giovedì 8 dicembre 2016

Meditazioni sull’amore e sulla compassione



“L’amore è l’unica cosa che raddoppia
ogni volta che la condividiamo.”
(Albert Schweitzer)

Come coltivare l’altruismo? Il praticante buddista medita su quattro atteggiamenti mentali che devono essere accresciuti senza limiti: l’amore, la compassione, la gioia per la felicità degli altri e l’imparzialità. Meditare significa familiarizzarsi con un nuovo modo di vedere le cose. La maggior parte di noi non è affatto sintonizzata sulle onde dell’amore altruista. La nostra concezione della vita e le nostre priorità non considerano il benessere altrui come lo scopo principale.

La meditazione comincia con la compassione, la determinazione ad alleviare il prossimo dalla sofferenza e dalle sue cause. Evocare le molteplici sofferenze degli esseri viventi, in un modo il più possibile realistico, fa provare una compassione senza limiti. Mantenere la continua consapevolezza di queste sofferenze potrebbe però rischiare di farci sentire impotenti e scoraggiati: «Come potrò mai, da solo, rimediare a tanto dolore?»

Si passa allora alla meditazione sulla gioia, pensando a quelli che provano la felicità e possiedono grandi qualità umane e a quelli che hanno coronato con successo le loro aspirazioni costruttive. Allora si gioisce pienamente. Questa gioia rischia però di trasformarsi in cieca euforia. È dunque il momento di passare all’imparzialità, per estendere i sentimenti d’amore e di compassione a tutti gli esseri: amici, sconosciuti e nemici, senza distinzioni.

L’ostacolo che possiamo incontrare è quello dell’indifferenza. Ma ci soccorre l’amore altruistico, il desiderio ardente che tutti gli esseri possano trovare la felicità e le cause della felicità. Se questo amore si evolve nell’attaccamento, torniamo a meditare sull’imparzialità o sulla compassione. Facciamo in modo di sviluppare alternativamente questi quattro pensieri, evitando di cadere nei loro eccessi.

C’è poi un altro metodo che consiste nel lasciare che i pensieri si calmino, fino a raggiungere una condizione di vuoto interiore, per far emergere con chiarezza e forza un sentimento profondo di bontà e di compassione, che ci calma la mente. Ogni essere può raccogliere la totalità del nostro amore. Questo amore deve però associarsi alla comprensione dell’interdipendenza di tutti i fenomeni e di tutti gli esseri.

Compassione e conoscenza sono inseparabili come le ali di un uccello. Così come un uccello non può volare con un’ala sola, senza la compassione la conoscenza è sterile e senza conoscenza la compassione è cieca. Chi ha compreso la realtà ultima delle cose è in grado di sviluppare l’amore e la compassione al più alto livello.

Dalla conoscenza scaturisce spontaneamente una comprensione infinita verso chi, prigioniero dell’ignoranza, vaga nel dolore. La compassione del saggio rischiara senza abbagliare, e riscalda senza bruciare. È dovunque come l’aria.

Un giorno Patrul Rinpoche chiese a Lhuntok, uno dei suoi discepoli, di restare in una grotta a meditare sulla compassione. Inizialmente, il sentimento d’amore verso gli altri era un po’ forzato e artificiale. Ma, poco a poco, la sua mente fu conquistata dalla compassione. Sei mesi dopo, Lhuntok vide passare davanti alla sua caverna, un cavaliere solitario che cantando attraversava la valle.

L’eremita ebbe la premonizione che quell’uomo sarebbe presto morto. Il contrasto tra il suo canto gioioso e la fragilità dell’esistenza lo riempì di una tristezza infinita. In quel momento scaturì dalla sua mente una compassione vera, e non lo abbandonò mai più. Diventò una seconda pelle.” (Matthieu Ricard, Il gusto di essere felici, Sperling & Kupfer ed.)

martedì 6 dicembre 2016

La pozza



“La vita vi trasporta dove vuole,
poiché voi siete parte di essa.”
(Jiddu Krisnamurti)

“Non so se passeggiando avete mai notato una pozza lunga e stretta accanto al fiume. Deve averla scavata qualche pescatore, e non è collegata con il fiume. Il fiume scorre placido, profondo e ampio, ma quella pozza è coperta di sedimenti perché non è collegata con la vita del fiume, e dentro non ci sono pesci. È una pozza stagnante, e il fiume profondo, pieno di vita e animazione, vi scorre accanto velocemente. Ora, non pensate che gli esseri umani siano così?

