domenica 11 settembre 2011

Il veleno della mente


”Per quanto sicuro e fermo tu sia, non causare dolore ad alcuno.
Che nessuno debba subire il peso della tua collera.
Se in te dimora il desiderio di pace eterna,
soffri da solo, senza che ti si possa,
o vittima, trattare da carnefice.”

(Omar Khayyam)

“Senti le tue emozioni positive. Senza forzarle, lascia loro spazio per emergere, qui e ora, di qualsiasi cosa si tratti. Una boccata d’aria fresca, l’incontro di un amico, l’emozione di un paesaggio, il sorgere di un’idea, un sorso di vino, il semplice fatto di vivere e di respirare. Questo non significa che devi bendarti gli occhi davanti al male o alla mediocrità dell’esistenza, ma che devi gustare ciò che vi è di buono in ogni situazione. E c’è sempre qualcosa di buono.

Non fuggire dalle emozioni positive, l’amore, la gioia, la dolcezza, la riconoscenza, perché sono il sale della vita, la felicità. Lascia che salgano, lascia che si espandano, gustale. Molto spesso, invece che viverle al presente, te ne ricordi al passato, le aspetti nel futuro, le scansi nella corsa, le eludi nella fretta, le anneghi in preparazioni infinite, le trascuri nella distrazione, per poi spiacerti, più tardi, di non aver colto l’occasione di provarle pienamente. Ed è così che rimani ai margini della vita.

Senti le tue emozioni negative, poiché sono i segnali che ti permettono di proteggerti e di dirigere la tua vita. Se facciamo un parallelo con la sfera del corpo, se tu non sentissi il dolore, se passassi il tempo ad anestetizzarti, rischieresti di bruciarti, di tagliarti, di finire terribilmente storpio. Ora, è precisamente ciò che ti accade di solito nella sfera dell’anima. Sei gravemente malato perché passi il tuo tempo a fuggire, a negare, a evitare il dolore in ogni modo possibile. Se vuoi che la tua anima resti intera devi rieducarti a sentire: “Qui fa male? Mi sento… umiliato, frustrato, ho paura, sono in collera, sono triste, soffro, sono pieno d’invidia, detesto, etc.”.

Non cercare di comprendere le tue emozioni. Accontentati per ora di riconoscerle e di gustare appieno il modo in cui prendono corpo: nodo alla gola, contrazione alla nuca, dolore al petto, all’addome, sensazione di oppressione, nausea, mal di testa, tachicardia, rossore, pallore, stanchezza, abbattimento. La lista non è terminata. Puoi anche dare un nome a tutto questo: paura, frustrazione, tristezza, odio, senso di colpa, invidia, etc.

Solo quando la sensazione è riconosciuta, gustata, sentita, osservata, studiata nelle sue manifestazioni fisiche, senza che i pensieri fuggano dal qui e ora della sensazione, solo quando si è compiuto questo lavoro la si può lasciar partire. Allora, e solo allora, l’emozione ha svolto il suo compito di messaggera. Le emozioni - non i discorsi con i quali ti si abbevera, né quelli che rivolgi a te stesso - le tue emozioni, dicevo, sono i migliori informatori sulla tua vita, sul mondo che ti circonda, su ciò che devi fare e soprattutto evitare di fare. Sii molto attento alle emozioni che le persone che ti circondano suscitano in te. Che questo ti aiuti a scegliere le tue relazioni, i tuoi amici, i tuoi amori.

Mentre fuggi spontaneamente dal dolore fisico (chi mai lascia la sua mano su una fiamma troppo a lungo?) bruci te stesso senza fine con pensieri che ti torturano. Sai in quale stato si trova la tua anima? Non fino a che non avrai acquisito e addestrato pazientemente la tua sensibilità alle emozioni, la tua vigile presenza alla sofferenza. Non si fugge spontaneamente dal dolore morale: occorre imparare a farlo.

Impara a riconoscere le tue intime asperità, ciò che ti attira fatalmente, i tuoi riflessi malefici, le tue parti morte, le tue zone anestetizzate. Poi, inizia a rieducarti. Nessuno può farlo al tuo posto. Nessuno può sentire per te. L’emozione è la nostra interfaccia con il mondo. Se la nostra anima avesse una pelle, il suo tatto sarebbe l’emozione. L’armatura che hai posto sulla tua anima per proteggerla dai colpi non lascia passare nemmeno le carezze. Le ferite sono le nostre più grandi ricchezze. Tengono aperto il cammino che porta al cuore.

Quando geli il tuo cuore perché non senta la sofferenza, muore anche per la gioia. Non diventare un morto-vivente! L’insensibilità alla sofferenza comporta la morte dell’anima. Dal momento in cui non viviamo più le nostre emozioni, cominciamo a proiettarle, a illuderci, a perderci nella confusione. Dal momento in cui fuggiamo o neghiamo la sofferenza, dal momento in cui abdichiamo alla nostra lucidità, dal momento in cui ci anestetizziamo, spuntano le corna del diavolo. I dannati bruciano all’inferno perché la loro anima non sente più niente.

