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martedì 28 aprile 2009

Naufraghi del progresso globale


Se c’è uno spettro che gira per il mondo, non è tanto il comunismo del 1848, ma è piuttosto il liberalismo enunciato da Adam Smith in “Inchiesta sulla natura e la causa della ricchezza delle nazioni” (1776) che è il testo base del liberalismo. Senza colpo ferire, per anni, tutti gli staff di esperti e di economisti che hanno affiancato la Casa Bianca, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno perseguito, fino a renderla vincente, la teoria economica di Adam Smith. La sintesi e l’apoteosi di tale concezione è sotto gli occhi di tutti, mentre quello che si vede meno, è la completa colonizzazione che queste idee hanno prodotto nella mente delle persone, fino a sedurre la maggioranza dell’opinione pubblica mondiale: così il trionfo della modernizzazione è compiuto, prendendo forza dal crollo del progetto socialista.

Il falso progresso planetario ha visto l’economia liberale avanzare gloriosamente, sorretta dall’imperialismo armato e colonizzare ogni territorio sia fisico che mentale, fino a venire inclusa nel nostro immaginario culturale sia conscio che subliminale, fino a diventare il “nostro” modo di vedere il mondo e le cose, un modello esclusivamente economico e monetario: un'apoteosi del mercato che abbiamo esportato anche in Oriente.
Ma oggi le disfunzioni del modello economico: disoccupazione, esclusioni, miserie economiche e morali, disagi ecologici e guerre per il controllo delle risorse naturali rendono, e sempre più renderanno, il mondo invivibile.

L’esportazione violenta di questo modello globale, rafforza sempre più gli integralismi culturali e religiosi e le ideologie che ci spingono a volere tornare al passato, le ondate di risentimento e di violenza sociale. Le culture particolari, attaccate violentemente, si ripiegano nell’ateismo e nella tribù, rifutando ogni forma di dialogo e di tolleranza delle differenze. Il pericolo è che la democrazia, i diritti umani, la fraternità planetaria, così necessarie per una felice permanenza sul pianeta, vengano seriamente compromessi e subordinati alle leggi inumane del mercato. Lo stesso campo delle tecnoscienze, forse non invade e mortifica i valori più elementari di libertà, fraternità ed uguaglianza di tutti gli esseri umani, diventando capace di inventare o fabbricare e di prolungare all’infinito la vita stessa? Non si è forse sostituito l’arbitrio tecnologico a qualsiasi forma di libera e consapevole scelta individuale, al nostro libero arbitrio?

I vincitori di questa lotta economica sono pochissimi, mentre la maggioranza è vittima e naufraga delle leggi del mercato. I nuovi eroi del mondo moderno, sono coloro che riescono a governare il meccanismo che produce e che macina denaro, e che macina soldi per produrre nuovi mercati. Ma poi c’è il mito offerto a coloro che sono ai bordi della pista, ed è costituito dall’integrazione immaginaria. Usando questa forma di persuasione ti fanno credere che sei capace di potere emergere, che tutti hanno una piccola opportunità di poter divenire dio, divo, star, idolo di una platea che può spaziare dall’ambito dello spettacolo o degli sport e financo della politica. Tutti questi scenari diventano sfondi della grande fiera, della sagra dell’illusione, del meccanismo della celebrità, i sortilegi del mago che crea il mondo VIP.

Il meccanismo è estremamente efficace, sebbene preveda una grande quantità di esclusi e di sacrificati, di gente che viene “nominata” e lasciata da parte. Per avere una fascia di privilegiati è necessario che la “cultura della prestazione” ne sacrifichi la maggioranza, destinandoli all’insuccesso. Paradossalmente, questa cultura non mira affatto all’integrazione ma piuttosto produce una filosofia di integrazione immaginaria: una sorta di miraggio nel miraggio. I suoi benefici sono riservati ad una elite, ed essa si nutre di miti e credenze che contribuiscono alla disgregazione sociale delle persone, che nega i mezzi materiali necessari per la sopravvivenza e che controlla facendo disgregazione culturale e sociale.

Le pulsioni aggressive ed esplosive vengono canalizzate verso fasce ancor più marginali e sfortunate di individui, alimentando così i conflitti, l’ambizione, l’avidità personale e diffondendo passioni sfrenate ed incontrollabili, e questo pensiero ha finito per esercitare un’azione corrosiva sullo Stato e sull’individuo, facendo scempio dei valori minimi della convivenza civile.

