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venerdì 1 luglio 2016

Dare voce ai sentimenti



“In ogni anima Dio ha messo un apostolo
affinché la guidi sulla via della luce. Eppure molti
inseguono la vita all’esterno, non accorgendosi
che si trova dentro di loro.”
(Kahlil Gibran)

“Tutti i problemi psicologici hanno la loro radice nell’inibizione. In cosa si distingue una persona normale da una persona sana? La persona normale vive per le norme. La persona sana è come un barbaro: se è felice, lo dimostra in modo tale che chiunque lo vede e lo sente. È sana, ma non si adegua alla società. Come preservare la propria salute emozionale di base e adeguarsi alla società?

Il fondamento della vita è l’emozione. Nella foresta sopravvivono quegli animali e quelle forme di vita che sanno muoversi e uccidere. La persona cortese e inibita si nasconde dietro un albero e aspetta la morte. Interiorizza le proprie paure. La specie umana non sarebbe mai sopravvissuta se fosse stata inibita. I suoi antenati appartengono alla specie più coraggiosa e valorosa.

Una forte personalità non si struttura secondo i parametri della logica e del conformismo. Sa esprimere e comunicare i propri sentimenti. Molte persone brillanti sono opache come acqua sporca. La capacità di esprimere le vostre emozioni determina se siete tipi sani o inibiti. I bambini sono autentici, perché lasciano libero corso ai propri sentimenti.

Un’infanzia ingenua è un’infanzia felice. Se un bambino o un adolescente non può comportarsi come tale, spesso accade che si ritrova a comportarsi da bambino quando sarà adulto. Il neonato viene al mondo libero, sono i genitori a creargli le prime catene, catene dalle quali il bambino fatica a liberarsi. Le vostre catene sono molto strette?

La tragedia sta nel fatto che tutti i malvagi si travestono da amici. L’autorità ha tutto l’interesse a insegnare il conformismo e a manipolare la formazione delle persone. Apparentemente gli uomini hanno un numero maggiore di problemi psicologici rispetto alle donne. Prendiamo il caso della balbuzie. La proporzione è di dieci a uno, a svantaggio del cosiddetto sesso forte. Il livello di stress e di tensione è lo stesso, ma la capacità di assorbimento varia enormemente.

Le donne sembrano avere il permesso da parte della società di esprimere maggiormente i propri sentimenti. Esse possono piangere con più facilità. Parlano il linguaggio dei sentimenti con maggiore scioltezza. Gli uomini no, e ne pagano le conseguenze. Non avete mai notato che, quando si beve, i sentimenti hanno libero corso e -per un breve periodo- ci si sente alleggeriti dai propri problemi emozionali? Ci si disinibisce…

L’emozione è la regola fondamentale della vita. se gli impulsi naturali di qualcuno vengono inibiti, irrompono le nevrosi. Tutti gli animali hanno bisogno di una stimolazione sensitiva. Non esiste nessun animale nevrotico. In un laboratorio, se l’animale è privato di ogni stimolazione sensitiva (tatto, olfatto, gusto, ecc.), o si deprime o diventa iperattivo.

Mantenersi in attività è una forma di stimolazione, ma gli uomini hanno comunque bisogno di stimoli emotivi. Come si ricevono stimoli emotivi? Esprimendo le proprie emozioni. Quando siete fisicamente inattivi, vi date qualche stimolo fisico, camminando, facendo ginnastica, ecc. se vi trovate in uno stato di depressione, correte un rischio emotivo. Così le emozioni torneranno a fluire normalmente. Quando gli stimoli emotivi e sensitivi dentro di noi sono bloccati, allora ci deprimiamo.

Esprimete i vostri sentimenti. Guardate con quale facilità lo fanno i bambini, perché non hanno preoccupazioni religiose, né paure, né inibizioni. Non avrete più bisogno che gli altri vi stimolino emotivamente. Resterete al centro della scena, non vi nasconderete dietro l’albero. Esprimete i vostri sentimenti, senza conferire un’importanza esagerata al fatto che trovino un’accoglienza positiva da parte degli altri, oppure nò.

Perché essere così dipendenti da quello che gli altri pensano? Perché lasciarsi inibire? Nella misura in cui le emozioni sgorgheranno, non avrete più bisogno degli altri, né temerete le loro opinioni, espresse o taciute. Avrete tanta grazia e ricchezza dentro di voi, e qualsiasi momento avrete tanta vita ed emozione a vostra disposizione, che vi chiederete se realmente avrete bisogno degli altri. quando il vostro timor nei confronti di una determinata persona cesserà, sarete liberi.

Potete esaminare se tale timore si è trasferito su qualche altra persona. Con facilità sostituiamo desideri, dipendenze, timori. Se così fosse, avrete bisogno di liberarvi anche da questi. Il vizio dell’approvazione è profondo e mette radici velocemente. Le vostre inibizioni erano semplicemente paure. Come potete essere stati così arrabbiati, colmi d’odio, temendo persino quelle persone che vi dichiaravano il loro amore?

Perché volevate qualcosa che ritenevate necessario per sopravvivere emozionalmente e lo esigevate da quelle persone. È impossibile amare in mezzo al timore o alla disperazione. Volete ancora qualcosa da loro? L’alternativa è: amare o desiderar qualcosa, essere liberi o desiderare che gli altri cambino… Dove abbiamo imparato questo? Vi ricordate di chi vi ha inculcato la vergogna e la paura come valori?

