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martedì 30 maggio 2017

L’alienazione



“Il problema fondamentale è l’alienazione da noi stessi,
l’alienazione dai nostri sentimenti,
dagli altri esseri umani e dalla natura,
l’alienazione dal mondo dentro e fuori di noi.”
(Erich Fromm)

Alla metà del secolo scorso, Erich Fromm studiò il problema della salute mentale dell’uomo moderno. Usando un approccio di impostazione socio-psicologica egli esaminò i disturbi psicologici dell’uomo “normale” e concluse che la “normalità” è correlata allo stato dell’uomo socialmente adattato. Fromm mise in relazione il contesto sociale in cui l’individuo vive con la qualità della sua salute mentale e affermò che il comportamento umano risente delle esigenze economiche e sociali.

Questo metodo di indagine, in passato, gli aveva consentito di evidenziare il carattere autoritario degli anni ’30, il carattere mercantile degli anni ’40 e il carattere necrofilo degli anni ’60. Facendo l’analisi dei processi produttivi e studiando il risultato del processo di adattamento degli individui, Fromm concluse che vi era il fondato sospetto che la società pretendesse dall’individui degli atteggiamenti psichici che potevano indurre dei processi patologici. La condizione del mondo moderno induce una crescente incapacità di avere un rapporto diretto con la realtà.

Fromm usò il concetto di “alienazione” che Marx aveva collegato solo ai processi produttivi e all’economia, e usò quel concetto per studiare il comportamento sociale umano e le ripercussioni della modernità sulla salute mentale. Negli anni ’70, Fromm affermò che la società moderna soffriva di una crisi profonda. Tale crisi era “unica nella storia dell’umanità” perché era la “crisi della vita stessa.”

Fromm scrisse che il nostro futuro dipenderà essenzialmente dal fatto che si prenda consapevolezza di ciò, e ci si metta al servizio di un nuovo “umanesimo” che saprà mettere l’uomo al centro del nostro interesse. La questione fondamentale è l’alienazione da noi stessi, e questo significa che siamo diventati estranei a noi stessi o che il mondo esterno ci appare estraneo. Fromm era persuaso che, in ogni società, gli uomini vengono plasmati - in larga misura - dalle condizioni economiche e sociali in cui vivono.

Usò Marx sebbene considerasse troppo dogmatico il marxismo, e le sue teorie poco attente ai fattori umani coinvolti nei processi economici. Respinse la pretesa degli stalinisti di essere gli unici depositari delle teorie marxiste, e sostenne che le teorie di Marx possono dare molto alla psicologia. Notò che “la nostra è una società incentrata sul mercato.” Ma il nostro tipo di mercato è molto diverso da quello delle società rurali e dei piccoli paesi delle regioni sottosviluppate.

In quei contesti mercantili, il rapporto tra chi vende e chi compra è basato sulla conoscenza diretta. Il mercato diventa un contesto di scambio, un luogo in cui si va per fare due chiacchiere e per rinsaldare i rapporti. La società di mercato è regolata in modo diverso, perché il mercato non è governato dal venditore ma tutto viene definito dal “pubblico mercato delle merci” nel quale i prezzi e la produzione sono determinati dalla domanda.

Il prezzo e la permanenza delle merci sul mercato sono determinati dall’andamento del mercato stesso che, dentro certi limiti, deve continuamente cercare un equilibrio per governare “la domanda e l’offerta.” Ma questo meccanismo si collega con i processi psicologici degli individui, perché il mercato richiede che tutti gli oggetti siano presentati come delle merci.

Ma c’è una grande differenza tra un oggetto e una merce, perché l’oggetto possiede un determinato valore d’uso, mentre la merce ha un valore di scambio. Quando l’oggetto appare sul mercato assume un certo valore economico, perciò l’oggetto inizia ad essere pensato sotto forma di denaro o di astrazione. Il valore economico degli oggetti implica che gli oggetti siano pensati nella forma astratta di denaro.

Ognuno di noi, dice Fromm, se ci pensa bene si accorge che gli oggetti vengono pensati non più come degli oggetti, ma come delle merci. Gli oggetti non vengono più considerati per il loro valore d’uso, o per la loro bellezza e utilità, ma assumono un valore sempre più astratto. Gli oggetti non vengono più considerati per le loro caratteristiche concrete ma in modo astratto. Questo “processo di astrattizzazione” è collegato al meccanismo produttivo e alla nostra economia.

Con questo processo “vanno perdute praticamente tutte le qualità specifiche, concrete, e ogni cosa assume la stessa caratteristica quantificabile che si esprime in forma astratta,” scrive Fromm. E lo stesso processo si estende e si manifesta anche nella percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo. Di conseguenza, viene “dimenticata e ignorata la concretezza di quella persona, che pure era una persona particolare, unica, com’è unico ogni essere umano.”

L’atteggiamento mercantile si manifesta quando le persone che lavorano non vendono solo la loro forza fisica e le loro capacità ma, nella nostra società, esse vendono anche la loro libertà. Per restare rispettabili occorre mostrarsi gradevoli e avere un buon ambiente familiare. Ma, in questo modo, il singolo non si percepisce più come un individuo concreto, ma è come una merce ovvero uno che deve “vendersi bene sul mercato.”

Nella nostra società l’individuo fa dipendere il suo valore solo dal fatto di essere più o meno commerciabile, perciò la sua fiducia in sé stesso dipende dal fatto che sia commerciabile. La percezione di noi stessi non è più determinata dall’apprezzamento delle nostre qualità concrete, della nostra intelligenza, dalla nostra onestà, dalla nostra dolcezza, dal nostro umorismo e così via.

La percezione del nostro valore e il senso di sicurezza che ne deriva dipendono dalla capacità di venderci. Per questo l’uomo moderno è insicuro e dipendente dal successo, oppure diventa insicuro quando non ha successo. Il comportamento economico e il nostro modo di produrre esercitano un’influenza enorme sulla struttura della nostra personalità. Anche il linguaggio accentua l’astrazione, perché il linguaggio - di sua propria natura - deve sintetizzare tutte le qualità intrinseche delle cose rappresentandole con una parola.

Anche il linguaggio facilita l’astrazione dalle vere esperienze, infatti le parole diventano sempre più lontane dalle esperienze concrete. Questa perdita di contatto con la realtà, secondo Fromm, investe anche il mondo dei sentimenti. Viviamo in un vuoto affettivo e - per tirare avanti - riempiamo il vuoto con il sentimentalismo.

Il fenomeno del sentimentalismo è tipico nell’individuo distaccato, chiuso in sé stesso e privo di relazioni significative perciò viene a trovarsi in una condizione particolare. Egli prova emozioni ma senza riferirsi a nessuno in particolare, perciò diventa sentimentale: i sentimenti traboccano ed emergono altrove. Ecco allora il ricorso a parole roboanti quali: «onore», «Patria», «rivoluzione» ma queste parole sono astratte e avulse da ogni reale significato.

In effetti, alcune persone possono vedere immani tragedie a pochi passi da loro e restare impassibili. Costoro non hanno alcun rapporto con il mondo che le circonda quindi vivono nel vuoto dell’astrazione, nell’alienazione della realtà dei sentimenti. Ma, dato che sentono pur sempre qualche sentimento, non possono far altro che risvegliare il sentimentalismo, perché non sanno esprimere dei veri sentimenti.

Essi ricorrono alle frasi fatte legate a particolari contesti e, se piangono, non lo fanno perché provano una reale infelicità ma piangono solo per avere uno sfogo. Essi vivono nel vuoto e quando il sentimento che possiedono cerca uno sfogo, questi individui "disturbati" prendono al volo l’occasione per sfoggiare quel sentimentalismo vuoto che è così frequente nella cultura moderna.