Di fronte alle emozioni sono possibili due atteggiamenti. O le attualizziamo, ovvero le sentiamo, le viviamo pienamente, le percepiamo nettamente come eventi del nostro flusso d’esperienza. Oppure le sentiamo solo a metà, pensiamo che rappresentino la realtà, e allora, in maniera del tutto naturale, le realizziamo. Quando le emozioni si realizzano, ovvero quando comportano indefinitamente altre emozioni e altri pensieri, quando si trasformano in parole, quando ci spingono ad agire, ci rinchiudono ancora di più nella prigione reale che non smettiamo di produrre: l’illusione.

Se non sentiamo le nostre emozioni negative, queste si materializzano nel nostro corpo sotto forma di malesseri o di malattie, in azioni irreversibili, nelle situazioni che fabbrichiamo. Le emozioni negative, represse, agite, proiettate, materializzate, invece di essere sentite divengono pesi sempre più pesanti che trasciniamo come palle al piede per tutta la vita. Invece di essere liberate in piena coscienza nella sensazione, si accumulano nel nostro corpo, nel mondo che abbiamo prodotto. A partire dal giorno della nostra presa di coscienza, una parte essenziale della nostra “terapia” consisterà nel bruciare questo accumulo, nel vivere finalmente queste emozioni, attraverso un lungo, doloroso e indispensabile processo di lutto.

L’emozione negativa è una massa fluttuante, un ammasso inconscio di virtualità impersonali, un cupo banco di nuvole pronto a scaricarsi in pioggia di dolore su coloro che non la riconoscono. Più vuoi sottrarti al dolore, corazzare le tue ferite, negare il male, riparare l’irreparabile, più cresce inesorabilmente la palla di sofferenza che ti perseguita. E’ perché rifuggiamo la sofferenza cosciente che ci troviamo sperduti negli infiniti labirinti della sofferenza cieca. Sviluppa la tua capacità di sentire la sofferenza al fine di salvarti dalla sofferenza. Tutto ciò che rifiutiamo di sentire si materializza e ci avvolge. Chi non elabora il proprio lutto si costruisce una dimora di morte.

La sofferenza - o l’emozione negativa - è un male virtuale che si realizza quando non viene vissuto per intero. Si concretizza dentro di noi, si trasmette ad altri, s’incarna nel funzionamento patologico di una coppia, di una famiglia, di un’organizzazione, di una società. Il male materializza un’emozione negativa non liberata. Invece di rimanere virtuale, invece di venir riconosciuta e ascoltata come segno, come messaggio, l’emozione prende corpo e diventa il male nel mondo.

Se non si osa vivere la propria collera, si fabbrica un mondo aggressivo. Delle due l’una: o abbiamo represso la nostra aggressività, e non siamo più in grado di dire “no” e lasciamo sviluppare attorno a noi situazioni e persone aggressive. Oppure trasformiamo in atto la nostra collera invece di viverla e suscitiamo in tutta risposta l’aggressività che abbiamo rifuggito con la nostra azione. E’ così che si materializza l’aggressività non vissuta. Se non abbiamo avuto l’audacia di vivere dolorosamente e a fondo la nostra frustrazione, se non abbiamo elaborato il lutto dell’oggetto, allora creiamo un universo di desideri permanenti.

Se tutte le emozioni non vissute si materializzassero, allora una persona che vivesse le proprie emozioni integralmente, invece di giudicarle, di agire o di reprimerle, smetterebbe di materializzare un mondo. Colui che non ha guardato in faccia il suo senso di colpa crea un mondo di accusatori. Il vile che teme la propria paura s’inventa un mondo minaccioso. Chi rifiuta di vivere la sua collera che brucia, genera un mondo di odio. L’avido che rifugge il suo sentimento di mancanza e di povertà fabbrica un universo di frustrazione.

Ma ecco il peggio: colui che si rode nella collera e nell’odio di sé farà vivere agli altri la sua collera e il proprio odio invece di viverli per se stesso; l’essere attanagliato da uno spavento che non sa confessare a se stesso farà vivere gli altri nella paura, e così via. Quello che una persona ci fa provare è un indice eccellente di ciò che la abita senza che essa voglia sentirlo.

Se senti le tue emozioni negative completamente e onestamente, non le farai vivere agli altri. Avrai infranto, almeno per quanto ti riguarda, la fatale catena della trasmissione della sofferenza, ed è il più grande favore che tu puoi fare al mondo. L’arrogante crepa di fifa. I terroristi sono abitati dalla paura. Coloro che umiliano si sentono inferiori. Si è cattivi perché ci si detesta. Come un’industria inquinante che emette veleni nel suo ambiente invece di filtrarli, colui che fa soffrire gli altri soffre senza accettare consapevolmente la propria sofferenza. Nel momento in cui riconosco in me i veleni della mente e li filtro invece di riversarli “all’esterno,” contribuisco al risanamento del mio ambiente mentale.”

(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sassella ed., 2006)


2 commenti:

riz ha detto...

Ciao buona sera ,potresti passare nel mio blog vorrei sapere se si vede grazie saluti ciao Riz

Sharatan ain al Rami ha detto...

Ciao Riz, e benvenuto.

Il tuo blog è Ok!
Un caro saluto
Sharatan