattivo, qualsiasi cosa ti aiuti a realizzare la tua ambizione. Non devi preoccuparti di contenuti e fini; quando avrai il successo, qualunque cosa tu abbia fatto sarà ritenuta giusta. Il tuo successo cambierà i mezzi sbagliati rendendoli giusti, e il tuo fallimento cambierà i mezzi giusti in sbagliati.

Vedendo la situazione, uno comincia a seguire le vie del mondo, si mette a correre per raggiungere la meta, per essere riconosciuto, per avere rispettabilità: è pronto a fare qualsiasi cosa. Ma più si è coinvolti nel fare, più ci si allontana da s stessi. Ogni azione ti allontana da te stesso e più lontana è la meta, più tu sei lontano da te stesso. Il non-fare può aiutarti a realizzare te stesso, a essere te stesso.

Non si tratta di fare; tu devi imparare un'arte totalmente diversa dalle arti che si basano sul fare. Devi imparare a essere semplicemente silenzioso, senza correre in alcun luogo, senza mete nel futuro, o desideri di possedere cose mondane. Rilassandoti in te stesso - al punto che il tempo si ferma, la mente si ferma - tu semplicemente sei. Una sorta di essenza... questo è il tuo essere. Nella sua purezza, esso è il più bel fiore dell'intera esistenza. Fiori di loto e rose ne sono molto invidiosi.

Allorché avrai assaggiato una sola goccia di nettare dell'essere silenzioso, distaccato, concentrato, la tua vita cambierà, perché questo assaggio è qualcosa che nessuno è mai riuscito a dimenticare, al contrario, questo assaggio del proprio essere fa dimenticare il mondo intero. In realtà, adesso tu non hai alcuno mondo interiore o, anche se lo hai non ne sei consapevole, che quasi è la stessa cosa.

Se ci sia o no, per te non fa alcuna differenza; tu conosci solo il mondo della materia e degli oggetti. Tu conosci ogni cosa intorno a te, eccettuato te stesso. Tu sei illusorio e il mondo intero è reale; il denaro è reale, il potere è reale. Tu... perfino tu non sai chi sei. Non ha mai incontrato te stesso... Nessuno ti ha lanciato la sfida di esplorare te stesso. L'uomo ha accettato le sfide dalla Luna, dall'Everest e da Marte... e continua ad andare avanti, senza conoscere se stesso.

Fino al momento in cui ogni azione - e perfino i pensieri sono azioni - si ferma, non riuscirai a sapere cos'è l'essere, perché l'azione è come una cortina di fumo che ti avvolge. Ci sono talmente tanti pensieri, tante emozioni, tanti sentimenti, tanti stati d'animo... tu sei circondato da una parete invisibile, ma molto spessa, quasi come una muraglia cinese. Una macchina può corrervi in cima: è larga come una strada. Ma è invisibile.

Pertanto continui a portarti dietro questo peso per tutta la vita, diventando sempre più infelice, senza sapere che l'infelicità non è la natura dell'esistenza. L'infelicità è creata dall'uomo, l'esistenza è pura giocosità, pura beatitudine. È un canto, è una danza, è una celebrazione continua che dura tutto l'anno.

Quando smetterai di agire, di fare, quando raccoglierai la tua consapevolezza al centro più intimo della tua individualità, potrai vedere una porta che si apre su un altro mondo: l'altro mondo, il mondo sacro. All'esterno si distende il mondo dell'azione. All'interno si distende il mondo dell'essere. L'azione è mondana, è necessaria, ma non può rendere la tua vita una gioia in se stessa.

È necessaria per la sopravvivenza, ma la sola sopravvivenza non è sufficiente per danzare. Per danzare hai bisogno di energia straripante, che non puoi più contenere. E uno dei miracoli della vita è che con le grandi azioni produci piccole cose, prive di valore intrinseco e, senza alcuno sforzo, l'essere schiude infinite aperture su tesori che non hai mai neppure sognato.

