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giovedì 14 febbraio 2019

Le tre dimensioni dell’amore



“…l’amore è una sorta di affinità
con l’essere più intimo dell’altro.”
(Osho)

Nella normale condizione mentale dell’uomo, l’amore è praticamente impossibile. È possibile solo quando si è raggiunto l’essere, non prima. Prima di quel momento si tratta sempre di qualcos’altro. Noi continuiamo a chiamarlo amore, ma qualche volta è stupido definirlo tale.

Una persona si innamora di una donna perché gli piace il modo in cui cammina, in cui dice:«Ciao», la sua voce, i suoi occhi … la gente si innamora di cose così trascurabili! L’aspetto, gli occhi… queste non sono cose essenziali. Infatti, quando vivi con una persona, non stai vivendo con una porzione del corpo, con le sopracciglia o con il colore dei capelli.

Quando vivi con una persona, quest’ultima è un fenomeno immenso e sconfinato… è praticamente indefinibile, e queste piccole cose superficiali, prima o poi perdono di significato; ma poi improvvisamente si resta sorpresi: cosa fare?

Ogni storia d’amore comincia in modo romantico. Ma dopo la luna di miele è tutto finito, perché non si può vivere sempre in una favola. Bisogna affrontare la realtà, e quest’ultima è completamente diversa. Quando vedi una persona non vedi la sua totalità, ma solo la superficie. È come se ti fossi innamorato di un’auto per il suo colore.

Non hai nemmeno guardato nel cofano, oppure qualcosa potrebbe non funzione. In ultima analisi, il colore non serve a nulla. Quando due persone si mettono insieme, le loro realtà interiori si urtano e le cose esteriori perdono di significato. A che servono le sopracciglia, i capelli e la pettinatura?

Cominci a dimenticarlo. Non ti attraggono più, perché li hai a portata di mano. E più conosci la persona più ti spaventi, perché ti rendi conto della sua follia, e lei a sua volta impara a conoscere la tua. Entrambi vi sentite ingannati e vi arrabbiate; cominciate a vendicarvi, a prendervi delle rivincite sull’altro, come se vi avesse raggirato o imbrogliato.

Nessuno sta ingannando nessuno, anche se tutti vengono ingannati. Questa è una delle cose più importanti da comprendere: quando ami una persona, l’ami perché non è disponibile: se quella persona diventa disponibile, come può sopravvivere l’amore?

Fai la corte ad una donna e la donna si tira indietro, scappa da te. Tu la brami sempre di più e la tua corte si fa più insistente. Quindi, prima l’uomo insegue la donna e la donna cerca di scappare. Una volta che l’uomo ha afferrato la donna, immediatamente la corrente si inverte…

Il problema sta nel fatto che erano attratti l’uno dall’altra perché non si conoscevano. L’ignoto, il non familiare era l’attrazione. Adesso si conoscono bene… sono annoiati e la favola è finita. Questo è il momento in cui bisogna capire se si trattava di amore oppure no. Ma non bisogna ingannare se stessi, bisogna essere chiari.

Se era amore, o se anche solo un frammento di quella relazione era amore, queste cose passeranno. In questo caso si dovrebbe capire che queste sono cose naturali; non c’è nulla per cui arrabbiarsi. E tu ami ancora l’altra persona; anche se la conosci, continui ad amarla.

In realtà, se c’è amore, l’ami di più perché sai. Se c’è amore, l’unione sopravvive; se non c’è scompare. Entrambi le situazioni vanno bene. Per una mente ordinaria ciò che io chiamo amore è impossibile. Accade solo quando hai un essere molto integro.

Non è una favola, non ha nulla a che vedere con simili stupidaggini.Va direttamente alla persona e guarda dentro l’anima. In quel caso, l’amore è una sorta di affinità con l’essere più intimo dell’altro… il che è qualcosa di totalmente diverso.

Tutte le storie d’amore potrebbero - dovrebbero - svilupparsi in questo modo, ma su cento storie d’amore, novantanove non arrivano mai a questo punto. I problemi e le difficoltà sono così grandi da distruggere ogni cosa.

È necessario restare all’erta e consapevoli. Se il tuo amore consiste solo in queste stupidaggini, scomparirà. Non vale la pena preoccuparsene. Ma se è autentico, sopravvivrà a tutte le difficoltà. Quindi osserva, semplicemente…

Il punto non è l’amore; il punto è la tua consapevolezza. Questa potrebbe essere una situazione grazie alla quale la tua consapevolezza aumenterà e diventerai più attento a te stesso. Forse questo amore scomparirà, ma quello successivo andrà meglio; sceglierai con una consapevolezza migliore.

Oppure questo amore, con una consapevolezza migliore, cambierà qualità. Quindi, qualsiasi cosa accada, si dovrebbe restare aperti. L’amore ha tre dimensioni. Una è quella animale: non è altro che lussuria, un fenomeno fisico.

L’altra è quella umana: è più elevata della lussuria, della sessualità, della sensualità. Non è un semplice uso dell’altro come mezzo.La prima è solo uno sfruttamento: l’altro viene usato come mezzo. Nella seconda l’altro non viene usato come uno strumento, ma è uguale a te.

L’altro è fine a se stesso come te, e l’amore non è uno sfruttamento, bensì una reciproca condivisione del vostro essere, della vostra gioia, della vostra musica, della vostra pura poesia della vita. È qualcosa di mutuo e reciproco.

La prima dimensione è possessiva, la seconda non possessiva. La prima crea una schiavitù, la seconda dona libertà. E la terza dimensione dell’amore è religiosa, divina: accade quando non c’è un oggetto d’amore, quando l’amore non è affatto una relazione ma diventa uno stato del tuo essere.

Sei semplicemente in amore, ma non verso qualcuno in particolare. Sei in uno stato d’amore, per cui qualunque cosa fai, la fai con amore; chiunque incontri, lo incontri con amore. La prima dimensione usa l’altro come un mezzo; nella seconda l’altro non è più uno strumento; la terza va al di là di entrambe: è la trascendenza di ogni dualità.

Non esiste né il soggetto, né l’oggetto d’amore, ma solo l’amore in sé. Questo è lo stato finale dell’amore, lo scopo che dobbiamo realizzare in vita. La maggior parte delle persone resta confinata alla prima dimensione.

Solo pochissimi accedono alla seconda, e ancora più raro è il fenomeno che io definisco della terza dimensione. Soltanto un Buddha e un Gesù.. ci sono pochissime persone che hanno conosciuto la terza dimensione dell’amore; è possibile contarle sulle dita della mano.

Ma se tieni gli occhi fissi sulla stella più lontana, può succedere. E quando succede, sei appagato. A quel punto nella tua vita non manca nulla, e in quell’appagamento c’è una gioia eterna. Nemmeno la morte può distruggerla. (Osho, Con te e senza di te, Mondadori)

martedì 9 ottobre 2018

L’idolo



Un eremita sostava in un tempio in una notte fredda e buia. Per scaldarsi un po’ aveva bruciato un idolo di legno. Vedendo la fiamma nel tempio, un sacerdote del tempio si era svegliato. Alla vista dell’immagine che bruciava era ammutolito. Sconvolto dall’ira, non riusciva a dire nulla. Era un’atrocità impensabile. Notò che l’eremita si era messo a cercare qualcosa tra le ceneri.

Il sacerdote gli chiese:«Cosa cerchi, adesso?». L’eremita rispose:«Cerco le ossa del corpo di Dio.». Agli occhi del prete fu chiara la pazzia dell’eremita. Gli disse:«Folle, come ci possono essere ossa in un’immagine di legno?». Allora l’eremita disse:«Per favore portami un altro idolo. La notte è gelida ed è ancora lunga.»

