giovedì 23 marzo 2017

Desiderio di cose leggere



Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle -


(Antonia Pozzi, 1° febbraio 1934)

domenica 12 marzo 2017

L’Eden



Non ti attaccare
Non respingere
Lascia i concetti
Vedi le cose per come sono
Lo spazio si apre

Tutto è in te
Tu sei in tutto
Non ti manca nulla
Non ti aggredisce nulla
Non vi è più nessun ostacolo
(Pierre Lévy)

“Non c’è niente da volere, niente da fare. Il mondo è già stato creato. Non dobbiamo fare altro che ricevere i doni innumerevoli che ci vengono dati ogni secondo: la vista, l’udito, la ricchezza dei sentimenti, la profondità e la luminosità degli esseri. Dio è ciò per cui ogni gioia viene al mondo.

Ogni volta che sorge la bellezza, allo stesso tempo Dio viene al mondo. Dio è molto facile da trovare. È nel più intimo della gioia di esistere, di respirare, di sentire. Quando meditiamo, smettiamo di agire. Smettiamo allo stesso modo di essere agiti dall’irritazione e dalla mancanza che osserviamo venire e dissolversi.

È sufficiente lasciare l’agitazione per rendersi conto che possiamo lasciare il mondo così com’è, che possiamo godere della semplice esistenza sempre presente, sempre disponibile. Lo shabbat ha lo stesso significato. Durante questa meditazione settimanale è vietato lavorare. È vietato creare. È il momento per godere di una creazione continuata che non ci richiede alcuno sforzo. È il momento per entrare nella danza cosmica.

Proprio come il Giardino dell’Eden, il Nirvana non può essere né prodotto, né costruito. Smettiamo semplicemente di desiderare, di agire, di manipolare, di fabbricare, di calcolare, per accontentarci di essere attential mondo, a noi, al nostro corpo, alle nostre emozioni, al libero gioco del nostro intelletto.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

giovedì 9 marzo 2017

L’imbecillità è una cosa seria



“Ogni epoca ha i suoi tromboni,
così come ha i suoi bugiardi, i suoi furfanti,
e ovviamente i suoi imbecilli.”
(Maurizio Ferraris)

L’assunto da cui parte il filosofo Maurizio Ferraris con “L’imbecillità è una cosa seria,” un pamphlet molto spiritoso e gradevole, è che l’essere umano è fondamentalmente un imbecille. La riflessione sull’imbecillità ha impegnato le menti migliori di tutti tempi. Il fatto è che sono sempre esistite legioni di imbecilli, perché il processo inizia con l’ominizzazione e continua durante l’evoluzione dell'uomo. 

E non è detto che nella lunga lista di imbecilli "storici" non ci sia finito anche il nostro nome. In effetti, anche chi prova a studiare o lavorare sul fenomeno può scivolare fatalmente nel gorgo dell’imbecillità. Ferraris nota che Ortega y Gasset diceva che l’uomo di buon senso è sempre tormentato dal sospetto di essere imbecille, mentre il vero imbecille è fiero di se stesso. E allora come possiamo avere la garanzia che non siamo finiti in questa lunga lista? 

E, se pensiamo di non esserci inclusi non siamo forse dei presuntuosi? E la presunzione non dimostra l’opposto esatto di quanto vorrebbe mostrare? In realtà non ci spaventa la follia, ma temiamo maggiormente l’imbecillità perché il matto si riesce a distinguere, mentre l’imbecille resta un problema. Anche i più grandi uomini sono stati degli imbecilli, osserva Ferraris, basti pensare a Napoleone Bonaparte che aiutò il suo stesso declino. Chi altri se non un imbecille partirebbe per la Russia giocandosi d'un colpo solo, la casa, l’impero e il patrimonio? 

Arrivati a questo punto è urgente fare una precisazione terminologica, per cui precisiamo che per "imbecillità" vogliamo significare l'equivalenza di significato con: cecità, indifferenza o ostilità ai valori cognitivi. Questa precisazione ci rende evidente che l’imbecillità è inversa e simmetrica al peccato originale in cui vi è un’eccessiva curiosità nei confronti dei valori cognitivi. Se accettiamo il collegamento, i conti tornano, in politica e in economia, nella vita sociale e anche nella filosofia della storia. 

