Visualizzazione post con etichetta buddismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta buddismo. Mostra tutti i post

martedì 18 agosto 2015

I livelli della mente



“Il karma dipende dal controllo,
o dalla mancanza di controllo della mente.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dala Lama)

Il termine “emozione” deriva dal latino “emovere” che suggerisce qualcosa che mette in movimento la mente verso un’azione che può risultare positiva o negativa. Per i buddisti il termine emozione indica che qualcosa sta condizionando la mente al fine di farle adottare un certo punto di vista. Perciò il termine emozione non corrisponde ad uno scatto emotivo, perché essi considerano lo scatto di nervi come la manifestazione di emozioni grossolane prodotte da una persona che è triste, arrabbiata o in preda all’agitazione.

C’è una grande differenza tra la psicologia buddista e quella occidentale sul concetto di “emozione”. Infatti, per i buddisti, l’emozione non è dannosa solo perché porta dei danni evidenti ma lo è ancora più perché distorce la percezione della realtà. Un’emozione è distruttiva quando diventa un fattore che oscura o che affligge la mente fino al punto d’impedirle di vedere la realtà per quello che essa è veramente.

Se vediamo un oscuramento della mente è segno che si è creata una separazione tra l’apparenza e l’essenza delle cose. Un forte attaccamento alle cose ci spinge a subire il loro fascino perciò saremo spinti a volerle in modo assoluto. Invece la forte avversione per le cose ce le fa percepire come assolutamente negative e non desiderabili così che non sappiamo vedere nemmeno i lati positivi che hanno. L'interferenza dei nostri stati emotivi ha la capacità di compromettere la nostra capacità di giudizio.

Le emozioni non ci consentono di valutare la vera natura delle cose. Le emozioni negative sono dette anche oscuranti perché nascondono la natura delle cose e finiscono per oscurare anche le qualità permanenti e quelle non permanenti delle cose. Le emozioni negative impediscono di vedere le qualità intrinseche alle cose perciò la loro capacità di oscurare si estende anche ai livelli più profondi della mente fino a limitare la libertà umana.

Esse ci limitano perché ci costringono a pensare e agire sempre in un certo modo, infatti ci costringono a vivere sottoposti all’influsso dei nostri condizionamenti. Invece le emozioni costruttive vanno di pari passo con una corretta valutazione della realtà, perché le cose, le situazioni e le azioni non sono buone o cattive perché qualcuno lo decide.

Non c'è nulla che lo sia in modo assoluto: il bene e il male esistono solo in quello che facciamo agli altri. Esiste il buono e il cattivo solo nei termini del bene o del male che facciamo producendo felicità o dolore nell’altro. Le emozioni diventano costruttive o distruttive a seconda della motivazione che ci spingono ad agire, perciò dobbiamo esaminare sia le motivazioni che le conseguenze delle emozioni.

Le emozioni saranno distruttive se avranno prodotto minore felicità, minore benessere, minore lucidità, minore libertà e avranno operato una maggiore distorsione della realtà. Invece le emozioni costruttive avranno dato più felicità, benessere, lucidità e maggiore libertà. Ma da dove nascono queste emozioni distruttive?

Secondo gli insegnamenti buddisti nascono dalla necessità di difendere la nostra persona, di garantire il nostro io. L’attaccamento all’ego tipico dell’essere umano è la base per la costruzione della personalità. Se sentiamo che il nostro ego è vulnerabile cerchiamo di adottare gli atteggiamenti che lo compiacciono e cerchiamo di allontanare tutto quello che non lo compiace o che non lo rassicura. Da due emozioni di base nascono tutte le altre emozioni.

Nelle scritture buddiste si dice che esistono 84.000 tipi di emozioni perciò esistono 84.000 diverse porte di ingresso al sentiero della trasformazione interiore. Questo numero tanto elevato di percezioni è simbolico perché esprime la molteplicità dei punti di vista che possono avere le persone. Tutte le emozioni negative si riducono a 5 veleni che intossicano la mente: l’odio, l’attaccamento, l’ignoranza, l’orgoglio e la gelosia.

Queste emozioni negative ci impediscono di sviluppare quelle positive, cioè l’amore per il prossimo, l’apertura mentale, la capacità di riconoscere il bene, la capacità di riconoscere i propri difetti e la capacità di dare la felicità a noi stessi e agli altri. La verità è che l’io è un’etichetta, è un’illusione, è il nome che diamo al processo sempre mutevole della coscienza. Se l’io è un flusso, un continuum della mente non esiste nulla che si possa definire “io”.

Ma allora nasce il quesito se le emozioni negative siano la vera natura dell’uomo. Per capirlo dobbiamo distinguere i vari livelli della coscienza. Secondo il buddismo, i livelli di coscienza sono tre: quello ampio, quello sottile e quello molto sottile. Al livello più ampio abbiamo tutti i tipi di emozione, perché esso corrisponde al funzionamento del cervello e riguarda l’interazione tra il corpo e la mente.

Il livello sottile è quello dell’io e riguarda la facoltà d’introspezione con il quale la mente esamina la sua stessa natura: si tratta del flusso mentale che porta in sé le tendenze ed i modelli mentali che ci sono più consueti e abituali. Il livello molto sottile è l’aspetto fondamentale della coscienza, infatti è la coscienza o consapevolezza pura e semplice che non ha bisogno di alcun oggetto per esistere.

Di solito non sappiamo percepire la coscienza in questo modo, perciò è necessaria l’educazione alla contemplazione per pensarla così. Ma se pensiamo alla coscienza in questa maniera non possiamo pensare a tre tipi di coscienza che esistono in parallelo, ma dobbiamo pensare la mente come se fosse un oceano. L’oceano ha diverse profondità, perciò pensiamo che le emozioni scorrono in superficie e scendono a media profondità, ma non raggiungono mai la profondità.

Le nostre emozioni somigliano alle onde che agitano la superficie e scendono un poco ma, in profondità, l'oceano è calmo e silenzioso: è sempre in quiete. La natura fondamentale della nostra mente è nel livello più sottile che è detto luminoso. Questo termine suggerisce che la nostra facoltà fondamentale è quella di essere consapevoli senza avere nessuna colorazione particolare che derivi da costruzioni mentali o da emozioni.

La consapevolezza di fondo della mente è detta anche “la natura ultima della mente.” Essa viene sviluppata in modo completo e senza veli quando la si considera come la natura della condizione del Buddha. Il passo decisivo sarà quello di decidere se sia possibile liberarsi completamente dalle emozioni distruttive, ma diventa possibile solo se crediamo che le emozioni negative non sono una condizioni innata e naturale della mente umana.

Nel buddismo si pensa che la natura della mente non è cattiva altrimenti le emozioni negative sarebbero sempre presenti. Noi dovremmo osservare la natura della mente e riconoscere come nasce l’odio, la paura e così via. Questa esperienza ci mostrerebbe che le emozioni negative sono intermittenti. Ma soltanto chi si dedica alla contemplazione della mente può vedere la base fondamentale della sua coscienza.

Ma se lo facessimo vedremmo che, in noi, non c’è nessuna emozione negativa, ma che c'è solo un continuum luminoso che è collocato nel livello più sottile della mente. Questo livello luminoso è libero da ogni emozione distruttiva o negativa, perché la negatività non è una qualità naturale o innata dell'uomo. Sapere che esiste la possibilità di essere liberi è il punto iniziale della trasformazione interiore.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 5 dicembre 2013

Oscuramenti



“Mara è la mente che si aggrappa a piacevole e spiacevole.
Osserva l’essenza di questa magia, libero da fissazione dualistica.
Realizza che la tua mente è purezza primordiale non costruita.
Non c’è Buddha altrove. Guarda il tuo volto.“
(Primo Tsoknyi Rinpoche)

Daniel Goleman racconta di aver conosciuto Chogyam Trungpa nel 1974, quando insegnava Psicologia a Harvard, e quel maestro disse che, in futuro, il buddismo sarebbe penetrato e sarebbe stato accolto molto bene in Occidente per merito della sua psicologia. Il buddismo nasce con lo scopo di eliminare il dolore perciò possiede una teoria della mente molto affidabile che risale a 2.500 anni fa.

Fin dal 5° sec. a.C., il Gautama Buddha avviò l’analisi della struttura della mente e del suo funzionamento, perciò mise al centro della sua pratica la conoscenza della vera natura della mente e questa dottrina fu seguita anche da tutti i suoi seguaci. I risultati di queste conoscenze sono inserite nel sistema che è detto in lingua pali, Abhidharma, ossia “La Dottrina Ultima”.

