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giovedì 27 dicembre 2018

Oltre il tempo e lo spazio



“Se viaggi su una strada costruita con le tue mani,
giorno per giorno, arriverai dove vuoi arrivare.”
(Massima egiziana)

Era il 1907 e una bambina giocava in casa quando cadde rovinosamente per le scale. La madre vide inorridita l’accaduto e accorse in aiuto della sua unica figlia di soli 2 anni. Fu chiamato un medico che dichiarò la morte della piccina dopo aver tenuto uno specchio e una piuma davanti alla sua bocca. Il padre, Reuben Eady faceva il sarto ed era corso a casa dopo l’incidente. Aveva telefonato ai parenti per dare annunciare la morte della figlia e per chiedere di confortare la madre distrutta dal dolore.

Nel frattempo il medico era tornato per ricomporre la salma e per consegnare il certificato di morte in cui diceva che la bimba era morta per un trauma cranico causato dalla caduta dalle scale. Ma quale fu la sorpresa di tutti quando, al loro arrivo, trovarono la bimba che giocava seduta sul letto e che sembrava stare bene. Al padre furioso, il medico giurò che la bimba era morta o perlomeno lo sembrava, anche se adesso sembrava essere in ottima salute.

La bambina coinvolta nello strano fatto si chiamava Dorothy Louise Eady, era nata il 16 gennaio 1904, e dopo l’episodio della presunta morte e resurrezione iniziò a mostrare strani comportamenti che stupirono i genitori. Raccontava dei sogni ambientati in una sontuoso palazzo dalle alte colonne circondato da un grande giardino fiorito. Spesso chiedeva ai suoi familiari di aiutarla a ritornare a casa sua.

E quando sua madre diceva che lei era già a casa sua, la bimba rispondeva che non era vero e che quella in cui viveva, non era la sua vera casa. Dopo un po’ di tempo, nessuno faceva caso alle strane richieste della bimba ritenendole capricci, ed i familiari iniziarono a scherzare sulle sue strane richieste. Iniziarono a chiedere alla bambina dove fosse la casa dove voleva vivere. La bimba rispondeva che non lo sapevadov'era, ma voleva ritornare a casa sua.

Quando Dorothy ebbe circa 4 anni, gli Eady decisero di fare una gita al British Museum, e vollero portare anche la bimba, perché la sua vivacità la spingeva a mettersi sempre nei guai. Fu così che, tutta la famiglia si ritrovò a gironzolare per le sale del British Museum e, quando arrivarono nelle sale delle antichità egizie, videro Dorothy correre ovunque, baciare i piedi delle statue delle divinità egizie, tutta allegra e felice.

Infine la videro sedersi ai piedi di una mummia e non volere più rialzarsi per continuare il giro. Decisero di lasciarla in quelle sale dove sembrava stare così bene e di ritornare a riprenderla più tadr, dopo aver concluso la visita. Quando vollero riportarla a casa, la bambina disse che non andava con loro, ma che voleva restare con la sua gente. Fu necessario usare la forza per riportarla a casa.

Dopo qualche mese dallo strano fatto, il signor Eady, passando davanti a una libreria vide i volumi dell’Enciclopedia dei bambini e decise di comprarli per Dorothy. Nell'opera vi era una sezione dedicata agli antichi egizi e, da quel giorno, di continuo Dorothy chiedeva alla madre di leggerle le cose degli antichi egizi. La madre che non ne poteva più di quelle letture, decise di insegnarle a leggere.

La bambina imparò con una velocità incredibile e davanti alla foto della stele di Rosetta, Dorothy disse alla madre che lei quella lingua la conosceva, gli sarebbe stato sufficiente poterla ricopiare per riuscire a ricordarla. Quando ebbe 7 anni, Dorothy iniziò a capire il senso del suo sogno ricorrente in cui si vedeva dentro un grande palazzo circondato da un giardino fiorito.

Mentre sfogliava il giornale, vide una foto che la lasciò senza fiato. Corse dal padre e gli mostrò la fotografia dicendo che lei conosceva il palazzo della foro, perché lo vedeva spesso nei suoi sogni. La foto del giornale mostrava il Tempio del faraone Seti Primo ad Abido e la bambina disse che era quello il palazzo in cui era vissuta, poi disse che il giardino fiorito non c’era più e che il palazzo sembrava in rovina.

Il padre la rimproverò dicendole che non era bene dire le bugie, perché quel palazzo era nel deserto e nel deserto non fioriscono i giardini. La bambina non sembrò affatto convinta e, in seguito, quando trovò una foto dei faraone Seti I, la portò al padre dicendo che era stato un bell’uomo e un sovrano molto gentile. Il padre osservò che il faraone era morto da tremila anni, e che non sembrava affatto un bell’uomo. Poi le intimò di smetterla di dire le bugie.

Ormai i genitori di Dorothy erano convinti che la caduta dalle scale era la causa deicomportamenti e delle ossessioni della figlia. Si erano accorti che la figlia era diversa dalle altre bambine: era ossessionata dall’Egitto, ma per tutto il resto era una bambina precoce, intelligente, curiosa, vivace e di carattere socievole sebbene un po’ solitaria rispetto alle bambine della sua età.

La famiglia Eady era molto tollerante con le stranezze della figlia, ma i parenti erano preoccupati dalle sue idee religiose, soprattutto quando Dorothy disse che la religione cristiana era un'imitazione della religione egiziana e che la Vergine Maria con il Bambino Gesù somigliava alla dea Iside con suo figlio Horus. Queste idee giunsero all'orecchio anche del suo insegnante di religione che mandò a chiamare la madre e le chiese di far ravvedere quella figlia troppo “pagana”.

