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lunedì 27 giugno 2011

Il ruggito del leone


“Vittorioso io sono e onniveggente,
per sempre distaccato da ogni cosa.
Liberato da tutto e dalla sete,
autodidatta e senza alcun maestro.

Non v’è per me maestro, né compagno;
non v’è in cielo, né in terra alcuno che mi sia pari.
Io sono il Signore del mondo, il supremo maestro:
estinti gli attaccamenti, vi sono io,unico e risvegliato.”

(Majjhima Nikaya, Opamadhamma)

Nel buddismo si afferma che la vita porta dei problemi, perché l’uomo deve affrontare il problema delle credenziali che lo fanno sentire sicuro nelle sue illusioni, perciò i problemi vengono per offrire l’opportunità di riflettere sulla nostra ricerca di sicurezze e per farci riflettere sulla nostra percezione del mondo. Nel buddismo tibetano usano l’espressione “ruggito del leone” per affermare che ogni stato mentale è sfruttabile per aiutare la nostra meditazione sulla vita.

Lavorando con le emozioni si agisce sul 5° skandha cioè sulla coscienza, ma anche sul 4° skandha collegato a “concetto” e “intelletto,” infatti le emozioni devono essere viste come delle formazioni che influiscono su determinati distretti energetici. Le forme di energia sono paragonate all’acqua e il pensiero viene paragonato al pigmento colorato che può tingere l’acqua con le sfumature più variegate e con tinte più forti o più tenui: quando le acque delle emozioni e i colori dell’intelletto si mescolano si formano le nostre colorate emozioni.

I nostri concetti mentali forniscono all’energia delle emozioni un livello e una posizione interiore che sono più o meno elevate e che possono essere intense o superficiali, perciò esse rivelano il senso del rapporto del soggetto con le sue energie, infatti le emozioni diventano molto potenti e vivide. Le emozioni causano problemi perché il rapporto che abbiamo con loro non è chiaro, infatti nel 5° skandha l’ego diventa molto forte avendo acquisito il senso del sé, perciò riesce a esercitare un maggiore controllo e si crea ciò che Chogyam Trungpa chiama un conflitto tra il sovrano e il suo primo ministro.

La condizione è quella del re che non si fida più del ministro più fidato: il consigliere è diventato più potente del suo sovrano, perciò il rapporto di fiducia si è interrotto. Con le emozioni avviene ugualmente, perché noi non abbiamo la fiducia interiore di saper padroneggiare le emozioni e questo ci causa il dolore, in quanto c’è il timore che l’emozione possa travolgerci fino a privarci dell’identità. E’ il fatto di non poter contare su un affidabile centro di controllo interiore che attiva il conflitto tra la forza delle emozioni e il nostro timore di dover soccombere a una forza a cui non possiamo resistere, per questo è necessario imparare come controllare le nostre emozioni.

Solitamente avviene una dura battaglia interiore tra noi e le nostre emozioni, perciò la guerra esiste anche tra noi e le nostre proiezioni, per cui il conflitto viene esteso fino al mondo esteriore. Se vediamo la situazione così, spiega Chogyam, tutto diventa estremamente logico e trasparente, sebbene sia necessario saper discriminare tra “vedere” perciò percepire le cose per come sono e “guardare” che è compiere uno sforzo inutile e dannoso di utilizzare delle credenziali e delle proiezioni per avere un rapporto con il mondo.

Ma tutte le sicurezze fondate sull’inganno e sulle illusioni offrono una felicità e un conforto temporanei, sebbene vi sia un modo molto rozzo di guardare al mondo che è un modo molto più facile di vivere. Infatti esiste l’uso delle proiezioni, che è un modo molto infantile di usare il mondo e di manipolare la realtà che ci causa la ripetizione delle medesime situazioni. Questa maniera di vivere non costituisce un modo fluido di trattare con il mondo, poiché è un modo di vedere rigido che vede tutto in uno spazio congelato e solidificato.

Questo modo di vedere considera il mondo come una sostanza molto dura munita della qualità del metallo o della plastica, poiché tutto è artificioso e artificiale e anche i colori non sono visti come sono, perciò sono privi di luce e trasparenza, ma diventano colori plastificati e falsi come la barriera dualistica che ci rende ciechi al vedere completo. Questo non vuol dire che non siamo consapevoli delle qualità materiali, poiché sappiamo riconoscere se un muro è stato costruito con la pietra o il mattone, ma significa saper apprezzare le vere consistenze dei materiali.

La capacità di percezione che diventa necessaria, dice Chogyam, è assai più psicologica che fisica, perché si allude alla durezza mentale e alla qualità metallica che equivale a considerare il mondo solo nella sua versione solida, che è un modo assai interessante, perché questa percezione è molto individualizzata e riguarda il livello più centralizzato e il tema di fondo, perciò la nostra vera “coscienza del sé.” L’obiettivo finale è quello di sperimentare una “shunyata,” cioè una totale assenza di concetti e di etichette mentali, perciò il fine è la liberazione dalla barriera dualistica che limita la nostra visione.

