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domenica 14 settembre 2008

Il Lato Oscuro della Forza


Dal Corriere della Sera apprendo che a novembre, a Belfast, inizierà un corso che introduce alla filosofia jedi, cioè un corso al pensiero aperto e al dominio della forza. Il percorso universitario si intitolerà infatti «Senti la forza: come insegnare la maniera Jedi» e l'organizzatore, Allen Baird, spera di avere tra gli scritti almeno una trentina di studenti. Il corso sarà un pretesto per approfondire i temi “della spiritualità, i poteri chiari, oscuri e neutrali, il destino e la forza come energia pura… Nell'universo Jedi la forza nasce da dentro, grazie a organismi che vivono al loro interno. È un'energia pura. La forza va ascoltata e bisogna stare attenti al lato oscuro.” L’idea può sembrare assai stravagante, ma dopo un primo commento divertito, ci ho riflettuto sopra e non mi è sembrata carina ed originale. Il pretesto divertente, per parlare di cose serie, è molto gradevole e il corso coglie una necessità che può avere evoluzioni anche interessanti per i ragazzi che vorranno seguirlo. Per la filosofia Jedi, il Lato Chiaro della Forza è sviluppato dalla bontà, benevolenza e salute. Un seguace della luce, un Jedi, cerca di vivere in armonia con il mondo attorno a sé, usando saggezza e logica invece di rabbia e giudizi affrettati. Per raggiungere armonia con il Lato Chiaro della Forza i suoi praticanti spesso meditano per rischiarare la mente dalle emozioni. Le emozioni particolarmente negative come violenza, rabbia e odio, se non vengono respinte e combattute portano verso il Lato Oscuro, che viene seguito dai Sith. Costoro disprezzano i Jedi che considerano dei codardi perché, come afferma sarcasticamente Yuthura Ban “Corruzione è una parola che i patetici usano per descrivere il naturale desiderio di potere che essi stessi negano.” Nella frase del saggio Yoda, “Illuminati noi siamo…con questa materia grezza” come in tante altre simili, echeggiano le teorie di filosofie orientali e di fonti sapienziali di tutto il mondo, da cui Lucas ha ampiamente attinto. Per questo i due avvertimenti di Yoda: “Paura, odio, ansia e vendetta sono tutti sentimenti che portano al Lato Oscuro, Luke.” e “La paura porta alla rabbia, la rabbia porta all'odio, l'odio porta alla sofferenza” vanno pienamente sottoscritte.
Senza voler essere barbosa, dovrei dire che il film di Lucas si basa su abile pout pourri di filosofie orientali, che agli amanti di queste sarà facile riconoscere, ma è comunque utile come elemento di approccio a queste prospettive, visto che molti non si sarebbero forse sognati di leggere nulla di esse, se non ne fossero rimasti incuriositi dal film.
Il Lato Oscuro della Forza si nutre di paura, perché la paura è il peggior nemico dell’uomo, ed è anche il peggior nemico dell’evoluzione spirituale dell’uomo. La nostra cultura incoraggia profondamente il sentimento di paura dandogli la maschera del giudizio e della competizione. Nel primo mettiamo in atto un paragone tra due persone, infatti giudicando non si fa altro che esprimere un giudizio di valore dell’altro, cioè se vale più o meno di noi e il giudizio si erge quando abbiamo paura che l’altro ci oltrepassi in un gara al più meritevole e più bravo. Altro elemento dell’inadeguatezza è la paura di non essere approvati, il timore non riscuotere il consenso degli altri, per creare dipendenza e assoggettamento.
Ma in generale il sentimento di paura è diffuso in tre aspetti che costituiscono dei vissuti universali: la paura di essere abbandonati (paura di separazione) la paura di non essere all’altezza della situazione (paura di non valere) e la paura di essere vinti (paura di non avere la forza e il coraggio di affrontare le emergenze). Anche il giudizio affrettato di condanna con cui siamo soliti liquidare le cose che non comprendiamo, si nutre delle nostre paure dell’ignoto. La paura esiste anche quando non vogliamo vedere le cose per come sono, cioè quando facciamo lo struzzo, infatti sopraggiunge la negazione della loro esistenza e giustezza: non è vero quindi non esiste, quindi non devo averne paura.