Dorothy fu espulsa dalla scuola femminile di Dulwich quando si rifiutò di cantare un inno sacro in cui si chiedeva a Dio di maledire gli egiziani dalla pelle scura. Forse gli Eady speravano ancora di trasformare la figlia in una ragazza più convenzionale, infatti pensarono di mandarla in una convitto retto da monache. La ragazza confidò alla zia materna che era contenta di andarci così poteva fuggita facilmente, attraversare il mare e fuggire in Egitto.

Questo piano impedì alla famiglia di dare seguito ai suoi propositi e li persuase a lasciarla a casa facendola studiare alla scuola pubblica. Dorothy iniziò a frequentare la chiesa cattolica anche se diceva di essere seguace solo dell’antica religione egizia. La madre era preoccupata di questi atteggiamenti e si persuase che la figlia era condannata all’inferno.

Quando ebbe 10 anni, la bambina si trovò a gironzolare nelle sale del British Museum, dove andava quando saltava la scuola. Nelle sale silenziose del Museo incontrò un vecchio signore molto curato e distinto, con piccole mani ornate da un grande scarabeo.

Il signore in questione, le chiese cosa ci faceva tutta da sola nel museo. La bambina rispose che stava nel posto dove poteva imparare quello che gli interessava veramente sapere, e poi aggiunse che la sua passione era l’antico Egitto. Il signore distinto era il Conservatore delle Antichità egizie ed assire del British, il famoso egittologo, sir Leonard Wooley detto il Vecchio.

Sir Leonard decise di diventare il suo maestro non ufficiale e, per anni, il suo ufficio nel museo fu la meta preferita di Dorothy. La ragazza si dimostrò assai portata per il disegno e anche per la traduzione del Libro dei Morti. Davanti allo stupore del professore per la sua velocità nell’apprendere e nel tradurre con precisione le formule e gli scongiuri magici tracciati a protezione dei defunti, le bambina rispondeva che stava solo ricordando le cose, perché quelle cose lei già le conosceva, nel passato.

Erano gli anni della Prima Guerra mondiale e, una sera la bambina vide il primo Zeppelin sorvolare Londra e poi esplodere. L’anno seguente, iniziarono i bombardamenti tedeschi su Londra. Un giorno mentre Dorothy prendeva l’autobus per andare a scuola di danza, suonarono le sirene dell’allarme e la bambina si rifugiò in una pasticceria. Finito l'allarme non volle più andare a scuola e decise di fare ritorno, a piedi, verso casa. Questa decisione le evitò di restare uccisa sotto le macerie della sua scuola di danza che fu distrutta da una bomba.

In seguito allo scampato pericolo, i genitori la mandarono in campagna nella fattoria della nonna dove la ragazza visse un bel periodo. Faceva a gara di corsa con gli altri bambini, si arrampicava sugli alberi e giocava ai faraoni. Cavalcava un cavallo bianco che aveva chiamato Mut-hotep cioè “la dea Mut è soddisfatta”.

Dorothy frequentava la scuola di campagna e una biblioteca dove prendeva in prestito tutto ciò che trovava sull’Egitto. Solo alla fine della guerra fece ritorno a Londra, ma inioziò ad avere nostalgia della campagna. Era ormai una adolescente di 14 anni, una ragazza depressa, goffa e annoiata. Una sera, dopo una giornata noiosa come molte altre, andò in camera e si preparò per la notte: indossò la camicia da notte ricamata dalla madre e si coricò. Provò a leggere ma si sentiva stanca perciò spense la luce per dormire.

Quello che avvenne in seguito, fu incredibile e la stessa Dorothy lo raccontò nel suo diario, dicendo che ricordava tutto come se fosse appena accaduto. Mentre stava per appisolarsi sentì un peso gravarle sul corpo. Si risvegliò e vide un viso maschile che la fissava, con le mani sulla scollatura della camicia da notte. Vide il volto della mummia di Seti che la fissava, e allora gridò terrorizzata, sconvolta dall’orrore ma anche colma di gioia.

In seguito, Dorothy raccontò che era una sensazione incredibile e sconvolgente. La mummia le aveva strappato la camicia da notte, e lei aveva urlato terrorizzata. La madre che dormiva nella camera accanto era corsa a vedere cosa avveniva. Le aveva chiesto chi gli avesse strappato la camicia da notte, e lei aveva risposto che aveva avuto un incubo e che si era strappata la camicia da sola, ma sapeva che non era vero.

Come poteva dire a sua madre che gli era apparsa la mummia di Seti I e che il suo sguardo era quello di un uomo sfuggito dall’inferno che aveva trovato la via di fuga? Da quel momento Dorothy ebbe molti contatti con quella presenza. Qualche notte dopo la ragazza fece un sogno in cui vide vestita come una giovane egiziana che stava in una enorme stanza insieme ad altre ragazze. Un uomo molto vecchio entrava nella stanza e controllava che tutte le ragazze fossero al suo posto.

Poi la scena del sogno si spostava in una grande sala sotterranea circondata da un canale colmo di acqua. In quel salone, la ragazza incontrava un uomo alto e molto severo, vestito da gran sacerdote che la interrogava e la picchiava con un bastone, quando lei si rifiutò di rispondere alle sue domande. A quel punto Dorothy si svegliava sempre piena di angoscia.

