giovedì 20 aprile 2017

Il compito del male



“Se stai meditando e arriva un diavolo,
fai andare quel diavolo a meditare.”
(Giorge I. Gurdjieff)

Nel Libro di Giobbe è citata una conversazione fra Dio e Satana. Sta scritto: “Ora, i figli di Dio vennero un giorno a presentarsi davanti all’Eterno, e Satana venne pure in mezzo ad essi. L’Eterno disse a Satana: «Da dove vieni?» e Satana rispose all’Eterno: «Dal percorrere la terra e dal passeggiarvi.» L’Eterno disse a Satana: «Hai osservato il mio servitore Giobbe? Non c’è persona come lui sulla terra; è un uomo integro e retto, timorato di Dio e che sta lontano dal male.»

E Satana rispose all’Eterno: «È in modo disinteressato che Giobbe ha timore di Dio? Non hai protetto lui, la sua casa e tutto quello che gli appartiene? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e le sue greggi si estendono in tutto il paese. Ma stendi la mano, prendi tutto ciò che gli appartiene e sono sicuro che ti maledice in faccia.» L’Eterno disse a Satana: «Ecco, tutto ciò che gli appartiene te lo consegno. Soltanto, non mettere la mano su di lui.»

Questo dialogo prova che il diavolo è al servizio del Signore. La questione del bene e del male è estremamente complessa e ben poche persone conoscono i rapporti che esistono fra loro. Tutti quelli che scendono fra gli uomini per metterli alla prova, per tentarli, farli soffrire sono soltanto degli impiegati, dei funzionari messi là per dare delle lezioni agli uomini, per farli evolvere…

In realtà, il mondo invisibile sa perfettamente tutto quanto ci concerne: la nostra potenza, la nostra resistenza, la nostra saggezza, poiché esso conosce le qualità della materia con la quale siamo costruiti, esattamente come i fisici conoscono le proprietà dei metalli: il peso, la densità, la temperatura di fusione, etc… Alcuni metalli possono resistere ad una temperatura elevata, altri no.

La stessa cosa si verifica per gli uomini. Noi siamo tutti fatti di una materia speciale e il mondo invisibile sa benissimo se potremo resistere alle varie tentazioni della vita. non ha bisogno di metterci alla prova per saperlo. Ma siamo noi ad avere bisogno di conoscere la nostra potenza, la nostra fedeltà, la nostra bontà oppure la nostra debolezza, la nostra cattiveria. Se veniamo messi alla prova , è per noi stessi.

Nell’evoluzione ininterrotta che deve guidarci fino alla vetta, dobbiamo attraversare delle prove allo scopo di poter sviluppare tutte le nostre qualità interiori. Siamo noi e non il mondo invisibile, che abbiamo bisogno di prendere coscienza di queste qualità. Come deve subire certi processi di crescita e passare per certe tappe della vita fisica, così pure, qualunque sia il grado di evoluzione, ogni essere che scende sulla terra deve attraversare varie prove per purificarsi spiritualmente.

La sola differenza fra gli uomini sta nel fatto che ognuno attraversa queste prove in base al proprio grado di evoluzione. Qualcuno sa approfittarne, altri no. Qualcuno ricava un beneficio da tutto, acquista ricchezze, mentre altri soccombono e non si trasformano. Gesù ha dovuto attraversare le stesse prove degli altri uomini; egli non aveva bisogno di imparare, ma aveva bisogno di subirle…

La natura delle tentazioni che Gesù ha dovuto subire e le risposte che ogni volta egli ha dato al diavolo sono molto significative. Perciò noi dobbiamo prestare una grande attenzione a questo testo, per saper adottare lo stesso atteggiamento…

“Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, Gesù ebbe fame. Il tentatore gli si accostò e gli disse: «Se tu sei figlio di Dio ordina che questi sassi diventino pane.» Gesù rispose: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» Gesù era dunque andato nel deserto per digiunare quaranta giorni. Perché digiunava?

Gesù ha quindi digiunato quaranta giorni. Dal punto di vista cabalistico, il quarantesimo giorno rappresenta il termine di numerosi processi. Il numero 40 rappresenta una misura, un limite e talvolta anche la morte. Dopo 40 giorni, il bruco termina la sua vita di bruco che mangia le foglie, per vivere la vita di farfalla che si nutre del nettare dei fiori.

Il quarantesimo giorno muoiono tutte le entità cattive in noi; esse non possono sopportare le condizioni imposte dal digiuno. Una sola sussiste fino al limite ed è l’orgoglio, lo spirito dell’orgoglio che ha provocato la rivolta di una parte degli angeli contro Dio. Lo spirito dell’orgoglio è infaticabile.

Esso segue i discepoli, gli iniziati, i santi, i maestri fino all’ultimo grado dell’evoluzione. È possibile liberarsi abbastanza facilmente di tutti gli altri vizi, ma l’orgoglio è molto resistente. È come il lichene che si aggrappa anche alla cima delle alte montagne… Se torniamo dettagliatamente alle tre tentazioni vediamo che il diavolo ha chiesto a Gesù:

1) di cambiare i sassi in pane
2) di buttarsi dall’alto del tempio con la convinzione che il Signore gli manderebbe gli angeli per proteggerlo. Ma qui il tempio è simbolico. Il diavolo non ha trasportato Gesù fisicamente su un pinnacolo del tempio
3) di prosternarsi davanti a lui e adorarlo per ottenere in cambio tutti i regni del mondo e la loro gloria, che gli indicava dall’alto della montagna. Anche in questo caso la montagna è simbolica.

Queste tentazioni non sono state presentate soltanto a Gesù. Tutti i maestri e i discepoli le incontrano sulla loro via. Quanti vengono tentati di vendere le loro conoscenze o servirsi dei poteri che hanno acquisito, per assicurarsi il cibo! Altri si sentono così sicuri di se stessi che vogliono tentare Dio: immaginano che, qualunque cosa essi facciano, il mondo invisibile li proteggerà e non esitano a buttarsi da molto in alto con la convinzione che saranno protetti. Ma è un errore, perché il mondo invisibile non protegge gli insensati.

La terza tentazione corrisponde a un’altra tappa. Dopo un certo tempo, il discepolo, l’occultista acquisiscono parecchie cognizioni cioè simbolicamente raggiungono la vetta della montagna. Da lassù vedono il mondo che si sentono capaci di dominare, per impadronirsi della gloria e delle ricchezze. Queste tre prove che tutti affrontiamo sono legate rispettivamente allo stomaco, al cuore e alla testa cioè al piano fisico, al piano astrale e al piano mentale.   (Omraam Mikhaël Aïvanhov)

martedì 18 aprile 2017

Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo



“La conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico
all’essere un oggetto commerciale."
(Zygmunt Bauman)

Il 17 aprile 2015, nell’Università del Salento (Lecce), Zygmunt Bauman ha tenuto la Lectio Magistralis intitolata: “Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo” che condivido nella traduzione italiana curata dalla professoressa Francesca Bianchi.

