martedì 30 maggio 2017

Assalti Frontali ft. Emad Shuman - La Fine dei Sospiri (Beirut Rmx)




La fine dei sospiri


[Verso 1: Militant A]

Io un po' d'oro ce l'avevo ma l'ho dato tutto ai bisognosi
Adesso c'è la nuova guerra che nessuno si riposi
Il cuore batte nella notte, pieno di emozioni
Siamo divisi in grandi e piccole fazioni

Io sto coi poveri e mi guardo nelle tasche vuote
Tutti vogliono da me, un tuono mi scuote
Li cerco in giro, organizzo il contrattacco
Devo migliorarmi in questa notte di bivacco

Mi vieni in mente tu che dici: "lotta che sei in gamba"
Mi ci sento, lo divento, tengo su una banda
Mi dici: "più ti chiudono, più tieni il sogno aperto"
Non devi dirmi altro, ne sono ricoperto

Tiro fuori dalle tasche le mie mani e so che faccio
Se all'età che ho, ho ancora il mitra in braccio
Contro gli arricchiti sulla nostra pelle, i vampiri
Sembra la fine del mondo, ma è la fine dei sospiri

[Rit.: Pol G]

Io non ho paura di voi (ho bisogno di, ho bisogno di)
Io non ho paura di voi, di voi (contrattacco)
Io non ho paura di voi (ho bisogno di, ho bisogno di)
Io non ho paura di voi (sorprendervi), di voi

[Verso 2: Militant A]

E se mi trovo emarginato e mi guardo le spalle
Sento il mio cuore che rimbomba nella valle e dice:
"Io sono libero e allora che c'avete tutti?
I modelli da seguire sono solo dei trucchi"

E un modo di amarci per davvero chi ce l'ha?
Di costruire un mondo meno triste e di complicità
Con un gesto, una carezza e perché no?
Bisogna essere felici nella vita se si può

Nella vita si dimentica più che si ricorda
Prova a sentirti come una bambina sorda
Tutti parlano e parlano intorno e di cosa
Non capiscono che è lei la perla più meravigliosa

Ogni problema è un'occasione
Quanta ricchezza crea un gesto d'inclusione
Io ti difenderò per sempre dagli incompetenti
Voi non siete dei baroni, siete solo dei pezzenti

[Rit.: Pol G]

Io non ho paura di voi (ho bisogno di, ho bisogno di)
Io non ho paura di voi, di voi (contrattacco)


[Militant A]

Voi non mi fate paura, la mia vita è più dura
Non mi fate paura, voi siete inganno e tortura
Ma non mi fate paura
Non mi fate paura, noi siamo letteratura

[Verso 3: Militant A]

E se finisco in un buco freddo che chiamano cella
Posso sentirmi dirmi: "Calma, che la vita è bella"
Può capitare di finire in gattabuia
Può capitare che la notte sia più lunga e buia

Capita a chi cammina per il mondo dritto
Davanti all'ingiustizia è inevitabile il conflitto
Quello è un posto fatto apposta per farti sentire solo
Tu non sei solo, non sei solo

Adesso ho il cuore più leggero, ne so il motivo
E' il bisogno di risollevarci in modo collettivo che ci guida
Io amo questa vita insieme agli ultimi
Ma non siamo proprio gli ultimi

Qualcosa lo sappiamo fare senza tante scene
Noi insegniamo a vivere senza catene
Piano piano si diventa bravi
A scegliere armi giuste per non essere mai schiavi

[Rit.: Pol G]

Io non ho paura di voi (ho bisogno di, ho bisogno di)
Io non ho paura di voi, di voi (contrattacco)
Io non ho paura di voi (ho bisogno di, ho bisogno di)
Io non ho paura di voi (sorprendervi), di voi

[Rit.: Militant A]

Voi non mi fate paura, la mia vita è più dura
Non mi fate paura, voi siete inganno e tortura
Ma non mi fate paura
Non mi fate paura, noi siamo letteratura

[Pol G]

Io non ho paura di voi (ho bisogno di, ho bisogno di)
Io non ho paura di voi (con-, con-), di voi (contrattacco)

[Outro: Militant A]

Con-, con-, contrattacco
Ho bisogno di, ho bisogno di
sorprendervi.

L’alienazione



“Il problema fondamentale è l’alienazione da noi stessi,
l’alienazione dai nostri sentimenti,
dagli altri esseri umani e dalla natura,
l’alienazione dal mondo dentro e fuori di noi.”
(Erich Fromm)

Alla metà del secolo scorso, Erich Fromm studiò il problema della salute mentale dell’uomo moderno. Usando un approccio di impostazione socio-psicologica egli esaminò i disturbi psicologici dell’uomo “normale” e concluse che la “normalità” è correlata allo stato dell’uomo socialmente adattato. Fromm mise in relazione il contesto sociale in cui l’individuo vive con la qualità della sua salute mentale e affermò che il comportamento umano risente delle esigenze economiche e sociali.

Questo metodo di indagine, in passato, gli aveva consentito di evidenziare il carattere autoritario degli anni ’30, il carattere mercantile degli anni ’40 e il carattere necrofilo degli anni ’60. Facendo l’analisi dei processi produttivi e studiando il risultato del processo di adattamento degli individui, Fromm concluse che vi era il fondato sospetto che la società pretendesse dall’individui degli atteggiamenti psichici che potevano indurre dei processi patologici. La condizione del mondo moderno induce una crescente incapacità di avere un rapporto diretto con la realtà.

Fromm usò il concetto di “alienazione” che Marx aveva collegato solo ai processi produttivi e all’economia, e usò quel concetto per studiare il comportamento sociale umano e le ripercussioni della modernità sulla salute mentale. Negli anni ’70, Fromm affermò che la società moderna soffriva di una crisi profonda. Tale crisi era “unica nella storia dell’umanità” perché era la “crisi della vita stessa.”

Fromm scrisse che il nostro futuro dipenderà essenzialmente dal fatto che si prenda consapevolezza di ciò, e ci si metta al servizio di un nuovo “umanesimo” che saprà mettere l’uomo al centro del nostro interesse. La questione fondamentale è l’alienazione da noi stessi, e questo significa che siamo diventati estranei a noi stessi o che il mondo esterno ci appare estraneo. Fromm era persuaso che, in ogni società, gli uomini vengono plasmati - in larga misura - dalle condizioni economiche e sociali in cui vivono.

Usò Marx sebbene considerasse troppo dogmatico il marxismo, e le sue teorie poco attente ai fattori umani coinvolti nei processi economici. Respinse la pretesa degli stalinisti di essere gli unici depositari delle teorie marxiste, e sostenne che le teorie di Marx possono dare molto alla psicologia. Notò che “la nostra è una società incentrata sul mercato.” Ma il nostro tipo di mercato è molto diverso da quello delle società rurali e dei piccoli paesi delle regioni sottosviluppate.

In quei contesti mercantili, il rapporto tra chi vende e chi compra è basato sulla conoscenza diretta. Il mercato diventa un contesto di scambio, un luogo in cui si va per fare due chiacchiere e per rinsaldare i rapporti. La società di mercato è regolata in modo diverso, perché il mercato non è governato dal venditore ma tutto viene definito dal “pubblico mercato delle merci” nel quale i prezzi e la produzione sono determinati dalla domanda.

Il prezzo e la permanenza delle merci sul mercato sono determinati dall’andamento del mercato stesso che, dentro certi limiti, deve continuamente cercare un equilibrio per governare “la domanda e l’offerta.” Ma questo meccanismo si collega con i processi psicologici degli individui, perché il mercato richiede che tutti gli oggetti siano presentati come delle merci.