L’ironìa è proprio nel fatto che si finisce sempre per attrarre proprio l’oggetto delle nostre paure. Questo avviene perché le paure sono fomentate dai nostri pensieri, dalle nostre parole e dai nostri sentimenti. Essi funzionano come una vera e propria calamita per quei contenuti e per quei concetti aldilà del loro essere di polarità positiva o negativa. La polarità dei contenuti del pensiero, è irrilevante rispetto al forte potere magnetico che è posseduto dal pensiero stesso. La forza del pensiero agisce in modalità evocativa per l’esperienza temuta o desiderata, la catalizza, ed essa puntualmente si presenta. Tante filosofie e forme sapienziali avvertono sulla purezza del cuore e del pensiero per il motivo che ho detto. Essere sempre vigili, essere sempre padroni del nostro pensiero, protegge ed esorcizza dall’attualizzazione dei nostri fantasmi mentali, per questo tanta attenzione si dedica alla meditazione giornaliera e al dominio della mente, per affrontare senza rischi il percorso spirituale. Per questo nella nostra mente va custodito solo il pensiero di ciò che vogliamo realizzare e non si devono sprecare energie a pensare a ciò che ci fa paura. Le paure sono frutto delle nostre resistenze interiori, sono frutto delle barriere che la nostra mente costruisce, sono il prodotto della nostra volontà di prendere una direzione, sia essa positiva o negativa. Il pensiero di potere essere felice, la fiducia di potere superare gli ostacoli, la consapevolezza del nostro valore e del nostro essere degni di felicità, spiana la strada alla realizzazione personale e alla tranquillità dell’animo, poiché investe le energie in realizzazioni positive, piuttosto che disperderle in preoccupazioni ed ansie dannose.
L’abitudine a pensare con i vecchi schemi di pensiero ci condanna a rivivere perennemente le stesse storie e gli stessi insuccessi, anche se le persone cambiano perché il copione che impersoniamo viene scleroticamente ripetuto con situazioni simili che scegliamo perché ben conosciute, sia pure dannose ma rassicuranti. Tendiamo a ripetere sempre gli stessi errori, dandone la colpa alla sfortuna o alle circostanze fortuite. In realtà non vi è nulla di fortuito, soprattutto negli incontri, essi sono sempre frutto di quell’enorme magnete che abbiamo costruito con il nostro pensiero e con la nostra convinzione, sia pure negativa o infelice. Ma perché? Secondo alcuni autori spirituali questi incontri servono da enorme specchio, da potente stimolazione, che ci deve aiutare a prendere consapevolezza e guarire dai meccanismi ossessivi e limitatanti che ci soffocano la vita. La nostra realtà interiore emana un certo tipo di energia, che viene captata e recepita da coloro che ne hanno una simile, perciò giunge nella nostra vita solo lo specchio della nostra emanazione. L’arrivo di queste persone o esperienze, serve per farci accettare gli aspetti oscuri o distruttivi di noi stessi, serve per farci compiere un grosso salto evolutivo proprio in virtù del superamento degli schemi sbagliati dell’esistenza. Nel risanare le parti malate di noi possiamo godere di benefici insospettabili e tornare veramente ad una nuova vita. Tagliare con le parti oscure, richiede un Io compassionevole, non rancoroso e rabbioso, richiede il grosso equilibrio di riuscire a ringraziare coloro che si assumono il karma negativo di farci del male per farci evolvere, come afferma il buddismo, e di benedirli perché dovranno pagare duramente per il male che ci fanno. Questo ci renderà immuni e non vittime della potenza diabolica del male. Questo mi sembra il compito più impegnativo nel dominio del Lato Oscuro della Forza.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 27 luglio 2008