Al tempo in cui Dorothy faceva quel sogno non sapeva che la sala era quella del Tempio di Seti I ad Abido. Dietro a quel tempio si erge uno dei più misteriosi e inconsueti edifici di tutto l’Egitto. La costruzione nota come Osirion, in origine era una grande sala sotterranea fatta di monumentali blocchi di arenaria rossa e di calcare bianco con pilastri monolitici che sostenevano delle architravi poderose e il tetto.

Al centro dell’Osirion si ergeva un’isola con una costruzione a tumulo circondata da un canale artificiale con le due gradinate che scendono all’acqua. L’ Osirion è la falsa tomba di Seti e, si è pure creduto, che fosse la rappresentazione dell’isola della Creazione descritta nella cosmogonia egiziana. E si è anche creduto che fosse la tomba di Osiride che si dice dorma circondato dalle acque.

A 14 anni, Dorothy non conosceva affatto queste cose, ma sognava spesso di essere interrogata e percossa dal sacerdote. Il sogno è molto veritiero e sua madre accorre per confortarla quando chiede aiuto. Ma, la cosa più strana di tutte è che la sua voce, la voce della figlia quando chiede aiuto non assomiglia affatto alla sua voce consueta. Sua madre sa che soffre di incubi ricorrenti, e poi scopre che Dorothy soffre anche di sonnambulismo, perché scopre che si alza ed esce nel sonno.

Proprio a causa di questi disturbi, a circa 16 anni, Dorothy può passare il tempo come vuole: legge, raccoglie antichità egizie e visita il British Museum. Intanto il padre, il signor Eady cerca una svolta alla loro vita, per cui lascia il mestiere di sarto e cerca di investire nella nascente industria cinematografica.

Di lui sappiamo che, oltre a fare il sarto si divertiva anche ad esibirsi come prestigiatore con un nome d’arte. Lavorando nei piccoli cabaret e nei teatri minori intuisce che il cinema nascente può diventare un affare sicuro. Si era nel 1920 e, il signor Eady decise di prendere moglie e figlia e andare in giro per le isole britanniche alla ricerca di un bel posto da trasformare in sala cinematografica.

Per Dorothy inizia un altro periodo felice, perché ovunque si fermavano poteva cercare una biblioteca in cui prendere in prestito le opere su cui fare ricerche sull’amato Egitto. Ebbe modo di vedere Stonehenge che la impressionò e le fece pensare che i grandi viaggi non erano inconsueti nell’antichità e che forse gli egiziani avevano viaggiato anche oltre il Mediterraneo.

Sbarcarono in Irlanda e Dorothy simpatizzò subito per la causa irlandese e, in seguitò dichiarò che non si era mai sentita affatto a casa sua, in Inghilterra. Intanto, il signor Eady, aveva trovato il posto adatto a Plymouth dove ristrutturò una ex-pista di pattinaggio trasformandola in sala cinematografica. Iniziò le proiezioni e le intervallò con spettacoli a cui Dorothy prendeva parte nelle vesti di cantante e danzatrice.

La ragaza si esibiva con un’altra ragazza in varie scene e tableua vivant tra cui una rappresentatnte il mito di Osiride e Iside nel corso del quale eseguivano il Lamento di Iside e Nephthys, che Dorothy accompagnò con una nenia che le risuonava in testa fin da qiuando era bambina. Quelli che videro gli spettacoli dissero che Dorothy era dotata di una “gorgheggiante voce da soprano” che fu molto apprezzata dagli spettatori.

Gli ultimi anni della sua adolescenza furono felici e scorsero tra queste serate musicali organizzate dal padre e sue le ricerche. Dorothy che si andava persuadendo che la reincarnazione fosse una realtà di cui lei era una prova vivente. Ma non trovò nessuno disposto a condividere le sue idee, per cui frequentò degli spiritualisti e qualcuno gli disse che, quando era caduta dalle scale, da piccina, uno spirito si era impadronito del suo corpo.

Spaventata, incerta e confusa, Dorothy decise di continuare le sue ricerche senza chiedere altro, finché lesse un articolo di giornale in cui si diceva che il governo egiziano era molto allarmato per la vendita dei suoi tesori archeologici. A quel punto Dorothy aveva già 25 anni, aveva accumulato un piccolo tesoro di reperti di poco valore, ma decise di rispedire al Dipartimento delle Antichità Egiziane, a Il Cairo, il suo modesto tesoro.

Qualche tempo dopo fu contattata dalle autorità egiziane che, seputo del suo amore per l'Egitto le offrirono un posto in una rivista egiziana che si occupava di pubbliche relazioni, a Londra. Contro il parere della sua famiglia, lei accetta il lavoro, e fu così che avvenne l'incontro con un giovane dell’alta borghesia egiziana, Imam Abdel Meguid, che studiava il sistema scolastico inglese.

Da quell’incontro nacque una simpatia e una proposta di matrimonio che ella accettò. Una volta ancora senza l’appoggio della famiglia, accettò di raggiungere il futuro sposo che la chiamava in Egitto e Dorothy non esitò. Arrivò a Porto Said nel 1933 e, mentre un marinaio gli indicava il porto che si avvicinava, lei pensò:«Madre, finalmente sono tornata a casa.»

Entrando al Cairo sentì che nulla la accumulava con i suoi compatrioti, e scrisse che si meritò a pieno l’antipatia della comunità britannica per il suo atteggiamento verso di loro. Il marito non tardò a capire che la moglie era inadatta alla vita domestica e che assai più testarda di quanto si potesse sopportare. Dopo il matrimonio Dorothy disse che aveva avuto compassione per il marito per la vita che aveva fatto con una moglie come lei.