Secondo il buddismo, le emozioni turbano sempre l'attività della mente, perché ne accecano e deformano l'attività corretta. Nei casi ottimali, la mente è in grado di distinguere tra emozioni costruttive o distruttive. Ma spesso c'è l'incapacità di saper discriminare il valore delle emozioni, perciò l’emozione distruttiva diventa la causa della sofferenza e della distorsione della percezione.

Ogni qualvolta cadiamo in preda di emozioni distruttive subiamo una scissione percettiva e diventiamo incapaci di distinguere tra essenza e apparenza. Tutti gli attaccamenti diventano elementi distruttivi, perché impediscono di distinguere tra stati piacevoli e stati spiacevoli, perciò vengono squilibrate anche le percezioni affettive.

Il desiderio oscura la mente quando la mente attribuisce all'oggetto permanente il fascino assoluto, perciò l’infatuazione crea una visione miope che è accecata dalla volontà del possesso. Anche l’avversione rivela una disfunzione simile, perché rivela la visione parziale dei soli lati sgradevoli. Ogni cosa ha il lato gradevole e il lato sgradevole, perciò vanno entrambi esaminati, perché una percezione parziale è una percezione incompleta.

Tutti gli stati emotivi compromettono la capacità di giudizio quando oscurano la nostra corretta percezione. Le emozioni possono penetrare nei livelli della coscienza per ridurre la conoscenza. Le emozioni impediscono la percezione della vera qualità, perciò diventano un oscuramento che opprime la coscienza.

Le emozioni distruttive limitano la libertà, perché incatenano i sentimenti, i pensieri, ed i comportamenti alle imposizioni dei nostri condizionamenti. Solo le emozioni costruttive possono costruire un'equilibrata percezione. La prospettiva buddista insegna che possiamo agire in modo giusto oppure dannoso, perciò possiamo imparare a capire la differenza che esiste tra un comportamento costruttivo e un comportamento distruttivo.

La discriminazione avviene quando conosciamo la motivazione che ci spinge e sappiamo valutare le conseguenze dei nostri comportamenti. Per esempio, esaminando l’odio e l’amore vediamo che l’odio è il desiderio di fare un danno e di rovinare la felicità dell’altro. Invece l’amore è sempre desiderio di rendere felici gli altri, perciò l’amore è l’antidoto più efficace.

Poiché non possiamo provare sentimenti opposti nel contempo, se coltiviamo la compassione e l’altruismo diminuirà l’odio e il desiderio di fare danno e rendere infelice l'altro. Se pensiamo all’emozione distruttiva, dobbiamo pensarla come l’azione che offre la minore felicità, il minore benessere, la minore lucidità mentale e la minore libertà: pensarla diversamente è avere una distorsione mentale.

Anche se una persona mostra di odiarsi e la vediamo agire in modo distruttivo dobbiamo pensare che non c'è odio nel suo comportamento. La rabbia dell'essere infelice è una manifestazione di orgoglio, infatti è la manifestazione della frustrazione di non aver realizzato a pieno le sue aspettative.

Nessuno si odia, perché andrebbe contro la tendenza fondamentale umana di evitare il dolore. Possiamo dire di odiarci, ma la verità è che è solo l'orgoglio che soffre di non essere migliore di quello che è. Forse l'ego è deluso da quello che fa, oppure da quello che non può fare, oppure è impaziente di avere qualcosa che non ha.

Quello che sembra odio per noi stessi è sempre un fatto di orgoglio velato, infatti è l’egocentrismo che accresce se stesso. Ogni volta che vediamo qualcosa che sembra odio contro se stessi, vediamo la forma dell'enorme attaccamento dell’ego. Anche l'atto di lesione fisica massima come il suicidio rivela la fuga dal dolore, e mai l'odio verso la propria persona.

L’ego crede di essere l’entità immutabile che sente come individualità. In realtà, siamo il flusso di coscienza in perenne trasformazione, perciò la coscienza umana non è limitata nel pensiero dell'io. Se pensiamo di essere l'io fragile e limitato siamo costretti a proteggerlo, costretti ad accrescerlo solo con quello che lui vuole, perciò siamo costretti a eliminare quello che lui non desidera: l'ego è come un despota.

L’attaccamento e l’avversione sono i soli aspetti che vede l’ego, però le due emozioni fondamentali che sente producono una miriade di emozioni apparentate, infatti il buddismo annovera 84.000 diverse sfumature di sofferenza. Chiaramente nessuno sa descriverli tutti, in quanto il loro numero elevato è la metafora che allude alla complessità delle sfumature della mente.

La metafora mostra che i metodi per trasformare la mente vanno adattati alla grande varietà di atteggiamenti mentali. Si dice che esistono 84.000 diverse porte di accesso al sentiero buddista della trasformazione interiore. Le emozioni si manifestano negli esseri umani con mille sfumature, ma tutte le emozioni provengono dalle 5 emozioni principali: l’odio, l’attaccamento, l’ignoranza, l’orgoglio e la gelosia.

Le emozioni sono raffigurate come demoni che assumono forme diverse, perciò la sofferenze assume le sfumature più varie. L’odio mostra il desiderio di nuocere e la volontà di distruggerne la felicità degli altri, ma non si esprime obbligatoriamente sempre con esplosioni esplicite di rabbia, perché non è necessario che venga espresso per essere presente.

L’odio si manifesta esternamente quando vede l’occasione giusta che accentua l’animosità nascosta che si esprime esternamente come risentimento, rancore, disprezzo e così via. Anche l’attaccamento che pensiamo giusto nell'amore o nel desiderio sessuale, dimostra la volontà di possesso dell’ego, la sua prepotenza e la distorsione della sua mente che viene deviata dalla percezione della realtà.

L’ego crede che le cose restino sempre permanenti, egli crede che l’amicizia, che gli altri esseri, e che le cose del mondo siano dei possessi sicuri e durevoli. Il problema nasce per l’ignoranza dell'ego, infatti il problema nasce per chi è incapace di capire quello che lo rende felice e quello che dobbiamo evitare.

L’ignoranza non è mai pensata come un'emozione, però l'effetto è simile, poiché entrambi producono il dolore. L'ignoranza disturba la mente come disturba l'emozione che oscura la saggezza e la conoscenza ultima. C'è sempre l’orgoglio dell'ego dietro a quelli che si credono esseri superiori che disprezzano tutti, perché sono superiori al mondo.

L'orgoglio amplifica le proprie qualità e rende incapaci di vedere le qualità degli altri. L'orgoglio mostra l’incapacità della mente, perché mostra la limitata visione dei propri difetti. Anche la gelosia mostra una limitazione della capacità di saper gioire della felicità altrui, perché il Buddha insegna che nessuno è geloso del dolore dell'altro.

La gelosia è incapace di vedere la felicità e le virtù degli altri, perciò anche la gelosia è un’emozione negativa. Se abbiamo un buon funzionamento del cervello e la giusta impostazione mentale dobbiamo sentire la felicità del benessere degli altri, perché non si può essere gelosi se gli altri sono felici per loro merito.

La metà del lavoro è fatto se vediamo degli esseri felici che ci danno gioia, perciò la gelosia è un’emozione negativa che mostra una disfunzione dell'ego che abbiamo costruito. Per riconoscere le emozioni dobbiamo saper scandagliare nel concetto dell'ego che abbiamo costruito. Se sentiamo di essere un punto di consapevolezza e si sentimenti che procede mutando, vediamo che ogni concetto dell'ego è pura illusione.

Possiamo dire che esiste un'entità che possa essere definita in modo costante e totale? Senza essere troppo filosofici, possiamo dire che l’ego è il nome illusorio che è dato al flusso di coscienza che procede in costante trasformazione e che viene percepito come coscienza. Secondo il buddismo, la coscienza possiede 3 diversi livelli, infatti possiede un livello ampio, un livello sottile e un livello molto più sottile.

Nel livello più ampio sperimentiamo tutte le emozioni, perché è il livello che corrisponde al cervello fisico e alla connessione corpo-mente. Il livello sottile è il livello dell’io e della facoltà introspettiva con cui la mente sa esaminare la sua struttura. E' qui che vediamo il flusso mentale che scorre nella mente, perciò è il livello che conserva le tendenze e i modelli che ci sono abituali.

Il livello più sottile rappresenta la natura fondamentale della coscienza, perciò è la facoltà cognitiva dell’essere. È la coscienza pura, perciò è il livello della consapevolezza che diventa pura e semplice quando può esistere senza aver bisogno di attaccarsi a nessun oggetto per potersi percepire. Questo forma di coscienza, solitamente, non viene percepito se la mente non è stata addestrata alla contemplazione.

