giovedì 4 agosto 2011

Nel cuore e nella mente


“La via è quella che ci consente di giungere
a ciò che si protende verso di noi, chiamandoci a sé.”

(Martin Heidegger - In cammino verso il linguaggio)

Essere consapevoli che il cuore di Buddha batte nel nostro petto è possibile solo se cessiamo di far resistenza a questa potenzialità e se ammettiamo che qualcosa che ci è ancora sconosciuto possa esistere nel nostro essere: l’onestà e la chiarezza sono il primo passo per vincere la resistenza e il dubbio rispetto a questa possibilità, poiché implica che abbiamo accettato, almeno a livello potenziale, che una cosa così inconsueta possa avvenire. Nel buddismo si usa l’espressione “trapiantare il cuore dell’illuminazione” o “trapiantare nel cuore la luna piena” per indicare l’esperienza, però l’immagine va interpretata simbolicamente, in quanto non si tratta di impiantare un elemento estraneo nel nostro sistema: nessuno può donarci la luna, poiché possiamo recepire solo ciò che accettiamo come una nostra componente costitutiva.

La luna è già presente nel nostro cuore perciò essa va solo ridestata, infatti il “trapianto” è riferito alle sensazioni che accompagnano il risveglio spirituale, poiché l’illuminazione giunge come un lampo lasciandoci tramortiti e pieni di sgomento per la ricezione di una cosa troppo grande e troppo onerosa per le nostre forze. Avvertiamo una sensazione interiore che non sappiamo definire esattamente, infatti le nostre sensazioni solitamente si formano nel tempo e si evolvono con lentezza, così che la conoscenza e la padronanza si conquistano con l’adattamento lento e graduale.

L’illuminazione viene paragonata al colpo che colpisce il plesso solare, infatti ci lascia senza fiato come avviene con un impatto devastante: l’illuminazione offre l’esperienza diretta e intensa che assomiglia allo shock, perciò è evidente e calzante l’assonanza con un colpo traumatico. L’illuminazione non ci offre nessuna scelta, poiché la verità nasce sempre già completa e totale, infatti l’ego viene spiazzato e travolto da questa evidenza, poiché è abituato a pensare dicendo “io” e “mio” nei riguardi di tutto ciò che lo coinvolge: ma il suo gioco onnipotente è finito!

Tutto il nostro mondo viene sovvertito e tutte le certezze sono annullate, perciò l’ego comprende che è stato scalzato dal suo trono, infatti assistiamo all’agonia e alla morte dell’ego, e l’avvenimento è molto triste e doloroso. Nel mondo precedente eravamo sicuri, perché avevamo un ego molto forte e determinato che sapeva come imporsi sul mondo usando la sua prepotenza, infatti lui conosceva ogni mezzo per vincere e reagiva sempre con l’aggressività alle avversità del mondo.

La nostra vita era piena di invidia e di desiderio ma non conoscevamo alcuna sconfitta, perché ogni errore veniva abilmente occultato con alibi, lacrime e recriminazioni: seppure fossimo dei ladri, eravamo dei ladri felici e invincibili, perché prendevamo tutto quello che desideravamo. Il mondo andava alla grande, e se qualcuno era un problema o un intralcio sapevamo come liberarcene, infatti conoscevamo ogni trucco per raggiungere i nostri obiettivi. Dopo l’illuminazione la vita è diventa un inferno e tutto è entrato nel caos, perché siamo usciti dal mondo abituale e non possiamo più tornare indietro, perciò conosciamo l’ansia e il disagio di essere degli stranieri in un terra estranea, e il fatto può diventare devastante.

Da quando la luna è esplosa nel nostro cuore ci siamo rammolliti e non sappiamo come ritornare a essere duri e sprezzanti, perciò non possiamo neppure usare più gli inganni e i trucchi dell’ego, perché la luna molesta sa che siamo falsi e impostori: tutti i trucchi dell‘ego sono stati scoperti e diventano evidenti, perciò ogni finzione diventa ridicola e inutile. Dall’illuminazione si emerge con un iniziale rigetto, perché la consapevolezza ci trasforma in animali sofferenti che maledicono il momento in cui sono andati a cercarsi i guai, perciò li hanno trovati nell’esperienza più scomoda e improvvisa che potessero incontrare.

Possiamo maledire l’inquietudine e l’insaziabile curiosità che ci ha spinto alla ricerca e vorremmo bruciare tutti quei libri che diffondono il morbo insidioso, perciò progettiamo anche come uccidere il maestro che ha avviato quel processo così penoso, affinché il Messia scomodo non possa disturbare anche altri malcapitati. Avere delle reazioni così paradossali è normale, perciò ci accade di provare delle profonde sensazioni di dolore e dei conflitti interiori dilanianti, come se fossimo state vittime di un trauma, poiché la paura unita alla tristezza sono i sentimenti normali che sono avvertiti se subiamo delle esperienze che sono molto dolorose e scioccanti.

Il primo passo diventa difficile se ci sentiamo soli e spaventati davanti a delle verità che sentiamo come troppo onerose per le nostre risorse interiori, perciò la solitudine diventa un sentimento persistente e il segno della resistenza ostinata dell’ego che non vuole rassegnarsi alla sconfitta, e che lotta ferocemente per costringerci a ritornare nell’ordine del mondo precedente. Se persistiamo nell’avanzare avendo un’attitudine guerriera, scopriamo che una luna interiore è sufficiente per renderci felici, in quanto ci fa sperimentare un’enorme beatitudine interiore. Noi ci sentiamo felici quando ci sentiamo autosufficienti, perciò dobbiamo trovare il coraggio di oltrepassare sia il dolore che il piacere, se vogliamo avere un’evoluzione ulteriore.

Il passo ulteriore giunge dall’accettazione di tutto quello che porta la situazione, e l’accettazione offre un miglioramento che diventa immediatamente utilizzabile per migliorare il nostro rapporto con la realtà dei fenomeni, infatti l’aggressività e la prepotenza diventano delle strategie che percepiremo come estranee, offrendo il sintomo che dimostra il risveglio del nostro sole. Nel buddismo si usa il simbolo del sole per indicare il femminile e il simbolismo della luna per indicare il maschile, poiché il femminile è connesso con il saper donare la vita e saperla accrescere, perciò il sole viene innestato nella testa per irrobustire il cervello, mentre la luna viene innestata nel nostro cuore per addolcirlo.

Le qualità solari sollecitano il risveglio naturale, perciò un ridestarsi che è dolce e delicato, poiché il sole è il simbolo della non paura e della dolcezza, infatti un risveglio naturale non usa i conflitti e l’aggressività nei confronti della vita e del mondo, e se sappiamo usare la gentilezza e la grazia in tutte le occasioni della vita, non avremo da temere nulla da ciò che la vita ci porterà. Se accettiamo d’impiantare il sole del principio femminile nella nostra mente avremo una crescente necessità di riordinare tutta la nostra vita, affinché tutto intorno a noi possa rispecchiare la medesima intelligenza e l’acuto discernimento che abbiamo saputo conquistare.

Vogliamo avere un mondo ordinato, pulito e luminoso, e vogliamo che il nostro mondo divenga sempre più magnifico e più grandioso, infatti avvertiamo un crescente disagio davanti a quello che percepiamo come falso, artefatto e artificiale. Il nostro risveglio interiore avviene anche a livello estetico, poiché sentiamo il desiderio di vivere in un mondo luminoso, elegante e accogliente, sebbene il nostro concetto di eleganza sia diverso dall’eleganza che è comune e consueta: l’eleganza che cerchiamo è sobria e razionale, poiché il sole mentale sa organizzare il suo mondo usando l’acutezza della sua intelligenza.

L’uomo sente la necessità di avere delle strutture interne che siano solide, perciò la costruzione del suo mondo non avviene tramite la progettazione architettonica, ma avviene simbolicamente ed è collegata con la protezione e con la certezza di avere un contenitore interiore che sappia offrirci il calore e l’accoglienza che ci rendono sicuri. La sensazione di avere dei confini interni sicuri e certi è collegata anche alla conoscenza di porte e di sentieri che possano farci entrare e uscire dal mondo, qualora ne avessimo la necessità, perciò questa scoperta diventa molto esaltante: questo è il dono offerto dal sole che brilla nel cielo, e la magia riesce anche nell’uomo se il sole risplende anche nella sua testa.

L’uomo non può abitare in una casa vuota, infatti sono le persone della nostra vita che creano l’atmosfera che ci è necessaria per avviare il risveglio, perciò nella metafora della casa interiore, pensiamo alle persone che hanno creato le nostre fondamenta, alle persone che sono state il salotto con il caminetto quando ci hanno scaldato e confortato, alle persone che sono diventate una cucina per nutrirci anche in senso concreto. Per l’uomo non è mai sufficiente solo uno spazio esterno concreto, poiché egli vive anche nello spazio interiore e questo spazio deve essere ricco di persone che sanno offrire un paesaggio ospitale e confortevole, perché tutti abbiamo bisogno di avere delle persone che ci possano aiutare e che siano le fondamenta, la soffitta, la finestra, la cucina, il letto e il bagno: e questa è l’unica essenza dell’esistenza umana quando la vita umana è naturale e sana.

La simbologia delle trame che si compongono e si dissolvono, riuscendo a collegare la vita degli uomini, e che ci fa comprendere la perpetua trasformazione del mondo è stata racchiusa nel principio del mandala. Nell’ambiente naturale dell’uomo deve esistere la dignità e l’onestà, perché sono le uniche qualità umane che possono diventare un punto di riferimento sicuro per iniziare a creare un mondo più giusto e più armonioso. La dignità e l’onestà sono le sole qualità umane che sanno fondare la grandezza dell’essenza umana, poiché la dignità umana non è nella prosopopea del presuntuoso e l’onestà non è nella rudezza che rigurgita sul mondo le sue verità personali e parziali.