Quando penso a questa storia, mi rendo conto che quell’eremita non potevo che essere io. Vorrei che fossimo liberi dagli idoli, sì da poter avere la visione dell’anima incorporea. Colui che resta nella forma non può raggiungere ciò che è senza forma. Come può una persona che non è abituata alle forme saltare nell’oceano di ciò che è senza forma? Può una persona impegnata ad adorare un altro, rivolgersi verso se stessa?

Offri il tuo corpo. Disperdi le nuvole delle forme, che tendono a raccogliersi, per poter conoscere il cielo senza forma. Allontana le forme così che la barca possa raggiungere l’oceano dove non ci sono forme. Colui che stacca la sua barca dalle sponde del finito, di certo raggiunge l’infinità e diventa l’infinito. (Bhagwan Shree Rajneesh, Semi di saggezza, SugarCo)

giovedì 30 marzo 2017

Fusione e dissolvenza



“Metti radici nella terra
così potrai ergerti alto nel cielo;
metti radici nel mondo visibile
così da poter raggiungere l'invisibile.”
(Osho)

“Una delle cose fondamentali, che non solo tu, ma tutti devono ricordare è questa: qualsiasi cosa tu incontri nel tuo viaggio interiore, tu non sei quella cosa. Tu sei colui che ne è testimone: può essere il nulla, può essere la beatitudine, può essere il silenzio. Ma una cosa va ricordata: per quanto bello e ammaliante possa essere ciò che incontri, tu non sei quell'esperienza.

Tu sei colui che sperimenta, e se prosegui senza fermarti mai, il culmine del tuo viaggio sarà il punto in cui non ci sarà esperienza alcuna: né il silenzio, né la beatitudine, né il nulla. Non esiste nulla in quanto oggetto di fronte a te, solo la tua soggettività. Lo specchio è vuoto. Non riflette più nulla. Sei tu.

Perfino i più grandi viaggiatori del mondo interiore sono rimasti intrappolati in esperienze meravigliose, e si sono identificati con esse pensando: "Ho trovato me stesso". Si sono fermati prima di arrivare allo stadio finale, là dove ogni esperienza scompare. L'illuminazione non è un'esperienza. È uno stato dell'essere in cui tu sei lasciato assolutamente solo, senza nulla da conoscere.

Nessun oggetto, per quanto bello, è presente. Solo in quel momento la tua consapevolezza, non più impedita da alcun oggetto, opera una svolta e torna alla fonte. Diventa un'auto-realizzazione. Diventa illuminazione. 

Devo ricordarvi qualcosa sulla parola "oggetto". Ogni oggetto presuppone un ostacolo. Il significato della parola stessa è: ciò che ostruisce, che si para davanti. Quindi, l'oggetto può essere altro da te, nel mondo materiale; oppure dentro di te, nel tuo mondo psicologico. Vi possono essere oggetti nel cuore, nei sentimenti, nelle emozioni, nelle sensazioni, negli stati d'animo. E gli oggetti possono esistere per sino nella sfera spirituale.

E sono così estatici da renderti inconcepibile la possibilità che esista qualcos'altro. Molti mistici si sono arrestati di fronte all'estasi. È una dimensione splendida, offre un panorama magnifico, ma non si è arrivati a casa. Quando arrivi al punto in cui ogni esperienza è assente, in cui non esiste più oggetto alcuno, allora la consapevolezza, libera da ostacoli, si muove in un cerchio - nell'esistenza tutto si muove in circolo, se non ha impedimenti - essa proviene dalla stessa fonte del tuo essere, e si muove.

Non trovando ostacolo alcuno - nessuna esperienza, nessun oggetto - torna indietro. E il soggetto in quanto tale diventa l'oggetto. È ciò che Krishnamurti ha continuato a dire per tutta la vita: quando l'osservatore diventa la cosa osservata, sappi che sei arrivato. Prima di allora, esistono mille cose lungo il sentiero. Il corpo ti dà le sue esperienze, divenute note come le esperienze dei centri della kundalini; i sette centri diventano i sette fiori di loto.

Ognuno è più grande dell'altro ed è più elevato del precedente, e quella fragranza inebria. La mente ti fornisce uno spazio immenso, sconfinato, infinito. Ma ricorda la massima fondamentale: ancora la casa non è giunta. Goditi il viaggio e tutti i panorami che esso ti porta a conoscere: gli alberi, le montagne, i fiori, i fiumi, il sole e la luna e le stelle, ma non fermarti da nessuna parte, se non quando la tua stessa soggettività è divenuta l'oggetto di se stessa.

Quando l'osservatore è la cosa osservata, quando colui che conosce è la cosa conosciuta, quando colui che vede è la cosa vista, è giunto a casa. Questa casa è il tempio reale che noi abbiamo cercato per vite intere, ma da cui siamo sempre vissuti lontani, accontentandoci di esperienze meravigliose.

Un ricercatore coraggioso deve abbandonare tutte quelle esperienze meravigliose dietro di sé e continuare a camminare. Quando tutte le esperienze vengono esaurite e resta solo il proprio sé nella sua solitudine... non si ha estasi più grande. Nulla è più beato, nessuna verità è più vera. Allora entri in ciò che chiamo essenza divina, diventi una divinità...

Tu dormi, ed è ora di svegliarsi. Tutte queste esperienze riguardano una mente addormentata. Una mente risvegliata non ha esperienza alcuna. L'osservatore e la cosa osservata sono due aspetti dell'essere testimone. Quando essi scompaiono l'uno nell'altro, quando si fondono l'uno nell'altro, quando diventano una cosa sola, per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità.

Ma in molti nasce un interrogativo, in quanto essi pensano che il testimone sia colui che osserva. Nelle loro menti, l'osservatore e il testimone sono sinonimi. È un falso: l'osservatore non è il testimone, ma solo una parte. E quando la parte si considera il tutto, nasce l'errore.

L'osservatore indica la parte soggettiva, e la cosa osservata quella oggettiva: osservatore è ciò che è esterno alla cosa osservata, e questa indica ciò che è all'interno. L'esterno e l'interno non possono essere separati: sono uniti, possono solo esistere in quanto unità. Quando questa unità, o meglio questa unione, viene sperimentata, sorge il testimone. 

Non si può coltivare il testimone. In questo caso non si farà che coltivare l'osservatore, e questi non è il testimone. Che fare, dunque? Ci si deve fondere, ci si deve dissolvere. Mentre guardi una rosa, dimentica completamente che esiste un oggetto visto e un soggetto che guarda. Lascia che la bellezza del momento, la benedizione del momento, travolgano entrambe le cose, così la rosa e tu non siete più separati; diventate i un solo ritmo, un canto, un'unica estasi.

Quando ami, quando esperimenti la musica, quando osservi un tramonto, lascia che questo si ripeta. Più si ripete, meglio è, poiché non si tratta di un'arte ma di un trucco. Devi solo capirlo, e quando lo hai capito lo puoi mettere in atto ovunque, in qualsiasi momento. Quando sorge il testimone, non esiste nessuno che fa il testimone e non esiste una cosa di cui si ha testimonianza.

È uno specchio limpido, che non rispecchia nulla. Perfino dire che si tratta di uno specchio, non è giusto; sarebbe meglio dire che si tratta di un rispecchiare. È meglio dire che si tratta di un processo dinamico di fusione e dissolvenza; non è un fenomeno statico, è un flusso. La rosa ti raggiunge e tu entri in lei: è una condivisione dell'essere.

