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martedì 29 gennaio 2019

Il karma del giovane monaco



“La virtù della meditazione,
anche durante un breve zazen,
elimina gli innumerevoli errori
accumulati nelle vite passate.
Perché continuare a errare
sui sentieri dell’Inferno
quando siamo così vicini
alla Terra Pura del Buddha?”
(Hakuin)

Un piccolo tempio sorgeva in una radura, nel cerchio di una foresta di pini odorosi di resina. Nel piccolo tempio di montagna viveva un venerabile monaco insieme al piccolo gruppo dei suoi discepoli. Il monaco aveva raggiunto un tale livello di Risveglio che riusciva a vedere oltre l’illusorio specchio del lago delle apparenze.

Una mattina, dopo la consueta seduta di meditazione, riconobbe sul volto di un suo giovane discepolo, il segno della morte imminente. Comprese che il giovane monaco non aveva più molto tempo da vivere e fu mosso a compassione per il suo aspro destino. Di certo la sua morte prematura era dovuta a delle azioni funeste compiute nelle esistenze precedenti.

E oggi, il karma negativo accumulato in passato esigeva di essere scontato con la morte precoce del giovane. Il venerabile bonzo ebbe compassione del ragazzo e gli concesse un mese di congedo dalla vita monastica affinché il ragazzo potesse tornare a casa e stare qualche giorno con i suoi genitori.

Il giovane monaco fu affidato ad una carovana di pellegrini che passavano dal monastero e che, per una fortunata coincidenza, andavano proprio verso la città natale del ragazzo. Dopo un mese, così come si era convenuto, il giovane monaco fece ritorno al monastero e andò a rendere i suoi omaggi al vecchio maestro.

Il vecchio monaco gli chiese come era andato il suo soggiorno in famiglia. Il ragazzo affermò che era stato molto bene insieme ai suoi parenti che lo avevano ricoperto di affetto e di doni per il tempio: era giunto a presentare gli omaggi della sua famiglia.

In effetti, il monaco lo vide pieno di vita e sprizzante di gioia da ogni poro. Ogni traccia di morte sembrava scomparsa dal suo viso, e il vecchio maestro non riuscì a capire come potesse essersi sbagliato perciò gli chiese come fosse andato il suo viaggio.

Il ragazzo rispose: «Il viaggio è stato bellissimo. Abbiamo attraversato alte montagne con un paesaggio bellissimo, abbiamo fatto una marcia estenuante per arrivare in tempo, ci siamo fermati per riposare la notte sotto le stelle risplendenti, ma la bellezza del paesaggio e la gioia di rivedere la mia famiglia mi hanno ripagato di tutti i disagi.»

A quel punto il vecchio saggio gli chiese: «Bene, mi fa piacere che tutto sia andato così bene, Ma non avrai per caso dimenticato di raccontarmi qualcosa? Hai compiuto qualche buona azione che hai fatto? Hai mantenuto un comportamento virtuoso?»

Il ragazzo sembrò riscuotersi ed esclamò: «Ma certo, lo dimenticavo! Durante la marcia e per tutto il viaggio ho sempre tenuto presenti i vostri insegnamenti e sono stato attento a non schiacciare nemmeno il più piccolo insetto. I pellegrini si sono lamentati perché non andavo abbastanza veloce!»

Sul volto del venerabile saggio fiorì un sorriso radioso, perché aveva compreso. Quando aveva scorto sul viso del ragazzo i segni della morte imminente, non si era sbagliato. Con la sua prova di continua attenzione e di compassione, il giovane monaco era riuscito a trasformare il suo karma; aveva ripagato il male riversando solo il bene lungo il suo cammino.

Buona erranza
Sharatan

martedì 28 febbraio 2017

Reincarnazioni



“Un santone aveva un appuntamento con Dio. Lungo la strada incontrò un altro mistico che stava meditando con la massima serietà. Il santone allora, interrompendo i mantra dell’altro, gli fece questa proposta: «Sto andando dalla Divinità. Vuoi che le parli di te? Hai qualcosa da domandarle?»

Il mistico disse: «Domandale quante volte ancora dovrò reincarnarmi prima di raggiungere la liberazione. Ho già vissuto tre vite.» Più avanti, il santone incontrò un secondo mistico, uno yogi che danzava nell’estasi. Anche a lui fece la medesima proposta. Lo yogi, assorto nella danza, lo ignorò.

Il santone, ripensando all’incontro precedente, gli disse che poteva domandare alla Divinità quante reincarnazioni avrebbe ancora dovuto vivere. Lo yogi, inebriato dalla danza, girò su se stesso sorridendo. Al suo ritorno, qualche ora più tardi, il santone incontrò di nuovo lo yogi danzante. Gli disse: «La Divinità mi ha parlato. Ti restano da vivere tante vite quante foglie ci sono sull’albero accanto a te.»

«Che meraviglia! - disse lo yogi danzante - Solo? Se penso a tutti gli alberi che ci sono nel bosco e a tutti i boschi che ci sono nel mondo, le foglie devono essere milioni di milioni! Che fortuna la mia!» Poi il santone incontrò il primo mistico. Questi, ansioso, gli si avvicinò e il santone gli disse: «La Divinità mi ha detto che ti restano altre tre vite prima di raggiungere la liberazione.»

A qualcuno tre incarnazioni sembrano insopportabili, a un altro molte migliaia paiono poca cosa, paragonate alll’infinito. Il primo vive con dolore, il secondo nell’estasi. Come i mistici di questa storia, vi sono persone che vivono nell’angoscia e altre che vivono nella gioia. Le prime non conoscono la prosperità. La loro vita è solo sofferenza.

Tutto dipende da come si guarda la realtà, se in modo positivo o negativo. Una volta che si è preso coscienza di questo, si tratta solo di scegliere. Invece di vivere certi fatti della nostra vita come drammi, potremmo vederli in modo assolutamente positivo.” (Alejandro Jodorowsky, La risposta è la domanda, Oscar Mondadori)

giovedì 16 febbraio 2017

Una limpida luna piena




“Possa chi porta
fiori questa notte,
avere la luce della luna.”
(Kikaku)

Joshu chiese al suo maestro Nansen: «La Via, cos’è?» Nansen disse: «È la mente quotidiana.» Joshu chiese ancora: «Bisogna mirare ad essa, non è vero?» Nansen rispose: «Nel momento in cui miri a qualcosa, l’hai già persa.» Allora Joshu chiese: «Se non miro ad essa, come posso conoscere la Via?» Nansen rispose: «La Via non ha nulla a che fare con la conoscenza o con la non conoscenza. Conoscere è solo percepire ciecamente. Non conoscere è solo assenza di percezioni. Se hai raggiunto la Via a cui non si può mirare, è come lo spazio: un vuoto assolutamente limpido. Non puoi forzarla nell’uno o nell’altro modo.» In quel momento Joshu si risvegliò al significato profondo. La sua mente fu come la limpida luna piena. (Dialogo tra Joshu e Nansen)

domenica 13 marzo 2016

Il pescatore e il genio



Un pescatore solitario trovò, impigliata nelle sue reti, una bottiglia di rame sigillata da uno strano sigillo. Di solito, il pescatore, non trovava nulla di diverso dai pesci, ma quel giorno la pesca era stata sfortunata perciò pescare la bottiglia era stata una fortuna perché avrebbe potuto venderla al mercato e ricavarne qualcosa. La bottiglia non era molto grande e sul tappo aveva inciso il sigillo di re Salomone, perché conteneva un genio che Salomone aveva imprigionato per proteggere gli uomini dai suoi malefici. 

Salomone era stato un grande re, ma anche un potente mago perciò aveva imprigionato il malvagio genio dentro la bottiglia di rame perché sperava che, in futuro, qualcuno sarebbe riuscito a domarlo convincendolo a diventare un servitore dell’umanità. Il pescatore non sapeva nulla di questo, ma sperava che la bottiglia fosse un prezioso reperto e di poter ricavare un buon guadagno con la sua vendita. L’uomo la valutò con attenzione e notò che il rame era lucente e che l’incisione era ben fatta; sperò che contenesse gioielli o diamanti. 

Per questo si dimenticò del proverbio che dice: “L’uomo può usare solo ciò che ha imparato a usare,” infatti tolse il tappo di piombo e la stappò per vedere cosa conteneva. Ma non ne uscì nulla, perciò dopo averla scossa energicamente, il pescatore l'appoggiò sulla sabbia e la osservò. In quel momento, un sottile filo di fumo scuro uscì dalla bottiglia, poi il fumo diventò più grande finché diventò un essere enorme e minaccioso che gli parlò con voce spaventosa: “Sono il re dei Ginn e sono stato imprigionato dal grande re Salomone. Oggi vedo che posso vendicarmi della prigionia perciò ti ucciderò.” 

Il pescatore era rimasto terrorizzato dall'apparizione inaspettata del mostruoso genio infatti si era gettato in ginocchio sulla sabbia mentre implorava: “Sono io quello che ti ha liberato! Vuoi forse uccidere proprio chi ti ha reso la libertà?” Il genio disse: “Certo che lo voglio! Io sono fatto così, perché la mia natura mi fa avere il desiderio di ribellarmi e perché possiedo il potere di distruggere tutto quello che voglio. Sono millenni che sono rinchiuso nella bottiglia e questo mi ha fatto accumulare una grande rabbia che voglio sfogare proprio su di te!”

Il pescatore capì che avere pescato la bottiglia era stata una sventura, che il genio non avrebbe avuto nessuna pietà, e che l’avrebbe ucciso senza esitazioni. Allora guardò il sigillo impresso sul tappo che giaceva a terra vicino alla bottiglia ed ebbe un’idea. Con voce tremante disse al genio: “Credo che sia impossibile che un essere grande come te sia potuto entrare in una bottiglia così piccola. Sei troppo grande per essere rinchiuso in uno spazio tanto piccolo.” Il genio, a quelle parole sfrontate, gli urlò rabbioso: “Osi dubitare della mia parola, tu che sei solo un miserabile omuncolo? Ora ti farò vedere di cosa sono capace!” 

E dopo avergli urlato in faccia quelle parole sdegnate, il genio si trasformò di nuovo in un sottile filo di fumo scuro e rientrò nella bottiglia per dimostrargli che poteva entrarci. Il pescatore non aspettava altro che quella mossa, rapidamente prese il tappo della bottiglia, e la chiuse di nuovo. Poi gettò la bottiglia nel mare lanciandola più lontano che poteva. Fu così che l'uomo si salvò e che passarono molti anni finché, un giorno, il nipote di quel pescatore si trovò a pescare nello stesso luogo. Il giovane pescatore aveva gettato le reti nel mare e aveva ripescato la bottiglia di rame con il Sigillo di Salomone che aveva pescato anche suo nonno. 