Se diventiamo dei veri guerrieri conosciamo una dignità nuova che è contemporaneamente grande e umile ma rispettosa di tutto, poiché il guerriero possiede un senso del decoro e del rispetto che riserva, per primo soprattutto nei riguardi di se stesso, perciò sa rispettarsi e sa rispettare il mondo, perciò abita in un mondo che è sempre più caldo, più gioioso poiché rende il suo mondo un luogo molto affidabile e sicuro. La nostra crescita diventa una via da guerriero quando sappiamo accettare la luna nel cuore, perché la luna offre la dolcezza e la compassione, mentre il sole che splende nella testa ci offre la chiarezza e l’amore per la verità.

Sono l’inerzia e l’ignavia dell’uomo che ci impediscono di apprezzare una vita eroica, poiché gli uomini non amano essere disturbati e dicono di voler migliorare, ma poi rimandano all’infinito l’attualizzazione concreta dei loro propositi. La luna simboleggia il principio del dare e la natura compassionevole che sa offrire anche se stessa, infatti la luna ridesta “maitri” che è la dolcezza e la gentilezza, ma ridesta anche “karuna” che è la compassione, mentre lo splendore del sole sviluppa “prajna” che è la capacità intellettiva, perciò sviluppa un ottimo intelletto.

Nella cultura occidentale l’intellettualizzazione viene vista in modo negativo, poiché è associata con il distacco dall’emozione in quanto si crede che sia un contesto e un’occasione di fuggire dall’osservazione di se, ma prajna che è intelligenza costituisce il modo più preciso e giusto per osservare e sperimentare l’esistenza, perché essa usa l’esattezza e la precisione nell’analisi totale della situazione. Solo l’intelletto sa vedere in modo chiaro e totale in tutte le esperienze, poiché è l’intelligenza che sa prevedere il potenziale insito nelle situazioni e che viene celato dai fatti della vita concreta: è solo prajna che sa afferrare tutto il contesto in modo immediato.

Solo l’intelletto ci permette di discriminare nelle esperienze e riesce a farci conoscere le condizioni samsariche, quelle fumose e quelle illusorie, perciò solo prajna sa come discriminare ciò che diventa illuminante e ciò che può risvegliarci. Arrivando a questo punto sappiamo come vedere oltre le cose, perciò impariamo che nulla va rifiutato o va accettato a priori, perché nulla va escluso se vogliamo una vita che sia completa, perciò tutto va accolto, esaminato e valutato: tutto deve essere gestito e inserito nell’esperienza concreta se vogliamo vivere consapevolmente e se vogliamo scegliere come scelgono gli uomini liberi.

Il nostro mondo non deve essere chiuso e avaro, ma deve essere ricco e vario, perciò dobbiamo imparare come accudire bene alle nostre faccende se vogliamo avere anche degli ottimi rapporti con il resto del mondo: tutta la vita va apprezzata e celebrata, perciò iniziamo a fare la connessione imparando a farlo nei riguardi di noi stessi, perché la pratica inizia facendo la piena comprensione di noi stessi. Una persona che sta bene in sua compagnia vuole poco dell’altro, perché tutto quello che possiede è qualcosa di prezioso, di elevato e di elegante, infatti l’insegnamento del sole nella mente e della luna del cuore sanno come celebrare la vita in tutte le sfumature.

Un guerriero deve imparare come saper fondere il sole e la luna se vuole diventare l'imperatore del suo mondo, e se vuole che la conquista resti impressa indelebilmente nella sua natura: questo livello è raggiunto con lo sviluppo della natura di “vajra” che è un termine sanscrito che descrive l’indistruttibilità del diamante, poiché anche la nostra natura interna può avere le medesime caratteristiche di splendore e di resistenza. Questo è l’autentico destino dell’uomo, perché la vera natura umana è quella di diventare delle persone affascinanti, incantevoli, splendenti e gioiose, poiché queste caratteristiche sono le medesime preziose qualità che sono possedute dalla Divinità che abbiamo ridestato e che amorosamente ospitiamo racchiusa nel nostro cuore e nella nostra mente.

Buona erranza
Sharatan



martedì 2 agosto 2011

Nella mente del guerriero


“Chi in cento battaglie riporta cento vittorie,
non è il più abile in assoluto.
Chi non dà nemmeno battaglia,
e sottomette le truppe dell’avversario,
è il più abile in assoluto.”

(Sun-Tzu - L’arte della guerra)

Per il buddismo tibetano diventare un guerriero significa saper affrontare se stessi e vedere la questione come una dimostrazione di onestà riguardo a se stessi e non come un’occasione per punirsi con accuse di indegnità e di inadeguatezza. Ogni persona possiede degli aspetti poco nobili e dei lati oscuri, infatti tutti hanno qualcosa di cui non vanno orgogliosi, ma l’essenziale è avere il coraggio di affrontare la verità più schietta nei riguardi di noi stessi. Saper vedere come siamo non equivale alla condanna e non costituisce una dichiarazione di avere solo degli ostacoli mentali e di non possedere alcun pregio personale.

Per scoprire come siamo è necessario imparare a essere schietti e saper vedere la nostra situazione in tutta la sua interezza e in tutte le sue sfumature, perciò dobbiamo saper osservare e saper vedere con obiettività e con assoluta sincerità, che significa iniziare a percorrere la via del guerriero. Per il buddismo saper vedere e ascoltare la verità significa essere sulla via del dharma che è acquisire la capacità di poter sostenere la verità, poiché tra la verità del messaggio che giunge dalle dimensioni che vanno oltre la mente e colui che ascolta c’è un abisso che potrebbe diventare incolmabile: tra ciò che viene detto e colui che ascolta e che si rende disponibile all’insegnamento c’è un percorso che dobbiamo imparare a fare.

L’immagine del guerriero espressa nel termine tibetano "pawo," indica la persona coraggiosa, perché guerriero è chi ha una base interiore che è costituita dall’impavidità e dal coraggio, e non equivale alla capacità di saper sostenere una guerra. La mente occidentale non comprende che i manuali strategici orientali sono opere filosofiche in cui vengono esemplati degli stili di vita e costituiscono un’acuta osservazione delle strategie mentali con cui le persone gestiscono i conflitti interiori ed esteriori.

L’arte orientale della guerra è una forma di meditazione, infatti molti strateghi orientali mostrano il duello come un fatto spirituale e come un’esperienza molto formativa, soprattutto se il duello viene interiorizzato e la conoscenza dell’avversario avviene nella mente e non nell’intreccio dei corpi sudati. Anche chi ama trionfare pienamente, come Musashi, deve ammettere che chi riesce ad incutere timore nell’avversario, al punto che costui tema di attaccarci, questi è un vincitore ben superiore rispetto a tutti quelli che trionfano nella vera battaglia.

Sun-tzu raccomanda che, in guerra, dobbiamo fare conto soltanto su noi stessi e sulle nostre risorse personali, perché il tumulto della lotta ci permette di poter contare solo sulle nostre forze personali. Entrando in guerra è necessario imparare a usare ogni nostra caratteristica come un punto di forza e come un punto di vantaggio, perciò dobbiamo saper trasformare le nostre caratteristiche personali nel modo più vantaggioso. Nell’antichità molti duelli non venivano effettuati con le armi, ma i due contendenti si fronteggiavano e si misuravano psicologicamente, infatti veniva osservata la postura per vedere se l'avversario avesse dei cedimenti emotivi, e se il suo corpo fosse perfettamente rilassato ma pronto e il nemico fosse calmo e determinato a entrare in azione, perciò si calcolava la reciproca determinazione e la reciproca sicurezza interiore.

Chiaramente il saper fronteggiare l’avversario era una strategia per capire quanto l’altro fosse esperto, quanto fosse forte e determinato, perciò la sua pericolosità nella lotta e la valutazione avveniva a livello preliminare. Spesso avveniva, tra due grandi guerrieri, che uno potesse riconoscersi come inferiore per preparazione e per forza, perciò ammetteva una vittoria potenziale e tributava l’omaggio della vittoria preliminare, senza che fosse necessario dover incrociare le armi nel combattimento concreto. La tradizione guerriera ci dimostra che la strategia dell’eroe è nel saper combattere e nel saper vincere contro se stesso, piuttosto che nell'essere capace di affrontare e di sconfiggere gli altri.

Il vero coraggio è superare la viltà e la sensazione di essere feriti interiormente, infatti sentirsi feriti impone la necessità di darsi dei punti di sutura, perciò dobbiamo provare anche un dolore supplementare per essere risanati. Molti credono di potersi risanare senza dover provare dolore, perciò assumono dei tranquillanti e sognano di potersi risvegliare quando ogni dolore è ormai passato. Abbiamo paura di soffrire e di stare nel mondo, infatti temiamo che il male che esiste nel mondo ci possa colpire, perciò accettiamo ogni menzogna per sfuggire alla paura del dolore senza capire che accumuliamo la menzogna al dolore.

Un guerriero non ha mai paura di affrontare le sue situazioni e non teme un rischio in cui si gioca la vita, perciò diventare dei guerrieri significa vincere la paura, ma per vincerla dobbiamo osservarla mentre giunge. La paura giunge usando il travestimento dell’emozione violenta, si traveste usando il nervosismo, usa pure il sentimento dell’indegnità oppure si instilla nel dubbio sull’incapacità di saper affrontare le sfide della vita, infatti la paura è il motivo per cui molti vengono sommersi e sconfitti dalla vita, perciò usano i tranquillanti o le droghe come dei palliativi per tenere sotto controllo i disagi.