Ma un obiettivo elevato è molto lento, perciò si costruisce facendo dei piccoli passi prima di poter giungere a vedere il pensiero con tutte le sue tinte e con tutta l’intensità della sua forza, in modo che la visuale divenga chiara e completa. Ogni processo del pensiero e dell’emozione avviene in un luogo che è privo di spazio infatti è in nessun luogo, perciò il suo unico spazio è “lo spazio positivo degli abili mezzi, e dell’operare con le situazioni di vita quotidiana.” L’aspetto positivo delle emozioni e il loro potere creativo avviene tramite lo spazio dell’esperienza, anziché attraverso il loro prodotto: se non abbiamo problemi con la percezione dello spazio anche l’emozione cesserà di creare dei problemi.

Questo processo positivo significa essere “una sola cosa con le emozioni,” che è un’alleanza preferibile al conflitto, infatti la repressione porta alla compressione energetica che causerà l’esplosione della reazione di ciò che viene oppresso. L’opzione diversa è quella di farsi trascinare, perciò consentire l’accesso all’emozione per essere completamente trascinati fino a perdere ogni riferimento e ogni controllo mentale restando in completo asservimento della confusione di mente e di materia. Probabilmente l’espressione espressa in modo totale diventa un modo per alleviare la tensione facendola sfogare, ma l’indulgenza rafforza il difetto rendendolo ancora più potente, perciò è sicuro che così non potremmo costruire alcun controllo sulle nostre emozioni.

L’unico modo intelligente di agire sulle emozioni è quello di entrare in contatto con “la loro sostanza fondamentale, con la loro qualità astratta,” infatti la loro essenza fondamentale è l’energia: la qualità dell’emozione è sempre l’energia. Se impariamo a gestire tutte le forme di energia con cui entriamo in contatto anche l’emozione cesserà di essere un problema, poiché quando esiste un rapporto non c’è paura di sostenere un confronto, infatti restiamo rilassati e abbiamo la tranquillità e l’agio di poter vedere chiaramente la questione.

L’ultima fase con cui si struttura l’ego è quella in cui entra in gioco la coscienza e i concetti mentali, perciò diventa evidente che essi non possono essere eliminati, ma che dobbiamo saper vedere le cose per come sono per diventare abili a trasmutare le loro confuse qualità, in qualità che siano trascendenti. Chogyam Trungpa ci ricorda che l‘ego non è obbligatoriamente un nemico, poiché esso fa parte di noi perciò non possiamo attaccarlo e ucciderlo, poiché sarebbe l’esito letale dell’organismo suicida.

L’ego è assai potente perciò sa trasformare in solida materia anche la sostanza eterica più sottile, ma la spiritualità non prevede nessun atto di lotta e nessuna guerra, poiché lo spirito è amore perciò è nonviolenza. La nostra scissione è prodotta dall’unica barriera che non può essere abbattuta a colpi d’ariete, perciò è il nostro ego che deve imparare ad adattarsi e deve imparare a pensare in modo più fluido e creativo.

Il buddismo usa l’immagine del ruggito del leone per onorare questa coraggiosa intenzione, poiché la volontà di lavorare sul caos per ripristinare l’ordine è la capacità di saper padroneggiare ogni situazione. Quando arriva il leone ed emette un ruggito si ristabilisce l’ordine nel serraglio animale che era in fermento, perciò il leone ripristina la sua signoria, poiché afferma una indiscutibile superiorità rispetto agli altri animali. Saper riportare l’ordine diventa possibile se impariamo a usare le nostre percezioni sensoriali per acquisire una nuova sensibilità e sappiamo analizzare il fluire delle nostre emozioni.

Questa cognizione ci offre una visuale evolutiva completa, poiché le emozioni si possono vedere, ascoltare, odorare, toccare e trasmutare, in quanto esse non possono essere evitate ma devono passare nel fine setaccio della nostra percezione più profonda. Nel vedere le emozioni vi è consapevolezza che esse richiedono uno spazio per svilupparsi, poiché questo dato è oggettivo e non richiede alcuna spiegazione, in quanto nell’uomo avvengono le emozioni e questo va accettato come caratteristica del genere umano.

Quando impariamo ad ascoltare come nascono le nostre emozioni impariamo a sentire la pulsazione delle energie che salgono, perciò sentiamo l’ondata energetica che cresce come una marea, infatti sappiamo indagare il punto da cui hanno origine e conosciamo il tipo di percorso che attuano quando fluiscono verso di noi. Nell’odorare le emozioni c’è una similitudine nella capacità di apprezzare un cibo sapendo valutare l'odore, perciò significa saper prevedere se il cibo è buono dal fatto che l'odore è gradevole: l‘olfatto aiuta l’appetito, perciò il buon odore fa intuire se un cibo è buono e se è adatto al nostro gusto.