Scavano una piccola pozza per se stessi, lontano dalla rapida corrente della vita, e in quella piccola pozza ristagnano e muoiono, e chiamiamo esistenza questo ristagnare e questo deterioramento. Il che significa che noi tutti vogliamo uno stato di permanenza; vogliamo che certi desideri durino per sempre, vogliamo che i piaceri non abbiano mai fine.

Costruiamo un piccolo buco e ci barrichiamo dentro con le nostre famiglie, con le nostre ambizioni, le nostre culture, le nostre paure, i nostri dèi, le nostre varie forme di adorazione, e lì muoriamo, lasciando che la vita trascorra, quella vita impermanente, costantemente cangiante, tanto rapida, con le sue enormi profondità, con la sua straordinaria vitalità e bellezza.

Non avete mai notato che se siete seduti quietamente sulla riva del fiume potete udire il suo canto, lo sciabordìo dell’acqua, il suono incessante della corrente? C’è sempre uno straordinario senso di movimento verso il più ampio e il più profondo. Ma nella piccola pozza non c’è affatto movimento e la sua acqua è stagnante.

E se osservate bene vedrete che questo è ciò che vuole la maggior parte di noi: una piccola pozza stagnante di esistenza lontana dalla vita. Diciamo che la nostra esistenza nella pozza è quella giusta, abbiamo inventato una filosofia per giustificarlo; abbiamo sviluppato teorie sociali, politiche, economiche e religiose in supporto di questo modo di vedere, e non vogliamo essere disturbati perchè ciò che insegniamo è un senso di permanenza. Sapete cosa significa ricercare la permanenza?

Significa volere che ciò che è piacevole continui all’infinito, e volere che ciò che non è piacevole finisca il più presto possibile. Vogliamo che il nome che portiamo sia noto e che continui attraverso la famiglia e la proprietà. Vogliamo un senso di permanenza nelle nostre relazioni, nelle nostre attività, il che significa che stiamo cercando nella pozza stagnante una vita durevole e continua; non vogliamo nessun reale cambiamento, e perciò abbiamo costruito una società che ci garantisce la permanenza della proprietà, del nome, della fama.

Ma vedete, la vita non è affatto così; la vita non è permanenza. Come le foglie che cadono da un albero, tutte le cose sono impermanenti, nulla perdura; c’è sempre cambiamento e morte. Non avete notato com’è bello un albero spoglio che si staglia verso il cielo? Tutti i suoi rami sono ben delineati, e nella sua nudità c’è una poesia, un canto.

Tutte le foglie sono cadute e l’albero attende la primavera. Quando la primavera giunge, riveste di nuovo l’albero con la musica di molte foglie, che nella stagione giusta cadono e vengono soffiate via; questo è il percorso della vita. Ma noi non vogliamo nulla del genere. Ci aggrappiamo ai nostri figli, alle nostre tradizioni, alla nostra società, ai nostri valori e alle nostre piccole virtù, perché vogliamo la permanenza; ed ecco che abbiamo paura di morire.

Abbiamo paura di perdere le cose che conosciamo… noi vogliamo che tutto ciò che ci dà soddisfazione sia permanente; vogliamo che la nostra posizione e l’autorità che abbiamo sulle persone durino. Rifiutiamo di accettare la vita così com’é in realtà. La realtà è che a vita è come un fiume: si muove incessantemente, è sempre in cerca, esplora, sferza e allarga le rive, penetra con la sua acqua in ogni fenditura.

Ma la mente non vuole permettere che questo accada a lei. La mente capisce che è pericoloso rischiare di vivere in uno stato di impermanenza, di insicurezza, perciò si costruisce intorno un muro: il muro della tradizione, della religione organizzata, delle teorie politiche e sociali. La famiglia, il nome, proprietà, le piccole virtù che abbiamo coltivato - tutti questi sono i muri che allontanano la vita.