Se non impariamo a stare radicati nel mondo e se non sappiamo guardare in viso la nostra realtà non possiamo creare delle relazioni armoniose con il mondo, infatti se il corpo e la mente viaggiano con velocità che sono prive di sincronia e se il corpo e la mente non sanno come procedere in armonia siamo condannati a vivere nel buio avendo smarrito la via. Vivere nel sole del tramonto significa barcollare nel buio, perciò essere infelice nei bassifondi della vita che sono i luoghi in cui l’uomo diventa una scimmia ubriaca che si rende ridicola dimenando la coda davanti alla platea che la beffa, dice Chogyam Trungpa.

Il sole sorge nella mente del guerriero quando avviene il risveglio alla consapevolezza della dignità della condizione umana, che equivale al sapersi elevare alle più alte qualità della natura umana fondamentale. Questa è una condizione grande, poiché significa avere pienamente il senso della nostra condizione e il senso del nostro posto nel mondo, che è il senso di avere la testa sulle spalle, secondo il buddismo tibetano. Al mattino sorge la luce del sole dall’oriente, perciò l’oriente è il sorriso che noi facciamo all’alba quando ci svegliamo in un giorno felice, ed è l’immagine opposta a quella della scimmia ubriaca ridicola, ed è un contrasto stridente che è assieme terribile e magnifico.

L’ostacolo maggiore e il rischio di sconfitta è nella paura che è nello schema umano consueto di voler ingannare noi stessi e nella volontà di credere e accettare anche le più false e incredibili panzane pur di non vedere la realtà e pur di poter fuggire dalla paura. Noi abbiamo sempre paura di affrontare noi stessi, infatti molti credono che sia orribile esaminare il nucleo più profondo di loro stessi, quindi cercano una via spirituale che diventa un’anestesia. Sebbene molti dicano di voler essere liberi, vogliono la via che li renda liberi non dall’illusione di maya, ma vogliono una fuga dalla sofferenza di osservarsi interiormente e cercano la liberazione dalla loro essenza profonda.

Essere onesti nei riguardi della nostra vera natura è la lotta più pericolosa, per questo viene detta la via del guerriero che è la via per affrontare e vincere la guerra più dura, infatti l’osservazione può trovare la bellezza o la bruttezza interiore, infatti alcuni si sentono orribili e sono molto infelici. L’osservazione diventa la strada e il metodo migliore per iniziare a vincere noi stessi, infatti aprire il cuore e rilassarsi mentre ci osserviamo con amore è l’inizio del percorso e l’occasione per scoprire cosa siamo, perciò è l’inizio della connessione con la parte migliore di noi, perciò dobbiamo procedere con calma e con dolcezza.

Non possiamo barare con noi stessi perché non esiste il mercato delle verità interiori, infatti non possiamo raccontarci delle storie, perciò dobbiamo essere chiari e onesti quando ci guardiamo allo specchio. Pensare in modo giusto è scoprire cosa c'è in gioco e come giocare al meglio nella situazione, perciò vediamo che c’è qualcosa che va oltre noi stessi e oltre le lotte della mente, infatti scopriamo ciò che è desto oltre quello che dorme.

Nel nucleo più profondo dell’uomo c’è qualcosa che è la pura gioia ed è una nobiltà dall’origine antica, infatti il buddismo dice che tutti abbiamo la natura di Buddha che in sanscrito è detta "tathagatagarbha" che significa l’essenza di “colui che si è estinto” cioè di “colui che viene e che va” nel medesimo modo di tutti i Buddha. Questo concetto è molto denso e profondo, poiché indica la parte dell’essenza spirituale che tutti gli uomini condividono con la natura degli esseri più illuminati, infatti si indica lo spirito divino più eccelso. La fierezza e la bellezza di questa condizione innata nell’uomo è nella buddhità interiore che abbiamo come condizione effettiva e non potenziale, perché la nostra natura divina è reale e autentica.

L’uomo malato e infelice dorme davanti alla verità superiore, perché teme la grandezza e la responsabilità della missione umana, perciò il nocciolo della questione è come trovare una tecnica sicura per risvegliare il leone dormiente nella mente del guerriero. Secondo il buddismo tibetano la chiave è nella meditazione e nella capacità di saper oservare se stessi, poiché così conosciamo la nostra vera natura e possiamo rompere il flusso delle menzogne che ci raccontiamo.

Riconoscere la bontà fondamentale nascosta nel midollo dell’essenza umana è la condizione preliminare per credere che siamo persone degne della gioia e dell’amore che la vita ci riserva e per ritrovare la gioia interiore. Nella vita è necessario credere che oltre le nuvole c’è sempre un sole che ci sorride e che ogni vita umana ha un valore unico, perciò ognuno è sempre degno di avere il meglio di ciò che la vita può offrire. La scoperta del valore della vita umana e la consapevolezza del significato profondo della nostra vita diventa l’obiettivo della mente coraggiosa e fonda la filosofia del guerriero che coltiva il coraggio di osservare e di conoscere se stesso.

Buona erranza
Sharatan


martedì 26 luglio 2011

L’albero della vita



Ogni tanto, il Baal Shem Tov andava nella foresta e restava in solitudine: chiaramente questa abitudine aveva risvegliato una grande curiosità da parte dei suoi discepoli perciò, quando chiese a tre dei più smaliziati chassidim di accompagnarlo, Sendril, Yehiel e Gershom furono ben felici di farlo. Salirono tutti sul carro del maestro, mentre i cavalli partirono subito al galoppo senza che nemmeno ci fosse bisogno che il Baal Shem Tov facesse schioccare la sua frusta. Dopo aver lasciato la città, corsero attraverso la campagna senza che fosse pronunciata nessuna parola, mentre gli zoccoli dei cavalli quasi non toccavano il terreno e il carro correva lungo un percorso che gli animali conoscevano bene.

Giunsero, infine, ai bordi di una foresta impenetrabile e mentre il Baal Shem Tov scioglieva i cavalli per lasciarli liberi di abbeverarsi e pascolare, i tre chassidim fissarono con ammirazione le nobili piante della millenaria foresta, ma si riscossero quando il maestro gli fece il cenno di seguirlo e si addentrò nel fitto bosco. Avanzarono a lungo nel folto di quella stupenda foresta tanto che, ai discepoli, sembrava quasi un sortilegio dover calpestare le foglie di quel luogo pieno di pace che sembrava inviolato, perciò procedevano cauti temendo quasi di rovinare qualcosa di quel luogo perfetto, o che qualcuno potesse venire disturbato dalla loro presenza.

Molti alberi avevano dei tronchi che potevano essere circondati dalle braccia di molti uomini per contenerne la circonferenza, e il loro enorme fusto sembrava ergersi quasi a toccare il cielo. Mentre passavano nei pressi di un’enorme quercia dalle misure maestose, Yehiel si fermò a sbirciare tra la fronde di quell’albero e vide un nido su cui era posato a covare un uccello stupendo dalle piume iridescenti con le ali dorate. Il sole accendeva le iridescenze delle sue piume diffondendo uno spettro di mille colori e facendo brillare l’oro delle sue ali: Yehiel restò a bearsi di quello splendore dorato e si perse in quegli splendenti colori, mentre il Baal Shem Tov e i due compagni procedevano oltre.

Camminando per un altro bel pezzo di strada, i tre giunsero ai bordi di un magnifico laghetto, e gli chassidim videro che il Baal Shem Tov si chinava a sbirciare nell’acqua, perciò fecero la medesima cosa, ma il lago non era di acqua normale, poiché non videro riflessa l’immagine del loro volto reale, ma si videro fissare dallo splendido volto di una presenza angelica. Dopo aver fissato il viso angelico, i due chassidim volsero lo sguardo verso il Baal Shem Tov per chiedere qualche spiegazione su quel miracoloso lago, ma il loro maestro si stava già allontanando, perciò Sendril gli corse dietro per non smarrirne le tracce. Invece Gershom restò immobile a fissare le acque, come se fosse diventato di pietra, e restò calamitato a fissare quel volto: aveva capito che fissava il viso del suo angelo custode, perciò non riusciva più a lasciarlo.

I due chassidim rimasti entrarono nel cuore più profondo della folta foresta e lungo una strada videro degli alberi che brillavano come se fossero arsi dall’incendio, infatti gli alberi sembravano di fuoco, ma non bruciavano con nessuna fiamma e non si consumavano con nessun fuoco. Sendril si ricordò del racconto biblico di Mosè e del roveto ardente che trovò nel deserto, perciò volle indagare e restò a osservare gli alberi infuocati, mentre il Baal Shem Tov gettava un’occhiata distratta al fuoco e proseguiva per la sua strada. Sendril non si accorse neppure che il maestro lo aveva lasciato per proseguire il suo cammino. Fu così che, quando il Baal Shem Tov giunse fino all’Albero della vita nel cuore della foresta, ormai era rimasto da solo.

Il protagonista della storia è il celebre cabalista Rabbi Isra’el ben Eliezer, noto come Baal Shem Tov cioè “Maestro dal Nome Buono” fondatore del chassidismo, di cui si dice che abbia raggiunto il massimo traguardo spirituale, cioè di diventare maestro del proprio nome, perciò maestro di se stesso. La storia esorcizza la paura degli uomini di poter percorrere una strada con troppa velocità oppure di sbagliare e non saper procedere, così che abbiamo il timore di non poter arrivare all’albero della vita. Questo albero, dicono i cabalisti, è inserito nella nostra vita cioè nel nostro stesso procedere, perciò ognuno deve seguire le sue inclinazioni e deve scegliere secondo le sue peculiarità concrete.

Stiamo tutti andando verso la medesima direzione, perché tutti vogliamo trovare la vocazione che sentiamo come più adeguata per la nostra anima, infatti tutti comprendiamo meglio ciò che corrisponde alle tendenze che sentiamo interiormente. Perciò tutti dobbiamo tornare alla nostra vita concreta, come punto di partenza da cui trovare lo spunto per scoprire la nostra massima realizzazione. Il Baal Shem Tov non precludeva dalla condivisione delle sue conoscenze, infatti amava avere dei compagni con cui condividere il cammino e sapeva come condurre i suoi discepoli verso la vera conoscenza. La storia insegna pure che, l’albero della vita del maestro era diverso da quello dei tre chassidim, infatti la storia insegna che ciascuno viene condotto ad un albero della vita diverso, perché ognuno è chiamato alla realizzazione usando una direzione diversa.