Tu hai solo sentito delle parole -beatitudine, estasi, samadhi, nirvana, illuminazione- nomi diversi per indicare la medesima situazione. Sei giunto a casa, così totalmente che il mondo esterno, a volte molto reale, è diventato simile a un sogno che hai visto da qualche parte e dimenticato. Ecco perché i mistici hanno definito il mondo illusorio, maya, e definiscono il mondo dell'essere, la realtà suprema.” (Osho Rajneesh)

domenica 7 febbraio 2016

In mondi diversi



“La verità è che l’uomo può vivere in mondi diversi.”
(J.G.Bennett)

L’uomo comune, secondo Gurdjieff, possiede solo due mondi, invece chi lavora su se stesso si è ‘candidato a un’altra vita’ e può possedere tre mondi. Di solito si pensa che per essere consapevoli dell’esistenza di mondi diversi sia necessario lasciare questo mondo e andare in un mondo diverso. Crediamo che il mondo materiale e il mondo spirituale siano due dimensioni molto diverse che non sono assolutamente collegate una all’altra: ma questo non è vero.

Solitamente non crediamo che si possa passare da un mondo all’altro. L’uomo comune vede il mondo esterno perciò vive dentro un mondo oggettivo basato sul confronto, sull’osservazione, sul calcolo e sulla misura delle cose materiali perciò non comprendiamo che quel mondo è solo una parte della realtà e non sappiamo che non vediamo il mondo nella sua interezza.

Nessuno può negare l’esistenza di un mondo interiore individuale benché sia difficile misurare la qualità di un mondo interno costituito da reazioni immaginarie e da fantasie personali che tutti amano coltivare dentro di loro. Il mondo interiore è un mondo più instabile e mutevole del mondo esterno, infatti il mondo interno è definito ‘soggettivo.’ La capacità di lavorare su un certo grado di esame del mondo interno è il modo migliore per accedere al terzo e al quarto mondo.

Non dobbiamo dimenticare che le possibilità dell’uomo partono sempre dal primo mondo, infatti partono dal mondo materiale sebbene il concetto di “materialità” dovrebbe essere rivisto. Il mondo della materia viene compreso meglio se viene chiamato ‘mondo funzionale.’ Il concetto di ‘funzione’ ci permette di ricordare che conosciamo le cose per ciò che fanno e per come si comportano, ma non per quello che sono realmente.

L’uomo agisce nel mondo delle funzioni per mezzo dei suoi tre cervelli perché abbiamo degli strumenti diversi per gestire il movimento del corpo, per gestire le emozioni e per gestire il pensiero. Ogni cervello svolge una funzione diversa perciò ogni cervello ci consente di essere in rapporto con il mondo in un modo diverso, per quanto la realtà conoscibile possa restare sempre la stessa.

Il corpo possiede alcune funzioni di cui è consapevole e ne possiede altre per cui non è necessaria alcuna consapevolezza. La qualità del corpo determina la qualità delle sue ‘funzioni esperienziali’ ossia determina la qualità dell’esperienza e il modo in cui verrà usata. Il mondo funzionale è il mondo che vediamo scorrere intorno a noi in quanto ‘processo’ in cui ciascuna parte assolve ad una specifica funzione.

Il mondo esterno conoscibile si comporta come un organismo vivente che svolge la funzione di trasformare la vita in energia, e che svolge pure la funzione di produrre altri esseri viventi. Ogni cosa diventa uno strumento per un’altra perciò ogni cosa serve a realizzare lo scopo di qualcos'altro. Se comprendiamo la funzione delle cose comprendiamo anche il funzionamento del mondo perciò saremo in grado di predire cosa faranno le cose e - combinando tra loro queste cose - saremo in grado di predire i risultati che vogliamo conoscere.

Il quesito: ‘Questo a cosa serve?’ è il modo giusto per mettere in primo piano la funzione cioè il ruolo che le cose hanno per il funzionamento del mondo. Gurdjieff dice che, ogni cosa dell’universo è fornita di un ‘apparato’ cioè è fornita di un meccanismo che svolge un ruolo specifico, perciò noi uomini abbiamo il compito di capire a che serve quell’apparato e qual’è il suo funzionamento: è così che noi conosciamo le cose del mondo.

I meccanismi sono costituiti da altri meccanismi e ciascuno di essi svolge una determinata funzione nell’organizzazione generale. Di solito il meccanismo fa parte di altri meccanismi che svolgono delle funzioni molto più complesse. Il fatto di voler dare un nome alle cose dimostra che non abbiamo capito che non possiamo conoscere ciò di cui non conosciamo il ruolo e il funzionamento.

Le parole e le cose che possiamo leggere nei libri non aiutano a conoscere perché l’osservazione si ferma davanti all’esperienza diretta. Le parole sono stati create con le regole del mondo funzionale perciò non possono esprimere l’oggetto di una ricerca che lo supera. Il mondo della tecnologia mostra ottimamente che ogni strumento ha qualcuno che lo può usare. Il mondo vede molti strumenti che vengono programmati per svolgere un lavoro anche se il rapporto tra l'utilizzatore e lo strumento che viene utilizzato non sembra esserci.