Ma c’è una grande differenza tra un oggetto e una merce, perché l’oggetto possiede un determinato valore d’uso, mentre la merce ha un valore di scambio. Quando l’oggetto appare sul mercato assume un certo valore economico, perciò l’oggetto inizia ad essere pensato sotto forma di denaro o di astrazione. Il valore economico degli oggetti implica che gli oggetti siano pensati nella forma astratta di denaro.

Ognuno di noi, dice Fromm, se ci pensa bene si accorge che gli oggetti vengono pensati non più come degli oggetti, ma come delle merci. Gli oggetti non vengono più considerati per il loro valore d’uso, o per la loro bellezza e utilità, ma assumono un valore sempre più astratto. Gli oggetti non vengono più considerati per le loro caratteristiche concrete ma in modo astratto. Questo “processo di astrattizzazione” è collegato al meccanismo produttivo e alla nostra economia.

Con questo processo “vanno perdute praticamente tutte le qualità specifiche, concrete, e ogni cosa assume la stessa caratteristica quantificabile che si esprime in forma astratta,” scrive Fromm. E lo stesso processo si estende e si manifesta anche nella percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo. Di conseguenza, viene “dimenticata e ignorata la concretezza di quella persona, che pure era una persona particolare, unica, com’è unico ogni essere umano.”

L’atteggiamento mercantile si manifesta quando le persone che lavorano non vendono solo la loro forza fisica e le loro capacità ma, nella nostra società, esse vendono anche la loro libertà. Per restare rispettabili occorre mostrarsi gradevoli e avere un buon ambiente familiare. Ma, in questo modo, il singolo non si percepisce più come un individuo concreto, ma è come una merce ovvero uno che deve “vendersi bene sul mercato.”

Nella nostra società l’individuo fa dipendere il suo valore solo dal fatto di essere più o meno commerciabile, perciò la sua fiducia in sé stesso dipende dal fatto che sia commerciabile. La percezione di noi stessi non è più determinata dall’apprezzamento delle nostre qualità concrete, della nostra intelligenza, dalla nostra onestà, dalla nostra dolcezza, dal nostro umorismo e così via.

La percezione del nostro valore e il senso di sicurezza che ne deriva dipendono dalla capacità di venderci. Per questo l’uomo moderno è insicuro e dipendente dal successo, oppure diventa insicuro quando non ha successo. Il comportamento economico e il nostro modo di produrre esercitano un’influenza enorme sulla struttura della nostra personalità. Anche il linguaggio accentua l’astrazione, perché il linguaggio - di sua propria natura - deve sintetizzare tutte le qualità intrinseche delle cose rappresentandole con una parola.

Anche il linguaggio facilita l’astrazione dalle vere esperienze, infatti le parole diventano sempre più lontane dalle esperienze concrete. Questa perdita di contatto con la realtà, secondo Fromm, investe anche il mondo dei sentimenti. Viviamo in un vuoto affettivo e - per tirare avanti - riempiamo il vuoto con il sentimentalismo.

Il fenomeno del sentimentalismo è tipico nell’individuo distaccato, chiuso in sé stesso e privo di relazioni significative perciò viene a trovarsi in una condizione particolare. Egli prova emozioni ma senza riferirsi a nessuno in particolare, perciò diventa sentimentale: i sentimenti traboccano ed emergono altrove. Ecco allora il ricorso a parole roboanti quali: «onore», «Patria», «rivoluzione» ma queste parole sono astratte e avulse da ogni reale significato.

In effetti, alcune persone possono vedere immani tragedie a pochi passi da loro e restare impassibili. Costoro non hanno alcun rapporto con il mondo che le circonda quindi vivono nel vuoto dell’astrazione, nell’alienazione della realtà dei sentimenti. Ma, dato che sentono pur sempre qualche sentimento, non possono far altro che risvegliare il sentimentalismo, perché non sanno esprimere dei veri sentimenti.

Essi ricorrono alle frasi fatte legate a particolari contesti e, se piangono, non lo fanno perché provano una reale infelicità ma piangono solo per avere uno sfogo. Essi vivono nel vuoto e quando il sentimento che possiedono cerca uno sfogo, questi individui "disturbati" prendono al volo l’occasione per sfoggiare quel sentimentalismo vuoto che è così frequente nella cultura moderna.

Buona erranza
Sharatan

domenica 28 maggio 2017

Il rafforzamento dell'ego



“Si lotta in continuazione, inutilmente.
Lotti per cose che accadrebbero
comunque naturalmente. Lotti inutilmente.
Desideri cose che sarebbero tue,
se non le desiderassi.”
(Osho)

Esistono alcune difficoltà lungo il sentiero della meditazione: la prima è l'ego. La società, la famiglia, la scuola, la chiesa, tutti coloro che ti circondano fanno in modo che tu divenga egoista. Perfino la psicologia moderna si fonda sul rafforzamento dell'ego. La psicologia e l'educazione moderne pensano che se una persona non ha un ego solido non sarà in grado di lottare nella vita, luogo in cui esiste una competizione tale che, se fossi un umile, verresti messo in disparte, non riusciresti mai a farti avanti.

Hai bisogno di un ego d'acciaio, molto forte, per vivere in un mondo tanto competitivo, solo così puoi avere successo. In qualsiasi campo - può essere il mondo degli affari, la politica, una professione qualsiasi - devi avere una personalità capace di imporsi, e gli ingranaggi di tutta la nostra società funzionano per produrre nel bambino quel tipo di personalità. Fin dalla più tenera infanzia, iniziamo a dirgli: «Sii il primo della classe», e quando il bambino diventa il primo della classe, tutti lo elogiano. Cosa fate? Nutrite il suo ego fin dai primi passi.

Gli date un'ambizione: «Puoi diventare il presidente del paese, puoi diventare primo ministro». E il bambino inizia il suo viaggio nella vita con queste idee, e il suo ego si ingrossa sempre più, con ogni suo successo. L'ego è il male più grave che abbia colpito l'umanità, sotto tutti i punti di vista. Se hai successo, il tuo ego si ingrossa, e questo è un pericolo, perché in questo caso dovrai rimuovere una grossa pietra sul tuo sentiero, perché diventerà un ostacolo.

Viceversa, se l'ego è piccolo, se non hai avuto successo, se hai dimostrato di essere un fallimento, il tuo ego diventerà una ferita. In questo caso farà soffrire, creerà un complesso di inferiorità, e anche così creerà un problema. perché sai di essere un fallimento, sai di non farcela: questa è diventata l'idea fissa nella tua mente. Hai fallito in ogni situazione, e la meditazione è qualcosa di così vasto... non potrai mai farcela.

Quindi, se l'ego è grosso ti sarà di impedimento. E se è molto piccolo ti segnerà come una ferita, e sarà anche in questo caso un ostacolo. In ogni situazione umana l'ego è uno dei problemi da affrontare a priori. Nel ventre della madre ogni bambino è profondamente estatico. Certo, ne è inconsapevole, non ne sa nulla. E così unito alla sua beatitudine che non esiste nessuno in lui in grado di riconoscere quell'estasi.

La beatitudine è il suo essere, e non esiste distinzione alcuna tra colui che conosce e la cosa conosciuta. Ovviamente, il bambino non è consapevole di essere estatico. Si diventa consapevoli solo quando si perde qualcosa. È così; è difficilissimo conoscere qualcosa se non la si è perduta, perché quando non la si è persa, si è così partecipi che non esiste distanza: l'osservatore e la cosa osservata sono fusi l'uno nell'altra; la cosa conosciuta e colui che conosce sono un'unica entità.