Buona erranza
Sharatan


sabato 23 luglio 2011

Oltre la manifestazione materiale


“La forma dell‘universo,
per quanto possa variare in modi infiniti,
resta nondimeno sempre la medesima ”

(Baruch Spinoza)

Il ricercatore che indaga sullo spirito usa la mente delle scienze fisiche, scrive Steiner, perché nella spiritualità “si parla di una conoscenza di fenomeni non sensibili, e di questi fenomeni l’attività pensante vuole occuparsi, come nell’altro caso si occupa di fenomeni che sono l’oggetto della scienza naturale.” Se la scienza ufficiale si limita ad occuparsi, con i suoi metodi e i suoi procedimenti della realtà sensibile, la scienza occulta vuole superare questa autolimitazione, perché considera “il lavoro dell’anima” intorno alla natura come un’autoeducazione dell’anima, perciò vuole applicare alla sfera sensibile ciò che risulta da questa autoeducazione.

La scienza occulta analizza i fenomeni sensibili, ma non li tratta come fatti materiali, seppure li debba studiare usando la mente dello scienziato, infatti trova i fattori sovrasensibili che sono alla base delle manifestazioni concrete. La scienza che indaga lo spirito inserisce nell'indagine, l’atteggiamento animico di volersi educare, perciò arriva alla conoscenza con la mente obiettiva così come “la conoscenza della natura diventa scienza.” L’elemento animico è inserito, non solo in ciò che l’uomo conosce della natura e dei suoi fenomeni, ma nel “processo del conoscere” poiché l’anima si conosce e si sperimenta nel suo stesso “applicarsi alla natura,” perciò facendolo si spinge ben oltre il sapere della natura e si sviluppa sperimentando concretamente la conoscenza.

Nessuna scienza può esistere senza dei criteri e dei metodi esatti, perciò non si può disprezzare l’apporto delle scienze naturali che ci aiutano nello sviluppo di “una severa mentalità scientifica” per “pensare nello spirito del pensare scientifico” e questa mentalità va conservata anche quando l’anima si spingerà ad indagare in altri campi. Quando pensiamo ai sensi dobbiamo pensare che essi oggi sono solo il “riflesso sfumato” di come saranno in futuro nel mondo spirituale, ma i pregiudizi contro le scienze spirituali sono ancora troppo grandi per permetterci di parlare in modo approfondito dei sensi che avremo nei mondi superiori, dice Steiner.

Nei regni spirituali, i sensi che abbiamo sviluppato ci permetteranno di muoverci fra gli esseri delle gerarchie superiori e l’attrazione sarà prodotta dalle forze di attrazione e di repulsione che queste entità eserciterano su di noi e che “si manifestano nelle simpatie e antipatie spirituali che vengono da noi sperimentate.” Il senso dell’equilibrio, per fare un esempio, nel mondo spirituale non sarà più percepito in senso fisico, ma diverrà un equilibrio morale davanti agli esseri e alle forze spirituali. Molte cose che vorrei dire, scrive Steiner, le devo tacere perché i pregiudizi sono troppi da non permettermi di rivelare altre caratteristiche delle sfere sensorie spirituali, perciò svilupperò solo i concetti che posso rivelare sulle implicazioni spirituali delle sfere sensorie.

Nei tempi antichi, la condizione era assai più favorevole alla rivelazione di determinate verità ed era più facile parlare di esse, rispetto a oggi. Per fare un esempio, gli antichi greci avevano una conoscenza molto più profonda di come lo spirito potesse plasmare la materia e di come la materia potesse emanare l'appartenenza alla tendenza spirituale, perciò essi sapevano come la materia potesse emanare lo spirito di cui si era impregnata. Anticamente, la conoscenza di questa connessione non implicava nessuna separazione tra il versante spirituale-animico e quello fisico-corporeo, infatti negli scritti di Aristotele vi sono delle descrizioni sublimi delle figure esteriori degli uomini valorosi, dei vili, dei collerici e dei tipi sonnolenti.

In questi racconti abbiamo una lucida descrizione e una precisione di descrizione del colore del viso e della fisionomia, infatti venivano raffigurati i volti dei vari tipi, ma oggi l’individualità umana è assai più differenziata e questo impone di parlare in modo molto diverso da allora. Le sfere sensorie odierne, se vengono confrontate con quelle di allora, ci appaiono in quiete e immobili come le costellazioni celesti sembrano immobili se vengono paragonate al corso dei pianeti che ruotano e che cambiano posizione in modo più rapido.

I sensi sono collocati in una determinata sfera di influenza, mentre i processi vitali pulsano scorrendo attraverso l’organismo perciò, con questa circolazione pulsante, la vita attraversa e permea i sensi, infatti circolando la vita infonde la sua forza e riattiva i sensi, perciò li può vivificare. Nell’epoca lunare, i sensi erano organi vitali e avevano una maggiore forza animica, perciò dobbiamo attuare un ritorno a quei stati e fare la regressione all’epoca lunare precedente, infatti si deve ricordare che ogni fase evolutiva possiede il ricordo di una atavica capacità che ritorna e che costituisce la ricaduta che può stimolare lo slancio verso una maggiore salita evolutiva.

Oggi conserviamo l’atavismo e il recupero della fase lunare nella percezione della “visione” che allora era una capacità ordinaria e un modo abitudinario di percepire, ma oggi essa è creduta come un elemento morboso che svela un sottofondo umano patologico, perciò oggi si crede malattia quella che era creduta realtà naturale nell’epoca lunare. Chiaramente non possiamo considerare normale, per il mondo odierno, avere delle “visioni” come nell’epoca lunare, infatti il nostro corpo è più solido, e non potrebbe sostenere l’impatto con quella condizione che non è più naturale: l’uomo, dice Steiner non potrebbe restare tranquillo nell’osservazione della visione e non saprebbe osservarla interiormente rivolgendo il suo contenuto al mondo spirituale, perciò evitando che la visione agisca sul corpo.

Una visione non è mai ingannatrice se l’uomo è equilibrato, perciò se l’uomo è abbastanza forte da conformare il fisico terrestre anche alla visione lunare, infatti l’uomo può adattare il suo fisico a quel tipo di sensorialità, poiché essa giace ancora latente nei nostri sensi più morti, ma abbiamo ancora la possibilità di rivitalizzarli per adattarli a quella modalità arcaica di percepire. Questo significa che l’uomo deve saper modificare il suo zodiaco interiore, sapendo orientare le zone sensorie, perciò deve modificare i 12 campi interiori per educarli ad avvertire maggiormente dei fenomeni vitali piuttosto che sensoriali.

Questo aggiustamento interno deve saper produrre dei fenomeni che possano “attaccare il processo sensorio, in modo da trasformarlo entro la propria sfera in un processo vitale.” Solo questa operazione può trarre i sensi dalla zona di morte in cui giacciono per trasferirli nello “stato vivente” in cui l’uomo vede e contemporaneamente vive quello che sta vedendo, perciò egli ode e vive quello che sta sentendo, perché sa usare questo modo di percepire vedendo tutti i fenomeni, perciò sa usare il mondo come usa quello che mette nello stomaco e sa gustarlo come gusta quello che lecca con la lingua.

In questo modo, tutti i processi sensori vengono rimessi in movimento, poiché la vita viene nuovamente sollecitata in loro e i sensi si ridestano, in quanto questo è sempre possibile per l’uomo. I sensi vanno ricondotti allo stato precedente, riportandoli all'epoca in cui erano degli organi più vivi, infatti solo degli organi che sono vivi possono essere attraversati dalle “forti correnti di simpatia e antipatia.” Tutto ciò che è vivo risponde sempre alle forze che gli sono affini e respinge ciò che non riconosce come tale: queste sono le forze che vengono risvegliate e che vengono “infuse nuovamente” in tutti i nostri organi sensori.

Anche i processi vitali possono essere trasformati e possono “essere compenetrati” dall’elemento animico che è nel substrato della materialità, infatti dovrà avvenire che i tre processi vitali della respirazione, del riscaldamento e della nutrizione potranno essere riuniti in una armoniosa unità e sapranno far fluire l’elemento animico del mondo in modo da poterlo ridestare nella nostra interiorità. L’organismo odierno possiede le tre funzioni vitali, ma le conserva come delle spoglie morte e sconnesse tra loro, infatti la respirazione aspira l’aria, noi assorbiamo il calore se dobbiamo scaldarci e mangiamo i cibi materiali per sopravvivere.

L’elemento animico che viene ridestato potrà rifondere tutto questo operando una simbiosi tra queste funzioni che noi vediamo solo nel significato materiale. Chiaramente non si parla della nutrizione del cibo materiale, poiché il processo a cui si accenna, dice Steiner, non avverrà isolato come avviene nell’atto del mangiare, bensì la nutrizione avverrà in tutti e tre i nostri processi vitali. Anche i processi di secrezione, di crescita e di riproduzione saranno più vitali, perciò ogni processo vitale diverrà qualcosa di più animico. Tutte le limitazioni riguardo la divisione tra la materia e lo spirito devono essere abiurate se vogliamo conquistare l'unità di sapere, di sentire e di volere che sono le tre forze interiori che sanno cristallizzare l’uomo.

