sabato 31 dicembre 2016

Assalti Frontali - Il Tempo dell'Attesa




Salvami sorella saggezza
mia stella
dammi la pazienza che ha un fratello in cella
fammi uomo
che se deve non si muove
mastica per bene
un dolore dolce miele
sangue nella neve
fammi freddo come la vendetta
un po' di ordine nel caos di una città perfetta
qui nessuno scrive più
nessuno sogna più
se non di non morire di HIV
senza mamma né papà chi avrà a cuore la comunità
come le pantere nere tempo fa
sto sotto
apro gli occhi di botto
un sogno ricorrente è di ammazzare un poliziotto
salva me dal mietitore
dal tormento di un errore
io mi inchino all'esperienza e alla meditazione
un buon incassatore come vedi e come vuoi
vengo tra noi in ritiro tra noi
renderò i miei pugni poi

un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
sto molte volte sotto

come un inconsolabile cammino
ho cura di chi mi è vicino
mi affilo
ho già perduto molti pezzi in giro
quello che è follia impazzita
per te
è la mia storia preferita
la mia carica omicida
ora scendi come scende la sera
piano
nera
seria
prima maniera
come chi si assume la sua responsabilità intera
un piede nel vento
uno alla catena
frequentando bassifondi devo dare di più
studiare di più
allenare il mio cervello a stare molto più su
dove perdo
si muove la lancetta
il contrappasso aspetta
punisce chi ha fretta
cadaveri galleggiano sul fiume
si vedono passare
ritorno alla grandezza delle cause del male
sono il tenace ostinato
un sogno ricorrente è morire soffocato

un sogno ricorrente nel tempo dell 'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell 'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell 'attesa
sto molte volte sotto

vieni al fondo sorella
nelle onde del dormiveglia
ci intendiamo a meraviglia
vieni in aiuto
compensa l'incompiuto
ombre mi spingono a bruciarmi in un minuto
l'impotenza è un male peggiore
e su quello che si muove
sparo
fosse pure un errore
sono un viaggiatore
spingo via il possesso dal mio cuore
come una maledizione
un succedersi di giorni è il futuro
sono un solitario
ma non mi sento solo
confido in un pensiero puro
una persona coraggiosa
a cui il mondo deve sempre qualcosa
mi è comparsa all'alba
nella penombra verde
una presenza nella stanza è il terzo sogno ricorrente
piantata in terra come un antico albero da frutto
una sorella
non ti lascia mai del tutto

un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
sto molte volte sotto.

giovedì 29 dicembre 2016

Che cosa ci fa cambiare?



“Le persone prive di senso psicologico
presumono di restare sempre le stesse.”
(Carl Gustav Jung)

“Prima di cominciare a bombardarci a vicenda con domande e problemi di vario genere, mi chiedo se avete letto sui giornali... in genere non leggo i giornali, do un’occhiata ai titoli... che nel mondo ogni anno si spendono quattrocento miliardi di dollari in armamenti. Quattrocentomila milioni di dollari. Non so cosa significhi una cifra del genere, ma questo è quanto si spende per cercare di ammazzarci a vicenda. Dopo aver letto una notizia simile mi chiedo: cosa farà cambiare gli esseri umani?

Ieri, quel signore alla mia sinistra ha posto una domanda, ha detto: «L’ho ascoltata per tanti anni, ho ascoltato i suoi discorsi, le registrazioni, e così via, e mi ritrovo esattamente al punto di partenza.» Credo che sia importante prendere molto sul serio una domanda del genere. Forse la maggior parte di noi si trova nella stessa posizione; forse.

Che cosa provoca un cambiamento veramente profondo in un essere umano? Chiunque sia interessato alla trasformazione dell’uomo si è posto questo problema. Che cosa ci fa cambiare? Se vi ponete questa domanda seriamente, ve lo chiedete con tutta la profondità del vostro essere: cosa vi farà cambiare? Sarà un evento esterno a provocare una crisi nella vostra vita, a costringervi a una riflessione radicale, e al cambiamento?

Un lutto in famiglia, un incidente, un avvenimento, un qualche evento devastante, psicologicamente o anche fisicamente, sarà questo a provocare un cambiamento profondo? Si deve subire un grande dolore, una grande pena, una grande angoscia, procurata da eventi esterni, per sentirsi costretti, perché un essere umano sia costretto a cambiare strada, motivazione, direzione, cambiare il proprio egoismo, il proprio modo di pensare limitato, brutale?

Abbiamo avuto tante guerre, forse la maggior parte di noi ha vissuto due guerre, guerre devastanti, milioni di persone hanno perso la vita. Pensate all’avvilimento, alla confusione, all’enorme angoscia di quelle persone che hanno subito gravi perdite, non solo materiali, ma la morte dei propri figli. Ma a quanto pare gli eventi esterni, per quanto drammatici, non sembrano suscitare in noi la libertà di dire: “Questo non deve succedere mai più”.

Perciò vi chiedo, ed è una domanda che abbiamo preso in considerazione tante e tante volte: sono gli eventi esterni a cambiare gli esseri umani? Questo è un primo problema. Eventi simili non sembrano aver cambiato l’uomo, se per cambiamento intendiamo una reale trasformazione profonda della motivazione egoistica, che si identifica con gruppi, nazioni, credenze, dogmi, religioni, e via discorrendo.

E apparentemente, badate bene, apparentemente, un evento esterno come la morte del proprio marito, della propria moglie, o dei figli, è in grado di provocare un certo cambiamento nella persona, sull’onda del dolore e del lutto. Non so se lo avete notato. Significa quindi che dobbiamo dipendere dagli eventi esterni?

La morte, la guerra, qualcuno che ci lascia, un evento esterno devastante: è questo che ci farà cambiare? Ossia, dipendere da qualcosa di esterno che ci esponga a un grande tormento e a una grande sofferenza, da cui poi si emerge, forse, profondamente cambiati. A mio parere è una vera e propria atrocità, finanche a dirsi, che per poter cambiare dobbiamo soffrire. È inconcepibile; eppure, a quanto pare, è quello che succede.

Come il guidatore negligente, che scampa provocando la morte altrui e dice: “D’ora in avanti guiderò con la massima prudenza”. È intelligente a posteriori. È possibile essere intelligenti prima? Dove per “intelligenza” non si intende diventare più abili nella sopravvivenza istintiva dell’egoismo, dell’impulso del desiderio, e così via, ma un’intelligenza nata dall’intuizione che gli eventi esterni non cambiano l’uomo alla radice, ma che il cambiamento deve avvenire completamente dal di dentro, senza un fattore necessitante, senza un accadimento o evento di qualche tipo.

Intuire questo è una forma di intelligenza. Intuire la verità che se dipendo da una pressione esterna, da un evento esterno che mi sottopone a un dolore e un’angoscia immani, è facile che diventi cinico e amaro, o mi rifugi in qualche forma di evasione. Cosicché non ci sarà un cambiamento profondo. Comprendere questo è una forma di intelligenza. I materialisti, i comunisti, i fautori del totalitarismo, dicono: “Cambiamo gli eventi esterni, gli esseri umani cambieranno di conseguenza.”

Ma è una strategia che dura da millenni, e a quanto pare non sono cambiati. Poi c’è l’idea, cara a tanti guru e maestri orientali, forse anche occidentali, che - se si abbandona se stessi - tutti i problemi sono risolti. Anche qui, ci si abbandona a qualcosa di esterno, o ci si abbandona a un oggetto di propria invenzione. Vi prego, c’è una reale comprensione fra di noi? È molto importante che ci sia, dopo la questione sollevata ieri da quel signore.

Ha detto: «L’ho ascoltata per tanti anni e non sono cambiato; sono al punto di partenza.». Sapete, a sentir dire una cosa del genere si prova una stretta al cuore. Mi chiedo a quanti di voi si è stretto il cuore. E cosa cambierà quella persona, voi, un altro? Forse, come abbiamo detto, un evento devastante, qualcosa che procura dolore? E se il dolore è profondo, manda in frantumi tutto quel che avete, e forse a quel punto dite: “Non posso più vivere così”; quindi, dipende ancora dagli eventi esterni?

E gli eventi esterni possono essere immani: guerre, terremoti, e così via. E quei... lasciatemelo dire, profittatori... quei profittatori religiosi, se mi consentite il termine, parlano di abnegazione, di abbandono di “sé”. Capite le implicazioni di una cosa del genere? Abbandonarsi, chiaramente, al guru, alla persona che dice: “Abbandonati”, ma interiormente, questo impulso, questo egocentrismo, viene eliminato? Di nuovo lo stesso fenomeno, una pressione, stavolta una pressione interna che spinge a sottomettersi a qualcun altro.

È chiaro questo punto? Possiamo procedere sulla base di questa premessa? Dunque state ascoltando tutto questo, che una pressione esterna non vi farà cambiare, e abbandonarvi a una presenza, un’entità, a Dio, quel che volete, non è altro che desiderio che vi spinge a dimenticare voi stessi, ma il “sé” resta, per quanto camuffato.