«Non ci si comporta così con un invitato.»
«Scusami, mamma.»
«Allora chiedigli scusa!»
«Mi scusi.»
«Mi vergogno di te; spero che anche tu senta un po’ di vergogna per quello che hai fatto.»

Esperienze ed errori sono normali e salutali; se non ci fossero esperienze ed errori non ci sarebbero rischi. Esisterebbe soltanto il conformismo calcolato. Questa non è vita, né il senso della creazione, né l’esperienza dell’amore, né il messaggio del vangelo. Siamo stati educati per essere infelici. Ci hanno detto: «Pensa prima di parlare.»

Siamo divenuti specialisti nello strappare approvazione, siamo stati abituati a censurare tutto: «Pensa due volte prima di parlare.»«Non esprimere i tuoi sentimenti.»; «Di’ quello che le altre persone si aspettano.»; «Pensa a ciò che gli altri possono pensare.» Ne consegue che più nessuno riesce a esprimere se stesso e la propria vita.” (Anthony De Mello)

martedì 22 ottobre 2013

Atteggiamenti



“Per raggiungere una felicità autentica a volte
occorre trasformare il proprio atteggiamento,
e il proprio modo di pensare.
L'impresa non sempre è facile...
il cambiamento richiede tempo.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama)

La nostra felicità viene ostacolata dal mondo insicuro e irrequieto in cui viviamo. E non si tratta solo delle crisi economiche che si spostano ovunque, cioè a livello planetario. L’incertezza e l’ansia sono diventati dei problemi globali a cui si sommano le guerre che spingono le masse dei poveri e disperati verso i paesi più ricchi.

Sembrerebbe giusto credere che, in queste condizioni, non si possa pensare alla felicità. Il nostro mondo è in crisi globale perciò cresce l’infelicità, perché la violenza, la guerra, il terrorismo, la povertà e la prevaricazione non possono rendere felice nessuno.

Malgrado tutto, non si può dire che le persone non debbano aspirare alla felicità. Le condizioni esterne e il vissuto sociale, secondo il Dalai Lama, sono fattori esterni che condizionano gli individui che vivono nelle società ingiuste, perciò dobbiamo impegnarci per modificare la condizione e superare i problemi che affliggono il mondo odierno.

Dobbiamo fare ogni sforzo per creare condzioni sociali che possano offrire le azioni necessarie affinché ognuno possa avere la felicità. È una cosa molto importante ed è una responsabilità per tutti i membri della società. Ma se vogliamo favorire la felicità dobbiamo affrontare il problema su due livelli, cioè quello interno e quello esterno.

Chiaramente dobbiamo darci da fare per risolvere i problemi esterni ma, nel contempo, dobbiamo trovare il modo di affrontarli anche all’interno cioè a livello individuale. Così possiamo mantenere la felicità anche a dispetto dei problemi del mondo. Ci sono dei mezzi che possiamo usare per accrescere la felicità, e non si allude all’atto di allontanarsi da tutti per rifugiarsi in cima al monte come facevano gli eremiti. Non è questa la soluzione!

Molti credono che lo stress sia una caratteristica del mondo moderno, ma questo non è vero perché lo stress e il disagio sono stati interiori, mentre le ingiustizie sociali sono fatti esterni. Lo stress e il disagio interiore sono reazioni a fatti esterni, però non sono responsabili dello stress e del disagio, dice il Dalai Lama.

Questi stati negativi sono collegati alla risposta che noi diamo a quelle condizioni quindi sono la prova che non sappiamo tenere testa all'ambiente e alle situazioni negative. Molti dei disagi del vivere sono causati dallo sconvolgimento interiore che impedisce di gestire le emozioni negative. L’antidoto giusto è aumentare la nostra capacità di gestire le emozioni negative come la rabbia, l’odio, la gelosia, l’accoramento e così via.

Si tratta di imparare una disciplina della mente che sappia accrescere la nostra felicità. L’addestramento della mente implica la pratica di coltivare gli stati mentali positivi e superare quelli negativi noti anche come emozioni afflittive. Secondo l’insegnamento buddista, gli stati mentali positivi inducono la felicità, mentre le emozioni negative accrescono l’infelicità e le emozioni afflittive causano la maggiore infelicità.

Perciò il Dalai Lama insegna che più si consolida la positività più si riduce la forza dell’emozione negativa. Esistono degli antidoti specifici per ogni emozione negativa, ad esempio, la pazienza e la tolleranza sono l’antidoto contro la rabbia. La compassione e l’amorevole bontà sono l’antidoto contro l’odio, mentre il sapersi accontentare e l’avere desideri moderati sono potenti antidoti contro la bramosia e l’avidità e così via.

Ma se parliamo di disciplina interiore non si deve dimenticare la disciplina etica. L’etica deve procedere di pari passo, perciò mentre si riducono le emozioni negative si deve sviluppare anche l’atteggiamento mentale e le qualità positive che si devono trasferire anche nel comportamento. Perciò tutto deve riflettersi anche nel modo con cui trattiamo gli altri.

Forse un giorno il mondo adotterà la non violenza, il pregiudizio, il razzismo la povertà e la fame saranno abolite e tutti saranno felici. Ma, forse… questo avverrà un giorno. Non è ancora così, perché il cambiamento richiede ancora tempo.