Questo fenomeno avviene come un fenomeno sottile e intimo, poiché viene donato dal recupero dell’antica sensibilità lunare senza cadere nelle visioni, perché la nostra percezione sarà solo un modo di vedere in cui tutta la sfera sensoria diventa più sottile e raffinata, poiché i nostri processi vitali saranno diventati più animici. L’uomo non potrebbe essere più un organismo sognante come nell’epoca lunare, perché il corpo odierno possiede una struttura rigida e cristallizzata, perciò dobbiamo saper usare anche la durezza conquistata per consolidare i sentimenti spirituali che sentiamo, così come avviene quando siamo ispirati nella produzione dell’opera d’arte, perciò quando plasmiamo usando la visione della nostra anima agendo sulla materia.

Quando usiamo l’intendere sensoriale per la percezione della bellezza e nel comportamento estetico, l’uomo riattiva gli organi di senso più elevati, infatti la creazione artistica è vita, poiché è infusa dall’elemento animico. L’educazione alla bellezza ci fa comprendere molte verità perché la sensorialità che apprezza la bellezza è attratta dall’elevazione dello spirito, sebbene il gusto estetico moderno sia diventato troppo materialista e arido come l’epoca in cui viviamo. Nell’arte ancora vive l’animico che si è perso sulla terra, infatti vi possiamo ritrovare l’elemento vivificante che è in grado di migliorare la nostra sensibilità, sebbene l’uomo non voglia cambiare credendosi perfetto e vuole restare com’è.

In realtà, potremmo usare meglio la variabilità umana per fare altre modificazioni, poiché l'uomo può essere sempre modificato, almeno entro certi limiti. Noi possiamo adattare i sensi per farli retrocedere alla sensitività lunare, quando i processi vitali si compenetravano uno nell’altro, perché nei sensi dell’uomo deve avvenire quello che avviene nei cieli, dove i pianeti entrano in reciproco rapporto mentre le costellazioni restano ferme. Nella pittura vediamo l'eloquente esempio di questo aggiustamento e ammiriamo la “meravigliosa simbiosi di queste sfere sensorie.” Nella pittura gustiamo il colore, ma questo non avviene in modo fisico perché non lecchiamo i quadri, ma accade che sentiamo un gusto interiore che è molto simile a quello che sente la lingua che assapora.

Nella pittura si riattiva il senso di degustazione che è dietro la lingua, poiché avviene un processo immaginativo sottile che appartiene al gusto, ma che collabora insieme alla vista. Questa interazione di percezioni sensoriali attiva il sottile processo interiore che ci nutre e ci sazia come il mangiare fisico, infatti sperimentiamo dei processi fisiologici e sensoriali in modo simultaneo. La pittura fa gustare il colore con il contenuto animico che è insito nella sfumatura cromatica, infatti il pittore “fiuta le sfumature di colore, non certo con il naso, ma con qualcosa di animico, di profondo, che avviene nell’organismo col processo dell’odorato.” Secondo Steiner, la pittura è l’esempio migliore per illustrare come avvenga la fusione di forze interne ed esterne in cui i sensi diventano vitali, infatti nella pittura la percezione visiva esteriore si fonde con l'appagamento della nutrizione interiore.

La scienza dello spirito dovrà elevare l’uomo verso una visione spirituale del mondo se non vogliamo che l’umanità cada in rovina, però anche lo spirito dovrà smetterla di disprezzare il piano fisico e dovrà saperlo apprezzare maggiormente. Per poter comprendere che lo spirito costituisce il substrato del mondo materiale, anche il materialismo dovrà rivedere la sua concezione e dovrà rinunciare alla sua incapacità di saper concepire lo spirito credendo che il corpo è la condensazione della materia spirituale su cui si fonda tutta la realtà concreta.

Buona erranza
Sharatan

martedì 19 luglio 2011

Lo sforzo dell’evoluzione


“Così chi sa conosce sempre rettamente la natura dell’uomo,
e chi non sa la considera ora in un modo ora in un altro,
e ognuno la imita alla propria maniera.”

(Johann Wolfgang von Goethe)

Generalmente, dice Gurdjieff, quando non si comprende qualcosa si cerca di trovarle un nome, perché così ci illudiamo di saper comprendere più facilmente. Purtroppo si crede che avere tante parole, perciò saper usare tanti termini, possa aiutare nella comprensione: si crede che avere l’abbondanza di nomi e di concetti mentali faccia padroneggiare la realtà. Il fatto di avere tante definizioni e tante concezioni ci fa illudere di avere la saggezza, se non giungesse la vita pratica con delle situazioni che portano alla luce tutta l’ignoranza effettiva.

Persino parlando di cose comuni pensiamo di poter comunicare un senso ma, ognuno attribuisce alle parole un peso e un significato speciale che l’altro neppure sospetta possa esserci, persino parlando “dell’uomo” che sembrerebbe un argomento tanto banale e scontato da non destare equivoci di sorta. Però, anche questo termine può essere inteso in molti modi vedendolo come genere, come concetto filosofico, come soggetto religioso, come elemento zoologico, come essere morale, etc. L’incomprensione umana è enorme se non usiamo una terminologia esatta e un linguaggio preciso che sia inequivocabile per tutti: questo è il motivo per cui i sistemi dell’antica conoscenza usavano un linguaggio che permetteva di “precisare immediatamente” quello che veniva detto.

Il linguaggio esatto ha una sua struttura che si basa sul principio di relatività, poiché essa permette al linguaggio di poter determinare con precisione, poiché “il linguaggio ordinario” difetta di relatività. La proprietà fondamentale di questo linguaggio esatto è che tutte le idee si concentrano intorno ad una idea unica e tutte le cose possono essere viste e prospettate nella loro relazione reciproca, affinché divengano più chiare: l’idea comune è quella inerente il concetto di evoluzione. Dobbiamo sapere che nulla ha una evoluzione che sia meccanica, perciò non vi è nulla che possa evolversi e che possa salire e nulla che possa degenerarsi, perciò discendere in un modo automatico, poiché solo la distruzione e la degenerazione sono meccaniche: ogni evoluzione avviene in modo volontario.

Un linguaggio preciso permette una comprensione che si basa sulla “conoscenza del rapporto dell’oggetto che si esamina con la sua evoluzione possibile e sulla conoscenza del posto che l’oggetto occupa sulla sua scala evolutiva” poiché molte delle nostre idee sugli oggetti comuni posseggono, in realtà, una divisione relativa agli stadi della loro evoluzione. Dicendo “uomo” dovremmo usare sette parole diverse, poiché esistono sette tipi di uomini, infatti abbiamo l’uomo 1, l’uomo 2, l’uomo 3, l’uomo 4, l’uomo 5, l’uomo 6 e l’uomo 7. Solo con la conoscenza di questi livelli possiamo parlare di uomo sapendo di intenderci in modo esatto, perciò solo usando queste sette idee sapremo di comprenderci immediatamente quando parliamo dell’uomo.

Nell’uomo 7 vediamo lo sviluppo completo, poiché egli possiede tutto ciò che l’uomo può avere, cioè la volontà, la coscienza e un Io permanente e immutabile, perciò egli ha la sua individualità e può avere anche l’immortalità e una serie di proprietà che gli potremmo attribuire, perché solo fino a un certo punto possiamo immaginare le tappe graduali che ci consentono di pervenire a questo livello evolutivo. L’uomo di tipo 6 lo segue molto da vicino, poiché differisce solo in quanto alcune delle sue proprietà sono meno permanenti, mentre l’uomo 5 resta ancora poco accessibile, poiché è l’uomo che ha raggiunto la sua unità: il tipo 4 dobbiamo vederlo come uno stadio intermedio.

Gli uomini 1, 2 e 3 sono l’umanità meccanica che è ferma al punto in cui è nata e in cui si è formata con l’educazione. Vedendo in dettaglio queste categorie vediamo che l’uomo 1 ha il centro di gravità della vita psichica nel centro motore, il tipo 2 è nel medesimo livello di sviluppo, ma si differenzia avendo il centro di gravità nel centro emozionale, perciò la vita è basata sulle emozioni essendo l’uomo del sentimento. L’uomo di tipo 3 è ancora al medesimo livello evolutivo, però ha il centro di gravità collocato nel centro intellettuale, perciò le sue funzioni intellettive sottomettono le funzioni istintive ed emotive: questo uomo ragiona e possiede una teoria mentale su tutto perché della vita conosce solo le considerazioni mentali. Comunque, dice Gurdjieff, andrebbe specificato che noi tutti nasciamo 1, 2 o 3 poiché l’uomo nasce come tale e lo stadio 4 è il frutto degli sforzi per acquisire quel carattere definito che si acquisisce solo alla fine di un duro lavoro su se stessi.

Nessun uomo 4 può essere così in modo spontaneo, poiché l’educazione, la cultura e le influenze esterne rendono impossibile che questa evoluzione avvenga come fenomeno naturale e spontaneo. Questo livello è superiore ai tipi 1, 2 e 3, poiché il tipo 4 ha il “centro di gravità permanente” che è costruito sulle sue idee, sulle sue convinzioni e sull’apprezzamento per il suo lavoro; tutti i suoi centri psichici sono ben equilibrati, perciò nessun centro ha il predominio sugli altri, come nelle tre tipologie primarie: questo è un uomo che sa chi è e che conosce dove vuole andare. Nell’uomo 5 c’è già una cristallizzazione perciò egli non cambia continuamente come i tipi 1, 2 e 3, seppure possa avvenire che si pervenga al 5 in seguito a un lavoro buono oppure cattivo, perciò l’uomo 5 può essere il risultato di un lavoro sbagliato come di un lavoro esatto.

Si arriva al 5 dopo essere stati al 4, però qualcuno nasce già 5 senza giungere dal tipo 4 precedente, perciò dopo si trova nel blocco evolutivo verso il livello superiore del tipo 6 e 7, perciò per tornare ad evolversi egli deve “rifondere completamente la sua essenza, già cristallizzata.” Il tipo 5 che si è evoluto in modo sbagliato deve poter perdere completamente se stesso per riavviare la sua evoluzione e la nuova fusione avviene a prezzo di terribili sofferenze, anche se questo caso è fortunatamente molto raro. La divisione dell’uomo in sette categorie spiega molte cose che non potremmo comprendere altrimenti ed è la prima applicazione del concetto di relatività allo studio dell’evoluzione umana.