Ogni bambino vive immerso in uno stato di beatitudine profonda, anche gli psicologi lo ammettono: sostengono che l'intera ricerca religiosa non è altro che un modo per ritrovare il ventre della madre. Usano quel fatto per criticare la religione, ma per me non è affatto una critica. È la semplice verità. Certo, la ricerca della religione è una ricerca del ventre. La ricerca della religione è una ricerca per rendere questa intera esistenza un ventre.

Il bambino è in profonda sintonia con la madre. Il bambino non è mai fuori fase con la madre: non sa di esserne separato. Se la madre è in salute, lo è anche lui; se la madre è malata, lo è anche lui. Se la madre è triste, lo è anche lui; se la madre è felice, lo è anche lui. Se la madre balla, il bambino balla; se la madre sta seduta in silenzio, il bambino è in silenzio. Il bambino non ha ancora limiti propri: questa è beatitudine allo stato puro, ma dev'essere perduta. Quando il bambino nasce, viene improvvisamente balzato fuori da questo equilibrio.

All'improvviso si trova sradicato dalla terra, dalla madre. Perde i suoi ormeggi senza però sapere chi egli sia. Quando era nel ventre della madre, non era necessario che lo sapesse. Non gli serviva: era ogni cosa, in quanto non esisteva distinzione alcuna. Non esisteva un "tu", per cui non si poneva il problema di un "io". La realtà era indivisa. Era advaita allo stato puro, pura non-dualità. Ma quando viene al mondo, il cordone ombelicale viene tagliato e il bambino inizia a respirare per conto proprio; all'improvviso tutto il suo essere diventa una ricerca per conoscere chi egli sia.

È naturale. Ora inizia ad acquistare coscienza dei propri confini, del suo corpo, dei suoi bisogni. A volte è felice, a volte è triste, a volte si sente appagato, a volte è insoddisfatto; a volte ha fame e piange, e non vede comparire la madre; altre volte è allattato al seno della madre, e di nuovo gode di quella intima unione. Ma ora sorgono in lui molti stati d'animo, e col tempo inizierà a percepire la separazione. È avvenuto un divorzio, quel matrimonio si è rotto. 

Egli era sposato in forma assoluta, con la madre; ora sarà sempre separato. E deve scoprire chi egli sia. Per tutta la vita, si continua a ricercare ciò che si è: è la ricerca fondamentale. Come prima cosa il bambino diventa consapevole del "mio", quindi di "me", poi di "te", e infine dell'"io". Si procede sempre così. È un processo ben preciso, segue sempre questo ordine. Come prima cosa, egli diventa consapevole del "mio". Osservalo, perché anche tu sei costruito così, il tuo ego è strutturato in questo modo. 

Come prima cosa il bambino diventa consapevole del "mio": questo giocattolo è mio, questa è mia madre. Inizia a possedere. Come prima cosa entra in gioco il possessore; la possessività è un elemento fondamentale. Per questo tutte le religioni invitano a diventare non-possessivi, perché con il possesso ha inizio l'inferno. Osserva un bambino: è molto geloso, è possessivo, tutti i bambini cercano di sottrarre tutto agli altri, e al tempo stesso proteggono i propri giocattoli. Inoltre, certi bambini sono violenti, assolutamente indifferenti ai bisogni altrui. 

Se un bambino sta giocando e ne arriva un altro, vedrai subito un Adolf Hitler, un Gengis Khan, un Nadir-Shah: si aggrapperà ai suoi giocattoli, sarà pronto a lottare, a scagliarsi sull'altro bambino. Sorge un problema di territorio, di dominio. Come prima cosa entra in gioco il possesso, questo è il veleno base. E il bambino inizia a dire: "Questo è mio". Una volta che il "mio" è entrato in gioco, si entra in competizione con chiunque. Una volta che il "mio" ha fatto la sua comparsa, la tua vita si trasforma in competizione, in lotta, in conflitto, in violenza, in aggressività. La fase successiva è "me". 

Quando hai qualcosa che puoi rivendicare come tuo, all'improvviso grazie a quella rivendicazione, sorge l'idea di essere il centro di quei possessi. I possessi diventano il tuo territorio, e attraverso quei possessi sorge una nuova idea: "mio". E quando ti assesti nel "me", riesci a vedere con chiarezza di avere dei confini, e quanti si trovano al di fuori di quei confini sono "tu", "l'altro": l'altro acquista evidenza, e a questo punto le cose iniziano ad andare in frantumi. L'universo è uno solo, è un'unità. Nulla è diviso. 

Ogni cosa è collegata a tutte le altre; si tratta di un'incredibile interrelazione. Tu sei collegato alla terra, sei collegato agli alberi, alle stelle; e le stelle sono collegate a te, agli alberi, ai fiumi, alle montagne. Ogni cosa è interconnessa. Nulla è separato, nulla può esserlo. Non può affatto esistere una separazione. Ad ogni istante respiri - inspiri, espiri - e in continuazione esiste un ponte che ti collega all'esistenza. Mangi, e l'esistenza entra in te; defecando, diventa concime: la mela sull'albero, domani entrerà a far parte del tuo corpo, e una parte del tuo corpo verrà espulsa come concime, e diventerà nutrimento per l'albero... è un processo continuo di “dare e prendere”. 

Non ci si arresta neppure per un istante. Quando il processo si ferma, sei morto. Cos'è la morte? Separazione. Essere uniti è vivere, essere fuori dall'unità significa essere morti. Per cui, più pensi: "Sono separato", meno sarai sensibile, più sarai morto, ti trascinerai, spento. E più ti senti collegato, più questa intera esistenza è parte di te e tu ne sei parte. Quando comprendi che noi siamo connessi gli uni agli altri, ecco che all'improvviso la visione cambia. 

In questo caso questi alberi non sono alieni, stanno continuamente preparando nutrimento per te. Quando inspiri, immetti ossigeno nel tuo organismo, quando espiri, espelli anidride carbonica; gli alberi inspirano anidride carbonica ed espirano ossigeno: esiste una continua comunione. Noi siamo in sintonia. La realtà è una unità, e con l'idea di "me", "te", usciamo dalla realtà. E quando in noi prende piede una concezione errata, l'intera visione della vita viene stravolta... "Me", e quindi "te", e alla fine sorge in quanto riflesso, l'"io". L'"io" è la forma di possessività più sottile e più cristallizzata. Una volta che si esprime l'"io", si è commesso un sacrilegio. 

Quando dici "io", ti stacchi radicalmente dall'esistenza, non è una rottura reale, altrimenti moriresti; ma nelle tue idee tu sei completamente staccato dalla realtà. D'ora in poi vivrai lottando in continuazione con la realtà. Lotterai contro le tue stesse radici. Lotterai contro te stesso. Ecco perché Buddha dice: «Lasciati andare alla deriva». Puoi farlo solo se abbandoni l'idea dell'"io", altrimenti non ce la farai. La lotta persisterà. Ecco perché diventa tanto difficile il primo passo nella meditazione. Se vi dico di stare semplicemente seduti in silenzio, non potrete mai farlo; ed è una cosa semplicissima. 