“Magnifico Rettore, Docenti, Studenti, Signore e Signori, Amici, sono veramente toccato dall’attenzione che avete voluto dare al mio lavoro e vi sono estremamente grato per questo pensiero. Credo che questa onorificenza non abbia nulla di personale, non sia stata data a Zygmunt Bauman; infatti, l’unica cosa di rilievo che io come persona abbia fatto è a mio parere quella di avere vissuto a lungo e di avere visto più luoghi di qualsiasi altra persona, avere visto più cose e sentito più opinioni.

Ritengo piuttosto che si tratti di un riconoscimento all’importanza, alla gravità e all’urgenza di alcune delle questioni a cui ho dedicato nel tempo la mia attenzione e con le quali ci scontriamo tutti oggigiorno. Come ha detto il Rettore Vincenzo Zara nella sua introduzione “viviamo, lavoriamo in un luogo di cui conosciamo le contraddizioni e le difficoltà”. Vorrei dirlo con le parole di Hannah Arendt, grande filosofa del 20° secolo, “viviamo in tempi bui”.

Ovviamente non sto dicendo che siamo ciechi: vediamo benissimo ciò che ci sta intorno, ma piuttosto che, come accade al buio, riusciamo a vedere solo ciò che sta immediatamente vicino a noi, ma non oltre. Inoltre, come disse Ludwig Wittgenstein, altro grandissimo filosofo del 20° secolo, "comprendere significa sapere come andare avanti". E questo è proprio ciò che a noi manca: la capacità di comprendere.

Abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo e cosa sta per accadere rispetto ai nostri antenati che godevano invece di una salutare ignoranza relativa. La situazione è paradossale: abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni, almeno in teoria; se consideriamo per esempio il numero di risposte a un singolo quesito che possiamo trovare in Google, la quantitàà di informazioni è praticamente infinita, se paragonata alle capacità del cervello umano.

Giusto un paio di esempi: una singola edizione domenicale del New York Times contiene una quantità di informazioni superiore a quella che i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano acquisito durante l’intera vita. Come secondo esempio vi dico che secondo alcuni esperti, ogni giorno vengono prodotti 2 miliardi di miliardi di byte di informazioni, ovvero un milione di informazioni in più di quanto il cervello umano sia in grado di assorbire in tutta la vita.

Di conseguenza, questa enorme quantità di informazioni è paradossalmente un ostacolo per la nostra capacità di comprendere le cose. Se da un lato la quantità di informazioni aumenta, dall’altra diminuiscono le nostre conoscenze. La mia generazione sognava un mondo con più informazioni e di conseguenza maggiore conoscenza, ma allo stato attuale abbiamo ottenuto l’opposto: maggiore quantità di informazioni non significa migliore capacità di comprensione della realtà e consapevolezza di come continuare. Questa è una delle ragioni per cui siamo confusi e ci sentiamo come se ci muovessimo nel buio.

L’altra ragione è la fede nella conoscenza, e qui mi avvicino al mondo che meglio conosco, quello accademico. Le università stanno attraversando un periodo di grande cambiamento e il risultato di questo cambiamento, che è stato loro imposto e non necessariamente da loro voluto, è il fatto che la conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico all’essere un oggetto commerciale. Se prima le università rispondevano ai bisogni dell’uomo, ora sono costrette a rispondere alle regole del mercato.

Ed è un paradosso che il crescente bisogno di vedere nel buio vada di pari passo con una crescente difficoltà nel comprendere le condizioni attuali e nel decidere dove andare e come continuare. E ricollegandomi al discorso del Rettore Vincenzo Zara sulla gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare e la difficoltà di gestirli, vorrei elencare alcuni di questi problemi, i quali richiedono immediata attenzione. Innanzitutto vi è il problema dell’ineguaglianza, che a mio parere rappresenta un sorta di campo minato.

Come in un campo minato, sappiamo che prima o poi avverrà un’esplosione, ma non sappiamo dove e non sappiamo quando. A questo proposito vorrei ricordarvi le parole di Papa Francesco. Naturalmente sono costretto a leggerle nella traduzione inglese, che verrà poi ulteriormente tradotta in italiano ed è scontato che il testo finale non potrà risultare esattamente identico all’originale pronunciato dal Papa. Nella sua Prima Esortazione Apostolica, del 2013, Papà Francesco disse “No ad una economia della diseguaglianza e dell’esclusione.”

Così come il comandamento che dice “non uccidere” cerca di porre limiti a favore della salvaguardia della vita umana, oggi dovremmo dire: “non si deve fare” a una economia basata sull’esclusione e la diseguaglianza. “Un’economia di questo tipo uccide. Come è possibile che, quando una persona anziana e senza casa muore per essere stata all’addiaccio, la notizia non sia riportata dai giornali, mentre se il mercato azionario perde due punti la notizia è riportata in prima pagina?

Questo è un chiaro caso di esclusione. Possiamo continuare a tenere la testa alta in un momento in cui viene gettato via il cibo e le persone muoiono di fame? Questo è un chiaro caso di diseguaglianza. Oggigiorno tutto segue le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più forte, leggi in cui il più potente trae forza ed energia vitale dalla distruzione del debole. Come conseguenza di ciò, grandi masse di persone si trovano escluse e marginalizzate, senza lavoro e senza possibilità, senza possibilità di fuggire da questa condizione.”

Ed ora vi prego di porre attenzione, poiché questo punto è particolarmente importante: “gli esclusi non sono le persone sfruttate, ma quelle scartate dalla società”. Sì, è proprio questa la nuova situazione: quella dell’esclusione, dell’essere considerati inutili, di troppo. Ricordo bene come in un passato non molto lontano questi concetti, il fatto che una persona potesse essere considerata inutile, di troppo, da escludersi perché́ inutile, semplicemente non esistevano. Si poteva perdere il lavoro, ma mai essere considerati inutili.

Una conseguenza diretta di queste forme di messa ai margini è la migrazione, mai tanto massiccia quanto oggi. Secondo stime recenti, 175 milioni di persone si stanno spostando verso un nuovo Paese con la speranza di poter riscostruire la propria vita. Secondo altre stime, nei prossimi 20 anni, il fenomeno migratorio riguarderà 1 miliardo di persone, che andranno a bussare alle porte di Paesi in cui sperano di trovare condizioni umane di vita, pane, acqua potabile e scuole per i bambini. Queste enormi masse di migranti determinano un ulteriore problema, la “diasporizzazione”.

Abbiamo tutti sotto gli occhi come la nostra società, il Paese che amiamo e in cui siamo cresciuti stia cambiando e stia diventando multiculturale. A differenza di quanto accadeva in passato, diciamo 50-60 anni fa, le persone che arrivano nel nuovo Paese vi trovano una società già multiculturale e molto frantumata al suo interno, e non hanno intenzione, non hanno la possibilità né sono invitati a integrarsi in questa società, ma possono al massimo a interagire con gli individui e le etnie a loro più vicine.

Da qui nasce il bisogno e la difficoltà del dialogo: una nuova arte che deve essere acquisita. Un’arte di cui però non sappiamo di avere bisogno, pensando che siano le persone che vengono nel nostro Paese a dover abbandonare le loro tradizioni e le loro identità per adattarsi alla nostra. Lasciate che aggiunga ancora un problema a questo mio elenco: l’interdipendenza dell’umanità.