Il nuovo ordine mondiale, che si crea usando un controllo planetario di tipo economico, oggi è capace di bypassare il controllo dei vari governi nazionali, mentre la mercificazione del mondo e la concorrenza sfrenata e deregolamentata, si ripercuotono sulle varie società con prezzi altissimi: le disuguaglianze economiche sono destinate a farci pagare uno scotto sociale enorme, senza pensare alla pericolosa debacle ecologica.

E forse non saremo in grado di salvare il mondo, ma abbiamo la possibilità di liberare la nostra mente dai meccanismi con cui essa viene invischiata. De-colonizzare l’immaginario significa proprio questo, cioè riconoscere come le idee vengono instillate, e capire per quale fine ciò avvenga. Parafrasando Osho, potrei dire che possiamo anche decidere di perseguire i nostri sogni consumistici, ma almeno facciamolo in modo consapevole.

Ma se abbiamo interesse ad essere noi quelli che governano il nostro timone, e se non ci piacciono le società che lasciano le persone al palo o che le condannano al naufragio, allora permettiamoci di ripulire il nostro immaginario dai falsi stereotipi di un pensiero che riduce tutto al calcolo economico, permettiamoci un’ecologia della mente, uno stile di vita e di pensiero più grande, più illuminato e più sano. Iniziamo a vedere le cose in un altro modo, affinché domani un altro modo e un altro progetto di vita sia possibile, impariamo a vedere altro affinchè questo “che oggi è altro” possa diventare possibile domani.

Iniziamo a fare resistenza e disssidenza a questo modo di ragionare. Facciamo una resistenza ed una dissidenza consapevoli, facciamolo diventare un modo di ragionare: facciamolo diventare un atteggiamento mentale di rifiuto e rifiutiamoci di divenire complici e collaborazionisti di un sistema e di un ordine che non appare logico e umano, che è aberrante.

Liberiamoci dai tentacoli della macchina che fa il lavaggio dei cervelli, dall’ideologia esclusiva della moneta che, come moderni Re Mida, trasformerebbe la nostra società in un moderno deserto. Sarebbe bello se fossimo i primi pazzi visionari che hanno visto nascere la società conviviale e pacifica sognata da Ivan Illich.

Buona erranza
Sharatan


domenica 26 aprile 2009

Note di economia eretica


L’economia classica è ostica per la mia mente, allora mi sono messa a studiare l’economia eretica e, devo convenire che è più facile da capire, soprattutto le teorie economiche di Nicholas Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia.
La teoria economica standard racchiude tutto nel ciclo produzione-consumo, basandosi sulle concezioni evoluzionistiche darwiniane, ma le successive teorie termodinamiche e la legge dell’entropia, hanno negato il concetto di sistema chiuso per rilanciare la teoria del tempo irreversibile e del continuo divenire.

Dato il concetto fisico che un sistema che produce energia, laddove non possieda incrementi energetici esterni, vede una parte dell’energia come perduta cioè degradata in forma di calore, di fatto la rende indisponibile a produrre un lavoro futuro, l’economista romeno ne concluse che tanta più energia diventa indisponibile, tanta più ne sarà sottratta alle generazioni future, e tanto più disordine proporzionale sarà riversato sull’ambiente esterno.

Criticando le teorie classiche si chiese: “chi davvero potrebbe pensare che lo sviluppo non implichi necessariamente, in qualche misura, una crescita quantitativa?” Era per lui evidente, che l’economia mondiale si dovesse scontrare con dei limiti ecologici globali, collegati alle capacità di carico e di tenuta degli ecosistemi, che dovessimo ripensare la stabilità dei cicli biologici e geochimici, considerare l’equilibrio del sistema climatico e i limiti che il nostro pianeta possiede a tutti i livelli. Un sistema economico che preleva risorse in maniera incontrollata e che riversa, in modo incontrollato, rifiuti e scorie nell’ambiente, è destinato a eliminare la vita dal nostro pianeta.

