venerdì 28 aprile 2017

La sposa fantasma



Lo studente Yan Shengwo originario di Yu era in viaggio verso nord quando fu sorpreso da un violento temporale che lo costrinse a chiedere ospitalità in una casa di campagna. Il padrone di casa era un vecchio dai capelli grigi che disse: «Sono felice di ospitarvi ma non ho molte stanze. Sul retro ci sono le camere in cui viveva mia figlia. È morta da un mese e la sua bara è ancora nel salotto in attesa che possa costruirle una tomba degna della sua memoria. Se non avete paura potete dormire nelle sue stanze.»

Yan Shengwo avrebbe preferito trovare un altro alloggio, ma acconsentì a fermarsi. Il vecchio lo guidò in un salotto drappeggiato con tende bianche, al cui centro si trovava una bara finemente lavorata. Nella camera secondaria c’era un letto circondato da tende limpide e chiare. L’appartamento era rimasto come fosse ancora abitato dalla giovane morta. Gli oggetti da toeletta erano raffinati e disposti ordinatamente. Tutto era in ordine come deve essere se il luogo è abitato da una virtuosa fanciulla.

Yan fu invitato a cena dai padroni di casa. La moglie mise a cuocere il riso, mentre il marito uccideva il pollo che lei avrebbe cucinato e dava il foraggio al cavallo di Yan. L’anziana coppia era molto gentile, ospitale e parlarono amabilmente durante la squisita cena. Il vecchio rivelò: «Mi chiamo Liu, ho ottant’anni e non ho avuto figli maschi. Ho avuto solo una figlia chiamata Ruyi morta a diciannove anni; era dolce, colta, intelligente e brava nel ricamo. È morta di malattia il mese passato.»

Il vecchio parlava e sua moglie piangeva, perciò Yan disse alcune parole di conforto. Quando restò solo nelle stanze della defunta era incuriosito da ciò che aveva saputo. Curiosò in giro e sfogliò i libri lasciati sul tavolino da notte. Erano romanzi e novelle con bellissime immagini da cui si desumeva che la fanciulla aveva avuto un ottimo gusto. Vide uno stupendo ricamo rimasto incompiuto e, in una borsetta di seta, trovò un portacipria intarsiato in cui c'erano ancora le impronte delle sue dita.

Si sdraiò sul letto ricoperto con la trapunta di broccato, ma non poteva dormire perché il suo pensiero vagava. Ad un tratto sentì un rumore provenire dalla stanza della bara, e si mise in ascolto. Sentì un lieve passo, poi la porta si aprì e una stupenda giovane irruppe nella stanza da letto. Yan Shengwo la vide alla luce della lampada e restò ammaliato dal suo viso di pesca, dalle guance arrossate dall’ira, dalle sottili e scure sopracciglia che ornavano gli occhi luminosi e trasparenti come l’acqua del torrente.

La ragazza era molto indignata e gli disse: «Che razza di canaglia osa contaminare il letto degli altri? Come osi frugare tra le mie cose e sdraiarti nel mio letto?» Lo studente si difese: « È vero che ho guardato fra le tue cose, ma non ho preso nulla. Mi sono sdraiatoo nel letto della mia amata, perché sto aspettando ansiosamente il suo ritorno. Se tu vuoi, posso dormire sdraiato ai tuoi piedi.»

La ragazza furibonda disse: «Come osi parlare in modo da offendermi? Come osi chiamarmi “la mia amata” se non ci siamo mai visti prima di ora? Sei troppo offensivo, perciò non mi resta altra scelta che ucciderti per vendicare il mio onore.» La donna prese un pugnale dalle sue vesti e si avventò sullo studente come se volesse colpirlo alla gola. Il giovane impaurito era già saltato in piedi, e si era preparato a fuggire.

Ma la fanciulla era scoppiata in una risata: «Stai tranquillo! - lo confortò - non voglio farti alcun male. Mi hai forse preso per un’assassina? Ti ho voluto solo spaventare un pochino perché sei stato offensivo. Sei venuto da lontano e sei stato ospitato dai miei genitori, ma tu hai ricambiato parlandomi come una donna da strada. Ti sei preso delle confidenze, sei stato sconveniente. La persone per bene non si comportano così. Meritavi una punizione!»

Lo studente si pentì e chiese perdono. Allora la ragazza sorrise e disse: «Io ero delicata e gentile, ma ho vissuto una vita più fragile di un foglio di carta. Chi potrà mai amarmi?» Il giovane rispose: «Io potrei amarti. Fin da quando ho visto le tue cose ho compreso che la mia amata era morta. Siamo stati sfortunati a non esserci incontrati prima. Io ti avrei amata e vedendo il tuo viso la mia tristezza raddoppia. Perché siamo stati tanto sfortunati?» si rammaricò il giovane.

La ragazza disse: «Non mi sembra un ostacolo insormontabile. Anche se ho lasciato il mio corpo, la mia anima è ancora forte. Possiamo amarci se tu mi reputi degna della tua compassione. Sono disposta a essere la tua concubina.» Il giovane fu imbarazzato nel sentire l’audace proposta. La donna comprese e si affrettò a dire: «Non mi giudicare male se ho preso l’iniziativa. La nostra situazione è insolita, se fossimo in una condizione normale non l'avrei fatto. Non ho cattive intenzioni. E poi non sei tu che mi chiamava “mia amata” e frugava tra le mie cose?»

Yan lo ammise: «Non nego di averlo fatto e ti confermo che sarei felice di prenderti in moglie, ma le strade dei vivi sono divise da quelle dei morti. Per questo motivo, io temo che la nostra unione possa essere infausta e possa portarmi danno. Non posso prendere in moglie un fantasma.» La fanciulla disse: «Non hai nulla da temere da parte mia, perché io non ho cattive intenzioni nei tuoi riguardi. Puoi dire ai tuoi genitori che hai sposato una straniera e nessuno sospetterà nulla.»

Il giovane si vide incastrato in una situazione assurda, e cercò di prendere tempo. Disse che voleva preparare la famiglia alla notizia delle nozze, e che poi sarebbe tornato a prenderla per condurla dai parenti. La ragazza si persuase, uscì e scomparve. Il giovane restò sveglio per tutta la notte con il lume acceso e, alle prime luci del giorno, andò dal vecchio e gli raccontò quello che era avvenuto. Quindi lo scongiurò di intercedere presso sua figlia per convincerla a lasciarlo in pace.

Il vecchio gli parlò con gli occhi lucidi: «Da quando Ruyi è morta non sono mai accaduti fatti simili. Ora voi mi dite che la sua anima è ritornata. Come potervi credere?» In quel mentre entrò sua moglie in lacrime che disse: «Questa notte ho sognato Ruyi che mi ha annunciato le sue nozze con Yan Shengwo. Mi ha pregato di fissare la data più favorevole alle sue nozze. La cosa è strana, perché il bruco è morto, ma il suo filo è ancora intatto. Le circostanze meritano la nostra compassione.»

Lo studente era molto addolorato per l'infelice madre, ma non poteva farci nulla. Disse al vecchio che era il momento di partire. La pioggia aveva smesso di cadere e il cielo era molto grigio, ma lo studente non voleva restare altro tempo nella strana casa, anche se il vecchio voleva che restasse finché il tempo non si rimetteva. Salì a cavallo e riprese velocemente la sua strada, finché scese la sera e dovette fermarsi a riposare in una taverna.