Perciò, state ascoltando queste affermazioni? O non hanno alcun senso? Allora forse è qui il nocciolo del problema: intellettualmente, sul piano verbale, capite razionalmente, logicamente, le affermazioni molto chiare che sono state appena enunciate, a meno che non vogliate cambiare le parole, ma essenzialmente il punto è la pressione esterna che agisce tramite il dolore o l’impulso interiore a fuggire da se stessi, che è un’altra forma di pressione.

State ascoltando queste cose in modo da vedere la verità: che in presenza di una pressione esterna o interna che sia il cambiamento non avviene? Vedere questo, ascoltare e vedere quel fatto, è intelligenza. Perciò, state davvero... perdonatemi se ve lo chiedo... ma, dopo averlo ascoltato esposto lucidamente, logicamente, razionalmente, state veramente vedendo il fatto nella sua realtà, la sua verità, il che significa che c’è intelligenza?

E quell’intelligenza è la negazione tanto dell’esterno che dell’interno, e di conseguenza prende le mosse dalla situazione attuale. Allora, ve ne siete resi conto? Ci avete riflettuto seriamente come abbiamo fatto appena adesso, e constatato che una pressione esterna o interna di qualunque tipo non porterà un mutamento radicale? Ascoltare questo e di conseguenza vederlo, è intelligenza. Lo vedete? Avete quell’intelligenza? Allora quell’intelligenza agirà prima dell’evento, cosicché soffrire non è più necessario.

Scoprire una cosa del genere è come... capite?... è un dono del cielo. Scusate se parlo di “cielo.” È un dono grande, immenso, perché quando ci si rende conto che un evento catastrofico, devastante, che procura dolore, o una qualunque pressione esterna o interna non producono il cambiamento, quando lo si vede, se ne vede la verità, prima che subentri l’evento o la pressione, allora quell’intelligenza agisce in qualunque circostanza, nella vita quotidiana, sul posto di lavoro, agisce continuamente.” (Jiddu Krishnamurti)

martedì 27 dicembre 2016

L'ascolto profondo



“Se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi
non possiamo ascoltare a fondo gli altri.”
(Tich Nhat Hanh)

“Per la maggior parte del tempo la nostra testa è talmente piena di pensieri che non abbiamo spazio per ascoltare noi stessi o chiunque altro. Possiamo anche aver imparato dai nostri genitori o a scuola che dobbiamo ricordare una miriade di cose, dobbiamo tenere a mente una miriade di parole, nozioni, concetti, e pensiamo che questa scorta mentale ci sia utile nella vita.

Ma quando tentiamo di avere una conversazione genuina con qualcuno ci riesce difficile sentire e capire l’interlocutore. Il silenzio consente ascolto profondo e risposta consapevole, le chiavi per una comunicazione totale e sincera. Molti di noi sono semplicemente sovraccarichi. Sembra che non abbiamo spazio per sentire e capire davvero gli altri.

Quando parliamo, naturalmente, stiamo soltanto dicendo ciò che riteniamo corretto, ma talvolta, a causa del modo in cui lo diciamo, l’ascoltatore non riesce ad assimilarlo, quindi le nostre parole non sortiscono l’effetto desiderato di arrecare maggiore chiarezza e comprensione alla situazione. 

Dobbiamo chiedere a noi stessi: «Sto parlando tanto per parlare oppure sto parlando perché penso che queste parole possano aiutare qualcuno a guarire?»

Quando le nostre parole sono pronunciate con compassione, basate sull’amore e sulla consapevolezza di essere legati gli uni agli altri, allora il nostro discorso può definirsi retto discorso. Quando forniamo una risposta immediata a qualcuno, di solito stiamo semplicemente snocciolando le nostre conoscenze o reagendo in maniera emotiva.

Quando sentiamo la domanda o il commento dell’altra persona non ci prendiamo il tempo di ascoltare e guardare a fondo in ciò che ci è stato confidato, ci limitiamo a ribattere con una replica veloce. Ciò non è affatto d’aiuto. La prossima volta in cui qualcuno ti fa una domanda non rispondere subito. 

Ricevi la domanda o la rivelazione e lascia che penetri in te, in modo che chi parla senta di essere stato davvero ascoltato. Tutti noi, ma soprattutto coloro la cui professione consiste nell’ascoltare gli altri, possiamo trarre beneficio dall’esercitarsi in questa capacità; dobbiamo fare pratica allo scopo di farlo bene. 

Prima di tutto, se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi non possiamo ascoltare a fondo gli altri. Dobbiamo coltivare una dimensione spirituale della nostra vita se vogliamo essere leggeri, liberi e davvero a nostro agio.

Dobbiamo praticare allo scopo di ristabilire questo genere di spaziosità. Solo quando siamo riusciti a fare spazio dentro di noi possiamo aiutare davvero gli altri… forse hai incontrato persone del genere, non le conosci nemmeno bene, ma ti senti a tuo agio con loro perché sono serene e rilassate. Non sono già piene dei loro programmi.

Se crei lo spazio dentro di te scoprirai che le persone, anche quelle che magari ti hanno evitato vorranno venire a starti vicino. Non devi fare nulla, né tentare di insegnare loro qualcosa e nemmeno dire qualcosa. Se stai praticando da solo, creando spazio e quiete dentro di te, gli altri saranno attratti dalla tua spaziosità.

Le persone circostanti si sentiranno a proprio agio anche solo standoti intorno, grazie alle qualità della tua presenza. Questa è la virtù della non-azione. Smettiamo di pensare, riportiamo la nostra mente al nostro corpo e diventiamo davvero presenti. La non-azione è molto importante. 

Non è la stessa cosa della passività e dell’inerzia, è uno stato di apertura dinamico e creativo. Dobbiamo semplicemente restare seduti lì, molto svegli, molto leggeri, e quando altri vengono a sedersi insieme con noi si sentono subito a proprio agio. Benché noi non abbiamo fatto nulla, l’altra persona riceve molto da noi. 

Avere lo spazio per ascoltare con compassione è fondamentale per essere un vero amico, un vero collega, un vero genitore, un vero partner. Una persona non ha bisogno di essere un professionista della salute mentale per ascoltare rettamente. In realtà, molti terapisti non lo sanno fare, perché sono colmi di sofferenza. 

Studiano psicologia per diversi anni e sanno una miriade di cose sulle tecniche, ma nel cuore racchiudono una sofferenza che non sono stati capaci di sanare o trasformare, oppure non sono stati in grado di offrire a sé stessi gioia e gioco sufficienti per compensare tutto il dolore che assimilano dai oro clienti, quindi non hanno lo spazio per aiutare in modo efficace.

Le persone pagano un sacco di soldi a questi terapisti e tornano da loro settimana dopo settimana, sperando di guarire, ma i consulenti non possono aiutarli se non sono stati in grado di ascoltare sé stessi con compassione. Terapisti e consulenti sono esseri umani che soffrono come chiunque altro. 

La loro capacità di ascoltare gli altri dipende innanzitutto dalla loro capacità di ascoltare in modo compassionevole sé stessi. Se vogliamo aiutare gli altri dobbiamo avere la pace interiore. Quello di cui tutti noi abbiamo bisogno, per prima cosa, sono rilassatezza, leggerezza e pace nel nostro corpo e nel nostro spirito. Solo a quel punto possiamo ascoltare autenticamente gli altri. 

Ciò richiede un po’ di pratica. Prenditi il tempo, ogni giorno, di stare con il tuo respiro e i tuoi passi, di riportare la tua mente al tuo corpo e ricordati che hai un corpo! Prenditi il tempo, ogni giorno, di ascoltare con compassione il tuo bambino interiore, di ascoltare le cose dentro di te che stanno strepitando per farsi sentire. A quel punto saprai ascoltare gli altri.” (Tich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti ed.)

sabato 24 dicembre 2016

Auguri di Buon Natale!



Manca un ponte tra i cuori,
fra i cuori degli uomini lontani,
fra i cuori vicini,
fra i cuori delle genti,
che vivono sui monti e sui piani
di tutti i continenti.
Se questo ponte ci fosse,
gli uomini si scambierebbero i segreti,
i motivi lieti,
il sorriso e il perdono.
Eppure l’uomo non sa innalzare
questa passerella d’amore:
manca lo slancio al cuore.
Aiutalo tu, fanciullo;
costruisci con le tue mani,
senza travi,
questo grande lavoro,
questo ponte d’oro
in un mare di luce:
questo ponte che conduce
da Oriente a Occidente
e da Occidente a Oriente
una sola gente.

(Emilia Alboret)




venerdì 23 dicembre 2016

Un pugno di foglie



“La saggezza non è un prodotto dell’istruzione,
ma del tentativo di acquisirla, che dura tutta la vita.”
(Albert Einstein)

“Un giorno il Buddha tornò dalla foresta con in mano una manciata di foglie di simsapa. Sorridendo, guardò i suoi monaci e disse: «Cari amici, ritenete che le foglie che ho in mano siano numerose quanto le fogli della foresta?» Naturalmente i monaci risposero: «Caro Maestro, tu hai in mano dieci o dodici foglie, nella foresta ce ne sono milioni e milioni!»