Il mondo delle funzioni è un mondo pieno di strumenti diversi, perché ognuno di essi esiste per servire ad uno specifico uso perciò- se tutto è uno strumento- anche la volontà e la coscienza vengono ridotte al minimo possibile perché il mondo funzionale è sempre un mondo meccanico. Se la vediamo in questo modo vediamo che gli strumenti vengono usati per fare un lavoro senza che la volontà intervenga: questa è la condizione dell’uomo che non lavora su di se stesso.

Questa è la condizione di chi vive una vita interiore fondata sul sogno e la cui volontà è cieca perché non sa vedere la sequenzialità delle cose. Gurdjieff dice che il vero uomo è chi ‘ è in grado di fare’ volendo indicare l’uomo che sa agire in modo consapevole. Di solito quello che chiamiamo ‘volontà’ non è altro che il risultato del funzionamento automatico dell’uomo-macchina. In esso, le azioni sono il risultato di schemi di condizionamento e delle inclinazioni o delle avversioni che provengono dalle varie parti che lo compongono.

Tutto questo accade perché le nostre funzioni non sono integrate perciò sono disarmoniche e tutto in noi è solo meccanicità. La nostra solo possibilità per poterci integrare è collegato alla volontà perché la volontà è collegata alla capacità di distinguere il soggetto e l’oggetto. La visione è possibile solo se c'è un occhio che vuole osservare e se – dietro l’occhio - esiste un osservatore. La volontà è l’elemento attivo che offre l’impulso dinamico che rende possibile il cambiamento a tutti i piani e i livelli. Quando le varie parti dell’uomo lottano per fondersi si crea la tensione che si afferma come volontà.

L’uomo vive nel mondo primo ossia nel mondo funzionale come un uomo-macchina ossia come uno strumento che è costruito da altri strumenti. Nel mondo della volontà vive l’uomo che sa essere il padrone dei suoi strumenti. Nel mondo dell’essere vive l’uomo che sa diventare un essere a pieno titolo, perché è diventato l’essere che ha saputo conciliare le funzioni e la volontà. È chiaro che l’uomo è diventato un essere completo solo quando l’utilizzatore è consapevole di tutto ciò che fanno i suoi strumenti.

Ma dobbiamo ricordare che ogni strumento deve avere l’energia che gli è più idonea, perciò il controllo delle energie è la parte più importante del controllo dello strumento. L’automobile può trasportarci solo se ha il carburante nel serbatoio, perciò lo stesso succede nella macchina umana. La macchina umana deve usare l’energia appropriata, ma deve avere anche il contenitore adatto a conservare quelle energie, se vuole essere definita una macchina equilibrata.

L’essere può essere definito anche valutando lo stato di concentrazione o lo stato di dispersione dell’energia che contiene. Sappiamo che esistono diversi tipi di energie e che esistono anche differenti livelli dell’essere, e questo è correlato anche alla qualità di energie che vengono concentrate nell’essere. I divelli dell’essere devono essere liberati da tutte le funzioni che avvengono in modo automatico, perché l’uomo liberato sa subordinare tutti i suoi strumenti alla sua volontà.

La concentrazione di energie di tipo superiore richiede la costituzione di un vettore appropriato affinché il corpo possa contenere quelle forze superiori senza correre pericoli. Il problema è come trasformare l’essere affinché si possa ‘innalzare il livello al quale può essere concentrata l’energia’ e alcuni tipi di esperienza avvengano quando la volontà lo vuole. La consapevolezza dell’essere dipende dalla misura in cui l’essere è in grado di fare un uso consapevole dei suoi mezzi. Il concetto di ‘energia’ è utile perché ci mostra che una possibilità ‘funzionale’ può essere maggiore in alcuni uomini e possa essere minore in altri.

Non esiste un mondo che è composto solo di energie come non esiste un mondo che è fatto solo di materia. perciò l'essere va pensato come un vaso che può contenere una certa quantità di acqua. In questo modo vediamo che la percezione di contenitore e contenuto sono correlati poiché il contenitore contiene l’energia, ma la qualità dell’essere riguarda sia il livello che la qualità dell’energia che il contenitore riesce a contenere.