Il ragazzo, dopo essere tornato a riva, si mise a guardare la bottiglia con molta attenzione e si ricordò che suo nonno gli aveva sempre consigliato di non usare quello che non sapeva usare. Mentre ripensava alle parole di suo nonno, il genio che era stato risvegliato dal suo sonno secolare dallo scuotimento della bottiglia, gli gridò dall’interno: “Figlio di Adamo, chiunque tu sia, ti prego di stappare la bottiglia e di rendimi la libertà. Saprò ricompensarti con molta generosità. Devi sapere che io sono il Re dei Ginn perciò conosco molte cose con cui potresti fare dei miracoli che ti renderebbero l'uomo più potente della terra. “ 

Il giovane pescatore si ricordava il detto che gli ripeteva sempre suo nonno, perciò valutò che era meglio se non si fidava. Per questo decise di non fare nulla di affrettato. Decise di nascondere la bottiglia in un posto sicuro, mentre cercava qualcuno che lo potesse aiutare a capire cosa era meglio fare. In effetti, dopo aver sepolto la bottiglia dentro una caverna in riva al mare, si arrampicò fino alla cella di un grande saggio. Dopo avergli raccontato tutto quello che gli era accaduto, gli chiese un consiglio. Il saggio gli disse: “Il proverbio di tuo nonno è molto vero, e il suo adagio è colmo di saggezza.” 

Il ragazzo gli disse: “Adesso io che cosa dovrei fare?” Il saggio disse: “E tu che ti senti di voler fare?” Il ragazzo rispose: “Io vorrei liberare il genio per avere la conoscenza misteriosa che mi ha promesso, e vorrei avere anche i beni che i Ginn possono donare agli uomini. Vorrei avere tutto questo.” Il saggio osservò: “Naturalmente non ti è passato neppure per l’anticamera del cervello che il Ginn potrebbe non darti nulla di quello che ha promesso? Oppure potrebbe darti quello che ti ha promesso ma, una volta  libero, potrebbe riprendersi tutto quello che ha dato. Non pensi alla sventura di avere quello a cui non siamo abituati? Hai forse dimenticato il monito di tuo nonno?”

Il pescatore valutò tutte queste possibilità poi domandò al saggio: “Ora cosa pensi che dovrei fare per non sbagliare?” Il saggio rispose: “Intanto potresti chiedere al Ginn di darti una piccola dimostrazione di quello che potrebbe donarti, e potresti conservare con molta cura quello che avrai ottenuto, in modo da mettere a frutto tutto quello che ti concederà. Cerca la conoscenza ma non cercare mai il possesso, perché il possesso senza la conoscenza è il male più grande. Questa è la causa di tutti i mali e degli smarrimenti dell’uomo.” 

Il giovane pescatore non era certo uno sciocco, perciò pensò a queste parole mentre tornava alla caverna per cui riuscì a elaborare un piano. Quando fu ritornato nella caverna, bussò alle pareti della bottiglia di rame, e sentì la voce spaventosa del Ginn che risuonò dall’interno della bottiglia, oltrepassando le pareti di rame: “Figlio di Adamo, sei ritornato? Nel nome di Salomone - che la Benedizione dell’Onnipotente sia con Lui! - ti scongiuro di liberarmi.” Il pescatore gli rispose: “Ho ripensato a tutto quello che mi hai detto, ma non sono sicuro che tu sia veramente quello che dici di essere. Se avessi i poteri che vanti di avere, come mai sei rimasto imprigionato nella bottiglia?” 

Il Ginn era furioso per quella mancanza di rispetto e gli ruggì: “Non mi credi? Come ti permetti di dubitare della mia parola? Non sai che non posso mentire?” Il giovane rispose: “No, certo che non lo so. Non ti conosco perciò non posso saperlo. Come faccio a essere sicuro che tu sei veramente quello che mi dici di essere?” Il genio chiese: “E allora dimmi come posso dimostrarti che ti sto dicendo la verità?” Il pescatore rispose: “Intanto potresti darmi una dimostrazione! Credi di poter usare i tuoi poteri anche quando sei chiuso dentro la bottiglia?” Il Ginn ammise: “In effetti posso usare i miei poteri, ma non posso usarli per potermi liberare.” 

Il ragazzo disse: “Allora ti chiedo di darmi la capacità di risolvere il più grande problema che mi assilla.” Il Ginn mise in azione i suoi misteriosi poteri e il pescatore sentì che poteva comprendere il significato del monito che gli aveva tramandato suo nonno, poi vide anche le tremende conseguenze che avrebbe avuto se avesse liberato il Ginn, e vide anche come poteva trasmettere agli altri uomini tali capacità. Tuttavia comprese anche che non poteva fare molto di più. Allora, come suo nonno, afferrò la bottiglia e la lanciò con forza in fondo all’oceano. 

Da quel momento il giovane pescatore non si dedicò più alla pesca, ma usò il resto della sua vita per spiegare agli uomini i pericoli che corre chi pretende di usare quello che non ha imparato a usare. Tuttavia sono pochi gli uomini che possono trovano dei Ginn rinchiusi dentro una bottiglia di rame, e sono ancora meno quelli che riescono a trovare dei saggi che sanno consigliarli nel modo migliore, perciò i rari seguaci del pescatore riuscirono a snaturare quelli che vengono chiamati ‘i suoi insegnamenti.’ 

La sua esperienza divenne una parodia perché venne il tempo in cui furono fondate delle religioni in cui gli adepti si riuniscono in templi sfarzosi dove si beve dentro le bottiglie di rame. Ma ci sono anche delle persone che hanno un profondo amore per il pescatore e per il saggio; costoro si sforzano di amarsi l'uno l’altro solo perché li amano. Essi si sforzano di imitarne i comportamenti e le azioni in ogni modo. Da allora sono trascorsi molti secoli per cui il loro messaggio è ancora un mistero, i loro seguaci sono pochi e misconosciuti. La bottiglia di rame è in fondo all’oceano, e il genio ancora vi sonnecchia.

Buona erranza
Sharatan

domenica 10 gennaio 2016

Il re e il derviscio



C’era un sovrano che, un giorno, chiamò a corte un derviscio che dicevano essere un grande maestro e gli disse: “La Via dei Dervisci è ricca di saggi e di grandi maestri che formano una catena di saggezza che risale indietro, nel tempo, ai primi momenti in cui l’uomo è comparso sulla terra. Questa catena di saggezza ha sempre tenuto accesa la Luce del principio dinamico dei veri valori davanti al quale anche il più grande sovrano della terra non sembra altro che misera polvere.” Il derviscio ammise laconico: “Ciò che dite è certamente vero.”

Il sovrano continuò: “Come vedi sono abbastanza illuminato per capire il vero senso di ciò che ti dico. Sono molto desideroso di conoscere e sono molto impaziente di conoscere la verità che puoi offrirmi. Dunque, insegnami!” Il derviscio gli chiese: “Mi stai forse dando un ordine oppure mi sta facendo una semplice richiesta?” Il re rispose: “Vedi la cosa come credi meglio, perché se lo credi un ordine e mi insegni, io imparerò. Ma io imparerò anche se mi insegni perché credi che ti abbia fatto una richiesta a cui non conviene disobbedire.”

Dopo aver detto questo, il re aspettò che il derviscio rispondesse. Ma l'uomo tacque per qualche minuto poi uscì dalla sua contemplazione e disse: “Dovete aspettare il ‘momento di trasmissione’ e poi potrete imparare.” Il sovrano fu stupito della strana risposta, ma aveva un forte desiderio di sapere perciò sentiva di avere il diritto di ottenere ciò che desiderava. Valutò che poteva aspettare per avere quel sapere, anche se quelle pratiche gli fossero costate molta pazienza.

Ma il re non ebbe il tempo di chiedere nulla perché il derviscio era andato via. Da quel momento il derviscio si recò a corte ogni giorno e si affiancò al re nel disbrigo delle attività di governo. Il re sbrigava gli affari di stato perché il regno affrontava momenti felici e momenti più problematici ma tutto andava come era sempre andato cioè con alti e bassi. I suoi consiglieri facevano la loro parte e gli davano consigli, perciò la ruota del destino girava come era sempre girata.

Così passarono dei mesi e il re era curioso di capire che cosa stava aspettando il derviscio. Il re osservava la sua figura avvolta nel misero mantello rattoppato e lo vedeva spiccare nel gruppo dei suoi consiglieri, e si chiedeva: “Che strano uomo, non ha più alluso alla conversazione che avemmo all’inizio. Non mi parla mai dell’insegnamento che gli ho chiesto, ma partecipa a tutte le attività della corte: parla, ride e mangia con me e mi osserva in tutto quello che faccio. Tranne quando dormo oppure quando dorme lui, stiamo sempre insieme. Cosa vuole? Quale segno si aspetta?”

Ma per quanto ci riflettesse, il re non riusciva a capire il derviscio. Poi venne il momento in cui l’onda dell’invisibile diventò possibile, infatti ci fu una conversazione a corte e qualcuno disse che Daud di Sahil era certamente il più grande cantante del mondo. Il re che non si era mai interessato di quel genere di intrattenimenti ascoltò con interesse quello che dicevano. Sentì un grande desiderio di ascoltare quella meraviglia e ordinò: “Che lo si conduca a corte! Lo voglio ascoltare.”

Il maestro di cerimonie fu inviato a casa del cantante per invitarlo a corte, ma Daud gli disse: “Vedo che il re non è un esperto di canto. Se vuole vedermi posso venire a corte, ma se vuole ascoltarmi deve aspettare che io abbia l’umore giusto per cantare.” Al maestro di cerimonie non restò che tornare a riferire al sovrano il diniego che aveva ricevuto. Il re si infuriò, ma era combattuto e si sentiva diviso tra l’ira e la curiosità perciò disse:

“Non esiste qualcuno che possa convincere quest’uomo a farmi ascoltare il suo canto? Perché non posso ascoltare il suo canto quando ho voglia di ascoltarlo io e devo invece aspettare che lui abbia voglia di cantare?” Come a rispondere a quel dire, il derviscio si fece avanti e disse al re: “O pavone del nostro tempo, vuoi venire ad ascoltare il grande cantante? Andiamo insieme ad ascoltarlo.”