Confessò che l’aveva quasi assassinato con una cucina peggiore di quella inglese che era già pessima di suo. Lo aveva quasi ucciso di noia con le sue storie sull’Egitto mentre lui amava la modernità. Insomma avevano due caratteri opposti, e quel matrimonio fu coronato dalla nascita di un figlio che Dorothy chiamò Seti, come l’amato re dell’antico Egitto che aveva ricominciato a comparire nei suoi sogni, e non solo in quelli.

Durante gli anni del matrimonio era accaduto che Dorothy si era ammalata, e suo suocero che era andato a vedere se stava meglio, aveva visto che sua nuora era vegliata da un faraone seduto sul letto. Ma, durante gli anni del matrimonio, come disse più tardi, le visite di Sua Maestà erano rare, tranne qualche evento che ebbe come testimoni il suocero e i genitori di Dorothy.

Dopo la nascita del figlio Seti, i rapporti tra gli sposi si sono molto raffreddati, anche perché gli comportamenti della donna erano troppo inconsueti. Di notte la videvano alzarsi e raggiungere la scrivania presso la finestra, quindi scriveva con velocità come sotto la dettatura di qualcuno, e tracciava dei messaggi strani, fitti e pieni di frammenti di geroglifici.

Dorothy ricorda che scriveva sotto dettatura di un uomo chiamato Hor-Ra che sembrava avere il compito di narrare una storia che lo annoiava. L'uomo diceva poche parole alla volta, e la sua dettatura andò avanti per lungo tempo. Ttto accadeva di notte, quando Dorothy veniva ridestata dal sonno e doveva alzarsi per scrivere quei pezzi della sua storia. Ma quando, al risveglio doveva decifrare lo scritto tutto era difficile, perché lo scritto le sembrava vago e incerto.

Quella scrittura frammentaria andava riordinata, perciò fu necessario quasi un anno per riordinare la storia. Quando la storia fu ricomposta Dorothy seppe, che i suoi genitori, nella sua precedente vita vissuta in Egitto, erano gente di umili origini. La madre vendeva verdure alle truppe e il padre era stato un soldato di stanza presso l’attuale Shunet El Zebib. La madre l'aveva chiamata Bentreshyt (Arpa di Gioia) ed era morta quando la bimba aveva solo 2 anni.

Il padre fu trasferito a Tebe e non potendo temnere con sé la piccola, decise di affidarla al tempio, perché fosse educata come una sacerdotessa. Il grande sacerdote del tempio era Antef, un uomo potente e molto temuto. Quando Bentreshyt ebbe 12 anni le fu chiesto se voleva restare al tempio o se voleva sposarsi; lei rispose che voleva restava nel tempio. Antef le spiegò che questo significava fare un voto di castità e non avere una famiglia.

Negli anni che seguirono venne addestrata da Antef in persona con un addestramento severo. La ragazza imparò la parte che avrebbe impersonato nel mito della morte e resurrezione di Osiride, una parte che poteva essere impersonata solo da sacre vergini. Il tirocinio di sacerdotessa era molto duro, perché la sacra rappresentazione andava eseguita con un rituale dalla precisione estrema, in cui non veniva ammesso neppure il minimo errore.

Nella rappresentazione la parte di Horus, il figlio di Iside e Osiride, era riservata al faraone oppure a qualcuno a cui il sovrano delegava il grande onore. I personaggi erano rappresentati dai sacerdoti e dalle sacerdotesse del tempio, e era prescritto che le donne che rappresentavano Iside e Nephthys fossero delle vergini. Il dramma si svolgeva in vari giorni e in vari luoghi anche all’aperto, mentre la parte della rappresentazione con la morte di Osiride avveniva nel tempio.

Per i fedeli, il dramma accadeva davanti ai loro occhi, così come pure la ricerca del corpo del dio avveniva lungo le rive del Nilo. Nella storia narrata da Hor-Ra, si dice che la giovane seppe della visita di Sua Maestà che si recò ad Abido per seguire i lavori del tempio che stava costruendo. Avvenne che il re, passando nel giardino del tempio, vide Bentreshyt che raccoglieva dei fiori; e il resto avvenne di conseguenza.

la vestale eil sovrano divennero amanti e quando la ragazza restò incinta, per non compromettere Seti, lei preferì uccidersi. Seti soffrì molto per la sua morte e, quando morì a sua volta la cercò nell’oltretomba ma non l’aveva trovata, almeno fino a quel momento.

Intanto il matrimonio di Dorothy andò a rotoli, perché il marito era stanco e lei non sapeva spiegare quello che accadeva. Andò a finire che si separarono: lui si sposò con una lontana cugina più adatta al suo carattere e lei con il Dipartimento Egiziano per le Antichità; così che tutti furono felici e contenti. In seguito, Dorothy e il figlio andarono a vivere in una casetta e lei iniziò a fare la disegnatrice per il Dipartimento Egiziano per le Antichità.

Iniziò a lavorare con il dottor Selim Hassan (1866-1961), egittologo di fama mondiale che scoprì la quarta piramide e che scavò nella valle di Giza. Nell’opera in 10 volumi, che ha dedicato agli scavi di Giza vi è una “speciale menzione, con sincera gratitudine” per Dorothy Eady. Dorothy ebbe la fortuna di conoscere i più grandi egittologi e con Hassan imparò a ordinare i materiali con metodo scientifico, per lui fece disegni e mappe che documentarono i suoi famosi scavi.

Il figlio di pochi mesi era sempre con lei, anche se era impegnata nel suo lavoro, ma Seti non era un bimbo noioso e tutti lo amavano, per cui non era un problema portarlo ovunque andasse. Quando non era agli scavi, Dorothy era impegnata nelle biblioteche, al museo del Cairo oppure studiava i geroglifici. Di notte spesso entrava da sola nella grande piramide, ma nessuno seppe mai cosa accadeva.