Il mutamento dell’essere è reso possibile dal fatto che esistono molti tipi di energie e molti livelli diversi di energie, perciò il nostro stato dell'essere è sempre un prodotto di una certa combinazioni di azioni più o meno elevate. Il risultato complessivo dell'essere viene mostrato da tutto quello che siamo, e dalla vita che viviamo. L’ energia e la volontà sono alla base di tutte le nostre trasformazioni, perché la volontà è il principio attivo e la funzione è quello passivo.

L’essere può agire in modo sia attivo che passivo perciò vediamo che la vita di alcuni uomini è più in sintonia con il dinamismo della volontà, mentre la vita di altri mostra la passività che è collegata alle funzioni che avvengono in modo automatico. La consapevolezza è un’energia molto elevata, ma la volontà proviene da un livello ancora superiore a quello della consapevolezza. La volontà viene dal mondo spirituale che è invisibile perché si basa su ciò che non può essere conosciuto, ma può essere soltanto vissuto.

La volontà viene associata alla coscienza perciò viene stimolata da tutto quello che agisce su di noi perché attrae la nostra attenzione e il nostro interesse. Il mondo esterno cerca sempre di catturare la nostra attenzione e quando avviene in modo che il soggetto reagisca in modo passivo si parla di attenzione involontaria. Ma, nel caso che noi stessi andiamo alla ricerca di uno stimolo che ci interessa si parla di attenzione volontaria. Questa è un’attenzione indipendente dalle inclinazioni e dalle reazioni automatiche dello strumento perciò agisce in contrasto al mondo funzionale.

È importante sapere che veniamo controllati da tutto ciò che attrae l’attenzione perciò l’operare con un’attenzione cosciente fa parte del lavoro su noi stessi, ma è anche la base per fare molto altro. Nell’uomo esistono tre mondi composti dal centro del movimento, da quello dell’emozione e da quello del pensiero perciò lo stato dell’essere, lo stato delle emozioni e quello dei pensieri mostrano quanto l'essere è stato equilibrato. Il corpo è la parte funzionale ma la nostra parte energetica è molto spesso rappresentata da stati emotivi definibili come ‘negativi’ perché sono contrapposti a quelli positivi della fede, delle aspirazioni superiori e della speranza che sono le qualità dell’unità.

Il centro del pensiero è anche il centro della volontà perciò non va sprecato per affrontare il mondo funzionale poiché il suo fine è molto più elevato. Il centro del pensiero deve diventare la sede di una visione creativa del mondo in modo tale che - in noi - possa agire la volontà. L’uomo che vive in tre mondi è l’uomo che possiede un corpo, un’anima e uno spirito, perciò è l'uomo che ha tutto ciò che è necessario per vivere bene nei tre mondi.

Questo uomo è un essere che può vivere libero da ogni condizionamento perché costui sa che il suo corpo agisce come fosse una macchina, ma sa anche che possiede un’anima perciò sa che possiede tutti gli strumenti necessari per poter affermare la volontà dello spirito di cui riesce a fare esperienza. Questa è la condizione dell’uomo che è stato creato a immagine di Dio, perché in lui esiste un vettore che agisce concentrando le energie perciò può contenere anche la volontà del tutto.

Buona erranza
Sharatan

domenica 9 dicembre 2012

Una disposizione fondamentale



"L'esserci è un ente che io stesso via via sono,
l'essere è via via il mio. "
(Martin Heidegger - Essere e tempo)

Heidegger scrive che la dimensione originaria dell'uomo è lo stato emotivo che connota il nostro esser-ci, infatti ogni esser-ci ha sempre una tonalità affettiva, perché non esiste nessuna dimensione dell'essere che sia privo di tonalità o con una tonalità neutra. Ogni essere nel mondo viene connotato da un tipo di emozione che aggiunge i sentimenti che vengono creati dalla tonalità affettiva che proviamo, come la paura, la gioia o la noia, e così via.

Heidegger dice che il modo con cui ci prendiamo cura del quotidiano non sono modi di essere insignificanti, perché essi connotano un particolare modo di essere, sebbene molti considerano il prendersi cura del loro quotidiano un fatto indifferente.
Il sentimento è il modo in cui ci troviamo nel nostro riferirci all'ente e quindi sono anche il modo con cui ci riferiamo a noi stessi, infatti sono il modo con cui ci troviamo sia rispetto all'ente dell'ente che all'ente di noi stessi. Il sentimento è il modo in cui ci troviamo di volta in volta rispetto alle cose, è il modo con cui ci rapportiamo a noi stessi e riguardo alle cose: il sentimento è lo stato aperto in sé in cui si dispiega la tonalità della nostra esistenza.