Secondo il Dalai Lama, una volta assolti i bisogni essenziali, la felicità è condizionata più da uno stato della mente che dalle circostanze e dagli eventi esterni. Perciò possiamo coltivare intenzionalmente la mente rimodellando le nostre opinioni e i nostri atteggiamenti, perché la felicità va coltivata come ogni disciplina. Come ogni pratica, l’addestramento comincia con l’acquisire domestichezza con i nostri diversi tipi di stati mentali e delle nostre emozioni.

Poi dobbiamo provare a definirli, a seconda del fatto che ci arrechino la felicità o l'infelicità. La compassione, la gentilezza, il perdono, la tolleranza sono ritenute condizioni mentali positive che accrescono la felicità, e non solo per la mentalità buddista. Molti studi scientifici hanno provato il beneficio di queste emozioni per la salute mentale e fisica, per la qualità dei rapporti umani, e per avere il successo in molti campi.

Ci sono emozioni che accrescono la sofferenza, infatti l’ostilità, l’odio, l’ansia, la gelosia, la bramosia, la disonestà e tutte le emozioni negative sono dette, in sanscrito, “klesha” che significa “emozioni afflittive” o “illusioni.” Ma, a prescindere dal nome che gli vogliamo dare, resta il fatto che nessuna emozione negativa si può provare insieme al suo antidoto.

L’emozione negativa e quella positiva non sono emozioni intercambiabili, e non possono essere esperite contemporaneamente, perché l’arrivo dell’una dissipa l’altra. Pertanto, a mano a mano che si coltiva l’emozione positiva se ne accresce la forza e si rende più debole l’emozione negativa corrispondente.

Dobbiamo immaginarle come l’azione di un secchio di acqua fresca che raffredda un secchio di acqua bollente, e questo è dimostrato anche scientificamente. I ricercatori hanno provato che chi prova emozioni positive si riprende prima dagli eventi traumatici, perciò hanno avanzato una “ipotesi di annullamento” dell’emozione negativa con quella positiva, che è la conferma dell’idea buddista.

Chiaramente non c’è dubbio che la condizione in cui versa il nostro mondo, e il modo in cui siamo evoluti comporta delle condizioni esterne che ci mettono a dura prova. L'addestramento alla felicità fa superare le situazioni di stress cronico e acuto, perché aiuta la mente a rovesciare la qualità delle emozioni che sperimenta.

Buona erranza
Sharatan

domenica 11 settembre 2011

Il veleno della mente


”Per quanto sicuro e fermo tu sia, non causare dolore ad alcuno.
Che nessuno debba subire il peso della tua collera.
Se in te dimora il desiderio di pace eterna,
soffri da solo, senza che ti si possa,
o vittima, trattare da carnefice.”

(Omar Khayyam)

“Senti le tue emozioni positive. Senza forzarle, lascia loro spazio per emergere, qui e ora, di qualsiasi cosa si tratti. Una boccata d’aria fresca, l’incontro di un amico, l’emozione di un paesaggio, il sorgere di un’idea, un sorso di vino, il semplice fatto di vivere e di respirare. Questo non significa che devi bendarti gli occhi davanti al male o alla mediocrità dell’esistenza, ma che devi gustare ciò che vi è di buono in ogni situazione. E c’è sempre qualcosa di buono.

Non fuggire dalle emozioni positive, l’amore, la gioia, la dolcezza, la riconoscenza, perché sono il sale della vita, la felicità. Lascia che salgano, lascia che si espandano, gustale. Molto spesso, invece che viverle al presente, te ne ricordi al passato, le aspetti nel futuro, le scansi nella corsa, le eludi nella fretta, le anneghi in preparazioni infinite, le trascuri nella distrazione, per poi spiacerti, più tardi, di non aver colto l’occasione di provarle pienamente. Ed è così che rimani ai margini della vita.

Senti le tue emozioni negative, poiché sono i segnali che ti permettono di proteggerti e di dirigere la tua vita. Se facciamo un parallelo con la sfera del corpo, se tu non sentissi il dolore, se passassi il tempo ad anestetizzarti, rischieresti di bruciarti, di tagliarti, di finire terribilmente storpio. Ora, è precisamente ciò che ti accade di solito nella sfera dell’anima. Sei gravemente malato perché passi il tuo tempo a fuggire, a negare, a evitare il dolore in ogni modo possibile. Se vuoi che la tua anima resti intera devi rieducarti a sentire: “Qui fa male? Mi sento… umiliato, frustrato, ho paura, sono in collera, sono triste, soffro, sono pieno d’invidia, detesto, etc.”.

Non cercare di comprendere le tue emozioni. Accontentati per ora di riconoscerle e di gustare appieno il modo in cui prendono corpo: nodo alla gola, contrazione alla nuca, dolore al petto, all’addome, sensazione di oppressione, nausea, mal di testa, tachicardia, rossore, pallore, stanchezza, abbattimento. La lista non è terminata. Puoi anche dare un nome a tutto questo: paura, frustrazione, tristezza, odio, senso di colpa, invidia, etc.

Solo quando la sensazione è riconosciuta, gustata, sentita, osservata, studiata nelle sue manifestazioni fisiche, senza che i pensieri fuggano dal qui e ora della sensazione, solo quando si è compiuto questo lavoro la si può lasciar partire. Allora, e solo allora, l’emozione ha svolto il suo compito di messaggera. Le emozioni - non i discorsi con i quali ti si abbevera, né quelli che rivolgi a te stesso - le tue emozioni, dicevo, sono i migliori informatori sulla tua vita, sul mondo che ti circonda, su ciò che devi fare e soprattutto evitare di fare. Sii molto attento alle emozioni che le persone che ti circondano suscitano in te. Che questo ti aiuti a scegliere le tue relazioni, i tuoi amici, i tuoi amori.