Gli strumenti in nostro possesso per un’azione collettiva efficace sono stati creati dai nostri predecessori per servire unità territoriali autonome e sovrane che noi chiamiamo Stati. Questi strumenti, per quanto non eccellenti, sono comunque riusciti ad espletare la loro funzione, ovvero sostenere l’indipendenza degli Stati. Oggi però ci troviamo di fronte a una realtà differente, basata sull’interdipendenza.

Reti di dipendenza reciproca si estendono da una parte all’altra del nostro pianeta. E, ad ora, non esiste ancora una sola istituzione politica in grado di gestire la coesistenza pacifica e reciprocamente benefica tra persone. Siamo ben consapevoli di questi pericoli e delle loro terribili conseguenze che colpisco l’intera umanità.

E siamo anche consapevoli del fatto che questi problemi possono essere affrontati solo se ce ne occupiamo tutti, in maniera solidale. Gli strumenti di cui disponiamo al momento promuovono solo preoccupazioni egoistiche all’interno di ciascuna enclave territoriale. In altre parole non abbiamo strumenti adatti per un compito tanto arduo. Devo ammettere che oggi la questione che più mi preoccupa è il potere e il limite della parola.

Nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso, sviluppati per influenzare la condizione umana, affinché risultino adeguati alle nuove sfide sociali.

Nel 1975, Elias Canetti raccolse alcuni suoi saggi in un volume dal titolo: “La coscienza delle parole”. Il volume inizia citando un’affermazione fatta il 23 agosto 1939, alle soglie della Seconda Guerra mondiale, da un anonimo intellettuale, il quale scrisse: “È finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”.

Questa affermazione è interpretata da Canetti come la necessità di assumersi la responsabilità per qualsiasi azione che può essere espressa tramite le parole e di fare penitenza per l’incapacità delle parole di impedire il disastro. Tutti noi, che ascoltiamo ed elaboriamo le parole, condividiamo questa responsabilità. All’uscita del volume, Canetti conclude che non esistono veri scrittori al giorno d’oggi, ma dovremmo desiderare ardentemente che ve ne fossero.

Sono passati anni, abbiamo persone come Papa Francesco, capaci di parlare con ardore direttamente al cuore delle persone, ma il tipo di scrittore auspicato da Canetti continua a non esistere. Ma il vero problema è che se anche ve ne fossero, se vi fossero veri scrittori, potrebbero essi prevedere e impedire l’arrivo di una guerra o di una catastrofe?

Pensateci bene. Mi dispiace lasciarvi con questa nota di pessimismo, la stessa nota di pessimismo mostrata da Arthur Koestler, un altro grande autore che scriveva all’epoca della seconda guerra mondiale, quando ricorda che i profeti Amos, Osea e Geremia, sebbene eccellenti oratori, non furono in grado di scuotere il loro popolo e avvisarlo del pericolo incombente.

La voce di Cassandra, se ricordate Omero, era in grado di bucare le pareti eppure la guerra di Troia non fu evitata. Chiudo il mio discorso ponendo alla vostra attenzione una domanda: è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo.” (Zygmunt Bauman)

martedì 11 aprile 2017

Può finire il dolore?



“È la dose che fa il veleno.”
(Paracelso)

“Se posso, vorrei parlare della fine del dolore, perché dolore, paura e ciò che chiamiamo amore vanno sempre assieme. Se non comprendiamo la paura non potremo comprendere il dolore, e non potremo conoscere quell’amore in cui non c’è contrasto, non ci sono attriti. Mettere completamente fine al dolore è estremamente difficile, perché in una forma o nell’altra il dolore è sempre con noi. Per questo vorrei esaminare a fondo il problema, ma le mie parole serviranno a ben poco se ognuno di noi non esamina il problema dentro se stesso, senza essere d’accordo o in disaccordo con me, ma osservando semplicemente la realtà dei fatti.

Se ci riusciamo, nella realtà e non solo in teoria, forse riusciremo a comprendere l’enormità del dolore, e quindi a mettere fine al dolore. Attraverso i secoli, amore e dolore sono sempre andati mano nella mano, prevalendo ora l’uno ora l’altro. Presto, quello stato che chiamiamo amore svanisce, e ricadiamo nelle nostre gelosie, nelle nostre vanità, nelle nostre paure, nelle nostre tristezze. Amore e dolore si sono sempre dati battaglia; e, prima di approfondire come mettere fine al dolore, penso che dobbiamo capire che cosa sia la passione.

Pochi conoscono realmente la passione. Forse abbiamo conosciuto l’entusiasmo, che significa essere preda di un’emozione riguardo a qualcosa. La passione che conosciamo è sempre per qualcosa: per la musica, per la pittura, per la letteratura, per il nostro paese, per una donna o per un uomo. È sempre l’effetto di una causa. Quando vi innamorate, siete in un forte stato emotivo che è l’effetto di una determinata causa, ma ciò di cui voglio parlare è la passione senza una causa.

Si tratta di essere appassionati a tutto, non a una cosa soltanto, mentre in genere la nostra passione va a una persona o a una cosa specifica. La ritengo una distinzione da considerare attentamente. Nella passione priva di una causa c’è un’intensità che è libera dall’attaccamento ma se la passione ha una causa c’è attaccamento, e l’attaccamento è l’inizio del dolore. Tutti noi siamo attaccati: a una persona, al nostro paese, a una credenza o un’idea, e quando l’oggetto del nostro attaccamento ci è tolto o perde la sua presa, ci ritroviamo vuoti, manchevoli.

Allora cerchiamo di riempire questo vuoto attaccandoci a qualcos’altro, che diventa il nuovo oggetto della nostra passione. Osservate il vostro cuore e la vostra mente. Io sono soltanto uno specchio in cui state guardando voi stessi. Se non volete guardare, benissimo; ma se volete guardare, guardatevi con attenzione, con intensità inesorabile - non nella speranza di cancellare le vostre tristezze, le ansie o i sensi di colpa, ma allo scopo di vedere come questo tipo di passione conduca forzatamente al dolore.

Quando ha una causa, la passione diventa lussuria. Se c’è passione per una cosa specifica (una persona, un’idea, un appagamento qualunque), quella passione genera contrasti, conflitti, lotte. Lottate per raggiungere e conservare una determinata situazione, o per ricreare una situazione ormai finita. Invece, la passione di cui sto parlando non genera mai contrasto, conflitto. È assolutamente slegata da una causa, e quindi non è un effetto. Ascoltate tranquillamente, non cercate di raggiungere subito questa intensità, questa passione libera da cause.

Se ascoltiamo con attenzione, con il gusto di un’attenzione non forzata dalla disciplina, ma che deriva dal desiderio di conoscere, potremo scoprire da soli che cosa sia questa passione. Abbiamo in noi ben poca passione. Possiamo essere lussuriosi, bramare intensamente qualcosa, possiamo desiderare ardentemente di fuggire da qualcos’altro, e tutto ciò genera una certa intensità. Ma se non ci risvegliamo e se non troviamo la strada verso il fuoco della passione priva di causa, non potremo mai capire che cosa sia ciò che chiamiamo dolore.

Per capire bisogna essere appassionati, bisogna avere l’intensità dell’attenzione totale. Se la passione ha un oggetto specifico (generando così contrasto e conflitto), la pura fiamma della passione non può bruciare, ma questa pura fiamma della passione deve bruciare per poter mettere fine al dolore, per scioglierlo completamente. Sappiamo che il dolore è un prodotto, l’effetto di una causa.