Il Buddha disse: «È vero, amici cari, io ho moltissime idee, ma non ve le dico tutte, perché avete bisogno di lavorare alla vostra personale trasformazione e guarigione. Se vi do troppe idee vi bloccate e, a quel punto, non avrete nessuna possibilità di cogliere le vostre intuizioni profonde personali.»

In che modo, dunque, percepire il mondo senza queste idee preconcette? Come considerarlo alla luce della vera consapevolezza? Ci sono tre nature che descrivono il nostro modo di percepire il mondo a vari livelli di consapevolezza: parikalpita, paratantra e parinispanna. La prima natura è parikalpita, le nostre costruzioni mentali collettive.

Noi tendiamo a credere in un mondo solido e oggettivo e consideriamo le cose dotate di un’esistenza autonoma: tu sei al di fuori di me, io sono al di fuori di te. La luce del sole è esterna alla foglia, la foglia non è la nuvola. Le cose sono l’una al di fuori dell’altra. È questo il modo in cui ognuno di noi vede le cose. Ma quel che tocchiamo, vediamo e sentiamo è soltanto una costruzione mentale collettiva: ciò che la maggioranza di noi considera essere la natura propria del mondo è solo la natura di parikalpita.

La persona che ti sta accanto dice di vedere e sentire la stessa cosa che vedi e senti tu? Non accade perché quello è l’unico modo, il modo obiettivo, di vedere il mondo; accade piuttosto perché quella persona è fatta quasi come te e percepisce sostanzialmente le stesse cose che percepisci tu. Sappiamo di non vedere solo con gli occhi: gli occhi si limitano a ricevere l’immagine che poi viene tradotta nel linguaggio degli impulsi elettrici.

Anche i suoni che udiamo vengono ricevuti e tradotti in impulsi elettrici. Suoni, immagini, stimoli tattili e odori sono tradotti tutti in impulsi elettrici che la mente può ricevere ed elaborare. Nel “Sutra del Diamante” il Buddha dice: «Tutti i dharma (oggetti, fenomeni) condizionati sono come un sogno, sono come oggetti magici, sono come bolle nell’acqua, sono come mere immagini, come una goccia di rugiada, come la luce improvvisa del lampo…»

Ciò che riteniamo essere personalità, persone, entità, fenomeni, non sono altro che costruzioni mentali; si evolvono in molti modi diversi, ma sono tutte manifestazioni che provengono dalla nostra coscienza. Sapendo che il mondo in cui viviamo è parikalpita, osserviamo a fondo il mondo della costruzione mentale ed entriamo in contatto con il secondo tipo di percezione, paratantra.

Paratantra significa “reciprocamente dipendenti”, “che si appoggiano gli uni agli altri per potersi manifestare.” Tu non puoi “essere” ossia esistere per conto tuo: hai bisogno di inter-essere con tutto il resto. Osservando una foglia puoi vederci dentro la nuvola e la luce del sole; l’uno contiene in sé il tutto.

Se dalla foglia rimuoviamo quegli elementi, non resta più alcuna foglia. Un fiore non può mai esistere per conto proprio: per potersi manifestare deve contare su molti “elementi non-fiore.” Se osservando il fiore vediamo un’entità separata, ci troviamo ancora nella sfera di parikalpita. Se guardando una persona - nostro padre, nostra madre, nostra sorella, il nostro partner - la consideriamo dotata di un sé (atman) separato, vuol dire che ci troviamo ancora nel mondo di parikalpita.

Per scoprire la natura “vuota” delle persone e delle cose occorre l’energia della presenza mentale e della concentrazione. Grazie a esse passi la giornata in presenza mentale: osservi in profondità tutte le cose con cui entri in contatto, senza più lasciarti ingannare dalla loro apparenza. Guardando il figlio vedi il padre, la madre, gli antenati; vedi che il figlio non è un’entità separata: vedi te stesso come una continuazione.

In altre parole, vedi ogni cosa alla luce dell’interdipendenza e dell’inter-essere, che mostra come ogni cosa, per manifestarsi, si basi su di un'altra. Il fisico nucleare Davide Bohm ha detto che un elettrone non è un’entità a sé stante, ma è fatto di tutti gli altri elettroni. Questa è una manifestazione della natura di paratantra, la natura dell’inter-essere: non ci sono entità separate, ci sono solo manifestazioni che per poter esistere si basano le une sulle altre.

Un giorno, il Buddha disse all’amato discepolo Ananda: «Chiunque veda l’inter-essere vede il Buddha.» Se entriamo in contatto con la natura dell’interdipendenza, entriamo in contatto con il Buddha. È un processo di allenamento: nel corso della giornata, camminando, sedendo, mangiando o facendo le pulizie, puoi allenarti a vedere le cose così come sono.

Alla fine, quando l’addestramento è completato, la natura de parinispanna - la realtà - ti si rivela pienamente, e quello con cui entri in contatto non è più un mondo illusorio, ma è il mondo delle cose in sé. Innanzitutto prendiamo consapevolezza che il mondo in cui viviamo è stato costruito da noi, dalla nostra mente, a livello collettivo.

In secondo luogo, prendiamo consapevolezza del fatto che, se osserviamo in profondità, se sappiamo impiegare la consapevolezza e la concentrazione, possiamo cominciare a entrare in contatto con la natura dell’inter-essere. Infine, quando la pratica della consapevolezza è arrivata in profondità, ci si può rivelare la vera natura della realtà assoluta, spogliata da ogni nozione, concetto e idea, perfino dei concetti di “inter-essere” e di “non-sé.”

Coloro che seguono una pratica spirituale non usano sofisticati strumenti di ricerca ma la propria saggezza innata, la propria luce interiore. La pratica della consapevolezza, della concentrazione e della visione profonda può purificare la nostra mente e farne uno strumento potente con il quale poter guardar a fondo la natura della realtà.” (Tich Nhat Hanh, Camminando con il Buddha, Mondadori ed.)

martedì 20 dicembre 2016

La vera natura dell'anima



“Nella coscienza ordinaria,
pensiamo di essere creature mortali,
ma quando ci liberiamo dall'ego,
ci accorgiamo di essere Spirito.”
(Paramahansa Yogananda)

“Se in questo momento riusciste a calmare completamente il corpo, i pensieri e le emozioni, diventereste immediatamente consapevoli del vostro vero Sé (L'anima), e dell'universo, il vostro immenso corpo che palpita della gioia di Dio. L'anima si "stabilirebbe nella condizione che le è propria". Non è strano che voi non riusciate a percepire la gioia di Dio che è sempre a vostra disposizione? La ragione per cui non conoscete la beatitudine di Dio è che siete intossicati dai sentimenti dell'ego (citta).

Se mi nascondo dietro uno schermo, sarò sempre qui, ma voi non mi vedrete. Se allontanate lo schermo, mi vedrete di nuovo. Ugualmente, la gioia di Dio è nascosta dallo schermo dei sentimenti che hanno origine dall'ego (ahamkara o coscienza del corpo). Allontanate lo schermo per mezzo della meditazione e contemplerete questa gioia. La vostra vera natura è la calma. Avete indossato una maschera di irrequietezza, ossia l'inquietudine della vostra coscienza, che trae origine dagli stimoli dei sentimenti.

Voi non siete la maschera, siete il puro e calmo Spirito. È arrivato il momento di ricordare chi siete: l'anima beata, un riflesso dello Spirito. Toglietevi la maschera dei sentimenti e contemplate il vostro Sé. Quando vi arrabbiate o siete travolti dall'odio, indossate la maschera del male. L'essere umano può arrabbiarsi talmente da essere capace di uccidere. Non vuole farlo veramente - ossia la sua anima non vuole - ma, poiché l'anima si è identificata con l'ira, questo sentimento può suscitare in lui il pensiero di uccidere.

Perciò non è opportuno rimanere nello stato dell'ordinaria coscienza umana, soggetto a emozioni così violente. Voi diventate schiavi dei vari stati d'animo, e questa è la causa di tutti i vostri dispiaceri. Per salvarvi, dovete eliminare i sentimenti e le emozioni legati alla coscienza del corpo. La meditazione è l'unica via di Salvezza.

Per molto tempo avete creduto di possedere alcune qualità, caratterizzate da sentimenti e da emozioni particolari. Patanjali dice che vi identificate con queste passioni e questi desideri perché l'avete già fatto nel corso di numerosissime incarnazioni e, di conseguenza, avete completamente dimenticato la vostra vera natura. Quando vi renderete conto che ogni giorno recitate una parte diversa a seconda dei vostri mutevoli sentimenti, non sarete più la stessa persona, e riuscirete a liberarvi di questi stati illusori.

Quando comprenderete che la passione e la collera non fanno parte della vostra vera natura, questi stati d'animo non avranno più alcun potere su di voi. Ogni persona è per sua natura meravigliosa; deve soltanto togliersi la maschera della coscienza dell'ego. Non lo dimenticate. Se avvicinate un diamante a un gatto nero, il diamante assumerà una sfumatura nera. Potete allora affermare che il diamante è nero?