Sì, proprio "filosofia della storia" che sembra una cosa strana e inutile, mentre invece essa ci offre strumenti indispensabili per comprendere i tempi in cui viviamo. E per molti uomini l’epoca presente dimostra che c'è un fragoroso fallimento delle ideologie che non sanno regolare i comportamenti collettivi. L’ampliamento di prospettiva offerto dalle nuove tecnologie semplifica l’accesso alla cultura: e questa è un’ottima notizia. Le cattiva notizia è che le tecnologie aumentano ancora di più la distanza tra “il dire e il fare” e che sfruttano la “virtualità del virtuale” per aumentare il livello di “coglioneria diffusa”. 

Ma cosa spinge un essere umano a fare uno studio così ambizioso e complesso, si chiede Ferraris? Senza dubbio sul lato malsano dell'autore non incide il desiderio di sputare fiele contro tutto il genere umano. Quello che spinge il benintensionato è una constatazione oggettiva, ossia che “non c’è grandezza umana che non sia travagliata dall’imbecillità” e questo pensiero può divenire una grande consolazione. Dobbiamo pensare che “l’imbecillità dell’uomo di genio è una tappa evolutiva di un cammino che ha avuto inizio nell’infanzia.” 

Nietzsche dice che l’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo. E vuole significare che l’uomo è posto a metà strada tra l'imbecille e il semidio. In definitiva dice che l’uomo non è,  né carne, né pesce. Anche Vico vede - nel passato -  un grande branco di scimmioni che si uccidono, per cui sembra che il guado che va superato è molto ampio, e forse è più largo di quanto crediamo. Se la questione è vista in questo modo, è chiaro che la filosofia della storia diventa un’epopea dell’imbecillità. 

Esiste una legge implacabile, nota Ferraris, secondo la quale quanto più la “scimmia è nuda” e tanto più pretende di essere costruttrice del mondo, perché crede di essere creatrice e originale. La logica che guida lo scimmione vichiano è questa: “Visto che non sono creativo, ho pensato di scrivere un decalogo, come il Creatore.” Tra gli uomini dell'antichità essere creduti imbecilli non era un problema e non costituiva un insulto, mentre la stessa cosa è ritenuta una colpa per l’uomo moderno. Fa eccezione il caso di chi “ci fa” ma "non lo è."  

Dobbiamo pensare che la modernità ci sta rincretinendo? Non sembra affatto vero, anche se - solo per il fatto di averlo pensato - dimostriamo una forte imbecillità. A questo punto qualcuno si aspetterebbe una filippica contro il digitale, perché al digitale viene attribuito tutto il male del mondo ovvero: egoismo, liberismo, anarchismo, nichilismo, coazione, oscenità e calo del desiderio. Forse è vero che viviamo “in un tempo di morti viventi,” ma siamo sicuri che questo dipenda dal digitale? 

Da quanto ci risulta, la tecnica non aliena, né istupidisce, ma - piuttosto - aumenta la possibilità di farci conoscere per ciò che siamo veramente. Tanta più tecnica viene usata e tanto maggiore sarà l’imbecillità percepita. Ferraris dice che non siamo più imbecilli dei nostri antenati, anzi forse siamo diventati molto più intelligenti. E allora cosa possiamo fare per aiutare l’umanità a migliorare e per fare in modo che non restiamo tutti schiacciati dall’imbecillità collettiva? 

Ferraris, in seguito a questa bella intenzione e dopo un’approfondita analisi dell’imbecillità di massa, si mette ad analizzare l’imbecillità di élite, infine ipotizza la dialettica dell’imbecillismo, perché il fenomeno è complesso e multiforme. Non dobbiamo mai dimenticare che la condizione umana di base è che: “imbecille è l’uomo allo stato di natura, “in-baculum” e implume. E questa appunto, è la nativa imbecillità umana, il bestione vichiano, il perfetto imbecille, l’imbecille fatto e finito,” nota Ferraris. 