Tutti pensano che sia la cosa più semplice; non dovrebbe essere necessario insegnarlo. Dovrebbe essere sufficiente sedersi, per essere in silenzio. Ma non lo puoi fare, perché l'"io" non può concederti neppure un solo istante di rilassamento. Se ti concedesse un momento di rilassamento, riusciresti a vedere la realtà. E quando si arriva a conoscere la realtà, si dovrà lasciar cadere l'"io". In quel caso non può durare. Per cui, l'"io" non ti concede mai un attimo di vacanza. Anche se vai sulle colline, in vacanza, neppure là l'"io" ti permette un istante di riposo. 

Prendi con te la radio, la TV, porti con te tutti i tuoi problemi e ti tieni occupato. Sei andato fin là per rilassarti, ma persisti nel tuo comportamento senza cambiare nulla, non ti rilassi. L'"io" non si può rilassare. Esiste attraverso la tensione. Produrrà tensioni nuove, nuove preoccupazioni; non smetterà mai di produrre nuovi problemi, non ti concederà riposo alcuno. Basta un solo minuto di riposo e l'intera costruzione fondata sull'"io" inizierà ad andare in pezzi, perché la realtà è così bella rispetto alle brutture dell'"io". 

Si lotta in continuazione, inutilmente. Lotti per cose che accadrebbero comunque naturalmente. Lotti inutilmente. Desideri cose che sarebbero tue, se non le desiderassi. Di fatto, desiderandole le perdi. Ecco perché Buddha dice: «Scorri con la corrente. Lascia che ti conduca all'oceano.» "Mio", "me", "tu", "io": questa è la trappola. E questa trappola crea infelicità, nevrosi, pazzia. E questo è il problema: il bambino deve attraversare questo processo, perché non sa chi egli sia e ha bisogno di una identità, forse falsa, ma di certo migliore di un'assoluta mancanza di identità. 

Ha bisogno di una identità: deve sapere con esattezza chi egli sia, per cui si crea un falso centro. L'"io" non è il tuo centro reale. E un falso centro: utile, fatto per crederci, prodotto da te, ma non ha nulla a che vedere con il tuo vero centro. Il tuo centro reale è il centro di ogni cosa. Il tuo vero Sé, è il Sé di ogni cosa. Al centro, l'intera esistenza è unità: così come là dove nasce la luce, il sole, tutti i raggi sono uniti. Più ti allontani, più quei raggi si allontanano l'uno dall'altro. Il tuo centro reale non è solo il tuo centro, è il centro del Tutto. Ma noi abbiamo creato piccoli centri privati, fatti in casa, manufatti da noi. 

Ne esisteva la necessità, in quanto il bambino nasce senza confine alcuno, senza la minima idea di chi egli sia: è una necessità dettata dal bisogno di sopravvivere. Come potrebbe, altrimenti? Gli si deve dare un nome, un'idea di chi egli sia. Certo, questa idea viene dall'esterno: qualcuno ti dice che sei bello, altri che sei intelligente, altri che sei vivace. E tu collezioni ciò che la gente dice. E da tutte quelle frasi raccogli un'immagine di te. Non guardi mai dentro di te, non guardi mai chi sei. Questa immagine sarà falsa, perché nessuno potrà mai sapere chi sei, e nessun altro potrà mai dire chi sei. 

La tua realtà interiore non è disponibile ad altri che non sia te stesso. La tua realtà interiore è impenetrabile ad altri che non sia te stesso. Solo tu puoi essere nel tuo centro. Il giorno in cui scopri che la tua identità è falsa, raccogliticcia, frutto di opinioni altrui e da te collezionate... una volta, pensaci: siedi in silenzio e pensa a chi sei. Sorgeranno molte idee. Continua a osservare da dove spuntano e ne scoprirai la fonte. Qualcosa proviene da tua madre, e sono la maggior parte, l'ottanta se non il novanta per cento. Qualcosa proviene da tuo padre, qualcosa dai tuoi insegnanti, qualcosa dai tuoi amici, qualcosa dalla società.

Limitati a guardare: riuscirai a suddividere le varie fonti. Nulla è frutto del tuo sentire, neppure l'uno per cento. Che identità è mai questa, se tu non hai dato il benché minimo contributo? E tu sei il solo che avrebbe dovuto dare forma a tutta la tua personalità. Il giorno in cui scopri questo, la religione acquista importanza. Il giorno in cui scopri tutto questo, inizi a cercare una tecnica, un metodo che ti aiuti a entrare nel tuo essere; a conoscere con esattezza, nella realtà, dal punto di vista esistenziale, chi sei.

Non ti accontenti più di una collezione di immagini prese dall'esterno, non vuoi più che gli altri riflettano la tua realtà: vuoi affrontarla direttamente, nella sua immediatezza; vuoi entrare nella tua natura, e sentire da lì. Perché chiedere a qualcun altro? E a chi potresti chiederlo? Gli altri sono ignoranti per ciò che concerne loro stessi, quanto lo sei tu di te stesso. Non si conoscono: come potrebbero conoscere te? Guarda come vanno le cose, come continuano a funzionare, come succedono: una cosa falsa conduce a un'altra. 

Tu sei praticamente raggirato, ti lasci imbrogliare. Sei preso in giro da persone che possono non averlo fatto consapevolmente. A loro volta possono essere stati presi in giro da altri. Tuo padre, tua madre, i tuoi insegnanti, possono essere stati frodati da altri: i loro padri, le loro madri, i loro insegnanti. E a loro volta hanno raggirato te: farai la stessa cosa con i tuoi figli? In un mondo migliore, dove la gente sarà più intelligente, più consapevole, si insegnerà ai bambini l'idea che questa identità è falsa: «È necessaria, noi te la diamo, ma solo per un periodo di tempo provvisorio, in attesa che tu, in prima persona, scopra chi sei.» 

Non sarà la tua realtà. E prima scoprirai chi sei, meglio sarà. Prima potrai mettere da parte questa idea, meglio sarà, perché da quel momento soltanto sarai realmente nato, e sarai realmente vero, autentico. Diventerai un individuo. Le idee che raccogliamo dagli altri ci forniscono una personalità, e ciò che arriviamo a sapere dall'interno ci fornisce una individualità. La personalità è falsa, l'individualità è reale. La personalità è acquisita, imprestata; la realtà, l'individualità è autentica, nessuno te la potrà mai dare. 

Nessuno potrà mai dire chi sei. Per lo meno una cosa nessun altro potrà mai darti: la risposta all'interrogativo: «Chi sono?». Tu dovrai scendere, scavare nelle profondità del tuo essere. Strati su strati di identità, di identità false, devono essere rotti. E quando si entra dentro di sé c'è paura, perché sopraggiunge il caos. In qualche modo con la tua falsa identità te la sei cavata. 

Ti sei adattato. Sai che ti chiami così o cosà; hai delle credenziali, dei diplomi, delle lauree, attestati universitari, dottorati, hai prestigio, denaro, una tradizione. Hai modi particolari per definirti. E possiedi un'idea, per quanto possa funzionare, ma funziona. Entrare dentro di te, significa mettere da parte questa definizione utile... sorgerà il caos. Prima di arrivare al tuo centro, dovrai superare una fase molto caotica. Ecco perché si ha paura. 