A quelle parole imprudenti i cortigiani si diedero di gomito e risero malignamente di nascosto. Erano gelosi della posizione di privilegio di cui godeva il derviscio che era molto vicino al re. Pensarono che il derviscio avesse studiato un trucco per convincere Daud, l’Usignolo di Sahil, a cantare davanti al suo re. Se il piano del derviscio fosse riuscito, il maestro avrebbe avuto una ricca ricompensa e avrebbe ottenuto ancora più potere. Ma pensavano a tutto questo senza avere il coraggio di dire nulla apertamente, perché temevano di essere coinvolti nel suo fallimento.

Il re accettò di seguire il derviscio e ordinò che fosse portato un abito misero per nascondere la sua identità. Dopo averlo indossato, il re travestito lo seguì per la strada, finché giunsero alla casa del grande cantante. Quando bussarono alla sua porta, fu lo stesso Daud che rispose e disse adirato: “Andatevene via! Oggi non sono dell’umore giusto per cantare, lasciatemi in pace!”

Ma il derviscio non aveva la minima intenzione di obbedirgli, infatti si mise seduto davanti alla sua porta e cominciò a cantare. Iniziò a cantare la canzone preferita da Daud, la canzone che egli amava maggiormente e che l’aveva reso famoso perché la cantava divinamente. E il derviscio intonò la melodia e la eseguì interamente. Il re non era un grande intenditore di musica, ma era commosso dalla musica. Il derviscio aveva una voce soave che lo rapì, ma il re non si accorse che il derviscio stonava volontariamente per suscitare nel cantante il desiderio di correggerlo.

Il re era estasiato e quando il canto tacque, implorò: “Ti prego, non smettere derviscio, canta! Cantala ancora, perché non ho mai sentito una musica più bella.” Ma mentre lo diceva, Daud iniziò a cantare e fino dalle prime note fu chiaro perché lo chiamavano l’Usignolo di Sahil. Fino dalle prime note, la voce di Daud stregò il derviscio e il sovrano che furono impietriti e rapiti dalla voce che eseguiva la canzone con un’intonazione perfetta che il derviscio aveva voluto stonare di proposito.

Quando l'uomo finì di cantare, il re si fece riconoscere e gli fece un regalo sontuoso degno di un re. Poi il sovrano disse al derviscio: “Tu sei un uomo di enorme saggezza. Lo comprendo solo dopo avere visto il modo con cui hai convinto l’Usignolo a cantare. Vorrei che tu restassi a corte come mio consigliere.” Il derviscio gli rispose: “Vostra Maestà, voi potete ascoltare il canto che volete ascoltare solo se esistono le giuste condizioni per farlo. Potete ascoltare solo se esiste il cantante, solo se è presente chi vuole ascoltare, e se c’è chi fa da canale e consente al canto di sgorgare.

Quello che vale per un cantante vale anche per un sovrano, perciò vale anche per i dervisci e per i loro allievi. Ora Vostra Maestà è pronta per imparare.” Questa storia mette in evidenza una teoria che è conforme agli insegnamenti dei maestri sufi. Essi affermano che si può avere la possibilità di perseguire l’insegnamento ma solo se si esistono tutte e tre le condizioni che sono necessarie per conseguirlo, cioè se esiste il tempo, il luogo e le persone giuste.

Buona erranza
Sharatan

martedì 8 settembre 2015

Il potere di Maya



Un giorno Narada, il capo dei musici celesti, disse al Signore dell’Universo: “Signore, mostrami il potere d’illusione di Maya che può trasformare l’impossibile in possibile.” Vishnù sorrise e fece un segno di assenso poi s’incamminò insieme a Narada. Dopo aver camminato per un certo lasso di tempo, il Signore Vishnù ebbe sete e disse a Narada: “Ho sete, vammi a cercare da qualche parte, un poco d’acqua.”

Narada prese una brocca e partì alla ricerca di acqua perciò si allontanò sempre di più dal suo Signore, finché avvistò il corso di un fiume. Appena Narada si fu avvicinato alle rive del fiume vide una fanciulla di grande bellezza che attingeva acqua nel fiume. Quando Narada si avvicinò, la fanciulla lo salutò con gentilezza e poi iniziarono a parlare perché si erano subito innamorati uno dell’altra.

Narada la chiese in moglie e lei accettò, perciò si sposarono e andarono a vivere presso le rive del fiume. Trascorso altro tempo ebbero due figli che completarono la loro felicità. In seguito infuriò una pestilenza tremenda che flagellò quei posti, perciò Narada propose alla moglie di abbandonare la loro casa e di fuggire lontano. La donna fu d’accordo perciò fecero i bagagli, presero i figli e si misero in viaggio.

Ma proprio mentre stavano attraversando il ponte sul fiume arrivò una grande ondata che spazzò via i bagagli, fece annegare sua moglie e i suoi figli. Allora Narada, schiantato dal dolore, crollò sulla riva del fiume e iniziò a piangere disperato. In quel momento gli apparve Vishnù che gli chiese: “Narada dov’è l’acqua che ti ho chiesto di portare? Perché stai piangendo disperato? Sei andato via con la brocca da una buona mezz’ora e non sei più tornato.”

Narada smise di piangere subito e chiese: “Da una mezz’ora?” Per la sua anima erano passati quasi 12 anni, ma quel tempo era trascorso solo in mezz’ora. Allora Narada comprese e s’inchinò a Vishnù dicendo:”O Mio Signore, m’inchino davanti alla Tua magnificenza e al potere della tua Maya!”

La storia ci insegna che ogni differenziazione esiste solo nell’ambito di Maya, perché è Maya che causa tutte le differenziazioni perciò l’illusione cessa solo quando Maya cessa di agire. Tutto l’universo, gli oggetti e i fenomeni sono oggetti di creazione, conservazione e distruzione che dipendono dal corpo, dal pensiero e dall’anima. Tutto quello che vediamo nello stato di veglia, di sonno e di sogno è effetto del potere di Maya.

I vedantini dicono che Maya è come un serpente che è sempre in movimento, perché Maya è una forza attiva. Malgrado questo, gli uomini fanno tanti progetti per l’avvenire senza sapere che il mondo materiale è un prodotto di Maya. Ramakrishna dice che il sole brilla nel cielo ma è sufficiente una nuvola per oscurare il suo splendore: il velo di Maya agisce così, perché impedisce di vedere il Satchidananda che è presente ovunque, e Testimone di tutto ciò che esiste.

Il velo di Maya impedisce all’anima individuale di scorgere l’anima universale, infatti le due anime non possono vedersi a vicenda finché il velo non cade. Anche l’ego dell’uomo è Maya, perché il nostro stesso egoismo ci impedisce di vedere il sole, perciò finché non cade il suo schermo non potremo vederlo.

Il sole non può riflettersi nelle acque opache, perciò la conoscenza del sé non esiste nell’uomo che conserva l’idea del “mio” e dell’io. L’io e il “mio” sono il frutto dell’ignoranza, perciò non ha senso dire che il mondo è irreale finché saremo convinti che solo noi siamo reali. Nel Vedanta si dice che solo chi ha realizzato questa convinzione può rendersi conto che il mondo è un prodotto di Maya.

L’illusione del mondo dei fenomeni non si cancella con facilità, perciò resta anche quando si è visto chiaramente l'illusione, e si conosce il potere del suo miraggio. Se vediamo, in sogno, una tigre che ci assale, anche quando ci rendiamo conto che è stato solo un sogno, pur tuttavia non svanisce la palpitazione della paura.

Anche dopo che si è realizzato il samadhi, l’io può permanere nell’uomo sia come servitore che come adoratore. Narrano che Shankaracharya poté conservare l’ego di vidya cioè l’ego della Conoscenza, allo scopo di poter istruire gli altri. Il suo ego conservava una traccia dell’individuazione per mantenere un confine tra la sua persona e la Divinità, e questo gli consentiva di essere un esempio per i suoi fratelli.

Se osserviamo il punto di confluenza tra un canale e il fiume, a volte vediamo che l’acqua del canale scompare e si confonde con quella del fiume. A volte vediamo che compare una leggera corrente che ci indica che il corso del canale resta separato da quello del fiume. Lo stesso avviene in quelli la cui anima è divenuta una con l’anima universale. Costoro conservano, in loro, una piccola traccia d’individualità che segna la separazione tra la loro esistenza e quella della Divinità.

Qualcosa dell’ego resta per consentirgli di conservare il corpo fisico, per consentirgli di poter continuare a pregare devotamente la Divinità, per consentirgli di restare in compagnia dei propri simili e per consentirgli di continuare a servire il loro prossimo. In fondo, anche la possibilità di conservare una traccia d’individualità è il frutto di molte preghiere perciò anche questo residuo di egotismo è Maya.

Buona erranza
Sharatan

domenica 19 luglio 2015

Il dono dell'Immortale



Due pescatori vivevano in misere capanne nei pressi di un ponte che attraversava il Fiume Giallo. Il primo dei due pescatori non si alzava mai prima di mezzogiorno e pescava pigramente, mentre l'altro era operoso infatti si alzava all’alba e trascorreva tutto il giorno a pescare. Ma, per quanto lavoro facessero, uno alacremente e l’altro più pigramente, il pesce che pescavano non sopravviveva a lungo fuori dal fiume.

Sebbene lo mettessero subito in secchi pieni d’acqua, il pesce moriva perciò portavano ben poco pesce al mercato. I negozianti non compravano volentieri il loro pesce. O meglio, si può dire che lo compravano solo se non c’era del pesce migliore da comprare. I due non se la cavavano molto bene, e anche quello che lavorava più duramente per tutto il giorno stentava a sopravvivere. Una notte, quello che lavorava tanto fece uno strano sogno che era destinato a trasformare la sua vita.

Il pescatore sognò che era seduto sull’uscio della sua capanna impegnato a rammentare le sue reti, quando vide avvicinarsi un vecchio con una gran barba bianca. Il vecchio lo chiamò e gli disse: “Pescatore, bada che domani all'alba vedrai passare il gruppo degli Otto Immortali che attraverseranno il ponte vicino alla tua capanna. Tu resta ad aspettarli e, se riconoscerai qualcuno, fermalo e digli che desideri un dono. Se farai ciò che ti dico, la tua sorte muterà per sempre.”

Al risveglio, il pescatore non sapeva se credere o meno allo strano sogno, ma decise di fare quello che gli aveva detto il vecchio. Si alzò all’alba e si nascose accanto al ponte e aspettò finché vide arrivare un gruppo di persone vestite alla maniera antica. Il gruppo camminava lentamente perché impegnato in piacevole conversazione, inconsapevole che qualcuno li stesse osservando. Il pescatore li osservava con attenzione, ma non riusciva a riconoscere nessuno di loro.