Mentre fuggi spontaneamente dal dolore fisico (chi mai lascia la sua mano su una fiamma troppo a lungo?) bruci te stesso senza fine con pensieri che ti torturano. Sai in quale stato si trova la tua anima? Non fino a che non avrai acquisito e addestrato pazientemente la tua sensibilità alle emozioni, la tua vigile presenza alla sofferenza. Non si fugge spontaneamente dal dolore morale: occorre imparare a farlo.

Impara a riconoscere le tue intime asperità, ciò che ti attira fatalmente, i tuoi riflessi malefici, le tue parti morte, le tue zone anestetizzate. Poi, inizia a rieducarti. Nessuno può farlo al tuo posto. Nessuno può sentire per te. L’emozione è la nostra interfaccia con il mondo. Se la nostra anima avesse una pelle, il suo tatto sarebbe l’emozione. L’armatura che hai posto sulla tua anima per proteggerla dai colpi non lascia passare nemmeno le carezze. Le ferite sono le nostre più grandi ricchezze. Tengono aperto il cammino che porta al cuore.

Quando geli il tuo cuore perché non senta la sofferenza, muore anche per la gioia. Non diventare un morto-vivente! L’insensibilità alla sofferenza comporta la morte dell’anima. Dal momento in cui non viviamo più le nostre emozioni, cominciamo a proiettarle, a illuderci, a perderci nella confusione. Dal momento in cui fuggiamo o neghiamo la sofferenza, dal momento in cui abdichiamo alla nostra lucidità, dal momento in cui ci anestetizziamo, spuntano le corna del diavolo. I dannati bruciano all’inferno perché la loro anima non sente più niente.

Di fronte alle emozioni sono possibili due atteggiamenti. O le attualizziamo, ovvero le sentiamo, le viviamo pienamente, le percepiamo nettamente come eventi del nostro flusso d’esperienza. Oppure le sentiamo solo a metà, pensiamo che rappresentino la realtà, e allora, in maniera del tutto naturale, le realizziamo. Quando le emozioni si realizzano, ovvero quando comportano indefinitamente altre emozioni e altri pensieri, quando si trasformano in parole, quando ci spingono ad agire, ci rinchiudono ancora di più nella prigione reale che non smettiamo di produrre: l’illusione.

Se non sentiamo le nostre emozioni negative, queste si materializzano nel nostro corpo sotto forma di malesseri o di malattie, in azioni irreversibili, nelle situazioni che fabbrichiamo. Le emozioni negative, represse, agite, proiettate, materializzate, invece di essere sentite divengono pesi sempre più pesanti che trasciniamo come palle al piede per tutta la vita. Invece di essere liberate in piena coscienza nella sensazione, si accumulano nel nostro corpo, nel mondo che abbiamo prodotto. A partire dal giorno della nostra presa di coscienza, una parte essenziale della nostra “terapia” consisterà nel bruciare questo accumulo, nel vivere finalmente queste emozioni, attraverso un lungo, doloroso e indispensabile processo di lutto.

L’emozione negativa è una massa fluttuante, un ammasso inconscio di virtualità impersonali, un cupo banco di nuvole pronto a scaricarsi in pioggia di dolore su coloro che non la riconoscono. Più vuoi sottrarti al dolore, corazzare le tue ferite, negare il male, riparare l’irreparabile, più cresce inesorabilmente la palla di sofferenza che ti perseguita. E’ perché rifuggiamo la sofferenza cosciente che ci troviamo sperduti negli infiniti labirinti della sofferenza cieca. Sviluppa la tua capacità di sentire la sofferenza al fine di salvarti dalla sofferenza. Tutto ciò che rifiutiamo di sentire si materializza e ci avvolge. Chi non elabora il proprio lutto si costruisce una dimora di morte.

La sofferenza - o l’emozione negativa - è un male virtuale che si realizza quando non viene vissuto per intero. Si concretizza dentro di noi, si trasmette ad altri, s’incarna nel funzionamento patologico di una coppia, di una famiglia, di un’organizzazione, di una società. Il male materializza un’emozione negativa non liberata. Invece di rimanere virtuale, invece di venir riconosciuta e ascoltata come segno, come messaggio, l’emozione prende corpo e diventa il male nel mondo.

Se non si osa vivere la propria collera, si fabbrica un mondo aggressivo. Delle due l’una: o abbiamo represso la nostra aggressività, e non siamo più in grado di dire “no” e lasciamo sviluppare attorno a noi situazioni e persone aggressive. Oppure trasformiamo in atto la nostra collera invece di viverla e suscitiamo in tutta risposta l’aggressività che abbiamo rifuggito con la nostra azione. E’ così che si materializza l’aggressività non vissuta. Se non abbiamo avuto l’audacia di vivere dolorosamente e a fondo la nostra frustrazione, se non abbiamo elaborato il lutto dell’oggetto, allora creiamo un universo di desideri permanenti.

Se tutte le emozioni non vissute si materializzassero, allora una persona che vivesse le proprie emozioni integralmente, invece di giudicarle, di agire o di reprimerle, smetterebbe di materializzare un mondo. Colui che non ha guardato in faccia il suo senso di colpa crea un mondo di accusatori. Il vile che teme la propria paura s’inventa un mondo minaccioso. Chi rifiuta di vivere la sua collera che brucia, genera un mondo di odio. L’avido che rifugge il suo sentimento di mancanza e di povertà fabbrica un universo di frustrazione.