Buona erranza
Sharatan

martedì 23 maggio 2017

L’obbedienza è una virtù?



“...l'obbedienza non è ormai più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni...”
(don Lorenzo Milani)

Secondo i miti giudaici ed ellenici, la storia dell'uomo è stata inaugurata da un atto di disobbedienza. Adamo ed Eva, che abitavano nel paradiso terrestre, erano parte integrante della natura; vivevano con essa in armonia, e tuttavia la trascendevano. Stavano dentro la natura così come il feto sta dentro l'utero della madre. Erano umani, e in pari tempo non lo erano ancora. Tale condizione mutò allorché essi disobbedirono a un ordine.

Il loro atto di disobbedienza ha scisso il legame originario con la natura e li ha resi individui. Il “peccato originale”, lungi dal corrompere l'uomo, lo ha anzi reso libero; è stato esso l'inizio della storia. L'uomo ha dovuto abbandonare il paradiso terrestre per imparare a dipendere dalle proprie forze e diventare pienamente umano. 

Con il loro messianismo, i profeti hanno fornito la conferma all'idea che l'uomo aveva il diritto di disobbedire e che, lungi dall'essere stato corrotto dal suo “peccato”, commettendolo si è affrancato dai legami dell'armonia preumana. Per i profeti, la storia è il luogo in cui l'uomo diventa umano; nel corso del divenire storico, l'uomo sviluppa le proprie facoltà razionali e la capacità di amare, fino a creare una nuova armonia tra se stesso, i suoi simili e la natura.

Questa nuova armonia è designata dai profeti con il nome di “fine dei tempi”, intendendo con questo l'era storica in cui ci sarà pace tra uomo e uomo e tra uomo e natura. Si tratta di un “nuovo” paradiso creato dall'uomo stesso, e che l'uomo soltanto può creare perché è stato costretto ad abbandonare l'“antico” paradiso in seguito alla sua disobbedienza.

Esattamente come il mito giudaico di Adamo ed Eva, quello ellenico di Prometeo concepisce la civiltà umana basata tutta quanta su un atto di disobbedienza. Rubando il fuoco agli dèi, Prometeo pone le fondamenta dell'evoluzione umana. Non ci sarebbe storia umana senza il “delitto” di Prometeo. Il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza; ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario, afferma orgogliosamente di preferire “essere incatenato a questa roccia che non il servo obbediente degli dèi”.

L'uomo ha continuato a evolversi mediante atti di disobbedienza. Non soltanto il suo sviluppo spirituale è stato reso possibile dal fatto che nostri simili hanno osato dire “no” ai poteri in atto in nome della propria coscienza o della propria fede, ma anche il suo sviluppo intellettuale è dipeso dalla capacità di disobbedire: disobbedire alle autorità che tentassero di reprimere nuove idee e all'autorità di credenze sussistenti da lungo tempo, e secondo le quali ogni cambiamento era privo di senso.

Se la capacità di disobbedire ha segnato l'inizio della storia umana, come ho già detto può darsi benissimo che l'obbedienza ne provochi la fine. E non sto parlando in termini simbolici o metaforici. Sussiste la possibilità, e anzi la probabilità, che la razza umana distrugga la civiltà e addirittura ogni forma di vita sulla terra già nei prossimi cinque o dieci anni.

È un evento dei tutto privo di razionalità e di senso, e tuttavia è un fatto che, mentre sotto il profilo tecnico viviamo nell'era atomica, la maggioranza degli esseri umani, compresi i detentori dei potere, vivono ancora, a livello emozionale, nell'età della pietra; e che, mentre la nostra matematica, la nostra astronomia, le nostre scienze naturali appartengono al XX secolo, gran parte delle nostre concezioni della politica, dello Stato, della società, sono ancora arretratissime rispetto all'era della scienza.

Se l'umanità si suiciderà, sarà perché si obbedirà a coloro che ordineranno di premere i fatali bottoni; perché si obbedirà alle arcaiche passioni della paura, dell'odio, della brama di possesso; perché si obbedirà agli obsoleti cliché della sovranità statale e dell'onore nazionale…

Non voglio dire, con questo, che ogni disobbedienza è una virtù e ogni obbedienza un vizio. Far propria un'opinione del genere significherebbe ignorare il rapporto dialettico che intercorre tra obbedienza e disobbedienza. Qualora i principi ai quali si obbedisce e quelli ai quali si disobbedisce siano inconciliabili, un atto di obbedienza a un principio costituirà di necessità un atto di disobbedienza al suo opposto, e viceversa.

Antigone costituisce l'esempio classico di questa dicotomia. Obbedendo alle inumane leggi dello Stato, Antigone per forza di cose disobbedirebbe alle leggi dell'umanità; obbedendo a queste, non può non disobbedire a quelle. Tutti i martiri delle fedi religiose, della libertà e della scienza hanno dovuto disobbedire a coloro che volevano imbavagliarli, se volevano obbedire alla propria coscienza, alle leggi dell'umanità e della ragione.

L'essere umano capace solo di obbedire, e non di disobbedire, è uno schiavo; chi sa soltanto disobbedire, e non obbedire, è un ribelle (non un rivoluzionario): costui agisce mosso da collera, da delusione, da risentimento, non già in nome di una convinzione o di un principio. Allo scopo di evitare equivoci terminologici, va però fatta una precisazione di grande importanza.

L'obbedienza nei confronti di una persona, istituzione o potere (obbedienza eteronoma) equivale a sottomissione; essa implica l'abdicazione alla propria autonomia e l'accettazione di una volontà o di un giudizio esterno in sostituzione dei propri. L'obbedienza alla propria ragione o convinzione (obbedienza autonoma) è invece un atto di affermazione, non di sottomissione.

La mia convinzione e il mio giudizio, se sono autenticamente miei, sono parte integrante di me stesso. Se li seguo anziché far mio il giudizio di altri, sono e resto me stesso; ne consegue che la parola obbedire può essere usata in questo caso soltanto in senso metaforico e con un significato che è fondamentalmente diverso da quello dell'“obbedienza eteronoma”.

Ma questa differenziazione richiede a sua volta due ulteriori precisazioni, una per quanto attiene al concetto di coscienza, l'altra per quanto attiene al concetto di autorità. Il termine coscienza è impiegato per designare due fenomeni diversissimi l'uno dall'altro. Uno è la “coscienza autoritaria”, cioè la voce interiorizzata di un'autorità che siamo bramosi di ingraziarci e alla quale temiamo di dispiacere.

È con questa coscienza autoritaria che gran parte delle persone sono alle prese quando obbediscono alla “propria” coscienza. Ed è anche quella di cui parla Freud, e che viene detta “Super-io”. Il Super-io rappresenta gli ordini e i divieti interiorizzati del padre, accettati dal figlio per paura. Ben diversa dalla coscienza autoritaria è la “coscienza umanistica”, che è la voce presente in ogni essere umano, indipendente da sanzioni e ricompense esteriori.

La “coscienza umanistica” si fonda sul fatto che, in quanto esseri umani, noi abbiamo una cognizione intuitiva di ciò che è umano e di ciò che è inumano, di ciò che favorisce la vita e di ciò che la distrugge. Questa coscienza è indispensabile al nostro funzionamento di esseri umani; è la voce che ci richiama a noi stessi, alla nostra umanità.

La “coscienza autoritaria” (Super-io) è pur sempre obbedienza a un potere a me estraneo, anche qualora tale potere sia stato interiorizzato. A livello conscio, io ritengo di seguire la mia coscienza, mentre in effetti ho “inghiottito” i principi dei potere; e proprio a causa dell'illusione che coscienza umanistica e Super-io siano identici, accade che l'autorità interiorizzata sia tanto più efficace dell'autorità che è chiaramente sperimentata come parte di me stesso.

