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venerdì 2 giugno 2017

La lettura



“Una biblioteca è come un alveare
nel quale sia custodito il miele:
essa contiene parte del prodotto migliore,
più dolce e nutriente dell’esperienza umana.”
(A. C. Grayling)

Sembra che alcuni medici prescrivano, ai propri pazienti affetti da depressione, stress e ansia, non farmaci ma libri. I pazienti vengono indirizzati da un biblioterapeuta che prescrive elenchi di letture adatte alla condizione di ciascuno. A ispirare questo genere di letture fu l’osservazione dei bibliotecari che i lettori, nel restituire un libro preso in prestito, spesso si confidavano raccontando come la lettura li avesse fatti star bene, divertendoli o distraendoli dalle loro preoccupazioni.

Ci sarebbero fin troppe cose da dire s questo fatto sorprendente. Qualcuno, cinicamente, chiederà: ma dove siamo arrivati se, per leggere un libro, la gente ha bisogno di farselo prescrivere dal medico? Quand’è che abbiamo dimenticato che la lettura, per mille ragioni, è una delle principali risorse della vita?

Nella prossima tappa del processo di medicalizzazione dell’esistenza umana - o forse come risposta alla passiva incapacità della gente di pensare o agire in modo autonomo- i medici finiranno forse per prescrivere un pasto agli affamati e un buon sonno alle persone stanche? C’è qualcosa di giusto in queste esclamazioni, ma è improprio indirizzarle ai medici. Piuttosto andrebbero dirette al fallimento della nostra cultura, che non è riuscita a mostrare alla gente quali ricchi tesori, in termine di piacere e utilità, e quale espansione degli orizzonti possa derivare dalla lettura.

Un’educazione alla lettura implica una guida su come reperire qualsiasi libro o genere di libro; si tratta di una guida molto facile da offrire: occorrono cinque minuti (e molto meno se vi limitate a dire: «Chiedi al bibliotecario», il che inoltre è un ottimo consiglio. Basta una piccola esperienza in qualità di lettori per avere accesso a quel grande paese in cui ci si libra come aquile sulla storia, sulla commedia, sulla tragedia e su tutta la gamma delle esperienze umane e, se la lettura è attenta, si raccoglie in ogni momento molto di ciò che l’abbondante offerta mette a disposizione. La parola chiave qui è: «Attenta».

La cosa migliore che qualsiasi tipo di istruzione e di educazione possa lasciarci in eredità è l’abitudine a riflettere e a porci domande. La lettura può essere svolta in modo passivo, riducendosi così a un passatempo che non lascia nella mente nessuna traccia a parte una piacevole distrazione dal presente. Molti libri sono scritti abilmente per non pretendere altro, e non c’è nulla di male in questo. Ma per avere da essa qualcosa di più, la lettura deve essere un’esperienza attiva, e non passiva. È difficile dire che cosa renda tali i buoni libri, perché ne esistono di diversissimi.

Nella maggior parte dei casi essi hanno però in comune la capacità di indurre il lettore a pensare e sentire emozioni, lo elevano e lo disturbano, spingendolo di conseguenza a considerare il mondo da una prospettiva leggermente diversa. In breve, purché la lettura sia attiva, i buoni libri stimolano l’attività intellettuale del lettore. La lettura non rende le persone automaticamente migliori o più sagge. Quando ha quel effetto è perché i lettori hanno lavorato da sé, cercando il materiale necessario nelle proprie reazioni alla pagina stampata.

Tuttavia, a parte l’esperienza pratica della vita - esperienza che è la principale maestra di chiunque -, ben poche cose reggono il confronto con i libri quale miniera da cui cominciare quel genere di ricerca.Leggere significa penetrare in altri punti di vista: è come essere osservatori invisibili di circostanze che potrebbero non realizzarsi mai nella propria vita. Significa incontrare persone e situazioni che, per genere e quantità, vanno ben oltre le possibilità dell’esperienza individuale.

Di conseguenza la lettura non solo promuove la comprensione di sé, ma arricchisce l’individuo offrendogli una via d’accesso per capire bisogni, interessi e desideri che potrebbe non condividere mai, ma che ciò nondimeno motivano gli altri. In tal modo gli consente di comprendere gli interessi altrui, tollerarli e perfino simpatizzare con essi. Tutto ciò plasma il nostro comportamento verso gli altri e, per estensione, rappresenta anche la base della comunità civile e della fratellanza fra gli uomini.

Sulla mia scrivania tengo una fotografia della Biblioteca di filosofia del monastero Strahov di Praga. Inquadrata dalla galleria superiore, la foto coglie la tranquilla bellezza della sala invasa dalla luce che penetra dalle finestre del lucernario della parete di destra, e mostra una lunga lama di luce che investe una fila di scaffali illuminando la ricca varietà di rilegature in pelle che vi sono schierate. Sotto, al piano terra, tre tavoli sono disposti comodamente distanziati, e fra di essi si trova un’ingegnosa macchina antica che permetteva la consultazione contemporanea di diversi volumi, una “ruota da libri” che farebbe invidia a ogni studioso.

