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martedì 30 maggio 2017

L’alienazione



“Il problema fondamentale è l’alienazione da noi stessi,
l’alienazione dai nostri sentimenti,
dagli altri esseri umani e dalla natura,
l’alienazione dal mondo dentro e fuori di noi.”
(Erich Fromm)

Alla metà del secolo scorso, Erich Fromm studiò il problema della salute mentale dell’uomo moderno. Usando un approccio di impostazione socio-psicologica egli esaminò i disturbi psicologici dell’uomo “normale” e concluse che la “normalità” è correlata allo stato dell’uomo socialmente adattato. Fromm mise in relazione il contesto sociale in cui l’individuo vive con la qualità della sua salute mentale e affermò che il comportamento umano risente delle esigenze economiche e sociali.

Questo metodo di indagine, in passato, gli aveva consentito di evidenziare il carattere autoritario degli anni ’30, il carattere mercantile degli anni ’40 e il carattere necrofilo degli anni ’60. Facendo l’analisi dei processi produttivi e studiando il risultato del processo di adattamento degli individui, Fromm concluse che vi era il fondato sospetto che la società pretendesse dall’individui degli atteggiamenti psichici che potevano indurre dei processi patologici. La condizione del mondo moderno induce una crescente incapacità di avere un rapporto diretto con la realtà.

Fromm usò il concetto di “alienazione” che Marx aveva collegato solo ai processi produttivi e all’economia, e usò quel concetto per studiare il comportamento sociale umano e le ripercussioni della modernità sulla salute mentale. Negli anni ’70, Fromm affermò che la società moderna soffriva di una crisi profonda. Tale crisi era “unica nella storia dell’umanità” perché era la “crisi della vita stessa.”

Fromm scrisse che il nostro futuro dipenderà essenzialmente dal fatto che si prenda consapevolezza di ciò, e ci si metta al servizio di un nuovo “umanesimo” che saprà mettere l’uomo al centro del nostro interesse. La questione fondamentale è l’alienazione da noi stessi, e questo significa che siamo diventati estranei a noi stessi o che il mondo esterno ci appare estraneo. Fromm era persuaso che, in ogni società, gli uomini vengono plasmati - in larga misura - dalle condizioni economiche e sociali in cui vivono.

Usò Marx sebbene considerasse troppo dogmatico il marxismo, e le sue teorie poco attente ai fattori umani coinvolti nei processi economici. Respinse la pretesa degli stalinisti di essere gli unici depositari delle teorie marxiste, e sostenne che le teorie di Marx possono dare molto alla psicologia. Notò che “la nostra è una società incentrata sul mercato.” Ma il nostro tipo di mercato è molto diverso da quello delle società rurali e dei piccoli paesi delle regioni sottosviluppate.

In quei contesti mercantili, il rapporto tra chi vende e chi compra è basato sulla conoscenza diretta. Il mercato diventa un contesto di scambio, un luogo in cui si va per fare due chiacchiere e per rinsaldare i rapporti. La società di mercato è regolata in modo diverso, perché il mercato non è governato dal venditore ma tutto viene definito dal “pubblico mercato delle merci” nel quale i prezzi e la produzione sono determinati dalla domanda.

Il prezzo e la permanenza delle merci sul mercato sono determinati dall’andamento del mercato stesso che, dentro certi limiti, deve continuamente cercare un equilibrio per governare “la domanda e l’offerta.” Ma questo meccanismo si collega con i processi psicologici degli individui, perché il mercato richiede che tutti gli oggetti siano presentati come delle merci.

Ma c’è una grande differenza tra un oggetto e una merce, perché l’oggetto possiede un determinato valore d’uso, mentre la merce ha un valore di scambio. Quando l’oggetto appare sul mercato assume un certo valore economico, perciò l’oggetto inizia ad essere pensato sotto forma di denaro o di astrazione. Il valore economico degli oggetti implica che gli oggetti siano pensati nella forma astratta di denaro.

Ognuno di noi, dice Fromm, se ci pensa bene si accorge che gli oggetti vengono pensati non più come degli oggetti, ma come delle merci. Gli oggetti non vengono più considerati per il loro valore d’uso, o per la loro bellezza e utilità, ma assumono un valore sempre più astratto. Gli oggetti non vengono più considerati per le loro caratteristiche concrete ma in modo astratto. Questo “processo di astrattizzazione” è collegato al meccanismo produttivo e alla nostra economia.