Seppure udirono che l’eccentrica signora mormorava strane parole in lingue sconosciute, nessuno volle indagare mai su ciò che faceva. A questo riguardo sappiamo che anche Napoleone Bonaparte volle restare chiuso per una notte, nella Grande Piramide, quando uscì era pallido e molto sconvolto, ma non volle rivelare cosa gli accadde quella notte e disse solo che nessuno l'avrebbe creduto.

Intanto continuavano le visite del re che avvengono sempre di notte, e sappiamo che Dorothy può vedere anche le entità che vivono “attaccate” alle antichepiramidi. Vedere un fantasma non era una cosa che potesse spaventarla. Nel 1939 si persuase che la sua vita non era adatta per un bambino e acconsentì ad affidare suo figlio che allora aveva 5 anni, all’ex marito e alla sua famiglia. In seguito dedicò la sua vita affettiva agli animali e adottò una congrega di gatti, cani, oche, asini, uccelli e serpenti: un falco pellegrino fece il nido accanto alla sua casa.

Quando il dottor Selim andò in pensione iniziò a collaborare con il noto archeologo Ahmed Fakhry, mentre cresceva la sua fama e si faceva conoscere per la sua notevole capacità di integrare le lacune dei testi e delle iscrizioni. Divenne anche amica del dottor Klaus Baer, docente di egittologia all’Istituto Orientale e al Dipartimento di Lingue e di Civiltà del Vicino Oriente dell’Università di Chicago, e l'amicizia iniziò quando il dottor Baer fu assegnato a un progetto di ricerca coordinato dal professor Fakhry.

Dorothy fu stimata per le sue esperienze intuitive e per le sue straordinarie conoscenze sull’Egitto. Molti sapevano che ella aveva visioni e che adorava gli antichi dei egiziani, ma accettava l’indagine scientifica. Quando entrava negli antichi templi si toglieva le scarpe e si manteneva facendo visite guidate, ma non tutti accettavano i suoi atteggiamenti eccentrici.

Era una persona pittoresca, ma la cosa che stupiva più in lei era la velocità con cui si adattava a qualunque classe sociale incontrasse e come, in ogni occasione, aveva l’atteggiamento giusto. Dissero che, pur non essendo un’egittologa diplomata conosceva perfettamente la lingua dell’Egitto antico, conosceva l’arte e la religione egiziana benissimo tanto che collaborò a rielaborare gli scritti di Selim Hassan e di Ahmed Fakhry.

Certamente a lei dobbiamo il fatto di avere ripulito e rimesso in ordine lo stile di quegli autori che non erano certo di lingua inglese. La cosa sicura è che Dorothy fu una disegnatrice di prim’ordine e che fu anche un’autrice prolifica che scrisse molti libri, articoli, saggi e monografie di grande valore e di ampio respiro intellettuale. Solo dopo 19 anni che viveva in Egitto ebbe il coraggio di andare ad Abido, anche se aveva detto che il suo sogno era di andare a Abido, vivere ad Abido e essere sepolta ad Abido.

Il viaggio ad Abido racchiudeva la storia d'amore per Seti. La storia narrava di viaggi astrali, di materializzazioni e di relazioni soprannaturali con un amante fantasma che l’aveva cercata e che l’aveva ritrovata dopo secoli. Per questi motivi Dorothy non accettava di passare la notte in casa di altri e quando avvenne che, una notte dovette passare la notte presso un’amica, l’amica gli disse che l’aveva sentita lamentarsi.

Quando era andata a vedere come stava l’aveva vista cianotica che giaceva immobile come in uno stato comatoso. Il mattino dopo lei aveva detto che, mentre dormiva il suo akh (corpo astrale) usciva dal corpo, e vi ritornava prima del risveglio. Già dai primi tempi del soggiorno in Egitto, Seti aveva l’abitudine di andarla a trovare. Fin da quando aveva 14 anni si era abituata alle strane visite notturne del suo amante ma, finché era sposata il sovrano era stato discreto.

Dopo la separazione dal marito, la presenza del re si era fatta più concreta, tangibile e pressante. Dorothy raccontò al suo amico Hanny El Zeini, l’unico a cui confidò le sue esperienze soprannaturali, che aveva fatto molti viaggi astrali per andare da Seti, ma questo accadeva solo se il sovrano gli mandava un messaggero che la conduceva alla sua presenza.

Dorothy disse che aveva acconsentito a far materializzare re Seti in modo più “materiale” perché aveva acconsentito a donargli una parte del suo sekhem, cioè una parte del suo potere spirituale. Il re aveva usato l’aspetto di un uomo giovanile sui cinquant'anni, perché era l’età che amava di più essendo il tempo in cui si erano conosciuti e amati.

Finché lei era sposata il sovrano non aveva osato diventare invadente, ma come donna libera poteva fare ciò che voleva. E l'arrivo ad Abido coincise, come prima mossa, con una visita al tempio di Seti, e la visita si protrasse tutta la notte. Dorothy trascorse la notte bruciando l'incenso, pregando Iside e Osiride e tutti gli dei protettori che l’avevano aiutata a giungere in Egitto.

Dorothy ebbe la sensazione che l’Osirion fosse il luogo come mai avrebbe immaginato, e il mattino dopo, uscì dal tempio ringiovanita e ritemprata. Fino ad allora aveva avuto bisogno di occhiali per leggere ma, nel tempio, ebbe l’intuizione di lavarsi gli occhi con l’acqua della fonte, nella Sala Centrale. Da quel giorno non ebbe più bisogno di usare gli occhiali. In seguito usò l’acqua per curare amici e conoscenti e tutti quelli che chiedevano il suo aiuto per vari motivi.