La vita è movimento, impermanenza e tenta incessantemente di penetrare, di abbattere quei muri dietro ai quali c’è confusione e infelicità. Gli dèi che stanno nei muri sono tutti falsi dèi, e le loro scritture e filosofie non hanno significato, perché la vita è al di là di essi. Ora, una mente priva di muri, non gravata da ciò che ha acquisito e accumulato, né dalla propria conoscenza, una mente che vive senza tempo e senza sicurezza: per una simile mente la vita è una cosa straordinaria.

Una simile mente è vita in se stessa, perché la vita non ha luoghi di riposo. Ma la maggior parte di noi vuole un posto per riposarsi; vogliamo una casetta, un nome, una posizione, e diciamo che queste cose sono molto importanti. Chiediamo permanenza e creiamo una cultura basata su questa richiesta, inventiamo degli dèi che non sono affatto dèi, ma nient’altro che una proiezione dei nostri desideri. Una mente che ricerca la permanenza presto inizia a ristagnare; proprio come quella pozza lungo il fiume, si riempie subito di materia corrotta e guasta.

Soltanto la mente non racchiusa da muri, priva di appigli, barriere, luoghi di riposo, che si muove all’unisono con la vita, che procede senza tempo, che esplora, demistifica - solo una simile mente può essere felice, eternamente rinnovata, perché è in se stessa creativa. Capite di cosa sto parlando? Dovreste capirlo perché tutto questo fa parte della vera educazione e quando lo capirete la vostra vita sarà trasformata: la vostra relazione con il mondo, con i vostri vicini, con vostra moglie e vostro marito avranno un significato totalmente differente…

Se lo capirete avrete iniziato a comprendere la straordinaria verità di cosa sia la vita, e in quella comprensione ci sono grande bellezza e amore, e il fiorire del bene. Ma gli sforzi di una mente che cerca una pozza di sicurezza e di permanenza possono solo condurre all’oscurità e al deterioramento. Una volta installatasi nella sua pozza, una simile mente ha paura di avventurarsi fuori, di cercare, di esplorare; ma la verità, Dio, la realtà o quello che volete voi giacciono oltre la pozza…

Ma potete far questo solo quando lasciate la pozza che vi siete scavati e uscite nel fiume della vita. Allora la vita ha un modo stupefacente di prendersi cura di voi, perché a quel punto da parte vostra non c’è più bisogno di curarsi di nulla. La vita vi trasporta dove vuole, poiché voi siete parte di essa, allora non c’è più alcun problema di sicurezza, di ciò che la gente dice o non dice, e questa è la bellezza della vita.” (Jiddu Krisnamurti, La ricerca della felicità, Oscar Mondadori)

venerdì 2 dicembre 2016

Quando contemplo il tuo volto



Quando contemplo il tuo volto
sono il tuo volto.
I fiori della tua bellezza
mi importano più delle immagini
che cadono dal mio corpo.
Come foglie morte.
Quando sono con te
sono i tuoi occhi e la tua voce.
Tu guardi il mio viso
più spesso del tuo.
Il tuo cuore è sulle mie labbra
tanto quanto nel tuo petto.
Nel silenzio della tua anima
risuonano sia la mia voce
sia la tua.
Essendo le nostre anime unite
quando ti amo, amo me
e te allo stesso tempo.
Non ti troverò mai
poiché sono pieno di te
e tu di me.
Nell'amore del vuoto.

(Tharpa Mewo)

martedì 29 novembre 2016

Verrà il tempo



Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato alla porta,
nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: «Siedi qui. Mangia.»
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti conosce a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
raschia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(Derek Walcott, Amore dopo amore)

“Noi arriviamo ogni momento «alla porta di noi stessi». Possiamo aprire ogni momento quella porta, ogni momento possiamo tornare ad amare quello straniero che eravamo per noi stessi e che ci conosce a memoria, come dice la poesia. Noi ci conosciamo a memoria, in ogni senso della parola, ma forse l’abbiamo dimenticato.

Arrivare alla soglia di noi stessi consiste nel ricordare, nel ri-membrare, alla lettera, nel rivendicare di essere quelli che già siamo e che troppo a lungo abbiamo ignorato, a quanto pare trascinati sempre più lontano da casa eppure, allo stesso tempo, mai più lontani di questo respiro qui, di questo momento qui. Ci possiamo svegliare?