Vista così la questione, è evidente che l’uomo ha bisogno di ricevere degli ausili tecnici, e questo vuol dire che l'uomo ha bisogno di ricevere un aiuto. Ma, di contro,  è certo che l’imbecillità insidia l’umanità proprio nel preciso momento in cui l’uomo sembra potersi elevare dal suo stato di natura, e sembra migliorare il suo stato. Allora qual è la soluzione migliore? Maurizio Ferraris, con "L’imbecillità è una cosa seria" offre l’opera adatta per trovare una soluzione al dilemma.

Buona lettura
Sharatan


sabato 4 marzo 2017

Il contraddittorio sul sublime insegnamento



Qualunque monaco errante può fermarsi in un tempio Zen a patto che sostenga e vinca una discussione sul buddhismo con coloro che vivono in quel luogo. Se viene sconfitto, deve continuare nel suo cammino. In un tempio, nella parte settentrionale del Giappone, vivevano due confratelli. Il più anziano era erudito, ma il più giovane era stupido e aveva un solo occhio.

Un monaco errante arrivò e chiese alloggio sfidandoli, come è consuetudine, a un contraddittorio sul sublime insegnamento. Il confratello più anziano, sentendosi stanco per il troppo studio, quel giorno disse al più giovane di prendere il suo posto: «Vai tu e chiedigli il dialogo silenzioso» si cautelò prudentemente. Così, il giovane monaco e lo straniero andarono a sedersi nel santuario.

Non passò molto tempo che il viaggiatore si alzò e andò dal monaco anziano dicendo: «Il tuo giovane confratello è un individuo straordinario. Mi ha sconfitto.» L’altro disse: «Riferiscimi il dialogo.» Il viaggiatore spiegò: «Ebbene, innanzitutto io ho alzato un dito che rappresentava Buddha, l’Illuminato. Allora lui ha alzato due dita, per indicare Buddha e il suo insegnamento.

Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci che vivono la vita armoniosa. Allora lui ha agitato il pugno davanti al viso, a indicare che tutti e tre vengono da una sola realizzazione. Così lui mi ha vinto e io non ho il diritto di rimanere qui.» Detto questo, il viaggiatore se ne andò e continuò la sua strada.

«Dov’è andato quel tale?» Chiese il più giovane arrivando di corsa dal fratello più anziano, che disse: «Ho saputo che hai vinto il dibattito.» Il fratello più giovane precisò: «Non l’ho vinto affatto. Vorrei tanto dargli una bella bastonata.» Il fratello più anziano gli suggerì: «Dimmi l’argomento della vostra discussione.»

Il più giovane raccontò: «Beh, non appena mi ha visto, ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un solo occhio. Poiché era uno straniero, ho pensato di dover essere gentile con lui, così ho alzato due dita congratulandomi con lui per il fatto che avesse due occhi.

Allora quel miserabile maleducato ha alzato tre dita, suggerendo che tra tutti e due abbiamo soltanto tre occhi. Arrivati a questo punto ho perso la testa e ho minacciato di dargli un pugno, ma lui si è alzato ed è scappato via, e così è finita la discussione!» (101 storie zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Ed. Il punto d’Incontro)

martedì 28 febbraio 2017

Reincarnazioni



“Un santone aveva un appuntamento con Dio. Lungo la strada incontrò un altro mistico che stava meditando con la massima serietà. Il santone allora, interrompendo i mantra dell’altro, gli fece questa proposta: «Sto andando dalla Divinità. Vuoi che le parli di te? Hai qualcosa da domandarle?»

Il mistico disse: «Domandale quante volte ancora dovrò reincarnarmi prima di raggiungere la liberazione. Ho già vissuto tre vite.» Più avanti, il santone incontrò un secondo mistico, uno yogi che danzava nell’estasi. Anche a lui fece la medesima proposta. Lo yogi, assorto nella danza, lo ignorò.