No. Appena allontanate il gatto e lasciate che la luce illumini il diamante, il suo naturale splendore si sprigionerà completamente. Il gatto nero è la vostra irrequietezza, che offusca la coscienza con le emozioni e oscura la luce e la gioia dell'anima. La natura dell'irrequietezza è tale che nel momento stesso in cui traete piacere da una cosa, ne state già cercando un'altra; in sostanza suscita in voi una perenne insoddisfazione che, a sua volta, è provocata dai sentimenti.

Ma la beatitudine - la gioia di Dio nascosta nell'anima - è sempre nuova e sempre presente nella vostra coscienza. Poiché questa gioia appaga ogni desiderio, l'irrequietezza non avrà più ragione di esistere. Spero che comprendiate l'importanza di ciò che vi dico oggi. Sto parlando della via che porta alla liberazione da ogni dolore. Il perfetto dominio dei sensi vi rende padroni di voi stessi. Non abituatevi mai a niente, e non lasciatevi mai condizionare dalle abitudini.

Bere il caffè non significa necessariamente esserne diventati schiavi, ma se non potete farne a meno, allora vuol dire che l'abitudine vi ha resi schiavi. Non appena dite: "No, non ne ho bisogno", fate che questa affermazione ponga fine alla vostra schiavitù. Io non mi lascio mai condizionare da niente e da nessuno. Ad esempio, posso bere o mangiare qualcosa di buono, e poi eliminarne il desiderio; il ricordo sparisce in quello stesso istante.

Per prima cosa, evitate di soddisfare le simpatie e antipatie alimentari e insegnate la stessa cosa ai vostri bambini. Li viziate quando dite: "Che cosa vorresti mangiare? Vuoi gli spinaci? Non mangiarli se non ti piacciono". Se vi dimostrate così accondiscendenti renderete vostro figlio schiavo del gusto. Potreste domandarmi: "Ma se eliminiamo i sentimenti, le simpatie e le antipatie non diventeremo inerti come la materia e completamente inutili? Patanjali insegna queste cose?".

No, egli afferma che la vostra vera natura si manifesterà non appena riuscirete a dominare i sentimenti. Il vero stato del Sé, l'anima, è beatitudine, saggezza, amore, pace. Vi sentirete allora così felici da apprezzare qualsiasi cosa facciate. E tutto questo non vi sembra molto più conveniente che brancolare nel mondo, simili a demoni inquieti e sempre insoddisfatti?

Quando siete concentrati sul vostro vero Sé, riuscite a compiere ogni vostro dovere e a godere di tutte le cose buone del mondo pervasi dalla gioia di Dio. Permeati della sua inebriante beatitudine eseguirete ogni azione gioiosamente. Molti pensano che gli induisti insegnino una sorta di annichilimento mentale, il presunto risultato cui porterebbe l'assenza del desiderio. Invece, l'obiettivo della filosofia induista è la felicità permanente.

Non c'è libertà né felicità nel cessare di esistere. Il solo pensiero di questa eventualità è doloroso. Voi desiderate una felicità senza fine e questo è ciò che potrete avere, come afferma Patanjali, se dimorerete nella vera natura della vostra anima. Come possiamo essere veramente interessati a qualcosa se annulliamo i desideri e i sentimenti?

Avrete visto coloro che lavorano senza provare nessun interesse per quello che fanno; il loro lavoro e il loro comportamento lo dimostrano chiaramente. Non si curano dei risultati fino a quando possono dire che, comunque, lavorano. Ma l'innamorato lavora con impegno e scrupolo per la persona amata; farà molto di più per lei, che per se stesso. Questo è il modo di servire Dio e questo è il sentimento che proviamo quando amiamo Dio. Lavoreremo per lui con gioia.

Ad un estremo troviamo persone convinte che per farsi strada nella vita si debba lavorare senza sosta, come automi. Ma all'estremo opposto, ugualmente errato, troviamo persone che non appena provano un interesse per la spiritualità, diventano indifferenti a tutte le altre cose. Questo modo di pensare è sbagliato. È una delle ragioni per cui l'India ha perduto la libertà in quanto ha male interpretato la dottrina del distacco.

Ad esempio: "Che cosa importa se nell'eremitaggio si accumula la sporcizia? Non fa niente. Perché preoccuparsene? Darsi da fare richiede troppa concentrazione sugli aspetti materiali della vita. Siate distaccati. Rinunciate il più possibile alle attività pratiche". In questo modo di pensare si nasconde, ammantata di falsa spiritualità, la pigrizia mentale.

Mi sono reso conto che i maestri veramente grandi si interessano molto al mondo, ma senza provare nessun senso di attaccamento. Quando il mio maestro, lo Swami Sri Yukteswar, riceveva un bel regalo, se ne prendeva scrupolosamente cura. Ma se si rompeva si limitava a ridere: "La mia responsabilità è finita. Mi è costata molta attenzione".

Era veramente distaccato dalle cose. Anche io la penso allo stesso modo. Apprezzo tutto ciò che Dio mi dà, ma non ne sento la mancanza quando scompare. Una volta mi regalarono un cappotto e un cappello elegantissimi, un completo molto costoso. A quel punto iniziarono le mie preoccupazioni. Dovevo stare attento a non strapparlo e a non sporcarlo e la cosa mi metteva a disagio. Così pensai: "Signore, perché mi hai dato questa seccatura?".

Un giorno dovevo tenere una conferenza alla Trinity Hall qui, a Los Angeles. Quando raggiunsi la sala e stavo per togliermi il cappotto, il Signore mi disse: "Togli dalle tasche tutte le tue cose". Ubbidii. Quando tornai al guardaroba dopo la conferenza il cappotto non c'era più. Mi irritai, e qualcuno disse: "Non importa, faremo in modo di procurargliene un altro". Risposi: "Non sono arrabbiato perché ho perso il cappotto, ma perché chiunque lo abbia preso non ha portato via anche il cappello che lo accompagna!"

Non fatevi dominare dai sentimenti. Come potete essere felici se vi preoccupate continuamente dei vestiti o di tutte le altre cose che vi appartengono? Indossate abiti semplici e ordinati e poi non pensateci più; pulite la casa e poi dimenticatela. Una volta sono stato invitato a un ricevimento molto elegante. Il pranzo era ottimo, ma i nostri ospiti erano talmente innervositi dalla paura che qualcosa non andasse bene, da rovinare tutto.

Le persone sensibili avvertono il vostro nervosismo. Perché vi preoccupate? Fate del vostro meglio e poi rilassatevi. Lasciate che le cose si svolgano naturalmente, senza sforzo. Allora, anche coloro che vi stanno accanto si rilasseranno. Attività non è la vita, è l'espressione della vita. Ma alcune persone sono sempre talmente indaffarate da rendersi insopportabile l'esistenza perché sono sempre sull'orlo di una crisi emotiva.

In genere, l'essere umano è simile al pendolo, e oscilla da un estremo all'altro, sempre in movimento, sempre inquieto. Questo comportamento è di poco superiore a quello degli animali. Invece lo yogi è sempre calmo, concentrato sulla propria vera natura, simile a un pendolo immobile.

Quando è attivo può essere molto veloce, ma quando si ferma è nuovamente concentrato sulla calma interiore ed esteriore. Dobbiamo imparare a lavorare con interesse, mantenendoci tuttavia rilassati e distaccati. Non so come potrei lavorare senza provare un entusiasmo gioioso. È naturale sentirsi interessati perché diversamente le nostre motivazioni non avrebbero alcun incentivo.

Fate ogni cosa per Dio, con il massimo interesse. Amatelo al punto tale che il vostro piacere più grande sia quello di lavorare e di fare progetti per lui. Lavorare per Dio è un'esperienza molto personale, molto appagante. Io provo una grande gioia nel restaurare per lui questo edificio. Ma quando qualcosa non va per il suo verso, non me ne preoccupo minimamente. Perché dovrei?

Ho fatto del mio meglio. Certo, proverò a fare ancora meglio, ma non permetterò che un contrattempo turbi la mia tranquillità. Non è un pensiero meraviglioso? Perché no? Non siete stati voi a creare il mondo. È stato Dio. Perché dovreste pensare di vivere in questo mondo soltanto per soddisfare voi stessi? Vivere per se stessi è la fonte di ogni infelicità.

Ci fu un tempo
In cui guardando il fiore,
Ne godevo il profumo,
Per me e i miei cari.
Udivo il richiamo del ruscello,
Rivolto a me e ai miei cari.
Mi sono risvegliato da quel sogno
E ora sento: Era solo per te e i tuoi cari.

Lo yogi pensa costantemente: "Per te e per i tuoi cari". Egli dice: " Sono qui in questo mondo solo per poco tempo. Perché dovrei crearmi forti attaccamenti? Non so perché mi trovo qui, ma Dio lo sa. Lavorerò per lui. Cercherò di fare la volontà di Dio e non la mia". È stato questo completo abbandono alla più sublime saggezza a dare a Gesù la forza di dire: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però sia fatta non la mia, ma la tua volontà."

Per questo motivo molti credono che l'essere umano non debba servirsi della propria volontà. Ma se non usaste la vostra volontà morireste, perché è il potere della volontà a mettere in moto ogni processo fisico e mentale. È giusto servirsi della volontà, ma lasciandosi consigliare dalla saggezza e dai suggerimenti di Dio; altrimenti, commetterete degli errori e ne pagherete le conseguenze.