Pensando ai livelli di coscienza non dobbiamo pensarli come tre flussi di coscienza che scorrono paralleli. Dobbiamo pensarli come l'oceano che possiede diverse forme di vita che vivono a profondità diverse. Le emozioni hanno una capacità di penetrazione che può arrivare al livello ampio e al livello sottile, ma esse non riescono a penetrare nel livello più raffinato e sottile.

Le emozioni vanno pensate come onde che increspano la superficie dell’oceano e che possono agitare con le loro perturbazioni i livelli di profondità media. Ma, la nostra natura fondamentale è nascosta molto più in fondo, essa esiste nella profondità dell’oceano. Il livello più sottile è detto “luminoso” ma la luce della mente non va pensata come un faro che brilla.

Il lato “luminoso” è la nostra natura fondamentale, infatti è la percezione dell'essere che non ha più bisogno di sperimentare le costruzioni mentali e le sfumature delle emozioni. Questa è la consapevolezza di fondo ossia “la natura ultima della mente.” Questa è la natura da sviluppare direttamente e continuamente, perché è la stessa coscienza che nasce dalla mente del Buddha.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 28 novembre 2013

Contatti



“Il mondo tutto quanto è una fornace ardente.
Con quale stato d’animo puoi evitare di essere bruciato?“
(Kao Feng)

Molti sentono la violenza e la rabbia nelle cose drammatiche che accadono, perciò è difficile essere ottimisti e conservare una mentalità costruttiva. La felicità, dice Thich Nhat Hanh, è impossibile se non siamo capaci di trasformare il dolore. La condizione essenziale per essere felici è liberarsi dalle afflizioni mentali. Per togliere rabbia, gelosia, dolore e violenza dal mondo dobbiamo imparare a curare il nostro dolore.

Il Buddha insegna che mente e corpo sono un’entità inseparabile, perciò essi procedono sempre insieme. La rabbia e la violenza non sono soltanto realtà mentali, perché il fisico e il mentale sono inseparabili. La tradizione orientale chiama namarupa la formazione mente-corpo, perché crede che la realtà si manifesta a volte come forma concreta e altre volte come forma mentale.

Anche gli scienziati hanno scoperto che la natura della particella elementare a volte si comporta come una particella e altre volte come un’onda. Le realtà è che le due cose sarebbero diverse, ma la particella crede che siano la stessa cosa, perciò gli scienziati si sono adeguati mescolando i termini particella e onda, particle e wave, per creare il termine “wavicle” ossia “particonda.”

Lo stesso meccanismo esiste nella mente e nel corpo, infatti gli stati mentali sono connessi al corpo e possono diventare cibi nocivi. Tutto diventa una strategia alimentare, perciò anche il modo con cui entriamo in contatto con la vita riflette la nostra cultura. Nutriamo i sentimenti che apprezziamo di più, perciò preferiamo il cibo che la nostra mente predilige.

Se l’energia viene accumulata in modo disarmonico è facile che esploda una tensione, perciò è facile che avvenga qualcosa che causa il dolore. Sembra che molti amino quel gioco infantile e crudele secondo il quale, il fatto di soffrire li spinge a voler infliggere agli altri la loro sofferenza.

Ma il caso vuole che nessuno gradisca l’aggressività, perciò gli altri ricambiano la sofferenza facendola raddoppiare e fanno soffrire, a loro volta, ancor più. In questo modo si crea l'ascesa crescente di sofferenza che vediamo nel mondo. Ma la spirale penosa va spezzata, perché abbiamo tutti bisogno di comprensione e di aiuto reciproci: nessuno ha bisogno di avere delle punizioni.

Quando siamo infelici o arrabbiati, dobbiamo ritornare alla nostra sofferenza e dobbiamo prenderci cura del nostro dolore. Se qualcuno ci ha fatto soffrire, possiamo offrire a noi stessi un rifugio in cui ci prendiamo cura della nostra persona e della nostra anima. La maggioranza non sa farlo, infatti quando sono arrabbiati stanno a crogiolarsi nel dolore e finiscono per soffrire di più.

Non dire nulla quando sei addolorato, raccomanda Thich Nhat Hanh, non fare e non dire nulla prima di aver spento il dolore che senti. Se agiamo quando siamo addolorati aumentiamo il dolore del mondo, mentre invece dovremmo trovare il modo per spegnere l’incendio del dolore usando le pratiche che il Buddha ci ha insegnato.

Il dolore, la rabbia e la violenza sono fenomeni mentali e psicologici che sono collegati anche a fattori fisici e chimici. La rabbia e il dolore sono fenomeni di natura organica come l’amore e la compassione, perciò possono essere trasformati come ogni sostanza biologica. La rabbia e il dolore si comportano come un bambino piccolo che soffre, infatti il dolore è come un bimbo infelice perciò diventa come una madre che lo consola.

Quando arriva il dolore pratica il respiro consapevole, affinché il respiro sia come una mano che dona il sollievo. Tu puoi essere una madre amorevole quando abbracci la tua rabbia e il tuo dolore. Abbracciamo il dolore con il respiro che fluisce, perciò un respiro è sufficiente per migliorare.

Dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi, iniziando a trattarci con più amorevolezza. Come le piante sono sensibili alla luce e al calore del sole così ogni formazione mentale è sensibile alla consapevolezza. Secondo la tradizione buddista, tutto quello che viene abbracciato dall’energia positiva della consapevolezza subisce una trasformazione. La rabbia e il dolore sono come fiori che devono essere conosciuti per saperli coltivare.

Per generare l’energia della consapevolezza e abbracciare la rabbia è necessario respirare oppure fare la meditazione camminata. Se la rabbia è come un fiore, per far schiudere il fiore della rabbia occorre molto tempo, perciò la consapevolezza va mantenuta viva molto a lungo. Ogni sentimento negativo ha bisogno di molta “cottura” per essere digerito, infatti non è facile farsi piacere le nostre negatività.

Ma noi impariamo a prenderci cura di noi stessi e sappiamo che dobbiamo cuocere a lungo l’energia negativa per trasformarla nell’energia positiva della comprensione e della compassione. Ci si può riuscire, perché l’impresa non è impossibile e il segreto è quello di continuare a praticare.

La pratica si divide in due tempi, infatti prima dobbiamo riconoscere e abbracciare quello che sentiamo e poi dobbiamo osservare in profondità la vera natura del sentimento e vedere da che cosa fu generato. Diventiamo come una madre amorosa che cura il suo bambino, perciò se soffriamo lasciamo tutto e ritorniamo a noi stessi per prenderti cura della nostra rabbia e del nostro dolore.

La mano di nostra madre diventa la nostra mano, dice Thich Nhat Hanh, perciò nel nostro tocco sentiamo il suo tocco e il suo amore. Se guardiamo in profondità vediamo che siamo la causa del nostro dolore, perché la sofferenza viene dai semi del dolore che abbiamo dentro. Ognuno possiede dei semi positivi e negativi dentro, ma qualcuno fa crescere maggiormente un seme piuttosto che un altro.

I semi più grandi e maturi dovrebbero essere quelli dell’amore e della comprensione, ma qualcuno non è un buon giardiniere. Se crediamo a questa idea, non incolpiamo gli altri o il mondo del nostro dolore e smettiamo di tormentarli con il dolore. Se crediamo che ogni elemento esterno è sempre una causa secondaria abbiamo fatto un bel salto di comprensione.

La causa principale del dolore viene dalla nostra incapacità di saperlo trattare e sanare, perciò spargiamo il dolore intorno a noi e inquiniamo il mondo. Quando rinasciamo come esseri spirituali con maggiore consapevolezza impariamo a prenderci cura di noi stessi e ad accudire anche chi amiamo.

Se non sappiamo accudirci, se non sappiamo amarci ed essere felici sentendo la pace non sapremo nemmeno dare queste cose agli altri. Non sappiamo comprenderli, non sappiamo amarli e neppure accudirli, perciò li renderemo infelici. La capacità di amare gli altri è sempre collegata alla capacità di amare noi stessi, e questo è vero per tutte le tradizioni spirituali.

Molti hanno dentro dei bambini feriti che conservano rancore, rabbia e dolore, perciò sono incapaci di essere felici. E spesso i bambini sono terrorizzati e non sanno entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli, mentre invece avrebbero bisogno di attenzioni, cure e amore. Quando si parla di “ascoltare con compassione” dobbiamo pensare all'ascolto fatto di attenzione, di empatia e di comprensione dell’altro.