L'uomo non è l'essere che si connota per l'attività pensante, ma è l'essere che viene connotato dallo stato del sentimento, perciò il sentimento è la dimensione originaria da pensare e di cui far parte. Il sentimento ha il carattere dell'aprire e del mantenere aperto, ma possiede pure il carattere del chiudere che connotano la nostra predisposizione all'esser-ci. In "Essere e tempo" si dice che il modo di essere originario, cioè l'apertura dell'esser-ci al mondo sono la situazione emotiva e la comprensione.

Il modo di essere fondamentale e la condizione originaria sono l'apertura che riguarda sia l'esser-ci nel mondo fondato sulla situazione emotiva che la comprensione che include anche il linguaggio. La comprensione riguarda l'apertura dell'intera costituzione dell'essere-nel-mondo, e quindi essa è sempre fondata emotivamente. L'esser-ci ha sempre una connotazione affettiva, perciò non riguarda solo una semplice comprensione del mondo o una semplice interpretazione di esso, infatti l'affettività è essa stessa una sorta di comprensione.

Il sentirsi situato è un essere disposto che ci pre-dispone ad uno specifico stato d'animo nel suo corrispettivo riferirsi al mondo e al nostro con-esserci con gli altri. Il sentirsi situato fonda il sentirsi bene o male del nostro modo di esistere, e riguarda l'essere esposto dell'uomo all'ente nel suo insieme: questa gettatezza, che è l'essere esposto fa parte della comprensione dell'ente in quanto ente. Detto questo si comprende bene come la disposizione dell'uomo fonda lo stato d'animo di esso rispetto al suo riferimento di fondo, cioé fonda la disposizione di apertura riguardo a se stesso, al mondo e agli altri.

In qualche modo vi è una "disponente disposizione che fonda " ma che non ha fondamento, infatti è a partire dell'esser-ci che è la gettatezza in cui si trova l'esser-ci, che si comprende e si progetta. L'esser-ci si progetta in un poter essere nell'esistenza che è primariamente fondato su ciò di cui egli ha cura, infatti dice Heidegger, che "l'esser-ci può comprendere se stesso a partire dal proprio mondo." Essendo quindi un'apertura che possiede una sfumatura emotiva, la comprensione dell'esser-ci ha una profonda tonalità affettiva, perciò tutta la nostra comprensione reca la traccia della nostra qualità e della nostra tonalità affettiva.

In ogni nostro sentire si mostra una disposizione fondamentale o un orientamento fondamentale che ogni tonalità emotiva custodisce in sé e da cui trae origine. Perciò il fondamento di ogni sentire è un essere originario in cui l'esser-ci è già aperto in se stesso ancor prima di conoscere e di volere, e al di là della portata del loro aprire, com'è detto in "Essere e tempo." L'apertura originaria è ciò che diciamo comprensione, infatti ogni nostro dire e agire parla del nostro orientamento fondamentale, perché ne è la manifestazione evidente: quello di cui mi occupo, quello che faccio e ciò a cui mi lego sono già in qualche modo io stesso.

Il mio mondo è il mio agire quotidiano, ed è il mio progetto di esistenza, infatti la nostra sensibilità è collegata alla nostra tonalità originaria che predispone ad un determinato sentire, ma anche al modo in cui ci apriamo al mondo e al modo con cui ci manifestiamo con essere. Heidegger ci dice che ogni manifestazione dell'esser-ci è abitato da un orientamento fondamentale che lo distingue da quello degli altri, e questa base fondante si vede dal linguaggio. Il discorso è l'elemento esistenziale dell'esser-ci, perché è l'articolazione del significato in modo che esso abbia una comprensibilità che sia emotivamente collocata nel mondo.

Il linguaggio è co-originario insieme alla situazione emotiva e alla comprensione, perché esso è alla base dell'interpretazione e dell'asserzione. Il linguaggio possiede già una comprensione che è emotivamente situata nell'essere nel mondo, ed è la comprensione in cui si mantiene l'apertura dell'esser-ci nel mondo. L'esprimersi non è il gettar fuori quello che è dentro, ma è l'espressione del rispettivo modo delle situazione emotiva che rivela l'apertura al mondo dell'essere.