Secondo Georgescu-Roegen e i suoi allievi, la nostra mentalità occidentale è completamente inquinata da due paradossi: il primo paradosso è collegato al concetto di efficienza (il cui aumento accellera il consumo di risorse) e il secondo paradosso è quello del benessere (il cui aumento non diminuisce il malessere): questi paradossi illusori devono essere completamente scardinati.
Si tratta di fare una vera e propria de-colonizzazione del nostro immaginario e una dis-economizzazione delle menti, operazioni necessarie per cambiare veramente il mondo, prima di arrivare alla distruzione del nostro pianeta.

La globalizzazione è il trionfo della mentalità materialistica che tutto è mercato, in cui i valori economici sono il punto centrale e finale della vita umana: con il dogma che l’economia non è un mezzo ma è il fine ultimo. Invece la verità è che dobbiamo smetterla di fare una corsa cieca ai consumi e allo spreco. Il fulcro dell’illusione è il concetto che la tecnologica produrrà sempre meno consumo energetico, come dire che avremo sempre maggiori beni di consumo, con un sempre maggiore risparmio energetico. Tale concetto è del tutto illogico eppure, malgrado tutta la sua illogicità riesce a fare breccia nell’immaginario occidentale, costruito con pervasività ed insistenza: la sua demolizione deve vedere una demolizione degli elementi su cui si basa.

Il modello globalizzante è l’evoluzione moderna della colonizzazione, una colonizzazione dall’apparenza più mite, ma non per questo meno violenta. Sotto questa falsa moderazione, si esercita la violenza di un sistema finanziario e mediatico assai entrante e pervasivo, con un progetto molto aggressivo verso la natura e verso gli uomini. E’ un’impresa che trasforma in merce tutti i rapporti tra gli uomini e con la natura, e che sfrutta al massimo le risorse sia umane che naturali. E’ un’azione politica, economica e militare che ha conquistato e che esercita il suo dominio in regioni sempre più grandi del pianeta.

L’idea di sviluppo si è associata indissolubilmente con i concetti di crescita economica e con l’accumulazione del capitale, è divenuta un immaginario universale, è divenuta il sogno del governo della natura, è il trionfo della razionalizzazione ordinatrice somma di tutto l’universo. Sono tutte associazioni prive di senso, tutte ideologie occidentali collegate al declinare dello sviluppo, dietrologie create da società post-capitalistiche e post-consumistiche: è una falsa idea di progresso che è arrivata a dominare il nostro pensiero.

Invece si dimostra indispensabile recuperare il pensiero di Ivan Illich sulla società conviviale, diviene essenziale l’invito ad un atto di “semplicità volontaria” già affermato da Gandhi, in cui ci si priva volontariamente “di qualche cosa per lasciare maggiore spazio allo spirito e alla coscienza; è uno stato dello spirito che invita ad apprezzare, assaporare e ricercare la qualità; è una rinuncia agli oggetti che appesantiscono, infastidiscono e impediscono di andare a fondo alle proprie possibilità. “

Questo nuovo pensiero comincia da un lavoro di introspezione, da un lavoro su se stessi in cui l’agire politico diviene, secondo l’insegnamento gandhiano, inseparabile dalla riflessione spirituale. Questo procedere dalla trasformazione di sé alla trasformazione della società, rappresenta una componente centrale della bioeconomia e della teorie della decrescita, ed è un punto di svolta anche rispetto alle teorie economiche marxiste.

Così le teorie bioeconomiche invitano all’obiettivo della decrescita. Tale decrescita deve essere organizzata, non solo per preservare l’ambiente, ma anche per ristabilire un minimo di giustizia sociale sul pianeta. Il problema della crisi economica e dei limiti del patrimonio naturale, ci deve far riflettere sulla crescita folle delle società occidentali, che si attua a spese delle società povere, che non crescono affatto o che lottano per la sopravvivenza minima.

Dobbiamo abbandonare il folle sogno della crescita infinita dai profitti illimitati, anche perché oggi una crisi planetaria ha trasformato il mondo occidentale in un’assurda società laburista che non ha lavoro. Siamo una società che rincorre la crescita, ma che non ha crescita, siamo una società a cui una crisi forzata forse imporrà di costruire una nuova carta dei consumi e degli stili di vita.

Forse questa crisi sarà utile, ma solo se ci costringerà ad applicare la Carta della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo sviluppo, scritta a Rio de Janeiro nel 1992, che enuncia al capo 1: ”Gli esseri umani sono al centro degli scopi di uno sviluppo sostenibile. Essi hanno il diritto ad una vita prosperosa e produttiva in armonia con la natura.”