Imparare a toccare le emozioni significa che sappiamo percepire l’essenza della situazione, perciò sappiamo sentire una situazione in modo così concreto da poterla quasi toccare in modo concreto. L’energia delle emozioni non è una componente sbagliata o distruttiva, sebbene possa essere una modalità goffa e inesperta di far circolare il flusso energetico: ogni nostra manifestazione che sia attiva, passiva o avida, può diventare una modalità personale di approcciare al mondo, se la sappiamo trasmutare adeguatamente. Trasmutare non significa voler cambiare la qualità fondamentale delle emozioni infatti, come nella pratica alchemica del trasmutare il piombo in oro, non si rifiuta la qualità fondamentale del materiale, ma si diviene abili a modificarne l’aspetto e la sostanza.

E’ così che si percepiscono equilibratamente le emozioni, poiché non possiamo lasciare che l’emozione giunga per travolgere ogni cosa, poiché l’emozione sa strappare ogni ormeggio e rende necessarie delle credenziali che ci rendono schiavi e vittime dell’odio o dell’amore. Illudersi di poter vivere senza provare delle emozioni è come fare un gioco suicida, perciò appare più strategico e opportuno imparare a direzionarle. Diventiamo vittime delle emozioni quando ne siamo devastati, perciò quando perdiamo la testa e il caos viene a sommergerci, perciò nascono l’aggressività e la depressione che sono le reazioni estreme della mente infelice.

Trasmutare significa avere il coraggio di andare fino in fondo, significa non avere paura di lasciarsi andare e sapere come poter cedere all‘emotività, infatti quando l’emozione giunge non ti ripari e non la rifiuti ma corri per accoglierla come una parte intima e gradita. Le nostre emozioni non sono delle estranee, perciò non possiamo temerle o combatterle essendo una nostra componente, infatti possono diventare una parte manovrabile. Le nostre emozioni assomigliano alla danza, perché la danza sa rendere armoniose e fluide tutte le parti del nostro corpo, così deve diventare anche la collaborazione tra noi e le nostre emozioni in modo che possa risuonare un ruggito da leone.

Ogni volta che cessano le resistenze interiori si crea un’onda ritmica, poiché la musica e la danza sono sempre unite: tutto ciò che è inserito nel ritmo samsarico è composto di sostanze che possono essere trasmutate, ma il nostro egocentrismo ci spinge a costruire delle toppe con cui rinforziamo le lesioni delle nostre armature interiori. Ogni toppa che aggiungiamo ci rende sempre più problematico il movimento, soprattutto se rinforziamo le giunture degli snodi energetici: ogni nostra preoccupazione è rivolta a salvare le apparenze delle credenziali, perciò rattoppiamo le nostre armature e rinforziamo le strutture che possono franare.

L’uomo può restare mummificato nelle sue protezioni, poiché le toppe possono impedire ogni movimento e renderci immobili come cadaveri, perciò possiamo costruirci una protezione che sia totale, sebbene possa risultare troppo poco pratica. Con il ruggito il leone affermiamo che siamo in grado di dominare la sostanza delle nostre emozioni, infatti ne riconosciamo ogni sfumatura poiché è fatta della nostra materia, perciò la sappiamo padroneggiare come un territorio su cui esercitiamo un pieno dominio.

Nell’arte indiana si rappresenta il ruggito del leone con quattro leoni uniti nel dorso e con il viso rivolto nelle quattro direzioni per simboleggiare un procedere privo dell’essere, perciò il saper camminare senza un dorso. Una persona priva di paura può andare ovunque, perché il suo procedere possiede la sicurezza interiore che si irradia in ogni direzione. L‘immagine dei Buddha dalle mille facce o dal milione di volti che guardano in ogni direzione esprimono il concetto della consapevolezza panoramica che vede ovunque, perciò non possiede alcun lato da cui un nemico possa attaccarla di sorpresa.

Il ruggito afferma il coraggio di saper sfruttare ogni cosa della vita, poiché nulla è buono o cattivo ma tutto diventa utile se sappiamo renderlo fruibile, perciò ricercare delle credenziali appare un gioco inutile e ridicolo. La vita diventa completa se la vediamo come un pranzo, infatti se abbiamo fame vogliamo avere velocemente un cibo e non abbiamo tempo di leggere un menù. L’assonanza con la vita è nell’imparare che dobbiamo saperci nutrire di ogni cibo che troviamo, poiché non sempre possiamo scegliere dal menù, ma possiamo imparare come elaborare le sostanze per rendere commestibile tutto quello che la vita ci offre.