Possiamo «riprendere i sensi»? Possiamo essere conoscenza e, allo stesso tempo, mantenere una mente da principiante e onorare la non-conoscenza? Sono due cose diverse, poi? «Verrà il tempo» afferma il poeta. Sì, verrà il tempo, ma vogliamo davvero che il momento di risvegliarci a chi e che cosa siamo in realtà arrivi, per noi, sul letto di morte, come accade tanto spesso e come aveva previsto Thoreau?

O quel momento può essere questo qui, proprio ora, dove siamo, così come siamo? Verrà il tempo, sì, ma solo se ci dedichiamo a risvegliarci, a riprendere i sensi, ad andare al di là della nostra mente sottosviluppata. Il tempo verrà solo se riusciamo a percepire le catene dei nostri condizionamenti da robot, specie quelli emozionali, e delle nostre idee su chi pensiamo di essere.

Se riusciamo a scollare la nostra immagine dallo specchio - se nella percezione, nel vedere quel che c’è da vedere e nell’udire quel che c’è da udire, vediamo dissolversi quelle catene nel puro vedere, udire, mentre ruotiamo tornando alla nostra bellezza originaria più vasta, mentre salutiamo noi stessi arrivati alla soglia di noi stessi, quando torniamo ad amare l’estraneo che era noi stesso.

Possiamo. Possiamo. Lo faremo. Lo faremo. Perché, alla fin fine, che altro fare? In che altro modo, alla fin fine, possiamo essere dove già siamo? E quando, oh quando, quando verrà il momento in cui succederà? «Verrà il tempo…» dice il poeta. Forse è già venuto. Solo che… non lo sappiamo.” (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

domenica 27 novembre 2016

Il pellegrinaggio a Benares



“Più ti avvicini a Dio,
più ti avvicini a te stesso.”
(Proverbio arabo)

Un uomo andò da Ramakrishna. Stava andando in pellegrinaggio a Benares, per fare un bagno rituale nel Gange e, prima di partire, aveva deciso di andar a toccare i piedi del suo Maestro. Ramakrishna gli chiese: «Che bisogno c’è di andare a Benares? Il Gange scorre anche qui.» Infatti, il tempio in cui viveva si trovava proprio sulla riva del fiume. Ma l’uomo replicò: «Nei testi sacri è detto che Benares è il luogo sacro per eccellenza. Se fai un bagno là, ogni tua colpa è purificata.»

Ramakrishna era un uomo semplice, disse a quel uomo: «Puoi andare se vuoi, ma sta’ attento: lungo le rive del Gange sorgono alberi maestosi, li hai notati?» Quel uomo gli confermò che, da bambino, era stato a Benares con il padre e aveva effettivamente visto quegli alberi. «Ebbene -proseguì Ramakrishna- è vero che i tuoi peccati vengono lavati via dal Gange, ma essi si involano e siedono sui rami di quegli alberi, in attesa che tu esca!

Sanno che non puoi stare nel Gange per sempre, prima o poi dovrai uscire. E quando ti stai rivestendo, quei peccati ritornano dentro di te e, a volte accade che, anche i peccati di altri sedimentino nel tuo cuore… quegli alberi sono stracolmi di peccati: sta’ attento a non fartene carico!» L’uomo chiese come poteva salvarsi, e Ramakrishna gli disse: «Dipende da te, per questo ti consigliavo di non andare a Benares!» L’uomo concluse: «Hai creato in me un forte dubbio… andrò a casa a pensarci su. Se le cose stanno così è uno spreco di tempo e basta!»

No, non basta fare un bagno nel Gange, non basta un pellegrinaggio, non basta una preghiera domenicale. I preti hanno creato queste scorciatoie, perché gli uomini sono degli scansafatiche: di fatto non vogliono fare nulla per la propria ricerca interiore. Ricorda: il paradiso non è da qualche parte, nell’alto dei cieli; si trova dentro di te e, per raggiungerlo, non occorre andare al Gange, né a Benares!

Ciò che si deve fare è entrare dentro di sé. Ma non è una cosa che i preti o le comuni religioni vogliono che tu faccia perché, se lo fai, ti liberi da ogni schiavitù esteriore, anche da quella religiosa: allora tutti quei rituali ti sembreranno stupidaggini senza senso. Entrando dentro di te trovi la verità, incontri il Reale.