Non pensare che il testimone sia colui che osserva: non lo è. L'osservazione può essere praticata, l'essere testimone accade. L'osservazione è una sorta di concentrazione, e l'osservare ti mantiene separato. L'osservatore darà risalto al suo ego, lo rafforzerà. Più diventi un osservatore, più ti senti simile a un'isola, separato, distaccato, distante.

Nel corso dei secoli, i monaci di tutto il mondo hanno praticato l'esercizio dell'osservazione. Possono anche averlo chiamato il testimone, ma non lo è. Il testimone è qualcosa di totalmente diverso, di qualitativamente diverso. Si può praticare l'osservazione, la si può coltivare; la si può migliorare con l'esercizio. Gli scienziati osservano, i mistici sono testimoni.

La scienza si basa sull'osservazione: è un'osservazione estremamente penetrante, affilata, acuta, nulla deve sfuggirle. Tuttavia, lo scienziato non arriva a conoscere Dio. Sebbene la sua osservazione sia estremamente abile, rimane inconsapevole di Dio.

Non lo incontra mai; al contrario, arriva a negarne l'esistenza, poiché più osserva - e la scienza si fonda interamente sull'osservazione - più diventa separata dall'esistenza stessa. Ogni collegamento si spezza e sorgono mura; lo scienziato resta prigioniero del proprio ego. Il mistico testimonia. Ma ricorda: si tratta di un evento, è una conseguenza.

Una conseguenza dell'essere totale in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione, in qualsiasi esperienza. La totalità è la chiave: dalla totalità sorge la benedizione della testimonianza. Dimentica l'osservazione: non farà che darti informazioni più accurate sul soggetto osservato, ma ti lascerà completamente ignaro della tua consapevolezza.” (Osho, La meditazione prima e ultima libertà, Ed. Mediterranee)

martedì 7 febbraio 2017

Eppure… eppure…



“Osserva il mondo in un altro modo.
Cambia il tuo modo di guardare le cose.”
(Dogpa Rimpoche)

“Leggendo la vita di un grande poeta giapponese, Issa, sappiamo che ha sofferto. Issa deve essere stato un uomo estremamente sensibile: era un grande poeta, è stato uno dei più grandi poeti di haiku. Quando aveva solo trent’anni aveva già perso i suoi cinque figli… cinque figli gli erano morti quando aveva solo trent’anni – praticamente aveva perso un figlio all’anno. Alla fine gli morì la moglie e lui quasi impazzì completamente - era angosciato, sofferente.

Andò da un Maestro zen. Il Maestro zen gli chiese: «Qual è il problema?» Issa disse: «I miei cinque figli sono morti e ora mi è morta la moglie. Perché esiste tanta sofferenza? Non riesco a capirne il motivo. Come si spiega? Non ho fatto nulla di male a nessuno, ho vissuto del tutto innocentemente. Di fatto ho vissuto esternamente distaccato. Non ho molte relazioni con le persone - sono un poeta, ho vissuto nel mio mondo. Non ho fatto nulla di male a nessuno.

Ho vissuto una vita molto povera, ma ero felice. Ora, all’improvviso, i miei cinque figli se ne sono andati, e anche mia moglie se n’è andata. Perché esiste tanta sofferenza, e senza ragione? Deve esserci una spiegazione.» Il Maestro zen gli disse: «La vita è del tutto simile a una goccia di rugiada al mattino. È nella natura delle cose che accada la morte. Non c’è alcuna spiegazione, è la natura della vita.

Non è necessario dare alcuna ragione speciale. La natura della vita è simile a una goccia di rugiada: è appesa per un attimo a un filo d’erba; una leggera brezza e se ne è andata; il sole sorge ed essa evapora. Quella è la natura della vita. Ricordalo!» Issa era un uomo di profonda intelligenza. Lo comprese. Tornò a casa e scrisse un haiku. Nell’haiku dice:

La vita, una goccia di rugiada?
Certo, lo capisco.
La vita è una goccia di rugiada.
Eppure… eppure…

In quel «Eppure… eppure…», dice qualcosa di immensamente umano. «La vita è una goccia di rugiada - lo capisco. Eppure…» La moglie se n’è andata, i bambini se ne sono andati e gli occhi sono colmi di lacrime: «Eppure… eppure…» «Certo, la vita è una goccia di rugiada, ma...» e quel “ma” è grandioso. Solo coloro che hanno sofferto possono comprendere che la vita è una goccia di rugiada, ma anche allora «Eppure… eppure…» rimane.

Anche quando comprendi, la comprensione è difficile. E che dire a coloro che non hanno sofferto? Essi vivono una vita superficiale. La felicità è sempre superficiale. Solo la tristezza ha profondità. La vita è superficiale; in sé non ha nessuna profondità; solo la morte ha profondità. La vita è estremamente comune: mangiare, guadagnare, amare - è del tutto ordinaria.

La sofferenza ha una profondità: ti risveglia, ti sconvolge e ti fa uscire dal tuo sonno. Certo, solo coloro che hanno sofferto comprenderanno ciò che sto dicendo: «Eppure… eppure…» - perfino loro potrebbero non comprendere. Ma le cose stanno così, così è la vita. Se ci si scoraggia per questo e si pensa di non chiamare, di non dire nulla…

Quando Buddha si illuminò, restò in silenzio per sette giorni. Pensò: «Chi mi ascolterà?» Pensò: «Cosa dirò? Chi capirà?» Pensò: «Le cose che mi sono accadute - se qualcuno me ne avesse parlato quando non mi erano successe, neppure io le avrei comprese. Pertanto, chi mi capirà, a chi interesserà?» Per sette giorni rimase seduto, sedette e sedette sotto l’albero del bhodi.

La tradizione dice che i deva nel cielo si preoccuparono profondamente: «Perché se ne sta tranquillo? Solo ogni migliaio di anni qualcuno si illumina. Perché non chiama le genti?» Allora vennero e si inchinarono ai piedi di Buddha e dissero: «Dovresti dire qualcosa. Ti sei realizzato, devi condividere la tua chiamata. La parola deve diffondersi tra la gente. Perché te ne stai tranquillo?

Abbiamo aspettato e aspettato... sette giorni sono sembrati sette secoli. Cosa stai facendo? Non sprecare tempo. Sarai qui solo per un breve lasso di tempo e poi scomparirai per sempre, e in eterno. Prima di scomparire, lancia la tua chiamata.» Buddha disse: «Chi mi ascolterà? Chi comprenderà?» ma quei deva erano molto astuti, ed è un bene che lo fossero. Discussero, lo persuasero. Dissero: «Certo, hai ragione.

È raro, è molto rara la possibilità che qualcuno ascolti, e ancora più rara la possibilità che qualcuno comprenda. Ma esiste la possibilità. Chiamane un migliaio: cento ascolteranno, novanta non capiranno; dieci si metteranno in cammino, nove si perderanno per strada. In un luogo o in un altro penseranno di essersi realizzati, si siederanno sul ciglio e penseranno di essere arrivati a casa. Solo uno arriverà, ma uno è più che sufficiente.» Buddha comprese e iniziò a predicare.” (Osho)

domenica 5 febbraio 2017

Sii semplicemente te stesso



“Ricorda: non dovresti lasciare questa Terra
senza averla resa un po' più bella,
un po' più dolce, un po' più amorevole.
Secondo me, questa è la sola forza, il solo potere.”
(Osho)

“Il Tao dice: nascondi ciò che è bello in te, non mostrarlo, nascondi ciò che in te è autentico e prezioso, perché quando la verità viene nascosta nel cuore, cresce, simile a un seme piantato in terra. Non esporlo. Se lo getti sulla via, affinché tutti lo vedano, morirà, e morirà per niente. Morirà e basta, non ci sarà alcuna rinascita.