Quando il leone fa risuonare il suo ruggito ci comunica che ha imparato a fare l’elaborazione anche senza l’aiuto di una fonte esteriore, poiché se la funzione si è ben stabilizzata la capacità relativa si attiva in modo automatico, perciò sappiamo che è sufficiente che il leone giunga nella foresta per ristabilire la pace. Quando saremo diventati più abili arriveremo al punto in cui non avremo più bisogno nemmeno di ruggire per affermare la nostra autorità, poiché sarà sufficiente la semplice presenza del leone per riportare la pace nella foresta.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 23 giugno 2011

Avviluppati nell’ego


“L’illusione in cui vivevi si dissipa.
La tua anima sanguina, ma la maschera cade,
e una menzogna finisce.
Perdi una gioia, ma acquisti una verità.
Di che cosa ti lamenti?”

(Gustave Thibon)

Chogyam Trungpa scrive che è facile seguire un approccio spirituale, soprattutto se pensiamo di ottenere la salvezza, la liberazione e se speriamo di manifestare dei miracoli con cui possiamo dimostrare di essere degli illuminati agli occhi del mondo. Ragionando così, rischiamo di restare incatenati alla “aurea catena della spiritualità” che, per quanto fatta d’oro finissimo incastonata con pietre preziose e rifinita con tarsie molto raffinate, resta pur sempre una catena che ci tiene prigionieri.

Molti approcciano alla spiritualità pensando di ottenere l’arricchimento dell’ego, perciò finiscono per impersonare un materialismo spirituale che è un processo evolutivo degno di un organismo suicida. Vi sono poi le lusinghe di ottenere il potere di risolvere i nostri problemi, perciò pensiamo di usare degli strumenti magici per risolvere i problemi di nevrosi, di depressione, di aggressività e i problemi affettivi e sessuali che affliggono gli uomini moderni.

E’ una grande delusione verificare che dobbiamo abbandonare tutte le nostre aspettative, perciò possiamo restare delusi e insoddisfatti scoprendo che è necessario abbandonare ogni impresa personale e ogni senso dell’ego. Per l’ego, l’illuminazione equivale al momento della morte, perché ogni “me” e ogni “mio” viene ucciso con la morte dell’osservatore. Seguire un sentiero spirituale è molto doloroso, poiché è un continuo atto di smascheramento, infatti l’illuminazione distrugge tutte le maschere di cui si riveste l’ego.

L’illuminazione toglie dal nostro volto ogni strato protettivo che vi era stato accumulato, perciò vengono tolti tutti i veli insieme alle maschere e ogni strappo diventa l'insulto e l'affronto all’importanza dell’ego e al nostro egocentrismo: l’illuminazione è la sconfitta dell’aspetto egoico. L’illuminazione richiede la rinuncia a ogni ambizione dell’orgoglio, perché lo smascheramento ci fa cadere sempre più in basso, finché si cade sulla terra come un soggetto infimo e come il più piccolo degli esseri.

Per diventare adatti all’evoluzione spirituale è necessario divenire come un granello di sabbia che non coltiva delle ambizioni o delle aspettative, perciò non ha bisogno di fronzoli ornamentali: è solo così, dice Chogyam Trungpa, che la pratica spirituale acquisisce un’utilità concretamente utilizzabile. L’approccio alla vita deve essere semplice e diretto in modo che restiamo ricettivi agli insegnamenti che giungono da un fatto, da un individuo oppure da una lettura: ogni cosa deve poter diventare un insegnamento per migliorare la qualità della nostra vita.

Ogni cosa diventa una conferma e un incoraggiamento, poiché non esiste una lusinga che possa corrompere l’umile granello di sabbia. Dal punto di vista dell’atomo di polvere che è situato nello spazio infinito dell’universo, tutto è luminosità e spazio, poiché lo spazio è così vasto che il granello non può frenare o impedire nulla: il granello non vuole essere considerato, perciò nulla gli manca. Se siamo in grado di diventare come questo granello, insegna Chogyam Trungpa, possiamo diventare l'imperatore del mondo.

L’uomo si aggrappa a tutto, perciò lotta per impedire che la trasformazione lo ponga davanti a quello che muta, infatti la trasformazione deve iniziare con la morte del vecchio per dare spazio al nuovo, che è anche il vero significato del detto di Gesù: “Lasciate che i morti seppelliscano i morti.” Sappiamo che è necessaria la fine delle cose che sono giunte al termine, affinché possa restare spazio per la nascita di cose nuove e migliori, ma resta la nostalgia del cordone ombelicale da cui siamo stati separati, perciò resta percepibile e innestata nel nostro dolore e nel disagio interiore che sono latenti nell’uomo.

Anche l’abbondanza non può evitare che emerga il doloroso sottofondo con cui l’uomo conosce l'incompletezza, perciò sperimentiamo un dolore che ascende usando una scala con tre gradini. Il primo dolore, dice Chogyam Trungpa, è quello fondamentale che conosciamo nella scissione primaria, ma impariamo anche a conoscere quel dolore intermittente che nasce quando trasciniamo un fardello troppo oneroso, che solo per pochi attimi ci viene sottratto per essere ricollocato, subito dopo, sul nostro collo come uno giogo oppressivo.