Amo qualcuno che non mi ama: ed ecco un motivo di dolore. Voglio realizzarmi in una certa direzione, ma non ne ho le capacità; oppure ne ho le capacità, ma una malattia o qualche altro ostacolo mi impedisce di riuscirci: ecco un’altra causa di dolore. c’è il dolore di una mente piccina, una mente in continuo conflitto con se stessa, che senza tregua lotta, risistema, brancola, si conforma. c’è il dolore del conflitto nei rapporti, e il dolore della perdita di una persona morta. Conosciamo tutti queste forme di dolore, e tutte sono il prodotto di una causa.

Di fatto non vogliamo affrontare la realtà del dolore: cerchiamo di spiegarlo, di razionalizzarlo, ci afferriamo a un dogma, a una credenza che ci rassicura, che ci offre un momentaneo conforto. Qualcuno si dà alle droghe, altri all’alcool, altri alla preghiera - qualunque cosa pur di alleviare l’intensità, lo strazio del dolore. Il dolore, e l’inesauribile sforzo per sfuggirlo, è il destino di ognuno di noi.

Non abbiamo mai pensato di mettere definitivamente fine al dolore, in modo che la mente non sia mai più preda dell’autocommiserazione, delle tenebre della disperazione. Poiché non riusciamo a mettere fine al dolore, se siamo cristiani andiamo ad adorarlo nelle chiese sotto forma dell’agonia di Cristo. Ma che andiamo in chiesa ad adorare il simbolo del dolore, che cerchiamo di cancellarlo razionalizzandolo o di dimenticarlo bevendoci sopra, è sempre la stessa cosa: stiamo scappando dal fatto che soffriamo.

Non sto parlando del dolore fisico, che la medicina moderna è in gran parte in grado di sconfiggere. Sto parlando del dolore psicologico che impedisce la chiarezza e la bellezza, che distrugge l’amore e la compassione. È possibile mettere completamente fine a questo dolore? Ritengo che la possibilità di mettere fine al dolore sia collegata all’intensità della passione. Ci può essere passione solo dove c’è totale rinuncia a se stessi.

Non possiamo essere appassionati se non c’è la totale assenza di ciò che chiamiamo pensiero. Ciò che chiamiamo pensiero è la risposta della memoria, e dove scatta questa reazione condizionata non ci può essere passione né intensità. c’è intensità solo dove c’è totale assenza di io. Conoscete quel senso di bellezza che non riguarda solo l’aspetto bello o brutto. Non che una montagna non sia bella, o che non ci siano edifici brutti, ma esiste una bellezza che non è l’opposto della bruttezza, esiste un amore che non è Il contrario dell’odio.

La rinuncia a se stessi di cui parlo è uno stato di bellezza privo di causa, e perciò è passione. È possibile andare al di là di ciò che è il risultato di una causa? Cercate di dare tutta la vostra attenzione, di cogliere il senso senza fermarvi alle parole. In genere, la maggior parte di noi non fa altro che reagire continuamente: la reazione è diventata il modello della nostra vita. Rispondiamo al dolore con una reazione. Rispondiamo cercando una spiegazione al dolore, oppure cercando una via di fuga, ma il nostro dolore non finisce.

Il dolore può terminare solo se ne affrontiamo la realtà, quando ne comprendiamo la causa e l’effetto, e li superiamo. Il tentativo di liberarci dal dolore attraverso una pratica specifica, o un’idea costruita appositamente, o consegnandoci alle tante vie di fuga, non risveglia nella mente la straordinaria bellezza, la vitalità, l’intensità di questa passione che include il dolore e lo trascende.

Che cos’è il dolore? Di fronte a questa domanda, come rispondete? La vostra mente va all’immediata ricerca della causa del dolore, e questo desiderio di spiegazione risveglia il ricordo dei dolori provati in passato. Ritornate sempre al passato o correte verso il futuro nel tentativo di spiegare la causa di quell’effetto che chiamiamo dolore. Ma ritengo che occorra andare al di là di tutto ciò.

Conosciamo molto bene le cause del dolore: povertà, malattia, frustrazione, non essere amati, e così via. Ma, anche spiegandone le cause, il dolore non cessa. Non abbiamo toccato le straordinarie profondità e lo straordinario significato del dolore più di quanto non abbiamo toccato quello stato che chiamiamo amore. Dolore e amore sono collegati, e per capire l’amore occorre sentire l’immensità del dolore.

Gli antichi hanno parlato della fine del dolore e hanno tracciato un modello di vita che dovrebbe condurvi. Molti l’hanno seguito. Monaci orientali e occidentali hanno provato a metterlo in pratica, con l’unico risultato di indurirsi. La loro mente e il loro cuore si sono chiusi. Vivono dietro le mura del loro pensiero, oppure dietro mura reali di pietre e mattoni, e non mi pare che le abbiano valicate per sentire l’immensità di questa cosa che chiamiamo dolore.

Per mettere fine al dolore bisogna affrontare la realtà della propria solitudine, dei propri attaccamenti, del nostro meschino desiderio di fama, della nostra fame di amore; occorre liberarci dalle preoccupazioni egoistiche e dalla puerilità dell’autocommiserazione. Quando si sia superato tutto ciò, mettendo forse fine al nostro dolore personale, resta ancora l’immenso dolore collettivo, il dolore del mondo.

Possiamo mettere fine al nostro dolore affrontando dentro di noi la realtà del dolore e la sua causa; e una mente che vuole essere libera deve assolutamente farlo. Resta ancora il dolore dell’enorme ignoranza presente nel mondo, non la mancanza di nozioni o di conoscenze libresche, ma l’ignoranza dell’uomo su se stesso. La non conoscenza di sé è l’essenza dell’ignoranza, la quale causa l’immensità del dolore del mondo. Ma che cos’è realmente il dolore?

Capite certamente che non ci sono parole per spiegare il dolore, come non ci sono parole per descrivere l’amore. L’amore non è attaccamento, l’amore non è il contrario dell’odio, l’amore non è gelosia. E anche quando si sia messo fine alla gelosia, all’invidia, all’attaccamento, ai conflitti e alle angosce che sperimentiamo pensando di amare, quando tutto ciò è giunto a fine, rimane la domanda: «Che cos’é l’amore?» rimane la domanda: «Che cos’è il dolore?»

Scoprirete che cos’è l’amore, e che cos’è il dolore, solo quando la vostra mente si sarà sbarazzata di tutte le spiegazioni e avrà smesso di immaginare, di cercare una causa, di compiacersi delle parole e di rivangare nella memoria i dolori e i piaceri del passato. La mente deve essere totalmente silenziosa, senza parole, immagini o idee.