Quando stava per abbandonare ogni speranza di avere il dono vide un uomo curvo che si attardava perché zoppicava. L’uomo aveva il viso tutto butterato e portava al collo una zucca appesa a una tracolla di pelle e camminava appoggiato a una stampella. Il pescatore lo riconobbe e gli corse incontro chiamandolo per nome: “Tu sei Ti Kuai Li, ti conosco! Un uomo in sogno mi ha detto che mi avresti fatto un dono.”

L’Immortale osservò con attenzione l’uomo che parlava. Vide un povero pescatore vestito miseramente che calzava sandali di paglia sfondati, con il viso segnato dall’onesto lavoro. Capì subito che era un uomo generoso e leale che avrebbe fatto un uso saggio del dono di un Immortale. Allora prese la sua zucca e la colpì leggermente, poi ne trasse una perla nera che donò al pescatore dopo avergli detto di custodirla con giudizio. Poi scomparve al canto del primo gallo del mattino.

Da quel giorno il pescatore prese la stessa quantità di pesce, ma il pesce che metteva nei secchi non moriva. A differenza di prima, il pesce restava vivo e arrivava al mercato anche più grosso e più bello di quando nuotava nel fiume. Tutti i giorni molti compratori si fermavano davanti ai suoi secchi per comprare il suo pesce e, lui iniziò a guadagnare bene. In poco tempo mise da parte una piccola fortuna, perciò il vicino diventò invidioso della sua fortuna.

Il pescatore pigro si era insospettito perché il pesce del fiume era più piccolo di quello che l’amico pescava. Anche la quantità del pesce era molto più limitata di quella che l’altro vendeva. Dove andava a prendere tutto quel pesce? E poi come mai il pesce dell'amico era vivo mentre il suo pesce moriva come prima? La cosa era molto strana perciò decise di spiarlo. Una notte penetrò nel giardino del vicino e si mise a guardare da una fessura della finestra del lato posteriore.

La stanza era illuminata da due lampade a olio perciò si vedeva bene tutto ciò che accadeva. L'invidioso vide che il vicino prendeva una perla nera da una custodia di paglia che portava appesa al collo e la avvicinava al secchio pieno di pesci morti. Vide che appena la perla veniva avvicinata al secchio, i pesci resuscitavano e iniziavano a nuotare. Notò pure che i pesci tornati in vita erano più grossi e belli di prima.

Allora il pescatore pigro non riuscì a trattenersi e irruppe nella stanza dicendo: “Adesso capisco perché ti stai arricchendo!" Poi continuò con tono lamentoso: “Siamo amici di tanti anni e sai come sono povero. Per favore prestami qualche giorno la tua perla miracolosa. Prometto che la terrò solo per tre giorni, e che poi te la renderò.”

Il pescatore industrioso ricordò che Ti Kuai Li gli aveva ordinato di custodire con cura la perla, ma non se la sentiva neppure di lasciare l’amico nel bisogno. Allora propose di andare insieme al ponte e di aspettare l’Immortale per farsi aiutare. Ma l'amico invidioso non poteva staccare gli occhi dalla perla. Non riusciva a vedere altro finché la sua cupidigia ebbe il sopravvento, e aggredì l’amico per strappargliela di mano.

Quando il pescatore industrioso si vide aggredito furiosamente dall’amico, non vide altra soluzione che inghiottire la perla nera. In quell'attimo preciso, un tuono ruggì cadendo dal cielo e una folgore irruppe nella casa rompendo varie suppellettili, dopo aver sfondato il tetto. Al grande boato, il pescatore pigro corse a nascondersi sotto un tavolo dove restò immobile come un morto.

L'amico restò in piedi mentre la folgore lo colpiva nel petto. Ma invece di crollare a terra folgorato iniziò a sollevarsi in aria, e scomparve nel cielo stellato dove raggiunse il mondo degli dei e degli Immortali. Quando l'amico ebbe il coraggio di uscire corse al ponte sperando di incontrare l’Immortale, ma non lo incontrò mai. Non ebbe la costanza di aspettarlo a lungo e tornò alla sua vita consueta, perciò morì povero come era vissuto.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 10 giugno 2015

Il ministro e la cortigiana



“L’uomo che sa come risolvere le difficoltà
le affronta prima che esse insorgano.
L’uomo che sa come sconfiggere i nemici
li affronta prima che divengano pericolosi.”
(Du Mu)

Yu Chien era il signore del regno di Yueh e Fan Li era il suo primo ministro e il suo più fidato consigliere. Ma il signore di Yueh era un sovrano fiero e molto ostinato, perciò non era facile essere al suo servizio. Un giorno, a dispetto dei consigli dei suoi ministri, il signore di Yueh decise di sfidare il signore di Wu in battaglia, ma venne sconfitto. Yu Chien fu preso prigioniero e le sue terre divennero uno stato vassallo. Invece il suo nemico Fu Ts’o, signore di Wu, era un uomo freddo, sospettoso e calcolatore che non si fidava di nessuno, neppure dei suoi più saggi consiglieri.

Fu Ts’o aveva ereditato un regno molto ricco e fertile, ma era un uomo molto ambizioso che amava allargare il suo territorio con guerre fortunate. La conquista delle ricche terre di Yueh era giunta al momento opportuno, perciò il signore di Wu volle essere sicuro che il suo prigioniero divenisse un vassallo docile e compiacente. Yu Chien venne alloggiato in una casa confortevole e ben sorvegliata dove veniva trattato con tutti gli onori, riceveva i cibi migliori e si intratteneva con la compagnia femminile più piacevole.

Se non fosse stato per merito di Fan Li, Yu Chien, sarebbe rimasto per sempre nella sua prigione dorata. Ma il primo ministro aveva voluto seguire volontariamente il suo signore nell’esilio. Infatti fu portato anche lui a Wu, come ostaggio, causando la gioia di Fu Ts’o che temeva l'intelligenza dell’ex ministro di Yueh. Il signore di Wu, Fu Ts’o, pensò che averli vicini e sotto controllo fosse una fortuna. Ne avrebbe potuto controllare meglio le mosse piuttosto che lasciare il pericoloso ministro, a Yueh, perciò libero di complottare per liberare il suo signore.

Così trascorsero alcuni mesi mentre il signore di Yueh sembrava apprezzare sempre di più i vantaggi della sua prigione dorata. Allora Fan Li comprese che il suo signore stava dimenticandosi del suo trono perciò gli disse: “Signore, il tuo primo scopo è quello di liberare il tuo regno. Non puoi lasciarti andare ai piaceri e dimenticare che il tuo popolo sta aspettando il tuo ritorno. Il dovere di un sovrano che è stato sconfitto è quello di riconquistare il trono che gli è stato sottratto!”

L’animo di Yu Chien fu turbato da quel discorso perciò, da allora, signore e ministro iniziarono a complottare per tornare a Yueh. Iniziarono una finzione infatti, di giorno, il sovrano continuava a fare una vita dissoluta. Ma, di notte, dormiva su un duro giaciglio e beveva delle pozioni amare per ricordare l’amarezza dell’esilio. Intanto Fan Li raccoglieva informazioni sul signore di Wu per capire quali fossero i suoi punti deboli.

Fu così che scoprì che l’unica debolezza di Fu Ts’o era una passione smodata per le belle donne. E la fortuna gli portò l’occasione di sfruttare quella preziosa informazione. Infatti, Fu Ts’o chiese che gli fossero portate le più belle cortigiane di Yueh in aggiunta al tributo che lo stato sconfitto gli versava regolarmente. Fan Li, in veste di ex primo ministro di Yueh chiese di essere mandato a fare la selezione delle bellezze locali adducendo la scusa che conosceva molto bene dove trovarle.

Una volta che fu arrivato nella capitale, mentre faceva la selezione, ebbe la visita di una donna molto bella e di nobile aspetto. Fan Li restò meravigliato dalla bellezza e raffinatezza della visitatrice e chiese: “Come mai una donna del vostro rango vuole servire il tiranno che ha sconfitto il suo paese?” La donna rispose: “Il mio nome è Hsi Shih e sono di nobile origine perciò servo solo il signore di Yeuh, ma sono disposta a tutto per aiutare Yu Chien a riconquistare il suo regno.”

A quelle parole, Fan Li sorrise e disse: “Finalmente ho incontrato uno spirito che è affine al mio spirito. Finalmente ho incontrato qualcuno di cui posso fidarmi.” Infatti trascorsero la notte a parlare per conoscersi meglio e concordare un piano per liberare Yu Chien e sconfiggere Fu Ts’o. Dopo alcuni giorni Fan Li ritornò alla corte di Wu con la bella Hsi Shih nascosta nel gruppo di cortigiane chieste dal signore di Wu.

Quando Fu Ts’o la incontrò ne fu ammaliato. Il sovrano fu colpito dalla sua bellezza, dall'intelligenza e dal nobile contegno, perciò la fece nominare prima concubina fin dal loro primo incontro. Hsi Shih iniziò a occupare tutto il suo tempo libero, poi Fu Ts’o iniziò a trascurare per lei anche gli affari di stato. Allora l'affascinante cortigiana fu certa di averlo ammaliato. La sua prima mossa fu quella di sfruttare la natura diffidente e sospettosa del sovrano perciò fece diffondere, a corte, alcune voci su presunti complotti per detronizzarlo.

La conseguenza fu che il re fece giustiziare i suoi più fedeli collaboratori con l’accusa di tradimento contro il regno di Wu. La seconda mossa della bella fu quella di farsi rivelare la posizione delle guarnigioni di Wu e i punti di maggiore forza e debolezza dei comandanti di quelle postazioni. In poco tempo, Fan Li e la bella Hsi Shih raccolsero tutte le informazioni necessarie per sconfiggere il regno di Wu.

A Hsi Shih toccò la mossa finale cioè convincere il signore di Wu a far tornare Yu Chien a Yeuh. Un giorno che Fu Ts’o era di buonumore iniziò a dirgli: “Yu Chien è un fallito, è un ubriacone che sperpera il tuo oro in festini e bagordi con vagabondi e donne. Non mi sembra che sia una minaccia per il regno, piuttosto mi sembra una spesa inutile. Non vedo perché dovresti mantenerlo. Perché non lo rimandi a casa sua e risparmi l’oro che spendi per il suo mantenimento?”