Tratta ciò che è bello, buono e vero come faresti con un seme. Mettilo nella terra, in un posto nascosto del tuo cuore, non esporlo. Invece tutti fanno esattamente l’opposto: se c’è qualcosa di sbagliato, lo nascondi, non vuoi che gli altri ne vengano a conoscenza. Se hai qualcosa di brutto, lo nascondi e se hai qualcosa di bello, anche se poi non lo è, cerchi di pubblicizzarlo, lo esageri, lo esponi.

E lì sta il dramma, perché il brutto cresce e il bello si perde. Il falso cresce, diventa un seme, e il vero viene buttato via. Ciò che è prezioso viene buttato e la spazzatura cresce; tu diventi un terreno infestato di erbacce. Nella tua vita non sboccia alcun fiore, perché non hai mai fatto la cosa giusta: non hai mai nascosto il seme del fiore dentro di te.

La Via sta in questo opposto, e io dico che questa è una delle chiavi più segrete del Tao. Un uomo del Tao rimane ordinario, assolutamente ordinario. Nessuno sa chi è, nessuno sa cosa si porta dentro, quale tesoro. Lui non lo pubblicizza mai, non cerca mai di metterlo in mostra. Perché invece noi lo pubblicizziamo?

A causa dell’ego. Tu non sei soddisfatto di te stesso, sei soddisfatto solo quando gli altri ti apprezzano. Avere il Koh-i-noor non ti basta. Possedere una pietra preziosa non ti basta, hai bisogno dell’apprezzamento degli altri. È l’opinione degli altri a essere preziosa, non il tuo essere.

Guardi gli occhi degli altri come fossero specchi e se loro ti stimano e ti applaudono, sei contento. L’ego è una falsa realtà. È solo un accumulo di opinioni altrui, non è conoscenza di Sé. Questo sé, questo falso sé che in realtà è l’ego, non è che un accumulo di immagini riflesse, per questo hai sempre paura. Gli altri potrebbero cambiare opinione; tu dipendi costantemente da loro.

Se dicono che sei bravo. Tu li devi assecondare e rimanere bravo ai loro occhi perché, se cambiano idea, tu non sarai più bravo. Tu non hai un contatto diretto con il tuo essere, passi attraverso gli altri. e non ti limiti a metterti in mostra, ma esageri, falsifichi. Magari hai una piccola verità, un briciolo di bellezza, ma tu la esageri e la rendi ridicola.

Tu pensi che tutti ti copino e, in realtà, sei tu che continui a copiare gli altri. Tu sei una fotocopi, non sei una persona autentica, perché una persona autentica non ha alcun bisogno di esibirsi. Come fai a diventare straordinario facendo questo o quello? L’essere straordinario non dipende da ciò che fai, dipende da ciò che sei. E tu sei già straordinario, ognuno è unico, non c’è bisogno di provarlo.

Se cerchi di farlo, proverai esattamente l’opposto. Se una cosa c’è già, come fai a dimostrarla? Se cerchi di dimostrarla, significa solo che non sei consapevole dell’unicità che è già presente in te. Per cui, se cerchi di dimostrare qualcosa, significa che hai dei dubbi al riguardo.

Vuoi eliminare i tuoi dubbi attraverso gli occhi degli altri, le opinioni degli altri. Tu non sei realmente convinto della tua bellezza, vorresti che gli altri ti dicessero che sei bello. E io ti dico che sei unico, straordinario.

Non sforzarti di esserlo, è inutile; in questo modo ti senti solo ridicolo e tutti si mettono a ridere quando volti le spalle. Se tu non sei convinto della tua unicità, chi mai lo sarà? La certezza non ha bisogno di prove. Ma come giungervi? Essa nasce dalla conoscenza di Sé.

Ci sono due vie: conoscenza diretta, il conoscere se stessi direttamente, immediatamente; questa è la via giusta. E la via sbagliata sta nel conoscere se stessi attraverso gli altri, attraverso quello che dicono gli altri. e se tu non conosci te stesso, come possono farlo gli altri? Sono molto più lontani. Tu sei la persona più vicina a te stesso. Se tu non conosci la tua realtà, come possono conoscerla gli altri?

E poiché non abbiamo alcuna conoscenza di noi stessi, abbiamo bisogno di un surrogato: l’ego è il surrogato e l’ego è uno show perpetuo. Tu sei come la vetrina di un negozio. Sei diventato una cosa, una cosa da esporre, da esporre in permanenza, alla continua ricerca di qualcosa che dica: «Sei bravo, sei bello, sei un santo, sei grande e sei straordinario.»

Il Tao è contro questa via, perché il Tao dice che in questo modo sprechi la tua via. Questa stessa energia può muoversi direttamente verso il tuo essere, e quando l’essere si rivela, è straordinario. Per cui un uomo alla ricerca della conoscenza di Sé resterà ordinario agli occhi degli altri. non li considererà, si nasconderà, non si metterà in mostra. Non si esibirà, non darà spettacolo di sé.

Se ne rimarrà in silenzio, vivrà silenziosamente, godendosi silenziosamente la vita. desiderando che nessuno lo consideri, perché qualcuno ti considera, ti pensa, nasceranno difficoltà e complessità: la conoscenza di Sé diverrà sempre più difficile. Ci devi arrivare da solo, e se guardi la massa e pensi che tutti debbano seguirti, non ci arriverai mai.

Se mostri la tua originalità, se affermi di essere qualcosa, se cerchi di dimostrare le tue doti in modo sottile, tutti si offenderanno. Non riusciranno a perdonarti, e si vendicheranno. Le masse si vendicano sempre contro un uomo che si dice originale. Probabilmente Gesù fu crocefisso perché le masse non riuscirono a tollerare la sua superiorità, e lui era superiore. Non riuscirono a tollerare quest’uomo di talento. Lui era straordinario, doveva essere ucciso.

Chuang-tzu dice: «Non mostrare il tuo talento quando hai a che fare con gli uomini. Tienilo nascosto!» Occorre ricordare che nessun Maestro taoista è mai stato crocefisso o avvelenato. Mai! Perché non ha mostrato il suo talento. Non ha mai affermato di essere diverso da te. Non ha mai detto di essere migliore di te, più divino di te, più santo di te – no!

Osserva… la nostra vita è un continuo sforzo per diventare speciale. Essere i primi della classe, i primi dell’università, vincere la medaglia d’oro, vincere il premio Nobel, essere diversi, in un modo o nell’altro, qualunque cosa va bene… la mente trova sempre nuovi modi per rendersi speciale. La scuola, la cultura, la civiltà in cui viviamo ci insegnano a essere speciali.

Il Tao dice: «Non essere speciale, abbandona tutto ciò che è speciale, sii ordinario, sii semplice.» La semplicità è giusta, essere ordinari è la cosa giusta, perché con l’essere ordinario ti sentirai a tuo agio. Se vuoi essere straordinario, speciale, ti sentirai sempre a disagio, in tensione, perché devi dimostrare qualcosa. Devi convincere gli altri, e vivrai costantemente nell’indecisione.