Viaggiare verso l’esterno è un’abitudine a cui ti sei assuefatto, ma che non ti ha dato alcuna soddisfazione, alcun appagamento. Il mondo interiore è un mondo nuovo, in cui non hai mai neppure dato uno sguardo, in cui non hai mai fatto un solo passo. Il Maestro ti insegna come puoi, pian piano, camminare nel regno del tuo essere.

Ma il Maestro ti dice di sedere in silenzio, e tu chiedi un mantra; è una situazione pietosa, tristissima: il Maestro ti invita a sedere in silenzio, e tu chiedi un qualsiasi suono per colmare quel silenzio! Nessuno vuole essere in silenzio… nessuno vuole sedersi senza fare nulla, ma questo è esattamente ciò che è la meditazione. La meditazione è tornare a casa, è rientrare in se stessi, senza essere più niente e nessuno.

Sei tu, libero da qualsiasi aggettivo, libero da qualsiasi attributo, libero da qualsiasi forma, privo di ogni maschera, senza personalità alcuna. Ma ricorda, un solo lampo in te stesso ha di gran lunga più valore di qualsiasi scrittura. Un solo bagliore della tua consapevolezza ti farà entrare nel vero tempio del divino: un tempio che non è costruito con pietre e marmi, ma che esiste da sempre dentro di te, ed è formato dalla tua stessa consapevolezza.

È una fiamma, una fiamma perenne che arde dall’eternità e che non richiede combustibile alcuno. È in attesa che tu la veda, perché in quella visione, per la prima volta, i tuoi occhi rifletteranno qualcosa di sublime: la gioia, la luce, il canto, la bellezza, l’estasi dell’esistenza. e non è detto che, entrando dentro di te, dimenticherai l’esterno.

Allorché entrerai dentro di te, nella sfera esteriore si irradierà il tuo mondo interiore: nei tuoi gesti, nel modo in cui guardi e parli, nell’autorità che accompagnerà le tue parole. Perfino il tuo tocco, la tua presenza, il tuo silenzio, saranno un messaggio. La sfera interiore e quella esteriore sono parti di un’unica realtà: riconoscerlo, viverle in quanto tali significa fiorire, adempiere al proprio destino di esseri umani. (Osho)

venerdì 25 novembre 2016

Vibrazioni



“Per i puri tutto è puro.”
(Amadeus Voldben)

“Dai corpuscoli, dagli elettroni, dagli atomi e dalle molecole fino ai mondi e agli universi, tutto è movimento vibratorio, nulla è statico. La materia apparentemente inerte è soggetta alla legge della vibrazione; le forme più grossolane sembrano in riposo. I piani di energia e di forza sono gradi varianti di vibrazione, così i piani mentali come quelli spirituali.

Più alta la vibrazione, più elevata la posizione del piano: nel punto massimo è tanto sublime da sembrare in quiete. Così, i due poli estremi si toccano. Il principio di polarità opera sul piano fisico dove è il grande e il piccolo, freddo e caldo, luce e oscurità, ecc.; sul piano mentale col positivo e negativo, tesi e antitesi, di natura identica, ma diversi di grado e di vibrazioni.

Nel mondo del relativo tutto è duale, così che ogni verità è mezza verità, poiché nello stesso tempo ha un aspetto di falsità. Amore e odio, simile e dissimile, sono i due poli della manifestazione, opposti ma eguali, di natura identici e solo differenti di grado. Per questo è possibile conciliarli, mutando la vibrazione di odio in quella di amore.

Il principio del genere, maschile e femminile, i due aspetti che nel mondo fisico si manifestano come sesso, operando nella direzione della generazione, sul piano mentale opera nella direzione della creazione e della rigenerazione. Per i puri tutto è puro.

Vi sono momenti, nell’esistenza umana, particolarmente duri: importante è conoscere come uscirne, qualunque sia la pesantezza delle condizioni. I Maestri hanno insegnato che ciò può avvenire mediante la trasmutazione mentale. Per farlo, si opera sulla mente perché essa determina i nostri stati d’animo.