Nessuno vuole entrare dentro di sé. La gente continua a insegnare: “Conosci te stesso”; noi li ascoltiamo, senza mai sentirli. Non ci facciamo mai caso. Si intuisce che lasciando libero il caos ci si perderà in esso, se ne resterà invischiati. E a causa della paura di quel caos, continuiamo ad aggrapparci a tutto ciò che esiste all'esterno. Ma in questo modo sprechiamo la nostra vita. (Osho B. Rajneesh, La meditazione prima e ultima libertà, Mediterranee ed.)

mercoledì 24 maggio 2017

Giustificazioni



“Ormai nessuno ha più tempo per nulla.
Neppure di meravigliarsi, inorridirsi,
commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi.
Le scuse per non fermarci a chiedere
se questo correre ci rende felici sono migliaia,
e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.”
(Tiziano Terzani)

È evidente che la crisi, che attualmente il mondo sta attraversando, e eccezionale, e senza precedenti. Ci sono state crisi di vario genere in diversi periodi storici, crisi sociali, politiche, nazionali. Le crisi vanno e vengono; le recessioni economiche, i periodi di depressione sopraggiungono, subiscono dei mutamenti e continuano sotto altra forma.

Lo sappiamo bene, queste cose ci sono familiari. Ma certamente la crisi attuale è qualcosa di diverso. È diversa prima di tutto perché non ha a che fare con cose tangibili, oltre il denaro, ma riguarda le idee. È una crisi eccezionale perché ha a che fare con la mente. Servendoci delle idee, pianifichiamo i delitti.

Ovunque nel mondo giustifichiamo il “me”, l’io, come mezzo per raggiungere un obiettivo che riteniamo legittimo. Una cosa simile non ha precedenti. Un tempo il male veniva riconosciuto per quello che era, ed un delitto era un delitto; ma ora lo si considera un mezzo per raggiungere un nobile risultato.

Che sia una sola persona o un gruppo di persone a commetterlo, per giustificarlo basta dire che serve a raggiungere obiettivi che porteranno dei benefici all’umanità. Ma questo significa che sacrifichiamo il presente al futuro: non importa se vengono impiegati mezzi deleteri, quando lo scopo dichiarato e di produrre un risultato che si ritenga benefico per l’umanità.

Questo implica la convinzione che, usando mezzi sbagliati, si possano ottenere giusti risultati; così abbiamo bisogno di un processo mentale per giustificare l’uso di mezzi sbagliati. Abbiamo costruito una imponente struttura di idee per giustificare il male, e sicuramente questo non ha precedenti. Il male è male, non può produrre il bene. La guerra non è un mezzo per ottenere la pace...

Abbiamo bisogno di ubriacarci per sapere che cos’è la sobrietà? Abbiamo bisogno di odiare per sapere che cos’è la compassione? Dovete fare la guerra, dovete distruggervi la vita per sapere che cos’è la pace? È evidente che il nostro modo di pensare non ha alcun senso: voi date per scontato che sia un’evoluzione, una crescita, un passare dal male al bene, e vi abituate a pensare secondo questo schema.

Certo, fisicamente esiste una crescita, una piantina diventerà un grande albero. Esiste il progresso tecnologico: Il progresso della tecnologia è andato avanti per secoli, consentendoci di passare dalla ruota all’aereo a reazione. Ma esiste un progresso psicologico, un’evoluzione psicologica?

Ci stiamo chiedendo se esiste una crescita, un’evoluzione del “me”, che partendo dal male consenta di arrivare al bene. Mediante un processo evolutivo che avviene nel tempo, il “me” che è il centro del male, può diventare buono e nobile? Evidentemente no. Quella struttura psicologica che è il “me”, che è il male, rimarrà sempre qualcosa di cattivo. Ma noi non vogliamo rendercene conto.

E crediamo che, col tempo, possa avvenire un cambiamento, una crescita che consenta all’io di realizzarsi. La nostra speranza, il nostro desiderio è che l’io, col passare del tempo, diventi perfetto. Ma che cos’è l’io, che cos’è il me? È un nome, una forma, un cumulo di ricordi, di speranze, di frustrazioni, di desideri, di sofferenze, di tormenti, di gioie passeggere.

Vogliamo che il “me” continui ad esistere finché diverrà perfetto; così diciamo che al di là del “me” c’è un “me superiore”, un Sé superiore, un’entità spirituale che è eterna. Ma siccome questa entità “spirituale” è frutto del nostro pensiero, rimarrà sempre confinata nel tempo. Dal momento che la pensiamo, è il prodotto della nostra mente. (Jiddu Krishnamurti, Il libro della vita, Astrolabio ed.)

martedì 23 maggio 2017

L’obbedienza è una virtù?



“...l'obbedienza non è ormai più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni...”
(don Lorenzo Milani)

Secondo i miti giudaici ed ellenici, la storia dell'uomo è stata inaugurata da un atto di disobbedienza. Adamo ed Eva, che abitavano nel paradiso terrestre, erano parte integrante della natura; vivevano con essa in armonia, e tuttavia la trascendevano. Stavano dentro la natura così come il feto sta dentro l'utero della madre. Erano umani, e in pari tempo non lo erano ancora. Tale condizione mutò allorché essi disobbedirono a un ordine.

Il loro atto di disobbedienza ha scisso il legame originario con la natura e li ha resi individui. Il “peccato originale”, lungi dal corrompere l'uomo, lo ha anzi reso libero; è stato esso l'inizio della storia. L'uomo ha dovuto abbandonare il paradiso terrestre per imparare a dipendere dalle proprie forze e diventare pienamente umano. 

Con il loro messianismo, i profeti hanno fornito la conferma all'idea che l'uomo aveva il diritto di disobbedire e che, lungi dall'essere stato corrotto dal suo “peccato”, commettendolo si è affrancato dai legami dell'armonia preumana. Per i profeti, la storia è il luogo in cui l'uomo diventa umano; nel corso del divenire storico, l'uomo sviluppa le proprie facoltà razionali e la capacità di amare, fino a creare una nuova armonia tra se stesso, i suoi simili e la natura.

Questa nuova armonia è designata dai profeti con il nome di “fine dei tempi”, intendendo con questo l'era storica in cui ci sarà pace tra uomo e uomo e tra uomo e natura. Si tratta di un “nuovo” paradiso creato dall'uomo stesso, e che l'uomo soltanto può creare perché è stato costretto ad abbandonare l'“antico” paradiso in seguito alla sua disobbedienza.

Esattamente come il mito giudaico di Adamo ed Eva, quello ellenico di Prometeo concepisce la civiltà umana basata tutta quanta su un atto di disobbedienza. Rubando il fuoco agli dèi, Prometeo pone le fondamenta dell'evoluzione umana. Non ci sarebbe storia umana senza il “delitto” di Prometeo. Il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza; ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario, afferma orgogliosamente di preferire “essere incatenato a questa roccia che non il servo obbediente degli dèi”.

L'uomo ha continuato a evolversi mediante atti di disobbedienza. Non soltanto il suo sviluppo spirituale è stato reso possibile dal fatto che nostri simili hanno osato dire “no” ai poteri in atto in nome della propria coscienza o della propria fede, ma anche il suo sviluppo intellettuale è dipeso dalla capacità di disobbedire: disobbedire alle autorità che tentassero di reprimere nuove idee e all'autorità di credenze sussistenti da lungo tempo, e secondo le quali ogni cambiamento era privo di senso.

Se la capacità di disobbedire ha segnato l'inizio della storia umana, come ho già detto può darsi benissimo che l'obbedienza ne provochi la fine. E non sto parlando in termini simbolici o metaforici. Sussiste la possibilità, e anzi la probabilità, che la razza umana distrugga la civiltà e addirittura ogni forma di vita sulla terra già nei prossimi cinque o dieci anni.