Con questo processo “vanno perdute praticamente tutte le qualità specifiche, concrete, e ogni cosa assume la stessa caratteristica quantificabile che si esprime in forma astratta,” scrive Fromm. E lo stesso processo si estende e si manifesta anche nella percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo. Di conseguenza, viene “dimenticata e ignorata la concretezza di quella persona, che pure era una persona particolare, unica, com’è unico ogni essere umano.”

L’atteggiamento mercantile si manifesta quando le persone che lavorano non vendono solo la loro forza fisica e le loro capacità ma, nella nostra società, esse vendono anche la loro libertà. Per restare rispettabili occorre mostrarsi gradevoli e avere un buon ambiente familiare. Ma, in questo modo, il singolo non si percepisce più come un individuo concreto, ma è come una merce ovvero uno che deve “vendersi bene sul mercato.”

Nella nostra società l’individuo fa dipendere il suo valore solo dal fatto di essere più o meno commerciabile, perciò la sua fiducia in sé stesso dipende dal fatto che sia commerciabile. La percezione di noi stessi non è più determinata dall’apprezzamento delle nostre qualità concrete, della nostra intelligenza, dalla nostra onestà, dalla nostra dolcezza, dal nostro umorismo e così via.

La percezione del nostro valore e il senso di sicurezza che ne deriva dipendono dalla capacità di venderci. Per questo l’uomo moderno è insicuro e dipendente dal successo, oppure diventa insicuro quando non ha successo. Il comportamento economico e il nostro modo di produrre esercitano un’influenza enorme sulla struttura della nostra personalità. Anche il linguaggio accentua l’astrazione, perché il linguaggio - di sua propria natura - deve sintetizzare tutte le qualità intrinseche delle cose rappresentandole con una parola.

Anche il linguaggio facilita l’astrazione dalle vere esperienze, infatti le parole diventano sempre più lontane dalle esperienze concrete. Questa perdita di contatto con la realtà, secondo Fromm, investe anche il mondo dei sentimenti. Viviamo in un vuoto affettivo e - per tirare avanti - riempiamo il vuoto con il sentimentalismo.

Il fenomeno del sentimentalismo è tipico nell’individuo distaccato, chiuso in sé stesso e privo di relazioni significative perciò viene a trovarsi in una condizione particolare. Egli prova emozioni ma senza riferirsi a nessuno in particolare, perciò diventa sentimentale: i sentimenti traboccano ed emergono altrove. Ecco allora il ricorso a parole roboanti quali: «onore», «Patria», «rivoluzione» ma queste parole sono astratte e avulse da ogni reale significato.

In effetti, alcune persone possono vedere immani tragedie a pochi passi da loro e restare impassibili. Costoro non hanno alcun rapporto con il mondo che le circonda quindi vivono nel vuoto dell’astrazione, nell’alienazione della realtà dei sentimenti. Ma, dato che sentono pur sempre qualche sentimento, non possono far altro che risvegliare il sentimentalismo, perché non sanno esprimere dei veri sentimenti.

Essi ricorrono alle frasi fatte legate a particolari contesti e, se piangono, non lo fanno perché provano una reale infelicità ma piangono solo per avere uno sfogo. Essi vivono nel vuoto e quando il sentimento che possiedono cerca uno sfogo, questi individui "disturbati" prendono al volo l’occasione per sfoggiare quel sentimentalismo vuoto che è così frequente nella cultura moderna.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 27 luglio 2009

L’anima respira attraverso il corpo


Assai curiosamente le ricerche scientifiche sui sentimenti e sulle emozioni sono iziate solo negli anni ’60 del secolo scorso, perchè si credeva che i sentimenti e le emozioni, potessero essere indagati solo dai filosofi e dai poeti, e che non fossero analizzabili con metodi scientifici.

Quando, nel 1967, Paul Ekman partì per la Papua Nuova Guinea, andava alla ricerca di un popolo che fosse il più vicino possibile allo stato di natura prima che la civilizzazione spazzasse via le ultime tracce di un popolo incontaminato. Ekman voleva studiare l’origine del sorriso umano, e studiarlo su una popolazione primitiva equivaleva a capirne le origini genetiche umane. Le conclusioni a cui giunse fecero sobbalzare sulla sedia gli studiosi di psicologia umana.