Si era appena tolto i vestiti umidi e li aveva messi ad asciugare davanti al fuoco quando la porta della camera si aprì. La donna fantasma entrò dicendo: «Non credevo di essere così ripugnante da spingerti alla fuga e da spingerti a offendere i miei genitori.» Il giovane disse: «Non amo le situazioni clandestine, piuttosto preferirei la morte. Se ti prendo in sposa, voglio fare tutto secondo le regole e secondo le usanze in modo che nessuno resti danneggiato.»

La ragazza ammise: «Anche io disprezzo i rapporti illeciti, perciò prepara una portantina nuziale e portami dai tuoi genitori. Sono apparsa a mia madre per comunicare il nostro matrimonio, così nessuno potrà disprezzarmi. Ti prego solo di farmi viaggiare di notte perché di giorno, quando il sole risplende, io non posso farlo.» Lo studente propose: «Aspetta solo che abbia avvisato di persona i miei genitori. Andrò avanti a preparare le nozze, poi tornerò a prenderti.»

La donna si convinse, ma disse che l’avrebbe aspettato vicino alla casa dei futuri suoceri. Lo studente ritornò in città, ma non andò affatto dai suoi genitori per evitare di incontrare il fantasma. Trascorsi alcuni mesi pensò che era fuori pericolo e che poteva ritornare a casa. Ma, sebbene avesse preso una strada secondaria vide che la misteriosa fanciulla lo aspettava come aveva promesso. Allora comprese che non aveva scelta e accettò di prenderla in moglie.

Il giovane non era sposato e la fanciulla, tranne che per la sua strana natura, era in tutto e per tutto uguale a una donna normale. Anzi, era anche meglio di altre donne: era la moglie perfetta per i suoi gusti. La donna, appena giunta a casa del marito, era andata a salutare la suocera e le due cognate secondo l’etichetta. L'uomo disse che la moglie soffriva di una rara malattia che le impediva di stare al sole, per cui faceva tutto alla luce della lampada.

La madre gli credé, per cui i giovani sposi vissero felici per sei mesi in casa dei genitori di lui. Intanto i loro rapporti diventarono sempre più affettuosi, perché la donna era amabile, affettuosa e molto soddisfacente come moglie. La fanciulla fantasma trattava sua suocera con rispetto e la suocera la ricambiava con molto affetto. Le due cognate erano molto invidiose, perché sapevano di non essere alla sua altezza. Decisero di ucciderla con il vino avvelenato, ma la fanciulla bevve e non morì.

Le due donne discussero la strana questione e conclusero: «Questa donna è molto misteriosa. Del suo passato non sappiamo nulla e, in sei mesi, nessuno dei suoi parenti è mai venuto a trovarla. Se non è un mostro è certamente un fantasma.» Convinsero i loro mariti a interrogare il fratello finché lo fecero parlare e seppero la verità che riferirono alla suocera. L’anziana signora fu terrorizzata nell'apprendere che suo figlio aveva sposato un fantasma.

Le due donne chiamarono un mago per fare un esorcismo che potesse scacciare il fantasma, ma tutti gli amuleti e le formule magiche furono inutili. Videro passare un vecchio taoista con una barba e lunghi capelli bianchi che porgeva una ciotola per avere l'elemosina. Gli chiesero se sapeva fare gli esorcismi capaci di scacciare i fantasmi. Il monaco rispose che sapeva scacciare demoni e spettri, e che sapeva guarire le strane malattie che nessuno guariva.

Quando le due cognate seppero che faceva tutto ciò che serviva al caso, lo fecero entrare. Il vecchio entrò in cortile, recitò alcune strane formule facendo alcuni giri con la sua ciotola. Mise la ciotola in terra e tracciò dei misteriosi gesti nell'aria. Fu allora che si vide il fantasma uscire urlando di casa e dissolversi in un sottile filo di fumo nero che svanì in aria.

Il giovane fu molto addolorato, ma il monaco disse: «Giovane signore, non siate triste. Non potevate vivere con una sposa fantasma, perciò un povero monaco ha trovato la soluzione.» Dopo aver detto questo, il vecchio prese le sue ciotole e fece per andare. Le due cognate volevano pagarlo, ma lui le fissò e disse: «Avete complottato per fare del male alle persone per bene, ma non potete ingannare impunemente spiriti e fantasmi. Da adesso sarà meglio per voi se non sgarrate!» e se andò via.

Da quel giorno, il giovane era sempre triste e inconsolabile. Se gli proponevano il matrimonio non l'accettava anche se la dote della sposa era molto generosa. Nessuna gli piaceva come gli era piaciuta la precedente moglie, Ruyi. Una sua zia aveva una figlia molto bella che era affetta da una strana follia. La giovane vagava mezza nuda e tutta spettinata, e non riconosceva più nessuno dei suoi cari. La famiglia si vergognava della povera folle e la teneva nascosta, perciò nessuno la voleva in moglie sebbene fosse la più bella della città.

Quando la zia seppe che il monaco aveva cacciato il fantasma, lo mandò a chiamare per curare la figlia. Il vecchio disse che poteva guarirla, ma era necessario che la fanciulla venisse subito maritata. La guarigione non sarebbe stata definitiva se la ragazza non si fosse subito sposata. La donna disse che non aveva problemi a trovarle marito. Se non era ancora sposata era solo perché era folle ma, se guariva non avrebbe avuto difficoltà a trovargli un marito.

Il monaco fu condotto dalla malata. Il vecchio scrisse delle formule magiche su un foglio che bruciò, ne mischiò le ceneri con un liquido scuro che trasse da una fiaschetta. Fece bere alla malata la strana pozione, poi agitò la sua ciotola e tracciò dei cerchi nell'aria mentre pronunciava le formula magiche. Continuò a recitare, finché apparve un sottile filo di fumo nero che avvolse la fanciulla in tre cerchi, e le penetrò in bocca. La fanciulla assorbì il fumo e cadde svenuta mentre il monaco diceva: «La fanciulla è guarita!»

Si raccomandò che la facessero riposare fin quando avesse voluto, e andò via. La donna vide che la figlia respirava tranquilla mentre dormiva, poi la fanciulla si svegliò e sbadigliò. Si fece portare dell’acqua calda per lavarsi, si mise delle vesti pulite, si pettinò. Si mise seduta sul letto, mise da parte un ricamo e prese delle candele per leggere i suoi libri. Sembrava diventata anche più intelligente di quanto fosse prima della sua follia, e la notizia della sua guarigione si diffuse ovunque.

La madre dello giovane Yan andò a trovare sua nipote e vide che si comportava con dignità. Era ritornata giudiziosa e non mostrava tracce di follia per cui pensò di farla sposare con suo figlio. Anche la madre della ragazza fu felice della proposta, diede la sua parola e fu fissata la data delle loro nozze. Quando lo studente ebbe visto che la ragazza, la giudicò bella, virtuosa, colta e raffinata e pensò che gli ricordava stranamente la sua amata Ruyi. Acconsentì a sposarla e fecero le nozze che furono molto ben riuscite.

Un giorno, mentre i due giovani ridevano insieme, la moglie chiese: «Chi credi che sia?» Lo sposo rise: «Sei la figlia di mia zia. Perché me lo chiedi? Stai forse impazzendo di nuovo?» La donna spiegò: «Le cose non stanno così. Io sono la tua sposa Ruyi e il monaco è un immortale che ha avuto pietà dell'innocente priva di colpe e perseguitata. Ha catturato la mia anima e l’ha infusa nel corpo di tua cugina che era ormai giunta alla fine della sua vita. Mi ha concesso una rinascita in un corpo preso in prestito: è per suo merito se siamo felici. Dovremmo fargli una statua d’oro.»