La mente, come i metalli, può essere trasmutata da uno stato d’animo all’altro, da grado a grado, da polo a polo, da vibrazione a vibrazione. La mente può elevarsi al di sopra del piano ordinario di causa ed effetto, sollevandosi ad un piano superiore. Allora, si diviene causanti, dominando gli stati d’animo e il carattere, diventando motori, anziché pedine.

Obbedendo al principio di causalità dei piani superiori, dominando il proprio piano (emotivo e mentale), si realizza la liberazione delle cause esterne e inferiori. Quando sei portato a vibrare incompostamente, tu polarizzi la mente al grado che desideri. Per il principio di vibrazione, applicato ai fenomeni mentale ed emozionali, si ottiene un controllo delle proprie disposizioni d’animo e sugli stati mentali.

Puoi fugare, come ombre, timori e depressioni, distogliendo l’animo e la mente dallo stato vibratorio scomposto e violento, agganciandolo a uno stato più elevato e sereno. Puoi agire sulle menti e sui sentimenti altrui allo stesso modo, producendo positivi stati mentali e vibrazioni a volontà sul piano mentale come la scienza fa sul piano fisico.

A tutti è data la possibilità di passaggio dal piano più basso a quello più alto per sottrarsi alle condizioni dei piani inferiori. I piani e i mondi si corrispondono. Come in alto così in basso; ciò che è vero in alto, lo è pure in basso. Il piano fisico è riflesso dei più alti. Al di sopra di esso, nel piano dell’assoluto che è il piano dello Spirito, tutto è luce senza ombra.

Chi sa avvalersi delle capacità di usare una legge superiore per dominarne un’altra inferiore, potrà compiere questa Grande Opera. Anziché subire gli effetti nocivi di una condizione negativa, impara l’arte di neutralizzarla. Comincia a polarizzare la mente nel punto desiderato fermando l’oscillazione ritmica del pendolo che tenderebbe a portarla all’altro polo. Questa contro-azione va fatta dopo la scelta effettuata del punto da raggiungere, e va realizzata con volontà decisa.

Conoscendo il principio di vibrazione, puoi dominare gli stati inferiori cambiando le vibrazioni delle cose materiali e delle forme di energie. A questo fine, eleva la tua vibrazione sul piano dello Spirito, principio animatore di tutta la vita, polo estremo e sublime: in tal modo trascenderai la vibrazione grossolana della materia. Là, dopo esserti sottratto alle condizioni e ai dolori dei piani inferiori, nella purezza delle cose elevate, potrai gioire nelle sfere dove la vita è eterna.” (Amadeus Voldben, La Coppa d’Oro, Ed. Mediterranee)

lunedì 21 novembre 2016

Come funamboli…



“La mia casa mi dice: «Non lasciarmi,
perché è qui che dimora il tuo passato.»
E la strada mi dice: «Alzati e seguimi,
giacché io sono il tuo futuro.»
E io dico alla casa e alla strada:
«Non ho passato e non ho neppure futuro.
Se resto qui, vi è un andar nel mio restare fermo;
se vado, resto fermo anche andando.
Solo amore e morte trasmutano ogni cosa.»
(Kahlil Gibran)

Più sei attaccato al passato, o più hai investito nei risultati futuri, più ti sarà difficile accettare “ciò che è” e lavorare con questo. Quello che è accaduto in passato ti può influenzare nei confronti del presente. Può impedirti di aprirti pienamente al presente. Per esempio, se in passato sei stato ferito da qualcuno, potresti aver paura di entrare di nuovo in una relazione.

Alcune cose appartengono al futuro, non al presente. Per esempio, potresti avere in mente di sposarti in futuro. Ma se vedi la tua relazione attuale solo come un potenziale matrimonio, potresti non lasciarle l’opportunità di svilupparsi in modo naturale. La verità è che non sai bene cosa accadrà in futuro. Potresti avere una sensazione generale riguardo al futuro basata su quello che sta avvenendo nel presente.

Potresti sapere quale sarà il passo successivo, ma ora come ora non puoi saperne di più. Per essere nel presente hai bisogno di rimanere centrato in quello che sai, accantonando passato e futuro. Se continui a ritornare al passato, o cerchi di pianificare il futuro, ti troverai indietro o avanti rispetto a te stesso. Seminerai semi di conflitto dentro e fuori.