Il dolore che si assomma è quello che sorge dall’insicurezza della vita sulla terra, perché è l’insicurezza che spinge all’attaccamento al mondo e che causa il nostro dolore più intenso. Queste tre forme di dolore sono quelle che l’ego sperimenta nelle varie fasi della sua vita e nelle situazioni in cui si confronta con il mondo e con le sue trasformazioni. Queste sensazioni esistono sebbene cerchiamo di sfuggirle fingendo la felicità e la sicurezza, infatti il dolore può essere tanto pervadente da diventare un dolore permanente e continuo.

Lo sforzo illusorio di tenersi aggrappati alla felicità e al mondo sono le condizioni esterne a cui l’ego si aggancia per esistere, infatti l'ego vive illudendosi di ottenere la continuità, poiché si rifiuta di credere che la vita sia transitoria e sia una continua evoluzione. Ottenere delle certezze è il sogno, perciò l’ego ci nutre di inganni e di finzioni con cui sa legarci alla materia tramite queste illusioni e confusioni da cui nascono tutti gli attaccamenti e l’aggressività che opprimono l'uomo: perciò diventiamo incapaci di apprezzare l’istante, che è l’unica vita e l’unica sostanza che si può trattenere concretamente.

Crediamo di vincere l’ego usando le mutevoli condizioni umane, pur sapendo che la loro discontinuità non può offrirci alcun appoggio sicuro, infatti usiamo un paradosso che non può offrire alcun riparo dalla sofferenza. E' essenziale conoscere come l'ego sa costruire i confini del suo territorio, poiché ci rende consapevoli dei meccanismi che usiamo per trasformare delle proiezioni in credenziali che sanno simulare una consistenza e un'importanza che nessuno deve millantare.

Le nostre incertezze ci spingono a ricercare solidità, perciò un punto di riferimento esterno e “qualcosa” di solido a cui ancorarsi: è qui che la burla diventa evidente, dice Chogyam Trungpa, sebbene l’uomo non sembra divertirsi affatto. La beffa è nel credere nella solidità del “me” opposto “all'altro.” Questa è la patologia umana che crea “fissazioni” basate sul nulla: infatti l'uomo crea la solidità usando l'esistenza di un "uno" che emerge per contrasto con lo "zero" che è il Tutto infinito, perciò l'uomo nega che la potenzialità infinita sia superiore alla singola manifestazione.

Ogni volta che cerchiamo solidità siamo sul bordo di consistenze fittizie nel samsara del ripetersi delle illusioni, e l'illusione è credere che possa esistere una solidità che sappia garantirci, per questo restiamo invischiati nelle beffarde illusioni del mondo. Lo scherzo cosmico è nell'illusoria costruzione di un senso concreto per una entità che non ne ha alcuna necessità, perciò avviene un processo di sviluppo dell'ego che il buddismo vede come un percorso in 5 fasi che vengono chiamate “skandha” o sezioni.

Secondo il buddismo l'individualità inizia a costruirsi quando impara ad usare questi cinque aggregati differenti che corrispondono ai cinque involucri che vengono sviluppati per strutturarci. L’ego nasce a causa della nostra ignoranza fondamentale, in quanto ignoriamo l’apertura, l’intelligenza e la fluidità dello spazio. Quando incontriamo delle lacune in cui percepiamo un vuoto temiamo che la nostra esistenza abbia dei lati inquietanti, perciò entriamo nel primo skandha, quando nasce il sospetto che qualcosa vada storto e che possano accadere fatti imprevisti. Questa sensazione attiva la reazione della catena karmica con la percezione di sensazioni di confusione e disperazione estreme e inspiegabili che sono avvertite nell’ansia.

La paura di perdere il sé e l’assenza dell’ego diventano la paura di una minaccia sconosciuta, perciò l’ego si aggrappa disperato al suo territorio e “congela” il suo spazio nella sua ignoranza che è testarda e ostinata. Scoprire l'assenza dell'ego causa il nostro rifiuto interiore di una realtà inaccettabile, perciò siamo disposti ad attaccarci a qualsiasi illusione possa aiutarci a negare l'inaccettabile.

Nella fase successiva facciamo il tentativo di tenerci occupati con delle cose che sappiano distrarre la nostra attenzione dalla solitudine, perciò chiudiamo la struttura della nostra catena karmica. Il karma dipende dalla relatività, poiché ognuno reputa come “sua” una cosa differente, perciò esso si ripresenta e si ripete sempre identico ogni volta che il medesimo contesto si ripresenta. Nel secondo skandha otteniamo la sensibilità e la capacità di percepire il ritorno delle nostre azioni, infatti impariamo che il voler confermare delle proiezioni interiori usando delle credenziali esteriori può inserirci in un circolo vizioso di ripetizioni infinite.