L'obbedienza alla “coscienza autoritaria”, al pari di ogni obbedienza alle idee e al potere esterni, tende a indebolire la “coscienza umanistica”, vale a dire la capacità di essere e di giudicare se stessa. Tuttavia, l'affermazione che l'obbedienza a un'altra persona è ipso facto sottomissione, va a sua volta specificata, distinguendo autorità “irrazionale” da autorità “razionale”.

Un esempio di autorità razionale è dato dal rapporto tra allievo e insegnante; un esempio di autorità irrazionale, dal rapporto tra schiavo e padrone. Entrambi i rapporti si fondano sull'accettazione dell'autorità di chi comanda. Ma sotto il profilo dinamico, essi sono di natura diversa. Almeno idealmente, gli interessi dell’insegnante e dell'allievo vanno nella stessa direzione. Il primo è soddisfatto se riesce a far avanzare l'allievo; se non ci riesce, il fallimento è suo oltre che dell'allievo.

Il padrone di schiavi, al contrario, vuole sfruttare al massimo lo schiavo; più ne ricava, e più è soddisfatto. Dal canto suo, lo schiavo mira a difendere nel miglior modo possibile la sua aspirazione a un minimo di felicità. Gli interessi dello schiavo e del padrone sono antagonistici perché ciò che è vantaggioso per l'uno va a detrimento dell'altro. La superiorità reciproca ha, nei due casi in esame, una funzione differente; nel primo è la condizione dell'avanzamento della persona assoggettata all'autorità; nel secondo è la condizione del suo sfruttamento.

Parallela a questa, si delinea una seconda distinzione: l'autorità razionale è tale perché l'autorità, sia essa detenuta da un insegnante o dal comandante di una nave che impartisca ordini in una situazione di emergenza, agisce in nome della ragione la quale, essendo universale, può essere accettata senza che si abbia sottomissione. L'autorità irrazionale deve far ricorso alla forza o alla suggestione, perché nessuno si lascerebbe sfruttare se fosse libero di impedirlo.

Perché l'uomo è tanto proclive all'obbedienza e perché gli riesce tanto difficile disobbedire? Finché obbedisco al potere dello Stato, della Chiesa, dell'opinione pubblica, mi sento al sicuro e protetto. In effetti, poco importa a quale potere obbedisco, trattandosi sempre di un'istituzione o di esseri umani che fanno ricorso alla forza in una qualche forma e che fraudolentemente si proclamano onniscienti e onnipotenti.

La mia obbedienza fa di me una parte del potere al quale mi inchino reverente, e pertanto io mi sento forte. Non posso commettere errori dal momento che è esso a decidere per me; non posso essere solo, perché il potere vigila su di me; non posso incorrere in peccato, perché il potere non me lo permette, e anche se peccato commettessi, la punizione non è che il mezzo per far ritorno all'illimitato potere.

Per disobbedire, bisogna avere il coraggio di essere solo, di errare e di peccare. Ma il coraggio non basta. La capacità dei coraggio dipende dal grado di sviluppo di una persona. Soltanto chi si sia sottratto al grembo materno e agli ordini dei padre, soltanto chi si sia costituito come individuo completamente sviluppato, e abbia così acquisito la capacità di pensare e di sentire autonomamente, può avere il coraggio di dire “no” al potere, di disobbedire.

Una persona può diventare libera mediante atti di disobbedienza, imparando a dire “no” al potere. Ma, se la capacità di disobbedire costituisce la condizione della libertà, d'altro canto la libertà rappresenta la capacità di disobbedire. Se ho paura della libertà, non posso osare di dire “no”, non posso avere il coraggio di essere disobbediente. In effetti, la libertà e la capacità di disobbedire sono inseparabili, e ne consegue che ogni sistema sociale, politico e religioso che proclami la libertà, ma che bandisca la disobbedienza, non può dire la verità.

C'è un altro motivo per cui è tanto difficile osare disobbedire, opporre un “no” al potere. Durante gran parte della storia umana, l'obbedienza è stata equiparata a virtù e la disobbedienza a peccato, e ciò per una semplicissima ragione: così facendo, durante gran parte della storia una minoranza ha dominato la maggioranza. Il dominio in questione era reso necessario dal fatto che solo per pochi le buone cose della vita erano bastanti, e ai molti restavano unicamente le briciole.

Se i primi volevano godersi le buone cose e inoltre avere al proprio servizio i molti, facendoli lavorare a proprio beneficio, una condizione era imprescindibile: i molti dovevano imparare l’obbedienza. Certo, questa può essere imposta mediante la mera forza, ma si tratta di un metodo che presenta molti svantaggi, in quanto comporta la costante minaccia che prima o poi i molti trovino la maniera di rovesciare i pochi con la forza.

Inoltre, ci sono attività di vario genere che non possono essere eseguite a dovere se dietro l'obbedienza non c'è che paura. Sicché, l'obbedienza radicata unicamente nel timore della forza deve essere trasformata in un'obbedienza che abbia radici nel cuore. L'essere umano deve voler obbedire, e anzi sentire la necessità di farlo, invece di avere soltanto paura di disobbedire. Perché questo sia possibile, il potere deve assumere le qualità della Bontà Assoluta, della Sapienza Assoluta; deve diventare Onnisciente.

E se questo si verifica, il potere può proclamare che la disobbedienza è peccato e l'obbedienza virtù; e una volta che l'abbia fatto, i molti possono accettare l'obbedienza perché è un bene, e detestare la disobbedienza perché è un male, anziché odiare se stessi per il fatto di essere vigliacchi. Da Lutero fino al XIX secolo, ci sì è trovati alle prese con autorità dichiarate, esplicite.

Lutero, il papa, i principi desideravano mantenere il potere, la classe media, i lavoratori, i filosofi, miravano ad abbatterlo. La lotta contro l'autorità in seno allo Stato e alla famiglia costituiva sovente la base stessa dello sviluppo di una personalità indipendente e audace, trattandosi di una lotta che era inseparabile dall'atteggiamento intellettuale che caratterizzava i filosofi dell'Illuminismo e gli scienziati.

Tale “atteggiamento critico” aveva a fondamento la fede nella ragione, ma era anche, in pari tempo, un atteggiamento di dubbio nei confronti di tutto ciò che veniva detto o pensato, in quanto basato sulla tradizione, sulla superstizione, sulla costumanza, sul potere…

Il caso di Adolf Eichmann è simbolico della nostra situazione, e ha un significato che trascende di gran lunga quello di cui si sono occupati i rappresentanti dell'accusa al tribunale di Gerusalemme. Eichmann è un simbolo dell'individuo inserito in un'organizzazione, del burocrate alienato agli occhi del quale uomini, donne e bambini sono divenuti numeri. È un simbolo di tutti noi: in Eichmann possiamo vederci riflessi.

Ma la cosa più spaventosa in lui fu che, una volta chiarita l'intera vicenda alla luce delle sue stesse ammissioni, in perfetta buona fede Eichmann ha potuto proclamarsi innocente, ed è evidente che, se si ritrovasse nella stessa situazione, lo rifarebbe. E lo stesso faremmo noi: lo stesso facciamo noi.

L'uomo inserito in un'organizzazione ha perduto la capacità di disobbedire, non è neppure consapevole dei fatto che obbedisce. Nell'attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l'umanità e la fine della civiltà. (Erich Fromm, La disobbedienza e altri saggi, Arnoldo Mondadori Ed.)

martedì 2 giugno 2015

Lupo o agnello?