Krishna ha detto: "Coloro che hanno dominato la mente dimorano nella saggezza infinita. Rinunciano al desiderio di concentrarsi sul frutto delle azioni. Ciò assicura la liberazione... e permette loro di raggiungere quello stato che è al di là del male, causa di ogni infelicità."

Esaminate il movente di ogni vostra azione. Sia l'ingordo sia lo yogi mangiano, ma direste che mangiare è un peccato perché il cibo viene spesso associato all'idea dell'ingordigia? No. Il peccato sta nel pensiero, nel movente. Il materialista mangia per soddisfare la propria avidità, mentre lo yogi per mantenere il corpo in buona salute. C'è una bella differenza.

Analogamente, un uomo commette un assassinio e viene impiccato; un altro, invece, uccide molti uomini sul campo di battaglia per difendere il suo paese e riceve una medaglia al valore. Anche in questo caso è il movente a creare la differenza. I moralisti stabiliscono regole indiscutibili, mentre io vi faccio degli esempi per mostrarvi come potete vivere in questo mondo di relatività controllando i sentimenti senza trasformarvi in un automa.

Il mio maestro faceva, di solito, questo esempio: "Supponete che una persona mi chieda in prestito il mio bel binocolo, assicurandomi che lo riporterà entro quindici giorni. Ma alla fine del periodo stabilito non lo restituisce. E quando chiedo notizie del binocolo mi risponda: 'Lei è un maestro, eppure è molto attaccato al suo binocolo!'; ebbene non glielo presterei una seconda volta.

Supponete ancora che un'altra persona mi chieda di darle in prestito il binocolo promettendo che me lo restituirà in perfetto ordine. È gentile, premurosa e attenta, e lo riporta puntualmente. A questa persona presterei di nuovo il binocolo in qualsiasi momento. Non mi importa molto del binocolo in se stesso, ma, se una cosa mi appartiene, devo prendermene cura per mantenerla in perfetto ordine.

La seconda persona ha capito che volevo riavere il binocolo perché potesse servire anche ad altri oltre che a lei. La prima non ha capito il mio movente, così, non solo privava me del binocolo, ma anche tutti gli altri che avrebbero potuto servirsene. Io non volevo il binocolo per me; pensavo a tutti gli altri".

Il distacco dalle cose suscita un senso di grande libertà interiore e di felicità. Io ho regalato tutte le cose che mi erano più care. Ne ho goduto attraverso la gioia degli altri. La felicità che provo in tutto ciò che faccio è impersonale e disinteressata perché nasce dalla gioia di Dio e dal desiderio di rendere felici gli altri.

Quando vivevo in India avevo una motocicletta che usavo per scorrazzare dovunque, ma soprattutto per andare a trovare il mio maestro nel suo eremitaggio di Serampore. Mi piaceva moltissimo. Così, un giorno chiesi al Maestro: "Sono attaccato alla motocicletta?" Egli conosceva ogni più piccola sfumatura dei miei pensieri e della mia coscienza.

"Certamente no", rispose. Poco tempo dopo, regalai la motocicletta a un amico che la desiderava molto, e non ne ho mai sentito la mancanza. Questo è il genere di libertà che Patanjali vi insegna a conquistare, affinché possiate sempre essere, come un dio, sovrani assoluti del regno della vostra coscienza. Non lasciate che le forze oscure penetrino nel vostro paradiso portatile. "Tra le sbarre di ferro della mia mente, il male non osa penetrare."

Quando raggiungerete la libertà dalla schiavitù dei sentimenti diventerete spiritualmente sensibili, ma non sarete più ipersensibili alla materia. Sentirete il dolore, ma rimarrete imperturbabili. Vedrete questo mondo, ma saprete che non è la realtà ultima. Vivrete al di sopra di ogni limitazione fisica e mentale, concentrati nella tranquilla natura della vostra anima.

Ma potete ben vedere quale scarsa educazione ci offre il mondo! Forse il padre è arrabbiato e si sfoga con i figli o la madre li rimprovera senza motivo. Che esempio per i giovani! È meglio non mettere al mondo figli, se non siete disposti a educarli correttamente. Se negate loro la disciplina giusta ne fate degli infelici per tutta la vita. Prendono delle abitudini che impediscono loro di essere se stessi, di essere il vero Sé.

Naturalmente le buone abitudini sono amici che ci aiutano, mentre quelle cattive ci spingono a diventare dei diavoli. Nella stessa famiglia potete trovare una persona che sopporta tutto con calma, e un'altra che freme sempre di rabbia, di gelosia e di altre emozioni sgradevoli. Non è forse meglio riuscire a rimanere sempre calmi?

Pensate che fine farebbe il mondo se Dio perdesse la pazienza! Fortunatamente per noi, Dio è sempre calmo e controlla perfettamente le emozioni. Una parte di lui, la sua natura assoluta, non è mai irrequieta, anche se, come Creatore, Dio sa tutto ciò che accade sulla terra perché è in tutte le cose. Perciò dovremmo rimanere sempre calmi, concentrati nella nostra natura spirituale, anche se siamo circondati da una grande confusione.

Quando qualcuno viene da me in uno stato d'animo aggressivo, tremante di rabbia, mi rendo conto che sta soffrendo. Qualunque cosa gli dicessi non capirebbe perché è agitato. Ma se mi mantengo tranquillo, posso assecondarlo finché non riesco a calmarlo e indurlo a ragionare. Io non ho mai perduto la calma della mia anima. Se fosse successo, a prescindere dalle giustificazioni che la mente avrebbe potuto addurre, avrei perduto di fronte a Dio.

È il favore di Dio che dovete conquistare. Interiormente dovreste essere sempre immersi nella calma perfetta. Quando qualcuno viene da voi stravolto dall'ira, mantenete la calma. "Non voglio perdere la pazienza. Voglio continuare a rimanere calmo finché il suo stato d'animo non cambierà". Allora dimostrate di saper dominare perfettamente citta.

Mantenersi calmi non significa sorridere sempre e andare d'accordo con tutti qualsiasi cosa dicano, pur conoscendo la verità e non volendo imporla a nessuno. Questo è eccessivo. Coloro che cercano di compiacere il prossimo solo perché desiderano essere lodati per il buon carattere non hanno necessariamente il dominio dei propri sentimenti.

È giusto mostrarsi simpatici e piacevoli se il vostro comportamento è sincero, ma essere sempre d'accordo con gli altri perché avete paura di dire la verità, per non rendervi antipatici, non significa avere il dominio dei sentimenti. Chiunque sappia controllare i propri sentimenti segue la verità, condivide la verità quando è possibile ed evita di irritare senza necessità chi non sarebbe ricettivo comunque.

Sa quando parlare e quando tacere, ma non transige sui propri ideali e non compromette la pace interiore. Un uomo di tale levatura rappresenta un grande aiuto per il bene del mondo. In verità rassomigliamo tutti al proverbiale figliol prodigo. Ci siamo perduti nei vicoli bui delle cattive abitudini e non sappiamo più conservare nel cuore la gioia di Dio. Quando l'anima non è nella sua condizione naturale, si identifica con gli stati d'animo suscitati dai sentimenti umani.

Ma se impariamo a rimanere in comunione con il Divino, vivremo e lavoreremo nello stato beato della nostra vera natura. Nella coscienza ordinaria, pensiamo di essere creature mortali, ma quando ci liberiamo dall'ego, ci accorgiamo di essere Spirito. L'illusione ci costringe a pensare alle malattie, alle paure, e a tutte le altre limitanti condizioni del corpo e della mente.

Riuscite a immaginare di non essere un uomo o una donna? Eppure questa è la verità. Nella divina gioia dell'anima la coscienza del proprio sesso si perde completamente. Anche da bambino mi vedevo spesso separato dal corpo. Ricordo che un giorno ero in questo stato di estasi e uscii dall'acqua completamente nudo. Quando mi vide la zia, mi dette uno schiaffo. Non capii perché mi picchiasse, finché non mi fece notare aspramente che avevo dimenticato di mettermi il dhoti.

Nessuna delle cose che Dio ha creato è peccaminosa. L'uomo ha inventato il peccato con il suo modo sbagliato di pensare e perché ha abusato delle potenzialità di cui Dio lo ha dotato. Generalmente l'essere umano pensa: "Io e il mio corpo siamo una cosa sola. Io sono un corpo, cui si aggiungono le sensazioni e i sentimenti". Invece l'uomo divino pensa: "Io e il Padre mio siamo una cosa sola."

Egli vede il suo corpo come se fosse un'immagine cinematografica. Il fotogramma è proiettato sullo schermo da un raggio di luce che passa attraverso una pellicola. Così l'uomo divino vede il proprio corpo come una proiezione della luce creatrice di Dio che passa attraverso la pellicola di maya o illusione. Egli sa di non essere il corpo, sa di essere una cosa sola con la luce di Dio.