Mentre restiamo concentrati e focalizzati nell’ascolto anche l’altro sente il nostro amore che conforta il suo dolore. Se la realtà diventa dolorosa torniamo verso noi stessi per trovare la forza della consapevolezza che toglie la negatività. La sensazione di essere in contatto con il mondo e la percezione dell'unione di corpo e mente, ci fanno ritrovare la gioia di essere vivi.

Se restiamo nel passato o fuggiamo nel futuro non sentiamo la forza della vita che circola in noi. La libertà da tutte le afflizioni è la condizione che permette di sentire la meraviglia della vita. La vita ha piccole e grandi gioie, la terra offre la natura, ascoltiamo la musica, godiamo i colori e gli odori, ma essi sono luminosi solo quando pratichiamo la presenza mentale.

Per riuscire è necessario praticare con tecniche che facilitano la comprensione e la consapevolezza. Tecniche semplice come il metodo del respiro consapevole, della camminata consapevole, dell’osservazione profonda delle nostre percezioni, e dell’osservazione profonda delle percezioni altrui per renderci conto che anche tutti gli altri soffrono e chiedono aiuto.

Questi metodi sono molto semplici, ma richiedono la volontà di trovare un’ora per imparare ad amarci. E non dobbiamo pensare che la compassione sia il fatto che dobbiamo passare tutto il tempo con persone difficili e rabbiose. La nostra porta deve restare aperta, ma dobbiamo anche trovare il tempo per ritemprarci con le cose che ci piacciono e che ci danno piacere.

Dobbiamo coltivare anche le cose che ci piacciono e ci nutrono interiormente, perciò dobbiamo fare quello che ci fa godere di noi stessi. Dobbiamo imparare a inspirare profondamente e con calma sentendo che l’aria entra in noi, e che circola insieme alla vita, perciò impariamo che l’espirazione rilascia all'esterno quello che non vogliamo. Impariamo a scaricare così le tensioni, perché il respiro sincronizza la mente al corpo rimettendoli in contatto.

Dobbiamo fare attenzione a come calpestiamo la terra e la camminata consapevole è una pratica che può insegnare molto. Da questa pratica si impara molto, è economica e semplice perciò si può fare ovunque e in ogni momento. Molti leggono molto e credono di capire tutto, ma dalle piccole cose possiamo impariamo grandi verità, perché nessuna pratica spirituale ci aiuterà se non vogliamo salvarci.

Nessun maestro o essere illuminato può farlo per noi, perciò facciamolo per noi stessi, e per amore di chi amiamo. Gli insegnamenti possono aiutare, a prescindere dalla tradizione che amiamo ma dobbiamo praticare. Impariamo a uscire dal mare di fuoco in cui eravamo caduti, dice Thich Nhat Hanh, e diventiamo una fonte di gioia e di benessere per tutte le persone che abbiamo intorno.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 5 settembre 2013

Oceano di beatitudine



“Un oceano di beatitudine
può piovere su di te dal paradiso,
ma se non hai che un ditale,
quello è tutto ciò che otterrai.”
(Ramakrishna)

Se un uomo rifugge lo stress, le rigidità fisiche, i blocchi emotivi e le limitazioni della mente diventa capace di rigenerarsi e può ritrovare l’entusiasmo e la gioia di vivere, perciò sente la compassione e la comunione con tutti gli altri esseri viventi. Chi vive nell'armonia ritrova l'equilibrio interiore, perciò mostra la bontà fondamentale della natura umana. Ogni uomo è una sorgente di amore e di appagamento, perciò tutti gli esseri equilibrati sentono un amore spontaneo per le altre forme viventi e amano la bellezza della natura.

L’uomo equilibrato è un essere sano che conosce la vita e se stesso, perciò acquisisce una saggezza che riesce a farlo vivere in modo armonioso e coerente, e in questo modo diventa un vero essere realizzato. L’ignoranza e l’incapacità di mantenere la giusta quantità e la giusta dose di energia nella gestione delle emozioni negative sono causa dell’indebolimento della bontà umana.

Accumulando tensioni, stanchezza e traumi emotivi entriamo nello smarrimento della paura. L’odio, l’invidia e le emozioni negative creano quei blocchi di dolore, quelle distruzioni e quelle lotte che rendono penosa la vita. Ma per sentire la verità profonda di questi concetti è necessario avere dei requisiti interni.

La verità va assorbita con tutto l'essere, perciò se non sentiamo queste cose nel midollo dell'essere, nulla di ciò che avremo potrà essere apprezzato. La conoscenza va unita alla sua pertinenza in relazione ai casi della vita, perché se manchiamo di tale maturità nulla potrà migliorare. Questo ragionamento diventa ancora più profondo se riflettiamo sugli insegnamenti che i maestri ci hanno lasciato.

Chi cerca la conoscenza deve amare la vita, ma deve anche sottomettersi alla disciplina interna che fa sviluppare le qualità che sono necessarie allo scopo. Il concetto di disciplina viene troppo spesso associato all'onere sgradevole della limitazione di esigenze personali oppure alla mortificazione della nostra individualità.

L’impegno e il sacrificio sono la prima cosa a cui si pensa, perciò facciamo resistenza alla costrizione di qualcosa che non vogliamo. Siamo ossessionati dalle nostre abitudini al punto di non rinunciarvi, perciò preferiamo rovinare la mente e il corpo piuttosto che accettare qualcosa di diverso da quello che preferiamo, e al quale siamo abituati.

Preferiamo uccidere l’elasticità della vita interiore, perciò riduciamo la nostra potenzialità evolutiva. Lo stesso meccanismo interviene quando entra in gioco la nostra capacità di adattamento a delle nuove condizioni, anche se sappiamo che potrebbero offrire delle occasioni migliori di quelle precedenti.

Molti si arrabbiano se qualcuno gli chiede di cambiare, e di sottoporsi alla disciplina che facilita il cambiamento. E questo avviene molto più spesso di quanto pensiamo. Molti non accettano di avere sbagliato l’atteggiamento e di doversi modificare, perciò costoro non amano le discipline spirituali in cui l’elasticità mentale è la condizione primaria.

L’altra sensazione è quella di provare ostilità verso chi viene a criticare i nostri comportamenti, perciò diventiamo ostili. Se la persona comprende che è necessario purificare il suo corpo e la sua mente non potrà essere ostile con chi lo aiuta a crescere. E questi sono i primi requisiti interni per tentare l’evoluzione spirituale.

La pratica del silenzio fu introdotta nelle scuole misteriche per rendere consapevoli i discepoli dell’enorme potere che è racchiuso nel linguaggio, perciò quando si dice che la lingua è più potente della spada si insegna la riflessione. Dobbiamo essere più consapevoli di ciò che siamo, perché studiare ma non saper fare ciò che predichiamo diventa una ostentazione presuntuosa.

Dobbiamo saper progredire sia nella teoria che nella pratica, come in tutte le arti. Perciò non sia penoso applicare la disciplina per primi a se stessi, e impegnarsi molto per imparare a nutrire la nostra vita. Il nutrimento giusto non riguarda solo il corpo, ma riguarda anche il pensiero e la qualità dell’ambiente in cui viviamo, perciò non dobbiamo sentirci inadeguati se non siamo perfetti.

Non dobbiamo sentirci persone sbagliate o cattive, perché questo atteggiamento boicotta tutti gli sforzi che facciamo. La tolleranza delle nostre imperfezioni non è l'indulgenza, perché se ogni giorno facciamo un piccolo passo saremo sul giusto percorso. Spesso comprendiamo i concetti ma non sappiamo come applicarli, perciò ogni piccolo passo deve rinforzare la nostra gratificazione.

Nella vita tutto è questione di prospettiva, perciò se vediamo che siamo esseri imperfetti dobbiamo sentirci felici. C’è chi non riesce neppure ad ammettere di sbagliare, ma noi lottiamo per migliorare e lo sforzo è un fatto meraviglioso. Provare un piccolo passo è molto meglio che non muoversi affatto. Se vediamo le imperfezioni è segno che siamo avanzati nella comprensione.

Ma cos’è la libertà spirituale che ricerchiamo? La libertà spirituale è l’affrancamento dagli schemi ossessivi del vivere. Facciamo sempre gli stessi sentieri, perciò si fanno sempre i medesimi errori senza vedere la schiavitù degli schemi meccanici. C’è un detto cinese che insegna come i saggi sanno imparare dagli errori, mentre gli sciocchi non fanno che ripeterli.