“L’uomo comune con potere fuori del comune
è il pericolo primo per l’umanità,
e non il malvagio e il sadico.”
(Erich Fromm)

L’essere umano è più simile al lupo oppure all’agnello? Molti, alla domanda, rispondono pendendo per il lupo mentre altri optano a favore dell’agnello ma, Erich Fromm, risolve il quesito in modo diverso. Il grande psicanalista dice che entrambi le cose possono credersi per ottime ragioni. Quelli che parteggiano per la pecora dicono che gli uomini sono pecore perché vengono facilmente influenzati a fare ciò che gli si dice di fare, anche se quello che fanno li danneggia. Come pecore, sanno seguire dei capi in guerre che causano la loro distruzione.

Le pecore credono a ogni sciocchezza che gli viene imposta con la forza, infatti le pecore sono sensibili alle minacce e alla voce suadente dei persuasori occulti. Sembra che la maggioranza sia suggestionabile come un bambino ottuso che desidera cedere la sua volontà a chi sente più forte e autorevole. Chi ha una forte convinzione e una volontà determinata sembra che riesca a reggere l’opposizione della massa, perciò rappresenta l’eccezione piuttosto che la regola.

Si dice che molte persone eccezionali sono ammirate nei secoli seguenti al loro tempo, ma sono osteggiati e derisi dai contemporanei. È su questo fatto che molti tiranni basano i loro sistemi, infatti credono che gli uomini sono pecore perciò hanno bisogno di essere guidati da capi che decidono per conto loro. Si basano su questa idea per rafforzare la loro convinzione interiore che - solo a loro - spetta il dovere di offrire agli uomini ciò che vogliono, perché i leaders allontanano il dovere della responsabilità e della libertà.

Ma, riflette Fromm, sarebbe da chiedersi come mai - se l’uomo è una pecora - la storia umana sia molto diversa da una storia di pecore. La storia umana è scritta con il sangue perché è piena di violenza, infatti la forza e la violenza furono usate in ogni tempo per sopprimere la volontà di altri uomini. Basti pensare a Talaat Pasha che fece sterminare milioni di Armeni, a Hitler che fece uccidere milioni di ebrei, a Stalin che fece eliminare milioni di dissidenti politici, a Mao che fece morire di fame milioni di cinesi, e altri simili tiranni.

Ma quei tiranni non agivano da soli, perché avevano molti seguaci che agirono per loro conto. In molti casi della storia vediamo la crudeltà di uomini che uccidono altri uomini, che torturano, che rubano e fanno aberrazioni indicibili. Tutti i seguaci dei tiranni hanno creduto che fosse giusto che il forte opprimesse il debole, perciò il pianto delle vittime restò inascoltato da orecchie sorde e cuori insensibili. Tutto fa credere che “homo homini lupus” cioè che l’uomo sia un lupo per i suoi simili. Si crede che l’uomo sia un essere feroce, vizioso e distruttivo che è dissuaso dall’uccidere solo se teme di trovare un assassino più potente e feroce.

Eppure, dice Fromm, tutte queste ragioni ci lasciano perplessi, poiché i sadici come Hitler e come Stalin sono una eccezione tra gli uomini piuttosto che la regola. Dobbiamo credere che persone medie come noi siano lupi travestiti da pecore che non uccidono solo perché le loro inibizioni morali non glielo consentono? Dobbiamo pensare che la nostra ferocia uscirà fuori quando saranno crollate tutte le inibizioni e nulla impedirà che si mostri la bestia?

La realtà comune dimostra in mille occasioni che gli uomini potrebbero essere crudeli e sadici, ma non lo diventano. Piuttosto si vedono molti uomini che evitano di farlo, e che sentono una ribellione interiore e un senso di disgusto per la violenza e l’oppressione. Allora, c'è una spiegazione migliore di quella che vede una minoranza di lupi vivere al fianco di una maggioranza di pecore?

È chiaro che i lupi amano uccidere e le pecore seguire. Perciò i lupi mandano le pecore a uccidere e opprimere, e le pecore obbediscono perché pecora non si diventa se non si ama seguire. E poi sentiamo gli assassini inventare mille nobili ragioni che giustificano le loro azioni. Vengono usate molte ragioni nobili per giustificare la violenza, viene invocata la difesa contro la minaccia della libertà, oppure la vendetta per i caduti, oppure l’onore violato delle loro terre e donne, ma tutte queste ragioni vengono usate per indurre le pecore ad agire come lupi.

Ma non convince il fatto implicito che esistano due specie di razze cioè la razza delle pecore e quella dei lupi. E poi come possiamo persuadere queste pecore a diventare come dei lupi, se non crediamo che la natura sia malvagia e che bastino delle scuse per giustificare la violenza? Insomma, la divisione tra pecore e lupi non appare molto credibile. È forse potrebbe essere vero che una natura da lupo sia nascosta in tutti, ma che sia evidente solo in casi eccezionali?

Oppure è più credibile che l’uomo sia insieme lupo e pecora? La risposta è essenziale soprattutto oggi che molte nazioni possono agire su larga scala fino a causare la totale “estinzione” del nemico. La questione è ancora più cruciale se siamo convinti che il bisogno di usare la violenza e la forza sia una tendenza insita nella stessa natura umana. La questione è antica come l’uomo infatti è indagata nell’Antico Testamento dove non c'è una posizione precisa sulla corruzione della natura umana.

La disobbedienza di Adamo e di Eva non è mai chiamata “peccato” e non si dice che la disobbedienza abbia corrotto la natura umana. Al contrario, si dice che quella disobbedienza abbia permesso all'uomo di conquistare l’autocoscienza perché gli ha permesso di fare una scelta. In ultima analisi, riflette Fromm, la disobbedienza di Adamo e di Eva può essere considerata il primo passo verso la libertà, perciò rientrava nei piani di Dio.

Secondo il pensiero profetico, solo in quanto l’uomo fu cacciato dal Paradiso fu in grado di costruire la propria storia, di sviluppare le sue facoltà umane, e di raggiungere l’armonia come essere evoluto. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile se fosse restato nella condizione in cui tutto era diretto dalla volontà di Dio. Il concetto insegnato dai profeti, è che l’uomo non è fondamentalmente crudele e corrotto perciò tutti si possono salvare senza alcun atto di grazia divina.

Ma questo non vuol dire che la potenzialità di fare il bene sia necessariamente vincente, piuttosto significa che l’uomo che fa il male diventa un uomo peggiore. Il cuore di chi fa il male si indurisce finché, se egli persevera nel fare il male, il suo cuore diventa così arido che diventa impossibile mutare o pentirsi.

L’Antico Testamento offre molti esempi in cui si compie il male oppure il bene, e non esclude gli errori di personaggi come il re David che fu lodato ma che non si astenne dall'omicidio quando volle una donna. Il punto di vista delle scritture è che l’uomo possiede tutte e due le facoltà, quella del male e quella del bene, perciò l’uomo ha la potenzialità della beatitudine e della dannazione, della vita e della morte.

Neppure Dio può influire sulla nostra scelta, però ci aiuta a capire mandando i messaggeri e i maestri per insegnare quello che aiuta a scegliere e realizzare la bontà. Ci aiuta a riconoscere il male, ci ammonisce e ci chiede di destarci. Ma, dopo ci deve lasciare da soli a decidere quale, tra le due spinte, si vuole seguire perché la decisione è solo nostra.