Ma ecco il peggio: colui che si rode nella collera e nell’odio di sé farà vivere agli altri la sua collera e il proprio odio invece di viverli per se stesso; l’essere attanagliato da uno spavento che non sa confessare a se stesso farà vivere gli altri nella paura, e così via. Quello che una persona ci fa provare è un indice eccellente di ciò che la abita senza che essa voglia sentirlo.

Se senti le tue emozioni negative completamente e onestamente, non le farai vivere agli altri. Avrai infranto, almeno per quanto ti riguarda, la fatale catena della trasmissione della sofferenza, ed è il più grande favore che tu puoi fare al mondo. L’arrogante crepa di fifa. I terroristi sono abitati dalla paura. Coloro che umiliano si sentono inferiori. Si è cattivi perché ci si detesta. Come un’industria inquinante che emette veleni nel suo ambiente invece di filtrarli, colui che fa soffrire gli altri soffre senza accettare consapevolmente la propria sofferenza. Nel momento in cui riconosco in me i veleni della mente e li filtro invece di riversarli “all’esterno,” contribuisco al risanamento del mio ambiente mentale.”

(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sassella ed., 2006)


lunedì 27 giugno 2011

Il ruggito del leone


“Vittorioso io sono e onniveggente,
per sempre distaccato da ogni cosa.
Liberato da tutto e dalla sete,
autodidatta e senza alcun maestro.

Non v’è per me maestro, né compagno;
non v’è in cielo, né in terra alcuno che mi sia pari.
Io sono il Signore del mondo, il supremo maestro:
estinti gli attaccamenti, vi sono io,unico e risvegliato.”

(Majjhima Nikaya, Opamadhamma)

Nel buddismo si afferma che la vita porta dei problemi, perché l’uomo deve affrontare il problema delle credenziali che lo fanno sentire sicuro nelle sue illusioni, perciò i problemi vengono per offrire l’opportunità di riflettere sulla nostra ricerca di sicurezze e per farci riflettere sulla nostra percezione del mondo. Nel buddismo tibetano usano l’espressione “ruggito del leone” per affermare che ogni stato mentale è sfruttabile per aiutare la nostra meditazione sulla vita.

Lavorando con le emozioni si agisce sul 5° skandha cioè sulla coscienza, ma anche sul 4° skandha collegato a “concetto” e “intelletto,” infatti le emozioni devono essere viste come delle formazioni che influiscono su determinati distretti energetici. Le forme di energia sono paragonate all’acqua e il pensiero viene paragonato al pigmento colorato che può tingere l’acqua con le sfumature più variegate e con tinte più forti o più tenui: quando le acque delle emozioni e i colori dell’intelletto si mescolano si formano le nostre colorate emozioni.

I nostri concetti mentali forniscono all’energia delle emozioni un livello e una posizione interiore che sono più o meno elevate e che possono essere intense o superficiali, perciò esse rivelano il senso del rapporto del soggetto con le sue energie, infatti le emozioni diventano molto potenti e vivide. Le emozioni causano problemi perché il rapporto che abbiamo con loro non è chiaro, infatti nel 5° skandha l’ego diventa molto forte avendo acquisito il senso del sé, perciò riesce a esercitare un maggiore controllo e si crea ciò che Chogyam Trungpa chiama un conflitto tra il sovrano e il suo primo ministro.

La condizione è quella del re che non si fida più del ministro più fidato: il consigliere è diventato più potente del suo sovrano, perciò il rapporto di fiducia si è interrotto. Con le emozioni avviene ugualmente, perché noi non abbiamo la fiducia interiore di saper padroneggiare le emozioni e questo ci causa il dolore, in quanto c’è il timore che l’emozione possa travolgerci fino a privarci dell’identità. E’ il fatto di non poter contare su un affidabile centro di controllo interiore che attiva il conflitto tra la forza delle emozioni e il nostro timore di dover soccombere a una forza a cui non possiamo resistere, per questo è necessario imparare come controllare le nostre emozioni.

Solitamente avviene una dura battaglia interiore tra noi e le nostre emozioni, perciò la guerra esiste anche tra noi e le nostre proiezioni, per cui il conflitto viene esteso fino al mondo esteriore. Se vediamo la situazione così, spiega Chogyam, tutto diventa estremamente logico e trasparente, sebbene sia necessario saper discriminare tra “vedere” perciò percepire le cose per come sono e “guardare” che è compiere uno sforzo inutile e dannoso di utilizzare delle credenziali e delle proiezioni per avere un rapporto con il mondo.

Ma tutte le sicurezze fondate sull’inganno e sulle illusioni offrono una felicità e un conforto temporanei, sebbene vi sia un modo molto rozzo di guardare al mondo che è un modo molto più facile di vivere. Infatti esiste l’uso delle proiezioni, che è un modo molto infantile di usare il mondo e di manipolare la realtà che ci causa la ripetizione delle medesime situazioni. Questa maniera di vivere non costituisce un modo fluido di trattare con il mondo, poiché è un modo di vedere rigido che vede tutto in uno spazio congelato e solidificato.