Un attore dimentica che sta recitando e comincia a immedesimarsi nella parte. Anche noi abbiamo dimenticato chi siamo e che stiamo solo recitando una parte sulla terra. Quando l'essere umano dimentica il suo beato Sé onnipresente, si identifica con i sentimenti e pensa di essere una creatura umana, circoscritta al corpo e soggetta alle sue sofferenze e alla morte. Vedete che terribile trasformazione!

E per tutta la vita continua a cercare la felicità di quel Sé beato che già gli appartiene. L'uomo materialista è talmente inquieto che non cerca mai di meditare, di analizzare i propri sentimenti e di conoscere se stesso. È molto meglio coltivare la mente che limitarsi a lavorare, mangiare e dormire, come fanno gli animali.

Ma rimanere per sempre sul piano intellettuale è un peccato contro il vostro vero Sé; infatti, benché possiate raggiungere la porta della realizzazione del Sé tramite l'intelletto, non fate però il passo successivo per aprirla. Lo sviluppo spirituale va oltre l'intelletto. Potete aprire la porta della realizzazione solo attraverso la profonda meditazione quotidiana. Dovete conservare per sempre ciò che percepite durante la meditazione.

Troppo spesso si medita senza molto entusiasmo, per abitudine; e appena la meditazione è finita, si torna allo stato d'animo consueto. Dovete immergervi nella pace e nella gioia della meditazione, e poi conservare la calma che ne deriva. Soltanto allora riuscirete a cambiare voi stessi. Il corpo reagisce ai quattro periodi di transizione del giorno: mattina (verso l'alba), mezzogiorno, sera (verso il tramonto), e notte (tra le nove e le ventiquattro). Questi periodi sono molto favorevoli alla meditazione.

La meditazione profonda e il perfetto dominio dei sentimenti, raggiunto mantenendo la calma che deriva dalla meditazione, portano al samadhi, l'estasi della realizzazione del Sé e dell'identità con Dio. Tuttavia, l'estasi del savikalpa samadhi, in cui godete la beatitudine interiore, ma perdete la consapevolezza del corpo e del mondo esterno, non è sufficiente.

Ciò che desiderate è il nirvikalpa samadhi, o estasi cosciente. Questo è lo stato più alto, lo stato in cui siete esternamente coscienti e attivi e internamente consapevoli della vostra completa unione con Dio. Io ho impiegato molto tempo per raggiungere questo supremo stato di coscienza nel quale Lahiri Mahasaya e il Maestro dimoravano costantemente.

Nel nirvikalpa samadhi potete compiere tutti i vostri doveri e affrontare tutte le prove della vita, senza mai esserne turbati. Così, solo perfezionando la meditazione si può scoprire come è possibile superare la natura umana affinché l'anima possa stabilirsi nella condizione che le è propria, libera dai turbamenti dei sentimenti creati dall'ego, sempre concentrata sulla beatitudine.” (Paramahansa Yogananda, Lezione sugli Yoga Sutra di Patanjali, 22 marzo 1942)

sabato 17 dicembre 2016

Hillel di Babilonia



“Ciò che non vuoi che venga fatto a te,
non farlo al tuo prossimo; questa è tutta la Torah.
Il resto è solo commento. Va e studia!”
(Hillel)

Secondo la tradizione, Hillel visse tra il 70 a.C. e il 10 d.C., ma le uniche notizie sugli ebrei di quel periodo sono riferite da Giuseppe Flavio, un ebreo adottato dalla potente gens romana dei Flavi, che non cita mai il suo nome. Dalle fonti rabbiniche sappiamo con certezza, che Hillel fu il fondatore di una scuola di pensiero che esprime la maggior parte dei sapienti del suo tempo. A questa stirpe di grandi maestri appartennero, dal I al IV secolo d.C., i più illustri rappresentati del giudaismo che imponevano l’autorità della religione.

Nel Talmud, Hillel è chiamato Hazaqen cioè “il Vecchio” oppure HaBavli cioè "di Babilonia". Il fatto che sia chiamato “il Vecchio” non allude alla sua età, ma alla saggezza che gli ebrei e molti popoli dell'antichità associavano alle persone avanti negli anni. Questo non esclude che arrivò a tarda età, infatti la tradizione afferma che Hillel visse per 120 anni come Mosè. La sua vita viene ripartita in tre fasi, di cui i primi quarant'anni furono quelli che trascorse a Babilonia di cui era originario.

I secondi quarant'anni della sua vita sono il periodo che trascorse a studiare e interpretare i testi sacri, mentre gli ultimi quarant'anni rappresentano il periodo che Hillel trascorse insegnandone i precetti. La figura di Hillel è poco conosciuta, ma sappiamo che egli fu il più grande esperto di Sacre Scritture vissuto al tempo di Gesù. Sappiamo che fu il maestro più autorevole dei suoi tempi e che i suoi detti assomigliano molto ai concetti insegnati da Gesù.

L’arrivo di Hillel da Babilonia va conosciuto se vogliamo comprendere la sua figura, poiché la cornice storica in cui visse è la stessa in cui visse Gesù di Nazareth. Sappiamo che la comunità ebraica giunse a Babilonia in seguito alla sottomissione delle tribù del nord di Israele da parte del regno di Assiria che riuscì a conquistare i territori che si affacciavano sul mar Mediterraneo. Le genti di quelle zone furono deportate nei territori degli assiri, perciò quelle genti seguirono la sorte degli Assiri che, a loro volta, furono conquistati dai Babilonesi.

Quando nacque Hillel, gli ebrei erano a Babilonia ormai da 500 anni, perciò si ritrovarono sotto l’impero romano che aveva conquistato buona parte del mondo conosciuto allora. Si suppone che tra gli ebrei di Giudea e quelli di Babilonia ci potessero essere legami più stretti di quelli che la distanza tra le due terre ci potesse fare pensare. Ma di ciò non abbiamo nessuna conferma storica diretta, però sappiamo che entrambi i gruppi parlavano l’aramaico o l’ebraico.

Hillel il Babilonese nasce dunque verso il 70 a.C. nell’impero dei Parti che avevano conquistate le terre di Babilonia. Ma il susseguirsi di dominatori non cambiò le condizioni degli ebrei di Babilonia che erano composti da tribù nomadi originarie delle sponde del mar Caspio, in seguito stabilite nei territori dei Parti che tutti ritenevano fossero delle popolazioni rozze e barbare come quelle degli Sciti e dei Sarmati. Filone d’Alessandria include i Parti tra le razze rozze e selvagge “come i Germani” ma il suo giudizio è ingiusto, perché i tanto criticati conquistatori furono molto tolleranti con i popoli che avevano sottomesso.

Gli Ebrei continuarono a parlare l'aramaico, continuarono a praticare le loro tradizioni arcaiche e anche ad applicare il loro calendario, che - d’altro lato - era stato adottato anche dai conquistatori precedenti cioè dai Parti. Gli ebrei della diaspora babilonese vivevano e commerciavano liberamente come testimoniano le transazioni commerciali con aziende dal nome ebraico registrate negli archivi in carattere cuniforme rinvenuti a Ninive.

Si consideri che il nome di Babilonia include un territorio grosso modo corrispondente a quello dell’odierno Iraq. Gli ebrei di Babilonia mantennero un forte attaccamento per il Tempio di Gerusalemme, infatti essi mandano al Tempio il mezzo siclo dovuto per ogni figlio maschio sopra ai 20 anni, e anche l’oblazione rituale di una parte del ricavato della vendita delle primizie.

Dal filosofo greco Filone d’Alessandria contemporaneo di Hillel sappiamo che gli ebrei di Babilonia facevano lunghi e disagevoli pellegrinaggi per andare a Gerusalemme e per farvi pervenire, in occasione delle 3 ricorrenze ebraiche della Pasqua, di Pentecoste o Sukkot, e della Festa delle Capanne, le offerte dedicate al Tempio. Non sappiamo se gli ebrei babilonesi avessero già sviluppato lo studio dei testi sacri come fecero tre secoli dopo.

I legami tra gli ebrei babilonesi e quelli rimasti a Gerusalemme garantirono l’unità del giudaismo, sebbene la contaminazione con le credenze babilonesi siano molto evidenti nella letteratura apocalittica che fu molto vigorosa nel I secolo d. C. Non abbiamo dubbi che la lingua di Hillel fosse l’aramaico che si era imposto prima del dominio persiano. In quelle terre si era imposto il carattere cuneiforme, e con l’aramaico si unì il vantaggio di avere una lingua alfabetica molto semplice e comoda.

L’aramaico “imperiale” penetrò nella letteratura ebraica come si nota nei passi in questa lingua contenuti nel Libro di Esdra e in quello di Daniele. In seguito, la sua sintassi influì sull’ebraico e questo spiega la diversità dell’ebraico rabbinico noto tramite il Talmud e il Midrash che è molto diverso dall’ebraico biblico. L’influsso dell’aramaico era favorito dalla parentela tra il suo lessico e quello dell’ebraico e dal fatto che - dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia - la forma dei suoi caratteri soppiantò l’antica scrittura ebraica che era molto simile alla scrittura fenicia.