Nella terza fase sappiamo costruire tre comportamenti impulsivi con cui impariamo a gestire le nostre proiezioni, cioé l’indifferenza, la passione o l’aggressività. Nella strategia dell’indifferenza, la sensibilità che vogliamo evitare viene intorpidita, così da renderla inoffensiva, perciò ci forgiamo una armatura interiore che serve a questo scopo. La strategia della passione è come l’ossessione di prendere per divorare, poiché la passione funziona magnetizzando le sostanze, infatti cerchiamo di ottenere ciò di cui avvertiamo carenza, perciò allunghiamo i tentacoli per poter afferrare ciò di cui abbiamo bisogno.

La strategia aggressiva sorge dalla percezione di una minaccia alla nostra sopravvivenza, poiché avvertiamo che dobbiamo difenderci a ogni costo: ma questa strategia di povertà e carenza sorge dall'insicurezza interiore di poter difendere noi stessi e trattenere ciò che sentiamo "nostro". Dal terzo skandha nasce il meccanismo di “percezione/impulso reattivo” in cui l’ignoranza, la sensibilità e l’impulso che segue la percezione diventano il “nucleo” dei nostri meccanismi istintivi e delle strutture primarie usate per controllare il nostro terreno d’azione, perciò immaginiamo l’uomo come un radar che usa tre tipi di sensori funzionanti sia in modo autonomo che correlato.

Se l’ego fermasse la sua evoluzione e non trovasse delle forme più raffinate per controllare il corpo, saremmo degli antropoidi ancor più arretrati di come sembriamo, infatti l’ego non esisterebbe senza l’intelletto. L’ego non potrebbe perfezionarsi senza la creazione di concetti che possono dare un nome alle cose per riordinare le informazioni che riceviamo. L'uomo ha necessità di organizzare e incasellare il mondo per controllarlo, infatti strutturiamo le categorie mentali usando le etichette dei concetti per conservare il ricordo dei loro contenuti.

Nella quarta fase l'ego deve imparare a gestire le categorie mentali per poterle usare nel riordino del suo mondo, perciò nella fase finale sorge la necessità di un fissativo che perfeziona e che stabilizza le capacità che abbiamo acquisite. Questa funzione verrà svolta dalla coscienza, che è lo strumento più efficace che abbiamo, perciò costituisce il mezzo più idoneo per mantenere il contatto tra il nostro versante istintivo e quello intellettuale, infatti la coscienza riesce a completare la struttura con cui l'ego sa dominare il mondo.

Buona erranza
Sharatan

sabato 12 febbraio 2011

Individui paradossali


"Non c’è un punto in cui sia possibile fissare i propri limiti,
in modo da dire: fino a qui sono io"

(Plotino - Enneadi)


Miguel Benasayag è un filosofo e uno psicanalista argentino. E’ stato in carcere per l’opposizione al regime militare argentino, e da oltre 30 anni vive in Francia dove insegna logica matematica e lavora come psicanalista. E’ animatore del collettivo “Maigré tuot”ed è uno degli organizzatori delle “Rete di Resistenza Alternativa” che opera in campo politico e sociale in Europa e in America Latina. Per la sua formazione è stata essenziale la militanza in gruppi di ispirazione quevarista, Benasayag è autore di un appassionante saggio in cui analizza quale tipo di individuo sia stato prodotto dalla società capitalistica occidentale.

Secondo Benasayag non possiamo negare la morte dei miti e delle illusioni, perché il presente è inquieto e lucido dei suoi mali, per cui è impossibile negare che l’ottimismo dell’età moderna ha ceduto al pessimismo dell’era post-moderna dove l’essere umano è impotente di fronte ad un mondo complesso, inquietante e sempre più virtuale anche nelle sue paure. La nostra è una realtà da cui si vorrebbe fuggire in cui l’uomo si sente piccolo e fragile, perché non può fare altro che guardare senza poter agire: è così che vive l’individuo moderno. Lo strano essere si sente isolato e si percepisce separato da tutto, perché nulla gli appartiene con certezza, perciò si aggira per il mondo come se gli altri uomini, gli animali e la natura fossero solo “una scenografia appositamente realizzata perché egli possa condurre tranquillamente la propria esistenza.”

La nostra è un’epoca di inquietudini e di “passioni tristi” perché tutto riduce la nostra potenza d’azione sul mondo, perciò la modernità ha creato un uomo che è l’animale irrealizzato” di una “umanità incompiuta” che non sa cercare il senso della vita, e che perciò non conosce il modo di collocarsi nel mondo. Il progresso con le sue “magnifiche sorti e progressive” ha alimentato sentimenti di disperazione, perché il tutto e la globalità sono “una disperazione davanti alla quale l’individuo esiste solamente come pura impotenza e desolazione.” La complessità del mondo è percepita in tutto “il tessuto dell’individuo” che “in ragione del suo incredibile intrico, ci rende incapaci di stabilire una via d’azione” per assumere il controllo di noi stessi e del mondo.