Fu Ts’o si convinse e, contro il parere dei suoi ministri, acconsentì a farlo partire. Quando Yu Chien fu ritornato nel suo regno, lui e Fan Li si armarono e invasero lo stato di Wu. Usando le informazioni raccolte da Hsi Shih riuscirono a conquistarlo velocemente. Dopo la sconfitta di Wu, Yu Chien chiamò tutti i consiglieri più fedeli e li ricompensò con ricchi doni. Al suo primo ministro, Fan Li, disse: “Esprimo la mia gratitudine particolare a te ed a Hsi Shih. Senza di voi non avrei vinto perciò desidero che resti primo ministro. Vi concedo la libertà di scegliere tutte le terre e l’oro che vorrete.”

Fan Li rifiutò con garbo dicendo: “Abbiamo sconfitto il nemico più insidioso. Ora il paese è libero e tu sei un signore molto saggio. Saprai governare anche senza il nostro aiuto. Io e Hsi Shih abbiamo deciso di partire al più presto. Desideriamo esplorare le montagne e i mari del Sud.” Yu Chien restò lusingato dal bel discorso di Fan Li e gli concesse il permesso di partire. Ma, prima di congedarlo gli disse: “Sei libero di andare, ma se avessi bisogno di averti ancora al mio servizio ti chiederò di tornare.”

Quella notte stessa Fan Li e Hsi Shih misero tutti i loro averi su un battello e salparono. Mentre erano diretti verso il Sud, Hsi Shih chiese a Fan Li: “Perché hai rifiutato l’offerta del sovrano?” Fan Li rispose: “Yu Chien il vincitore non era come Yu Chien il prigioniero. Adesso Yu Chien è nostro amico perché pensa che può aver bisogno di noi. Ma tra un po’ di tempo il suo potere si sarà rafforzato, e avrà paura che noi potremmo diventare un pericolo. Oggi è generoso, ma domani vorrà la nostra testa perciò è meglio scappare quando ancora ne abbiamo l’occasione.”

Fan Li e Hsi Shih nascosero la loro vera identità e viaggiarono molto nei mari del Sud. Infine trovarono una bella cittadina della Cina meridionale dove si fermarono. Fan Li diventò un uomo di affari ma, nonostante accumulasse una grande fortuna, i due non ostentarono la loro ricchezza. Essi non amavano il lusso sfrenato e non parlarono mai del loro passato. Anche gli amici più intimi non seppero mai che le loro menti brillanti avevano progettato la conquista del regno di Wu da parte del regno di Yueh.

Buona erranza
Sharatan

martedì 17 marzo 2015

Tigre e Dragone



Nell’antica Cina i matrimoni venivano combinati dalle famiglie perciò gli interessati non potevano esprimere la loro volontà. I matrimoni erano dettati dalla convenienza e la possibilità di scegliere un buon partito era legata alle possibilità economiche della famiglia. Perciò la bella Tai Yin Nu quando fu arrivata a diciassette anni fu costretta ad accettare il matrimonio con un uomo scelto dalla famiglia.

La scelta dei genitori era caduta sul ricco ma volgare bettoliere del paese che, Tai Yin Nu accettò in marito obbligata dalla pietà filiale. D'altro conto, disse sua madre, come poteva sperare di meglio? Era una ragazza bella ma molto povera. La madre cercava di consolarla dicendole che la ricchezza del marito l’avrebbe confortata meglio dell'amore.

Non le sarebbe mancato mai nulla, anzi avrebbe avuto il benessere e forse l’amore sarebbe arrivato con il tempo. E se non fosse nata la passione, con il tempo, sarebbe nato l'affetto. Ma il matrimonio si rivelò un completo disastro, e il tempo non portò miglioramenti. All'inizio il bettoliere fu ammaliato dalla sposa. Nei primi mesi non faceva che seguirla e tenderle agguati amorosi e non perdeva occasione per buttarsi addosso alla bella moglie.

Ma lei non riuscì mai ad amarlo e neppure lui seppe darle l'affetto che aveva auspicato sua madre. Tai Yin Nu aveva fatto un matrimonio molto infelice. Nel giro di pochi mesi il marito fu assorbito di nuovo dalla sua attività e la trascurava. Si tratteneva fino a tardi nella sua taverna, ma gestiva gli affari con disinteresse. Essendo sempre svogliato e annoiato esagerava nel bere.

Una volta che si era ubriacato andava a sfogarsi a casa, sulla giovane moglie, e la maltrattava. Il suo amore, se mai c'era stato dell'amore da parte sua, si era completamente dissolto. Il desiderio o il capriccio si erano raffreddati subito dopo la nascita di loro figlio. Il bimbo era l’unica gioia di Tai Yin Nu. Era la cosa più bella che suo marito gli avesse mai dato perciò adorava il suo bambino.

Invece il bambino era una seccatura per il padre che se ne disinteressava, e poi l'uomo morì. Erano ormai sposati da sette anni quando l'uomo fu ucciso da una cirrosi dovuta alle sue sbronze. La povera vedova non potè far altro che prendere in mano la situazione e mettersi alla guida dell’attività di famiglia. Fu così che scoprì che il morto, durante la malattia che l'aveva condotto alla tomba, aveva trascurato troppo i suoi affari.

Alla fine le risultarono molti debiti da pagare. Nella taverna molti uomini gli ronzavano intorno, ma lei era fredda e insensibile con tutti i suoi corteggiatori. Non voleva più avere a che fare con gli uomini: un marito le era stato sufficiente! Ora Tai Yin Nu voleva badare solo agli affari. Il suo fascino rendeva bene, e la cassa della taverna era sempre ben piena.

Gestire l'attività si rivelò impegnativo e lei si ritrovò molto indaffarata in tante cose. Impiegava tutte le sue energie nel lavoro e trascurava il resto, compreso suo figlio. La stanchezza la rendeva brusca e troppo distratta, quasi sbrigativa con il figlio che si sentiva trascurato dalla madre. Il bambino soffriva perché la vedeva troppo poco.

La bella vedova lavorava sodo per saldare i debiti. Lavorava senza nessun aiuto per risparmiare e saldare le cose più urgenti, perciò lasciava il figlio con sua madre. La madre l'aiutava perciò Tai Yin Nu saldò tutti i suoi conti ma, poco dopo, il figlio si ammalò. Furono chiamati i medici migliori della provincia ma nessuno sembrò capirci nulla mentre il piccolo si aggravava.

Il suo male sembrava misterioso, e l'infelice madre era disperata perciò andò dall'indovino per avere un consulto. L’indovino disse che il bambino non era posseduto da nessuno spirito malvagio, ma il suo male era grave e si rischiava l'esito più fatale. L’uomo usò l’oracolo dello Yi Jing e ne ricavò un responso che raccomandava di trovare un veloce rimedio e che si doveva fare molto presto.

La donna si dichiarò disposta a fare anche l'impossibile senza badare a spese. L’indovino, allora le consigliò di andare a consultare Tai Xuan Nu, la Dama dei Grandi Misteri. La grande maestra Immortale viveva sulla montagna insieme ai suoi discepoli perciò Tai Yin Nu chiuse la locanda, affidò il figlio alla madre e prese la via delle nuvole.

L’immortale la ricevette nel suo santuario scavato nella roccia, nel cuore della montagna, proprio nel salone dove preparava i suoi adepti alla rinascita spirituale. La Dama dei Grandi Misteri la fissò con i suoi occhi penetranti e poi le disse: ”Ti ho preparato l’intruglio di erbe che può fermare il male di tuo figlio. Ma il bimbo non guarirà finché la madre non avrà riconquistato l’armonia interiore.”

La invitò a restare qualche giorno con lei a parlare del Tao e avere dei consigli pratici su come coltivarlo. Quindi le offrì uno strano intruglio di piante per facilitare l’armonia e le donò una copia del "Trattato dei Cinque Gioielli". Passarono insieme alcuni giorni poi la bella vedova si congedò dalla grande Immortale che la incoraggiò a seguire i suoi insegnamenti. La Dama la invitò a tornare a trovarla per avere altre istruzioni.

Fu così che la nuova adepta del Tao recuperò la pace interiore e che suo figlio ritrovò la salute. Ma la donna aveva imparato bene quella lezione, infatti assunse una serva per farsi aiutare nella gestione della taverna. Dedicò una parte del suo tempo ai suoi studi, continuò a praticare gli esercizi taoisti e si impegnò a studiare il libro senza dimenticarsi di accudire anche suo figlio.

Le cose andavano molto bene. Lei ritornò molte volte da Tai Xuan Nu, la Dama dei Grandi Misteri e studiò sotto la sua guida. Approfondì la via finché la via diventò una sola cosa con lei. Ma un giorno, mentre si congedava dalla sua maestra, l'Immortale le disse: “Non è necessario che ritorni la prossima volta. Ormai le nostre strade si dividono qui. Presto io lascerò questo mondo e tu troverai un nuovo maestro.”

Due giorni dopo, uno strano personaggio entrò nella sua taverna. Le sue vesti erano vecchie e scolorite, ma i suoi tratti raffinati e la sua gestualità molto aggraziata tradivano la buona origine e la natura del letterato. L’uomo era restato seduto al tavolo, in silenzio completo mentre centellinava il liquore più pregiato della sua taverna.

Mentre sorseggiava il liquore prelibato, lo sconosciuto la occhieggiava di nascosto. Non smetteva di guardarla di nascosto, perciò l’affascinante padrona di casa si era accorta dello sguardo insistente. Ma anche lei era restata ammaliata dalla brillante luce nera degli occhi dello sconosciuto. Come mai quell'uomo sembrava così diverso? Forse era anche lui un adepto del Tao, ma lei come poteva scoprirlo?

La donna voleva conoscere l’identità del viaggiatore sconosciuto. E quando lui chiese di pagare il conto andò, di persona, al tavolo e gli chiese 5 monete di rame. Certamente quel prezzo era esagerato per un bicchiere di liquore seppure pregiato. Ma lo sconosciuto non protestò e restò imperturbabile. Trasse una borsa di pelle e mise 5 monete di rame sul tavolo e davanti a lei formò il diagramma dei Cinque Elementi.

La donna chiese se sapesse contare quelle monete. L’uomo sorrise e disse: “Ecco il nord, l’Acqua e fa uno, poi il sud, il Fuoco e fanno due. C'è l’est, il Legno e fanno tre, poi l’Ovest, il Metallo e fanno quattro. Infine il centro, la Terra e fanno cinque.” Allo strano conteggio, la bella taverniera aveva sorriso dicendo: “Sapete contare molto bene. Quale cammino seguite?”