La ripetizione meccanica è una caratteristica animale, perché gli animali ripetono i comportamenti senza annoiarsi. Essi non possono mutare gli schemi che l'istinto li spinge ad usare. Sentire la noia della ripetizione è una benedizione per gli uomini, perché la noia ci avverte che vanno fatte delle trasformazioni.

Se restiamo chiusi nei circoli viziosi delle abitudini entriamo in entropia, e il sistema finisce per implodere verso l’interno per carenza di apporto energetico. Le abitudini non procurano la gioia ma aumentano la sofferenza, infatti la carenza di ciò che causa assuefazione comporta un disagio. Le abitudini sono come un prurito causato dalle punture di zanzare, perciò più ci grattiamo e più il prurito aumenta.

Se sentiamo il disagio della ripetizione dobbiamo sentirci degli uomini sani, ragionevoli e fortunati. Molti vivono annoiandosi senza neppure vederlo, soffrono senza sapere il motivo, perciò non sanno neppure come cambiare. Molti vivono come criceti che corrono sulla ruota, e muoiono miseramente come avviene ai topi nei laboratori.

Essendo incoscienti vivono in modo ottuso, perciò vengono strumentalizzati dalla realtà in cui vivono. Sentire l'oppressione della ripetizione consente di tentare la fuga dalla condizione penosa. I sensi vengono ipnotizzati dalle abitudini, perciò il gusto si lega ai cibi, mentre l’olfatto si inebria del profumo fino a rendersi ottuso, e così fanno anche gli altri sensi con gli stimoli specifici. Se tutto ci diventa indifferente non fuggiamo più neppure dalle cose che ci disturbano.

Che la cosa ci piaccia o meno, tutto ci diventa indifferente, perché l'odio e l'amore usano lo stesso magnete. Se siamo a favore o contro qualcosa quel fatto si equivale, perché solo l’indifferenza permette di essere neutrale davanti a tutte le questioni.

Ma come trovare la via? La natura umana cerca sempre le condizioni per migliorare, perciò dobbiamo assecondare le condizioni ottimali per vivere una vita migliore. La vita umana è stata creata per migliorare, perciò dobbiamo vedere come un veleno tutto quello che ci impedisce la crescita e il progresso.

I nemici dell’uomo sono gli ostacoli che il buddismo insegna, perciò il primo passo è perdonare. Il perdono è come nettare per l’anima di colui che lo dona. Ma il perdono va offerto prima a noi stessi, perciò smettiamo di pensare al passato e agli errori fatti, perché se non abbandoniamo il passato restiamo suoi prigionieri. Ma dobbiamo anche essere sinceri con noi stessi, e vedere con sincerità le cose sbagliate per sapere come rimediare.

La sincerità è la cosa meravigliosa che aumenta la consapevolezza, ma il perdono è più facile se sappiamo eliminare le cause dell’errore. Non dobbiamo essere troppo duri con chi sbaglia, perché la compassione e la dolcezza si aiutano reciprocamente. Se non abbiamo compassione per gli errori non siamo evoluti, perciò molti non potendo punire gli altri si accaniscono su loro stessi maturando il masochismo.

Riconoscere sinceramente l’errore, cambiare atteggiamento, e sforzarsi per non cadere negli errori è la via dell'intelligenza matura, perciò il perdono ci permette di tornare a vivere. La compassione possiede una natura positiva che riesce ad aumentare le capacità di recupero dopo una vita molto difficile.

Per incrementare la gioia di vivere dobbiamo sviluppare la capacità di sentire l’appagamento per quello che abbiamo. Anche l'appagamento è collegato con la compassione, perché se una persona non si sente appagata non può diventare un essere compassionevole. L'essere inappagato si comporta come un cane rabbioso che morde tutti quelli che incontra.

Anche le disillusioni impediscono di sentire l'appagamento, perché l’amarezza riesce a inquinare l’anima e avvelena tutti quello con cui entra in contatto. Se siamo degli esseri disillusi e molto amareggiati non possiamo sentirci tolleranti e compassionevoli con il mondo.

Il Dalai Lama dice che l’ira e l’odio danno un illusorio surplus di energia, perché queste emozioni potenti sanno dominare la mente. Ma l’ira e l’odio sono anche forme di energia distruttiva che impediscono la nascita di una mente amorevole. La compassione usa l’energia controllata della ragione e della pazienza. L'odio e l'ira rendono le persone insicure, instabili e distruttive, perché impediscono di sviluppare una natura gentile, pacifica, tollerante e dolce.

Possiamo rimanere esseri gentili pur usando dei comportamenti decisi, perciò questo diventa possibile senza mostrarsi aggressivi. Dobbiamo essere certi che nulla può offendere, perché le offese più feroci diventano delle azioni distruttive che distruggono solo chi le commette. È molto più facile diventare persone compassionevoli e sentirsi molto appagati se riflettiamo che la vita può concludersi in ogni istante.

Se ricordiamo che potremmo vivere solo pochi giorni, cosa è importante di quelle sciocchezze su cui ci affanniamo? Ci dimentichiamo il senso del tempo, perciò trascuriamo le cose veramente importanti. Roviniamo la gioia della vita per inseguire le persone, per costruire le relazioni e per conquistare le situazioni più insignificanti.

Soffriamo per le sciocchezze, piangiamo se qualcuno ci pesta un piede, perché il nostro dolore viene dalla nostra stupidità. Siamo infelici per delle inezie che crediamo importanti, e passiamo del tempo prezioso a sbirciare nei fatti degli altri. Gli esseri intelligenti badano a vivere bene la loro vita nei limiti di quello che possono fare.

Se fossimo degli esseri illuminati non vedremmo gli errori altrui, ma avremmo cura dei nostri comportamenti. Se fossimo appagati di ciò che siamo non andremmo nel mondo degli altri, ma saremmo focalizzati su noi stessi. Dobbiamo sentire che la verità del mondo, e l’unica verità profonda è ciò che accade nel momento presente.

La verità del mondo è che tutto cambia, perciò l’unica verità è migliorare il presente. Il mondo cambia e le cose mutano, perciò non restiamo aggrappati a ciò che muore continuamente: la salvezza è credere nella realtà. L’appagamento nasce e resta immutabile solo nel mondo interno: questa è la sola verità che libera, e l'unica verità che rende solidi e stabili.

Se osserviamo la vita, vediamo che riserva cose belle e brutte per tutti, perciò il disagio e l'infelicità racchiudono dei momenti di profondo appagamento. Dobbiamo imparare a dilatare gli attimi di felicità, e farli crescere per aumentarli e accumularli all'interno.

Queste riserve di gioia potremmo usarle quando non avremo nulla di esterno che accresce la gioia di vivere. Se non sapremo fare questo, la vita diventa impossibile. La gioia e il dolore sono le realtà della vita. Ma l'appagamento, la verità, la compassione, la sincerità e il perdono sono il sale della vita, perciò essi sono la via che conduce alla beatitudine.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 20 marzo 2013

L'attaccamento



“Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili,
questa è la migliore stagione della tua vita.”
(Wu-Men)

Vivere un surrogato di vita è uno stile di vita assai limitante, ma anche una limitazione può essere comoda se offre radici a cui potersi aggrappare per sentirsi connessi a qualcosa. Abbiamo bisogno di sicurezza e di essere a nostro agio cullati in ciò che è familiare. Per non sentire l’ansia che agita l’essere, l'incertezza e il caos interiore vogliamo la certezza di essere sicuri nel luogo in cui siamo. Ma la ripetizione impedisce l'espressione della nostra vera natura, perciò non sviluppiamo un cuore naturalmente aperto alla gioia di vivere.

Le convinzioni più dannose per la tranquillità dell'uomo sono quelle legate agli attaccamenti. I nostri attaccamenti nascono sulle falsità che la mente impone come se fossero delle verità. Il desiderio e le illusioni si rinforzano reciprocamente, e si potenziano con l’appagamento del desiderio. Se un desiderio viene appagato crea altri desideri che chiedono di essere appagati, perciò il desiderio muove il ciclo samsarico che imprigiona e illude gli uomini.

La felicità viene condizionata dalle nostre convinzioni soprattutto quando pensiamo che l'esterno possa offrire la pace interiore. Le illusioni si rinforzano perché l'attenzione è attratta dal fascino dell'idea illusoria. Credere che saremo felici se controlliamo l'esterno è l'illusione condivisa dalla maggioranza. Per sfuggire dall'ansia e alle sconfitte della vita preferiamo credere a molte falsità. L'illusione mitiga l'impatto con una realtà troppo dura offrendo una versione edulcorata del mondo, però l'illusoria consolazione diventa la fonte dell'infelicità umana.