La notte e l’anima




In grembo alla notte nevosa, d’argento,
immensa si stende dormendo, ogni cosa.


Solo una eterna sofferenza è desta
dentro l’anima mia.


E mi domandi perché mai si tace
l’anima mia, senza versarsi in grembo
alla notte che sogna?


Colma di me, traboccherebbe tutta
a spegnere le stelle.


(Rainer M. Rilke)

Sii paziente



Sii paziente verso tutto ciò

che è irrisolto nel tuo cuore e…

cerca di amare le domande,

che sono simili a

stanze chiuse a chiave e a libri scritti

in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte

che possono esserti date

poiché non saresti capace

di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa.

Vivere le domande ora.

Forse ti sarà dato,

senza che tu te ne accorga,

di vivere fino al lontano

giorno in cui avrai la risposta.


(Rainer M. Rilke)

mercoledì 9 luglio 2008

Le competizioni dei perdenti


Si può amare la competizione soprattutto se è amichevole ed è intermittente, ma vi sono personaggi che non riescono ad escludere la competitività dal loro stile di vita. Essi vivono ogni attività e ogni contesto della vita come se fosse una sfida da vincere ad ogni costo, una dimostrazione della loro furbizia e capacità di sbaragliare gli avversari ad ogni costo: avversari sono tutti coloro che essi incontrano sulla loro strada. Per questo il rapporto con un competitivo è sempre estremamente faticoso perché tutti coloro che vivono la vita come una gara senza fine sono persone ambiziose, invidiose, implacabili e vendicative che vedono il mondo come popolato da lupi di cui desiderano diventare il capobranco. L’ambizione dei competitivi è tale che il loro interesse è risvegliato solo da tutto quello che è fuori dalla loro portata. Potere ottenere l’impossibile equivale alla sfida suprema e la sublime vetta dell’impossibile dimostra la forza della loro determinazione vincente. Il loro primo motore resta sempre l’invidia perché avere ciò che altri non hanno e di cui si sente la mancanza, è un segno supremo di rivalità. I competitivi sono quindi molto tenaci, ma di una tenacia ben poco amichevole ed il solo timore di poter perdere, li spinge a raddoppiare la determinazione per rendere la competizione ancora più appetibile. Il solo fatto di essere contro tutti li rende invincibili e se chiedere aiuto equivale ad ammettere la loro debolezza, essi si credono in grado di fronteggiare il mondo. Prendere gli altri in fallo li aiuta a costruire una infallibilità personale e li mette in posizione di vantaggio, per cui dagli errori altrui traggono gioia perché rinforza in loro la convinzione che, a prescindere da tutto, loro quegli errori non li avrebbero mai fatti. Se la competizione aiuta ad affermare un Io debole e se nella sconfitta si perde una parte di sè stessi, ogni mezzo è considerato lecito per vincere.
Un’autostima personale malata, perchè basata sulla competizione, è frutto di una società debole di idee e progetti, in cui si attribuisce valore solo alle persone prepotenti ma vincenti. Se vinci sei tutto e se perdi sei un niente :questo giustifica ogni eccesso di darwinismo sociale.
In alcune società, ingiustamente definite “primitive”, non esiste la competizione, perché estranea in contesti in cui la cooperazione e la solidarietà sono valori sociali fondamentali e in queste società, al contrario della nostra proclamata come “evoluta”, si considerano i competitori delle persone maleducate ed insensibili.
Nella nostra cultura e soprattutto nei posti di lavoro, la competizione viene invece esaltata mentre viene del tutto trascurato il valore della forza cooperativa e della reciproca crescita professionale, ai fini di un migliore servizio/prodotto che protrebbero essere offerti concentrandosi su una fruttuosa collaborazione piuttosto che su lotte e conflitti.
Se è giusto misurarsi con delle sfide, indispensabili alla crescita e al miglioramento, per il competitore esse diventano vere ossessioni penetranti e divoranti. In lui la competizione non ha nulla di sano spirito sportivo ma diviene un meccanismo perverso, che trasforma dei ragionevoli esseri umani in ottuse miscele di aggressione, irrazionalità e maleducazione. E’per questo che è nel lavoro che il competitivo offre il peggio di sé, sbaragliando disinvoltamente colleghi ed avversari per ottenere la considerazione dei capi e maggiori vantaggi personali.
Nella amicizie i competitori vogliono essere considerati gli esseri più brillanti ed affascinanti, e in amore sono insopportabili ed egoisti e vogliono considerazione, attenzione e rispetto in maggior misura di quanto siano disposti ad offrirne. Essi devono sempre essere in primo piano, sivrani tronfi e trionfanti, relegando in uno scomodo “strapuntino” i malcapitati che gli sono al fianco.
La stessa Bibbia, nella Genesi, offre l’esempio di Giacobbe ed Esaù, figli del patriarca Isacco, gemelli e rivali fino dalla nascita. Essi “ si urtavano nel suo seno” - quindi già nell’utero materno - tanto che la madre Rebecca chiese al Signore il perché di tanta ostilità, ed il Signore rispose che “due nazioni erano nel suo grembo […] un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo” e lei era incinta di due gemelli. Alla nascita uscì per primo Esaù, ma Giacobbe lo seguì aggrappato al suo calcagno. Il nome Giacobbe deriva da “ageb” cioè “tallone, calcagno” e più specificamente “afferrare per il calcagno o soppiantare”; il nome gli fu imposto perché al momento del parto, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello Esaù, nato per primo e quindi destinatario del diritto di primogenitura. Il suo nome viene fatto derivare con una etimologia popolare dalla parola ebraica che significa "ingannare" ('aqob) ed infatti Giacobbe conquistò il diritto di progenitura con un inganno. I discendenti di Giacobbe dipendono da questa benedizione carpita e non legittima.
Ma la competizione non è una qualità innata - checchè ne dica la Bibbia - essa dimostra solo un senso d’insicurezza profondamente radicato. Nella paura del fallimento vi è una minaccia all’integrità personale, per questo il competitivo segue il principio del divide et impera e si dimostra un grande presuntuoso che diventa assai difficile cambiare o sopportare.
Molti credono erroneamente che la competizione sviluppi i migliori risultati, invece lo spirito competitivo consegue i risultati più mediocri mentre è vero che orientare al risultato rende molto più che orientare alla competizione. Molti uomini d’affari fortemente competitivi, per ottenere la vittoria si accontentano anche di risultati mediocri a condizione di avere partita vinta, per cui non si assumono il rischio di essere maggiormente creativi, propositivi ed innovatori. La motivazione intima, alla lunga, diviene l’incentivo più efficace ed il leader carismatico ottiene sempre una maggiore performance di gruppo.
Ma esiste una sana competizione? Un atteggiamento in cui uno vince ed uno perde non è mai sano: è sano invece pensare di potere vincere e guadagnare entrambi. La differenza tra dominante costruttiva o distruttiva della competizione sta solo nell’uso di regole del gioco condivise e nell’individuazione di colpi proibiti o ammessi. Anche in questo caso è sempre essenziale che la competizione lasci ampi spazi alla collaborazione, in onore al vero competere latino, che significa “lottare insieme per ottenere qualcosa". Nel vero gioco costruttivo entrambi gli avversari stanno dalla stessa parte e fanno una gara per offrire il migliore contributo al fine comune.
Non dimentichiamoci mai delle nostre vere coordinate mentali e non prestiamoci ai giochi di forza dei competitori che cercano la lotta per umiliarci e rafforzare così il loro scarso valore. Guardiamo dritto verso i nostri veri obiettivi, godiamo senza ostentazione dei nostri successi e concentriamoci solo su noi stessi per potere vincere veramente.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 11 marzo 2008