Il santone, ripensando all’incontro precedente, gli disse che poteva domandare alla Divinità quante reincarnazioni avrebbe ancora dovuto vivere. Lo yogi, inebriato dalla danza, girò su se stesso sorridendo. Al suo ritorno, qualche ora più tardi, il santone incontrò di nuovo lo yogi danzante. Gli disse: «La Divinità mi ha parlato. Ti restano da vivere tante vite quante foglie ci sono sull’albero accanto a te.»

«Che meraviglia! - disse lo yogi danzante - Solo? Se penso a tutti gli alberi che ci sono nel bosco e a tutti i boschi che ci sono nel mondo, le foglie devono essere milioni di milioni! Che fortuna la mia!» Poi il santone incontrò il primo mistico. Questi, ansioso, gli si avvicinò e il santone gli disse: «La Divinità mi ha detto che ti restano altre tre vite prima di raggiungere la liberazione.»

A qualcuno tre incarnazioni sembrano insopportabili, a un altro molte migliaia paiono poca cosa, paragonate alll’infinito. Il primo vive con dolore, il secondo nell’estasi. Come i mistici di questa storia, vi sono persone che vivono nell’angoscia e altre che vivono nella gioia. Le prime non conoscono la prosperità. La loro vita è solo sofferenza.

Tutto dipende da come si guarda la realtà, se in modo positivo o negativo. Una volta che si è preso coscienza di questo, si tratta solo di scegliere. Invece di vivere certi fatti della nostra vita come drammi, potremmo vederli in modo assolutamente positivo.” (Alejandro Jodorowsky, La risposta è la domanda, Oscar Mondadori)

sabato 25 febbraio 2017

Illusioni



“Quando il sé si aggrappa all’altro,
è come gettare fango nell’acqua.
Se il sé è mosso dall’altro,
è come se si versasse olio sul fuoco.”
(Han Shan)

“Quando ci si aggrappa a qualcosa, la vita è distrutta; quando ci si afferra a qualcosa, si smette di vivere. È scritto in tutte le pagine del Vangelo. E questo si consegue con la comprensione. Cercate di capire. E capite anche un’altra illusione: la felicità non corrisponde all’emozione, all’eccitazione. Credere che un’emozione derivi dalla realizzazione di un desiderio è un’altra illusione.

Il desiderio è portatore di ansia e prima o poi i postumi della sbornia saltano fuori. Quando si è sofferto a sufficienza, allora si è pronti a capirlo. Vi nutrite di emozioni: è come nutrire di prelibatezze un cavallo da corsa, dandogli torte e vino. Un cavallo da corsa non si nutre così. Quello che serve è cibo buono, solido, nutriente, e anche da bere. Bisogna che lo comprendiate da soli.

Un’altra illusione è che qualcun altro possa fare tutto questo al vostro posto, che qualche sapiente, qualche guru o insegnante possa farlo in vece vostra. Nemmeno il più grande guru del mondo può fare un passo al vostro posto. Dovete farlo voi. Siete voi che dovete agire. Nessun altro può aiutarvi. Siete voi a dover digerire il cibo che consumate, siete voi a dover capire. Nessun altro può capire in vece vostra. Siete voi a dover cercare. Nessuno può cercare in vece vostra. E se quel che cercate è la verità, allora dovete farlo voi. Non potete appoggiarvi a nessuno.

C’è un’ulteriore illusione, e cioè il fatto che sia importante essere rispettabili, essere amati e apprezzati, essere importanti. Molti dicono che abbiamo un’esigenza naturale di essere amati e apprezzati, di appartenere a qualcuno. È falso. Lasciate cadere questa illusione e sarete felici. Abbiamo un’esigenza naturale di libertà, un’esigenza naturale di amare, ma non di essere amati.