Delle cose identiche possono diventare delle cose molto differenti, se vengono riferite a delle categorie differenti di uomini, infatti secondo la medesima concezione, tutte le manifestazioni interiori ed esteriori degli uomini, perciò tutto ciò che l’uomo può manifestare si può similmente suddividere in sette categorie. Se pensiamo al sapere, allora vediamo l’ascesa in sette livelli che sono riferibili a quei modelli umani, perciò valutiamo il sapere dell’uomo 1 come quello basato sull’imitazione e sugli istinti, poiché egli possiede delle concezioni che impara e che ripete a memoria come una scimmia o un pappagallo. Il sapere del tipo 2 è il sapere collegato solo a quello che gli piace, perciò egli rifugge dalla conoscenza di ciò che non gradisce e ricerca solo ciò che gli aggrada: quest’uomo è affascinato da tutto ciò che in lui suscita l’orrore, lo spavento e la nausea.

L’uomo 3 ha un sapere fondato sulla comprensione letterale delle cose, perciò ha un pensare soggettivo che è di tipo logico, che è il sapere del topo di biblioteca e degli scolastici, che sono le categorie di uomini che contano le occorrenze letterali delle sacre scritture e poi usano quelle indagini per fare dei sistemi interpretativi della realtà universale. Nel sapere dell’uomo 4 vi è una conoscenza di genere diverso, perché il suo sapere viene attinto direttamente dall’uomo 5 che lo ha ricevuto dall’uomo 6 che, a sua volta, lo ha appreso attingendo direttamente dalla sorgente dell’uomo 7. E’ evidente che l’uomo 4 è in grado di comprendere il sapere dell’uomo 5 solo a seconda delle sue capacità e in relazione alle sue possibilità, perciò in modo relativo. Comunque, facendo il confronto con il sapere dell’uomo 1, 2 e 3 appare chiaro che il suo è un sapere di chi è in cammino verso il sapere di tipo oggettivo perciò il 4 si è distaccato dalla soggettività.

Il sapere dell’uomo 5 è di tipo differente, poiché è totale e indivisibile, perché il 5 non ha un “io” che conosca una cosa di cui gli altri “io” non siano stati informati, perciò lui sa con tutto se stesso, infatti apprende con la totalità del suo essere. Il sapere dell’uomo 6 è al livello del sapere totale a cui l’uomo può accedere, ma questo sapere non è ancora sufficientemente assicurato, in quanto può essere ancora perduto. Solo il sapere dell’uomo 7 è del tutto suo, poiché esso è totale e integrale: questo è il pieno sapere oggettivo e pratico del Tutto.

Se poi valutiamo anche il livello dell’essere dell’uomo avviene la medesima cosa con 7 livelli, perciò con le medesime 7 gradazioni di essere dell’uomo. L’essere del tipo 1 è quello di chi vive solo di istinti e di sensazioni, il 2 ha un essere che vive di sentimenti e di emozioni, il 3 ha l’essere fatto solo di ragione: questo evidentemente non potrebbe essere definito “essere” e infatti il sapere del tipo 4, del 5 e oltre non può venire mai compreso dagli uomini che non posseggono l’essere, poiché non hanno la possibilità di comprendere ciò che non conoscono e che non sanno possa esistere. Adesso si comprende perché il sapere che viene erogato, anche quando proviene dal tipo 4 e oltre, non viene compreso, in quanto ognuno possiede la comprensione che gli appartiene.

Non potrebbe essere diverso, poiché non si può comprendere se non quello che appartiene al nostro livello, perciò ognuno possiede solo ciò che è suo e ognuno possiede ciò che è nelle sue capacità di comprensione, infatti possiamo comprendere solo ciò che è al nostro livello. La divisione in 7 categorie vale per tutto ciò che si riferisce all’uomo, perciò pensiamolo per l’arte, la religione, per la scienza, per la filosofia e per tutto ciò che è prodotto dall’essere umano, perché tutto ciò che si riferisce all’uomo è sempre in relazione a quello che è l’uomo, perciò tutto è sempre relativo al livello di sviluppo dell’organismo esaminato. Parlando di linguaggio, dice Gurdjieff, questo è un esempio concreto della necessità dell’esattezza, perché se il linguaggio è inesatto e ordinario si possono diffondere tante parole, ma si resta privi di ogni comprensione, perciò aumentiamo sempre più l’incomunicabilità tra gli uomini.

Buona erranza
Sharatan



sabato 16 luglio 2011

In tutti i sensi


“Immagina l’universo stupendo e giusto e perfetto.
Poi sii certo di una cosa:
l’Essere lo ha immaginato di gran lunga migliore
di quanto tu possa aver fatto.”

(Richard Bach - Illusioni)

Parlando del rapporto che esiste tra l’uomo e l’universo, scrive Steiner, dicono che l’uomo è un piccolo mondo inserito nel grande mondo, perciò è un microcosmo nel macrocosmo. L’uomo entra in relazione con il mondo per mezzo dei suoi sensi, infatti i sensi umani si sono evoluti e modificati rispetto alle caratteristiche che avevano nel periodo lunare, però la nostra sensorialità sembra morta se viene paragonata a quella antica quando i nostri sensi erano “molto più vivi e vitali.”

Crediamo di avere solo 5 sensi fisici, invece dei 12 che abbiamo, in quanto abbiamo 7 sensi che vengono trascurati nello sviluppo umano, infatti crediamo solo nei sensi anatomici della vista, udito, gusto, olfatto e tatto. Se i sensi devono collegare l'uomo al mondo, perciò se devono offrire una percezione sia interiore che esteriore appare evidente come il possesso questi 5 sensi fisici ci renda incompleti e imperfetti. Poiché nell’uomo vi è la potenzialità di sviluppare tutte le facoltà siamo stati strutturati con molti tipi di organi percettivi che ci permettono di sviluppare armoniosamente tutte le componenti, perciò siamo stati dotati di 3 gruppi di 4 sensi con cui percepiamo e con cui possiamo sviluppare il corpo, l'anima e lo spirito.

Siamo dotati di 4 sensi per lo sviluppo del corpo e connessi alla volontà, infatti il tatto, la vita, il movimento e l'equilibrio servono per percepire la nostra interiorità. Abbiamo 4 sensi per sviluppare e accrescere l'anima, in quanto l'olfatto, il gusto, la vista e il calore sono collegati con il sentimento e aiutano nella percezione del mondo esterno. Lo sviluppo dello spirito avviene con il suono, il linguaggio, il pensiero e l’io, infatti sono connessi con il pensiero e la capacità di saper percepire l’interiorità degli altri. I 4 sensi che sviluppano la triplice struttura umana posseggono delle qualità che formano una scala con 3 gradazioni di livelli dotati di sempre crescente raffinatezza percettiva.

Per ogni sensorialità usiamo un campo percettivo diverso, infatti 12 campi sensoriali dividono il corpo e ogni senso agisce autonomamente nel suo distretto, perciò potremmo immaginarci come una cipolla sezionata, in cui i cerchi sono inseriti uno nell’altro. Questi campi sono “uniformemente attraversati dalla corrente della vita” poiché la vita fluisce nell’intera sensorialità umana, sebbene non ci sia una vita intesa in modo identico per tutti, infatti la vita pulsando attraverso i sensi umani subisce una differenziazione ulteriore.

I sensi sono stati sviluppati per la percezione interiore, perciò tutto ciò che percepiamo entra nei nostri confini. Così funziona il tatto e il senso della vita, inoltre percepiamo l’equilibrio del corpo come un movimento interiore ed esteriore, in quanto il corpo sa percepire sia lo spazio interno che quello esterno.

E’ con l’olfatto che andiamo a penetrare il mondo, benché l’olfatto faccia uscire solo in modo parziale, infatti annusiamo senza percepire tutti odori come fanno gli animali. Una connessione più evidente è osservabile nel gusto che porta i sapori all’interno, infatti il gusto è più interno dell’olfatto e può stringere un nesso più profondo con il mondo. Nella vista catturiamo per vedere, perciò penetriamo in un senso ancora più interiore, sebbene il calore ci offra la connessione che filtra l'interno e l'esterno in modo simultaneo.

Il suono rende fedelmente la percezione e “la struttura interna dell’oggetto” e, se il suono possiede un significato comunica ogni realtà come avviene nel linguaggio che sa penetrare il senso del mondo. La nostra percezione diventa ancora più intima se il suono è rivestito del significato e del simbolismo della parola, cioè del Logos. Le parole che esprimono dei concetti penetrano nell’oggetto, perché fanno assimilare ogni elemento attivando una percezione in cui avviene la fusione tra l'interiore e l'esteriore, anche se c'è differenza tra sentire delle parole e saper comprendere il vero senso del pensiero, perciò conoscere il vero significato del linguaggio.

Spesso sentiamo le parole senza collegarle al pensatore, perciò sono udite in modo dissociato, mentre sarebbe necessario sapersi inserire “nell’essere che forma la parola in vivente relazione con esso per entrare, tramite la parola, nell’essere pensante” ma questa capacità richiede una percezione maggiore, poiché richiede il “senso del pensiero.” Il nesso più elevato e più profondo diventa quello che rende possibile avere nei riguardi dell'altro un sentimento tanto intimo da farci sentire le sue sensazioni come se fossero le nostre, ma questa percezione sorge solo con un “vivo pensare” che sa concepire l’io dell’altro sapendo usare il nostro io, poiché in noi fluisce la medesima entità.