La crisi sarà utile se ci insegnerà a trovare il bene e la felicità a costi minori, se ci farà scoprire che la vera ricchezza è nel fiorire delle relazioni sociali ed affettive, se ci farà costruire un mondo più sano anche se più frugale e più sobrio, un mondo fatto di semplicità volontaria, di semplicità bella e non severa, in cui l’assoluto disperdio deve essere attuato nell’elargire sentimenti e nella produzione di una vita festosa e conviviale.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 24 aprile 2009

Economy for dummies



L’altro giorno leggevo sulla crisi economica e mi veniva da ridere perché io mi reputo una perfetta ignorante in campo economico ma, i principi basilari dell’economia, li avevo capiti in modo diverso. Per esempio, io a scuola avevo imparato che il PIL (Prodotto interno lordo) cioè la ricchezza prodotta dall’economia di un paese, dovesse essere rapportata al relativo tasso di diffusione, cioè al rapporto con la ridistribuzione della ricchezza sulla percentuale degli abitanti. Come dire che un PIL di 1.000 euro, ha un valore se viene ridistribuito tra 10 persone su 100, piuttosto che se la stessa cifra suddivisa tra tutti. Tale verità non è affatto una ovvietà alla professor Catalano perché, se è vero che su 100 persone i famosi 1.000 euro fanno ben poco mentre i 10 di cui sopra li percepiscono meglio, è ben diverso il valore socio-economico della ricchezza diffusa, rispetto al corrispettivo concetto di ricchezza concentrata in fasce sociali privilegiate. Comunemente si tende a trascurare questa valutazione del tasso di diffusione della ricchezza del paese, ma la dimenticanza non è casuale.

Un altro concetto che non avevo capito, con l’accezione che gli viene comunemente data, è la garanzia della copertura dei titoli di stato. Io, tanto per dire, avevo capito che uno stato aumentava le sue riserve auree, dopo di che emetteva dei titoli di stato, oppure emetteva dei certificati di credito con lo stesso meccanismo. Adesso scopro, ma certamente capisco male, che i titoli di stato sono emessi con la copertura di crediti non sostenuti da liquidità o riserve auree corrispondenti. Insomma diventano non certezze, ma sono promesse, per cui si invitano dei risparmiatori ad investire sui debiti. La cosa mi sembra incredibile perché, è vero che io sono tanto dummies, ma proprio dummies dummies in materia economica però, perbacco mi dico, ma vuoi che quelli più istruiti di me, e tanti esperti mondiali, tutta gente che ha studiato la materia, non se ne sarebbe accorta?

Scopro che mi hanno illuso che io fossi molto più ricco di quanto realmente ero, mi hanno spinto a consumare con la fagocitazione con cui il mandrillo impazzito ricerca l’accoppiamento sessuale, in una frenetica corsa all’aumento dei consumi, indebitato e poi spolpato come un ossobuco: questa è la ragione della crisi planetaria. Spero che nessuno che si intende seriamente di economia mi possa mai leggere, perché sono troppo blasfema nelle mie spiegazioni, ma la cosa mi sembra che sia andata proprio così, e gli esperti lo possono spiegare meglio, ma il concetto resta lo stesso. Nessuno dirà mai apertamente che i “suprimes” hanno il meccanismo, che ho pedestremente spiegato sopra, cioè che sono dei crediti sui debiti, piuttosto lo dirà elegantemente, in modo che capisca il minor numero di persone. Ma se lo spiegassero come ho fatto io - economy for dummies - allora anche un orso marsicano si rifiuterebbe di investire sui debiti!

Finito di sforzare il mio cervellino limitato con l’incomprensibile economia odierna, allora mi sono sperimentata con un’economia anomala, più adatta alla mia poca comprensione. Mi sono ricordata di un tipo strano, Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994), un tipo che ha fatto affermazioni economiche eretiche, che ha fondato una economia meticcia, cioè il padre della bioeconomia, una teoria economica che attinge all’economia, alla fisica e all’ecologia: ho avuto una simpatia di primo acchitto con le sue idee.
Georgescu-Roegen nasce a Costanza, in Romania, da una famiglia borghese, con un padre ufficiale dell’esercito e la madre insegnante. Nicholas è un appassionato di matematica, dottrina che amò e usò sempre, rendendo il suo ecclettico e geniale pensiero, molto ostico per il profano. A soli 20 anni, quando è all’università, scrive uno dei più importanti trattati economici sull’analisi delle equazioni differenziali in macroeconomia “Teoria pura del comportamento del consumatore” (1926)