Allora scoprirete, allora avverrà quello stato in cui ciò che chiamiamo amore, ciò che chiamiamo dolore e ciò che chiamiamo morte sono un’unica cosa. Allora non ci sarà più divisione tra l’amore, il dolore e la morte; e dove non c’è divisione c’è bellezza. Ma, per capirlo e dimorare in questo stato di estasi, deve esserci quella passione che viene solo con il totale abbandono di sé.” (Jiddu Krishnamurti)

lunedì 10 aprile 2017

Marracash Ft. Salmo - Né cura, né luogo




[Verse 1: Marracash] 

C'è già stato il risorgimento, ora ci serve una resurrezione 
la costituzione danneggia la mia costituzione 
Secondo te quanto peso ad occhio e croce? 
Se dimagrisco di me vi resta solo la voce 
Lo so, mia madre pensa che mi drogo pesante 
La mia ragazza invece che vado assieme alle altre 
Io nego frà, ma c'hanno ragione entrambe 
Sospetto che mi prendano un campione di sangue 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Droghe per sfasciarsi, per superare i complessi 
E dopo psicofarmaci per rimettere assieme i pezzi 
Metà del tempo a farsela e metà a farsela scendere 
Il tempo non lo puoi comprare, lo puoi solo vendere 
Crisi dell'occidente, dissidente 
Uccidetemi facendolo sembrare un incidente 
Eppure c'è più gente in discoteca che in chiesa 
Se finiamo come in Grecia è una vera tragedia greca 

 [Hook] 

Vorrei ridarvi i documenti 
E bruciare i miei soldi e miei oggetti 
Perché ho già toccato il fondo 
Me ne andrei se solo ci fosse un posto 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Quindi guido la carica 
Alla carica 
Non c'è cura né luogo 
Alla carica 
Quindi resta e combatti 

 [Verse 2: Salmo] 

Sono vivo e non mi sono accorto 
La storia insegna che musicalmente fai molti più soldi da morto 
Dovrei crepare a 27 anni come i più grandi 
Lasciare i soldi agli altri e pagargli il conto 
Musica dà, musica toglie
La vita è una troia, veniamo al mondo per soddisfarne le voglie 
Aspetto che i fantasmi vengano e mi prendano 
Pensiamo troppo intensamente e gli altri sentono 
l vuoto tra le mani, Dio pensa nel genio 
Sogna nel poeta e dorme tra gli infami 
La mia voce chiama quanto tutto tace 
Lo diceva Abraham: "Evita la fama se vuoi vivere in pace" 
Se avessi bling bling avrei un posto, frate' 
Ma Dio sta all'ultimo piano e ha le porte blindate 
Salmo nel nome del Padre, vita immorale 
Come una madre campa sette figli 
Sette figli non campano una madre 
La pace è solo una parola, scrivila 
Passo più tempo a rimpiangerla piuttosto che a viverla 

 [Hook] 

Vorrei ridarvi i documenti 
E bruciare i miei soldi e miei oggetti 
Perché ho già toccato il fondo 
Me ne andrei se solo ci fosse un posto 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Quindi guido la carica 
Alla carica 
Non c'è cura né luogo 
Alla carica 
Quindi resta e combatti 

 [Verse 3: Marracash] 

Baby ti dico amiamoci 
Non possediamoci 
Non prendiamoci in giro 
Che già tutto il resto è uno schifo 
Ma tu eri di tutti come l'accendino 
E io non vivo 
Ora che ho più scadenze della roba che ho nel frigo 
Nella prossima vita voglio essere uno sportivo 
Così se sono il più bravo, cazzo, è oggettivo
Il capitalismo mi ha reso competitivo 
Non c'è schiavo più grande di chi pensa di essere libero 
E in un mondo in cui la parola non conta niente 
È normale annuire ad un altro sapendo che mente 
Indurirsi, diventare freddi e taglienti 
L'ambiente opera e lascia i ferri dentro i pazienti 
Dov'è questo potere dell'amore? 
Se poi è l'amore per il potere che consuma le persone 
Dio non lo vedo, vedo spesso Belén Rodríguez 
Forse Dio no, però lei è sempre lì che sorride 

 [Hook] 

Vorrei ridarvi i documenti 
E bruciare i miei soldi e miei oggetti 
Perché ho già toccato il fondo 
Me ne andrei se solo ci fosse un posto 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è, ma non c'è 
Ma non c'è una cura per l'anima 
Quindi guido la carica 
Alla carica 
Non c'è cura né luogo 
Alla carica 
Quindi resta e combatti!

domenica 9 aprile 2017

La nascita della coscienza



“La verità non può essere creata, ma percepita.”
(Paramhansa Yogananda)

Uno dei più grandi enigmi della scienza è il rapporto tra mente e cervello ovvero il rapporto tra lo spirito e il corpo. Nel tempo sono state avanzate svariate ipotesi sul problema della coscienza e sulla sua origine durante l’evoluzione. E, dopo il 1859, la prospettiva degli studiosi è cambiata in modo radicale, perché si sono diffuse le idee di Darwin e Wallace sulla selezione naturale. Ma se per alcuni, la teoria dell’evoluzione può spiegare l’anatomia della specie, essa può spiegare anche una funzione complessa come la coscienza?

Per lo psicologo americano, Julian Jaynes, questo è possibile come afferma nell’affascinante ipotesi che prende le mosse dal darwinismo per sostenere l’evoluzione della coscienza. Jaynes mette in evidenza che, nel 1859, alla fine de “L’origine della specie” Darwin sottintendeva che Dio ha creato sia mente che corpo negli antichi organismi primitivi, perciò mente e corpo evolvono parallelamente. Il tempo in cui è nato il mondo interiore e la coscienza corrisponde, secondo Jaynes, al momento dello sviluppo del linguaggio che ha prodotto la coscienza.

Jaynes suggerisce una datazione che fissa al tardo Pleistocene cioè nell’era di Neanderthal, per il fatto che le necessità imposte dalla caccia ai grandi animali durante l’ultima era glaciale rende plausibile che il linguaggio sorgesse allora. In quel tempo è avvenuto anche uno straordinario sviluppo di specifiche aree del cervello che sono coinvolte nel linguaggio, e uno straordinario sviluppo degli utensili, come ci dimostrano gli scavi archeologici.

Sappiamo, dice Jaynes, che “il linguaggio non è solo comunicazione, ma anche ciò che, agendo come un organo di percezione, orienta e fissa l’attenzione su attività e oggetti particolari rendendo possibile la creazione di utensili avanzati.” La stima dell’età massima del linguaggio è di 50.000 anni a.C. e, in questo lasso di tempo, deve aver preso corpo anche la coscienza. Verso il 3.000 a.C., gli uomini appresero l’arte della scrittura, per cui possiamo studiare gli scritti più antichi per capire quando appare un “io narrante” o un significato di ordine psicologico.

Dall’analisi emerge che il testo più adatto è l’Iliade. Per Jaynes, quelle vicende furono narrate da ignoti aedi fino dal 1230 a.C., e poi furono trascritte verso il 900-850 a.C., forse da Omero. La cosa interessante è il fatto che nel poema non c’è traccia di un io personale. Nessun uomo si ferma a riflettere sul senso di ciò che fa, nessun personaggio ha coscienza della sua presenza nel mondo. Ogni volta che un uomo deve prendere una decisione, ecco che entra in azione una voce che gli dice quello che deve fare.