L’individuo è una creazione della modernità, dice Benasayag, ed è una entità che si autoproclama come “soggetto autonomo, separato dal mondo percepito come oggetto che può padroneggiare e fare suo.” Modernamente è avvenuto un arretramento verso “l’individualismo egoista” in cui ognuno guarda solo ai propri interessi e non percepisce dei legami sociali, viviamo senza alcun progetto economico e privi di una filosofia di vita. In questo senso non esiste alcun concetto di massa che si oppone all’individuo, perché l’individualismo egoista è “l’istanza fondamentale di qualsiasi massificazione” perciò diventa una cosmogonia e un potere. Se tutte le crisi sono connotate dal crollo delle fondamenta culturali della civiltà, la crisi della cultura capitalista sarà una fine paradossale, perché la nostra epoca si era illusa di decostruire i valori, abolire i principi e di eliminare i divieti e i limiti umani.

La cultura nata in Occidente in epoca moderna è stata definita “l’età dell’uomo” e inizia con l’azione che è temuta più di tutte, infatti ha voluto “la perdita del sacro.” L’uomo ha cacciato gli dei dal cielo per costruire una Torre di Babele usando la scienza e la tecnica, perciò l’uomo non conosce più dei principi più o meno sacri che si possano frapporre tra lui e il cielo. La libertà umana si è costruita sul dominio assoluto del mondo e della realtà: è il capitalismo che ha costruito questo individuo infelice e paradossale.

L’uomo è il soggetto su cui si costruisce tutta la realtà e intorno al quale tutto ruota, in quanto l’uomo è divenuto “chi non è ancora ciò che dovrebbe essere” della problematica di Heidegger, dice Benasayag, che è una teoria di estrema modernità, in quanto afferma la natura “dell’essere come essenza” e dell’”esser-ci” come tendenza fondamentale della natura umana. L’individuo moderno non si è ancora realizzato, perciò è molto melanconico nella sua incompiutezza che lo fa sentire sempre carente, infatti l’uomo vive solo nel tempo presente da cui riceve frustrazioni, oblii e carenze che non lo fanno sentire padrone del mondo, ma lo fanno vivere “sospeso in attesa” del suo compimento.

La completa completezza verrà quando si avrà la padronanza totale, perciò la libertà da ogni asservimento umano è un processo di cui godere solo nel futuro, dice Benasayag. Per l’uomo moderno le leggi, i limiti, e i principi etici sono una sfida che limita il suo potere, perciò averli in proprio dominio diventa la via per dimostrare che si sta avanzando verso il completo compimento futuro di libertà totale. La libertà dell’individuo che disprezza le regole è un dominio, perché l’individuo è un’organizzazione e una forma di dominio sociale basato su di una “deterritorializzazione permamente” come dice Deleuze, perciò essa è totale e totalizzante.

L’individuo non è un’illusione, egli è una “piega” di un tutto, è l’increspatura dell’onda, che è l’infima parte del tutto, in cui vi è anche un corpo che è materia ma, intorno a lui, vi sono altri molteplici che sono ognuno di noi. Le cosmogonie delle età non moderne vedono l’uomo come una molteplicità non numerabile, perciò come un molteplice che si intreccia agli altri molteplici, e che vive nell’infinito della creazione confuso in quella realtà essendovi incluso. L'uomo antico è consapevole della sua finitezza perché si sente solo un “accidente” dell’infinito. Il mistero umano è nella finitezza dell’uomo, poiché altro mistero non esiste in quanto, se la creazione è infinita, per l’infinito non esiste alcun limite.

Una persona, al contrario dell’individuo, dice Benasayag, è pensabile come diversa dall’una, perciò la persona è una non-unità, infatti non possiede sostanza, perciò non gli viene riconosciuta un’importanza tale da farla elevare per fargli godere di determinati privilegi individuali. La libertà nel mondo antico non significava che ci si poteva arrogare il diritto di sfidare le leggi e le regole, infatti la libertà non è una sfida alle situazioni, essa non è una potenza vitale che si sprigiona per ottenere sempre più sostanza esteriore. E’ questa limitatezza mentale moderna che non ci fa comprendere perché Socrate accettò di bere la cicuta piuttosto che fuggire, come molti volevano, ma perché decise che le leggi erano superiori anche alla voglia di vivere di Socrate, per cui si consegnò al suo destino.

L’uomo moderno è un individuo che sente la mancanza, perciò aspira solo alla fissità della pietra, ed esiste solo se può pervenire alle sua meta, che è l’ideale punto finale di un sentiero: l’idolo dell’uomo moderno è il sedentario che vive, che percepisce e che soffre ogni desiderio e ogni passione come se fossero delle dolorose prove che accentuano la propria incompiutezza che è una fondamentale carenza di essere, in un’esistenza segnata da perenne e ansiosa attesa. Il sedentario che “aspira ad essere” vive il presente come speranza, ed è la speranza dello schiavo che sogna la sua rivalsa e che consuma la sua vendetta nei sogni che vive come illusione di libertà.