Si era ritenuto che il bambino fosse una tabula rasa e che l’uomo nascesse con la mente vuota, Ekman dimostrò che non è assolutamente vero! I genitori e l’ambiente non travasano i loro insegnamenti e valori in un vaso vuoto, ma in un recipiente pieno di cognizioni umane di base, tra cui il sorriso. L’uomo non deve imparare tramite l’educazione, la mimica dei sentimenti e l’alfabeto delle emozioni, esse sono inserite nella sua dotazione di base.

Gli studi condotti da Paul Ekman sulla tribù dei Fore, gli abitanti degli altipiani papuasiani, si protrassero per molte settimane e furono ampiamente documentate da registrazioni su nastro e da fotografie. I dati dimostrarono che il linguaggio degli umani è diverso, ma la mimica e la gestualità usate per esprimere i sentimenti sono uguali per tutta la specie umana: la cultura non può condizionare la tastiera dell’animo umano e la capacità di esprimere i sentimenti non viene appresa. Ekman classificò 19 tipi di sorriso, di cui 18 assolutamente strumentali e solo uno caratteristico della gioia e perciò autentico.

Ekman dimostrò che quasi tutti i sorrisi vengono indossati come una maschera. Sorridiamo soprattutto per non rivelare la verità sui nostri sentimenti, sorridiamo perché una battuta ci offende, sorridiamo perché abbiamo ansia, sorridiamo perché abbiamo paura e sorridiamo perché ci insegnano a fare “buon viso a cattivo gioco”. Tutti questi sorrisi sono trucchi sociali, sono gesti di disimpegno e trucchi di strategia umana.

Ekman osservò che, nel sorriso di circostanza muoviamo il muscolo dello zigomo, tirando verso l’alto gli angoli della bocca e muoviamo la parte inferiore del viso ma, nel sorrico autentico, non solo solleviamo gli angoli della bocca e la parte inferiore del viso, ma mettiamo in moto anche il muscolo orbicolare degli occhi e la parte superiore del viso. Quando sorridiamo di gioia, s’increspano gli angoli degli occhi e si formano le rughe oculari del sorriso: il sorriso di autentica gioia è quello che inizia negli occhi.

Forse la poesia già lo sapeva se il poeta spagnolo Gustavo Adolfo Bécquer aveva scritto: “Come un libro aperto leggo nel fondo dei tuoi occhi. Perché la bocca sorride se gli occhi la smentiscono?” Sembrerà strano, ma questo fu il primo esempio di indagine scientifica sull’origine dei sentimenti.

Oggi si arriva ad accettare che i sentimenti coinvolgano tutto il corpo nella sua interezza, oggi sappiamo che il mondo mentale del soggetto è essenziale ma che è il segnale corporeo, che ad esso si associa, a determinare la forza dei nostri sentimenti: è l’unione del corpo e della mente che determina la nostra felicità.

Se le emozioni sono risposte istintive all’ambiente, utili per farci risparmiare tempo in caso di pericoli, i sentimenti sono invece le associazioni che facciamo tra l’emozione e la sensazione piacevole o spiacevole che vi è unita: se le emozioni sono inconsapevoli, i sentimenti sono sempre consapevoli.

Scrive Antonio Damasio in “L’errore di Cartesio” che: “amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene. L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne.”

Damasio sostiene che non potremmo sopravvivere senza le emozioni sociali che si sono evolute dentro di noi, e il sistema nervoso riesce così a costruire nel cervello le mappe del corpo, dell’ambiente che lo circonda, della sua storia, delle sue esigenze e delle sue decisioni. La mente è “piena di immagini provenienti dalla carne e dalle sonde sensoriali speciali”e la maggior parte delle idee si forma a partire dal “corpo propriamente detto.”

La via che la natura utilizza per il nostro addestramento, è il disturbo dell’omeostasi umana cioè il dolore, e la via con cui ricompensa per le buone scelte è il piacere, solo che l’evoluzione ci ha polarizzati maggiormente sui rischi della nostra condizione piuttosto che sulle sue gioie. Questo ci fa ritenere erroneamente che una vita senza dolore sia automaticamente una vita piena di felicità, ma non è così, perché le aree cerebrali attive nella sensazione di felicità sono diverse da quelle attive nell’infelicità.

Sembrerebbe che tutto sia contraddizione e che la natura abbia fallito nella programmazione dell’essere umano, ma in pratica tutto ciò ci insegna che l’uomo è capace di realizzare la felicità dall’infelicità, e che sa costruire l’infelicità mentre insegue la sua felicità. Nell’uomo, che è un animale complesso, le due vie non si escludono a vicenda.
Buona erranza
Sharatan