Lo studente fece come gli diceva sua moglie, infatti fecero fare una statuetta d’oro raffigurante il monaco taoista e la misero nelle stanze interne. Tutte le mattine e tutte le sere gli bruciavano l'incenso e gli rendevano omaggio con grande devozione. Le due cognate erano gelose anche della nuova sposa, perciò spiavano i due giovani e sentirono tutto. Temendo che Ruyi potesse vendicarsi dei torti subiti decisero di giocare in anticipo, andarono dalla suocera e accusarono la povera fanciulla di essere un fantsma.

La suocera disse: «La ragazza che accusate è la figlia di mia sorella. È stata ammalata per molti anni finché un sant'uomo l’ha guarita. Il fatto che abbia fatto forgiare l’immagine in oro del monaco è dovuta alla riconoscenza che sente nei suoi confronti. Mia nipote si comporta come si deve e non può essere un mostro entrato in un corpo rubato, come voi mi dite. Con quali prove la accusate?» Le due cognate rimasero zitte poi dissero: «Temiamo che il monaco non sia un santo ma un mago malvagio.»

A quelle parole la suocera rispose: «Allora mi dite perché gli avete chiesto di esorcizzare il fantasma? Se era un essere malvagio, perché l’avete chiamato voi stesse in casa mia?» Le due donne non seppero più cosa dire e uscirono. Dopo questo fatto, la suocera amò ancor più la sua giovane nipote, mentre le due cognate la odiarono sempre di più. Misero l’arsenico nei dolci della sua colazione, ma quei dolci uccisero i loro figli che li mangiarono per errore.

Lo studente capì la tresca e decise di partire. Si trasferì nel sud dove acquistò un grande terreno su cui fece costruire una bella casetta dove andò a vivere con sua moglie. Una volta che si fu ben sistemato, andò a prendere sua madre per prendersi cura di lei. Quindi informò i coniugi Liu del fatto che erano diventati loro vicini, e le due famiglie ebbero sempre degli ottimi rapporti. Lo studente fece costruire una bella tomba per Ruyi e, ogni anno, i due sposi andavano a renderle omaggio.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 20 aprile 2017

Il compito del male



“Se stai meditando e arriva un diavolo,
fai andare quel diavolo a meditare.”
(Giorge I. Gurdjieff)

Nel Libro di Giobbe è citata una conversazione fra Dio e Satana. Sta scritto: “Ora, i figli di Dio vennero un giorno a presentarsi davanti all’Eterno, e Satana venne pure in mezzo ad essi. L’Eterno disse a Satana: «Da dove vieni?» e Satana rispose all’Eterno: «Dal percorrere la terra e dal passeggiarvi.» L’Eterno disse a Satana: «Hai osservato il mio servitore Giobbe? Non c’è persona come lui sulla terra; è un uomo integro e retto, timorato di Dio e che sta lontano dal male.»

E Satana rispose all’Eterno: «È in modo disinteressato che Giobbe ha timore di Dio? Non hai protetto lui, la sua casa e tutto quello che gli appartiene? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e le sue greggi si estendono in tutto il paese. Ma stendi la mano, prendi tutto ciò che gli appartiene e sono sicuro che ti maledice in faccia.» L’Eterno disse a Satana: «Ecco, tutto ciò che gli appartiene te lo consegno. Soltanto, non mettere la mano su di lui.»

Questo dialogo prova che il diavolo è al servizio del Signore. La questione del bene e del male è estremamente complessa e ben poche persone conoscono i rapporti che esistono fra loro. Tutti quelli che scendono fra gli uomini per metterli alla prova, per tentarli, farli soffrire sono soltanto degli impiegati, dei funzionari messi là per dare delle lezioni agli uomini, per farli evolvere…

In realtà, il mondo invisibile sa perfettamente tutto quanto ci concerne: la nostra potenza, la nostra resistenza, la nostra saggezza, poiché esso conosce le qualità della materia con la quale siamo costruiti, esattamente come i fisici conoscono le proprietà dei metalli: il peso, la densità, la temperatura di fusione, etc… Alcuni metalli possono resistere ad una temperatura elevata, altri no.

La stessa cosa si verifica per gli uomini. Noi siamo tutti fatti di una materia speciale e il mondo invisibile sa benissimo se potremo resistere alle varie tentazioni della vita. non ha bisogno di metterci alla prova per saperlo. Ma siamo noi ad avere bisogno di conoscere la nostra potenza, la nostra fedeltà, la nostra bontà oppure la nostra debolezza, la nostra cattiveria. Se veniamo messi alla prova , è per noi stessi.

Nell’evoluzione ininterrotta che deve guidarci fino alla vetta, dobbiamo attraversare delle prove allo scopo di poter sviluppare tutte le nostre qualità interiori. Siamo noi e non il mondo invisibile, che abbiamo bisogno di prendere coscienza di queste qualità. Come deve subire certi processi di crescita e passare per certe tappe della vita fisica, così pure, qualunque sia il grado di evoluzione, ogni essere che scende sulla terra deve attraversare varie prove per purificarsi spiritualmente.

La sola differenza fra gli uomini sta nel fatto che ognuno attraversa queste prove in base al proprio grado di evoluzione. Qualcuno sa approfittarne, altri no. Qualcuno ricava un beneficio da tutto, acquista ricchezze, mentre altri soccombono e non si trasformano. Gesù ha dovuto attraversare le stesse prove degli altri uomini; egli non aveva bisogno di imparare, ma aveva bisogno di subirle…

La natura delle tentazioni che Gesù ha dovuto subire e le risposte che ogni volta egli ha dato al diavolo sono molto significative. Perciò noi dobbiamo prestare una grande attenzione a questo testo, per saper adottare lo stesso atteggiamento…

“Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, Gesù ebbe fame. Il tentatore gli si accostò e gli disse: «Se tu sei figlio di Dio ordina che questi sassi diventino pane.» Gesù rispose: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» Gesù era dunque andato nel deserto per digiunare quaranta giorni. Perché digiunava?

Gesù ha quindi digiunato quaranta giorni. Dal punto di vista cabalistico, il quarantesimo giorno rappresenta il termine di numerosi processi. Il numero 40 rappresenta una misura, un limite e talvolta anche la morte. Dopo 40 giorni, il bruco termina la sua vita di bruco che mangia le foglie, per vivere la vita di farfalla che si nutre del nettare dei fiori.

Il quarantesimo giorno muoiono tutte le entità cattive in noi; esse non possono sopportare le condizioni imposte dal digiuno. Una sola sussiste fino al limite ed è l’orgoglio, lo spirito dell’orgoglio che ha provocato la rivolta di una parte degli angeli contro Dio. Lo spirito dell’orgoglio è infaticabile.