La scena esprime in modo meraviglioso tutto quanto ha a che fare con i libri e la lettura, nonché con lo studio e con il pensiero, là dove i libri emergono come distillato degli sforzi dell’uomo, del tempo e perfino del mondo stesso, qui condotto a un equilibrio riflessivo avvolto nella quiete e nel ritiro.

Se, in un angolo, ci fosse un armadio con un letto e tutto l’occorrente per farsi un tè, poco importerebbe di venir rinchiusi là dentro, e che qualcuno buttasse via la chiave. Cinicamente si potrebbe sostenere che questa biblioteca, così splendida ed evocativa, non sia altro che un obitorio di libri, una curiosità del passato esposta allo sguardo ottuso del turista frettoloso , o forse un punto di vendita per le cartoline che oggi rappresentano il suo unico prodotto.

Ma io penso che questa sia un’opera d’arte e che rappresenti qualcosa di nettamente opposto alla regola- agitata, volubile e difettosa- di gran parte della vita umana e dei suoi compromessi. Una biblioteca è come un alveare nel quale sia custodito il miele: essa contiene parte del prodotto migliore, più dolce e nutriente, dell’esperienza umana. Un commentatore del IV libro delle Georgiche, dove Virgilio parla delle api e dell’amore perduto, sottolinea come solo quattro cose resistono agli insulti del tempo: l’oro, la luce del sole, l’ambra e il miele. (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)

domenica 30 aprile 2017

Leadership



“La tirannia di un principe in un’oligarchia
non è pericolosa per il bene pubblico quanto
l’apatia del cittadino di una democrazia.”
(Montesquieu)

Sia Aristotele sia Cicerone credevano che nessuno potesse essere un buon capo senza avere prima imparato a obbedire. Tale opinione è ancora diffusa nell’ambiente politico, dove per dare la scalata alla viscida pertica dell’ambizione occorre adeguarsi con lealtà alla linea di partito. Si potrebbe discutere sul fatto che il conformismo e la capacità di modificare le proprie opinioni siano o no qualità desiderabili della leadership.

D’altra parte qualcuno potrebbe cinicamente affermare che sia proprio così, una volta constatato che in politica i principi sono d’impaccio e l’ipocrisia sia una virtù. In linea di massima esistono due scuole di pensiero sulla leadership. Una di esse sostiene che il leader debba essere una guida, l’altra che debba seguire a ruota. Questa seconda posizione non è paradossale come potrebbe sembrare.

Quando i governi prendono attentamente nota dell’opinione pubblica, o analizzano con cura le idee di gruppi di particolare interesse, più che orientare la domanda cercano di andarle incontro adattandosi alle sue tendenze… L’opinione pubblica è notoriamente resistente ad alcune delle idee più brillanti dei suoi leader, i quali hanno patito di conseguenza tracolli poco dignitosi.

Allo stesso tempo è anche vero che in generale la gente è fin troppo contenta di farsi guidare. Spinte da debolezza, ignoranza e pigrizia - soprattutto pigrizia -, moltissime persone preferiscono lasciare ad altri il compito di prendere decisioni. Poiché coloro che amano risolvere questioni complicate o fare scelte importanti sono pochi, a riscuotere l’antipatia della gente non è tanto il dovere o l’obbedienza quanto l’obbligo di assumersi delle responsabilità.

Secondo alcuni un leader generoso, rispettoso o pronto a far da guida dando l’esempio sarà seguito dai suoi molto più volentieri e con maggiore lealtà. D’altra parte è altrettanto vero –come cantava Omero- che il condottiero troppo mescolato alla soldataglia finirà per perdersi nella massa indistinta. Ciò suggerisce che un leader dovrebbe trovare un delicato equilibrio fra distanza e accondiscendenza.

Menti in pari misura assennate, tuttavia, osservano che quando la leadership comporta, come spesso accade, decisioni impopolari e azioni dure, i seguaci leali e ben disposti si disaffezionano in modo più profondo di quelli con cui il leader aveva stabilito un rapporto meramente pragmatico.

Secondo altri, se la storia è disseminata di demagoghi, la principale ragione sta nella pigrizia e nella debolezza delle masse, alle quali abbiamo già accennato. Le masse sembrano apprezzare un leader fermo, una guida, un Führer.

Credono che la sua ferrea decisione le proteggerà da ulteriori tracolli del loro ordine sociale, morale e economico - il disastro che ogni generazione percepisce imminente -, un sistema il cui periodo aureo pare sempre collocarsi nel passato) magari in un’epoca che, per combinazione, coincide con quella della loro infanzia).