Quindi questa è un’azione equilibratrice. Devi camminare sulla fune tesa tra passato e futuro. Non puoi aspettarti di camminare senza inclinarti da un lato o dall’altro. Ma quando lo fai, devi controbilanciarti, in modo da poter ritornare al centro. Centrarsi significa essere presente, significa stare con ciò che si sa e lasciar perdere quello che non si sa.

Non sai che il passato ripeterà se stesso. Non sai che l’esperienza presente si estenderà nel futuro. Le cose potrebbero cambiare o rimanere uguali. Vecchie strutture potrebbero di dissolversi o riapparire; non sai nulla di queste cose. Sai solo come ti senti riguardo a ciò che sta avvenendo ora.

Se riesci a rimanere qui e ora, allora puoi essere onesto con te stesso e con gli altri riguardo la tua esperienza. Puoi dire su cosa puoi prenderti un impegno e su cosa no. In futuro le cose potrebbero cambiare, ma non puoi vivere adesso nella speranza che cambieranno. Devi essere dove sei, non dove vorresti essere. È un lavoro difficile.

Il passato ti dice: «Non aprirti. Fa troppa paura. Non ti ricordi cosa è successo quando…?» e il futuro dice: «Ci stai mettendo troppo. Perché non fai un bel salto e lo fai?». Il passato cerca di trattenerti e il futuro di spingerti, un dilemma interessante, non credi? La verità è che devi ascoltare le due voci e rassicurarle del fatto che le hai sentite. Poi puoi ritrovare l’equilibrio e ritornare al centro.

E solo dopo puoi trovare il ritmo giusto per te, qui e ora. È esattamente questo che deve fare un funambolo. Non può preoccuparsi di aver perso l’equilibrio in passato. Non può sognare di fare una prestazione perfetta in futuro. Deve concentrarsi su quello che succede adesso. Deve mettere un piede davanti all’altro, e ogni passo è un atto di equilibrio, ogni passo è un atto spirituale. (Paul Ferrini, Io sono la porta, Macro ed.)

sabato 19 novembre 2016

L’analisi obiettiva



“Una luna dà più luce di cinquemila stelle.”
(Paramhansa Yogananda)

“Sono molti i modi in cui aumentiamo la nostra inquietudine e la nostra sofferenza mentale. Benché, in genere, le afflizioni mentali ed emozionali si presentino in maniera naturale, spesso siamo noi stessi ad aggravarle molto. Quando, per esempio, nutriamo rabbia oppure odio per una persona, questo sentimento ha meno probabilità di diventare assai forte se non lo coltiviamo.

Se invece rimuginiamo sulle ingiustizie che riteniamo ci siano state fatte, se ci arrovelliamo sul trattamento in iniquo subìto e continuiamo a pensarci sempre di più, alimentiamo l’odio. E l’odio allora diventa molto intenso e potente. Certo, lo stesso discorso può valere nel caso dell’attaccamento ad una data persona: alimentiamo questo sentimento pensando a quanto quella persona sia bella e continuando a concentrarci su tale qualità, frutto della nostra proiezione mentale, e ci attacchiamo sempre di più.

Ma ciò dimostra come, attraverso i pensieri e la familiarizzazione costanti, noi stessi possiamo intensificare parecchio le nostre emozioni. Spesso, poi, accresciamo la pena e la sofferenza con l’ipersensibilità, reagendo troppo a fatti di lieve entità o prendendo tutto troppo in maniera personale. Tendiamo a esagerare l’importanza di piccole cose e a gonfiarle in misura eccessiva, mentre magari trascuriamo gli eventi davvero importanti, che hanno ripercussioni profonde sulla nostra vita e conseguenze ed effetti a lungo termine.

A mio avviso, dunque, il nostro grado di sofferenza dipende da come reagiamo a una determinata situazione. Poniamo di scoprire che qualcuno sparla di noi alle nostre spalle. Se reagiamo a questa spiacevole notizia, a questo fatto negativo con un senso di rabbia e risentimento, noi stessi distruggiamo la pace dello spirito e il dolore diventa una nostra creazione personale.