Studia statistica alla Sorbona, perché l’economia non si può studiare solo con metodi matematici e nel 1934 vince una borsa di studio della Fondazione Rockefeller per l’università di Harvard. A causa della chiusura del corso in cui era borsista, si ritrova nell’entourage dell’economista Joseph Schumpeter e di Wassily Leontief e pubblica numerosi saggi economici. Ottiene la cattedra di Economia Politica presso l’Università di Bucarest, lavorando contemporaneamente anche a Nashville, Ginevra e Strasburgo, oltre a divenire uno dei maggiori consulenti economici del suo paese, la Romania. Muore nel 1994 a 88 anni.

Il tipetto balzano afferma che ogni scienza che si occupa dell’uomo, quindi anche l’economia, deve tenere conto delle leggi che governano il mondo fisico, per l’analisi dei suoi comportamenti. La realtà economica, secondo Georgescu-Roegen, segue il 2° principio della termodinamica, secondo cui l’energia risultante da un processo dinamico è sempre di qualità inferiore a quella iniziale, perchè subisce un processo di degradazione. Qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e altre cose materiali.

Nel processo economico anche la materia si degrada, cioè diminuisce la sua possibilità di essere usata in future attività economiche, perché una volta disperse nell'ambiente, le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e al costo di un alto dispendio energitico. Materia ed energia, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell'entropia e in generale i vincoli ecologici; tutto ciò per il bene del pianeta.

Tutto il lavoro di Georgescu-Roegen manifesta la volontà di restituire alla scienza economica il ruolo di scienza dell’uomo e non di sterile disciplina meccanica. Egli si oppone alla teoria economica classica, che prevede la possibilità di ordinabilità dei valori umani, infatti afferma: ”la specie umana si sarebbe estinta già da tempo se i nostri bisogni fossero rigidi come un numero.” Comunque, conclude, i bisogni individuali dell’uomo sono sempre collegati al sistema dei valori sociali in cui esso si trova a vivere. Negarlo sarebbe ridicolo!

Così la scienza economica, non solo deve tenere conto delle variabili umane e sociali, ma deve curare particolarmente le leggi biologiche ed energetiche della natura, che stanno a fondamento della termodinamica. Le risorse naturali non sono inesauribili, ma l’ammontare totale delle risorse naturali, è sempre costante, in onore alla 1° legge della termodinamica, infatti nulla si crea e nulla si distrugge, come affermava Parmenide.

Ma allora, se gli input delle risorse produttive sono costituite da un serbatoio di valore esauribile, anche gli output, che sono i prodotti di scarto delle attività produttive, sono di pari entità e richiedono l'impiego di risorse energetiche per poter essere gestite.
La riduzione dell’inquinamento richiede anch’essa un prezzo in termini di energia. Secondo Georgescu-Roegen, non vi sono altre vie alternative, nel processo economico e produttivo moderno, considerato che abbiamo:

• Risorse naturali esauribili
• Limiti imposti dalle leggi naturali
• Tecnologia che trova dei limiti invalicabili

Di conseguenza, nel tempo, non avrà alcun senso pensare all’infinito riciclaggio dei prodotti di scarto della produzione economica e nel contempo, in futuro, arriveremo anche alla fine delle risorse naturali, anche se usate in maniera oculata. Georgescu-Roegen afferma che l’unica soluzione sia una nuova etica che educhi l’umanità a provare simpatia per le generazioni che dovranno abitare la terra in futuro, a favore delle quali, dovremmo pensare di attuare un risparmio puntuale delle risorse energetiche del pianeta.
Oppure, ipotizza provocariamente, è forse destino dell’uomo consumare e divertirsi, consumando il più possibile le risorse della terra, pensando che la vita è breve, ma anche “affascinante, eccitante e stravagante.” Quindi conclude, saranno forse “le amebe, per esempio, che non hanno ambizioni spirituali, a ereditare una terra ancora immersa in un oceano di luce solare.”
Saranno forse queste affermazioni, che gli costarono il Nobel che avrebbe infinitamente meritato, o sarà perché tutta la sua dottrina ha un valore eretico?

Buona erranza
Sharatan