Con l’indecisione ci sarà sempre un tremore dentro, un brivido. Un uomo del Tao abbandona tutte le distinzioni, brucia tutti i certificati, rimane fedele a se stesso, e diventa un fiore. E questa fioritura non ha scopo alcuno, non ha alcuna utilità. Molti se ne avvantaggeranno, anche se quel uomo non è fiorito per loro, ma per il proprio Sé. Quel uomo ha compiuto il suo destino. Solo in questo c’è il vero appagamento.

Sii semplicemente te stesso, ordinario e unico, e compirai il tuo destino. Nessun altro lo può fare per te. Tu puoi assorbirmi, ma non puoi seguirmi. Io non ho mai seguito nessuno, avevo la mia Via. Tu avrai la tua Via. Seguirai la tua Via, che nessun altro ha mai percorso, e che nessun altro percorrerà mai.

Nel mondo spirituale nessuno lascia tracce. È come il cielo: un uccello lo attraversa, ma non lascia alcuna impronta, nessuno lo può seguire. Perciò gioisci in me, sii felice con me e mi assorbirai. Diverrà una luce dentro di te e ti indicherà il cammino. Ma non copiare, non credere, né diffidare, non farti guidare dalla testa. Non essere una scimmia, sii un essere umano.” (Osho)

martedì 17 gennaio 2017

Produzione e creazione



“C’è un posto nel mondo dove
il cuore batte forte, dove rimani
senza fiato per quanta emozione provi,
dove il tempo si ferma, e non hai più l’età.
Quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore, mentre
la mente non smette mai di sognare.”
(Alda Merini)

“Siamo diventati troppo ossessionati dalla testa; tutta la nostra educazione, l’intera civiltà è ossessionata dalla testa, poiché ha contribuito a sviluppare ogni sorta di tecnologia, e adesso noi tutti ci limitiamo a pensare. Che cosa ci può dare il cuore? Certo, non ti può dare alcuna tecnologia strabiliante, non può aiutarti a crear alcuna industri industriale, non ti può procurare denaro.

Tuttavia, può darti la felicità, può indurti a celebrare; può trasmetterti un’incredibile sensibilità per il bello, per la musica, per la poesia. Ti può guidare nel mondo dell’amore e, in ultima analisi, condurti nella dimensione della preghiera, ma tutte queste cose non sono beni di consumo, non sono comfort.

Attraverso il tuo cuore non puoi ingrossare il tuo conto in banca; né puoi combattere guerre mondiali, non puoi costruire bombe all’idrogeno, bombe atomiche; attraverso il cuore non puoi annientare popolazioni. Il cuore sa solo creare, laddove la testa conosce solo il modo di distruggere. La testa è distruttiva, e tutto il nostro sistema educativo è rimasto intrappolato in essa.

Le nostre università, i college, l’intero sistema scolastico non fanno altro che distruggere l’umanità. Quella gente pensa di avere un’utilità, ma si sta solo ingannando. Se l’uomo non si equilibra, se la testa e il cuore non crescono insieme, l’essere umano rimarrà immerso nella miseria più nera, e la sua infelicità continuerà ad aumentare.

Via via che ci fissiamo sempre di più nella testa, man mano che diventiamo sempre più dimentichi dell’esistenza del cuore, diventiamo sempre più infelici. Non stiamo facendo altro che creare un inferno su questo nostro pianeta Terra, e lo ingigantiremo ancora di più.

Il paradiso appartiene al cuore. Purtroppo è accaduto questo: il cuore è stato completamente dimenticato, nessuno ne comprende più il linguaggio; noi comprendiamo la logica, non l’amore. Comprendiamo le formule matematiche, non la musica: ci adattiamo sempre più alle vie del mondo e nessuno sembra avere il coraggio di incamminarsi lungo i sentieri ignoti del cuore, nessuno ha la forza di affrontare gli ignoti labirinti dell’amore.

Ci siamo sintonizzati completamente con il mondo della prosa, e la poesia ha semplicemente perso qualsiasi vitalità. Il poeta è morto, e il poeta è il ponte tra lo scienziato e il mistico: quel ponte è scomparso. Da un lato si erge lo scienziato: un personaggio molto potente, incredibilmente potente, pronto a distruggere l’intero pianeta, la vita in toto; e dall’altro si stagliano pochi mistici, remoti e distanti, una manciata… un Buddha, un Gesù, uno Zarathushtra, un Kabir.

Sono esseri del tutto privi di potere, nel senso in cui noi lo comprendiamo, ma che hanno un potere immenso, in un altro senso; purtroppo noi non comprendiamo affatto quel linguaggio. E il poeta è morto; questa è una calamità devastanti: il poeta sta scomparendo. Con “poeta” intendo l’artista, il pittore, lo scultore: tutto ciò che nell’essere umano è creativo è stato progressivamente ridotto alla mera produzione di merci, di beni di consumo, di comfort.

Il creativo sta perdendo la sua presa sull’umanità, e la produzione sta diventando lo scopo della vita intera. Anziché valorizzare la creatività, noi apprezziamo la produttività: non facciamo che parlare di come produrre di più; ma la produzione può fornire oggetti, merce, non può dare valori. La produzione può renderti ricco esteriormente, ma ti impoverirà interiormente.

La produzione non è creazione; è qualcosa di estremamente mediocre, qualsiasi stupido può produrre: è sufficiente conosce la meccanica. E il poeta è morto, non esiste più. Ciò che esiste sotto il nome di poesia è, in pratica, prosa. Ciò che esiste sotto il nome di pittura non è altro che follia: puoi vedere i quadri di Ricasso, di Dalì e di altri pittori contemporanei, sono espressioni patologiche!

Io parlo di una creatività totalmente diversa. Un Taj-Mahal… prova a osservarlo in una notte di luna piena, inevitabilmente in te affiorerà un profondo stato meditativo. Oppure prova a visitare i templi di Khajuraho, di Konarak, di Puri: medita semplicemente su di essi e rimarrai sorpreso nel vedere che tutta la tua sessualità viene trasformata in amore.

Questi sono i miracoli della creatività. Le grandiose cattedrali europee: immense aspirazioni della Terra di raggiungere il cielo. Il semplice vedere quelle incredibili creazioni, inevitabilmente, farà affiorare un canto nel tuo cuore, oppure lascerà discendere in te un silenzio profondo. L’uomo ha perso la sua pulsione creativa, il bisogno irrefrenabile di esprimere poesia; oppure, meglio sarebbe dire che è stato ucciso.

Siamo troppo interessati ai beni di consumo, ai gadget, ad accumulare sempre più oggetti: la produzione si preoccupa delle quantità, la creazione della qualità. Dovrai richiamare in vita il cuore. Dovrai tornare a essere consapevole della natura. Dovrai tornare ad apprendere come osservare le rose e i fiori di loto. Dovrai stabilire contatti con gli alberi e le pietre, e i fiumi… dovrai riprendere a dialogare con le stelle.” (Osho)

venerdì 11 novembre 2016

Lega il cammello!



"Un Maestro sufi era in viaggio con uno dei suoi discepoli, e il discepolo aveva il compito di occuparsi del loro cammello. Una notte, arrivarono stanchi in un caravanserraglio; era compito del discepolo legare il cammello, ma non lo fece: lo lasciò libero. Anziché assolvere il suo compito, si limitò a pregare. Disse a Dio: «Prenditi cura del cammello» e si addormentò. L’indomani mattina il cammello era scomparso, rubato o portato via: non ce n’era traccia. Al che, il Maestro chiese: «Cos’è successo al cammello? Dov’è?».