È un problema molto comune: «Nessuno mi ama: come posso, dunque, essere felice?» E io spiego a questa persona: «Vuoi forse dire che non ci sono mai dei momenti in cui dimentichi di non essere amata, ti lasci andar e ti senti felice?» Certo che ci sono. Una donna che è intenta a guardare un film. Si tratta di una commedia, e la donna ride a crepapelle, e in quell’attimo benedetto ha dimenticato di ricordare a se stessa che nessuno l’ama, che nessuno l’ama, nessuno l’ama, nessuno l’ama, nessuno l’ama…

Lo stesso vale per tutti voi: finché qualcuno non vi ha detto che non sarete stati felici senza essere amati, desiderati o attraenti per qualcuno. Attraverso il contatto con la realtà si diventa felici. Ecco cosa porta la felicità: un contatto con la realtà, istante per istante. È qui che troverete Dio; è qui che troverete la felicità. Ma la maggior parte della gente non è pronta per sentirsi dire queste cose.

Un’altra illusione è che gli eventi esterni abbiano il potere di farvi del male, che le persone abbiano il potere di farvi del male. Non è così. Siete voi che date loro il potere di farlo. Un’altra illusione: voi siete tutte quelle etichette che la gente vi ha appioppato, o che viete appioppati da soli. Non lo siete, non lo siete! Dunque non dovete abbarbicarvi a esse.

Il giorno in cui qualcuno mi dicesse che sono un genio e che io lo prendessi sul serio, mi troverei in un bel guaio. Capite perché? Perché da quel momento in poi inizierei a essere teso. Dovrei mantenermi all’altezza della situazione, rispondere alle aspettative. Capite? Dunque, l’unica cosa che dovete fare è mandare in pezzi l’etichetta!

Mandatela in pezzi e sarete liberi. Non identificatevi con quelle etichette. Quelle  etichette rappresentano ciò che pensa qualcun altro, ciò che quella persona ha visto in voi in un dato momento. Siete davvero dei geni? Siete degli svitati? Siete dei mistici? Siete dei pazzi? Che cosa importa, in realtà? L’importante è continuare a essere consapevoli, vivere la vita istante per istante.

Com’è meravigliosamente descritto da quelle parole del Vangelo: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai… Osservate i gigli del campo… non lavorano e non filano.» Queste sono veramente parole mistiche, le parole di una persona che si è destata. E, dunque, perché siete così ansiosi? Siete forse in grado di aggiungere, nonostante tutta la vostra ansia, un singolo istante alla vostra vita?

Perché preoccuparsi per domani? Entrate nel presente. Vivete nel presente. È una cosa che vedrete accadere quando vi sveglierete. Vi ritroverete a vivere nel presente, assaporando ogni momento nell’attimo in cui lo vivete. Un altro buon segno è quando sentite la sinfonia una nota dopo l’altra, senza volerla fermare.” (Anthony De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, Piemme Ed.)

giovedì 23 febbraio 2017

Civiltà



“La cortesia è per l’uomo
ciò che il calore è per la cera.”
(Arthur Schopenhauer)

Nonostante le apparenze, il mondo occidentale non sta attraversando una nuova era di immoralità. Soffre piuttosto di un fenomeno diverso: una perdita di civiltà, una mancanza di buone maniere. Quello che spesso viene considerato un collasso morale in realtà non è nulla del genere. In termini “morali”, le società occidentali sono per molti aspetti migliori oggi, nel 21° secolo, di quanto non lo fossero un secolo fa.

Basti pensare (solo per fare un esempio) allo spietato sfruttamento della manodopera, all’esercito di prostitute bambine e alla violenza dei delinquenti da strada della Londra vittoriana. Ciò che è davvero accaduto, invece, è un decadimento di tutto quanto mantiene funzionante la macchina sociale; in particolare abbiamo assistito al crollo di quella tolleranza e di quel rispetto reciproco che consente ai singoli individui di vivere la propria vita in pace, in una società pluralista e complessa.

La civiltà è questione di costumi, etichetta, buona educazione e rituali informali: tutti elementi che facilitano le nostre interazioni offrendoci il modo di trattarci con rispetto e considerazione reciproci. Essa crea uno spazio sociale e psicologico nel quale gli individui possono vivere la propria vita e compiere le proprie scelte. I giovani che sputano per terra e bestemmiano sugli autobus non rappresentano che un sintomo superficiale di inciviltà. 