Le voci che guidano gli uomini vengono dagli dei, perché nella mente umana esistono due camere. In una camera abita il dio che ordina invece nell’altra abita l’uomo che obbedisce alla voce del dio. Una forma mentale del genere, dice Jaynes, si può definire bicamerale, per l’assonanza con l’assemblea legislativa parlamentare. La mente dell'uomo di quel tempo era divisa in due parti: una parte era quella decisionale mentre l’altra parte era esecutiva. L’uomo poteva fare, ma non decideva cosa doveva fare.

Nella sua vita ordinaria viveva come un uomo normale ma, se sorgeva un problema, giungeva il dio che lo guidava. E lui obbediva. Ma perché era nata questa mente bicamerale? Intorno al 9.000 a.C., si erano sviluppate la comunità agricole che andarono a sostituire la pratica della caccia, perciò la voce del dio serviva per garantire l’ordine sociale delle grandi comunità agricole che si raggruppavano. Nasceva così una civiltà bicamerale e la teoria di Jaynes è che “l’allucinazione verbale sia evoluta durante il Neanderthal insieme al linguaggio per rafforzare l’attenzione e la perseveranza nell’azione.”

Gli uomini dotati di questa arcaica mente formavano delle società ordinate in rigide gerarchie secondo le regole organizzative definite dalla mente direttiva. I regni bicamerali erano delle teocrazie gerarchiche che avevano a capo un dio oppure un suo idolo. A volte erano guidate da un uomo di natura divina che prestava tutto il suo essere alla voce. Civiltà di questo tipo sorsero nel Vicino Oriente, dall’Egitto al Kush nel Sudan meridionale, fino all’Africa centrale. Verso nord si svilupparono anche in Anatolia, Creta, Grecia, in India e nella Russia meridionale, nella penisola malese arrivando fino in Cina.

In Mesoamerica vediamo svilupparsi la civiltà azteca e l’avvento della civiltà Inca la cui mente bicamerale subì l’urto devastatore del conquistatori europei. Ma la civiltà in cui si vede maggiormente la struttura della mente bicamerale è quella della Mesopotamia dove, a capo dello stato c’era una statua di legno con gli occhi fatti con gemme preziose. Questa statua era fatta di legno leggero per essere più facilmente trasportata, era riccamente abbigliata e profumata e veniva fatta sedere dietro un gran tavolo nell’ampia sala in cima alla ziggurat. Quello che noi chiamiamo “il re” era, in realtà, il primo intendente del dio.

Ci sono molte prove di testi scritte, nella struttura dei nomi personali e nei sigilli ritrovati, che ogni uomo aveva il suo dio personale. In Mesopotamia era “Ili” e per gli ebrei era “El” oppure “Elohim,” invece in Egitto veniva chiamato “ka.” Ma un sistema di questo tipo era precario, per cui le civiltà bicamerali andarono in crisi, come avvenne per i Maya che abbandonarono le loro città. Le Mesopotamia restò più stabile fino a 1.400 a.C.

Dopo questa data, gli dei non furono più raffigurati nei dipinti e, in alcuni casi, si videro figure di rei inginocchiati davanti a un trono vuoto. Nel poema epico l’Epos di Tumulti-Ninurta, per la prima volta, si parla di uomini che sono abbandonati dagli dei. Le ragioni per cui accade questo sono molte, tra cui vanno considerate le varie catastrofi naturali come l’eruzione sull’isola di Tera e le migrazioni dei popoli che abbandonarono i regni bicamerali che furono distrutti.

Anche la scrittura, secondo Jaynes, fu responsabile della nascita della coscienza, perché lo scritto indebolì il predominio dell'udito a vantaggio delle funzioni visive. Così nasceva l’uomo dotato di una forma di proto-coscienza. Dopo la perdita della mente bicamerale, si spensero le voci che dicevano all’uomo cosa doveva fare, ma vennero in auge vari metodi per tornare a udire i messaggi e le direttive degli dei. Vennero in uso molti metodi di divinazione e si diffusero pratiche come il lancio delle sorti, il lancio dei dadi, la lettura dei movimenti del fumo oppure delle forme disegnate dall’olio nell’acqua.

I sacerdoti iniziarono a celebrare i sacrifici animali e traevano delle previsioni dall’esame delle loro viscere. Quindi sorse la pratica dell’astrologia di cui c’è testimonianza anche nella scrittura cuneiforme. Se valutiamo la civiltà greca, scrive Jaynes, vediamo la storia della mente bicamerale nell’Iliade, l’Odissea e in tutta la poesia elegiaca dei due secoli seguenti. Poi Solone che è vissuto verso il 600 a.C., che invitò l’uomo al “Conosci te stesso!” che è attribuito all’oracolo di Delfi.

La mente bicamerale fu vinta dalla coscienza, perché la struttura cerebrale si modificò. Il linguaggio era posto in un solo emisfero (area di Wernicke destra) per lasciare l’altro emisfero libero di ascoltare la voce degli dei. Il dio parlava nella regione dell’emisfero destro ed era ascoltato con l’emisfero sinistro. Jaynes, a sostegno della sua idea cita la tendenza di entrambi gli emisferi a capire il linguaggio mentre solo l’emisfero sinistro è normalmente in grado di parlare.

La presenza di vestigia, nell’area di Wernicke, di un’attività cerebrale simile alle voci degli dei e anche che, in certe condizioni, i due emisferi cerebrali sono in grado di agire come due persone indipendenti come accadeva tra l’uomo bicamerale e il suo dio. Ora sappiamo che il cervello può essere modificato dall’ambiente più di quanto crediamo per cui è probabile che l’uomo bicamerale sia divenuto cosciente in virtù dell’apprendimento e della cultura.

Una prova della mente bicamerale teorizzata da Julian Jaynes proviene anche da Plutarco che, nel famoso dialogo delfico, “Il tramonto degli oracoli”, racconta che l’egiziano Tamo, pilota di una nave mercantile, mentre navigava nel mare Adriatico, sentì una potente voce che gli diceva che: «Il grande dio Pan è morto!» E il fatto era così straordinario che fu riferito all’imperatore Tiberio. In effetti, la voce era venuta ad annunciare che la morte del dio Pan segnava la fine dell’età classica.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 6 aprile 2017

La rosa di Paracelso



(De Quincey: Writings. XIII, 345)

Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo. Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l'athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta.

Insonnolito, l'uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l'altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola. Il maestro fu il primo a parlare. «Ricordo volti d'Occidente e volti d'Oriente - disse, non senza una certa enfasi - Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?»

«Il mio nome non ha importanza - replicò l'altro - Ho camminato tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni». Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte e d’oro. Lo fece con la mano destra. Paracelso, per accendere la lanterna aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.

Si chinò, giunse le estremità delle dita e disse: «Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l'oro ciò che cerco, e se è l'oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.» «L’oro non mi interessa - rispose l'altro - queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra».

Paracelso disse lentamente: «La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta». L'altro lo guardò con aria diffidente. Disse con voce chiara: «Ma esiste una meta?» Paracelso si mise a ridere «I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via.»

Vi fu una pausa e l'altro disse: «Sono pronto a percorrerla con te. anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare Il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l'accesso. Ma prima di intraprende il viaggio, io voglio una prova.» «Quando?» chiese Paracelso, con inquietudine. «Subito.» rispose il discepolo con brusca determinazione. Avevano iniziato la conversazione in latino ora parlavano in tedesco. 