Lui rispose: “Sono sulle tracce della Tigre Bianca. E voi?” Lei gli disse: “Sono alla ricerca del Dragone di Giada.” Lo sconosciuto sorrise mentre diceva: “Allora ci siamo finalmente trovati! Voi come vi chiamate?” Lei rispose: “Mi chiamo Tai Yin Nu, la Dama del Grande Yin. E voi?” Lo sconosciuto disse: “Io sono Tai Yang Zi, il Maestro del Grande Yang.”

Dopo quella bella presentazione entrambi risero insieme di molto gusto. Poi Tai Yin Nu lo invitò nella Camera delle meditazioni dove trovarono molte cose belle da dirsi. Seppero così di aver trovato reciprocamente il proprio maestro. Restarono sempre insieme e condivisero i più reconditi segreti della via, e si aiutarono reciprocamente nella loro ricerca.

Si dedicarono molto spesso al gioco dello Stelo di Giada e del Loto Rosso e praticarono la condensazione del Soffio del Dragone. I taoisti credono che due fornelli che si collegano uno all’altro attivano una trasmutazione alchemica che rende Immortali. Ma anche se non crediamo alle loro idee, dobbiamo credere che i due si amarono molto perché l’Amore non è forse il Tao dell’eterna giovinezza e della felicità?

Buona erranza
Sharatan

domenica 9 novembre 2014

Un segreto ineffabile



Per percorrere la Via, qualcuno si ritira sulla vetta della montagna più inaccessibile perché preferisce sfuggire la compagnia dei propri simili. Altri, invece, scelgono sentieri più rischiosi, perché si dice che i sentieri più difficili sono quelli più veloci per avanzare. Chi sceglie il sentiero più duro non rinuncia alla vita vissuta tra gli uomini. Egli non rinnega nulla di ciò che fa parte della vita mentre percorre il sentiero: questa era la pratica usata dagli antichi saggi.

Nei tempi antichi visse un adepto del Tao che decise di percorrere la via più difficile. Prese in moglie una donna sensibile e intelligente che decise di introdurre ai segreti della trasmutazione alchemica. La coppia di alchimisti iniziò a fare le loro ricerche sotto lo stesso tetto, ma la casa in cui vivevano era molto piccola. Lo stanzino che avevano adattato a laboratorio alchemico era tanto piccolo che non c’era spazio per lavorare in due, perciò decisero di lavorare a turno.

La cosa non era negativa perché la trasformazione del mercurio in oro, e la messa a punto della pillola dell’immortalità non sono collegate all’intensità del lavoro manuale. Lavorando in solitudine, entrambi avevano più tranquillità e godevano di un maggiore raccoglimento interiore. D’altro lato si scambiavano i risultati dei loro esperimenti e, dalle loro conversazioni, fu presto chiaro che la moglie aveva progredito molto e aveva superato il marito.

Il marito, nonché maestro, non la prese troppo bene. Invece di essere felice che la moglie avesse imparato così bene sotto la sua guida, l'uomo sentì un grande dispiacere. Uno strano malessere gli penetrò nell'anima e lo fece diventare sospettoso. Iniziò a pensare che la donna gli nascondeva qualcosa, e si mise in testa di scoprire il misterioso segreto. Iniziò a spiarla di nascosto. Di notte, quando la moglie era sola nel laboratorio, il marito si nascondeva nel bosco di bambù che cresceva davanti alle finestre dello stanzino, e non la perdeva d’occhio neppure un istante.

Una sera, mentre l'alchimista era appostato nel suo nascondiglio, vide che una gran luce brillava tra le mani della moglie. A quel punto non potè dominarsi uscì dal nascondiglio come una furia, e piombò in casa urlando: “Che bella ingrata che sei! Hai scoperto la formula dell’immortalità e vuoi tenerla tutta per te! Con tutto quello che ha fatto per te. E ora mi ripaghi con la moneta dell'ingratitudine. Il tuo comportamento è veramente ignobile!”

La donna gli rispose con voce dolce e sommessa: “Ti sbagli marito mio, non ti ho nascosto nulla e non ti ho mai mentito. Ti ho detto tutto quello che sapevo, ma la sola conoscenza della formula non è sufficiente per fare la trasmutazione. L’essenza dell’arte è permettere che il Vuoto faccia l’azione dentro di noi. È il Tao che decide se agire, ma se il tuo cuore non è puro non può fare nulla.”

Va saputo che non c’è peggior segreto di quello che non si vuol capire. Se un mistero non riesce a entrare in un orecchio, quel mistero è ancora più prezioso. Nel caso dell’alchimista, il fatto di non avere capito nulla di ciò che la moglie diceva, servì solo a far accrescere il suo rancore. L’invidia che sentiva per i successi della donna rinforzò la sua determinazione di scoprire il segreto che credeva gli fosse nascosto.

Provò a farla parlare con ogni mezzo. Provò con la dolcezza e con la persuasione, poi tentò anche con le minacce finché arrivò persino a picchiarla. Ma non ottenne nulla e ormai era divorato dalla gelosia. Allora andò a chiedere consiglio ad un amico che era un mago molto chiacchierato per l’uso spregiudicato di pratiche magiche oscure che l’avevano aiutato ad arricchirsi. Il mago gli suggerì di dare un potente veleno alla moglie, e di non darle l’antidoto, a meno che non gli avesse rivelato il segreto.

L’alchimista fece senza dubbio come gli aveva suggerito il mago, e offrì una bevanda avvelenata alla moglie, poi usò l’odioso ricatto che gli aveva suggerito. Ma la donna non reagì come credeva perché non si spaventò, e non implorò per aver salva la vita. Lei scoppiò a ridere e disse: “Mi dispiace per te, ma il giochetto non è riuscito, mio caro marito. Ho appena messo a punto la pillola dell’immortalità.

In realtà, ne avevo preparata una anche per te, perché speravo che il crogiolo del tuo cuore avesse trasformato il piombo del tuo rancore in sentimenti più nobili. Questo non è avvenuto, e tu sei caduto sempre più in basso. Non credo che sarebbe saggio che un uomo dal cuore oscuro come il tuo diventasse un immortale. Non voglio avere più nulla a che fare con un mago oscuro come te.”

Mentre la donna diceva queste parole, aveva aperto una piccola scatola, e aveva ingoiato una pastiglia di cinabro. L’uomo, quando la vide ingoiare la pillola, si era scagliato contro la moglie come una furia per afferrare la scatola. Ma la donna fu più veloce, saltò fuori dalla finestra e volò via inforcando il vento. Il marito le corse dietro, la inseguì per strada saltando e urlandogli contro come un ossesso. Ma lei era scomparsa dietro le nuvole arrossate dall’ultimo sole che tramontava.

L'alchimista vide che la moglie era scomparsa oltre le nuvole e non seppe contenere la rabbia, andò in escandescenze e diventò una furia. Allora alcuni passanti impietositi cercarono farlo ragionare, ma lui gli si avventò contro come un cane rabbioso. Non riuscirono a farlo ragionare in nessun modo. Anzi, diventò talmente incontrollabile e pericoloso che furono costretti a rinchiuderlo in un manicomio.

Buona erranza
Sharatan

sabato 12 luglio 2014

La pillola del risveglio



Il prefetto Dong non aveva compiuto 40 anni quando una febbre maligna lo portò alla morte in pochi giorni, e quella non fu che l’ultima disgrazia di tutte quelle che si erano accanite su di lui. La prima sventura fu la morte della moglie avvenuta durante il parto del primo figlio deceduto con la madre.

Il prefetto si era risposato con una giovane che si era rivelata un’amabile moglie, ma ora il matrimonio finiva prematuramente con la sua morte. La giovane vedova era inconsolabile, perché la morte del marito la colpiva in modo doppio. Non solo perdeva un uomo eccezionale ma anche un marito piacente, buono e virtuoso che la lasciava senza avere avuto un erede.

Per i cinesi di quei tempi non c’era disgrazia maggiore di morire senza lasciare degli eredi che coltivassero il culto degli antenati e mantenessero dei buoni rapporti con il Mondo dell’Aldilà. Per tutto il giorno e la notte la giovane vedova aveva vegliato sulla salma piangendo tutte le sue lacrime.

All’alba si era appisolata accanto al corpo del defunto, ma quando i primi raggi di sole penetrarono tra le imposte della finestra, il morto emise un gemito e poi il cadavere si mise a sedere. La donna si svegliò di soprassalto e vide che il morto la stava fissando, perciò urlò di terrore credendo di vedere la possessione del corpo da parte di uno spirito maligno.

Al frastuono e alle grida della vedova che avevano spezzato il silenzio del mattino accorse tutta la casata. Davanti agli occhi sbalorditi dei familiari e dei servi accorsi, il morto disse: “Ho tanta sete, datemi da bere!” L’uomo si sistemò meglio sui cuscini quando i servi gli portarono un the al ginseng.

Mentre stava sorseggiando la bevanda, il risorto chiese che si prendesse nota di quello che avrebbe detto, perché avrebbe raccontato uno strano sogno. Il prefetto raccontò che la notte passata, all’incirca verso la terza veglia, aveva sentito qualcuno che lo chiamava dall’esterno. Era uscito sulla veranda e aveva visto che le sentinelle giacevano addormentate, poi aveva visto un uomo in giardino.

Lo sconosciuto era vestito come un funzionario di rango elevato e stava accanto ad una carrozza bianca trainata da cavalli dal manto candido come la luce della luna. Il funzionario gli aveva detto che lo chiamavano per una convocazione ufficiale, perciò doveva andare subito con lui. Senza dargli neppure il tempo di mutarsi di abito, l’aveva afferrato per un braccio serrandolo con una stretta di ferro.

L’aveva fatto salire nella carrozza che era partita veloce come un fulmine. Avevano superato il portone aperto della prefettura e si erano lanciati a folle velocità nel buio della notte. Appena fuori, era sorta una nebbia lattiginosa che aveva coperto la vista del paesaggio fuori dal finestrino.

Avevano viaggiato a lungo, e quando la nebbia si era dissipata Dong aveva visto che la carrozza era arrivata ai piedi di un’alta muraglia color grigio ferro che cingeva una grande città. Quando erano arrivati davanti a un grande portone vide che era affiancato da due alte torri in cui vi erano infilate delle lance con teste mozzate e pelli umane scorticate che sventolavano come macabri vessilli.

Il portone si era aperto e fecero ingresso nella città che era disposta lungo grandi strade su cui si affacciavano molte abitazioni, templi, palazzi e uffici pubblici. Il carro si era fermato davanti ad un palazzo che sembrava un tribunale dove il prefetto dovette salire lungo uno scalone monumentale, sempre accompagnato dalla sua misteriosa guida.