Questo modo di vedere considera il mondo come una sostanza molto dura munita della qualità del metallo o della plastica, poiché tutto è artificioso e artificiale e anche i colori non sono visti come sono, perciò sono privi di luce e trasparenza, ma diventano colori plastificati e falsi come la barriera dualistica che ci rende ciechi al vedere completo. Questo non vuol dire che non siamo consapevoli delle qualità materiali, poiché sappiamo riconoscere se un muro è stato costruito con la pietra o il mattone, ma significa saper apprezzare le vere consistenze dei materiali.

La capacità di percezione che diventa necessaria, dice Chogyam, è assai più psicologica che fisica, perché si allude alla durezza mentale e alla qualità metallica che equivale a considerare il mondo solo nella sua versione solida, che è un modo assai interessante, perché questa percezione è molto individualizzata e riguarda il livello più centralizzato e il tema di fondo, perciò la nostra vera “coscienza del sé.” L’obiettivo finale è quello di sperimentare una “shunyata,” cioè una totale assenza di concetti e di etichette mentali, perciò il fine è la liberazione dalla barriera dualistica che limita la nostra visione.

Ma un obiettivo elevato è molto lento, perciò si costruisce facendo dei piccoli passi prima di poter giungere a vedere il pensiero con tutte le sue tinte e con tutta l’intensità della sua forza, in modo che la visuale divenga chiara e completa. Ogni processo del pensiero e dell’emozione avviene in un luogo che è privo di spazio infatti è in nessun luogo, perciò il suo unico spazio è “lo spazio positivo degli abili mezzi, e dell’operare con le situazioni di vita quotidiana.” L’aspetto positivo delle emozioni e il loro potere creativo avviene tramite lo spazio dell’esperienza, anziché attraverso il loro prodotto: se non abbiamo problemi con la percezione dello spazio anche l’emozione cesserà di creare dei problemi.

Questo processo positivo significa essere “una sola cosa con le emozioni,” che è un’alleanza preferibile al conflitto, infatti la repressione porta alla compressione energetica che causerà l’esplosione della reazione di ciò che viene oppresso. L’opzione diversa è quella di farsi trascinare, perciò consentire l’accesso all’emozione per essere completamente trascinati fino a perdere ogni riferimento e ogni controllo mentale restando in completo asservimento della confusione di mente e di materia. Probabilmente l’espressione espressa in modo totale diventa un modo per alleviare la tensione facendola sfogare, ma l’indulgenza rafforza il difetto rendendolo ancora più potente, perciò è sicuro che così non potremmo costruire alcun controllo sulle nostre emozioni.

L’unico modo intelligente di agire sulle emozioni è quello di entrare in contatto con “la loro sostanza fondamentale, con la loro qualità astratta,” infatti la loro essenza fondamentale è l’energia: la qualità dell’emozione è sempre l’energia. Se impariamo a gestire tutte le forme di energia con cui entriamo in contatto anche l’emozione cesserà di essere un problema, poiché quando esiste un rapporto non c’è paura di sostenere un confronto, infatti restiamo rilassati e abbiamo la tranquillità e l’agio di poter vedere chiaramente la questione.

L’ultima fase con cui si struttura l’ego è quella in cui entra in gioco la coscienza e i concetti mentali, perciò diventa evidente che essi non possono essere eliminati, ma che dobbiamo saper vedere le cose per come sono per diventare abili a trasmutare le loro confuse qualità, in qualità che siano trascendenti. Chogyam Trungpa ci ricorda che l‘ego non è obbligatoriamente un nemico, poiché esso fa parte di noi perciò non possiamo attaccarlo e ucciderlo, poiché sarebbe l’esito letale dell’organismo suicida.

L’ego è assai potente perciò sa trasformare in solida materia anche la sostanza eterica più sottile, ma la spiritualità non prevede nessun atto di lotta e nessuna guerra, poiché lo spirito è amore perciò è nonviolenza. La nostra scissione è prodotta dall’unica barriera che non può essere abbattuta a colpi d’ariete, perciò è il nostro ego che deve imparare ad adattarsi e deve imparare a pensare in modo più fluido e creativo.

Il buddismo usa l’immagine del ruggito del leone per onorare questa coraggiosa intenzione, poiché la volontà di lavorare sul caos per ripristinare l’ordine è la capacità di saper padroneggiare ogni situazione. Quando arriva il leone ed emette un ruggito si ristabilisce l’ordine nel serraglio animale che era in fermento, perciò il leone ripristina la sua signoria, poiché afferma una indiscutibile superiorità rispetto agli altri animali. Saper riportare l’ordine diventa possibile se impariamo a usare le nostre percezioni sensoriali per acquisire una nuova sensibilità e sappiamo analizzare il fluire delle nostre emozioni.

Questa cognizione ci offre una visuale evolutiva completa, poiché le emozioni si possono vedere, ascoltare, odorare, toccare e trasmutare, in quanto esse non possono essere evitate ma devono passare nel fine setaccio della nostra percezione più profonda. Nel vedere le emozioni vi è consapevolezza che esse richiedono uno spazio per svilupparsi, poiché questo dato è oggettivo e non richiede alcuna spiegazione, in quanto nell’uomo avvengono le emozioni e questo va accettato come caratteristica del genere umano.

Quando impariamo ad ascoltare come nascono le nostre emozioni impariamo a sentire la pulsazione delle energie che salgono, perciò sentiamo l’ondata energetica che cresce come una marea, infatti sappiamo indagare il punto da cui hanno origine e conosciamo il tipo di percorso che attuano quando fluiscono verso di noi. Nell’odorare le emozioni c’è una similitudine nella capacità di apprezzare un cibo sapendo valutare l'odore, perciò significa saper prevedere se il cibo è buono dal fatto che l'odore è gradevole: l‘olfatto aiuta l’appetito, perciò il buon odore fa intuire se un cibo è buono e se è adatto al nostro gusto.