Ma la chiesa non ha accettato la libertà, perciò la disobbedienza di Adamo è bollata come “peccato originale.” Insegna che questo peccato ha corrotto la natura umana, non solo quella di Adamo e di Eva, ma anche di tutta la loro discendenza. Perciò l’uomo non può liberarsi solo con i suoi sforzi dalla corruzione, ma solo l’atto di grazia di Dio può salvarci. La comparsa di Cristo è definito come un atto di assoluzione dalla colpa originaria. La grazia divina, afferma, sarà concessa solo a chi accetta un dogma.

Ma, il dogma fu respinto da molti uomini alla chiesa, che furono sconfitti. Gli umanisti non riuscirono ad intaccarlo e anche Lutero affermò la soluzione dell’innata malvagità e corruzione dell'uomo. L’illuminismo oscillò verso l’opposto credendo nell’originaria bontà dell’uomo quando disse che il male che si compie è dovuto al risultato delle circostanze. Gli illuministi dicessero che l’uomo non ha effettivamente la possibilità di scegliere ma, se cambiano le circostanze che producono il male, affiora naturalmente l’originaria bontà umana.

La fede nella bontà umana era dovuta allo sviluppo economico e alla fiducia nelle possibilità umane. Ma quando l’Occidente ebbe un fallimento morale, dopo la Prima Guerra Mondiale, si affermarono Hitler e Stalin e si proseguì con Hiroshima, finendo nell'epoca attuale, in cui una inezia potrebbe portare all’estinzione totale. L'ottimismo e il pessimismo totali sono poco convincenti per uno come me, dice Fromm, che ha visto lo scoppio del male e la distruttività a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

Anche il suo lavoro di psicanalista gli comporta di non poter sottovalutare l’enorme fatica che comporta il dominare e l'incanalare, in modo costruttivo, la direzione distruttiva di molti suoi pazienti. E non si può tacere neppure del pericolo insito nell'accettare una versione rivisitata della corruzione umana e del peccato originale.

Non è accettabile neppure il disfattismo di chi dice che la guerra è la conseguenza delle tendenze malvagie dell'uomo. Lui crede che esiste un’opinione diversa e molto più realista di queste. La sua idea è quella che le guerre sono il risultato delle decisioni di leaders politici, di militari e di affaristi che la sollecitano per guadagnare territori, risorse naturali, vantaggi commerciali, o per scopo di difesa da offese presunte o affettive operate da altre potenze, oppure per prestigio o potere personale.

I tiranni sono uomini non sono molto diversi da altri, infatti sono egoisti che hanno scarsa capacità di rinunciare al loro vantaggio personale a favore di quello degli altri, però non sono persone particolarmente malvagie e crudeli. Costoro, nella vita comune, non sarebbero diversi da tanti altri, ma quando arrivano a occupare dei posti di potere da cui possono comandare su milioni di persone e possono controllare delle armi micidiali, diventano persone molto pericolose.

Se nella vita comune arrivano a distruggere un solo nemico, in una posizione di enorme potere diventano pericolosi e fanno disastri. Un uomo comune che ha potere può diventare più pericoloso del sadico e dell'assassino. Nelle guerre c’è bisogno di coltivare dei sentimenti appassionati di odio, di indignazione, di distruttività e di totale noncuranza per il valore della vita umana. Queste passioni sono necessarie per alimentare le guerre, ma non ne sono la causa fondamentale perché la vera causa della guerra è l’indifferenza per la vita umana e il disinteresse per il nostro prossimo.

Ci sono tre orientamenti umani che possono essere un grande pericolo, afferma Fromm, perciò vanno saputi. Essi sono alla base dell’aspetto deviato e pericoloso dell’uomo, e sono l'amore per la morte, il narcisismo maligno e la fissazione incestuosa simbiotica. Quando questi orientamenti si combinano insieme producono la “sindrome del decadimento” perché questa sindrome spinge gli uomini a distruggere per amore di distruzione, e a odiare per odiare.

All’opposto della sindrome distruttiva esiste una “sindrome di crescita” che consiste nell'amore per la vita che va contro l’amore per la morte, nell'amore per l’uomo che va contro il narcisismo, e nell’indipendenza che va contro la fissazione incestuosa simbiotica. Solo in una minoranza di persone le due sindromi sono pienamente sviluppate, ma è innegabile che ognuno cammina lungo la direzione che ha scelto: quella della vita o quella della morte, quella del bene oppure quella del male.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 22 dicembre 2010

La nobiltà della natura umana


"Se io sono quello che ho, e posseggo quello che sono,
cosa divento quando perdo quello che sono?"

(Erich Fromm)


E’ innegabile che l’uomo abbia un istinto che lo spinge a lottare con accanimento per la sua sopravvivenza, ma questa caratteristica non è assimilabile alla condizione animale, infatti l'animale si accontenta della sopravvivenza fisica e della riproduzione della sua specie mentre, per l’essere umano, tutto questo non è sufficiente per essere felice. L’uomo possiede un’attitudine a realizzare che Erich Fromm chiama "attitudine umanistica," infatti il singolo uomo possiede la capacità di contenere in sé tutti i sentimenti della specie umana, poiché la natura e le prerogative dell’uomo sono identiche in tutti, ed è solo la cura che facciamo di noi stessi che differenzia i vari esseri umani.

Ogni uomo possiede la capacità di condividere tutto ciò che esiste nell’animo di un altro essere umano, infatti in tutti noi esistono dei sentimenti luminosi e dei lati oscuri, in tutti vivono tutte le sfumature e tutte le gradazioni di luce e di ombra, perciò dobbiamo vedere ogni altro essere umano come un essere che è uguale a noi. Purtroppo, raramente possediamo un simile orientamento mentale, infatti siamo condizionati da false ideologie sulla qualità della natura umana, perciò non sappiamo divenire esseri umani migliori.

L’uomo ha la necessità di realizzare sé stesso e di condividere la sua impronta dell’anima, cioè di costruire una differenziazione spirituale restando unito ai suoi simili, infatti tutti abbiamo la necessità di sentirci connessi e fondati sul mondo, e questo è un tratto caratteristico del solo genere umano. Nell’uomo esistono delle prerogative che sono molto superiori alla semplice sopravvivenza fisica, e che oltrepassano la semplice riproduzione della specie, in quanto in noi esiste una esigenza di realizzazione spirituale, infatti esiste la potenzialità dell’elevazione tramite la coltivazione delle più nobili qualità umane.

L’uomo sperimenta esperienze elevate se non fa prevalere il suo versante mentale a discapito del suo sentimento interiore, infatti usualmente veniamo educati ad apprezzare una materialità grossolana e un gretto utilitarismo nei riguardi del mondo che viene sfruttato per trarne solo del vantaggio pratico. Pochi riescono a coltivare delle qualità interiori utili per migliorarsi, pochi sanno apprezzare i veri sentimenti e i contesti superiori alla sopravvivenza fisica e alla soddisfazione degli istinti primari, perciò pochissimi riescono a nutrire lo spirito più elevato della migliore natura umana.

L’uomo possiede delle raffinate caratteristiche affettive prodotte dalla fusione dell’intelletto con l’empatia emozionale della nostra profonda “istintività animale,” infatti siamo creati per equilibrare coscienza e ragione, perciò siamo assai più complicati di animali che hanno perso un manto di pelo. Se riflettiamo sui tratti umani comprendiamo che il possesso di vizi e di virtù costituiscono due facce della medesima medaglia, e che è nell’errato dosaggio e nella instabilità delle caratteristiche umane che provengono i nostri comportamenti più aberranti con cui diventiamo peggiori dei più feroci animali.