Tutto era iniziato quando una donna le aveva chiesto se conosceva un’antica magia egizia adatta a curare suo figlio. Dorothy aveva accettato e guarito il bambino con l’acqua dell’Osirion e così oltre alla fama di egittologa guadagnò anche una fama di guaritrice e di esperta di magia egizia. Dal 1956, Seti gli chiese di non avere più nessun contatto intimo perché essere ad Abido equivaleva a una nuova consacrazione agli dei, e lei non poteva tradire il suo voto di fedeltà al tempio.

Gli ultimi 25 anni della sua vita, Dorothy li trascorse con i suoi animali e con l’amico più fidato, il dottor Hanny El Zeini, un chimico industriale e ingegnere metalmeccanico oltre che un appassionato di antichità. Egli l'aveva conosciuta mentre Dorothy protestava per la questione di Suez esprimendosi con una passione da egiziana purosangue malgrado fosse inglese. Gli fu presentata come “la signora Omm Seti” ovvero come la madre di Seti, e gli piacque subito.

La prima impressione che ebbe di lei, fu la sua franchezza, la sua sincerità e la sua onestà. El Zeini disse che Dorothy, Omm Seti, era in tutto e per tutto una signora dell’età dei Ramessidi, interessata poco al presente, e estranea a un mondo che ha come problemi l’inquinamento, la guerra e le sommosse e altre cose simili.

Divennero molto amici e El Zeini fu l’unico che conobbe tutti i particolari della vita di Dorothy. Essendo un egiziano purosangue era consapevole delle tradizioni e della eredità spirituale del suo paese: la reincarnazione faceva parte della conoscenza metafisica degli egiziani. Questa idea fece parte delle dottrine dei più grandi eruditi dell’antichità, come Talete, Pitagora, Platone e tanti altri.

Senza questa concezione non sarebbe possibile spiegare la cura che gli egizi avevano per la mummificazione e la cura dell'involucro fisico. Non era consueto che Dorothy parlasse della sua vita e della sua reincarnazione, ma la storia di un amore forte come quello che la unì a Seti, un amore tanto intenso da superare il tempo e lo spazio non si potrebbe spiegare diversamente.

Buona erranza
Sharatan

sabato 19 marzo 2016

La morte in Egitto



“Quello che vediamo dipende principalmente
da quello che stiamo cercando.”
(John Lubbock)

Secondo la tradizione Platone fece un viaggio in Egitto per arricchire la sua formazione e acquisire nozioni di fisiologia, di medicina, di astronomia e forse anche per avere una formazione sapienziale. Ma forse possiamo dubitare che sia venuto in contatto con le dottrine sull’aldilà che erano patrimonio esclusivo della casta sacerdotale da cui dovevano essere certamente esclusi gli stranieri. Perciò sappiamo che Platone non maturò le sue idee sull’anima traendole dalle concezioni degli egiziani, bensì le apprese dal suo maestro Socrate. È a Socrate che dobbiamo la dottrina occidentale dell’anima e la scoperta della dimensione interiore, e la svolta certamente avvenne con il movimento orfico e con le riflessioni delle scuole pitagoriche.

Le idee degli antichi egiziani riguardo all’anima erano molto complesse, ma è sicuro che essi consideravano la morte come un evento che faceva parte dei normali cicli della natura, perché il rinnovarsi delle inondazioni del Nilo gli mostravano un perenne rinascere. Per gli egiziani, il morire faceva parte del vivere e così vanno pensate le formule e i riti che si recitavano sul defunto per salvarlo dal mondo inferiore e aiutarlo a transitare verso la sopravvivenza. 

Alcuni studiosi dicono che la dottrina egiziana era una dottrina stellare, perché il mondo dei morti era il mondo delle stelle. Il mondo celeste veniva chiamato Dat o Duat, e il termine veniva rappresentato da una stella racchiusa in un cerchio, perché la dimensione celeste veniva immaginata sopra la terra e, in parte, anche sotto la terra. Essi credevano nell’esistenza di un cielo superiore e di un cielo superiore. Le due dimensioni venivano rappresentate dal cielo stellato, perciò si credeva che le anime dei morti si rifugiassero nella duplice volta celeste per confondersi con le stelle e avere la vita eterna.

In questa teoria vediamo una distinzione tra la parte materiale dell’uomo che veniva abbandonata sulla terra, e la parte spirituale che sfuggiva dalla materia per godere insieme alle stelle, della vita eterna. A queste idee si sostituì una dottrina solare che, in parte, si legge anche nei Testi delle Piramidi che è un formulario di rituali funebri che erano dedicati esclusivamente ai sovrani. Secondo alcuni, la dottrina stellare e quella solare, non erano in contrasto ma avevano lo stesso scopo, infatti una dottrina trattava il destino degli uomini e l’altra parlava del destino del sovrani.

Per questo motivo, i sacerdoti del dio-Sole ad Eliopoli avevano conservato buona parte della concezione solare e, in particolare, la concezione di Duat perché il sole e le stelle si muovono nel medesimo spazio. In origine si credeva che il sole, dopo aver percorso il cielo superiore durante il giorno, scendeva nel mondo sotterraneo per scaldarlo durante la notte. I teologi di Eliopoli non trovarono altro modo per giustificare il mondo sotterraneo, infatti i Testi delle Piramidi fanno riferimento solo alla Duat superiore.