Il discepolo rispose: «Non lo so. Chiedi ad Allah, perché avevo chiesto a Lui di prendersene cura, io ero troppo stanco, per cui non so proprio cosa dire. Inoltre, io non ne sono responsabile, perché avevo affidato il cammello ad Allah, e sono stato molto chiaro! Non era possibile fraintendermi. Infatti gliel’ho ripetuto tre volte, e tu stesso mi hai insegnato ad avere fiducia in Allah, ragion per cui mi sono fidato. Adesso non guardarmi con tanta collera, non essere furioso con me!»

Il maestro replicò: «Abbi fiducia in Allah, ma prima lega il tuo cammello, perché Lui ha soltanto le tue mani.» Se Allah vuole legare un cammello, dovrà usare le mani di qualcuno: non ne ha altre. E il cammello è tuo! Il modo migliore, il più facile e il più semplice è quello di usare le tue mani; e, in più, abbi fiducia in Lui, non aver fiducia solo nelle tue mani, altrimenti sarai sempre in tensione. Lega il cammello, e poi fidati di Allah. Ti chiederai come mai occorre aver fiducia in Allah, se tu stai legando il cammello: perché?

La ragione è questa: anche un cammello legato può essere rubato. Tu fai tutto ciò che puoi, ma questo non garantisce alcun risultato, non esiste nessuna garanzia! Quindi, fa’ tutto ciò che puoi e poi, qualunque cosa accada, accettala. Questo è il significato di “legare il cammello”: fa tutto ciò che ti è possibile, non evitare le tue responsabilità; e poi, se non accade nulla, o qualcosa non va per il verso giusto, abbi fiducia in Allah. In questo caso Dio vede più lontano di te.

Forse è bene che tu non possegga più quel cammello. Forse è giusto che tu prosegua il tuo viaggio senza il cammello. Il cammello non è un’entità fissa, si presenta in forme e dimensioni diverse: è un simbolo. È una semplice indicazione: non essere passivo. Dio ha solo le tue mani: abbi fiducia in Allah, abbi fiducia in Dio, ma non farne un pretesto per addormentarti, per impigrirti.

Al mondo esistono tre diversi tipi di persone. Alla prima tipologia appartengono coloro che pensano si debba fare qualcosa: è ciascuno, in prima persona, ad agire. Questa gente non ha fiducia nel Tutto, nella totalità che abbraccia ogni cosa. Vive appoggiandosi unicamente nella propria minuscola energia e, naturalmente, va incontro a ripetute sconfitte, rivelandosi un fallito. Se vivi appoggiandoti sulla tua energia, così limitata rispetto all’energia sconfinata che ti circonda, non potrai che fallire, ben presto sarai un uomo finito.

Alla seconda tipologia appartengono le persone che pensano: «Visto che Dio fa tutto, io non devo fare niente. Non sono tenuto a fare nulla.» Costoro si siedono e aspettano: la loro vita diventa sempre più pigra, finché arrivano a un punto in cui non vivono più, si limitano semplicemente a vegetare. Queste due tipologie rappresentano l’Oriente e l’Occidente: L’Occidente è rappresentato da colui che agisce, il tipo attivo; l’Oriente è rappresentato da colui che non agisce, il tipo passivo.

L’Occidente sta impazzendo. Il Occidente il problema delle persone è questo: la troppa azione, la sfiducia, l’eccessivo dipendere solo dalle proprie forze…Naturalmente tutto questo crea ansia, e questa ansia è eccessiva, insostenibile, pesantissima. Produce ogni sorta di nevrosi, di psicosi; tiene le persone sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Uccide, fa impazzire.

L’Occidente ha avuto successo nel “fare”, è riuscito a liberarsi dall’idea di Dio e ha perso qualsiasi forma di fiducia e di abbandono, di arrendevolezza; ha abbandonato ogni tipo di rilassamento, non sa più cosa vuol dire lasciarsi andare, l’ha completamente dimenticato… nella mente delle persone è penetrata in profondità un’idea: la convinzione che sono loro a fare tutto. L’Occidente è sull’orlo del suicidio: si avvicina sempre più il tempo del suicidio collettivo.

Viceversa, all’Oriente è accaduto di rilassarsi troppo, di lasciarsi andare troppo: le persone sono diventate molto pigre; continuano a morire, a soffrire di fame, e ne sono felici. La cosa non li preoccupa: hanno fiducia in Dio. Si adeguano a ogni sorta di situazione, per quanto brutta sia. E non cambiano mai nulla: sono molto brave a dormire, possiedono una calma e una tranquillità ammirevoli, ma la loro vita non è altro che un vegetare. Ogni anno in Oriente la carestia uccide milioni di persone, e nessuno fa nulla: né i diretti interessati, né i vicini: «Sarà la volontà di Allah!»

La storia sufi crea i presupposti per il terzo tipo di uomo; l’uomo vero, reale, un individuo che sa agire e sa anche non agire. Un individuo che è in grado di agire, e quando è necessario sa dire sì; ma può anche essere passivo e, quando occorre, riesce a dire no. Un individuo che è completamente sveglio di giorno e profondamente addormentato di notte. Che sa come inspirare e come espirare: un uomo che conosce l’equilibrio della vita. È molto facile avere fiducia in Allah e diventare pigri; è molto facile non avere fiducia in Allah e fare da soli.

Il terzo tipo di uomo è difficile da realizzare: avere fiducia in Allah e continuare ad agire. Ebbene, in questo caso sei solo uno strumento: in realtà è Dio che agisce, tu sei solo uno strumento nelle sue mani. Le cose sono molto complesse, perché noi siamo piccoli, piccolissimi atomi infinitesimali in questo universo. Nulla dipende solo dalla mia azione: esistono migliaia di energie che si incrociano; la somma di queste energie deciderà l’esito. Come posso decidere io il risultato? D’altra parte, se io non faccio nulla, le cose potrebbero andare diversamente. 

Devo agire, ma devo imparare a non avere aspettative: in questo caso l’azione diventa preghiera, del tutto svincolata dal desiderio di un risultato specifico e definitivo. Allora non c’è frustrazione: la fiducia ti aiuterà a non restare frustrato, e legare il cammello ti aiuterà a rimanere vivo, intensamente vivo. Il cammello non è un elemento fisso, non è il nome di un’entità definita: dipende dal contesto. Il cammello non è un elemento fisso. Devi guardare il quadro d’insieme: continuerà a cambiare. Ma la storia ha un valore immenso: è la via Sufi per creare il terzo tipo di uomo." (Osho)

domenica 9 ottobre 2016

Il sentiero della consapevolezza



"Sii dunque semplicemente te stesso e ricorda:
non puoi essere altri che te stesso."
(Osho)

"La vetta più alta è il culmine di tutti i valori: verità, amore, consapevolezza, autenticità, totalità. Sulla vetta più alta sono indivisibili; sono separati soltanto nelle oscure valli della nostra inconsapevolezza, sono separati solo quando sono inquinati, mischiati ad altre cose. Nel momento in cui giungono alla loro purezza diventano una cosa sola e più sono puri, più si avvicinano l’uno all’altra.

Ogni valore esiste su molti piani, ogni valore è una scala che ha molti gradini. Per esempio, l’amore è desiderio sessuale, il gradino più basso che sfiora l’inferno e l’amore è anche preghiera, il gradino più alto che sfiora il paradiso e tra questi due esistono molti altri piani facilmente distinguibili.

Nel desiderio sessuale l’amore è presente solo all’1%, il restante 99% è composto di altre cose: gelosia, trip dell’ego, possessività, rabbia, sesso. È più fisico, più chimico, non ha in sé niente di più profondo. È molto superficiale, resta a livello epidermico. Quando ti innalzi un po’, le cose diventano anche più profonde e cominciano ad acquisire nuove dimensioni.