Ben più gravi sono fenomeni quali la violazione della privacy da parte della stampa scandalistica con l’invasione di aree private che non rivestono interesse pubblico (come la rivelazione sulla vita sessuale dei politici). La nostra epoca è, in effetti, moralistica: lo è anzi in modo nauseante, il che rappresenta una componente importante del problema, in quanto il moralismo è intolleranza e l’intolleranza è uno dei peggiori atti di scortesia.in un certo senso, chiedere cortesia è chiedere molto poco.

Emerson osservava: “Dobbiamo a un essere umano la stessa cortesia che riserviamo a un quadro, al quale offriamo volentieri il vantaggio di una buona illuminazione”. La perdita di civiltà implica che il senso sociale sia stato rimpiazzato da un atteggiamento difensivo: ecco allora gruppi intenti ad alzare barricate intorno a concetti di “identità” nazionale, etnica e religiosa, gruppi che si proteggono erigendo barriere nei confronti degli altri.

Scriveva Goethe: “C’è una cortesia del cuore; essa è apparentata con l’amore. Da essa scaturisce la cortesia più naturale della condotta esterna.” Queste parole delineano un ideale. Ignorano il fatto che la civiltà può essere una maschera: essa è sempre stata aperta all’abuso e, se anche reimparassimo i nostri costumi, continuerebbe a esserlo. Questo però non cambia il concetto essenziale, e cioè che la civiltà promuove una società che si comporta bene verso se stessa, i cui membri rispettano il valore intrinseco dell’individuo e dei diritti altrui. 

In genere le persone maleducate sono tali in primo luogo perché hanno una stima errata del proprio valore e, in secondo luogo, perché ritengono che il cameriere di un ristorante (probabilmente uno studente di medicina che guadagna qualche soldo per mantenersi) o l’autista di autobus (che magari nel tempo libero sta ascrivendo il romanzo destinato a vincere la prossima edizione di un premio letterario) debbano essere valutati in base alla loro occupazione - o più precisamente, in base al loro reddito che presumiamo molto modesto - e non, invece, per la loro umanità.

È qui che comincia l’insolenza: se si riduce una persona a un’etichetta o una somma di denaro, essa non sarà più fine a se stessa, ma diventerà uno strumento. D’altra parte, come sosteneva Kant, trattare chiunque alla stregua di uno strumento non è solo la scortesia suprema, ma anche il supremo errore. Nella condizione umana, il conflitto è endemico, e tuttavia vale sempre la pena di fare appello alla civiltà almeno quale strumento per gestirlo.

Anche ammettendo, e non si dovrebbe, la concezione relativistica (e cioè che certi valori si escludano reciprocamente) e anche se non avremo mai una risposta chiara su come risolvere certi dilemmi, ciò nondimeno possiamo affermare che proprio nella civiltà riposano le nostre migliori speranze di trovare e mantenere il delicato equilibrio - delicato e continuamente rinegoziabile - dal quale dipende l’esistenza stessa della società umana. (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)

lunedì 20 febbraio 2017

Lettera dalla Kirghisia



“In Kirghisia la notte è un incanto
e appartiene a tutti.”
(Silvano Agosti)

“Miei carissimi amici,
molti di voi sono sempre più increduli sull’esistenza di questa società che, con il massimo entusiasmo, sia pure in modo frammentario, vado descrivendo nelle mie lettere. Vi prego, in nome della nostra amicizia, di non cadere nell’inganno, definendo la Kirghisia un’utopia. Riflettete solo sul fatto che gran parte di ciò che vi circonda e appartiene alla vostra vita, un tempo neppure tanto lontano veniva considerato un’utopia.

Quando Leonardo da Vinci progettava le sue macchine volanti così simili agli elicotteri di oggi, o si ipotizzavano le prime ferrovie o persino quando si incominciò a parlare della pittura in movimento proiettata su grandi teli bianchi (il cinema); sempre si frenava ogni entusiasmo affermando che era impossibile, che si trattava di Utopie.