È un evento dei tutto privo di razionalità e di senso, e tuttavia è un fatto che, mentre sotto il profilo tecnico viviamo nell'era atomica, la maggioranza degli esseri umani, compresi i detentori dei potere, vivono ancora, a livello emozionale, nell'età della pietra; e che, mentre la nostra matematica, la nostra astronomia, le nostre scienze naturali appartengono al XX secolo, gran parte delle nostre concezioni della politica, dello Stato, della società, sono ancora arretratissime rispetto all'era della scienza.

Se l'umanità si suiciderà, sarà perché si obbedirà a coloro che ordineranno di premere i fatali bottoni; perché si obbedirà alle arcaiche passioni della paura, dell'odio, della brama di possesso; perché si obbedirà agli obsoleti cliché della sovranità statale e dell'onore nazionale…

Non voglio dire, con questo, che ogni disobbedienza è una virtù e ogni obbedienza un vizio. Far propria un'opinione del genere significherebbe ignorare il rapporto dialettico che intercorre tra obbedienza e disobbedienza. Qualora i principi ai quali si obbedisce e quelli ai quali si disobbedisce siano inconciliabili, un atto di obbedienza a un principio costituirà di necessità un atto di disobbedienza al suo opposto, e viceversa.

Antigone costituisce l'esempio classico di questa dicotomia. Obbedendo alle inumane leggi dello Stato, Antigone per forza di cose disobbedirebbe alle leggi dell'umanità; obbedendo a queste, non può non disobbedire a quelle. Tutti i martiri delle fedi religiose, della libertà e della scienza hanno dovuto disobbedire a coloro che volevano imbavagliarli, se volevano obbedire alla propria coscienza, alle leggi dell'umanità e della ragione.

L'essere umano capace solo di obbedire, e non di disobbedire, è uno schiavo; chi sa soltanto disobbedire, e non obbedire, è un ribelle (non un rivoluzionario): costui agisce mosso da collera, da delusione, da risentimento, non già in nome di una convinzione o di un principio. Allo scopo di evitare equivoci terminologici, va però fatta una precisazione di grande importanza.

L'obbedienza nei confronti di una persona, istituzione o potere (obbedienza eteronoma) equivale a sottomissione; essa implica l'abdicazione alla propria autonomia e l'accettazione di una volontà o di un giudizio esterno in sostituzione dei propri. L'obbedienza alla propria ragione o convinzione (obbedienza autonoma) è invece un atto di affermazione, non di sottomissione.

La mia convinzione e il mio giudizio, se sono autenticamente miei, sono parte integrante di me stesso. Se li seguo anziché far mio il giudizio di altri, sono e resto me stesso; ne consegue che la parola obbedire può essere usata in questo caso soltanto in senso metaforico e con un significato che è fondamentalmente diverso da quello dell'“obbedienza eteronoma”.

Ma questa differenziazione richiede a sua volta due ulteriori precisazioni, una per quanto attiene al concetto di coscienza, l'altra per quanto attiene al concetto di autorità. Il termine coscienza è impiegato per designare due fenomeni diversissimi l'uno dall'altro. Uno è la “coscienza autoritaria”, cioè la voce interiorizzata di un'autorità che siamo bramosi di ingraziarci e alla quale temiamo di dispiacere.

È con questa coscienza autoritaria che gran parte delle persone sono alle prese quando obbediscono alla “propria” coscienza. Ed è anche quella di cui parla Freud, e che viene detta “Super-io”. Il Super-io rappresenta gli ordini e i divieti interiorizzati del padre, accettati dal figlio per paura. Ben diversa dalla coscienza autoritaria è la “coscienza umanistica”, che è la voce presente in ogni essere umano, indipendente da sanzioni e ricompense esteriori.

La “coscienza umanistica” si fonda sul fatto che, in quanto esseri umani, noi abbiamo una cognizione intuitiva di ciò che è umano e di ciò che è inumano, di ciò che favorisce la vita e di ciò che la distrugge. Questa coscienza è indispensabile al nostro funzionamento di esseri umani; è la voce che ci richiama a noi stessi, alla nostra umanità.

La “coscienza autoritaria” (Super-io) è pur sempre obbedienza a un potere a me estraneo, anche qualora tale potere sia stato interiorizzato. A livello conscio, io ritengo di seguire la mia coscienza, mentre in effetti ho “inghiottito” i principi dei potere; e proprio a causa dell'illusione che coscienza umanistica e Super-io siano identici, accade che l'autorità interiorizzata sia tanto più efficace dell'autorità che è chiaramente sperimentata come parte di me stesso.

L'obbedienza alla “coscienza autoritaria”, al pari di ogni obbedienza alle idee e al potere esterni, tende a indebolire la “coscienza umanistica”, vale a dire la capacità di essere e di giudicare se stessa. Tuttavia, l'affermazione che l'obbedienza a un'altra persona è ipso facto sottomissione, va a sua volta specificata, distinguendo autorità “irrazionale” da autorità “razionale”.

Un esempio di autorità razionale è dato dal rapporto tra allievo e insegnante; un esempio di autorità irrazionale, dal rapporto tra schiavo e padrone. Entrambi i rapporti si fondano sull'accettazione dell'autorità di chi comanda. Ma sotto il profilo dinamico, essi sono di natura diversa. Almeno idealmente, gli interessi dell’insegnante e dell'allievo vanno nella stessa direzione. Il primo è soddisfatto se riesce a far avanzare l'allievo; se non ci riesce, il fallimento è suo oltre che dell'allievo.

Il padrone di schiavi, al contrario, vuole sfruttare al massimo lo schiavo; più ne ricava, e più è soddisfatto. Dal canto suo, lo schiavo mira a difendere nel miglior modo possibile la sua aspirazione a un minimo di felicità. Gli interessi dello schiavo e del padrone sono antagonistici perché ciò che è vantaggioso per l'uno va a detrimento dell'altro. La superiorità reciproca ha, nei due casi in esame, una funzione differente; nel primo è la condizione dell'avanzamento della persona assoggettata all'autorità; nel secondo è la condizione del suo sfruttamento.

Parallela a questa, si delinea una seconda distinzione: l'autorità razionale è tale perché l'autorità, sia essa detenuta da un insegnante o dal comandante di una nave che impartisca ordini in una situazione di emergenza, agisce in nome della ragione la quale, essendo universale, può essere accettata senza che si abbia sottomissione. L'autorità irrazionale deve far ricorso alla forza o alla suggestione, perché nessuno si lascerebbe sfruttare se fosse libero di impedirlo.

Perché l'uomo è tanto proclive all'obbedienza e perché gli riesce tanto difficile disobbedire? Finché obbedisco al potere dello Stato, della Chiesa, dell'opinione pubblica, mi sento al sicuro e protetto. In effetti, poco importa a quale potere obbedisco, trattandosi sempre di un'istituzione o di esseri umani che fanno ricorso alla forza in una qualche forma e che fraudolentemente si proclamano onniscienti e onnipotenti.

La mia obbedienza fa di me una parte del potere al quale mi inchino reverente, e pertanto io mi sento forte. Non posso commettere errori dal momento che è esso a decidere per me; non posso essere solo, perché il potere vigila su di me; non posso incorrere in peccato, perché il potere non me lo permette, e anche se peccato commettessi, la punizione non è che il mezzo per far ritorno all'illimitato potere.