Ciò che era solo un fenomeno fisico inizia ad avere anche una dimensione psicologica; ciò che non era altro che biologia inizia a diventare psicologia. A livello biologico siamo come tutti gli altri animali, ma a livello psicologico no. Quando l’amore si innalza ancora - o quando va più in profondità, che è lo stesso - comincia ad avere qualcosa di spirituale, diventa metafisico.

Solo i Buddha, i Krishna, i Gesù conoscono quella qualità d’amore. L’amore si espande fino ad abbracciare tutta la gamma delle sue sfumature e lo stesso accade per gli altri valori. Quando l’amore è puro al 100% non puoi fare alcuna distinzione tra amore e consapevolezza: non sono più due cose distinte.

Non puoi fare alcuna distinzione nemmeno tra l’amore e Dio, non sono più due cose, da qui l’affermazione di Gesù: “Dio è amore.” Gesù li rende sinonimi e questo racchiude una profonda intuizione. Alla periferia tutto appare separato dal resto, alla periferia l’esistenza è molteplice, mentre ti avvicini al centro quella molteplicità inizia a sciogliersi, a dissolversi e comincia a prendere forma l’unità̀.

Al centro tutto è uno. Quindi la tua domanda è corretta solo se non comprendi le più alte manifestazioni dell’amore e della consapevolezza, ma è assolutamente irrilevante se hai avuto qualche bagliore dell’Everest, della cima più alta. Tu mi chiedi: La consapevolezza è un valore più alto dell’amore? Non c’è niente di più alto e niente di più basso.

Anzi, non sono nemmeno due valori: sono solo due sentieri che dalla valle ti portano alla cima. Un sentiero è quello della consapevolezza, della meditazione. L’altro è il sentiero dell’amore, il sentiero dei devoti, dei bhakti, dei Sufi. Quando inizi il viaggio questi due sentieri sono separati: devi scegliere.

Non importa quale dei due sceglierai, entrambi ti porteranno alla stessa vetta; e mentre ti avvicinerai alla cima ti stupirai: i viaggiatori sull’altro sentiero si stanno avvicinando. Passo dopo passo i sentieri convergono l’uno nell’altro e prima che tu raggiunga la vetta suprema, diventeranno un unico sentiero.

La persona che segue il sentiero della consapevolezza trova l’amore come conseguenza della sua consapevolezza, come derivato, come un’ombra. E la persona che è sul sentiero dell’amore trova la consapevolezza come conseguenza, come derivato, come ombra dell’amore: sono due facce della stessa medaglia.

E ricorda: se la tua consapevolezza manca d’amore, vuol dire che è ancora impura, che non ha ancora raggiunto il 100% di purezza; non è ancora vera consapevolezza, deve essere mischiata con dell’inconsapevolezza. Non è pura luce, dentro di te devono esserci ancora dei ricettacoli di buio all’opera: ancora funzionano, ti influenzano, ti dominano.

E, analogamente, se il tuo amore non ha consapevolezza, non è ancora amore. Deve essere qualcosa di inferiore, più vicino al sesso che alla preghiera. Quindi lascia che questo sia il criterio: se sei sul sentiero della consapevolezza, fa’ che il criterio sia l’amore.

Quando la tua consapevolezza all’improvviso fiorisce nell’amore, sappi con certezza che la consapevolezza è davvero accaduta e il samadhi è raggiunto. E se sei sul sentiero dell’amore, fa’ che la consapevolezza funzioni da criterio, da pietra di paragone. Quando all’improvviso dal nulla, al centro del tuo amore, si innalza una fiamma di consapevolezza, sappi con certezza e gioisci: sei arrivato a casa!" (Osho)

sabato 1 ottobre 2016

Incomparabile



“Nel nostro mondo
sovrastiamo gli Inferi
guardando i fiori!”
(Issa)

“L’uomo è la più grande fioritura di questa Terra, l’essere più evoluto. Nessun uccello può intonare il tuo canto: la sua musica è solo rumore, anche se bellissima perché frutto della sua innocenza. Tu puoi intonare canti assai più belli e ricchi di significato. Ma la gente si chiede sempre: «Cosa avrò mai da dare io?» In realtà, quando qualcuno ti ama, resti un po’ sorpreso: «Me? Quella persona ama me?» Nella mente sorge questa idea.

«È perché non mi conosce, ecco perché. Se mi conoscesse e potesse scrutare dentro di me, non mi amerebbe mai.» Per questo gli amanti cominciano a nascondersi l’uno all’altra. Mantengono molte cose private, non aprono i loro segreti, perché hanno paura che così facendo l’amore scompaia: nel momento in cui aprissero il loro cuore, svanirebbe inevitabilmente.

Non sanno amare se stessi: come possono concepire che qualcun altro li ami? L’amore comincia dall’amore di sé. Non essere egoista, ma ama te stesso, senza restarne ossessionato o diventare un Narciso: sono due cose diverse. L’amore per sé è un fenomeno fondamentale. Solo allora puoi amare qualcun altro. Accettati e amati: sei una creazione di Dio.

Porti la sua firma, sei unico, speciale. Nessun altro è mai stato come te e nessun altro lo sarà mai; sei semplicemente incomparabile. Accetta, ama e celebra ciò che sei, e in quella celebrazione comincerai a vedere l’unicità e l’incomparabile bellezza degli altri. l’amore è possibile solo quando esiste una profonda accettazione di se stessi, dell’altro e del mondo.

L’accettazione crea l’ambiente in cui l’amore cresce, il terreno su cui fiorisce. L’amore non è una relazione, è un relazionarsi. Una relazione è qualcosa di finito e porta l’immobilità completa, è la fine di una luna di miele. Ora non esiste più né gioia, né entusiasmo: tutto è cessato.

Puoi portare avanti la relazione per mantenere la tua promessa, perché è comoda, conveniente, sicura, perché non c’è altro da fare, perché se la rompessi ti ritroveresti nei guai. Relazione vuol dire qualcosa di chiuso, completo, finito. L’amore non è mai una relazione: è un relazionarsi. È sempre un fiume che scorre senza posa.

L’amore non conosce alcuna stasi; la luna di miele comincia, ma non finisce mai. Non è come un romanzo, che inizia da un certo punto e termina in un altro. È un fenomeno che continua senza fine. Le relazioni finiscono, ma l’amore continua. È senza fine. È un verbo, non un nome. Ma perché riduciamo la bellezza del relazionarsi ad una relazione? Perché abbiamo tanta fretta?

Perché relazionarsi è insicuro, mentre una relazione è una cosa certa. La relazione è sicura, mentre il relazionarsi è solo l’incontro di due sconosciuti, forse per una notte, pronti a dirsi addio al mattino. Cosa accadrà domani? Abbiamo così paura che vorremmo renderla una cosa certa e prevedibile.

Vorremmo che il domani assecondasse le nostre idee, senza permettergli di seguire il suo corso. Ecco perché riduciamo immediatamente tutti i verbi a un nome. In un mondo migliore, con più gente meditativa e un po’ più di illuminazione diffusa sul pianeta, la gente amerà enormemente, ma il suo amore sarà un relazionarsi, non diventerà una relazione.

Non voglio dire che resterà solo momentaneo; è più che probabile che possa svilupparsi in profondità maggiori di quelle attuali, possedere una qualità più elevata di intimità e una presenza maggiore di divinità e di poesia, di quanto non accada a te. E c’è ogni probabilità che possa durare più a lungo delle tue cosiddette relazioni, senza essere garantito né dalla legge, né dal tribunale o dal poliziotto. La garanzia sarà interiore.