La percezione essenziale discrimina tra l’io che percepisce e l’io dell’altro, poiché così costruisce un suo “io personale” che sa pensare su sé stesso. Ma questa sensibilità non può essere una percezione alterna e dissociata, poiché la differenza tra le strutture percettive è sempre inerente alla loro struttura, perciò è inerente alle capacità di cui l'organismo è stato dotato creandone la struttura all'origine. L’origine della percezione è stata infusa con il “germe della possibilità” di percepire e di saper comprendere “l'altro” che venne sviluppata assieme al “germe dei sensi” nei tempi antecedenti allo sviluppo lunare.

L’io personale sorge solo con l’evoluzione che facciamo sulla terra, ma l’io interiore che ci anima è una cosa molto più antica rispetto all’io degli uomini, perciò dicendo “io” dobbiamo pensare alla capacità umana di saper percepire l'altro come fosse una alterità che ci è affine. Secondo la scienza percepiamo gli altri osservandoli nella gestualità e nella corporeità, perciò valutandone l’aspetto esteriore, ma “in verità come percepiamo immediatamente un colore, così percepiamo l’io dell’altro che ci sta di fronte.” Gli uomini non si percepiscono usando i parametri dell’osservazione esteriore, poiché il dato di fatto è che “esiste un senso profondo che ci permette di intendere l’altro io,” perciò la capacità percettiva da saper attivare è un profondo “nesso sensorio con l’io dell’altro” e questa è una enorme capacità evolutiva

Come il colore agisce sulla vista tramite l’occhio, così l’io altrui va filtrato con il nostro io, infatti anche l’io costituisce un organo sensoriale che l'uomo deve imparare a usare. La differenza tra gli uomini è solo nella diversa percezione della vita che crea delle differenti individualità, perciò è lo stile personale che “specifica” gli uomini. Il senso della vita circola nei sensi usando dei processi che facilitano la vita, infatti senza la respirazione, il calore e la nutrizione non sarebbe possibile alcuna vita biologica.

Il mondo diventa fruibile solo se sappiamo usare un processo di trasformazione interiore degli elementi che ci fornisce la vita, infatti dobbiamo saper interiorizzare tutto ciò che offre l’esterno. La trasformazione si attua in 4 fasi, infatti nella prima vi è una “secrezione interna” che distribuisce l’elemento nutritivo nel corpo, infatti la sostanza che riceviamo dal mondo viene elaborata dagli organi che provvedono alla nutrizione, così che il alimento nutritivo possa essere secreto nell'organismo.

Tutto ciò che è introdotto nel corpo entra a far parte del corpo stesso, perciò va conservato e mantenuto interiormente, che è la seconda fase della trasformazione, in quanto la vita deve saper aumentare e crescere per restare nel tempo. La vita della terra è inserita nel grande cerchio della “riproduzione del tutto” e tutto quello che vive va saputo accrescere, conservare e riprodurre, poiché la riproduzione è un processo elevato che permette la continuazione degli organismi creando degli organismi simili.

Secondo Steiner esistono 7 processi vitali che permettono alla vita di fluire nei 12 sensi fisici, perciò la vita si perpetua tramite la respirazione, il riscaldamento, la nutrizione, la secrezione, la conservazione, la crescita e la riproduzione. In questa costituzione originaria è la causa della differenziazione degli uomini, perciò la connessione tra i 7 processi vitali e i 12 sensi umani non andrebbe mai dimenticata.

La conoscenza del microcosmo si ottiene conoscendo come i 12 sensi umani riescono a far fluire i 7 processi della vita, poiché ogni uomo ha il suo modo di vivere e ogni fluire è sempre settuplice. La conoscenza della relazione tra l’universo e l'uomo, cioè il nesso tra macrocosmo e microcosmo viene acquisita osservando il cerchio dei 12 segni zodiacali che è percorso dai 7 pianeti, poiché così entriamo in rapporto con le combinazioni celesti e con la conoscenza di tutti i tipi di individualità che possono manifestarsi nell'uomo.

Buona erranza
Sharatan


martedì 12 luglio 2011

Il padre di Gurdjieff


"Sforzati sempre e in tutto di ottenere allo stesso tempo,
l’utile per gli altri e il dilettevole per te."
(Hodja Nassr Eddin)

Gurdjieff racconta che, nel corso dei suoi viaggi in Asia e in Africa, spesso veniva creduto “un mago e un esperto in questioni dell’aldilà” perciò, tutti coloro che lo conoscevano con quella fama si ritenevano in diritto di disturbarlo con le loro curiosità sull’aldilà e sui fatti della sua vita personale e sulle sue idee. Anche se era stanco si ritrovava a rispondere perché, altrimenti, si sarebbero offesi per la sua scortesia e lo avrebbero diffamato mettendo in giro delle maldicenze sul suo conto.

Perciò si era deciso a scrivere sia delle sue idee impostate come “materiale preparatorio costruttivo” nel racconto della sua autobiografia ma, per comodità, nel raccontare risponderà alle domande più ricorrenti che gli sono state rivolte dalla gente. Siccome la prima domanda è sempre quella che riguardava gli incontri con delle persone straordinarie aveva deciso di articolare il racconto in modo da poter rispondere a queste domande, ma soprattutto voleva rispondere alla prima domanda riguardo agli uomini straordinari.

In questo modo aveva la possibilità di poter rispondere alle curiosità future facendo il rinvio alla lettura del capitolo relativo al quesito, sebbene andrebbe specificato ciò che si intende per “uomo straordinario,” poiché ognuno ha le sue idee soggettive. Secondo Gurdjieff “può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla sua natura, pur mostrandosi giusto e indulgente verso le debolezze altrui. Siccome il primo uomo di questo genere che mi fu dato da conoscere e la cui influenza lasciò una traccia sulla mia vita fu mio padre, è da lui che comincerò…”

Il padre era molto famoso come asowt, cioè poeta-bardo ed era conosciuto con il nome di Adas, nell’ampia zona tra la Transcaucasia e l’Asia Minore. Nella zona gli asowt erano molto rispettati e gli uomini che si consacravano a questa carriera potevano anche essere illetterati, ma dovevano avere una memoria e una vivacità di spirito così straordinarie da ritenersi prodigiose. Essi dovevano ricordare innumerevoli racconti e poemi, e cantare a memoria lunghe melodie, ma erano anche in grado di cantare abbandonandosi alle ispirazioni e improvvisando su temi determinati.

Non era difficile che avvenissero delle dispute accese che già nella sua infanzia erano diventate assai rare, ma aveva potuto sentire quei bardi ed era rimasto colpito dalle loro prodigiose memorie che gli permettevano di cambiare velocemente i temi e le cadenze per ritrovare la rima poetica al momento giusto. Molti venivano dalla Persia, dalla Turchia, dal Caucaso e perfino dal Turkestan e si esibivano davanti a un auditorio considerevole cimentandosi nelle dispute musicali in un torneo poetico organizzato seguendo una sua ritualità.

Nella gara veniva sorteggiato il cantore che poneva all’avversario un quesito religioso o filosofico, oppure lo invitava a spiegare un mito, una leggenda, oppure a spiegare una credenza molto diffusa: l’altro rispondeva facendo il componimento melodico nella lingua turco-tartara, che era la lingua comune diffusa in quei luoghi che avevano tutti dei diversi dialetti locali. La competizione poteva durare dei giorni, delle settimane e anche dei mesi, e finiva con la vincita di premi come bestiame, tappeti e altri oggetti offerti ai partecipanti da coloro che assistevano.

Nell’infanzia ebbe modo di partecipare a tre tornei di cantastorie, perché il padre veniva invitato a quelle serate in cui erano interpretate le leggende che suo padre raccontava anche in famiglia, infatti molte notti venivano trascorse con le storie dei grandi popoli dell’antichità e degli uomini straordinari del passato, con racconti su Dio, sulla natura e su ogni meraviglia, ma tutte finivano con un racconto tratto dalle Mille e una notte. Fra le storie sentite dal padre ce n’è una che restò nel tempo e che fu il “fattore spiritualizzante” che gli dischiuse “la comprensione dell’incomprensibile” e riguarda la “Leggenda del diluvio prima del diluvio” che fu al centro della discussione con un suo amico.

L’amico era l’arciprete della cattedrale militare, padre Bors, che era venuto per ascoltare il Canto XI della saga di Gilgamesh in cui si narra come la terra di Suruppak fu distrutta dalle acque: nell’occasione suo padre disse che la storia era precedente ai babilonesi, perché risaliva ai sumeri, perciò aveva ispirato il mito del diluvio biblico e dell’arca di Noè. Alla discussione era presente anche lo zio di Gurdjieff, e ben presto la disputa divenne così accesa da far dimenticare al padre di mandarlo a letto, poiché i due contendenti erano troppo impegnati: la controversia durò tutta la notte e produsse delle profonde impressioni per i contenuti che vennero discussi, infatti furono basilari nel suo pensiero futuro.

Dopo molti anni, si lesse sui giornali, che erano state ritrovate delle tavolette provenienti dagli archivi del palazzo di Babilonia, ed erano testi vecchi di 4.000 anni di cui si davano delle traduzioni, tra cui il famoso Canto XI della saga di Gilgamesh di cui aveva detto suo padre. Questa notizia lo colpì con una profonda “emozione interiore” unita al rimpianto di non avere prestato una maggiore attenzione alle antiche leggende sentite raccontare nell’infanzia. Dopo il fatto si ridestò la memoria delle storie di suo padre, ed esse gli produssero quei risultati che erano cristallizzati nel suo essere e che emersero come il “fattore spiritualizzante” che gli infuse la comprensione dell’incomprensibile.

Nelle leggende si narra dei tempi antichi di 70 generazioni prima dell’ultimo diluvio - e ogni generazione è di 100 anni – in cui le terre erano al posto del mare e il mare era nei luoghi in cui sono le terre, in cui visse una grande civiltà il cui centro era nell’isola di Haninn considerata il centro della terra, e corrispondente al luogo in cui è la Grecia. I soli sopravvissuti al diluvio furono i frati “imastown” cioè i membri di una confraternita che si erano riuniti in una casta che era diffusa su tutta la terra, ma il cui centro restava sull’isola: essi furono degli esperti astrologi che studiavano il corso delle stelle, perciò si erano diffusi nel mondo.