Queste idee fecero credere a Erodono che l’egiziano avesse una concezione dualistica dell’uomo, e che l’elemento fisico e quello spirituale fossero contrapposti. Ma, la loro idea sulla natura dell’uomo non recava alcuna contrapposizione tra la parte materiale e quella immateriale. L’uomo, per gli antichi egiziani, era un’unità monadica arricchita da tutte le qualità e, in ogni fase della sua esistenza, viveva e agiva sempre come un essere integrato, pieno e completo.

Egli si esprimeva in una pluralità di modi di essere e di esistere, e la pienezza del suo essere si conservava sia durante la vita che nell’esistenza post mortem. La tomba era la casa del defunto, perciò le decoravano e arredavano con la massima ostentazione del rango che avevano, perché la loro personalità non si estingueva neppure con la morte. Gli studiosi, riguardo la creazione e il divenire del mondo, affermano che gli egiziani credevano che gli uomini  fossero nati dalle lacrime del dio creatore e, in particolare, dal dio-Sole.

L'antico mito si basa sull’assonanza della parola uomo (rmt) e lacrima (rmjt) che hanno quasi le stesse consonanti, e la concezione secondo la quale la somiglianza delle parole comporta la somiglianza dei concetti rappresentati da quei termini. Gli dei crearono gli uomini con le loro lacrime, ma questo avvenne solo durante la creazione originaria, invece non accade più quando si creano i singoli uomini. Il dio Khnum si occupa di plasmare l’uomo (il suo ka) con il suo tornio di vasaio, in quanto si credeva che ci fosse una continuità dell’azione creativa del dio.

La prima creazione è unica, ma poi avviene il continuo e perenne plasmarsi degli uomini che si protrae nel tempo e continuerà per l’eternità. Khnum veniva raffigurato davanti al suo tornio da vasaio con accanto due piccole figure umane uguali che assistono al suo lavoro: uno è l’uomo e l’altro è il ka che lo animerà e che gli infonderà la sua personalità. Gli egiziani credevano che l’entità umana contenesse tre elementi spirituali: il ka, il ba e l’akh: e questo concetto è contenuto nei Testi delle Piramidi. Il grafema “ka” viene rappresentato dalla stilizzazione di due braccia sollevate con le mani aperte nel gesto di proteggere o di abbracciare, e il simbolo è posto sopra uno stendardo.

Il termine sembra derivare da una radice che significa “generare” perciò possiede un significato occulto che esprime la realizzazione fisica e spirituale della persona umana, e che rappresenta una sorta di alter ego che è associato al daimon greco oppure al genius latino. Il ka è una qualità impersonale che appare come una forza presente in modo discontinuo a seconda dell’età e della persona. Esso è l'elemento spirituale e invisibile che fa vivere l’uomo e che viene reso anche con il concetto di “forza vitale” poiché la morte era concepita come il momento di passaggio durante il quale la forza vitale lasciava il corpo.

Per conservare la vita dopo la morte l’uomo doveva raggiungere il suo ka nell’aldilà, perciò era necessario un periodo di transizione prima che il rituale funebre potesse preparare la sua rinascita nell’aldilà. Nel frattempo il ka, cioè la sua forza vitale, si riposava. Gli studiosi credono che le statue messe nelle tombe avessero una funzione di appoggio per il ka del defunto. Infatti sono state ritrovati gruppi di statue uguali che dovevano permettere al ka di incorporarsi al loro interno. Altre volte rappresentano il defunto da giovane o da vecchio, affinché il ka potesse entrare nella forma che preferiva.

Alcune volte le statue rappresentavano le mogli, le sorelle, i figli oppure rappresentavano i suoi antenati per significare che vi era una continuità tra le generazioni. Il ka manteneva una sorta di memoria e anche le qualità di cui l’ego era autocoscienze. Il ka era anche un sinonimo di antenato perciò il defunto era accolto nell’aldilà dai suoi antenati cioè dai suoi ka. Nei Testi delle Piramidi i defunti venivano chiamati “i signori del loro ka” poiché raggiungevano la vita eterna superando la morte, e la tomba veniva chiamata “la dimora del ka.”

Invece il “ba” veniva raffigurato come una cicogna con testa e braccia umane per meglio vagare all’interno della tomba. Il ba veniva rappresentato mentre vagava vicino ad uno stagno oppure mentre beve l’acqua che Amonet, la dea del sicomoro, gli versa dall’alto di un albero. Era necessario che il ba potesse muoversi con molta libertà perché questo principio reca degli elementi vitali al corpo del defunto. I sacerdoti recitavano le formule magiche per proteggerlo e per permettergli di uscire e entrare - a suo piacere - nel mondo inferiore. 

Le formule gli permettevano di sfuggire alle trappole dei demoni che cercano di intrappolare le anime. La forma del morto si spostava assieme al suo ba e alla sua ombra perciò si credeva che il ba fosse legato alle apparizioni dei fantasmi che tornavano a vagare sulla terra. In origine si pensava che il ba potesse assumere molte forme perciò le divinità potevano assumere le forme più svariate, infatti il dio-sole, Ra, si credeva che avesse 7 ba, e che il sovrano godesse dello stesso privilegio. 

Si credeva anche che un dio potesse essere nel ba di un’altra divinità, perché il ba aveva un’enorme potenza creatrice. La concezione egiziana metteva il ba in relazione con il cielo vedendolo come il regno dei morti, e sappiamo che la conservazione del corpo era ritenuta essenziale per ascendere al cielo. Sappiamo anche che la tomba e il sarcofago erano interpretati come dei simboli celesti. Il soffitto degli apogei veniva decorato con uno sfondo azzurro punteggiato di stelle che rappresentavano la dea-cielo, Nut, e la dea stessa era raffigurata mentre abbracciava il defunto. 