Sarà un impegno che promana dal cuore, una comunione silenziosa. Se sei felice di stare con qualcuno, vorrai starci sempre di più. Se l’intimità ti rende estatico, vorrai esplorarla sempre di più. Esistono fiori dell’amore che sbocciano solo dopo una lunga intimità, e ne esistono altri che sono stagionali: in sei settimane si aprono al sole, e dopo altre sei sono spariti per sempre.

Esistono fiori che impiegano anni per spuntare, e ce ne sono altri che impiegano ancora più tempo. Più lunga l’attesa, maggiore sarà la profondità. Ma deve essere un impegno da cuore a cuore. Non deve essere nemmeno verbalizzato, perché ciò vorrebbe dire profanarlo. Deve essere un impegno silenzioso, da occhio a occhio, da cuore a cuore e da essere a essere. Va compreso, non detto.

È orribile, disumano, vedere le persone che vanno in chiesa o in municipio per sposarsi. Dimostra semplicemente che non si fidano l’uno dell’altro; hanno più fiducia nel rappresentante dello stato che nella propria voce interiore. Dimenticati le relazioni e impara a relazionarti. Quando sei in una relazione, cominci a darti per scontato. Ecco ciò che distrugge le storie d’amore.

La donna pensa di conoscere l’uomo e l’uomo pensa di conoscere la donna. Nessuno invece sa nulla. È impossibile conoscere l’altro: resta un mistero. E darlo per scontato è irrispettoso, offensivo. Come puoi conoscere quella donna? Come puoi conoscere quel uomo? Sono processi, non cose. La donna che hai conosciuto ieri non esiste più. Tantissima acqua è passata nel Gange: è sempre un’altra, totalmente diversa.

Relazionati daccapo, ricomincia di nuovo, non darla per scontata. E osserva in viso l’uomo con cui hai dormito l’altra notte. Non è più la stessa persona, è cambiato moltissimo; tantissime cose, in numero incalcolabile, sono cambiate. Questa è la differenza tra una cosa e una persona. I mobili della stanza sono gli stessi, ma l’uomo e la donna, no. Esplora ancora, ricomincia di nuovo. Ecco il significato del relazionarsi.

Relazionarsi vuol dire ricominciare in continuazione, sforzarsi sempre di arrivare a conoscersi e acquisire familiarità con l’altro, presentarsi e ripresentarsi sempre e di nuovo; provare a scorgere tutte le sfaccettature della personalità altrui, andare sempre più in profondità nel mondo dei suoi sentimenti, nei più profondi recessi del suo essere; tentare di sciogliere un mistero che non può essere sciolto.

Questa è la gioia dell’amore: l’esplorazione della consapevolezza. E se ti relazioni, senza scadere nella relazione, l’altro diventerà uno specchio. Esplorandolo, esplorerai te stesso senza accorgertene. Scendendo in profondità nell’altro e arrivando a conoscere i suoi sentimenti, i suoi pensieri e i moti più profondi del suo animo, conoscerai anche i moti del suo animo. Gli amanti diventano lo specchio l’uno dell’altro, e l’amore si trasforma in una meditazione.” (Osho, La via del cuore, Mondadori)

mercoledì 28 settembre 2016

Correndo...



“Io non credo nella fede. La mia Via si basa sulla conoscenza,
e la conoscenza è una dimensione totalmente diversa.”
(Osho)

“La mente non può essere in uno stato di quiete; ha un perenne bisogno di pensare, di preoccuparsi. La mente funziona come una bicicletta: finché pedali, va avanti; non appena smetti di pedalare, cadi. La mente è un veicolo a due ruote proprio come una bicicletta, e i tuoi pensieri equivalgono ad una pedalata costante.

E se qualche volta ti capita di essere un po’ silenzioso, subito cominci a preoccuparti: «Perché sono silenzioso?» Ogni pretesto è utile per creare pensieri e preoccupazioni, perché la mente può esistere solo in una modalità: correndo. Che stia inseguendo o scappando, stai sempre correndo: “mente” vuol dire correre. Non appena ti fermi, la mente scompare.

Ora come ora, sei identificato con la mente, pensi di essere la tua mente; da qui la paura. Se sei identificato con la mente, quando si arresta, naturalmente tu non sei più: scompari. E tu non conosci nulla al di là della mente. La realtà è che tu non sei la mente, ma qualcosa al di là di essa. Per questo è assolutamente necessario che la mente si fermi, in modo che - per la prima volta - tu possa sapere di non essere la mente…

Infatti, quando la mente scompare, tu resti comunque presente… e sei più felice, hai più essere, più splendore, più luce e maggiore consapevolezza. La mente stava simulando e tu eri caduto nella trappola. Ciò che devi comprendere è il processo dell’identificazione, in che modo ti identifichi con qualcosa che non sei…

La tua mente non è creata dalla natura. Cerca sempre di ricordare la distinzione: il tuo cervello è creato dalla natura. Il cervello è il meccanismo che appartiene al corpo, ma la mente è creata dalla società in cui vivi, ovvero dalla religione, dalla chiesa, dall’ideologia seguita dai genitori, dal sistema educativo in cui sei cresciuto, da ogni sorta di cose.

Ecco perché esiste una mentalità cristiana, una mentalità hindu, una mentalità musulmana e una mentalità comunista. I cervelli sono naturali, ma le menti sono un fenomeno artificiale; tutto dipende dal gregge cui appartieni. Il gregge di pecore è hindu? Allora, naturalmente, ti comporti come un hindu.

La meditazione è l’unico metodo che può renderti consapevole che non sei la mente, donandoti una profonda padronanza di te stesso. A quel punto puoi scegliere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nella tua mente, perciò ne sei distante, sei un osservatore, qualcuno che osserva. In quel caso non sei più attaccato alla tua mente… e questa è la tua paura.

Tu hai completamente dimenticato te stesso; sei diventato la mente. L’identificazione è assoluta. Quando dico: «Sii immobile e silenzioso. Sii attento e consapevole dei tuoi processi di pensiero» è possibile che tu ne rimanga sconvolto, che venga travolto dalla paura, perché ciò assomiglia a una morte. In un certo senso hai ragione, ma non si tratta della tua morte, bensì quella dei tuoi condizionamenti: combinati insieme si chiamano “mente”.

Allorché acquisti la capacità di vedere chiaramente la differenza, quando comprendi di essere separato dalla mente, e che la mente è separata dal cervello… Accade improvvisamente, simultaneamente: allontanandoti dalla mente, d’acchito vedi che si trova nel mezzo; da un lato c’è il cervello, dall’altro lato c'è la consapevolezza.

Il cervello è semplicemente un meccanismo. Ogni volta che vuoi usarlo, lo puoi fare. Il problema è la mente, perché altri l’hanno creata per te. Non sei tu, non è nemmeno tua; è tutto preso in prestito. I preti, i politici - le persone che sono in posizione di potere, che hanno un interesse, un investimento specifico - non vogliono che tu sappia di essere al di sopra e oltre la mente.

Vieni raggirato, sei stato ingannato in modi molto sottili. I padroni della mente sono fuori di te. Quando la consapevolezza si identifica con la mente, il cervello è impotente; non è altro che un meccanismo: esegue tutto ciò che la mente vuole. Viceversa, se ne sei separato, la mente perde il suo potere. Altrimenti, è la sovrana assoluta. (Osho Rajneesh, Liberi di essere, Oscar Mondadori)