Le radici di questo impulso affondano profonde nella storia evolutiva dell’umanità. Gli etologi distinguono due tipi di struttura sociale nelle scimmie e nei primati in genere: quella «agonica», in cui l’ordine è mantenuto nel gruppo con la violenza, e quella «edonica» dove il rango sociale è determinato dall’animale che sa esibirsi meglio degli altri.

Nei babbuini, quando il maschio alfa procede a un’esibizione di dominanza, gli altri si danno alla fuga. Quando a esibirsi è un maschio di scimpanzè, invece, gli altri del suo gruppo si mettono comodi a guardare. La società umana si comporta in modo da fondere i due atteggiamenti: i poliziotti e le pop star illustrano, rispettivamente, la strategia dei babbuini e quella degli scimpanzè.

Un leader demagogico combina nella sua personalità l’aspetto minaccioso e quello teatrale, come testimoniano le adunate di Norimberga e, in questo senso diviene esempio per tutti gli aspiranti leader. Ciò induce a porsi la domanda: chi ha bisogno di loro, o della loro componente in «stile babbuino»? (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)

domenica 26 marzo 2017

La speranza



“Sperare significa credere che qualcuno ci ama
significa mettersi in cammino verso un altrove
significa anche osare di vivere in altro modo.”
(Enzo Bianchi)

“Il monito dei Proverbi: «La speranza insoddisfatta fa languire il cuore» si applica dolorosamente a coloro che vivono in luoghi del mondo dove persistono conflitti etnici e religiosi, spesso conseguenza di eventi accaduti centinaia di anni fa: un esempio di come le tragedie passate mantengono la loro stretta mortale sul futuro dell’umanità.

La speranza - speranza di pace, di opportunità, di una nuova vita - è il possedimento più prezioso sia per costoro sia per chi cerca asilo in paesi ricchi e liberi dove poter godere della vita che gli viene negata in patria, tormentata di povertà e di assenza di libertà. È difficile reggere il pensiero della loro delusione quando quelle speranze vengono negate.

Il fatto che la speranza sia essenziale per la vita è considerato un truismo. Che vita sarebbe se non avessimo speranze, se pensassimo che le cose possono solo peggiorare, se ci aspettassimo continuamente il fallimento, anticipando il sapore della sconfitta? Non è concepibile.

Chi approva un atteggiamento ottimista sostiene che, nei momenti favorevoli, la speranza è un incitamento verso le cose ancora migliori, mentre nei momenti difficili essa è un conforto, perché tiene viva l’idea del sollievo e della salvezza, di una ricompensa futura o, almeno, della giustizia finale.

Naturalmente, però, c’è sempre chi non è d’accordo. Secondo i cinici, la storia dimostra che il tributo riscosso dalle notti buie è sempre stato minore di quello preteso dalle false albe. La natura ingannevole della speranza le dà una cattiva reputazione: per ogni uomo fioriscono cento speranze, pochissime delle quali destinate a realizzarsi. Essa spaccia la menzogna per verità, e intrappola gli esseri umani facendo loro perseguire vani obiettivi che li porteranno a disillusioni ancora più grandi.

La speranza, dicono i cinici, distorce la realtà; fa sembrare quanto è autenticamente brutto e cattivo nulla più che uno schermo temporaneo, frapposto tra noi e ciò che è bello e buono. Pertanto essa è legata all’illusione… ma una vita di false speranze - di mera speranza o di null’altro che speranza - è forse migliore e più nobile di una vita in cui si affronti la realtà guardandola in faccia e considerandola per quello che è?

Si potrebbe sostenere che i cinici partano dalla premessa sbagliata. Essi osservano la propensione umana a sognare a occhi aperti, ad abbandonarsi alla fantasia, ad aggrapparsi a vane speranze a dispetto di schiaccianti evidenze contrarie, a nutrire aspettative e ambizioni poco realistiche. Osservano, e non riescono a capire che da questo terreno a volte sbocciano fiori sorprendenti di originalità e successo.

Gran parte di ciò che ha spinto avanti il mondo nacque come una speranza; e tutto quello che l’ha fatto regredire ha comportato la morte di speranze. La rigida concezione che vede nella speranza una debolezza più che una virtù ci esorta a rimboccarci le maniche e ad abbracciare la Verità. D’altra parte, affermano i difensori della speranza, la sola verità indiscutibile sulla condizione umana è che possiamo soffrire e dobbiamo morire. Il resto sta a noi crearlo. Che cosa mai potremmo fare di noi stessi senza speranza?

I cinici non sono d’accordo nel trattare la speranza come una virtù, giacché raramente essa genera frutti. D’altra parte, ribattono gli avvocati della speranza, ciò significa guardare le cose a rovescio. La speranza è una virtù, e lo è a prescindere da ciò che realizza.