All’epoca dell’arrivo di Hillel a Gerusalemme, l’ebraico veniva usato nella vita religiosa, mentre l’aramaico era considerato la lingua del popolo, perciò un viaggiatore che proveniva da Babilonia non aveva difficoltà a farsi capire se conosceva entrambi le lingue. E sappiamo che Hillel conservava l’accento della sua terra di origine poiché - all’inizio del suo soggiorno a Gerusalemme - fu insultato da alcuni popolani con l’epiteto di “stupido babilonese.”

La maggioranza delle massime che gli vengono attribuite testimoniano un perfetto bilinguismo, e anche il nome Hillel è nettamente ebraico, poiché significa “Egli ha lodato il Signore.”Le citazioni di questo grande maestro le ritroviamo nel Talmud come regole di purità e sappiamo che ebbero un’importanza crescente con il tempo. La formula che li introduce è sempre: “per questo Hillel giunse da Babilonia” e la citazione fa presumere che egli fosse noto ancora prima che giungesse a Gerusalemme.

Qualcuno ha evidenziato il carattere provvidenziale della sua venuta, ma la versione più attendibile della sua emigrazione fu quella che Hillel si recò a Gerusalemme per perfezionare i suoi studi delle sacre scritture. Secondo la testimonianza di un rabbino del III sec., esiste la tesi che suo fratello Shebna gli propose di entrare in commercio insieme a lui ma lui rifiutò, perché non aveva altro scopo di vita che studiare la Torah. È perciò logico che Hillel giungesse a Gerusalemme, perché era stato attratto dalla fama dei maestri che vi insegnavano.

È più attendibile pensare che avesse 20 anni e non 40 anni, all’atto del suo arrivo, e una tradizione talmudica credibile afferma che cominciò a esercitare il suo magistero intorno al 30 a.C. Se valutiamo che al suo arrivo potesse avere circa 20 anni e che esercitò per circa 40 anni, è credibile che vivesse sugli 80-90 anni perciò fu contemporaneo del re Erode che regnò dal 37 al 4 a.C. A quell'epoca le scuole babilonesi non avevano raggiunto ancora il livello dottrinale che raggiunsero 2-3 secoli dopo, perciò si pensa che Hillel venne attratto dai grandi maestri di Gerusalemme.

Uno degli aneddoti più famosi lo mostrava come un giovane brillante e privo di mezzi che si arrangiava per proseguire gli studi, infatti dicevano che un giorno che non aveva trovato lavoro per pagarsi la lezione, si arrampicò sul tetto della scuola per ascoltare i rabbini origliando attraverso il lucernario. Era un venerdì di dicembre-inizio gennaio e faceva molto freddo, infatti scese la neve e Hillel restò sotto la neve e al freddo.

Fu rinvenuto svenuto sul lucernario oltre la mezzanotte semi assiderato, ma i rabbini si affrettarono a soccorrerlo dopo aver visto la sua ombra sul lucernario, anche se era iniziato il sabato. Si narra che i presenti al fatto dissero: «Per un tale uomo vale la pena che si profani il sabato.» Questa storia ha un valore edificante e vuole affermare che nessuno può usare la scusa che è troppo povero per non studiare, poiché anche Hillel rischiò la vita per l'amore della conoscenza. Ma l’aneddoto apocrifo è pur sempre veritiero, poiché gli attribuiva una passione smodata per lo studio.

Riguardo ai maestri presso cui approfondì la sua preparazione, sappiamo che i due maestri più illustri del suo tempo furono Shemayah e Abtalion, e che certamente presso di loro Hillel perfezionò la sua istruzione in campo religioso e dottrinario. Costoro, secondo un aneddoto del Talmud venivano talmente venerati dal popolo che, una sera, essi incrociarono una processione e il popolo abbandonò il sommo sacerdote e si mise a seguirli.

Entrambi i suoi maestri facevano parte della corrente dei Farisei che avevano la fama di fornire i più illustri interpreti delle leggi, e che avevano l’incarico di educare la gioventù ebraica. Sulla base di tutto questo si pensa che i maestri di Hillel fossero Farisei. Nell’ambiente religioso di quel tempo il grande dibattito che infiammava gli animi avveniva tra gli aristocratici Sadducei che erano seguiti dall’aristocrazie e la fazione più popolana dei Farisei.

La terza fazione cioè quella degli Esseni riservava i suoi insegnamenti solo agli iniziati, perciò restavano fuori dalle diatribe dottrinarie. I Farisei insegnavano che il successo dei cattivi e la sventura dei buoni in questo mondo non sono l’ultima decisione di Dio perché - alla fine dei tempi - gli uomini sarebbero resuscitati e i cattivi avrebbero ricevuto il castigo divino, mentre i buoni avrebbero goduto della beatitudine eterna.

La concezione farisaica era vista con scherno dagli aristocratici Sadducei che non accettavano questa resa finale dei conti da parte della giustizia divina, perciò il dibattito si infiammò tanto che la diatriba dottrinaria degenerò in uno scisma. Comunque sia andato, la lotta tra le due fazioni opposte causò l’intervento dei Romani che avevano annesso l’antico regno seleucide al loro impero. Questa nuova situazione comportò che, seppure ancora dominati da stranieri, i giudei potessero continuare a godere di una relativa indipendenza e che poterono continuare a praticare la loro religione.

Giuseppe Flavio dice che Erode governava con il consenso del potere romano, perciò osò presentarsi nel Sinedrio ordinato dalle insegne regali per imporre la sua volontà su una certa questione. E l’unico che osò tenergli testa fu proprio Shemayah cioè il maestro di Hillel. Il discorso che lo storico attribuisce al saggio Shemayah fa apprezzare la sua enorme dignità e un coraggio che gli valse la stima di Erode. Questo contesto storico chiarisce il senso di una delle massime più famose di Shemayah cioè «Ama il lavoro, fuggi il potere e non farti conoscere dalle autorità.» (Abot I, 10)

Sappiamo che certamente Hillel, a Gerusalemme, non trovò quella tranquillità che si era auspicato, ma la sua origine babilonese gli valse un trattamento di riguardo da parte di Erode. Erode era straniero, perciò aveva interesse ad attestare una sua presunta discendenza dagli ebrei babilonesi. In realtà da parte di madre, Erode era di origine nabatea e la sua famiglia non aveva ascendenze regali, perciò la sua origine "ambigua" non lo aiutava a rafforzare i suoi diritti al trono.

La scelta dell’origine babilonese che voleva accreditarsi non era certo casuale, perché gli ebrei deportati da Nabuccodonosor includevano le stirpi più pure delle tribù di Istraele. Sebbene avesse pochi o nulli diritti a regnare, poteva governare come un tiranno, in quanto Erode faceva e disfaceva sommi sacerdoti e manovrava il Sinedrio a suo capriccio avendo la protezione dei Romani. Per queste ragioni, poter essere riconosciuto come ebreo babilonese lo avrebbe aiutato ad essere accettato dal popolo.

Sicuramente, a quel tempo, Hillel era già un maestro molto stimato e conosciuto, e certamente lo sconvolgimento politico dei suoi tempi gli suggerì il famoso detto: «Siate discepoli di Aronne che amava e ricercava la pace.» (Abot I, 12) Si dice anche che, un giorno, vedendo un cranio galleggiare nell’acqua, egli disse: «Perché hai annegato altri, sei stato annegato, e coloro che ti hanno annegato finiranno anch’essi annegati.» (Abot II, 7).

Sappiamo che i Farisei si opponevano con forza a Erode, perciò la reazione del tiranno contro di loro e contro tutti quelli che li sostenevano era inevitabile. Erode non era amato dal suo popolo, e neppure lui amava il suo popolo per cui pretese un giuramento di fedeltà da parte dei sacerdoti e dei maggiori saggi, ma non lo ottenne e non ottenne neppure la fedeltà degli Esseni. Sappiamo che tra i saggi Farisei del tempo che gli si opponevano c'erano anche Hillel e Shammai, e che avevano un seguito di circa 6.000 persone.

I Farisei riscuotevano grande successo soprattutto tra le donne di corte, perciò la tensione tra Erode (che si vedeva destabilizzato) e la fazione che sosteneva i Farisei crebbe sempre più, finché si arrivò alla spietata repressione ordinata dal tiranno. Due grandi maestri giudei, nota Giuseppe Flavio, furono bruciati vivi, e poi il monarca - sempre più furioso - fece trucidare un gran numero di notabili giudei che aveva radunato nell’ippodromo di Gerico.

Hillel visse in questi tempi drammatici e il suo insegnamento che conosciamo da fonti rabbiniche, ci è noto perché si usava citare testualmente le parole dei maestri più autorevoli. Le parole dei saggi venivano citate e ripetute fedelmente affinché fossero di esempio per chi le meditava, e malgrado il fatto che, sulla figura di Hillel, siano rimasti molti apocrifi e molti avvenimenti furono rimaneggiati per vari motivi, va riconosciuto che la sua figura è quella che ha dato vita al maggior numero di tradizioni malgrado la scarsezza di materiali diretti. Come arrivò ad esserlo?