Esso segue i discepoli, gli iniziati, i santi, i maestri fino all’ultimo grado dell’evoluzione. È possibile liberarsi abbastanza facilmente di tutti gli altri vizi, ma l’orgoglio è molto resistente. È come il lichene che si aggrappa anche alla cima delle alte montagne… Se torniamo dettagliatamente alle tre tentazioni vediamo che il diavolo ha chiesto a Gesù:

1) di cambiare i sassi in pane
2) di buttarsi dall’alto del tempio con la convinzione che il Signore gli manderebbe gli angeli per proteggerlo. Ma qui il tempio è simbolico. Il diavolo non ha trasportato Gesù fisicamente su un pinnacolo del tempio
3) di prosternarsi davanti a lui e adorarlo per ottenere in cambio tutti i regni del mondo e la loro gloria, che gli indicava dall’alto della montagna. Anche in questo caso la montagna è simbolica.

Queste tentazioni non sono state presentate soltanto a Gesù. Tutti i maestri e i discepoli le incontrano sulla loro via. Quanti vengono tentati di vendere le loro conoscenze o servirsi dei poteri che hanno acquisito, per assicurarsi il cibo! Altri si sentono così sicuri di se stessi che vogliono tentare Dio: immaginano che, qualunque cosa essi facciano, il mondo invisibile li proteggerà e non esitano a buttarsi da molto in alto con la convinzione che saranno protetti. Ma è un errore, perché il mondo invisibile non protegge gli insensati.

La terza tentazione corrisponde a un’altra tappa. Dopo un certo tempo, il discepolo, l’occultista acquisiscono parecchie cognizioni cioè simbolicamente raggiungono la vetta della montagna. Da lassù vedono il mondo che si sentono capaci di dominare, per impadronirsi della gloria e delle ricchezze. Queste tre prove che tutti affrontiamo sono legate rispettivamente allo stomaco, al cuore e alla testa cioè al piano fisico, al piano astrale e al piano mentale.   (Omraam Mikhaël Aïvanhov)

martedì 18 aprile 2017

Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo



“La conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico
all’essere un oggetto commerciale."
(Zygmunt Bauman)

Il 17 aprile 2015, nell’Università del Salento (Lecce), Zygmunt Bauman ha tenuto la Lectio Magistralis intitolata: “Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo” che condivido nella traduzione italiana curata dalla professoressa Francesca Bianchi.

“Magnifico Rettore, Docenti, Studenti, Signore e Signori, Amici, sono veramente toccato dall’attenzione che avete voluto dare al mio lavoro e vi sono estremamente grato per questo pensiero. Credo che questa onorificenza non abbia nulla di personale, non sia stata data a Zygmunt Bauman; infatti, l’unica cosa di rilievo che io come persona abbia fatto è a mio parere quella di avere vissuto a lungo e di avere visto più luoghi di qualsiasi altra persona, avere visto più cose e sentito più opinioni.

Ritengo piuttosto che si tratti di un riconoscimento all’importanza, alla gravità e all’urgenza di alcune delle questioni a cui ho dedicato nel tempo la mia attenzione e con le quali ci scontriamo tutti oggigiorno. Come ha detto il Rettore Vincenzo Zara nella sua introduzione “viviamo, lavoriamo in un luogo di cui conosciamo le contraddizioni e le difficoltà”. Vorrei dirlo con le parole di Hannah Arendt, grande filosofa del 20° secolo, “viviamo in tempi bui”.

Ovviamente non sto dicendo che siamo ciechi: vediamo benissimo ciò che ci sta intorno, ma piuttosto che, come accade al buio, riusciamo a vedere solo ciò che sta immediatamente vicino a noi, ma non oltre. Inoltre, come disse Ludwig Wittgenstein, altro grandissimo filosofo del 20° secolo, "comprendere significa sapere come andare avanti". E questo è proprio ciò che a noi manca: la capacità di comprendere.

Abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo e cosa sta per accadere rispetto ai nostri antenati che godevano invece di una salutare ignoranza relativa. La situazione è paradossale: abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni, almeno in teoria; se consideriamo per esempio il numero di risposte a un singolo quesito che possiamo trovare in Google, la quantità di informazioni è praticamente infinita, se paragonata alle capacità del cervello umano.

Giusto un paio di esempi: una singola edizione domenicale del New York Times contiene una quantità di informazioni superiore a quella che i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano acquisito durante l’intera vita. Come secondo esempio vi dico che secondo alcuni esperti, ogni giorno vengono prodotti 2 miliardi di miliardi di byte di informazioni, ovvero un milione di informazioni in più di quanto il cervello umano sia in grado di assorbire in tutta la vita.

Di conseguenza, questa enorme quantità di informazioni è paradossalmente un ostacolo per la nostra capacità di comprendere le cose. Se da un lato la quantità di informazioni aumenta, dall’altra diminuiscono le nostre conoscenze. La mia generazione sognava un mondo con più informazioni e di conseguenza maggiore conoscenza, ma allo stato attuale abbiamo ottenuto l’opposto: maggiore quantità di informazioni non significa migliore capacità di comprensione della realtà e consapevolezza di come continuare. Questa è una delle ragioni per cui siamo confusi e ci sentiamo come se ci muovessimo nel buio.

L’altra ragione è la fede nella conoscenza, e qui mi avvicino al mondo che meglio conosco, quello accademico. Le università stanno attraversando un periodo di grande cambiamento e il risultato di questo cambiamento, che è stato loro imposto e non necessariamente da loro voluto, è il fatto che la conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico all’essere un oggetto commerciale. Se prima le università rispondevano ai bisogni dell’uomo, ora sono costrette a rispondere alle regole del mercato.

Ed è un paradosso che il crescente bisogno di vedere nel buio vada di pari passo con una crescente difficoltà nel comprendere le condizioni attuali e nel decidere dove andare e come continuare. E ricollegandomi al discorso del Rettore Vincenzo Zara sulla gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare e la difficoltà di gestirli, vorrei elencare alcuni di questi problemi, i quali richiedono immediata attenzione. Innanzitutto vi è il problema dell’ineguaglianza, che a mio parere rappresenta un sorta di campo minato.

Come in un campo minato, sappiamo che prima o poi avverrà un’esplosione, ma non sappiamo dove e non sappiamo quando. A questo proposito vorrei ricordarvi le parole di Papa Francesco. Naturalmente sono costretto a leggerle nella traduzione inglese, che verrà poi ulteriormente tradotta in italiano ed è scontato che il testo finale non potrà risultare esattamente identico all’originale pronunciato dal Papa. Nella sua Prima Esortazione Apostolica, del 2013, Papà Francesco disse “No ad una economia della diseguaglianza e dell’esclusione.”

Così come il comandamento che dice “non uccidere” cerca di porre limiti a favore della salvaguardia della vita umana, oggi dovremmo dire: “non si deve fare” a una economia basata sull’esclusione e la diseguaglianza. “Un’economia di questo tipo uccide. Come è possibile che, quando una persona anziana e senza casa muore per essere stata all’addiaccio, la notizia non sia riportata dai giornali, mentre se il mercato azionario perde due punti la notizia è riportata in prima pagina?

Questo è un chiaro caso di esclusione. Possiamo continuare a tenere la testa alta in un momento in cui viene gettato via il cibo e le persone muoiono di fame? Questo è un chiaro caso di diseguaglianza. Oggigiorno tutto segue le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più forte, leggi in cui il più potente trae forza ed energia vitale dalla distruzione del debole. Come conseguenza di ciò, grandi masse di persone si trovano escluse e marginalizzate, senza lavoro e senza possibilità, senza possibilità di fuggire da questa condizione.”