Del resto nel 1800 i grandi utopisti francesi teorizzavano, tra lo scherno dei contemporanei, un pranzo caldo al giorno per ogni cittadino. Certamente sareste anche più increduli se vi dicessi che, per incontrare il Primo Ministro qui in Kirghisia, è bastata una semplice telefonata e dopo meno di venti minuti parlavo con lui.

Dunque non è stato difficile farmi ricevere dal Primo Ministro del Governo in carica, anzi, come segno di cortesia verso uno straniero, sono stato invitato a pranzo con lui dal Primo Ministro del Governo per il Miglioramento della Qualità della Vita.

Del resto anche Indira Gandhi fece lo stesso e con analoga spontaneità. Ricordo che durante l’intervista filmata le dissi: «Ho una domanda delicata da farle.» E lei: «Prego.» «Molti dicono che qualcuno ti ucciderà.» Indira, annunciandola risposta con un sorriso indimenticabile ha sussurrato: «Che c’è di delicato nel fatto che mi uccideranno?» Dopo qualche tempo, qualcuno le ha sparato.

Qui in Kirghisia invece, le probabilità che qualcuno spari al Primo Ministro sono nulle. Non solo perché le armi sono state seppellite con riti analoghi alla sepoltura dei defunti, ma perché nessuno ha una qualsiasi ragione per uccidere un proprio simile.

«Invece di continuare a seppellire i morti per arma da fuoco come si fa ogni giorno in altri Paesi, noi abbiamo seppellito le armi. Esistono ormai veri e propri cimiteri dove abbiamo accatastato armi e veicoli da guerra, monumenti di un’epoca che speriamo non torni più.

Qui essere Primo Ministro è una professione volontaria. Ognuno può iscriversi alle liste del volontariato politico. Ogni tre anni si forma un nuovo governo, mentre quelli che hanno gestito il Paese entrano a far parte del nostro secondo governo, che si occupa di migliorare le condizioni di vita e perfezionare l’organizzazione dello stato.»

Sono affascinanti questi cimiteri delle armi, dove strumenti micidiali di morte semisepolti. Sembrano sprofondati nella terra. Abbiamo visitato, su mia richiesta, uno di questi cosiddetti cimiteri delle armi. Si tratta di grandi spazi, nei quali ogni genere di arma è semi sepolto e stupendamente ricoperta di ruggire, come scriveva un antico poeta kighiso:

“Vestite di ruggine le armi
e i vostri aratri
di riflessi lucenti.”

Sotto vetro vicino ad ogni arma un piccolo cartello informa: “Questo mitragliatore ha ucciso 850 esseri umani.” “Questo carro armato ha abbattuto 2.300 abitazioni civili.” “Questo tipo di bomba era in grado di uccidere 300.000 persone in pochi secondi.”

In alcune nicchie ci sono perfino alcune fotografie dei responsabili con titolo a eterno biasimo: “Costui ha inventato le mine antiuomo, responsabili della morte e della mutilazione di milioni di esseri umani.”

«Ma se una potenza straniera invade il vostro Paese?» Domando con acume tutto occidentale. «Grecia capta, coepit victores. La Grecia catturata, catturò i suoi vincitori. Come? Con la cultura. Qualsiasi popolo venendo a contatto con noi, si convincerebbe di quanto è semplice vivere in uno stato di perenne serenità. Li aspettiamo.» Il Primo Ministro è un ometto sulla cinquantina, vestito sobriamente, con un ciuffo di capelli bianchi che gli schiarisce la fronte.

«Sono il Primo Ministro solo da un anno e anch’io, come tutti in Kirghisia, lavoro tre ore al giorno.» «Com’è possibile che uno Stato funzioni quasi da solo?» «Il nostro principio motore è l’autogestione, a tutti i livelli,. Ogni abitante è in pratica Autore del proprio destino. Tutti hanno familiarità con tutti. Prima i ricchi vivevano isolati nelle loro ville.