Per restare in contatto usavano un mezzo telepatico perciò usavano delle pizie che facevano da apparecchio ricevente, infatti entravano in trance per ricevere i messaggi degli altri imastown e li trascrivevano. A seconda del luogo da cui provenivano i messaggi venivano scritti nel verso che era convenuto, perciò le comunicazioni provenienti dall’est rispetto l’isola venivano trascritte dall’alto in basso, quelle del sud da destra a sinistra, quelle dall’occidente, che era Atlantide e i paesi delle Americhe dal basso all’alto, e da sinistra a destra ciò che proveniva dalle regioni europee.

Parlando del padre non si può tacere dell’amico Padre Bors, l’arciprete che fu suo primo precettore e uno dei due uomini che si assunsero l’onere di preparare un ragazzo incosciente alla vita, perciò essi sono le “due facce della divinità del mio Dio interiore” dice Gurdjieff. I due avevano un metodo particolare per disputare che il padre aveva chiamato “kastusilia” traendolo da una parola assira appresa dai miti, e il metodo consisteva in uno che faceva una domanda improvvisa e apparentemente assurda, mentre l’altro doveva dibattere a tono, usando la massima calma e lucidità, perciò fornendo una risposta logica e plausibile.

Ad esempio, una sera Padre Bors entrò nella bottega e chiese a bruciapelo: “Dov’è Dio?” mentre il padre rispose: “Ora Dio è a Sary-Kamys” perciò Padre Bors gli oppose: “E cosa sta facendo?” Il padre rispose che ora Dio stava fabbricando delle scale doppie, sulla cui cima metteva la felicità, perché su quelle scale potessero risalire e discendere tutti gli uomini e tutte le nazioni della terra. Domande così erano comuni tra quei due uomini straordinari sebbene, al tempo gli sembrassero tanto strane ma, quando si impegnò a risolvere quesiti simili, allora quel ricordo diventò molto prezioso.

Suo padre aveva la sua chiara concezione degli scopi della vita, infatti gliela ripeteva di continuo dicendo che l’uomo deve acquisire la propria libertà interiore e deve avere una buona vecchiaia: questo è l’imperativo primario ma richiede l’osservazione di quattro comandamenti, di cui il primo è amare i genitori, il secondo è conservare la propria purezza sessuale, il terzo è saper dimostrare la massima cortesia verso tutti, ma restare interiormente libero senza far conto su nessuno, e la quarta è amare il lavoro in sé e non solo per guadagno. Suo padre lo amava molto essendo anche il suo primogenito tanto che lo sentiva più come un fratello maggiore per tutte le conversazioni e le confidenze.

La famiglia paterna era di origine greca, ma i suoi antenati erano fuggiti da Bisanzio dopo la conquista turca, prima si erano rifugiati in Turchia e poi sulle rive orientali del Mar Nero, infine andarono in Georgia dove c’erano ottimi pascoli per il bestiame che allevavano. Suo padre aveva avuto l’eredità e si era trasferito in Armenia dove il suo cospicuo patrimonio lo rendeva uno dei più ricchi allevatori, finché prese in affitto i capi di bestiame dei vicini più poveri, come si usava fare nel posto, ma un’epidemia di peste decimò tutte le bestie. Il padre volle risarcire tutti del danno avendone la custodia e la responsabilità, perciò da ricco si ritrovò nella miseria più nera con una famiglia di sei persone con moglie, madre anziana e tre figli, di cui il maggiore era Gurdjieff che aveva 9 anni.

La famiglia prima viveva agiatamente, perciò il padre si diede al commercio di legname con annessa falegnameria, ma la scarsa esperienza lo mise in difficoltà, per cui lo zio li aiutò a trasferirsi a Kars. La famiglia si era intanto ampliata di altre tre sorelle minori, per cui non vivevano nell’oro e Gurdjieff aiutava in bottega per racimolare qualche soldo: ben presto divenne esperto di tutte le riparazioni che gli commissionavano. La vita del padre fu una “cornucopia di disgrazie” ma lui conservava sempre la serenità e il distacco dalle sue sciagure osservandole con quella tranquillità che è solo nei poeti, perciò la famiglia risentì di una calda atmosfera di concordia, di amore e dell’aiuto reciproco.

La capacità innata di saper trarre ispirazione dai minimi particolari della vita rendeva suo padre un continuo esempio, infatti era una fonte di coraggio per “la sua libera spensieratezza” ed emanava una felicità di cui potevano godere tutti i suoi familiari. Le sue idee sull’aldilà erano particolari infatti, quando Gurdjieff era adulto gli chiese di spiegare, senza “filosofeggiare” tanto la questione dell’anima, e suo padre negò di credere alla migrazione dell’anima, però affermò di credere che “qualcosa” si possa costruire durante la vita.

Il padre credeva che l’uomo nascesse con una facoltà grazie alla quale alcune esperienze elaborano “una sostanza definita” da cui si forma lentamente un “qualcosa” che acquisterà una vita indipendente dal corpo fisico, perché il “qualcosa” non si altera con il corpo, ma più tardi, seppure sia costituito dai medesimi elementi che costituiscono il corpo fisico. Il “qualcosa” possiede una materia molto più sottile e una sensibilità molto maggiore di quella corporea, ma reagisce a tutte le azioni che sono subite dal corpo, perciò resta assoggettato alla sua influenza prima e dopo la morte del corpo, finché non giunge una completa disintegrazione.

Pur amandolo teneramente il padre lo educò fin dall’infanzia con “persecuzioni sistematiche” per infondergli quegli impulsi che lo avrebbero aiutato nella vita adulta. Uno dei metodi educativi preferiti era quello di addestrarlo con le misure necessarie affinché invece degli impulsi di avversione, disgusto, ripugnanza, vigliaccheria e pusillanimità e simili, nell’animo del figlio fossero sostituiti dal sentimento dell’indifferenza nei riguardi di tutto ciò che desta quei sentimenti. A questo scopo gli nascondeva nel letto una rana, un lombrico, un topo oppure ciò che poteva destare quegli impulsi, oppure lo costringeva a giocare con serpenti non velenosi.

Tra le persecuzioni ve ne era una che destava l’apprensione delle persone di casa, perché lo faceva uscire all’alba e lo spruzzava con l’acqua gelata della fonte, poi lo faceva correre nudo, e malgrado lo amasse molto lo puniva con asprezza se lui si ribellava. Quegli addestramenti furono preziosi nel corso della sua vita futura così piena di viaggi, di avventure e di vicissitudini in cui l’addestramento ad ogni asprezza potrebbe essere testimoniato da coloro che lo videro agire: senza quei momenti non avrebbe mai potuto superare tutto, perciò di questo deve rendere grazie a suo padre.

Nel 1916 suo padre aveva 82 anni, ed era molto anziano, ma era ancor pieno di forza e di vigore e appena qualche filo bianco ornava solo la sua barba. Morì l’anno dopo, ma non per morte naturale, perché fu ucciso quando cercò di proteggere i suoi averi dal saccheggio della casa di famiglia, infatti l’attacco dei turchi contro Aleksandropol fece fuggire tutta la famiglia tranne il padre che non volle abbandonare ciò che aveva. Nella dispersione delle carte di casa vennero distrutti tutti i manoscritti di suo padre, tutti i testi dei canti e delle leggende che erano stati trascritti sotto la sua dettatura, perché furono dispersi dai saccheggi.

La personalità del padre era caratterizzata dall’uso di adoperare sentenze ad ogni occasione, perché sembrava trovare sempre un modo di dire che era il meglio al momento migliore. Questi aforismi sembravano funzionare solo usati da lui, perché se altri li usavano apparivano sempre come sciocchezze e delle stupidità dette a sproposito. Ma, per completare il ritratto del padre va illustrata una sua tendenza naturale che colpiva tanto chi non lo conosceva, infatti molti credevano fosse un uomo privo di senso pratico e mancante d’intelligenza negli affari. Eppure, non aveva alcun tipo di carenza di questo tipo, bensì nella sua più intima natura provava una “repulsione istintiva per l’idea di trarre profitto personale dall’ingenuità e dalla sfortuna degli altri.”

Suo padre era un uomo integro e onesto al massimo grado, perciò non avrebbe mai creato la sua fortuna sulle sventure del suo prossimo, perciò tutti non esitavano a trarre profitto dalla sua specchiata onestà per imbrogliarlo sistematicamente, “cercando inconsciamente di deprezzare così il valore di tale caratteristica, sulla quale poggia l’insieme dei comandamenti del Nostro Comune Padre.” Sebbene fosse vessato dalla sorte e fosse consapevole di essere imbrogliato suo padre non si scoraggiava mai, e non si identificava con nulla, si manteneva sempre libero interiormente perciò restò sempre fedele a se stesso: l’unico cosa che gli dispiaceva era di essere disturbato quando sedeva a guardare le stelle.

Dice che l’unica cosa che un figlio può affermare, fin dal più profondo del cuore è il desiderio di poter diventare come suo padre da anziano. Per varie vicissitudini non gli è stato mai possibile vedere la tomba del padre, e pare impossibile che questo possa avvenire nel futuro, perciò non gli resta che ordinare ai suoi figli, carnali e spirituali, di prendersi l’impegno di ritrovare la sua tomba solitaria e abbandonata all’incuria e di erigere una stele che rechi questa iscrizione:

IO SONO TE,
TU SEI ME,
EGLI E’ NOSTRO,
TUTTI E DUE SIAMO SUOI.
CHE TUTTO SIA
PER IL NOSTRO PROSSIMO.


Buona erranza
Sharatan