Ed ora vi prego di porre attenzione, poiché questo punto è particolarmente importante: “gli esclusi non sono le persone sfruttate, ma quelle scartate dalla società”. Sì, è proprio questa la nuova situazione: quella dell’esclusione, dell’essere considerati inutili, di troppo. Ricordo bene come in un passato non molto lontano questi concetti, il fatto che una persona potesse essere considerata inutile, di troppo, da escludersi perché́ inutile, semplicemente non esistevano. Si poteva perdere il lavoro, ma mai essere considerati inutili.

Una conseguenza diretta di queste forme di messa ai margini è la migrazione, mai tanto massiccia quanto oggi. Secondo stime recenti, 175 milioni di persone si stanno spostando verso un nuovo Paese con la speranza di poter riscostruire la propria vita. Secondo altre stime, nei prossimi 20 anni, il fenomeno migratorio riguarderà 1 miliardo di persone, che andranno a bussare alle porte di Paesi in cui sperano di trovare condizioni umane di vita, pane, acqua potabile e scuole per i bambini. Queste enormi masse di migranti determinano un ulteriore problema, la “diasporizzazione”.

Abbiamo tutti sotto gli occhi come la nostra società, il Paese che amiamo e in cui siamo cresciuti stia cambiando e stia diventando multiculturale. A differenza di quanto accadeva in passato, diciamo 50-60 anni fa, le persone che arrivano nel nuovo Paese vi trovano una società già multiculturale e molto frantumata al suo interno, e non hanno intenzione, non hanno la possibilità né sono invitati a integrarsi in questa società, ma possono al massimo a interagire con gli individui e le etnie a loro più vicine.

Da qui nasce il bisogno e la difficoltà del dialogo: una nuova arte che deve essere acquisita. Un’arte di cui però non sappiamo di avere bisogno, pensando che siano le persone che vengono nel nostro Paese a dover abbandonare le loro tradizioni e le loro identità per adattarsi alla nostra. Lasciate che aggiunga ancora un problema a questo mio elenco: l’interdipendenza dell’umanità.

Gli strumenti in nostro possesso per un’azione collettiva efficace sono stati creati dai nostri predecessori per servire unità territoriali autonome e sovrane che noi chiamiamo Stati. Questi strumenti, per quanto non eccellenti, sono comunque riusciti ad espletare la loro funzione, ovvero sostenere l’indipendenza degli Stati. Oggi però ci troviamo di fronte a una realtà differente, basata sull’interdipendenza.

Reti di dipendenza reciproca si estendono da una parte all’altra del nostro pianeta. E, ad ora, non esiste ancora una sola istituzione politica in grado di gestire la coesistenza pacifica e reciprocamente benefica tra persone. Siamo ben consapevoli di questi pericoli e delle loro terribili conseguenze che colpisco l’intera umanità.

E siamo anche consapevoli del fatto che questi problemi possono essere affrontati solo se ce ne occupiamo tutti, in maniera solidale. Gli strumenti di cui disponiamo al momento promuovono solo preoccupazioni egoistiche all’interno di ciascuna enclave territoriale. In altre parole non abbiamo strumenti adatti per un compito tanto arduo. Devo ammettere che oggi la questione che più mi preoccupa è il potere e il limite della parola.

Nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso, sviluppati per influenzare la condizione umana, affinché risultino adeguati alle nuove sfide sociali.

Nel 1975, Elias Canetti raccolse alcuni suoi saggi in un volume dal titolo: “La coscienza delle parole”. Il volume inizia citando un’affermazione fatta il 23 agosto 1939, alle soglie della Seconda Guerra mondiale, da un anonimo intellettuale, il quale scrisse: “È finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”.

Questa affermazione è interpretata da Canetti come la necessità di assumersi la responsabilità per qualsiasi azione che può essere espressa tramite le parole e di fare penitenza per l’incapacità delle parole di impedire il disastro. Tutti noi, che ascoltiamo ed elaboriamo le parole, condividiamo questa responsabilità. All’uscita del volume, Canetti conclude che non esistono veri scrittori al giorno d’oggi, ma dovremmo desiderare ardentemente che ve ne fossero.

Sono passati anni, abbiamo persone come Papa Francesco, capaci di parlare con ardore direttamente al cuore delle persone, ma il tipo di scrittore auspicato da Canetti continua a non esistere. Ma il vero problema è che se anche ve ne fossero, se vi fossero veri scrittori, potrebbero essi prevedere e impedire l’arrivo di una guerra o di una catastrofe?

Pensateci bene. Mi dispiace lasciarvi con questa nota di pessimismo, la stessa nota di pessimismo mostrata da Arthur Koestler, un altro grande autore che scriveva all’epoca della seconda guerra mondiale, quando ricorda che i profeti Amos, Osea e Geremia, sebbene eccellenti oratori, non furono in grado di scuotere il loro popolo e avvisarlo del pericolo incombente.

La voce di Cassandra, se ricordate Omero, era in grado di bucare le pareti eppure la guerra di Troia non fu evitata. Chiudo il mio discorso ponendo alla vostra attenzione una domanda: è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo.” (Zygmunt Bauman)

martedì 11 aprile 2017

Può finire il dolore?



“È la dose che fa il veleno.”
(Paracelso)

“Se posso, vorrei parlare della fine del dolore, perché dolore, paura e ciò che chiamiamo amore vanno sempre assieme. Se non comprendiamo la paura non potremo comprendere il dolore, e non potremo conoscere quell’amore in cui non c’è contrasto, non ci sono attriti. Mettere completamente fine al dolore è estremamente difficile, perché in una forma o nell’altra il dolore è sempre con noi. Per questo vorrei esaminare a fondo il problema, ma le mie parole serviranno a ben poco se ognuno di noi non esamina il problema dentro se stesso, senza essere d’accordo o in disaccordo con me, ma osservando semplicemente la realtà dei fatti.

Se ci riusciamo, nella realtà e non solo in teoria, forse riusciremo a comprendere l’enormità del dolore, e quindi a mettere fine al dolore. Attraverso i secoli, amore e dolore sono sempre andati mano nella mano, prevalendo ora l’uno ora l’altro. Presto, quello stato che chiamiamo amore svanisce, e ricadiamo nelle nostre gelosie, nelle nostre vanità, nelle nostre paure, nelle nostre tristezze. Amore e dolore si sono sempre dati battaglia; e, prima di approfondire come mettere fine al dolore, penso che dobbiamo capire che cosa sia la passione.

Pochi conoscono realmente la passione. Forse abbiamo conosciuto l’entusiasmo, che significa essere preda di un’emozione riguardo a qualcosa. La passione che conosciamo è sempre per qualcosa: per la musica, per la pittura, per la letteratura, per il nostro paese, per una donna o per un uomo. È sempre l’effetto di una causa. Quando vi innamorate, siete in un forte stato emotivo che è l’effetto di una determinata causa, ma ciò di cui voglio parlare è la passione senza una causa.

Si tratta di essere appassionati a tutto, non a una cosa soltanto, mentre in genere la nostra passione va a una persona o a una cosa specifica. La ritengo una distinzione da considerare attentamente. Nella passione priva di una causa c’è un’intensità che è libera dall’attaccamento ma se la passione ha una causa c’è attaccamento, e l’attaccamento è l’inizio del dolore. Tutti noi siamo attaccati: a una persona, al nostro paese, a una credenza o un’idea, e quando l’oggetto del nostro attaccamento ci è tolto o perde la sua presa, ci ritroviamo vuoti, manchevoli.