Erano prigionieri del loro benessere e, direttamente o indirettamente, determinavano una società non serena, forse per rendere tollerabile il loro isolamento. Anche dopo le nostre riforme, hanno tentato di proseguire nella condizione di ricchi, isolandosi dagli altri, poi anche loro hanno dovuto aprire le porte e gli animi per partecipare al grande gioco della vita.

I loro parchi e i loro giardini si sono aperti a tutti e finalmente le voci dei bambini riempiono quella che un tempo era solo una dorata solitudine.» Mi accompagnava lui stesso dall’altro Primo Ministro e suo collega, il Capo del Governo per il Miglioramento, dal quale siamo invitati a pranzo.

Camminiamo a piedi in queste strade ampie, soleggiate e bonificate, perché libere dal traffico. La gente affacciata alle finestre saluta il Primo Ministro. Si direbbe che tutti lo conoscano, ma che anche lui conosca tutti. Mi vergogno al solo pensiero di chiedergli se non ha paura di andarsene in giro senza guardia del corpo o senza la macchina blindata.

Intervisterò anche il Capo del Governo per il Miglioramento. Chi amministra, raramente la la possibilità di migliorare le strutture operative, mentre un governo che si occupa solo di osservare il funzionamento delle istituzioni, può migliorarle sempre più. Il Primo Ministro del Governo per il Miglioramento è una donna.

Ci riceve mentre sta annaffiando il giardino. Posa con grazia la canna dell’acqua, poi sorridendo: «Volete accomodarvi? Il pranzo è pronto, ho cucinati io stessa.» Ci fa strada fino a una deliziosa piccola veranda, dove sediamo a una tavola accuratamente preparata. Al centro un ampio vassoio con gli antipasti tipici della Kirghisia.

Polpa di granchio su tartine imburrate al mais. Segue un delizioso fritto di pesce con insalate appena colte. Durante il pranzo l’attenzione dei due ministri è concentrata sulle mie domande. «Dunque volete che spieghi la funzione specifica del Governo per il Miglioramento del Paese?

Il Governo per il Miglioramento ha il compito di individuare e proporre soluzioni migliorative in ogni settore della vita pubblica. Proprio oggi ho esaminato un progetto particolare che forse riusciremo a realizzare. Si tratta di una cappa termica che interessa un centinaio di chilometri quadrati, capace di mantenere la temperatura della capitale al livello costante di 25 gradi.

In pratica queste nuove tecnologie consentirebbero di determinare una primavera permanente, permettendo ai nostri cittadini di vivere, se lo desiderano, sempre all’aria aperta, giorno e notte.» «E le stagioni e i cicli naturali del tempo?» Chiedo stupito. «Le stagioni le andremo a vedere ai confini della città. Ma ci vorrà ancora qualche decina di anni, il progetto va prima sottoposto a tutti i cittadini.

Senza l’unanimità da noi nessuna proposta viene attuata. Abbiamo calcolato col Ministro per il Miglioramento delle Finanze, che questo nuovo modo di vivere abbasserebbe il costo pro capite di ogni cittadino, consentendo di diminuire l’orario di lavoro a un’ora al giorno o, a scelta, a un giorno la settimana naturalmente sempre a pieno stipendio.»

Questa mia nuova giornata in Kirghisia termina con una visita all’ospedale, completamente autogestito dai malati. I meno gravi o i convalescenti si occupano di cucinare o di riordinare le stanze. I medici non hanno camici, ma sono vestiti della loro competenza.

Torna alla mente Franco Basaglia che, dopo aver vinto la sua battaglia per mettere fuorilegge i manicomi e dopo aver liberato decine di migliaia di malati dai letti di contenzione e dagli elettroshock, diceva ai giovani medici: «Non indossate il camice, la gente deve riconoscere chi è il medico dal comportamento e non dalla divisa.» Franco Basaglia cittadino onorario di Kirghisia. Amici cari, per ora vi saluto e vi abbraccio.” (Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, Edizioni L’Immagine)