Nell’uomo esiste l’avidità, assente nell’animale, ed è un sentimento in cui manifestiamo il nostro egocentrismo e la nostra presunzione, infatti l’avidità è un difetto del desiderio umano. Erroneamente crediamo che il desiderio sia inadeguato, infatti ignoriamo che il desiderio è insito nella condizione umana quando desideriamo stare meglio, quando desideriamo realizzare dei sogni e dare spazio alle nostre passioni, infatti desideriamo perché il desiderio è una forza dinamica che brucia ed è funzionale all’evoluzione. Per dinamizzare l’individuo è necessario essere spinti da un desiderio interno che ci motiva ad agire e ci fa godere nel riequilibrio che proviene dal godimento del frutto ottenuto con la fatica del nostro lavoro.

Se non vi fosse un difetto nel desiderio non avremmo l’avidità umana che è un desiderio vissuto in modo passivo, in quanto il soggetto non riesce ad apprezzare i frutti del suo sforzo, perciò richiede sempre più potere, più denaro, più cibo, più sesso, più alcol, perciò ricerca maggiori compensi per avere soddisfazione, però aumenta le sue voglie senza estinguere le motivazioni all’azione, infatti esse non sono mai estinte e viviamo senza quiete. L’avidità umana è prodotta dall’angoscia che non è mai mitigata dall’accumulo, poiché le paure, le ansie, la solitudine, l’insicurezza e la fragilità dell’autostima sono talmente enormi che tutti i tesori del mondo non potrebbero colmare la profondità abissale delle nostre paure.

Sono le insicurezze umane che ci spingono a possedere sempre più per rinforzare una potenza che non si sente interiormente, perchè tutto è materia, e anche le persone hanno un valore che è materiale e fanno parte dell‘accumulo indifferenziato. Colui che vive avidamente non discrimina ciò che ha valore da ciò che non ha alcun valore: da tutti i nostri possessi ricerchiamo la soddisfazione perchè ci sentiamo privi di ogni valore. Ma, se non ragioniamo come esseri avidi, possiamo svilupparci in modo poco egocentrico e sappiamo essere rispettosi, perché le esperienze che viviamo non servono per rinforzare il nostro valore personale.

I rapporti con il mondo e con le persone non sono delle rivalse alle nostre insoddisfazioni, perchè gli altri non esistono per divenire degli strumenti utili alla riduzione delle nostre angosce e delle nostre paure individuali. Le persone devono sentirsi libere e non devono impegnarsi nelle lotte con il mondo, infatti non dobbiamo vivere nel conflitto se vogliono essere aperti e sensibili, perciò dobbiamo controllare l’avidità originata dall’egocentrismo prepotente che è disinteressata alle esigenze del mondo.

Le migliori esperienze umane si sviluppano elevandoci da ciò che è insito nella sopravvivenza fisica, infatti nella vita dovremmo accrescere tutte le condizioni in cui vinciamo l’avidità e l’insaziabilità umane perché il gioco dell’avidità ci rende insaziabili, infatti usiamo il mondo come un materiale inerte per far trionfare la nostra arroganza egocentrica e per consolare lo scontento personale. Se tacitiamo l’avidità abbiamo in attività tutto ciò con cui l’uomo viene magnificato dalla sua natura umana più nobile ed elevata, e che proviene dell'armonica fusione della mente con l'istinto “animale” che è vivo nell'istintiva sensibilità affettiva, emozionale e sensuale umana: è così che l’uomo viene glorificato dal risveglio dello Spirito più elevato che è dormiente.

Nei sentimenti più elevati che proviamo vi è sempre una fusione di mente e cuore con cui conosciamo i sentimenti più puri poiché sono alieni dall'avidità egocentrica e dalla volontà di possesso, perciò conosciamo dei sentimenti nobili come la tenerezza che non pretende nulla, e che si offre spontaneamente senza volere alcun contraccambio dagli altri. La tenerezza non nutre dei fini personali e non persegue delle utilità pratiche essendo disinteressata al sesso, all’età e alle condizioni sociali di colui che la ispira, poiché è un sentimento delicato “come una poesia.“ La tenerezza si immagina nell’amore tra madre e figlio sebbene sia di molto superiore all’amore materno essendo più forte dei legami biologici che esistono tra consanguinei.

Per sentire tenerezza non è necessario avere un legame di famiglia o di sangue poiché non si può pretendere come obbligo, infatti la tenerezza è un sentimento tra i più nobili e i più liberi essendo superiore alla stessa necessità fisica e all'egocentrismo umano.La compassione e la comunicazione empatica sono capacità umane che demoliscono egocentrismo e paura, infatti dimostriamo di saper soffrire assieme perché siamo tanto connessi da non sentire alcun confine tra i nostri sentimenti essendo originati dalla medesima anima.

L’altro non mi è alieno perché “Io sono Te” in uno spazio in cui non esiste più “Io” e “Tu” ma esistiamo entrambi risuonando assieme, infatti siamo umani e possiamo conoscerci profondamente e intimamente infatti “io sento quello che senti tu.” Questa risonanza sottile e totale non potrebbe esistere se fossimo degli oggetti privi di carne, di sangue e di passione, e se non fossimo dei fratelli con la medesima origine. Nell’uomo esiste un terreno interno in cui vivono delle attitudini presenti in tutti gli esseri umani, perciò nulla di ciò che un uomo prova può risuonare come un concetto sconosciuto ad un altro uomo.

Saper conoscere gli uomini, scrive Fromm, significa conoscere quello che ci unisce a prescindere da età, sesso, nazionalità o religione, perciò significa saper vedere oltrepassando tutte le nostre preclusioni mentali. E, nel modo di vivere queste emozioni intime, dimostriamo esternamente la nostra maniera di vivere il mondo mentre, internamente, avvertiamo come il mondo risuona dentro di noi, dimostrando la raffinatezza dello sguardo con cui vediamo il mondo. Valutando i comportamenti umani conosciamo il maggiore o minore “interesse” che viene nutrito verso le persone e le cose esterne, infatti l’interesse è un “essere tra” cioè un modo di metterci in gioco dimostrando il maggiore o minore coinvolgimento che è collegato al nostro essere disponibili e recettivi verso gli altri, e nella volontà di essere dei soggetti attivi in tutte le sue componenti intellettuali, emotive e sensuali.

La persona che si interessa agli altri è sempre molto contagiosa, perciò trascina coloro che vivono passivamente nel mondo con il suo calore umano che rianima anche i materiali più inerti, in quanto il coinvolgimento affettivo aumenta la nostra gioia di vivere. Ma l’essere umano confonde l’interesse con la curiosità che sono delle attitudini opposte, infatti l’uomo curioso è un uomo passivo che è insaziabile di notizie e di pettegolezzi, e che ospita la bramosia di conoscere sempre più cose e più persone, ma con un approccio che è molto superficiale e che è assai diverso dall’interesse profondo che è insito nei migliori sentimenti umani.

Il curioso è interessato solo alla quantità delle notizie e all’accumulo delle esperienze amando tutte le cose superficiali e futili che non offrono alcuna difficoltà ad essere gestite e elaborate dallo sguardo comune e ordinario. Nell'individuo seriamente interessato vi è un pensare profondo e globale che gli permette di conoscere in modo completo e profondo. Colui che è interessato vuole sapere tutto sul suo mondo, vuole conoscere gli altri uomini, vuole conoscere tutti i fenomeni, vuole conoscere le piante e gli animali, perché nell’interesse vero non abbiamo alcuna preclusione ad una sfera esclusiva, e vogliamo sapere tutto perché dal tutto non ci sentiamo mai divisi.