Allora cerchiamo di riempire questo vuoto attaccandoci a qualcos’altro, che diventa il nuovo oggetto della nostra passione. Osservate il vostro cuore e la vostra mente. Io sono soltanto uno specchio in cui state guardando voi stessi. Se non volete guardare, benissimo; ma se volete guardare, guardatevi con attenzione, con intensità inesorabile - non nella speranza di cancellare le vostre tristezze, le ansie o i sensi di colpa, ma allo scopo di vedere come questo tipo di passione conduca forzatamente al dolore.

Quando ha una causa, la passione diventa lussuria. Se c’è passione per una cosa specifica (una persona, un’idea, un appagamento qualunque), quella passione genera contrasti, conflitti, lotte. Lottate per raggiungere e conservare una determinata situazione, o per ricreare una situazione ormai finita. Invece, la passione di cui sto parlando non genera mai contrasto, conflitto. È assolutamente slegata da una causa, e quindi non è un effetto. Ascoltate tranquillamente, non cercate di raggiungere subito questa intensità, questa passione libera da cause.

Se ascoltiamo con attenzione, con il gusto di un’attenzione non forzata dalla disciplina, ma che deriva dal desiderio di conoscere, potremo scoprire da soli che cosa sia questa passione. Abbiamo in noi ben poca passione. Possiamo essere lussuriosi, bramare intensamente qualcosa, possiamo desiderare ardentemente di fuggire da qualcos’altro, e tutto ciò genera una certa intensità. Ma se non ci risvegliamo e se non troviamo la strada verso il fuoco della passione priva di causa, non potremo mai capire che cosa sia ciò che chiamiamo dolore.

Per capire bisogna essere appassionati, bisogna avere l’intensità dell’attenzione totale. Se la passione ha un oggetto specifico (generando così contrasto e conflitto), la pura fiamma della passione non può bruciare, ma questa pura fiamma della passione deve bruciare per poter mettere fine al dolore, per scioglierlo completamente. Sappiamo che il dolore è un prodotto, l’effetto di una causa.

Amo qualcuno che non mi ama: ed ecco un motivo di dolore. Voglio realizzarmi in una certa direzione, ma non ne ho le capacità; oppure ne ho le capacità, ma una malattia o qualche altro ostacolo mi impedisce di riuscirci: ecco un’altra causa di dolore. c’è il dolore di una mente piccina, una mente in continuo conflitto con se stessa, che senza tregua lotta, risistema, brancola, si conforma. c’è il dolore del conflitto nei rapporti, e il dolore della perdita di una persona morta. Conosciamo tutti queste forme di dolore, e tutte sono il prodotto di una causa.

Di fatto non vogliamo affrontare la realtà del dolore: cerchiamo di spiegarlo, di razionalizzarlo, ci afferriamo a un dogma, a una credenza che ci rassicura, che ci offre un momentaneo conforto. Qualcuno si dà alle droghe, altri all’alcool, altri alla preghiera - qualunque cosa pur di alleviare l’intensità, lo strazio del dolore. Il dolore, e l’inesauribile sforzo per sfuggirlo, è il destino di ognuno di noi.

Non abbiamo mai pensato di mettere definitivamente fine al dolore, in modo che la mente non sia mai più preda dell’autocommiserazione, delle tenebre della disperazione. Poiché non riusciamo a mettere fine al dolore, se siamo cristiani andiamo ad adorarlo nelle chiese sotto forma dell’agonia di Cristo. Ma che andiamo in chiesa ad adorare il simbolo del dolore, che cerchiamo di cancellarlo razionalizzandolo o di dimenticarlo bevendoci sopra, è sempre la stessa cosa: stiamo scappando dal fatto che soffriamo.

Non sto parlando del dolore fisico, che la medicina moderna è in gran parte in grado di sconfiggere. Sto parlando del dolore psicologico che impedisce la chiarezza e la bellezza, che distrugge l’amore e la compassione. È possibile mettere completamente fine a questo dolore? Ritengo che la possibilità di mettere fine al dolore sia collegata all’intensità della passione. Ci può essere passione solo dove c’è totale rinuncia a se stessi.

Non possiamo essere appassionati se non c’è la totale assenza di ciò che chiamiamo pensiero. Ciò che chiamiamo pensiero è la risposta della memoria, e dove scatta questa reazione condizionata non ci può essere passione né intensità. c’è intensità solo dove c’è totale assenza di io. Conoscete quel senso di bellezza che non riguarda solo l’aspetto bello o brutto. Non che una montagna non sia bella, o che non ci siano edifici brutti, ma esiste una bellezza che non è l’opposto della bruttezza, esiste un amore che non è Il contrario dell’odio.

La rinuncia a se stessi di cui parlo è uno stato di bellezza privo di causa, e perciò è passione. È possibile andare al di là di ciò che è il risultato di una causa? Cercate di dare tutta la vostra attenzione, di cogliere il senso senza fermarvi alle parole. In genere, la maggior parte di noi non fa altro che reagire continuamente: la reazione è diventata il modello della nostra vita. Rispondiamo al dolore con una reazione. Rispondiamo cercando una spiegazione al dolore, oppure cercando una via di fuga, ma il nostro dolore non finisce.

Il dolore può terminare solo se ne affrontiamo la realtà, quando ne comprendiamo la causa e l’effetto, e li superiamo. Il tentativo di liberarci dal dolore attraverso una pratica specifica, o un’idea costruita appositamente, o consegnandoci alle tante vie di fuga, non risveglia nella mente la straordinaria bellezza, la vitalità, l’intensità di questa passione che include il dolore e lo trascende.

Che cos’è il dolore? Di fronte a questa domanda, come rispondete? La vostra mente va all’immediata ricerca della causa del dolore, e questo desiderio di spiegazione risveglia il ricordo dei dolori provati in passato. Ritornate sempre al passato o correte verso il futuro nel tentativo di spiegare la causa di quell’effetto che chiamiamo dolore. Ma ritengo che occorra andare al di là di tutto ciò.

Conosciamo molto bene le cause del dolore: povertà, malattia, frustrazione, non essere amati, e così via. Ma, anche spiegandone le cause, il dolore non cessa. Non abbiamo toccato le straordinarie profondità e lo straordinario significato del dolore più di quanto non abbiamo toccato quello stato che chiamiamo amore. Dolore e amore sono collegati, e per capire l’amore occorre sentire l’immensità del dolore.

Gli antichi hanno parlato della fine del dolore e hanno tracciato un modello di vita che dovrebbe condurvi. Molti l’hanno seguito. Monaci orientali e occidentali hanno provato a metterlo in pratica, con l’unico risultato di indurirsi. La loro mente e il loro cuore si sono chiusi. Vivono dietro le mura del loro pensiero, oppure dietro mura reali di pietre e mattoni, e non mi pare che le abbiano valicate per sentire l’immensità di questa cosa che chiamiamo dolore.

Per mettere fine al dolore bisogna affrontare la realtà della propria solitudine, dei propri attaccamenti, del nostro meschino desiderio di fama, della nostra fame di amore; occorre liberarci dalle preoccupazioni egoistiche e dalla puerilità dell’autocommiserazione. Quando si sia superato tutto ciò, mettendo forse fine al nostro dolore personale, resta ancora l’immenso dolore collettivo, il dolore del mondo.