Si preferisce il dolore alla sconfitta, per questo è necessaria una totale sincerità e la volontà di scoprire se in noi prevale la voglia di essere felici o se preferiamo conservare le nostre sicurezze. Per praticare con l’attaccamento è necessario conoscere la vera natura delle nostre convinzioni, perciò dobbiamo sapere chiaramente ciò che vogliamo. Se siamo convinti di essere felici quando avremo delle precise condizioni la felicità troppo condizionata diventa impossibile da realizzare.

Siamo condannati all'infelicità perché abbiamo paura anche della felicità, perciò sopportiamo molte situazione difficili illudendoci che tutto migliorerà in futuro. L'attaccamento alle illusioni che aiutano a vivere può prevalere sulla voglia di essere felici, perché la paura di vivere può vincere la gioia di vivere. La sofferenza non sarà mai eliminata se non abbandoniamo le pretese e le aspettative che nutriamo riguardo al modo di essere degli altri.

Tutti vogliamo essere amati e apprezzati, perciò sappiamo che nessuno può dare le sicurezze che cerchiamo, ma restiamo aggrappati alla sicurezza di questa abitudine mentale. Per eliminare l'attaccamento dobbiamo conoscere il meccanismo che ci affascina e coinvolge nelle situazioni, perché così sappiamo quali idee vanno eliminate. Le illusione vengono eliminate con l'esperienza diretta, perché l'azione uccide l'illusione orientando le nostre sensazioni verso la percezione vera ed equilibrata delle cose.

Se uccidiamo le illusioni togliamo potere agli attaccamenti, perché togliamo fascino e consistenza alle nostre illusioni. Per praticare con l’attaccamento dobbiamo passare dalla pretesa che la realtà sia come la vogliamo, alla realtà che è com'è. Chiaramente siamo liberi di conservare una nostra preferenza personale sulla qualità della realtà che vorremmo vivere. L'attaccamento eccessivo agli stereotipi e alle immagini esteriori dimostra che amiamo una realtà che è fatta di emozionalità istintiva in cui tutto deve essere come vogliamo, altrimenti ci arrabbiamo!

Abbiamo molte pretese e illusioni che vanno ridimensionate, perché l'eccessivo attaccamento agli schemi concettuali può prendere il sopravvento. Per liberarsi dai problemi bisogna ammettere di avere problemi, perciò ammettiamo gli attaccamenti se vogliamo eliminare le nostre limitazioni. Dobbiamo ricordare che le convinzioni personali sono delle verità relative al singolo modo di essere, perciò non vanno imposte non essendo verità assolute. Se scopriamo tutto questo abbiamo elementi certi per sapere se il nostro essere è aperto verso la vita.

Nessuno vuole l'ansia e l'incertezza, perciò non dobbiamo temere di lasciare l'identità fittizia costruita sulle vecchie illusioni, infatti possiamo eliminare le idee che limitano la nostra felicità. La vita autentica inizia con la comprensione e la sperimentazione del nostro essere, e l’essere è amorevole se è libero di esprimersi così com'è. Quando accettiamo la nostra natura interiore impariamo la stima e l'amore per il nostro essere, e se ci amiamo siamo felici di offrire anche agli altri la quieta gioia del nostro modo di essere.

Buona erranza
Sharatan

domenica 10 marzo 2013

Una mente senza radici



“Riempite la vostra mente di compassione.”
(Buddha)

“Dobbiamo eliminare le radici della mente. Se le permettiamo di svilupparle, ci intrappoliamo sempre negli stessi pensieri. Tendiamo a dirci che possiamo essere felici solo a certe condizioni: il tempo deve essere bello, né troppo freddo, né troppo caldo; dobbiamo aver mangiato bene; dobbiamo divertirci e così via. Quando poi le condizioni mutano, la mente diventa infelice o irata. Il nostro stato d’animo cambia in un istante. Se per esempio ci viene fame, ecco che siamo di malumore.

Fino a poco tempo fa eravamo così felici e ora all’improvviso tutto è cambiato. Non è saggio lasciare che le condizioni esterne controllino la nostra mente. E’ facile destabilizzare il nostre ego. Inoltre, se non stiamo attenti, la mente si attaccherà ad atteggiamenti e a principi rigidi. Comunque se addestreremo la mente in modo da essere più rilassata, svilupperemo anche una maggiore resistenza alle circostanze esterne e a l’impermanenza. Questo non significa che non dovremo avere una direzione definita, ma che potremo seguire il flusso della vita.

Capiremo che creiamo una versione soggettiva della realtà attraverso le nostre percezioni e interpretazioni; che le cose non sono fisse e che è facile che gli altri abbiano una visione diversa dalla nostra. Per esempio, se giudicate qualcosa particolarmente bello e molto attraente, questo non è necessariamente vero per le altre persone. Potrebbe trattarsi di un essere umano, di un quadro o di una casa. Qualunque cosa sia è una creazione della vostra mente. Perché dovrebbe essere uguale per tutti? Ognuno di noi si crea la propria realtà personale, e accettare questa idea è liberatorio. Ecco che cos’è la compassione.

Può sembrare una contraddizione, ma, se riuscite ad apprezzare una mente senza radici e capace di fluire con le cose, allora potrete cominciare a domarla. Forse sentir parlare di una mente senza radici è sconcertante, perché spesso noi cerchiamo una cosa che ci radichi, soprattutto nel campo delle idee. Anche la mente ha una propria personalità – il modo in cui tendiamo a giudicare il mondo e la gente, le nostre concezioni, i nostri filtri, i nostri occhiali.

Ma, da un punto di vista positivo, se la mente è senza radici allora crescono le possibilità, troviamo definitivamente la libertà. Questa è la chiave per aprire la porta della realizzazione, della compassione, di ogni cosa. Grazie alla meditazione domiamo questa mente priva di radici, senza però incatenarla. Favoriamo la chiarezza e ci focalizziamo, mentre permettiamo alla mente di fluire e di essere libera, libera di indicarci la via.

Possiamo vedere con nitidezza la meta che ci ispira, e saremo anche il grado di impegnarci a raggiungerla e di capire che cosa dobbiamo fare quotidianamente. E’ come trovarsi di fronte a uno scrigno di gioielli: con un po’ di comprensione e di accettazione di ciò che siamo, possiamo aprirlo e vedere che cosa contiene. Non vi raccomanda, mentre meditate, di cercare di fermare i pensieri e di evitarli. Sì, essi sono i prodotti della mente e voi dovete scoprire gradualmente la vostra natura interiore, ma è molto difficile liberarsi dei pensieri.

Se vi sforzate di farlo, invece di ottenere una mente chiara, in realtà ve la ritroverete piena. Raccomando quindi di permettere ai pensieri di sorgere e poi di andarsene gentilmente. Non concentravi su di essi, prendetene nota e lasciate che scivolino via. La vostra mente è come un bambino che provoca troppo rumore, se fate in modo che se ne renda conto, si accorgerà del problema e alla fine si calmerà da solo.

Dovete dunque essere pazienti, anche con la mente, a poco a poco le proteste e le domande si acquieteranno. I pensieri verranno, ma poco a poco se ne andranno – positivi o negativi non ha nessuna importanza. Non vi fissate, lasciate che vadano. Lentamente la mente si calmerà in uno stato naturale, e vi troverete in pace. “

(Gyalwang Drupa, Vedere il cielo in un fiore selvatico: la via buddista per la felicità, Mondatori, 2012.)

giovedì 1 novembre 2012

Nell'ordine del mondo



"Ogni cosa è un unico segreto e un'unica luce,
che non ammette separazione di sorta."
(Moshe de Leon)

La tradizione dello dzogchen tibetano insegna che la sofferenza è causata dalle relazioni sbagliate che abbiamo con i 5 elementi primari che fondano la realtà materiale. Secondo i lama dzogchen, all'origine del mondo esisteva solo la "Grande Madre" da cui tutto proviene, e a cui tutto ritorna quando le cose si dissolvono. Nell’immenso spazio primordiale si alzarono i venti del karma e iniziò il movimento dell’energia primigenia, infatti iniziò il movimento del prana che i tibetani chiamano lung.