La morte di Nustrat


Sono passati più di 10 anni dalla morte di Nustrat Fateh Ali Khan e credo che dal 1997 il mondo abbia perso una delle voci più belle che siano mai esistite.
La prima volta che l’ho ascoltato sono rimasta incantata, era il 1993 quando conobbi i suoi dischi che la Real World, la casa discografica di Peter Gabriel , aveva edito nella collana World music. Nusrat ebbe un successo travolgente, presso il gusto occidentale quando collaborò con un gruppo musicale, o meglio con una sorta di collettivo musicale, i Massive Attack, considerato fondatore del trip hop, una sorta di meticciato musicale che spazia dal moderno soul all’electro-rock con spruzzate di funk ed ambient, conditi da incursioni elettroniche.
Il remix Mustt Mustt dei Massive con la voce celestiale di Nusrat restano, indimenticabili.
Nusrat discendeva da una famiglia pakistana che da 600 anni eseguiva la musica qawwali, la musica devozionale sufi considerata una delle forme più alte di comunione mistica con Dio.
Suo padre Ustad Fateh Ali con Ustad Mubarik Ali Khan ha costituito uno dei gruppi qawwal più famosi.
La musica qawwali viene eseguita per avvicinarsi a Dio ed il cantore esegue il canto da seduto, per avere la comodità di facilitare la sua contemplazione spirituale e la trance, inducendo così l’estasi. Raggiungere la trance è l’aspetto fondamentale di questo canto.
Certamente difficile da assaporare, almeno inizialmente, il repertorio qawwali tradizionale, suggerisco invece come primo approccio, il repertorio più moderno quello contaminato e sperimentale del maestro.
Le musiche maggiormente adatte al nostro gusto occidentale sono: per iniziare "Mustt Mustt", poi "Night Song" collaborazione di Nusrat e M. Brook, a seguire con “Devotional songs” e poi per finire veramente direi di ascoltare le musiche tradizionali, che lui ha sempre continuato a produrre anche all’epoca dei grandi successi occidentali.
Le sue contaminazioni musicali tra oriente ed occidente sono dei gioielli musicali di bellezza incomparabile.
L’esempio di Nustrat è la più grande dimostrazione di tolleranza e di amore per tutte le religioni di cui la mentalità mistica islamica è somma espressione, basti pensare alla collaborazione tra Nusrat e il coro gregoriano dell’Abbbazia di Noci e alle sue numerose partecipazioni ad eventi delle confessioni più diverse.
Amatissimo da grandi artisti internazionali, era un uomo dalla voce celestiale capace di incantare le platee che lo ascoltavano, voce con una tonalità dall’intensità devastante, veramente capace di mandare in trance coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo.
Una voce dalla straordinaria intensità sia per potenza che per capacità espressiva, capace di avere fatto amare a tutto il mondo una musica così complessa e profonda come quella sufi. Veramente quella era una voce del cielo e lui veramente era un grande ed autentico sufi.
Nella tradizione sufi, attraverso l’ascolto della musica, l’ascoltatore può assorbire il significato di cui ha bisogno. C’è solo un cammino verso la luce attraverso il cuore, ed il cuore di chi ascoltava la sua voce sentiva il grande amore di Dio che scendeva con calore e lampi di luce. Onoriamo così un grande errante.