Possiamo mettere fine al nostro dolore affrontando dentro di noi la realtà del dolore e la sua causa; e una mente che vuole essere libera deve assolutamente farlo. Resta ancora il dolore dell’enorme ignoranza presente nel mondo, non la mancanza di nozioni o di conoscenze libresche, ma l’ignoranza dell’uomo su se stesso. La non conoscenza di sé è l’essenza dell’ignoranza, la quale causa l’immensità del dolore del mondo. Ma che cos’è realmente il dolore?

Capite certamente che non ci sono parole per spiegare il dolore, come non ci sono parole per descrivere l’amore. L’amore non è attaccamento, l’amore non è il contrario dell’odio, l’amore non è gelosia. E anche quando si sia messo fine alla gelosia, all’invidia, all’attaccamento, ai conflitti e alle angosce che sperimentiamo pensando di amare, quando tutto ciò è giunto a fine, rimane la domanda: «Che cos’é l’amore?» rimane la domanda: «Che cos’è il dolore?»

Scoprirete che cos’è l’amore, e che cos’è il dolore, solo quando la vostra mente si sarà sbarazzata di tutte le spiegazioni e avrà smesso di immaginare, di cercare una causa, di compiacersi delle parole e di rivangare nella memoria i dolori e i piaceri del passato. La mente deve essere totalmente silenziosa, senza parole, immagini o idee.

Allora scoprirete, allora avverrà quello stato in cui ciò che chiamiamo amore, ciò che chiamiamo dolore e ciò che chiamiamo morte sono un’unica cosa. Allora non ci sarà più divisione tra l’amore, il dolore e la morte; e dove non c’è divisione c’è bellezza. Ma, per capirlo e dimorare in questo stato di estasi, deve esserci quella passione che viene solo con il totale abbandono di sé.” (Jiddu Krishnamurti)

lunedì 10 aprile 2017

Marracash Ft. Salmo - Né cura, né luogo




[Verse 1: Marracash] 

C'è già stato il risorgimento, ora ci serve una resurrezione 
la costituzione danneggia la mia costituzione 
Secondo te quanto peso ad occhio e croce? 
Se dimagrisco di me vi resta solo la voce 
Lo so, mia madre pensa che mi drogo pesante 
La mia ragazza invece che vado assieme alle altre 
Io nego frà, ma c'hanno ragione entrambe 
Sospetto che mi prendano un campione di sangue 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Droghe per sfasciarsi, per superare i complessi 
E dopo psicofarmaci per rimettere assieme i pezzi 
Metà del tempo a farsela e metà a farsela scendere 
Il tempo non lo puoi comprare, lo puoi solo vendere 
Crisi dell'occidente, dissidente 
Uccidetemi facendolo sembrare un incidente 
Eppure c'è più gente in discoteca che in chiesa 
Se finiamo come in Grecia è una vera tragedia greca 

 [Hook] 

Vorrei ridarvi i documenti 
E bruciare i miei soldi e miei oggetti 
Perché ho già toccato il fondo 
Me ne andrei se solo ci fosse un posto 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Quindi guido la carica 
Alla carica 
Non c'è cura né luogo 
Alla carica 
Quindi resta e combatti 

 [Verse 2: Salmo] 

Sono vivo e non mi sono accorto 
La storia insegna che musicalmente fai molti più soldi da morto 
Dovrei crepare a 27 anni come i più grandi 
Lasciare i soldi agli altri e pagargli il conto 
Musica dà, musica toglie
La vita è una troia, veniamo al mondo per soddisfarne le voglie 
Aspetto che i fantasmi vengano e mi prendano 
Pensiamo troppo intensamente e gli altri sentono 
l vuoto tra le mani, Dio pensa nel genio 
Sogna nel poeta e dorme tra gli infami 
La mia voce chiama quanto tutto tace 
Lo diceva Abraham: "Evita la fama se vuoi vivere in pace" 
Se avessi bling bling avrei un posto, frate' 
Ma Dio sta all'ultimo piano e ha le porte blindate 
Salmo nel nome del Padre, vita immorale 
Come una madre campa sette figli 
Sette figli non campano una madre 
La pace è solo una parola, scrivila 
Passo più tempo a rimpiangerla piuttosto che a viverla 

 [Hook] 

Vorrei ridarvi i documenti 
E bruciare i miei soldi e miei oggetti 
Perché ho già toccato il fondo 
Me ne andrei se solo ci fosse un posto 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Quindi guido la carica 
Alla carica 
Non c'è cura né luogo 
Alla carica 
Quindi resta e combatti 

 [Verse 3: Marracash] 

Baby ti dico amiamoci 
Non possediamoci 
Non prendiamoci in giro 
Che già tutto il resto è uno schifo 
Ma tu eri di tutti come l'accendino 
E io non vivo 
Ora che ho più scadenze della roba che ho nel frigo 
Nella prossima vita voglio essere uno sportivo 
Così se sono il più bravo, cazzo, è oggettivo
Il capitalismo mi ha reso competitivo 
Non c'è schiavo più grande di chi pensa di essere libero 
E in un mondo in cui la parola non conta niente 
È normale annuire ad un altro sapendo che mente 
Indurirsi, diventare freddi e taglienti 
L'ambiente opera e lascia i ferri dentro i pazienti 
Dov'è questo potere dell'amore? 
Se poi è l'amore per il potere che consuma le persone 
Dio non lo vedo, vedo spesso Belén Rodríguez 
Forse Dio no, però lei è sempre lì che sorride 

 [Hook] 

Vorrei ridarvi i documenti 
E bruciare i miei soldi e miei oggetti 
Perché ho già toccato il fondo 
Me ne andrei se solo ci fosse un posto 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Quindi guido la carica 
Alla carica 
Non c'è cura né luogo 
Alla carica 
Quindi resta e combatti!

domenica 9 aprile 2017

La nascita della coscienza



“La verità non può essere creata, ma percepita.”
(Paramhansa Yogananda)

Uno dei più grandi enigmi della scienza è il rapporto tra mente e cervello ovvero il rapporto tra lo spirito e il corpo. Nel tempo sono state avanzate svariate ipotesi sul problema della coscienza e sulla sua origine durante l’evoluzione. E, dopo il 1859, la prospettiva degli studiosi è cambiata in modo radicale, perché si sono diffuse le idee di Darwin e Wallace sulla selezione naturale. Ma se per alcuni, la teoria dell’evoluzione può spiegare l’anatomia della specie, essa può spiegare anche una funzione complessa come la coscienza?

Per lo psicologo americano, Julian Jaynes, questo è possibile come afferma nell’affascinante ipotesi che prende le mosse dal darwinismo per sostenere l’evoluzione della coscienza. Jaynes mette in evidenza che, nel 1859, alla fine de “L’origine della specie” Darwin sottintendeva che Dio ha creato sia mente che corpo negli antichi organismi primitivi, perciò mente e corpo evolvono parallelamente. Il tempo in cui è nato il mondo interiore e la coscienza corrisponde, secondo Jaynes, al momento dello sviluppo del linguaggio che ha prodotto la coscienza.

Jaynes suggerisce una datazione che fissa al tardo Pleistocene cioè nell’era di Neanderthal, per il fatto che le necessità imposte dalla caccia ai grandi animali durante l’ultima era glaciale rende plausibile che il linguaggio sorgesse allora. In quel tempo è avvenuto anche uno straordinario sviluppo di specifiche aree del cervello che sono coinvolte nel linguaggio, e uno straordinario sviluppo degli utensili, come ci dimostrano gli scavi archeologici.