L'energia pranica si diffuse nello spazio sotto forma di energia sottile con natura indefinita e indifferenziata che viaggiava insieme alla Pura Consapevolezza primordiale che era ugualmente priva di differenziazione e di identità. Dalla Pura Consapevolezza e dall'energia primaria sorsero le 5 luci pure, cioè i 5 prana primari che sono alla base dei fenomeni fisici, sensoriali, mentali e spirituali dell'universo. Le 5 luci sono le forme e gli aspetti che assunse la luce primordiale, infatti esse furono le forme più pure e raffinate della luminosità primordiale.

Da queste forme di energia luminosa sorsero tutte le altre forme di energia, infatti questi elementi dovettero assumere delle qualificazioni distinte per poter essere discriminati e avere una sostanzialità definita. Gli elementi originari assunsero una consistenza concreta quando iniziano le interazioni reciproche, perciò in quel modo iniziò la manifestazione dei fenomeni sensibili compresa l'origine del soggetto che percepisce e dell'oggetto che viene percepito.

La nostra visione dualistica, insegnano i lama dzogchen, viene prodotta dalla differenziazione delle varie qualità che le pure luci originarie crearono. Da loro discendono le 5 qualità fondamentali, le 5 dimensioni dell'esistenza, e i 5 regni dell'esistenza in cui vivono gli esseri con forma e senza forma. Le 5 luci primordiali sono anche la base degli elementi più grezzi del mondo fisico oltre che l'origine degli elementi più raffinati.

La cosmogonia dzogchen ci insegna che l'uomo può discriminare e può costruire la sua realtà perché percepisce le differenze che esistono tra le cose, infatti le forme sono ciò che viene percepito dai nostri sensi quando vengono sollecitati dalle qualità delle diverse luci che si contrappongono una all'altra.

Conoscendo la vera natura delle luci che fondano il mondo si conosce l'inganno della visione duale, poiché la base della materia non ha una natura duale ma essa è pura. La cosmologia dzogchen non propone delle metafore simboliche ma offre alla nostra riflessione un significato molto profondo, poiché viene diffusa per eliminare l'ignoranza degli esseri che cercano l'illuminazione.

La consapevolezza sulla vera natura del mondo la vediamo quando entriamo nel bardo, cioè nello stadio intermedio tra la vita e la morte, infatti in quel momento vediamo chiaramente la vera base dell'esistenza, ma è nel corso della vita che dobbiamo sapere come poter evitare il ciclo del perenne samsara, e come poter entrare nel nirvana per diventare un Buddha.

Comunemente si crede che il Nirvana sia un luogo trascendente che esiste oltre la vita, ma il Nirvana è un luogo che inizia nella nostra mente, e che si può sperimentare già nel corso del vivere, cioè nel presente. La consapevolezza non è mai impura, perciò non è un fatto illusorio, ma sono le qualità del mondo reale che possono assumere una connotazione che può essere positiva oppure negativa. Queste due tipi di esperienze iniziano nella mente e si sperimentano nel pensiero.

Se l'uomo sa integrare la sua esperienza immediata con le luci pure può produrre la nascita di un Buddha, ma se coltiva le qualità impure può originare un essere samsarico, e questo avviene in ogni istante, perciò accade adesso. La storia dzogchen ci insegna che dobbiamo saper lavorare con la nostra esperienza concreta, perché ogni esperienza inizia nei livelli sottili, e poi diventa sempre grossolana. Questo fatto avviene ogni volta che nascono le nuove cose o le nuove entità, sia che si tratti della nascita delle idee o degli universi.

Anche la fisica insegna che l'universo nasce da un punto condensato e privo di dimensione, e che poi sorsero le strutture più complesse che divennero le stelle ed i pianeti. Secondo i lama dzogchen sono le tendenze karmiche e il condizionamento che subiamo che creano la qualità del mondo che abitiamo, perché il mondo esterno è sempre il riflesso del nostro mondo interiore.

Questa teoria spiega perché per alcuni uomini vivere nel mondo è come vivere in un paradiso, mentre per altri il vivere nel mondo è come essere all'inferno. Le filosofie bon e buddiste insegnano che tutte le cose e gli esseri sono privi di esistenza intrinseca e di sostanza, e anche la fisica dice che la materia viene prodotta dall’energia e dallo spazio. Certamente il mondo materiale ci mostra che le cose sono concrete e ben differenziate, perciò ogni realtà materiale va vista con occhio concreto, per questo motivo dobbiamo essere pronti a cambiare l'opinione sulla realtà dei fenomeni.

Dobbiamo cessare di reagire all'esperienza come se avesse una base concreta e distinta, altrimenti il mondo illusorio diverrà eterno. Se restiamo identificati alla qualità che vediamo nelle condizioni esterne non sapremo costruire una migliore qualità interna, perché le nostre identificazioni esteriori riguardano il lavoro, i nostri rapporti interpersonali, gli interessi pratici e la stessa percezione che abbiamo del nostro corpo.

Quando una delle identificazioni esterne crolla allora siamo perduti, perché una parte di noi era collegata con quelle cose, e noi non sappiamo più chi siamo e cosa vogliamo, perciò dobbiamo comprendere che corriamo il rischio di incatenarci alle inezie trascurando di coltivare le cose più importanti. Se riusciamo ad integrarci ai nostri elementi interiori in modo armonioso siamo liberati dall'esperienza esterna, e realizziamo la nostra vera natura senza ricercarla all'esterno, e in ciò che ci accade.

Entrando in rapporto con la nostra vera essenza interiore non dobbiamo cercare fuori di noi la causa dei nostri problemi e della nostra gioia. Il problema vero è in quello che accade all'interno e non ciò che avviene fuori, perciò non dobbiamo più identificarci con il falso problema. Dobbiamo imparare a saperci sostenere facendo l'esperienza del nostro vero essere, e non voler essere come gli altri ci vogliono, a non collegare il nostro valore a ciò che abbiamo oppure a quello che facciamo.

Dobbiamo imparare ad accettarci per accettare tutto quello che capita, in modo che le situazioni positive o negative diverranno delle cose relative, perché bisogna saper reagire in modo positivo anche nelle situazioni più negative. La differenza nel modo con cui viviamo il mondo è nel modo con cui reagiamo ai problemi, infatti le perdite più dolorose possono renderci fragili, impauriti e insicuri.

Dobbiamo imparare a reagire sapendo trascendere l'esperienza più penosa e saper estendere il nostro essere oltre quell'esperienza. La nostra vera identità è oltre tutte le nostre esperienze, anche se la mente si fa sempre distrarre da tutto ciò che nasce al suo interno, perciò essa tende ad identificarsi più sulle sua esperienze che sulla sua vera essenza di base.

Nello dzogchen si utilizza il concetto di squilibrio degli elementi come una metafora che spiega la malattia e l'infelicità umana, e per illustrare come sorgono le chiusure interiori che ci impediscono di sviluppare la pratica spirituale. Riportare in equilibrio gli elementi è la metafora che viene usata per indicare la guarigione conseguibile con lo sviluppo di qualità e di capacità positive, e con l'eliminazione di quelle negative.

Se un elemento è prevalente è necessario saper coltivare il suo opposto, perciò se siamo dominati dal fuoco dell'impazienza e dell'ansia è necessario coltivare la sensibilità dell'acqua o la fermezza della terra interna. Se ci domina l'impazienza dell'aria e siamo costantemente nervosi e irrequieti, se siamo incapaci di prestare attenzione per lungo tempo è necessario saper attivare la passività dell'acqua e la stabilità della terra.

La vita quotidiana ci offre molte occasioni e spunti per imparare a lavorare sul riequilibrio dei nostri elementi interni, perché quando siamo disidratati è naturale andare alla ricerca dell'acqua. Chiaramente molte concettualizzazioni dzogchen sono anche simboliche, ma il simbolismo degli elementi è molto antico e profondo, perché oltre ogni metafora essi rappresentano tutte le forme di energia con cui si può lavorare tramite le azioni fisiche, con i movimenti energetici e con il governo del flusso della nostra consapevolezza.

L'equilibrio che si ritrova garantisce una migliore qualità di vita, infatti tutte le funzioni del corpo devono essere entro dei parametri se non vogliamo che divengano anomali. Quando si esce dai valori ottimali iniziano gli effetti negativi, e quando lo squilibrio diventa troppo eccessivo inizia la malattia, perciò il corpo viene danneggiato e poi muore. Questo vale per tutte le dimensioni che sperimentiamo nella vita perciò anche per le emozioni, perché le emozioni sono ritenute normali se si mantengono entro un limite definito, ma poi diventano nocive.