Se invece evitiamo di reagire in maniera negativa, se lasciamo che la calunnia ci passi accanto come un vento silenzioso che soffia dietro le orecchie, ci difendiamo dal risentimento e dall’angoscia. Dunque, anche se forse non riusciremo sempre a eludere le situazioni difficili, possiamo modificare il grado di sofferenza scegliendo una reazione piuttosto che un’altra…

Vi sono diversi modi di combattere questa sensazione. Ho già spiegato come sia importante riconoscere che la sofferenza è un fatto naturale della vita umana. E credo che sotto certi aspetti i tibetani siano più disposti ad accettare la realtà delle situazioni difficili, in quanto dicono: “Forse è per via del mio karma, di qualcosa che ho fatto in passato.”

Attribuiscono l’origine del problema ad azioni negative compiute in questa vita o nella vita precedente, sicché hanno un maggior grado di accettazione. A tal proposito è importante capire e sottolineare che a volte, fraintendendo la dottrina, si tende ad attribuire la responsabilità di tutto al karma e a esonerarsi dalla responsabilità o dalla necessità di prendere iniziative personali. È troppo facile dire:”Ciò è dovuto al mio karma passato negativo, per cui cosa posso farci? Sono inerme”.

È un modo del tutto errato di interpretare il karma; benché infatti le nostre esperienze siano la conseguenza delle azioni passate, ciò non significa che l’individuo non abbia scelta o non abbia la possibilità di modificare le cose, di produrre un cambiamento positivo. Questo vale in tutti i settori della vita. non si deve cedere alla passività ed evitare di prendere iniziative personali con la scusa che tutto è causato dal karma.

Se si capisce bene il concetto di karma, si capirà anche che karma significa “azione”. Il karma è un processo molto attivo e quando parliamo di karma o azione, parliamo dell’azione compiuta da un agente, in questo caso noi stessi, in passato. Perciò il tipo di futuro che ci attende dipenderà, in larga misura, da quanto noi stessi faremo nel presente. Il futuro sarà determinato dalle iniziative che prendiamo adesso.

Dobbiamo, dunque, considerare il karma non già una forza passiva e statica, bensì una forza attiva. Bisogna capire che il singolo agente svolge un ruolo importante nel determinare il corso del processo karmico. Chi crede all’idea di un Creatore, di Dio, può accettare più facilmente le prove della vita se la considera parte della creazione o del disegno divino.

I credenti possono pensare che, siccome Dio è onnipotente e molto misericordioso, anche in una situazione negativa vi sia un qualche significato, un elemento rilevante di cui loro magari non si rendono conto. A mio avviso, questa fede può sorreggerli e aiutarli nei periodi di sofferenza. Forse al non credente può giovare un approccio pratico, scientifico.

Penso che quasi tutti gli scienziati ritengano assai importante analizzare i problemi obiettivamente, studiarli senza troppo coinvolgimento emotivo. È l’approccio di chi, davanti alle situazioni difficili, dice: “Se c’è un modo di risolvere la questione la risolveremo, anche se dovessimo adire alle vie legali!”. Se invece si scopre che non c’è soluzione al problema, si può semplicemente lasciarlo perdere.

L’analisi obiettiva delle circostanze difficili o problematiche è assai importante, perché consente di verificare subito se, alla base, vi siano altri fattori in gioco. Quando per esempio riteniamo di essere stati trattati ingiustamente dal nostro capo sul luogo di lavoro, è utile appurare se nel quadro entrino altri elementi.

Forse egli è irritato per qualcos’altro, come un recente litigio con la moglie o cose del genere, e nel trattarci male non ha inteso punirci personalmente, indirizzare le sgarberie proprio verso di noi. Certo, bisogna lo stesso affrontare il problema, qualunque sia; ma se non altro con tale approccio si può evitare di aggiungere indebita ansia alla situazione.

In genere, se esaminiamo qualsiasi situazione con cura, sincerità e mancanza di pregiudizi, arriviamo a capire che anche noi siamo, in larga misura, responsabili del dispiegarsi degli eventi. Insomma, sovente abbiamo l’innata tendenza a dare la colpa di tutti i nostri mali agli altri, a fattori esterni. Inoltre siamo inclini a cercare un’unica causa e ad esentarci poi dalla responsabilità. Ogniqualvolta entrano in gioco emozioni intense, si riscontra uno squilibrio tra apparenza e realtà.”
(Dalai Lama, L’arte della felicità, Mondadori ed.)