Sappiamo, dice Jaynes, che “il linguaggio non è solo comunicazione, ma anche ciò che, agendo come un organo di percezione, orienta e fissa l’attenzione su attività e oggetti particolari rendendo possibile la creazione di utensili avanzati.” La stima dell’età massima del linguaggio è di 50.000 anni a.C. e, in questo lasso di tempo, deve aver preso corpo anche la coscienza. Verso il 3.000 a.C., gli uomini appresero l’arte della scrittura, per cui possiamo studiare gli scritti più antichi per capire quando appare un “io narrante” o un significato di ordine psicologico.

Dall’analisi emerge che il testo più adatto è l’Iliade. Per Jaynes, quelle vicende furono narrate da ignoti aedi fino dal 1230 a.C., e poi furono trascritte verso il 900-850 a.C., forse da Omero. La cosa interessante è il fatto che nel poema non c’è traccia di un io personale. Nessun uomo si ferma a riflettere sul senso di ciò che fa, nessun personaggio ha coscienza della sua presenza nel mondo. Ogni volta che un uomo deve prendere una decisione, ecco che entra in azione una voce che gli dice quello che deve fare.

Le voci che guidano gli uomini vengono dagli dei, perché nella mente umana esistono due camere. In una camera abita il dio che ordina invece nell’altra abita l’uomo che obbedisce alla voce del dio. Una forma mentale del genere, dice Jaynes, si può definire bicamerale, per l’assonanza con l’assemblea legislativa parlamentare. La mente dell'uomo di quel tempo era divisa in due parti: una parte era quella decisionale mentre l’altra parte era esecutiva. L’uomo poteva fare, ma non decideva cosa doveva fare.

Nella sua vita ordinaria viveva come un uomo normale ma, se sorgeva un problema, giungeva il dio che lo guidava. E lui obbediva. Ma perché era nata questa mente bicamerale? Intorno al 9.000 a.C., si erano sviluppate la comunità agricole che andarono a sostituire la pratica della caccia, perciò la voce del dio serviva per garantire l’ordine sociale delle grandi comunità agricole che si raggruppavano. Nasceva così una civiltà bicamerale e la teoria di Jaynes è che “l’allucinazione verbale sia evoluta durante il Neanderthal insieme al linguaggio per rafforzare l’attenzione e la perseveranza nell’azione.”

Gli uomini dotati di questa arcaica mente formavano delle società ordinate in rigide gerarchie secondo le regole organizzative definite dalla mente direttiva. I regni bicamerali erano delle teocrazie gerarchiche che avevano a capo un dio oppure un suo idolo. A volte erano guidate da un uomo di natura divina che prestava tutto il suo essere alla voce. Civiltà di questo tipo sorsero nel Vicino Oriente, dall’Egitto al Kush nel Sudan meridionale, fino all’Africa centrale. Verso nord si svilupparono anche in Anatolia, Creta, Grecia, in India e nella Russia meridionale, nella penisola malese arrivando fino in Cina.

In Mesoamerica vediamo svilupparsi la civiltà azteca e l’avvento della civiltà Inca la cui mente bicamerale subì l’urto devastatore del conquistatori europei. Ma la civiltà in cui si vede maggiormente la struttura della mente bicamerale è quella della Mesopotamia dove, a capo dello stato c’era una statua di legno con gli occhi fatti con gemme preziose. Questa statua era fatta di legno leggero per essere più facilmente trasportata, era riccamente abbigliata e profumata e veniva fatta sedere dietro un gran tavolo nell’ampia sala in cima alla ziggurat. Quello che noi chiamiamo “il re” era, in realtà, il primo intendente del dio.

Ci sono molte prove di testi scritte, nella struttura dei nomi personali e nei sigilli ritrovati, che ogni uomo aveva il suo dio personale. In Mesopotamia era “Ili” e per gli ebrei era “El” oppure “Elohim,” invece in Egitto veniva chiamato “ka.” Ma un sistema di questo tipo era precario, per cui le civiltà bicamerali andarono in crisi, come avvenne per i Maya che abbandonarono le loro città. Le Mesopotamia restò più stabile fino a 1.400 a.C.

Dopo questa data, gli dei non furono più raffigurati nei dipinti e, in alcuni casi, si videro figure di rei inginocchiati davanti a un trono vuoto. Nel poema epico l’Epos di Tumulti-Ninurta, per la prima volta, si parla di uomini che sono abbandonati dagli dei. Le ragioni per cui accade questo sono molte, tra cui vanno considerate le varie catastrofi naturali come l’eruzione sull’isola di Tera e le migrazioni dei popoli che abbandonarono i regni bicamerali che furono distrutti.

Anche la scrittura, secondo Jaynes, fu responsabile della nascita della coscienza, perché lo scritto indebolì il predominio dell'udito a vantaggio delle funzioni visive. Così nasceva l’uomo dotato di una forma di proto-coscienza. Dopo la perdita della mente bicamerale, si spensero le voci che dicevano all’uomo cosa doveva fare, ma vennero in auge vari metodi per tornare a udire i messaggi e le direttive degli dei. Vennero in uso molti metodi di divinazione e si diffusero pratiche come il lancio delle sorti, il lancio dei dadi, la lettura dei movimenti del fumo oppure delle forme disegnate dall’olio nell’acqua.

I sacerdoti iniziarono a celebrare i sacrifici animali e traevano delle previsioni dall’esame delle loro viscere. Quindi sorse la pratica dell’astrologia di cui c’è testimonianza anche nella scrittura cuneiforme. Se valutiamo la civiltà greca, scrive Jaynes, vediamo la storia della mente bicamerale nell’Iliade, l’Odissea e in tutta la poesia elegiaca dei due secoli seguenti. Poi Solone che è vissuto verso il 600 a.C., che invitò l’uomo al “Conosci te stesso!” che è attribuito all’oracolo di Delfi.

La mente bicamerale fu vinta dalla coscienza, perché la struttura cerebrale si modificò. Il linguaggio era posto in un solo emisfero (area di Wernicke destra) per lasciare l’altro emisfero libero di ascoltare la voce degli dei. Il dio parlava nella regione dell’emisfero destro ed era ascoltato con l’emisfero sinistro. Jaynes, a sostegno della sua idea cita la tendenza di entrambi gli emisferi a capire il linguaggio mentre solo l’emisfero sinistro è normalmente in grado di parlare.

La presenza di vestigia, nell’area di Wernicke, di un’attività cerebrale simile alle voci degli dei e anche che, in certe condizioni, i due emisferi cerebrali sono in grado di agire come due persone indipendenti come accadeva tra l’uomo bicamerale e il suo dio. Ora sappiamo che il cervello può essere modificato dall’ambiente più di quanto crediamo per cui è probabile che l’uomo bicamerale sia divenuto cosciente in virtù dell’apprendimento e della cultura.

Una prova della mente bicamerale teorizzata da Julian Jaynes proviene anche da Plutarco che, nel famoso dialogo delfico, “Il tramonto degli oracoli”, racconta che l’egiziano Tamo, pilota di una nave mercantile, mentre navigava nel mare Adriatico, sentì una potente voce che gli diceva che: «Il grande dio Pan è morto!» E il fatto era così straordinario che fu riferito all’imperatore Tiberio. In effetti, la voce era venuta ad annunciare che la morte del dio Pan segnava la fine dell’età classica.

Buona erranza
Sharatan