Quindi fu accompagnato nel salone delle udienze dove c’era una lunga scrivania dietro alla quale sedevano tre giudici e uno scriba che prendeva nota delle udienze e leggeva i grandi registri. Un giudice disse rivolto all’impiegato: “Cancelliere, leggeteci il registro nero alla pagina del prefetto Dong funzionario dell’Impero di Mezzo!”

Il cancelliere iniziò a consultare un volume che sfogliò più volte, girando e rigirando le pagine, ma senza successo. Allora il giudice sbottò: “Allora cosa aspetti? Sbrigati che oggi siamo pieni di casi!” L’attesa divenne eccessiva perfino per la burocrazia e la pazienza celeste, perciò il magistrato divenne più nervoso: “Cancelliere, allora? Vuoi farti un sonnellino sulle pagine di quel registro?”

E mentre il giudice gridava faceva svolazzare nervosamente l’ampia manica della tunica contro il pover’uomo che rigirava le pagine senza trovare il nome del prefetto. Il giudice diventò amichevole: “Se non lo trovi, allora guarda nel registro dei Casi Controversi. Il tribunale è pieno di lavoro perciò la pratica sarà fuori posto!”

Il cancelliere consultò un libro rosso e disse: “Eccolo! L’ho trovato finalmente, Vostro Onore! Il Prefetto Dong è stato funzionario onesto e integerrimo dell’Impero di Mezzo. Uomo virtuoso, onesto, marito esemplare e personaggio notevole per compassione e gentilezza. È un caso raro di integrità morale nell’amministrazione del potere. Ha fatto sempre del bene come ha potuto e si è prodigato per aiutare senza discriminare nessuno e senza premettere il vantaggio personale. Muore prima di aver celebrato il 40° compleanno e senza lasciare eredi.”

Dopo la lettura della nota, i giudici parlarono tra loro poi il presidente disse in tono solenne: “Deve esserci un errore! Siamo davanti alla negligenza imperdonabile di un funzionario dello Stato Civile del Destino. È chiaro che c’è un’ingiustizia! Un uomo meritevole non può morire senza lasciare eredi, e per giunta nel fiore degli anni. Se non poniamo rimedio al caso si rischia di creare un precedente negativo per tutta l’umanità, perché si può dissuadere dal fare il bene. Abbiamo deciso di presentare una mozione a Sua Maestà Yan Luo, il Re degli Inferi. Intanto che attendiamo l’esito, si porti il prossimo caso!”

In quel mentre il prefetto pensò bene di chiedere qualche delucidazione alla sua guida: “Perdonatemi per la mia curiosità, ma adesso che succede? Da come capisco siamo nel tribunale infernale. Devo pensare di essere morto? E adesso cosa mi vogliono fare, voi credete che mi succederà qualcosa di male?”

Il messaggero gli mise una mano sul braccio e gli rispose: “State tranquillo, per voi va tutto al meglio. Siete un uomo fortunato. La vostra pratica è capitata nelle mani giuste. Siete davanti al migliore dei 24 tribunali infernali, perché questi sono giudici molto benevoli e onesti. Siete stato inserito nel registro rosso in cui sono messi gli uomini virtuosi che sono in condizioni irregolari rispetto al destino. Qui non servono le monete d’oro, gli incensi, le preghiere o le raccomandazioni, perché nulla influenza questi giudici. Avete le migliori speranze di tornarvene a casa.”

Mentre gli diceva questo, le guardie portarono un mandarino che vestiva con una veste di seta rossa e che ostentava i dischi di giada che attestavano il rango di alto funzionario. Il presidente del tribunale celeste ordinò allo scriba: “Cancelliere, illustrateci la pratica!”

Il cancelliere aprì il registro nero e lesse una nota: “Zhen Li, ministro della giustizia dell’Impero di Mezzo. Ha tramato per allontanare i suoi colleghi e per fare carriera. Ha approfittato della sua carica per arricchirsi e per aumentare il suo potere. È colpevole di corruzione, concussione, falsa testimonianza, diffamazione, atti di lussuria, rapimento, tortura e condanna a morte di innocenti. Morto nel suo letto senza mostrare il minimo rimorso.”

I giudici si consultarono e sentenziarono: “Avendo disonorato il sacro ufficio dei doveri assegnati dal Figlio del Cielo, il presente Zhen Li viene condannato a subire tutte le torture che ha inflitto agli altri. Sarà rinchiuso per 4 cicli terrestri nel 9° cerchio inferiore degli Inferi. In quel soggiorno potrà purificare i suoi 5 elementi, poi dovrà reincarnarsi sotto forma di cane poi come asino e infine in una famiglia povera!”

Il condannato protestò furiosamente e professò la sua innocenza affermando di essere vittima di un errore giudiziario. Poi urlò che aveva diritto di ricorrere in appello contro l’ingiusta condanna e arrivò a minacciare i giudici, perciò accorsero le guardie infernali e alcuni demoni con teste di porco, di cavallo e di rettile che immobilizzarono il forsennato perché si dibatteva come un ossesso. Quando lo ebbero legato e imbavagliato per bene, il giudice gli disse:

“Sappiate che ogni particolare della vostra vita è esatto. Vita, morte e miracoli di ogni vita sono scritti nei nostri registri. A noi non sfugge nulla di quello che fanno gli uomini. La lista delle azioni umane è minuziosamente verificata prima che si istruisca il processo della vita che si è conclusa. La nostra giustizia è implacabile ma è giusta, perché il merito viene premiato e il delitto è sempre punito. Ma, ora per rinfrescarvi la memoria e porre fine alle proteste che venga portato lo Specchio della Verità!”

Un addetto portò uno specchio in cui il condannato dovette rivedere gli orrori e gli odiosi crimini di cui si era reso colpevole. Poi, con un ampio svolazzo della sua manica il giudice fece portare via il condannato. In quel momento arrivò un messaggero con un plico che consegnò al giudice. Il magistrato aprì il messaggio, lo lesse e poi fece cenno al prefetto Dong di avvicinarsi per ascoltare la sentenza:

“Ricevo la risposta di Sua Maestà Yan Luo, il Re degli Inferi. Sua Maestà mi informa che ha mandato il vostro dossier al Celeste Imperatore in persona, e che la Sua Serenissima Grandezza nella sua Immensa Benevolenza e Saggezza ha deciso di rimandarvi indietro. Avete una proroga di vita di 2 cicli di 12 anni da vivere ancora nella presente incarnazione, e poi vi si concede anche una degna discendenza.” Dong concluse il racconto dicendo: “Dopo quelle parole sono svenuto e mi sono risvegliato nel mio letto con mia moglie che urlava!”

Dopo un anno dalla resurrezione, il prefetto ebbe la gioia di avere la nascita di un figlio che, a sentire l’indovino, aveva i segni di un alto destino. E, in omaggio allo strano sogno del padre, al bimbo fu messo il nome di Dono del Cielo. Il prefetto Dong fece di tutto perché quel figlio tanto desiderato fosse degno erede delle sue aspirazioni, perciò cercò di inculcargli i più alti e nobili principi. Ma il rampollo si mostrò allergico allo studio dei classici e poco amante della pratica delle virtù paterne.

Il giovane Dono del Cielo preferiva frequentare le taverne e gozzovigliare con i vagabondi. Invece di studiare si ubriacava insieme ai poeti libertini e ai giocatori da bisca. Aveva un carattere impulsivo e arrogante, perciò teneva testa ai rimproveri del padre che cercava di richiamarlo al dovere. Il genitore lottava ma poi cedeva, perché amava troppo quel figlio così lungamente atteso.

Con il dispiacere di tutta la famiglia, il ragazzo fu bocciato agli esami di letterato, perciò il dono del cielo si dimostrò essere, con il tempo, un dono avvelenato. Il prefetto restò vittima del suo buon cuore e fu troppo debole perciò non riuscì a fronteggiare le maldicenze dei colleghi invidiosi.

Quindi cadde in disgrazia, perse l’incarico prestigioso e fu trasferito in una remota provincia per svolgere un incarico più oscuro e meno remunerato. Il figlio finì per rovinarlo facendo ingenti debiti di gioco che il padre volle onorare perdendo così anche le ultime sostanze. E come era stato promesso, quando furono trascorsi 24 anni dalla misteriosa resurrezione, il prefetto passò a miglior vita.

Divenuto capofamiglia, Dono del Cielo pensò che fosse meglio correggere il suo tenore di vita. Ormai era troppo povero per riprendere gli studi perciò pensò che fosse meglio cercare un lavoro per mantenere la famiglia. Cercò e bussò a tutte le porte ma la sua cattiva fama era diffusa e nessuno gli diede un lavoro, neppure modesto.

Una notte vagava solitario e disperato quando incrociò un anziano eremita dai capelli bianchi. Il vecchio sembrava un taoista errante che camminava appoggiato ad un bastone tutto ritorto. Quando si incrociarono, lungo la strada, il vecchio lo fissò e poi lo chiamò per nome e gli disse:

“Io vi riconosco! Un tempo vostro padre, il prefetto Dong, mi salvò la vita. Io mi chiamo Tan Jinxuan e non l’ho dimenticato. Vedo che siete messo male, perciò andate nella capitale dello Shanxi e presentatevi a mio nome dalla famiglia Huang. Là vive una fanciulla chiamata Fiore di Giada. Io sono suo padre e so che vi è stata destinata e che vi porterà fortuna. Sarei onorato se divenisse vostra sposa.”

Dono del Cielo restò immobile per lo stupore. Quando si riscosse vide che lo sconosciuto era scomparso nel buio di un vicolo. Il giovane prese la strada che lo portava nella ricca famiglia degli Huang, i cui membri furono molto stupiti di sapere che il ragazzo aveva incontrato l’anziano Tan che si era ritirato sulla montagna sacra degli Immortali ormai da molto.

Non avevano più sue notizie da tanti anni che lo credevano morto, ma la descrizione che il ragazzo fornì era esatta. Dono del Cielo, per pudore, omise di rivelare la promessa di sposare Fiore di Giada. Passarono i mesi e, non volendo deludere i suoi ospiti, il ragazzo si applicava con scrupolo nell’assolvere ai suoi doveri. Si conquistò la stima generale tanto da farlo apparire come il perfetto marito della figlia maggiore che sembrava in età giusta per maritarsi.