Sharatan ain al Rami

sabato 8 marzo 2008

Un cuore generoso


Credo che sia una cosa meravigliosa incontrare un cuore generoso.
La generosità del cuore per me viene espressa quando una persona possiede la capacità di percepire quello che appare oltre il velo delle convenzioni e dei comportamenti che ognuno di noi lascia trapelare per quieto vivere e per opportunismo.
Per cui un cuore generoso, percepisce quello che è la tua vera essenza e non quello che mostri o quello che vuoi lasciare vedere.
La generosità può essere elargita quando si possiede la pienezza, quando ciò di cui si è muniti è talmente in soprannumero, che può essere donato, condiviso, senza la paura di rimanere senza e senza avvertirne la penuria in noi stessi.
Per cui diversa è una sorta di magnanimità elargita con sufficienza, quasi sprezzando l’altro, a cui talvolta doniamo la nostra disponibilità.
Quasi l’altro fosse carente e che tu solo fossi colui che possiede qualcosa che vuoi o puoi graziosamente elargire.
Questo accade molto spesso ed il rapporto è caratterizzato dalla falsa aurea di generosità o benevolenza di uno verso l’altro.
In questo rapporto vi è disparità: vi è che elargisce e chi riceve, ma solo in un senso.
Questo non basta. Il cuore generoso invece, sa vedere ed apprezzare tutte le tue qualità, le apprezza e le ama, per cui condivide con te le sue di qualità, considerandole nobili ed alte come le tue. La generosità apprezza e mette sullo stesso piano entrambi.
Ma per vivere questo tipo di contatto, bisogna avere la fortuna di incontrare una persona che sia sullo stesso livello di vibrazioni e sullo stesso livello di raffinatezza emotiva.
Solo una persona di tale genere sa apprezzare e non invidiare tutte le tue qualità, amandole e mostrando, in contraccambio le sue. Solo questo tipo di persona riesce ad amrti con il cuore.
Se questo avviene, entrambi crescono e si sentono arricchiti.
Spesso vedendo i tempi in cui siamo immersi ci riroviamo, almeno a me questo avviene, quasi a dubitare che un tale modo di relazionarsi sia profondamente desueto e privo di senso.
Ma subito mi viene in mente l’aforisma della rana e dello scorpione e penso come non potrei essere diversa da quella che sono.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

sabato 1 marzo 2008

La Vocazione di Errante



Credo che ognuno nasca con una natura ed una vocazione specifiche.
La mia vocazione è di essere Errante. In cosa consiste?
La mia erranza è la stessa descritta da uno storico che, valutando un suo eccentrico intellettuale coevo,
dopo averne decantate le doti,annota tra i suoi valori negativi, che “non osservò a pieno la historia; errò talvolta nelle persone, e ne’ tempi”.
Per cui l’Errante è colui che non resta fermo nei suoi tempi e fra i suoi simili; è chi dirazza, come si direbbe in gergo, è uno che non riesce a stare al suo posto.
E’ uno che chiede, che vuole sapere e che vuole capire.
E’ un ribelle, è un criticone, è uno che non si accontenta per cui … sta bene solo tra i suoi simili.
Per tutti quelli che non ne condividono la natura, è profondamente inadeguato.
Tenetevene alla larga.
Buona erranza
Sharadan ain al Rami