Per disobbedire, bisogna avere il coraggio di essere solo, di errare e di peccare. Ma il coraggio non basta. La capacità dei coraggio dipende dal grado di sviluppo di una persona. Soltanto chi si sia sottratto al grembo materno e agli ordini dei padre, soltanto chi si sia costituito come individuo completamente sviluppato, e abbia così acquisito la capacità di pensare e di sentire autonomamente, può avere il coraggio di dire “no” al potere, di disobbedire.

Una persona può diventare libera mediante atti di disobbedienza, imparando a dire “no” al potere. Ma, se la capacità di disobbedire costituisce la condizione della libertà, d'altro canto la libertà rappresenta la capacità di disobbedire. Se ho paura della libertà, non posso osare di dire “no”, non posso avere il coraggio di essere disobbediente. In effetti, la libertà e la capacità di disobbedire sono inseparabili, e ne consegue che ogni sistema sociale, politico e religioso che proclami la libertà, ma che bandisca la disobbedienza, non può dire la verità.

C'è un altro motivo per cui è tanto difficile osare disobbedire, opporre un “no” al potere. Durante gran parte della storia umana, l'obbedienza è stata equiparata a virtù e la disobbedienza a peccato, e ciò per una semplicissima ragione: così facendo, durante gran parte della storia una minoranza ha dominato la maggioranza. Il dominio in questione era reso necessario dal fatto che solo per pochi le buone cose della vita erano bastanti, e ai molti restavano unicamente le briciole.

Se i primi volevano godersi le buone cose e inoltre avere al proprio servizio i molti, facendoli lavorare a proprio beneficio, una condizione era imprescindibile: i molti dovevano imparare l’obbedienza. Certo, questa può essere imposta mediante la mera forza, ma si tratta di un metodo che presenta molti svantaggi, in quanto comporta la costante minaccia che prima o poi i molti trovino la maniera di rovesciare i pochi con la forza.

Inoltre, ci sono attività di vario genere che non possono essere eseguite a dovere se dietro l'obbedienza non c'è che paura. Sicché, l'obbedienza radicata unicamente nel timore della forza deve essere trasformata in un'obbedienza che abbia radici nel cuore. L'essere umano deve voler obbedire, e anzi sentire la necessità di farlo, invece di avere soltanto paura di disobbedire. Perché questo sia possibile, il potere deve assumere le qualità della Bontà Assoluta, della Sapienza Assoluta; deve diventare Onnisciente.

E se questo si verifica, il potere può proclamare che la disobbedienza è peccato e l'obbedienza virtù; e una volta che l'abbia fatto, i molti possono accettare l'obbedienza perché è un bene, e detestare la disobbedienza perché è un male, anziché odiare se stessi per il fatto di essere vigliacchi. Da Lutero fino al XIX secolo, ci sì è trovati alle prese con autorità dichiarate, esplicite.

Lutero, il papa, i principi desideravano mantenere il potere, la classe media, i lavoratori, i filosofi, miravano ad abbatterlo. La lotta contro l'autorità in seno allo Stato e alla famiglia costituiva sovente la base stessa dello sviluppo di una personalità indipendente e audace, trattandosi di una lotta che era inseparabile dall'atteggiamento intellettuale che caratterizzava i filosofi dell'Illuminismo e gli scienziati.

Tale “atteggiamento critico” aveva a fondamento la fede nella ragione, ma era anche, in pari tempo, un atteggiamento di dubbio nei confronti di tutto ciò che veniva detto o pensato, in quanto basato sulla tradizione, sulla superstizione, sulla costumanza, sul potere…

Il caso di Adolf Eichmann è simbolico della nostra situazione, e ha un significato che trascende di gran lunga quello di cui si sono occupati i rappresentanti dell'accusa al tribunale di Gerusalemme. Eichmann è un simbolo dell'individuo inserito in un'organizzazione, del burocrate alienato agli occhi del quale uomini, donne e bambini sono divenuti numeri. È un simbolo di tutti noi: in Eichmann possiamo vederci riflessi.

Ma la cosa più spaventosa in lui fu che, una volta chiarita l'intera vicenda alla luce delle sue stesse ammissioni, in perfetta buona fede Eichmann ha potuto proclamarsi innocente, ed è evidente che, se si ritrovasse nella stessa situazione, lo rifarebbe. E lo stesso faremmo noi: lo stesso facciamo noi.

L'uomo inserito in un'organizzazione ha perduto la capacità di disobbedire, non è neppure consapevole dei fatto che obbedisce. Nell'attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l'umanità e la fine della civiltà. (Erich Fromm, La disobbedienza e altri saggi, Arnoldo Mondadori Ed.)

domenica 21 maggio 2017

Il quesito del rabbino



Un re fece chiamare un rabbino che dormiva soltanto due ore al giorno e dedicava le altre ventidue ore alla lettura della Bibbia. «Dimmi la verità che hai trovato in quelle pagine, o ti farò tagliare la testa!» gli ordinò. Il vecchio sorrise: «Prima di rivelarti il segreto che attendi, lascia, o mio signore che ti faccia una domanda.» «D’accordo, falla!»

«Due uomini camminano nel bosco, dopo una forte pioggia. Scivolano e cadono in una pozzanghera. Uno si rialza sporco, l’altro perfettamente pulito. Quale dei due si lava?» «Quello tutto infangato!» rispose il re. «No maestà. L’uomo infangato vede che l’altro è pulito e pensa di essere pulito anche lui. L’altro invece, vedendo il primo imbrattato di fango, pensa di esserlo anche lui, e corre a lavarsi.»

«Bene - disse il re - adesso dimmi la verità che hai trovato nella tua Bibbia.» «Prima, mio signore, risolvi questo problema: due uomini camminano nel bosco, dopo una forte pioggia. Scivolano e cadono in una pozzanghera. Uno si rialza sporco, l’altro perfettamente pulito. Quale dei due si lava?» «Quello pulito!»

«No, mio signore. Visto che si erano già sbagliati una volta, l’uomo imbrattato di fango ora si lava. L’esperienza insegna.» «E va bene - disse il re – adesso però dimmi la verità che hai trovato nel tuo libro sacro.» «Oh, mio magnanimo signore, lascia che ti ponga un ultimo quesito! Dopo una forte pioggia, due uomini che camminano nel bosco cadono in una pozzanghera. Uno ne esce sporco, l’altro pulito. Quale dei due si lava?»

Il re rimase sconcertato. «Non so più cosa rispondere. Possono lavarsi tutti e due, o nessuno dei due… Forse quello infangato si lava un’altra volta.» Il vecchio sorrise: «Se credi, mio signore, che un incidente simile possa ripetersi tre volte, allora sei disposto a credere a qualunque cosa.»

Il re non vede altro, nella Bibbia, che un insieme di parole. Pensa che la verità sia qualcosa che viene detta. Il rabbino gli dimostra che un testo può dar luogo a infinite interpretazioni. Le parole sono soltanto una guida verso la verità, così come il dito che indica la luna, non è la luna.

Per comprendere che cosa trovi il rabbino nel suo libro sacro, il re dovrebbe trasformare la propria mente aprendo il proprio cuore. Attraverso il teso, il saggio entra in rapporto emotivo - uno stato che si può soltanto vivere, non pensare - con quel impensabile che si chiama Dio. Il re vuole credere. Il rabbino vuole conoscersi, perché sa che dentro di sé dimora il Creatore.