È un valore intrinseco, un fine in sé, associato al coraggio e all’immaginazione, un atteggiamento positivo pieno di possibilità e aspirazioni.È per questa ragione che si scopre di più su una persona conoscendo le sue speranze piuttosto che osservando quanto ha realizzato nella sua vita. La nostra parte migliore, infatti, sta in ciò che speriamo di essere.” (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)

giovedì 23 febbraio 2017

Civiltà



“La cortesia è per l’uomo
ciò che il calore è per la cera.”
(Arthur Schopenhauer)

Nonostante le apparenze, il mondo occidentale non sta attraversando una nuova era di immoralità. Soffre piuttosto di un fenomeno diverso: una perdita di civiltà, una mancanza di buone maniere. Quello che spesso viene considerato un collasso morale in realtà non è nulla del genere. In termini “morali”, le società occidentali sono per molti aspetti migliori oggi, nel 21° secolo, di quanto non lo fossero un secolo fa.

Basti pensare (solo per fare un esempio) allo spietato sfruttamento della manodopera, all’esercito di prostitute bambine e alla violenza dei delinquenti da strada della Londra vittoriana. Ciò che è davvero accaduto, invece, è un decadimento di tutto quanto mantiene funzionante la macchina sociale; in particolare abbiamo assistito al crollo di quella tolleranza e di quel rispetto reciproco che consente ai singoli individui di vivere la propria vita in pace, in una società pluralista e complessa.

La civiltà è questione di costumi, etichetta, buona educazione e rituali informali: tutti elementi che facilitano le nostre interazioni offrendoci il modo di trattarci con rispetto e considerazione reciproci. Essa crea uno spazio sociale e psicologico nel quale gli individui possono vivere la propria vita e compiere le proprie scelte. I giovani che sputano per terra e bestemmiano sugli autobus non rappresentano che un sintomo superficiale di inciviltà. 

Ben più gravi sono fenomeni quali la violazione della privacy da parte della stampa scandalistica con l’invasione di aree private che non rivestono interesse pubblico (come la rivelazione sulla vita sessuale dei politici). La nostra epoca è, in effetti, moralistica: lo è anzi in modo nauseante, il che rappresenta una componente importante del problema, in quanto il moralismo è intolleranza e l’intolleranza è uno dei peggiori atti di scortesia.in un certo senso, chiedere cortesia è chiedere molto poco.

Emerson osservava: “Dobbiamo a un essere umano la stessa cortesia che riserviamo a un quadro, al quale offriamo volentieri il vantaggio di una buona illuminazione”. La perdita di civiltà implica che il senso sociale sia stato rimpiazzato da un atteggiamento difensivo: ecco allora gruppi intenti ad alzare barricate intorno a concetti di “identità” nazionale, etnica e religiosa, gruppi che si proteggono erigendo barriere nei confronti degli altri.

Scriveva Goethe: “C’è una cortesia del cuore; essa è apparentata con l’amore. Da essa scaturisce la cortesia più naturale della condotta esterna.” Queste parole delineano un ideale. Ignorano il fatto che la civiltà può essere una maschera: essa è sempre stata aperta all’abuso e, se anche reimparassimo i nostri costumi, continuerebbe a esserlo. Questo però non cambia il concetto essenziale, e cioè che la civiltà promuove una società che si comporta bene verso se stessa, i cui membri rispettano il valore intrinseco dell’individuo e dei diritti altrui. 

In genere le persone maleducate sono tali in primo luogo perché hanno una stima errata del proprio valore e, in secondo luogo, perché ritengono che il cameriere di un ristorante (probabilmente uno studente di medicina che guadagna qualche soldo per mantenersi) o l’autista di autobus (che magari nel tempo libero sta ascrivendo il romanzo destinato a vincere la prossima edizione di un premio letterario) debbano essere valutati in base alla loro occupazione - o più precisamente, in base al loro reddito che presumiamo molto modesto - e non, invece, per la loro umanità.

È qui che comincia l’insolenza: se si riduce una persona a un’etichetta o una somma di denaro, essa non sarà più fine a se stessa, ma diventerà uno strumento. D’altra parte, come sosteneva Kant, trattare chiunque alla stregua di uno strumento non è solo la scortesia suprema, ma anche il supremo errore. Nella condizione umana, il conflitto è endemico, e tuttavia vale sempre la pena di fare appello alla civiltà almeno quale strumento per gestirlo.

Anche ammettendo, e non si dovrebbe, la concezione relativistica (e cioè che certi valori si escludano reciprocamente) e anche se non avremo mai una risposta chiara su come risolvere certi dilemmi, ciò nondimeno possiamo affermare che proprio nella civiltà riposano le nostre migliori speranze di trovare e mantenere il delicato equilibrio - delicato e continuamente rinegoziabile - dal quale dipende l’esistenza stessa della società umana. (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)