Imparare a toccare le emozioni significa che sappiamo percepire l’essenza della situazione, perciò sappiamo sentire una situazione in modo così concreto da poterla quasi toccare in modo concreto. L’energia delle emozioni non è una componente sbagliata o distruttiva, sebbene possa essere una modalità goffa e inesperta di far circolare il flusso energetico: ogni nostra manifestazione che sia attiva, passiva o avida, può diventare una modalità personale di approcciare al mondo, se la sappiamo trasmutare adeguatamente. Trasmutare non significa voler cambiare la qualità fondamentale delle emozioni infatti, come nella pratica alchemica del trasmutare il piombo in oro, non si rifiuta la qualità fondamentale del materiale, ma si diviene abili a modificarne l’aspetto e la sostanza.

E’ così che si percepiscono equilibratamente le emozioni, poiché non possiamo lasciare che l’emozione giunga per travolgere ogni cosa, poiché l’emozione sa strappare ogni ormeggio e rende necessarie delle credenziali che ci rendono schiavi e vittime dell’odio o dell’amore. Illudersi di poter vivere senza provare delle emozioni è come fare un gioco suicida, perciò appare più strategico e opportuno imparare a direzionarle. Diventiamo vittime delle emozioni quando ne siamo devastati, perciò quando perdiamo la testa e il caos viene a sommergerci, perciò nascono l’aggressività e la depressione che sono le reazioni estreme della mente infelice.

Trasmutare significa avere il coraggio di andare fino in fondo, significa non avere paura di lasciarsi andare e sapere come poter cedere all‘emotività, infatti quando l’emozione giunge non ti ripari e non la rifiuti ma corri per accoglierla come una parte intima e gradita. Le nostre emozioni non sono delle estranee, perciò non possiamo temerle o combatterle essendo una nostra componente, infatti possono diventare una parte manovrabile. Le nostre emozioni assomigliano alla danza, perché la danza sa rendere armoniose e fluide tutte le parti del nostro corpo, così deve diventare anche la collaborazione tra noi e le nostre emozioni in modo che possa risuonare un ruggito da leone.

Ogni volta che cessano le resistenze interiori si crea un’onda ritmica, poiché la musica e la danza sono sempre unite: tutto ciò che è inserito nel ritmo samsarico è composto di sostanze che possono essere trasmutate, ma il nostro egocentrismo ci spinge a costruire delle toppe con cui rinforziamo le lesioni delle nostre armature interiori. Ogni toppa che aggiungiamo ci rende sempre più problematico il movimento, soprattutto se rinforziamo le giunture degli snodi energetici: ogni nostra preoccupazione è rivolta a salvare le apparenze delle credenziali, perciò rattoppiamo le nostre armature e rinforziamo le strutture che possono franare.

L’uomo può restare mummificato nelle sue protezioni, poiché le toppe possono impedire ogni movimento e renderci immobili come cadaveri, perciò possiamo costruirci una protezione che sia totale, sebbene possa risultare troppo poco pratica. Con il ruggito il leone affermiamo che siamo in grado di dominare la sostanza delle nostre emozioni, infatti ne riconosciamo ogni sfumatura poiché è fatta della nostra materia, perciò la sappiamo padroneggiare come un territorio su cui esercitiamo un pieno dominio.

Nell’arte indiana si rappresenta il ruggito del leone con quattro leoni uniti nel dorso e con il viso rivolto nelle quattro direzioni per simboleggiare un procedere privo dell’essere, perciò il saper camminare senza un dorso. Una persona priva di paura può andare ovunque, perché il suo procedere possiede la sicurezza interiore che si irradia in ogni direzione. L‘immagine dei Buddha dalle mille facce o dal milione di volti che guardano in ogni direzione esprimono il concetto della consapevolezza panoramica che vede ovunque, perciò non possiede alcun lato da cui un nemico possa attaccarla di sorpresa.

Il ruggito afferma il coraggio di saper sfruttare ogni cosa della vita, poiché nulla è buono o cattivo ma tutto diventa utile se sappiamo renderlo fruibile, perciò ricercare delle credenziali appare un gioco inutile e ridicolo. La vita diventa completa se la vediamo come un pranzo, infatti se abbiamo fame vogliamo avere velocemente un cibo e non abbiamo tempo di leggere un menù. L’assonanza con la vita è nell’imparare che dobbiamo saperci nutrire di ogni cibo che troviamo, poiché non sempre possiamo scegliere dal menù, ma possiamo imparare come elaborare le sostanze per rendere commestibile tutto quello che la vita ci offre.

Quando il leone fa risuonare il suo ruggito ci comunica che ha imparato a fare l’elaborazione anche senza l’aiuto di una fonte esteriore, poiché se la funzione si è ben stabilizzata la capacità relativa si attiva in modo automatico, perciò sappiamo che è sufficiente che il leone giunga nella foresta per ristabilire la pace. Quando saremo diventati più abili arriveremo al punto in cui non avremo più bisogno nemmeno di ruggire per affermare la nostra autorità, poiché sarà sufficiente la semplice presenza del leone per riportare la pace nella foresta.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 27 luglio 2009

L’anima respira attraverso il corpo


Assai curiosamente le ricerche scientifiche sui sentimenti e sulle emozioni sono iziate solo negli anni ’60 del secolo scorso, perchè si credeva che i sentimenti e le emozioni, potessero essere indagati solo dai filosofi e dai poeti, e che non fossero analizzabili con metodi scientifici.