Il giovane levò in alto la rosa: «Affermano - disse - che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che chiedo, poi la mia vita sarà tua.» «Sei molto credulo - disse il maestro - Non so che farmene della credulità; esigo la fede.» L'altro insistette. «È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l'annientamento e la resurrezione della rosa.» 

Paracelso l'aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa. «Sei credulo - disse - Tu dici che io sono capace di distruggerla?» «Nessuno è incapace di distruggerla» rispose il discepolo. «Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d'erba?». «Non siamo nel Paradiso -disse ostinato il giovane - qui, sotto la luna, tutto è mortale.» Paracelso si era alzato in piedi: «E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall'ignorare che siamo nel Paradiso?»

«Una rosa può bruciare - disse il discepolo in tono di sfida - v'è ancora del fuoco nel camino». Rispose Paracelso. «Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l'abbiano consumata e che sia la cenere a essere reale. lo ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo.» «Una parola? - disse stupefatto il discepolo - L'athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che, farai per farla rinascere?» 

Paracelso lo guardò con tristezza: «L'athanor è spento - ripeté - e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti».«Non oso domandare quali» disse l'altro con malizia o con umiltà. «Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l'invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala.» 

Il discepolo disse freddamente: «Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi.» Paracelso rifletté. Infine disse: «Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un'apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa.» Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: «E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare un simile dono?»

L’altro replicò, tremando: «So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo in nome del molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.» Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggio e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po' di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo. Paracelso era rimasto impassibile. 

Disse con strana semplicità: «Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà.» Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane. 

Si inginocchiò, e disse: «Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa.» Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c'era nessuno? 

Lasciare le monete d'oro sarebbe stata un elemosina. Le riprese uscendo. Paracelso l'accompagnò al piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto. Entrambi sapevano che non si sarebbero visti mai più. Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consunta, raccolse nell'incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse.” (Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia, Adelphi)

martedì 4 aprile 2017

Non fuggire!



Sariputra, il grande discepolo del Buddha, era seduto in meditazione presso la riva di un lago. La superficie dell’acqua era agitata da una miriade di pesci. Sariputra si alzò, trasferendosi in un luogo più tranquillo. Ma lì era il canto degli uccelli a turbare la sua meditazione.

Affluivano pensieri, si levavano illusioni… fu così che decise di uccidere pesci e uccelli, e mangiarli. Ma ne fece indigestione e cadde malato. È questo un episodio della giovinezza di Sariputra. È vano cercare di fuggire il rumore dell’acqua o il canto degli uccelli. Il turbamento è nel nostro spirito. (Taïsen Deshimaru)

domenica 2 aprile 2017

L’arte di ascoltare



“Se me lo consentite, vorrei prendere in considerazione l’arte di ascoltare. «Arte» significa mettere ogni cosa al suo posto. È questo il significato fondamentale della parola «arte». C'è ordine quando ogni cosa è al suo posto, non solo nell’ambiente fisico in cui viviamo - camera nostra, per così dire - ma anche dentro di noi. Anche nell’ascoltare deve esserci ordine.

Non ascoltiamo soltanto con le orecchie; c’è anche un ascolto molto più profondo, al di là delle sensazioni uditive. Quando ascoltiamo qualcuno che parla, le parole che udiamo vengono trasmesse al cervello, che ne individua il significato; poi, in base ai condizionamenti che abbiamo ricevuto, ci sentiamo o no d’accordo con quel che è stato detto. È così che accade generalmente.

Ascoltare implica questo processo: udire per mezzo delle orecchie, trasmettere i suoni al cervello attraverso i nervi, interpretare le parole che sono state usate, e quindi esprimere assenso o dissenso. Ma esiste anche un modo di ascoltare che va molto più in profondità di quanto non possa fare quello che abbiamo appena descritto. È un modo di ascoltare che arriva a toccare l’inconscio, se mi consentite di usare questa parola.

C’è un modo di ascoltare che arriva a cogliere la verità che sta dietro le frasi e le parole; un modo di ascoltare che non si ferma a livelli intellettuali, dove c’è la facoltà di discutere, di mettere in dubbio quello che si ascolta, ma che va veramente in profondità, perché non oppone alcuna resistenza. Questo non significa accettare tutto quello che viene detto.

L’arte di ascoltare consiste proprio nell’ascoltare da una profondità tale che non esiste la possibilità di opporre alcuna resistenza. Ascoltare in questo modo richiede grande attenzione e dissolve completamente la struttura dei condizionamenti che hanno imprigionato il cervello. Il nostro cervello funziona secondo schemi ben stabiliti, che sono stati fissati di recente oppure molto tempo fa, in base ad esigenze sociali, politiche, religiose, economiche.

Questi schemi di funzionamento non possono mai integrarsi tra di loro, perché appartengono a campi che rimangono rigidamente separati tra loro, mantenendo le proprie tradizioni, le proprie regole. Ascoltare con attenzione completa significa dissolvere la struttura stessa dei condizionamenti che bloccano il cervello. Supponete di ascoltare un’affermazione come questa: «È il passato che dà significato al presente»; quindi il presente non ha, di per sé, alcun significato!

Ascoltare un’affermazione del genere, senza fermarsi al semplice significato delle parole, vuol dire cogliere la verità, o la falsità, che contiene. Ma naturalmente non sarà possibile arrivare fino al suo significato più profondo, se vi accontentate di una comprensione intellettuale, che vi costringe a rimanere nell’ambito delle conclusioni alle quali l’intelletto può giungere, in modo logico o illogico.

Potete ascoltare quella frase con tale attenzione da cogliere la verità che contiene, come se fosse il suono di una campana che si mettesse a squillare dentro di voi. Ma se ascoltate con distrazione, allora permettete all’intelletto di cominciare il suo lavoro di interpretazione. Quando la mente e il cervello sono completamente a disposizione dell’atto di ascoltare, senza creare alcuna contraddizione, senza dare alcuna interpretazione, allora in questo modo di ascoltare c’è profonda armonia. È questa l’arte di ascoltare.” (Jiddu Krisnamurti)

giovedì 30 marzo 2017

Fusione e dissolvenza



“Metti radici nella terra
così potrai ergerti alto nel cielo;
metti radici nel mondo visibile
così da poter raggiungere l'invisibile.”
(Osho)

“Una delle cose fondamentali, che non solo tu, ma tutti devono ricordare è questa: qualsiasi cosa tu incontri nel tuo viaggio interiore, tu non sei quella cosa. Tu sei colui che ne è testimone: può essere il nulla, può essere la beatitudine, può essere il silenzio. Ma una cosa va ricordata: per quanto bello e ammaliante possa essere ciò che incontri, tu non sei quell'esperienza.

Tu sei colui che sperimenta, e se prosegui senza fermarti mai, il culmine del tuo viaggio sarà il punto in cui non ci sarà esperienza alcuna: né il silenzio, né la beatitudine, né il nulla. Non esiste nulla in quanto oggetto di fronte a te, solo la tua soggettività. Lo specchio è vuoto. Non riflette più nulla. Sei tu.