Sicuramente per aver risolto in modo brillante molti quesiti di diritto religioso. La halakhah o diritto religioso cominciava ad imporsi allora, perché tutti volevano rispettare la legge divina e l’autorità di un maestro autorevole garantiva che l’interpretazione che venisse data fosse la migliore. Hillel interpretava la Torah come un’autorità indiscussa, per questo accadde che gli “anziani di Satira” gli sottoposero un quesito a cui nessuno aveva saputo rispondere. Infatti gli chiesero se, nel caso che la Pasqua fosse caduta di sabato, fosse legittimo fare il sacrificio dell’agnello rituale.

Hillel rispose che il sacrificio dell’agnello pasquale doveva essere mantenuto anche se la festa fosse stata di sabato. Il suo parere fu accolto da tutti e il suo magistero diventò molto autorevole. In seguito, si seppe che Hillal era un Fariseo che onorava i suoi maestri, perciò si capì che aveva risolto la questione agendo in assonanza a ciò che aveva visto fare dai suoi maestri Shemayah e Abtalion. Da quel momento diventò il primo maestro e il più saggio rabbino dei suoi tempi. Ma sappiamo che lui non si vantava affatto di questo onore, ma si lamentava che la sua generazione fosse decaduta talmente da non saputo produrre qualcuno che fosse migliore di lui da additare come esempio.

La generazione di Hillel fu l’ultima di una serie di cinque generazioni in cui i maestri agivano in coppia, poiché la tradizione poneva il primo maestro a capo del Sinedrio e l’altro maestro a capo del tribunale, affinché il potere potesse essere più equilibrato. Nel caso di Hillel sappiamo che venne associato a Shammay, ma che la tensione tra di loro era molto palpabile. I loro caratteri non potevano essere più opposti, infatti i due maestri non si trovavano mai d’accordo su nulla, per questo ben presto nacquero due scuole diverse.

E se la generazione di Hillel che fu famoso per la sua mitezza diventò prevalente, quella di Shammay che fu famoso per la sua severità, si ridusse fino a scomparire. Un aneddoto ci fa conoscere la famosa pazienza di Hillel laddove si narra che, due uomini decisero di scommettere una forte cifra sul fatto di riuscire a farlo andare in collera. Uno di loro lo scomodò molte volte mentre faceva le abluzioni e lo interrogò più volte rivolgendogli quesiti assurdi e sciocchi, ma Hillel rispose con la gentilezza per cui era famoso.

Alla fine, il provocatore si arrese e gli chiese se lui fosse proprio quel Hillel che chiamavano “Nassi” e, alla risposta affermativa, il provocatore si lamentò che, per sua causa, aveva perso una forte cifra che aveva scommesso contro di lui. Hillel gli rispose che era preferibile che lui avesse perso il denaro scommesso piuttosto che Hillel avesse perso la sua pazienza. Hillel voleva significare che non agiva in quel modo per rendersi amabile, ma che agiva con amorevolezzza e pazienza, perché tentava di far amare la Torah ai suoi seguaci.

Anche Shammay predicava le stesse dottrine, infatti diceva: «Studia la Torah regolarmente, parla poco e agisci molto, accogli tutti con affabilità» ma tanti episodi ce lo mostrano mentre non riesce ad applicare le sue parole, perché non agisce secondo le sue regole. Si racconta che un pagano andò da Shammay e gli chiese quante Torah esistevano. Shammay gli rispose che esisteva la Torah scritta e la Torah orale. Allora il pagano gli chiese di convertirlo e di insegnargli la Torah orale, ma Shammay lo trattò duramente e lo congedò senza complimenti.

Il pagano allora si presentò da Hillel e gli chiese la stessa cosa. Hillel lo accontentò e gli insegnò le prime 4 lettere dell’alfabeto, e il giorno dopo gliele insegnò in ordine diverso. Ma l’uomo notò la contraddizione e ne chiese la ragione. Hillel gli rispose: «Tu ti sei fidato di me, e questo non significa forse fare affidamento sulla Torah orale?» Conosciamo anche un altro aneddoto che è molto simile a questo, in cui il pagano viene congedato con rudezza da Shammay perciò chiede a Hillel di istruirlo. Il saggio disse:«Ciò che non vuoi che venga fatto a te, non farlo al tuo prossimo; questa è tutta la Torah. Il resto è solo commento. Va e studia!» (Shabbat, 31 a)

Molti episodi evidenziano il carattere severo di Shammay che arrivò ad imporre al figlio ancora bambino il digiuno come se fosse un adulto per fargli onorare il Kippur. Fu necessario che ci fosse l’intervento dei suoi colleghi che lo costrinsero a nutrire il bimbo con le sue mani. Il temperamento di Shammay era eccessivamente duro e intransigente. Anche quando cercava di essere un uomo mite, invece la mitezza e la comprensione di Hillel era sempre autentica e spontanea, perciò Hillel gli era superiore in molti aspetti. Sappiamo pure che Shammay faceva provviste tutta la settimana per onorare degnamente lo shabbat, mentre invece Hillel faceva affidamento solo su Dio e ripeteva il versetto 20 del Salmo 68: «Sia benedetto Dio, giorno per giorno.»

Anche da altri episodi vediamo l’eccelsa levatura morale di Hillel, e non va taciuta neppure la sua superiorità intellettuale. Lo abbiamo visto essere interpellato dagli “anziani di Satira” per la sua competenza e autorevolezza, infatti la tradizione rabbinica gli attribuisce molte regole ermeneutiche di cui lui stesso sarebbe l’inventore. Queste regole vennero strutturate seguendo il procedimento di quella parte di filosofia greca conosciuta come “logica” che insegna a usare il ragionamento per strutturare dei precetti coerenti.

Dalle citazioni sappiamo che le sue prescrizioni applicano il principio del parallelismo e quello dell’assonanza dei concetti per applicare regole simili a situazioni simili. Da questo si vede come potesse trarre una stessa regola per normare delle situazioni che si presentavano con le stesse caratteristiche. Hillel riusciva a classificare le situazioni negli aspetti che le accomunavano perciò riusciva a prendere decisioni che non entrano in contraddizione tra di loro. 

Purtroppo non possediamo un materiale sufficientemente unitario per approfondire la questione del suo metodo di insegnamento. Invece l’amore per lo studio è una caratteristica che è certa e che lo accomuna ai saggi dei suoi tempi, infatti sappiamo che arrivò a rischiare la vita per amore della conoscenza. Questo amore si attesta anche in molte massime: «Non dire: “Studierò quando avrò tempo”. Forse non avrai mai tempo.» Dalle sue massime emerge la convinzione che il materialismo è il maggiore nemico della conoscenza, infatti afferma: «Chi è troppo occupato con il commercio perde di vista la saggezza.» (Abot I, 6)

Da altri detti trapela l’orrore per la vanità che è sempre indegna nel saggio, e la persuasione che la vita spirituale non è certamente alla portata di tutti. Si dice Hillel si sforzò per tutta la sua vita “di far entrare gli uomini sotto le ali del cielo” (Abot di Rabbi Nathan 26, vers. B). Capita ancora oggi di poter affermare che l'esempio di Hillel mostri un maestro fin troppo “indulgente” e che questa sua indulgenza sia considerata negativa, perché egli arrivò a dire cose che forzavano anche le stesse sacre scritture.

Molti rabbini babilonesi lo accusarono di eccessiva audacia interpretativa per avere forzato e anche contraddetto la stessa parola divina. Ma Hillel evitava la severità e amava l’indulgenza, perciò quella che viene visto come una colpa è piuttosto la prova di una piena comprensione e di una grande compassione che lo spingeva a trovare la soluzione che rendesse felici tutti. Ma, soprattutto sappiamo che Hillel stava sempre dalla parte di chi cercava giustizia. Sappiamo che si identificava sempre con chi subisce l’ingiustizia perciò usava la legge con misericordia e non sacrificava mai la pietà alla cieca osservanza formale.

Una delle massime famose che gli sono attribuite dice: «Non giudicare il tuo prossimo prima di esserti messo al suo posto.» (Abot II, 5) e il grande senso di comprensione e di empatia che trapela in queste parole sembra fosse un altro tratto caratteristiche dei Farisei, mentre gli Esseni vivevano fuori dalla società e si isolavano all'interno delle loro comunità. I Sadducei erano una casta aristocratica, per cui restavano solo i Farisei a educare e guidare. Hillel dice: «Non separarti dal popolo» e «Se io non sono per me stesso, chi lo sarà? Ma se io sono solo per me stesso, cosa sarò? Se non ora, quando?»

Il ritratto di Hillel che ci resta è quello di un uomo umile e pio, non di un essere con poteri eccezionali. Sappiamo che, dopo la morte dei grandi profeti lo Spirito Santo aveva cessato di manifestarsi, e raramente avveniva che la voce celeste si facesse ancora udire. La voce celeste era detta “Bat qol” e si narra che fu sentita risuonare un giorno, nella casa di Giuda di Gerico, dove sedevano Hillel e altri maestri. La voce dichiarò che tra loro c’era un uomo in cui lo Spirito Santo avrebbe potuto manifestarsi, ma che non lo faceva perché la sua generazione non ne era degna. A quelle parole, tutti si voltarono e guardarono Hillel.

Buona erranza
Sharatan