Quando, nel 1967, Paul Ekman partì per la Papua Nuova Guinea, andava alla ricerca di un popolo che fosse il più vicino possibile allo stato di natura prima che la civilizzazione spazzasse via le ultime tracce di un popolo incontaminato. Ekman voleva studiare l’origine del sorriso umano, e studiarlo su una popolazione primitiva equivaleva a capirne le origini genetiche umane. Le conclusioni a cui giunse fecero sobbalzare sulla sedia gli studiosi di psicologia umana.

Si era ritenuto che il bambino fosse una tabula rasa e che l’uomo nascesse con la mente vuota, Ekman dimostrò che non è assolutamente vero! I genitori e l’ambiente non travasano i loro insegnamenti e valori in un vaso vuoto, ma in un recipiente pieno di cognizioni umane di base, tra cui il sorriso. L’uomo non deve imparare tramite l’educazione, la mimica dei sentimenti e l’alfabeto delle emozioni, esse sono inserite nella sua dotazione di base.

Gli studi condotti da Paul Ekman sulla tribù dei Fore, gli abitanti degli altipiani papuasiani, si protrassero per molte settimane e furono ampiamente documentate da registrazioni su nastro e da fotografie. I dati dimostrarono che il linguaggio degli umani è diverso, ma la mimica e la gestualità usate per esprimere i sentimenti sono uguali per tutta la specie umana: la cultura non può condizionare la tastiera dell’animo umano e la capacità di esprimere i sentimenti non viene appresa. Ekman classificò 19 tipi di sorriso, di cui 18 assolutamente strumentali e solo uno caratteristico della gioia e perciò autentico.

Ekman dimostrò che quasi tutti i sorrisi vengono indossati come una maschera. Sorridiamo soprattutto per non rivelare la verità sui nostri sentimenti, sorridiamo perché una battuta ci offende, sorridiamo perché abbiamo ansia, sorridiamo perché abbiamo paura e sorridiamo perché ci insegnano a fare “buon viso a cattivo gioco”. Tutti questi sorrisi sono trucchi sociali, sono gesti di disimpegno e trucchi di strategia umana.

Ekman osservò che, nel sorriso di circostanza muoviamo il muscolo dello zigomo, tirando verso l’alto gli angoli della bocca e muoviamo la parte inferiore del viso ma, nel sorrico autentico, non solo solleviamo gli angoli della bocca e la parte inferiore del viso, ma mettiamo in moto anche il muscolo orbicolare degli occhi e la parte superiore del viso. Quando sorridiamo di gioia, s’increspano gli angoli degli occhi e si formano le rughe oculari del sorriso: il sorriso di autentica gioia è quello che inizia negli occhi.

Forse la poesia già lo sapeva se il poeta spagnolo Gustavo Adolfo Bécquer aveva scritto: “Come un libro aperto leggo nel fondo dei tuoi occhi. Perché la bocca sorride se gli occhi la smentiscono?” Sembrerà strano, ma questo fu il primo esempio di indagine scientifica sull’origine dei sentimenti.

Oggi si arriva ad accettare che i sentimenti coinvolgano tutto il corpo nella sua interezza, oggi sappiamo che il mondo mentale del soggetto è essenziale ma che è il segnale corporeo, che ad esso si associa, a determinare la forza dei nostri sentimenti: è l’unione del corpo e della mente che determina la nostra felicità.

Se le emozioni sono risposte istintive all’ambiente, utili per farci risparmiare tempo in caso di pericoli, i sentimenti sono invece le associazioni che facciamo tra l’emozione e la sensazione piacevole o spiacevole che vi è unita: se le emozioni sono inconsapevoli, i sentimenti sono sempre consapevoli.

Scrive Antonio Damasio in “L’errore di Cartesio” che: “amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene. L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne.”

Damasio sostiene che non potremmo sopravvivere senza le emozioni sociali che si sono evolute dentro di noi, e il sistema nervoso riesce così a costruire nel cervello le mappe del corpo, dell’ambiente che lo circonda, della sua storia, delle sue esigenze e delle sue decisioni. La mente è “piena di immagini provenienti dalla carne e dalle sonde sensoriali speciali”e la maggior parte delle idee si forma a partire dal “corpo propriamente detto.”

La via che la natura utilizza per il nostro addestramento, è il disturbo dell’omeostasi umana cioè il dolore, e la via con cui ricompensa per le buone scelte è il piacere, solo che l’evoluzione ci ha polarizzati maggiormente sui rischi della nostra condizione piuttosto che sulle sue gioie. Questo ci fa ritenere erroneamente che una vita senza dolore sia automaticamente una vita piena di felicità, ma non è così, perché le aree cerebrali attive nella sensazione di felicità sono diverse da quelle attive nell’infelicità.

Sembrerebbe che tutto sia contraddizione e che la natura abbia fallito nella programmazione dell’essere umano, ma in pratica tutto ciò ci insegna che l’uomo è capace di realizzare la felicità dall’infelicità, e che sa costruire l’infelicità mentre insegue la sua felicità. Nell’uomo, che è un animale complesso, le due vie non si escludono a vicenda.
Buona erranza
Sharatan