Perfino i più grandi viaggiatori del mondo interiore sono rimasti intrappolati in esperienze meravigliose, e si sono identificati con esse pensando: "Ho trovato me stesso". Si sono fermati prima di arrivare allo stadio finale, là dove ogni esperienza scompare. L'illuminazione non è un'esperienza. È uno stato dell'essere in cui tu sei lasciato assolutamente solo, senza nulla da conoscere.

Nessun oggetto, per quanto bello, è presente. Solo in quel momento la tua consapevolezza, non più impedita da alcun oggetto, opera una svolta e torna alla fonte. Diventa un'auto-realizzazione. Diventa illuminazione. 

Devo ricordarvi qualcosa sulla parola "oggetto". Ogni oggetto presuppone un ostacolo. Il significato della parola stessa è: ciò che ostruisce, che si para davanti. Quindi, l'oggetto può essere altro da te, nel mondo materiale; oppure dentro di te, nel tuo mondo psicologico. Vi possono essere oggetti nel cuore, nei sentimenti, nelle emozioni, nelle sensazioni, negli stati d'animo. E gli oggetti possono esistere per sino nella sfera spirituale.

E sono così estatici da renderti inconcepibile la possibilità che esista qualcos'altro. Molti mistici si sono arrestati di fronte all'estasi. È una dimensione splendida, offre un panorama magnifico, ma non si è arrivati a casa. Quando arrivi al punto in cui ogni esperienza è assente, in cui non esiste più oggetto alcuno, allora la consapevolezza, libera da ostacoli, si muove in un cerchio - nell'esistenza tutto si muove in circolo, se non ha impedimenti - essa proviene dalla stessa fonte del tuo essere, e si muove.

Non trovando ostacolo alcuno - nessuna esperienza, nessun oggetto - torna indietro. E il soggetto in quanto tale diventa l'oggetto. È ciò che Krishnamurti ha continuato a dire per tutta la vita: quando l'osservatore diventa la cosa osservata, sappi che sei arrivato. Prima di allora, esistono mille cose lungo il sentiero. Il corpo ti dà le sue esperienze, divenute note come le esperienze dei centri della kundalini; i sette centri diventano i sette fiori di loto.

Ognuno è più grande dell'altro ed è più elevato del precedente, e quella fragranza inebria. La mente ti fornisce uno spazio immenso, sconfinato, infinito. Ma ricorda la massima fondamentale: ancora la casa non è giunta. Goditi il viaggio e tutti i panorami che esso ti porta a conoscere: gli alberi, le montagne, i fiori, i fiumi, il sole e la luna e le stelle, ma non fermarti da nessuna parte, se non quando la tua stessa soggettività è divenuta l'oggetto di se stessa.

Quando l'osservatore è la cosa osservata, quando colui che conosce è la cosa conosciuta, quando colui che vede è la cosa vista, è giunto a casa. Questa casa è il tempio reale che noi abbiamo cercato per vite intere, ma da cui siamo sempre vissuti lontani, accontentandoci di esperienze meravigliose.

Un ricercatore coraggioso deve abbandonare tutte quelle esperienze meravigliose dietro di sé e continuare a camminare. Quando tutte le esperienze vengono esaurite e resta solo il proprio sé nella sua solitudine... non si ha estasi più grande. Nulla è più beato, nessuna verità è più vera. Allora entri in ciò che chiamo essenza divina, diventi una divinità...

Tu dormi, ed è ora di svegliarsi. Tutte queste esperienze riguardano una mente addormentata. Una mente risvegliata non ha esperienza alcuna. L'osservatore e la cosa osservata sono due aspetti dell'essere testimone. Quando essi scompaiono l'uno nell'altro, quando si fondono l'uno nell'altro, quando diventano una cosa sola, per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità.

Ma in molti nasce un interrogativo, in quanto essi pensano che il testimone sia colui che osserva. Nelle loro menti, l'osservatore e il testimone sono sinonimi. È un falso: l'osservatore non è il testimone, ma solo una parte. E quando la parte si considera il tutto, nasce l'errore.

L'osservatore indica la parte soggettiva, e la cosa osservata quella oggettiva: osservatore è ciò che è esterno alla cosa osservata, e questa indica ciò che è all'interno. L'esterno e l'interno non possono essere separati: sono uniti, possono solo esistere in quanto unità. Quando questa unità, o meglio questa unione, viene sperimentata, sorge il testimone. 

Non si può coltivare il testimone. In questo caso non si farà che coltivare l'osservatore, e questi non è il testimone. Che fare, dunque? Ci si deve fondere, ci si deve dissolvere. Mentre guardi una rosa, dimentica completamente che esiste un oggetto visto e un soggetto che guarda. Lascia che la bellezza del momento, la benedizione del momento, travolgano entrambe le cose, così la rosa e tu non siete più separati; diventate i un solo ritmo, un canto, un'unica estasi.

Quando ami, quando esperimenti la musica, quando osservi un tramonto, lascia che questo si ripeta. Più si ripete, meglio è, poiché non si tratta di un'arte ma di un trucco. Devi solo capirlo, e quando lo hai capito lo puoi mettere in atto ovunque, in qualsiasi momento. Quando sorge il testimone, non esiste nessuno che fa il testimone e non esiste una cosa di cui si ha testimonianza.

È uno specchio limpido, che non rispecchia nulla. Perfino dire che si tratta di uno specchio, non è giusto; sarebbe meglio dire che si tratta di un rispecchiare. È meglio dire che si tratta di un processo dinamico di fusione e dissolvenza; non è un fenomeno statico, è un flusso. La rosa ti raggiunge e tu entri in lei: è una condivisione dell'essere.

Non pensare che il testimone sia colui che osserva: non lo è. L'osservazione può essere praticata, l'essere testimone accade. L'osservazione è una sorta di concentrazione, e l'osservare ti mantiene separato. L'osservatore darà risalto al suo ego, lo rafforzerà. Più diventi un osservatore, più ti senti simile a un'isola, separato, distaccato, distante.

Nel corso dei secoli, i monaci di tutto il mondo hanno praticato l'esercizio dell'osservazione. Possono anche averlo chiamato il testimone, ma non lo è. Il testimone è qualcosa di totalmente diverso, di qualitativamente diverso. Si può praticare l'osservazione, la si può coltivare; la si può migliorare con l'esercizio. Gli scienziati osservano, i mistici sono testimoni.

La scienza si basa sull'osservazione: è un'osservazione estremamente penetrante, affilata, acuta, nulla deve sfuggirle. Tuttavia, lo scienziato non arriva a conoscere Dio. Sebbene la sua osservazione sia estremamente abile, rimane inconsapevole di Dio.

Non lo incontra mai; al contrario, arriva a negarne l'esistenza, poiché più osserva - e la scienza si fonda interamente sull'osservazione - più diventa separata dall'esistenza stessa. Ogni collegamento si spezza e sorgono mura; lo scienziato resta prigioniero del proprio ego. Il mistico testimonia. Ma ricorda: si tratta di un evento, è una conseguenza.

Una conseguenza dell'essere totale in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione, in qualsiasi esperienza. La totalità è la chiave: dalla totalità sorge la benedizione della testimonianza. Dimentica l'osservazione: non farà che darti informazioni più accurate sul soggetto osservato, ma ti lascerà completamente ignaro della tua consapevolezza.” (Osho, La meditazione prima e ultima libertà, Ed. Mediterranee)