La parola degli uomini rivela la memoria della tonalità originaria di cui è intessuto il dire, e soprattutto il modo di parlare è l'indice linguistico che manifesta la situazione emotiva dell'individuo, perciò rivela la sua apertura all'esistenza. L'esser-ci si comprende a partire dal mondo, perciò una manifestazione possiede sempre l'apertura ad una certa "tonalità emotiva." Lo stato emotivo porta l'esser-ci al cospetto del suo essere gettato in modo ben più originario del "come uno si sente" o "come sta" perché l'esser-ci e la tonalità emotiva rappresentano sempre "la maniera in cui io sono sempre primariamente l'ente gettato."

Il carattere esistenziale fondamentale della nostra tonalità affettiva ci rimanda indietro a un modo di essere nel mondo, cioè a quello che siamo stati, infatti la nostra tonalità emotiva si fonda e si temporalizza su un "essere stato" che è l'oblio dell'essere nell'esser-ci. La potenza dell'oblio nelle tonalità emotive del quotidiano è nel fatto che le tonalità emotive nascondono e mascherano il carattere non appropriato dell'apertura emotiva al mondo.

La nostra apertura al mondo, questo "semplice lasciarsi vivere o lasciare che le cose vadano come vogliono " si fonda sull'abbandono all'oblio di sé nell'essere gettato: questo vivere è un fatto non autentico. Le tonalità affettive fondate sul tranquillo vivere ci fissano e stabilizzano, perciò velano la nostra esposizione all'essere. La disposizione non autentica reitera la nostra comprensione emotiva non autentica, cioè la nostra gettatezza, sulla cui base continuiamo a vivere la nostra quotidianità.

Le tonalità affettive accompagnano un commercio quotidiano con l'ente, cioè il nostro vivere immediato in una situazione che assomiglia a quella dell'animale che non scorge alcuna fine e nessuna origine, ma che è immediatamente. L'esser-ci si illude di trovare pace, perciò si immedesima e si identifica con il suo mondo e con ciò di cui si prende cura, ma questa condizione lo incatena. La vita immediata ci lega a delle possibilità limitate di esplorare delle scelte diverse, perché ci relega nel campo del noto, del sopportabile, del decente, del conveniente, e così via.

La vita immediata ci lega sempre ad un mondo che non ci riguarda, perciò la bellezza dell'esser-ci che è la virtù umana rimane nascosta e dormiente. Nello sbocciare dell'esser-ci vi è l'assumere sempre più la nostra natura che ci fa rassomigliare agli dei, e qui si nasconde la formula della serenità che tanto disperatamente gli uomini cercano di avere. Noi siamo immemori della nostra natura divina, perciò non possiamo guadagnare nessuna vera serenità, perché sempre ci affiorerà il dubbio e lo sgomento di chiederci: che cosa ne è stato del nostro esser-ci?

Solo interrogando la pratica del quotidiano si può creare un tempo autentico, cioè il tempo in cui ci liberiamo di ciò che non ci è proprio per rivolgerci a noi stessi, e a quello che ci appartiene veramente. Le interruzioni di prassi sono l'occasione per interrogarci sull'esser-ci vero, per cui tra esse va annoverata l'esperienza artistica che è in grado di elevare. In queste attività risuona il nostro modo di essere fondamentale, cioè quello che ci richiama alla nostra originare, e al nostro modo nudo essere.

Questa determinazione, dice Heidegger, cioè il fatto che l'esser-ci è ciò che via stesso io sono, non indica uno sforzo della volontà ma indica una costituzione e una struttura ontologica dell'uomo. Questa natura contiene in modo grezzo tutto quello che è l'uomo quando si risponde alla domanda su: chi? Secondo Heidegger, il chi: "è quello che, attraverso il mutare dei contegni e dei vissuti, si mantiene identico pur nel riferimento costante a questa molteplicità. In sede ontologica, lo intendiamo come quello che, in e per una regione conchiusa, è via via costantemente sottomano, che in un senso eminente sta al fondamento, insomma: il soggetto.

Il quale, proprio in quanto medesimo nella molteplice alterità, ha carattere del sé. Si può benissimo rifiutare la sostanza psichica, come pure la cosalità della coscienza e l'oggettualità della persona." Ma se l'io è una determinazione essenziale dell'esser-ci, essa va interpretata in modo totalmente esistenziale, perciò il sé non deve essere concepito solo come una maniera d'essere dell'ente. Questo non risolvere il quesito, ma equivale alla "dissoluzione del vero e proprio "nocciolo" dell'esser-ci, perciò piuttosto dobbiamo concepire che la sostanza dell'uomo non è lo spirito come sintesi di anima e corpo proprio, bensì l'esistenza."

Buona erranza
Sharatan