La ragazza si chiamava Fenice e rispondeva perfettamente ai canoni di bellezza validi in quei tempi. Era un esempio di virtù e di bellezza, di grazia e di premura. Era dolce ma anche vivace e affettuosa, e poi si muoveva come un flessuoso salice. La sua pelle era bianca come una pesca vellutata, le sue labbra erano rosse e aveva piccoli denti candidi come perle. I suoi occhi erano neri e profondi come due perle nere rubate dal tesoro del re Drago dei Mari del Sud.

I due giovani sembravano avere attrazione reciproca e sembravano intendersi a meraviglia. I genitori aveva fatto degli accenni velati su un parere favorevole, perciò c’era stata più di un'allusione velata alla loro possibile unione. Dono del Cielo faceva gli orecchi da mercante perché si sentiva obbligato alla promessa fatta al suo benefattore, cioè di sposare Fiore di Giada.

La cosa procedeva così, finché si arrivò alla cena di una sera in cui il discorso cadde apertamente sul matrimonio. A quella cena era presente tutta la casata degli Huang perciò Dono del Cielo si trovò incastrato, e fu costretto a svelare il suo segreto. Alla rivelazione scoppiò una risata generale, e poi la bella Fenice spiegò: “Scusaci tanto Dono del Cielo se ridiamo così, ma la cosa è troppo curiosa. Devi sapere che il mio vero nome è Fiore di Giada e che io sono la figlia di Tan Jinxuan. Dopo la morte di mia madre, mio padre era diventato troppo povero per allevarmi e mi fece adottare da suo cugino Huang che mi ha cambiato nome per allontanare la sventura che sembrava accanirsi sulla mia famiglia. Come vedi il nostro matrimonio è veramente predestinato!”

E il matrimonio avvenne in pompa magna per accrescere la felicità di tutti. L’unione con Fiore di Giada segnò la svolta positiva per Dono del Cielo a cui la nuova posizione economica permise di riprendere gli studi. Il risultato fu che venne sempre promosso con ottimi voti, perciò si classificò primo dei diplomati della provincia.

Questo successo gli permise di andare nella capitale per tentare il concorso da mandarino che superò con le congratulazioni di tutta la commissione. Ebbe un parere così encomiabile che fece carriera fino a essere notato dal Figlio del Cielo che gli affidò il ministero della Giustizia. Ma la sua carriera era avanzata in modo tanto veloce che lui fu travolto dall’ebbrezza del potere.

La posizione che aveva conquistato rinvigorì la sua presunzione e gli ridestò l’antica arroganza. Una volta che ebbe ritrovato l'orgoglio e la prepotenza passate volle vendicarsi di chi aveva rovinato il padre. Perseguitò chi lo avevano perseguitato, li rovinò a sua volta e li fece destituire, esiliare o condannare a pene capitali.

Molti di quelli che lui rovinò, si suicidarono. Le persecuzioni gli fecero nascere il timore di restar vittima di complotti o cospirazioni. Voleva la carica di Primo Ministro perciò si mise a complottare arruolando una squadra di spie che si infiltrò in tutti gli ambienti tenendolo informato sui segreti di tutti.

E senza esitazione, usò ricatti e manipolazioni di ogni tipo finché il giovane ministro si trasformò in un’abile volpe della politica. La sua influenza si estese al punto che entrò nelle simpatie dell’Imperatrice e del gineceo imperiale. Più si sentiva vicino alla carica che voleva più fingeva disinteresse, perché sfruttava l’arma della retorica mandarina di dissimulare sempre i propri obiettivi.

E venne il giorno in cui un mendicante si presentò alla porta del suo palazzo e chiese una udienza, ma le guardie lo volevano cacciare. Però quello, mentre era scacciato vide che Dono del Cielo usciva in cortile e stava per salire in carrozza. Lo chiamò urlando: “Ehi, Dono del Cielo! Guardami, sono io, sono il tuo vecchio amico! Ti voglio parlare e questi sbirri mi vogliono cacciare!” Il ministro si girò per guardare chi fosse quello che aveva gridato e vide un misero accattone, perciò fece un gesto infastidito per cacciarlo.

Ma il mendicante urlò ancora più forte: “Sei diventato troppo famoso vero? Il figlio di Dong non ha tempo per parlare con un vecchio amico. Cosa fai, ora ti puoi permettere di disprezzare le vecchie conoscenze, e solo perché sei famoso? Mi fa male vedere come la nostra vecchia amicizia sia rinnegata. Vostra Eccellenza è diventata un ministro con la veste rossa e la cintura di giada! Ti ricordavo più modesto quando si beveva e si rideva insieme!”

Il ministro credeva di avere incontrato un compagno di bisbocce di cui non si ricordava, ma quel passato non era molto adatto da riportare in vita nella sua attuale posizione perché non voleva scandali. Allora decise che era meglio lasciar passare il seccatore e cercare di liquidarlo senza fare troppo rumore. Credeva di poterlo liquidare con qualche moneta d’oro senza far sapere gli affari suoi a tutti.

Quando lo vide meglio, Dono del Cielo vide un uomo strano che usava un ramo ritorto come bastone. Il suo viso era incorniciato da una barbetta sale e pepe e dal ciuffo di una capigliatura tutta impolverata che era coperta da un rozzo berretto che teneva inclinato verso una tempia. Il suo vestito era logoro e polveroso, perciò Dono del Cielo pensò che fosse un povero diavolo caduto in miseria.

Lo sconosciuto gli rivolse un sorriso complice e poi disse: “Vedo che l’oblio è un nettare per questo mondo così mutevole. Eccoti incastrato in una situazione molto incresciosa. Non c’è che dire, non te la passi bene. E no, proprio per nulla! Hai proprio preso un pessimo andazzo che rischia di portarti fuori strada.

Puoi ringraziare il tuo vecchio amico che è accorso in tuo aiuto. Io ho ritrovato la strada, anche se ho impiegato due terzi del tempo che ho vissuto. Ma non restiamo qui dove ci possono vedere.” Lo strano mendicante si guardò intorno e poi lo trascinò in un angolo della veranda dove riprese a parlare:

“Ecco qui siamo al sicuro da occhi e orecchie indiscrete! Travestito così sono irriconoscibile, ma lo sai il rischio che sto correndo in nome della nostra vecchia amicizia? Per te sto infrangendo un divieto celeste, perché in linea di diritto, non dovrei aiutarti. Ma io non vedo l’ora che ti risvegli alla vera Realtà e che tiri fuori la testa dalla melma delle illusioni e compia la tua missione. Adesso rischi di dover vivere molte vite per salvarti, e ci vorrà troppo tempo prima che torniamo a gozzovigliare al Banchetto degli Immortali. Senza di te rischierei di annoiarmi troppo, perciò eccomi qui!”

Il ministro guardava lo stravagante personaggio con molta compassione per via di quella follia generosa e affettuosa. Il timore dello scandalo lo frenava dal farlo scacciare in malo modo. Poi vide che il mendicante estraeva una scatoletta da cui prese una pillola rossa e continuò: “Ecco guarda, l’ho fabbricata nel mio forno alchemico, apposta per te! È una Pillola del Risveglio, fatta con cinabro purissimo. Non devi fare altro che prenderla e l’occhio del tuo Spirito si aprirà. Forza, mandala giù!”

Dono del Cielo guardò le sue dita sporche e poi farfugliò un cortese rifiuto. L’uomo gli disse: “Ma quanto sei scemo! Il tuo Spirito è così ottenebrato da rifiutare il consiglio di un vecchio amico?" Il ministro aprì allora le sue labbra disgustate come se volesse dire qualcosa, e il mendicante ne approfittò per lanciargli in bocca la pasticca.

La pillola gli si sciolse subito in bocca, e Dono del Cielo sentì un fuoco liquido che scendeva in tutto il corpo. Sembrava che un magma incandescente gli scorresse nelle sue vene, finché venne l’esplosione! Poi tutte le cose furono diverse. Tutto diventò così chiaro e luminoso che lui si ricordò chi era veramente e quello che doveva fare su questa terra.

Riconobbe il suo vecchio amico e insieme scoppiarono in una bella risata mentre si abbracciavano felici. Avevano le lacrime agli occhi per la gioia di essersi ritrovati, poi il ministro invitò l’amico a cena in casa sua e trascorsero la notte a ricordare i bei tempi in cui vivevano nel Palazzo di Giada che è il più gradevole soggiorno dei Beati.

I frutti della terra sono dolci ma non possono eguagliare l’ambrosia contenuta nelle Pesche dell’immortalità. Dono del Cielo e il suo amico erano stati due giovani Immortali addetti al servizio dell’Imperatore Celeste. Il primo come ciambellano di corte e il suo amico come coppiere. Insieme si erano ubriacati e avevano riso e corteggiato tutte le dame celesti superando i limiti della convenienza.

Avevano folleggiato senza posa tra le Dame dell’Imperatrice di Giada, finché il loro servizio divino ne aveva risentito. L’Imperatore, indignato, li aveva esiliati e condannati a incarnarsi nel mondo per compiere una sacra missione, e non sarebbero potuti ritornare senza avere assolto a quel compito.

La missione del ciambellano ora ministro era quella di aiutare il Figlio del Cielo a restaurare l’amore della virtù e della giustizia nel Paese di Mezzo. La missione del suo amico era quella di dover accompagnare al risveglio e alla fusione nel Tao tre dozzine di mortali. Lui aveva concluso la sua missione, ma prima di partire aveva visto dov'era il suo amico.

Aveva visto che l'amico era rimasto intossicato dalle emozioni umane e che quei veleni lo stavano lentamente sommergendo. Se continuava in quel modo rischiava di errare a vuoto per molte vite. Per questo aveva deciso di aiutarlo prima di tornare nella corte celeste. In effetti, dopo la visita dello strano mendicante, Dono del Cielo rinunciò alle sue trame e fece carriera in modo onesto.

Diventò il Primo Ministro e il primo consigliere dell’Imperatore di Mezzo onorando la memoria del padre. Perseguitò i favoritismi e la corruzione, risollevò l’amministrazione statale e la consolidò con il cemento della giustizia, dell’equità e dell’integrità. Per molti decenni il Paese di Mezzo fu un santuario di pace, giustizia e prosperità.

Furono favoriti i poeti, i pittori e gli artisti, perciò Dono del Cielo trasformò in realtà la promessa del suo nome. Il ciambellano riebbe l'amico, e siccome l’avventura terrestre gli aveva dato quella briciola di saggezza che gli mancava, riuscì a fare carriera. Secondo certi medium, sembra che ora sia primo ministro e che viva con Fiore di Giada nella loro casa stellare sulla riva del Fiume d’Argento che è il nome cinese della Via Lattea.

Buona erranza
Sharatan