L’uomo non moderno è una figura nomade per cui il divenire non è attesa passiva, infatti fare un percorso è mettersi in viaggio, e non corrisponde all’attesa inerte, in quanto la compiutezza si ricerca così che essa possa diventare una presenza percepita intimamente in ogni istante del vivere. La presenza dell’uomo moderno è l’istante che non assume alcuna forza e che non permane, perché è la tensione del passato che non c’è più, e del futuro, che deve ancora venire. Questo tipo di presente non riesce ad esistere, perché dilata il suo significato in un vivere annoiato, perché vi è noia in ogni attesa, perciò il presente moderno diventa una frazione di istanti che vengono assommati e accumulati in un continuo succedersi di noia, che è una catena che si snoda per tutta la vita.

Questo presente crea la vita inesistente dell’uomo moderno, che è un uomo ad una sola dimensione piena di paura, speranza, noia, angoscia e di tutti i timori dell’avvenire: perciò una vita che è dominata solo da paura e morte diventa una semplice sopravvivenza, dice Benasayag. Il presente del nomade è un presente che si dilata, perché è molto più ampio dell’istante presente, poiché caratterizza tutte le situazioni che viviamo e a cui partecipiamo, essendo dei molteplici in mezzo alla molteplicità. Questo presente è ricco perché è costruito da tutto il passato in cui sono le fondamenta di tutto ciò che noi siamo, ma il nostro presente possiede anche il compimento del futuro che si costruisce vivendo bene il presente, perciò nel presente vi è tutto il quadro della nostra rappresentazione.

Tra l’uomo moderno e l’uomo del passato è avvenuto il completo ribaltamento del “punto di vista,” perché per l’uomo moderno il solo punto di vista è il soggetto, che osserva il mondo come una realtà esterna ed estranea alla sua persona. La nostra cultura pensa al mondo in contrapposizione all’uomo, perché il soggetto e l’oggetto sono due realtà contrapposte, infatti riusciamo a creare anche un mondo virtuale che è sempre più distante dalla vita concreta, perciò fa divenire sempre più complessa la nostra vita. Da ogni messaggio esterno giunge l’immagine di un mondo che minaccia l’uomo ingenerandogli paura e impotenza, perciò non resta altra via che rifugiarsi nei sogni o cadere negli incubi del potere.

In questa realtà vivono individui di “arroganza monolitica” che si sentono padroni dell’universo e, per cui il loro vissuto personale diventa una verità assoluta. Questa manovra egocentrica è una mossa astuta perché, se ognuno ha la sua verità, la verità diventa tutta relativa perciò non esistono delle basilari verità umane che siano in difesa della vita. Un mondo di questo genere crea degli attori protagonisti che riducono gli altri al ruolo di comparse, infatti si vive nel mondo personale di verità personali, e l’uomo vive di grandi sogni, ma poi riduce tutta la vita alla normalità quotidiana e ricade nella sua routine. L‘uomo moderno è quello che si scandalizza per i mali del mondo, ma poi si affanna veramente solo per la sua quotidianità.

La società dell’individuo è quella della separazione composta da so9ggetti disincantati dal mondo, di cui non sappiamo se sono cattivi o se lo diventano solo per l’influsso nefasto di una società malata ma, questa società finge e tratta l’uomo come se fosse buono. Oggi i teorici della comunicazione e gli ideologi della civiltà dello spettacolo trattano l’uomo: “come se nascesse solamente oggi, come se fossero spuntati di colpo dalla terra alla stregua delle zucche” usando la teoria di Hobbes che diventa una metafora che illustra bene la nostra modernità. L’individuo non possiede l’innocenza della zucca, esso è atomo e cardine di uno sviluppo capitalistico, perché è l’individuo del potere: il problema vero non è come eliminare il potere da questo individuo, il nucleo essenziale è come fuggire dal potere di questo tipo di individuo.

L’egoismo primordiale dell’uomo sembrerebbe negare la possibilità di trasformare l'amore di sé, del tutto o della parte, dice Benasayag, in amore e in rispetto del prossimo. In effetti anche per Freud l’amore era sospetto, perché l’amare l’altro come se stesso deve fare i conti con un terribile ignoto perché, in fondo, nulla sappiamo del modo che ognuno di noi usa per amarsi, oppure per detestarsi. L’uomo sembra nato per fare calcoli, perciò dovrebbe conoscere il vantaggio del sacrificio di piccoli fini in nome di beni maggiore: ma l’uomo non vede mai chiaro, infatti è ingenuo pensare che tutti sappiano vedere i loro interessi migliori, perciò mi spiego perchè non ci liberiamo di una vita di carenze.

Buona erranza
Sharatan