Sarebbe opportuno che l’uomo si assumesse la responsabilità di sapere che esistono due poli che giocano in noi, perchè sono prodotti dalla coltivazione del tipo di coscienza che vogliamo fare accrescere, infatti esiste la voce rinforzata dalla coscienza autoritaria umana che ama vivere per obbedire senza pensare, che vuole essere un numero che è stato definito e che viene incasellato nell'ordine precostituito. Nell’essere umano esiste anche la possibilità alimentare la coscienza che vuole libertà e felicità, e su questo non dovremmo mai fare delle confusioni mentali, infatti siamo noi che scegliamo se nutrire la nostra coscienza umanistica quando crediamo che l’essere umano non viene guidato da alcuna autorità esteriore se lavora per fondare un “centro attivo interiore” che sia la struttura portante di future evoluzioni con potenzialità crescente.

Sapendo chi siamo, noi accresciamo la nostra “sfera dell’essere” che è il contesto su cui abbiamo un maggior controllo rispetto alla “sfera dell’avere” che è fondata su variabili esterne più complesse e incontrollabili. Questo concetto di “Io” è la realtà che sono quando mi sento vivo, è la somma che ottengo se sperimento i migliori sentimenti umani, ed è il valore aggiunto che mi rende sollecitamente interessato al mondo, ed è la mia possibilità di poter vivere dei rapporti in cui riesco ad amare sapendo ben discriminare tra cose e persone. Io "sono" se divento un'armonica fusione tra il sentimento interiore e la manifestazione esterna di ciò che credo: questa, secondo Fromm, è l’unica strada che possiamo fare per superare l’alienazione e l’infelicità umana, ed è l’unico percorso per conquistare la più nobile natura umana.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 17 dicembre 2010

Tra il cuore e la mente


“Abbiamo conquistato il cielo come gli uccelli e il mare come i pesci,
ma dobbiamo imparare di nuovo il semplice gesto
di camminare sulla terra come fratelli”

(Martin Luther King)


La società occidentale è disumanizzata perché l’individuo si sente come uno strumento e non come un fine dell’azione sociale, infatti abbiamo costruito una “megamacchina” globalmente omogenea, e viviamo in democrazie in cui l’uomo viene dissuaso dall’indipendenza intellettuale e dalla libertà di “essere.” Noi viviamo in un mondo in cui il controllo viene spacciato per ordine, e in cui tutti gli uomini sono considerati come dei semplici ingranaggi del meccanismo.

Il progresso tecnico si è costruito utilizzando del materiale umano, perciò ne usa la forza fisica, ne usa il tempo e infonde un determinato culto della personalità, poi l'uomo viene indottrinato, infatti viene racchiuso in limiti fisici, mentali e sociali che vanno in conflitto con lo sviluppo della nostra personalità, che è il requisito indispensabile per la libertà umana. La società è disinteressata alle esigenze dell’individuo, perché è il mercato che detta le sue regole, tra cui quella di poter fare tutto ciò che si vuole: se il mercato richiede una merce, quel tipo di merce va fornita, perché altrimenti i bisogni non sono soddisfatti.

Noi seguiamo anche il secondo dogma del consumismo che inneggia alla massima efficienza e alla massima produzione di beni materiali. E’ evidente che questo progetto di macchina sociale è più efficace se l’individuo viene svuotato del suo significato personale, e se viene ridotto ad una semplice unità di produzione e di consumo, che può essere più facilmente quantificata, perché le personalità-fotocopia sono facilmente prevedibili. Sull’efficienza va detto che è una variabile in aumento esponenziale, infatti si verifica una accellerazione sempre crescente per paura della quiete in cui poterci conoscere.

E’ in nome del materialismo e del culto dell’efficienza che l’uomo si è sempre più disumanizzato, poiché ha acquisito il concetto di essere un elemento irrilevante all’interno di un progetto di cui non può controllare nulla, perciò vive con un forte senso d’impotenza aggravato dalla crisi economica e politica. Oggi dobbiamo essere testimoni della nascita di una nuova concezione di natura umana e fare un salto evolutivo, perchè possiamo comprendere gli effetti che la nostra società esercita sull’individuo umano.

Secondo Erich Fromm, l’uomo è stato ridotto ad "un'appendice" che viene diretta nei suoi ritmi, nei suoi desideri, nei suoi sogni e nelle sue necessità, poiché siamo tutti “homo consumens” perciò dei consumatori totali con il comandamento di avere e di consumare sempre più. L’uomo è sempre più simile ad un oggetto inanimato poiché, se un ingranaggio non può essere individuo resta automatico, infatti egli trascorre il suo tempo a fare cose che non gli interessano, resta in compagnia di persone per cui non nutre il minimo interesse, perciò l'uomo è carente di calore e d'amore.

Un tale uomo vive per consumare e per produrre ripetendo all’infinito il processo circolare: sarà evidente che un uomo strutturato in tale maniera, possiede la mente del lattante che rimane meravigliato vivendo a bocca aperta, infatti viene abituato a consumare sempre più e desiderare sempre di più, perchè il desiderio consuma molto. Sull’oggetto del desiderio decide la pubblicità e la moda del momento, perciò l’uomo è completamente ignaro dei suoi veri desideri, e si “succhia” il mondo in modo indifferenziato senza saperne apprezzare alcun gusto.

L’uomo tecnologico non è fornito di adeguata discriminazione e vuole vivere senza sforzo, senza partecipazione e senza coinvolgimento, infatti l’uomo tecnologico è pigro a livello fisico, emotivo e mentale, quindi è preda della noia e vive pensando che tutto si può comperare avendone la disponibilità finanziaria. La passività dell’uomo dell’età industriale e tecnologica è uno dei tratti più evidenti nei casi patologici, infatti l’uomo vuole essere nutrito ma non possiede la minima iniziativa, perciò non sa assorbire in modo produttivo tutto ciò che ha ereditato, ma lo accumula per conservarlo gelosamente oppure ne dilapida ottusamente le risorse.

Nell’uomo che vive come ingranaggio abbiamo la sindrome da alienazione con l'apice nell’aumento di persone depresse nel mondo occidentale, poiché l’uomo si sente passivo, privo di forze e solo, esso si sente privo di valore, quindi non riesce a vivere autonomamente perciò si sottomette volentieri alla volontà e al gusto altrui. Un uomo così sviluppa un carattere poco autonomo e privo di integrità, perchè vive nel conformismo per poter sfuggire alle sue angosce ma, anche vivendo protetto dal gregge, lui non riesce a sfuggire al disagio della sua limitazione esistenziale.

Un uomo strutturato come un materiale e come uno strumento economico diventa come un pendolo che oscilla tra il desiderio della felicità e la spinta degli impulsi che giungono dall’esterno che vengono seguiti ciecamente, perciò si vive in perenne vibrazione in modo sostanzialmente inerte. Spiritualmente parlando, questo tipo di uomo è immobile perchè compie il giro intorno al perno di sé stesso reagendo in modo automatico alle spinte estranee, perciò non può mutare perché la spinta al mutamento proviene all’interno altrimenti si resta spiritualmente inerti.

Questo, avverte Fromm, è l'aspetto patologico dell’uomo moderno in cui convive la frattura tra l’aspetto razionale intellettivo e la parte affettiva ed emotiva, perchè viviamo dilaniati tra il pensiero e il sentimento, e siamo scissi tra mente e cuore quando in noi combattono verità e passione. Chiaramente non si tratta di lasciarsi andare all’emotività più irrazionale, ma l'uomo deve imparare a gestire le sue emozioni per farle divenire una risorsa di supporto per lo sviluppo della nostra struttura psichica, affinchè l’individuo sia armonioso nelle sue funzioni.