Il re, per dominare il mondo, se ne separa. Il saggio, per amore del mondo, vi si unisce. Questo è un insegnamento essenziale dei rabbini. Un giorno, un giovane ateo si avvicinò al devoto rabbino hassidico Manachem Mendel di Kotsk e gli domandò con sarcasmo: «Dove abita Dio in realtà?» Il rabbino gli rispose: «Ovunque lo si lasci entrare!» (Alejandro Jodorowsky, La risposta è la domanda, Mondadori ed.)

lunedì 15 maggio 2017

Alla ricerca della terra promessa



“Il viaggio più lungo è il viaggio interiore.“
(Dag Hammarskjöld)

Non è raro sentire commenti razzisti nei confronti degli extracomunitari, migliaia e migliaia di persone venute in Italia nella speranza di migliorare la propria condizione economica. In parte questa speranza è stata soddisfatta, ma a costo di enormi sacrifici, tra cui probabilmente il più grande è la necessità di abbandonare i genitori, i parenti, la terra di origine. Per alcuni il ritorno al paese natale è impossibile.

Pensiamo ai profughi di qualunque paese che sta subendo la violenza politica e militare di un grande cambiamento sociale. In un certo senso, anche noi siamo profughi della nostra stessa terra. Quante volte ci troviamo a dover lasciar andare una situazione, a dover abbandonare una certa condizione, spinti dalla necessità di aprire uno spiraglio in una situazione di sofferenza!

E così ci mettiamo in viaggio, potremmo dire, alla ricerca della terra promessa. Pensiamo che la nostra terra promessa esista come luogo fisico, pensiamo che la felicità sia impossibile da trovare qui e ora, esattamente qui dove siamo. Questa mancanza di fiducia nella nostra situazione attuale ci fa ricercare spazi diversi, esperienze diverse, persone diverse nella speranza che un luogo o una persona ci possano dare la felicità che ci manca.

Ma, ben presto, ci rendiamo conto che, in qualsiasi luogo siamo, con qualsiasi persona viviamo, qualsiasi cosa facciamo, le cose non vanno come avremmo voluto. È uno scoraggiamento capace di portarci a un senso di totale smarrimento ma, poiché ci sentiamo responsabili per noi e per gli altri, facciamo enormi sacrifici per andare avanti. E così, tutti presi dal sacrificio e dal lavoro compulsivo, dimentichiamo di accudire a quella ferita interiore che non ha ancora trovato un’erba curativa, un lenimento.

Ci gettiamo nel lavoro in modo frenetico, siamo rivolti solo all’esterno, presi dalla meccanica stabilitasi tra noi e gli altri, tra noi e la società. Questo continuo darci da fare, compreso ciò che facciamo per gli altri, soffoca proprio quel desiderio di libertà che ci aveva fatto rivolgere all’esterno. Tutti vogliamo ritornare a casa, ma prima dobbiamo sapere qual è la nostra vera casa. Pensiamo a una casa di mattoni, lavoriamo sodo per guadagnare abbastanza per comprarcela.

Potremmo dedicare anni e anni a questo scopo, crearci una famiglia una famiglia e una casa solo per renderci conto che, in realtà, abbiamo dimenticato di lavorare su noi stessi, e non abbiamo quindi creato le condizioni indispensabili per stabilire un rapporto durevole e armonioso con la nostra famiglia. Così quelle quattro mura ci soffocano e, mancandoci l’armonia proprio in casa nostra, abbiamo voglia di evadere, di scappare, alla ricerca di altri piccoli rifugi, di altre piccole e grandi cosa da fare per sostituirle al nostra antico sogno.

Fa parte di un discorso molto importante, perché una dinamica psicologica caratteristica è l’evasione, la fuga, il non voler vedere come feriamo le persone che ci sono più vicine. In seguito, senza dubbio proviamo tutti nostalgia, una nostalgia profonda che ci chiama verso la nostra vera casa. Vogliamo tornare a casa. Dopo aver viaggiato per anni, lavorato per anni, incontrate tante persone, vogliamo ritrovare il nostro giaciglio e, una volta tanto, dormire da soli sotto le stelle.

È solo la paura che non ci permette di essere liberi. Liberi dal desiderio, come dall’avversione e dall’illusione. Invece, continuiamo a pensare che la libertà ci aspetti in un’altra terra, in un altro sogno. Credere che possa esserci di rifugio un’altra casa, un altro luogo, un’altra situazione è un’illusione. Significa non voler accettare il lavoro che dobbiamo adempiere qui e ora per ristabilire un rapporto sincero e armonioso con le persone con cui abbiamo intrapreso il viaggio della vita.

È essenziale chiederci se siamo disposti a cambiare, se vogliamo veramente guarire dalla malattia e dal desiderio ossessivo. È essenziale chiederci se vogliamo vivere al di là della dipendenza, della schiavitù degli stimoli e delle sensazioni, liberi da qualunque oggetto. Ogni volta che creiamo dualismo e viviamo nel dualismo, allarghiamo l’area del conflitto. (Achaan Thanavaro, Verso la luce, Ubaldini ed.)

venerdì 12 maggio 2017

Il desiderio



“L’attaccamento è come miele sulla lama di un rasoio:
sembra piacere ma offre solo dolore.”
(Lama Zopa Rinpoche)

Quando un forte desiderio sommerge la mente, ostacola la capacità di vedere con chiarezza la realtà. Il desiderio si aggrappa all’apparenza esagerata dell’oggetto del desiderio come sempre, realmente, in sé e per sé buono. Dopo aver applicato le buone qualità dell’oggetto e averlo etichettato “buono” credete di vederlo come qualcosa di buono di per sé e vi aggrappate a esso.

Aggrapparsi all’apparenza esagerata interferisce con la capacità di vedere la natura ultima dell’oggetto. Quando questo accade, anziché guardare l’oggetto, la persona o la cosa che desiderate, dovreste osservare il soggetto, la vostra mente. Semplicemente, osservate la vostra mente. Cambiate l’oggetto di attenzione, da esterno (l’oggetto che proiettate) a interno (la mente che proietta). Invece di pensare all’oggetto, osservate la mente che pensa l’oggetto.

Quando praticate questa meditazione così semplice, si verifica subito un cambiamento. All’improvviso il desiderio insopportabile può essere fermato. Nella vostra mente c’è spazio per vedere la vera natura di voi stessi e dell’oggetto del vostro desiderio. Se lo fate anche solo per un attimo, la mente desiderante inizia a essere controllata, pacificata, domata.

Voi seguite il desiderio allo scopo di ottenere l’appagamento. Il vostro desiderio è meritevole e avete ragione a volerlo raggiungere, ma il metodo è sbagliato e ha come unico risultato l’insoddisfazione. Voi seguite il desiderio e non siete soddisfatti. Di nuovo seguite il desiderio e di nuovo non siete soddisfatti. Ci provate ancora, e ancora una volta non siete soddisfatti.

Quando dico che dovreste rinunciare al desiderio, potrebbe sembrare che vi dica di rinunciare alla felicità, ma non è così! Se osservaste veramente in profondità il desiderio e gli oggetti del desiderio, vedreste che, sebbene appaiano come piaceri, non è possibile trovare in essi alcun vero piacere. Sopprimere il desiderio, però, non significa affatto sopprimere ogni felicità!

In realtà, quando rinunciate al desiderio, vi aprite nell’unico modo possibile alla vera felicità. Poiché forse non avete ancora sperimentato la vera felicità, scambiate la sottile sofferenza del desiderio per la vera pace, ma una volta che comprenderete gli infiniti benefici di rinunciare all’egoismo e al desiderio, questo tipo di rinuncia è un atto gioioso. (Lama Zopa Rinpoche, Il cammino della felicità, Mondadori ed.)