Attualmente molte persone vivono dei periodi molto negativi e pieni di difficoltà, perciò vivono in profonda depressione, ma questa condizione penosa non si deve vivere per troppo tempo altrimenti il malessere interiore diventerà una sofferenza cronica intollerabile. La paura interiore è normale in situazioni che fanno paura, ma continuare a coltivare uno stato cronico di paura crea molti altri problemi, perché se la paura e l'ansia si cronicizzano creano delle condizioni troppo anormali e troppo debilitanti.

Il punto centrale non è quello di sopprimere le emozioni, perché anche gli dei devono vivere le emozioni, piuttosto il punto essenziale è come mantenere in equilibrio le nostre emozioni, perché è così che si inizia a diventare felici. E' necessario imparare a restare in equilibrio anche nei periodi più duri e quando si vive con poco denaro, con pochi amici e con una situazione esterna così instabile e insicura. E’ chiaro che dobbiamo vivere in una situazione che non piace, ma nei tempi difficili è necessario restare stabili, equilibrati e flessibili almeno a livello interiore.

Buona erranza
Sharatan


mercoledì 26 settembre 2012

Una lezione zen



"E' l'arte suprema dell'insegnante
a risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza"
(Albert Einstein)

Negli anni Settanta un maestro zen arrivò a Providence, nel Rhode Island, e iniziò a viverci lavorando come riparatore di lavatrici. Il suo nome coreano era Seung Sahn cioè “Montagna Alta” dal nome della montagna cinese su cui venne illuminato Hui Neng sesto patriarca zen, ma i suoi allievi lo chiamavano Soen Sa Nim, cioè l'Onorato Maestro Zen. Il maestro coreano era stato scoperto da un gruppo di studenti della Brown University, che gli avevano creato attorno un gruppo curioso di scoprire chi fosse quel tipo strano e cosa avesse da offrire di nuovo.

Da questo gruppo originario nacque il Providence Center Zen, e nei decenni che seguirono sorsero nel mondo molti altri centri basati sugli insegnamenti del maestro Soen Sa Nim. Jon Kabat Zinn lo aveva sentito nominare da uno dei suoi studenti, perciò decise di conoscere lo strano maestro che viveva riparando le lavatrici e che sembrava molto felice dell’umile lavoro. Jon, conoscendolo, notò in Soen Sa Nim qualcosa di molto affascinante, infatti il maestro coreano aveva un viso aperto e sorridente illuminato da uno sguardo molto attento.

Sembrava un uomo sempre molto presente a se stesso sebbene il suo atteggiamento fosse privo di qualsiasi traccia di orgoglio o di presunzione. Il maestro aveva sempre il capo ben rasato, perché i monaci buddisti tagliano “l’erba dell’ignoranza,” come chiamano i capelli, e calzava dei semplici sandali di gomma, perché le calzature di cuoio si ottengono assassinando gli animali. Il maestro zen indossava una semplice veste grigia, e quando insegnava indossava una kesa marrone semplicissima fatta con pezze di stoffa cucite insieme che formavano un rettangolo che pendeva sul petto.

Questo tipo di indumento viene usato nella tradizione zen per ricordare l’umile veste del Buddha e dei suoi primi discepoli che usavano delle tuniche composte da scarti di stoffa. Soen Sa Nim sembrava un uomo dall’età indefinibile, malgrado dovesse essere sulla quarantina, e aveva una corporatura robusta su un'altezza di circa un metro e ottanta. Di lui si diceva che in Corea fosse molto stimato ed autorevole, e il maestro diceva di se stesso che era voluto venire nei posti in cui “succedevano le cose” e l’America di quegli anni era molto attratta dalle discipline orientali, dalle tecniche di meditazione e dalle filosofie orientali.

Spesso lo strano maestro iniziava le sue lezioni afferrando il kyosaku, cioéil piccolo bastone piatto tipico dello zen, che aveva fatto con un ramo ritorto e nodoso ben lucidato. Usava il bastone per appoggiarvi il mento mentre parlava, oppure lo teneva sollevato sulla testa, poi diceva: “Lo vedete questo?” A quelle parole tutti restavano perplessi e muti, infatti tutti gli occhi sorpresi degli allievi lo fissavano senza capire cosa volesse comunicare. Subito dopo batteva violentemente il kyosaku sul tavolo che aveva davanti, per cui lo schiocco violento sgomentava sempre più il gruppo dei discepoli.

Il maestro del tutto calmo, tranquillo e imperturbabile malgrado quel gesto violento, si rivolgeva al suo pubblico e chiedeva: “Lo sentite questo rumore?” Gli allievi restavano sempre muti e ancor più perplessi, perché nessuno aveva il coraggio di parlare per commentare o rispondere alle sue domande: dopo l’introduzione a suon di bastonate il maestro coreano iniziava la sessione. Chiaramente l'eccentrico avvio delle sue sessioni aveva un significato, ma furono necessarie molte lezioni perché il messaggio fosse chiaro.

Il messaggio diceva che quando si tratta di zen, di meditazione o di consapevolezza non dobbiamo complicarci le cose. Per fare la meditazione, praticare lo zen o provare la consapevolezza non dobbiamo inventarci delle filosofie complicate e non dobbiamo avere una mente brillante, perché una filosofia che è lontana dal vivere comune non ci dona la vita. Il concetto del maestro coreano era che il vedere e il sentire deve essere sempre un fatto nudo e crudo, perciò dobbiamo perseguire una percezione estremamente semplice.

Quando vediamo e sentiamo in modo nudo e semplice, cioè quando percepiamo la realtà per com'è, troviamo il rifugio nella mente originale, che è il luogo libero da tutti i preconcetti mentali compreso il concetto di “mente originale.” Questo luogo non si cerca con la mente e non si trova nella mente, perché è già presente al nostro interno, perciò non dobbiamo temere di non trovarlo, infatti questo luogo è l’unica dimensione in cui non possiamo perderci. L’essenziale è solo il percepire, per questo non dobbiamo pensare, infatti vedendo il bastone dobbiamo sapere soltanto chi è che lo vede.

Allo stesso modo, quando sentiamo il colpo secco dello scoccare sul tavolo dobbiamo sapere soltanto chi è colui che lo sente: la vera percezione è quella che troviamo nell'essere pienamente presente alla nuda e semplice percezione. Nella pienezza del totale “vedere e sentire” troviamo il luogo del vero rifugio, ma questo luogo esiste solo nell'attimo che precede le interferenze dei pensieri. La percezione originaria sa bloccare l'azione disturbante della mente e le interferenze dei pensieri.

Solo in seguito Jon Kabat Zinn comprese che il maestro voleva insegnare che vedere e sentire non è un fatto naturale, ma che questa facoltà è complessa e molto difficile da apprendere, perché è molto difficile percepire in modo semplice ed essenziale. Nell'esperienza percettiva siamo sommersi dai pensieri e dalle emozioni prodotte delle esperienze passate, ma queste interferenze ci rendono estranei alla percezione della realtà.

La velocità con cui i pensieri, le emozioni e le interpretazioni nascono impedisce di sentire che la percezione è come una novità da assaporare, e questo errore non ci fa assaporare le esperienze. Siamo sottratti all’istante in cui sorge la vera visione originale, perché essa arriva quando la realtà colpisce la nostra percezione. Se impariamo che la percezione è in questa nuda semplicità non veniamo sommersi dai disturbi della mente, e anche se la vera visione fugge molto veloce, la totale vicinanza della nostra coscienza ai sensi ci fa percepire.

L'inconsapevolezza e le disattenzioni ci condizionano, perché l'estraneità tra la coscienza e la percezione ci fa scivolare negli automatismi dei pensieri e delle emozioni. L'inconsapevolezza è come un gorgo d’acqua che ci risucchia e ci sommerge, perciò la lezione zen non iniziava in modo strano. L'inizio non era banale, ma la sessione iniziava con un insegnamento profondo, perché Soen Sa Nim ci esortava a risvegliarci dal sonno in cui giacciono immersi i nostri sensi e la nostra coscienza.

Il maestro ci avvertiva che siamo tanto immersi in noi stessi da essere ipnotizzati dalle nostre concezioni mentali, per questo siamo travolti dalle cose che ci accadono e viviamo estranei a quello che avviene. Per questo motivo restiamo nelle situazioni che non ci danno quello che vogliamo, e subiamo anche quello che non rappresenta ciò che siamo. Dobbiamo riconoscere il torpore in cui sono smarriti i sensi e la nostra coscienza, perché questa fatale ignoranza ci getta indifesi nel vortice ottuso che chiamiamo la nostra vita.

Buona erranza
Sharatan