Nei Testi dei Sarcofagi il ba rappresentava le forze vitali fisiche e psichiche presenti nel defunto, e costituisce uno dei modi con cui il defunto continua a vivere dopo la morte, allo stesso modo del ka e dell’akh. Secondo altri studiosi, il ba è la rappresentazione della capacità di sviluppo dell’individuo perciò il ba è interamente personale e rappresenta il defunto nel suo aspetto particolare a differenza del ka che non è un elemento di origine individuale.

Sembrava infatti che, al momento della spiritualizzazione, dal ka essenziale e collettivo, sostanza primordiale che vive in cielo gli dei ottengono per il sovrano un ka individuale. Dopo la purificazione, il ka si riunisce al corpo, nel castello di Ra. L’essere formato dal corpo e dal suo ka rappresentano l’essere completo che persegue la perfezione, perciò da quel momento, conquista nuovi attributi che lo rendono un abitante del cielo con il nome di ba (anima) e akh (spirito).

L’anima ba è raffigurata come un uccello dotato di testa umana, perciò il ba è il risultato della vita divina e, a volte, non è altro che una forza magica assimilabile al nutrimento. Il ba è una forza divina che si unisce al corpo come il ka, e gli dona la vita divina. Nell’epoca classica pensavano che il ba apportasse al corpo “il soffio di vita” perciò la traduzione di ba è  “soffio” perché quando si diventa ba si può diventare anche “akh” ovvero spirito. L’akh è una componente vitale che, come il ba, non viene mai citata parlando di un vivente. 

Il simbolo che lo rappresenta è l’ibis comata sebbene questa componente non deve essere confusa con una forma semi animale. L’akh è un principio solare, è un’energia divina e cosmica che appartiene alla sfera della creazione. L’akh è il simbolo del cielo e dell’energia creatrice che mantiene e si trasforma per sostenere il creato, perciò è identificato con il dio solare e con le sue manifestazioni di luminosità. La vittoria della vita sulla morte si attua con la “trasfigurazione” che fa nascere una nuova personalità. 

La nuova personalità si mostra sul piano fisico con una rigenerazione di tutte le funzioni del corpo, e la reintegrazione si attua con l’unione a specifiche costellazioni del mondo celeste cioè si compie partecipando alla luminosità degli dei. I defunti diventano i “luminosi” ossia gli “illuminati” perché splendono come le piume multicolori dell’ibis che è il simbolo dell’akh. La tomba diventa il luogo in cui risplendono i defunti perciò è il luogo della trasfigurazione, e l'essere luminoso è lo spirito del morto che sarà dotato del potere magico dell’akh. 

Alcuni dicono che akh significa “resuscitato di nuovo” perché la radice del termine esprime l’azione di “emergere” o “divenire” perciò si crede che akh significhi “l’iniziato” o “l’illuminato.” L’akh ancor prima del ka appare individualizzato perciò questo termine è riferito alle qualità che vengono acquisite, e questo spiega perché si dice che il defunto diventa akh. Il defunto viene incorporato nell’ordine cosmico, e l’essere perfetto prende posto nella barca di Ra e naviga sopra l’universo, con le stelle. 

Egli sale al cielo dove conduce una vita meravigliosa insieme al Signore dell’Orizzonte Orientale ossia con il dio-Sole, Ra. L’elemento sostanziale di questa felicità è il fatto che l'illuminato gode del cibo delizioso offerto dalle divinità. Infatti, nella pianura dei “Campi dei Giunchi” dove risiedono gli dei esiste il “Campo delle Offerte” che viene sempre rifornito di cibi e bevande squisite offerte dai “Reggenti delle Offerte,” dei funzionari celesti che si prendono cura degli dei e dei preferiti di Ra.

Secondo il credo che è alla base dei Testi delle Piramidi, in origine, solo i re e gli dei avevano un akh ma, in seguito, l’akh venne attribuito anche agli uomini comuni. Il sovrano defunto era akh ossia era ”la stella che mai tramonta” e il “cercatore di akh” era quello che raggiungeva la condizione di akh. Questa parola aveva anche il significato di “capacità intellettuale” ovvero di “potere” perché questo principio spirituale era essenziale per la sopravvivenza. 

Come si può vedere, l’akh era associato all’energia che sorge dalle tenebre e al dinamismo del divenire perciò questo simbolo era collegato alla creazione primordiale. L’akh venne identificato con Aton o Atum, il dio supremo che rappresenta il mondo prima e dopo la creazione, perché Atum è somma potenza sia virtuale che manifesta. L’Atum è la forza presente nei cicli di rigenerazione, perciò fu associato al mito di Osiride, il dio che muore e rinasce come akh, e nella figura di Horus che diventa akh dopo il padre Osiride. 

Nei misteri dedicati ad Osiride e durante la festa chiamata Kaherka, i defunti venivano chiamati a presentarsi davanti al Tribunale dell'Oltretomba per essere giudicati. Tutti quelli che avevano seguito i dettami di Osiride venivano assolti divenendo akh, ossia venivano assimilati al dio Osiride assurgendo a nuova vita. I Testi dei Sarcofagi dicono che la conoscenza è un tramite per conquistare l’akh in vita, infatti dicono che anche chi non è nato da una stirpe reale e chi non è ancora defunto può ascendere al cielo tramite la conoscenza.

Buona erranza
Sharatan