Qualsiasi azione di riequilibrio deve lasciare l’individuo libero e indipendente, perché solo così egli resta integro in tutte le sue parti e può ottenere l'armoniosa fusione di ragione e sentimento. Laddove essi siano divisi o sbilanciati, il pensiero diventa schizoide e il sentimento sfocia in nevrosi, infatti è che così che si vivono il mondo e i rapporti quando non ci riequilibriamo nel cuore e nel cervello. Di una schizofrenia simile vi è molta diffusione nella nostra società, e in forme poco sviluppate che sono condivise da milioni di individui.

Tutte queste persone vivono ed agiscono bene inseriti nel loro ambiente sociale, perciò sono individui che appaiono “normali” se non raggiungono dei livelli di guardia con l'esplosione in fenomeni e in casi di “follia inspiegabile” scritte sui giornali. Esistono anche dei comportamenti di malessere in coloro che “bruciano” una vita che disprezzano e avvertono priva di attrattiva, perciò si azzardano atteggiamenti e metodi da roulette russa facendo dei giochi di sfida alla morte.

E’ utile ricordare che nell’uomo coesistono la coscienza e l'immaginazione, e l’individuo non è nato per essere “un dado gettato” come diceva Einstein, perché nell’uomo vi è la coscienza di sé stesso e la capacità di fare scelte libere e consapevoli come la storia insegna. L’uomo può coltivare delle passioni che volano molto più in alto della sfera materiale, infatti il dinamismo della natura umana, nella misura più elevata del concetto di umano, possiede la necessità di manifestarsi e il bisogno “di esprimere le sue capacità in relazione al mondo, anziché di servirsi del mondo come di un mezzo per la soddisfazione delle sue necessità fisiologiche.”

La migliore trascendenza umana la ritroviamo nei nostri sogni, nei nostri ideali, nei nostri riti, nei nostri simboli e nell’arte, infatti nella pittura, nella poesia, nel dramma e nella musica l’uomo esplica le sue tendenze come se fossero un gioco. E’ nelle nostre passioni e nei nostri sogni che l’uomo diventa sempre più umano, poiché impara a creare bellezza per condividere la sua gioia, infatti l’uomo ha bisogno degli altri uomini e di avere dei rapporti sempre più umani con tutto il resto del mondo.

Buona erranza
Sharatan


lunedì 29 novembre 2010

Come risveglirsi umani


“Per arrivare all‘alba non c‘è altra via che la notte”

(G. Kalhil Gibran)


Sebbene non sia facile descrivere cosa significa essere umani, diceva Erich Fromm, possiamo farlo se non ci limitiamo a descriverlo solo tramite la psicologia, ma facendo ricorso a tutte le scienze che sono rilevanti per la comprensione dell’essere umano. L’uomo è prevalentemente indotto a credere che la sua natura sia quella che la società gli indica come tale, seppure dell’essere umano siano state coniate molte definizioni.

Si dice che l’essere umano è Homo faber, poiché costruisce i suoi utensili, ma anche i nostri antenati antropoidi lo facevano. Si parla di Homo sapiens e, se questo termine vuole alludere alla conoscenza di ciò che è celato dietro l’apparenza perciò nella realtà dei fenomeni, allora è vero che l’uomo è sapiente. Si è scritto anche che l’uomo è Homo ludens, poiché l’uomo gioca svolgendo un’attività che è diversa dalla pura sopravvivenza, ma il gioco era presente anche nell’uomo primitivo.

Perciò dobbiamo trovare ancora altre definizioni per connotare l’essere umano, dice Fromm, infatti ne troviamo altre due che bene qualificano l’essenza umana. L’uomo è Homo negans, poiché è in grado di dire “no” anche quando altri dicono “si” poiché l’essere umano sa andare oltre ogni regola della società se deve affermare la sua verità, il suo amore e la sua integrità morale. L’uomo dovrebbe essere anche Homo esperans perciò un uomo che possiede la speranza, perché la speranza è una condizione essenziale per la vita dell’essere umano.

Se un uomo ha rinunciato ad ogni speranza, allora è un uomo che ha superato i cancelli dell’inferno per lasciarsi alle spalle ogni sua umanità. Cosa significa essere umani? Essere umani significa capire che nulla di ciò che costituisce la natura umana ci può essere estraneo, come diceva Terenzio, infatti il pensiero più profondo sulla condizione umana ci porta a valutare piuttosto su tutte le diversità personali che ci rendono umani.

Aldilà delle differenze personali, vi sono due condizioni umane da valutare: la prima ci fa notare che l’uomo non è obbligato a rispondere agl'istinti in modo totalmente condizionato come gli animali. In secondo luogo il nostro cervello ha subìto una evoluzione che gli permette delle facoltà molto raffinate come il linguaggio, la simbolizzazione e la capacità d’immaginare e di fare astrazioni, che ci rendono molto più perfezionati degli animali.

L’uomo non ha un contatto immediato con gl’istinti, perciò la parte istintiva non governa totalmente la vita umana, infatti l’uomo può prendere decisioni autonome. L’uomo può fare delle scelte e avere delle alternative, egli non ha un percorso fisso e definitivo, perciò corre il rischio dell’errore. Il prezzo della libertà umana, qualora sia esercitata con piena consapevolezza è l’insicurezza, infatti facciamo scelte nella speranza di non compiere degli errori: la vita umana non è esente da errori e rischi, infatti la vita offre l’unica certezza nel suo inizio e nella sua fine.

L’uomo sembra essere uno scherzo della natura, afferma Fromm, poiché fa parte della natura ma può anche trascenderla, infatti l’uomo deve cercare in modo autonomo da ogni istinto biologico un suo schema di orientamento che gli permetta di avere una immagine del mondo che sia coerente, e in cui esso si senta inserito in modo coerente. Nell’essere umano non vi è solo la paura di perdere la vita, come per gli animali, nell’uomo vi è anche il rischio di perdere la mente se non si trova a suo agio nel mondo e se lui si sente impotente a dominare il suo mondo.

L’uomo che resta privo di orientamento, si sente impotente e privo di progetto di vita, perciò diventa preda del più totale sradicamento, infatti non può vivere se non come un pazzo. Molti cercano delle soluzioni per restare sani di mente, perciò dei rimedi che possono essere più o meno buoni: essenziale è valutare che i mezzi che ci fanno migliorare sono quelli che ci forniscono forza, chiarezza, gioia e indipendenza interiore. I mezzi che forniscono le condizioni opposte sono assolutamente ostili alla vita, perciò ne peggiorano le condizioni: l’uomo dovrebbe sempre cercare delle soluzioni che accrescono la sua vitalità umana.

Sulla malleabilità della natura umana, molti dicono che l’uomo è malleabile all’infinito: la società può influire sulla struttura umana e non si può negare che l’uomo influisce sulla società, ma l’uomo può essere piegato e imprigionato come un animale in un circo, seppure l’uomo sia malleabile solo in parte. Molti uomini sanno ribellarsi se le condizioni sociali sono talmente oppressive da causargli uno squilibrio troppo insopportabile, perciò l’uomo è in grado di ribellarsi se le sue condizioni vitali diventano penose.

Nell’uomo esistono due necessità fondamentali che vanno oltre la soddisfazione delle sue necessità fisiologiche e materiali. La prima risposta è la necessità di uno schema di orientamento e questa si ritrova anche nell’animale nel cui istinto vi è la necessità di un leader, perché il capo conosce il bene del gruppo, egli decide, sa programmare e sa dare ordini che sono finalizzati al bene del gruppo, perciò il capo agisce per il bene di tutti. Nella specie umana spesso si scelgono dei leader a cui si attribuiscono delle qualità soprannaturali e di superiorità fisica: nell’antichità molti sovrani vennero considerati di origine divina, perciò onnipotenti e sacri.

Ancora oggi molte qualità vengono attribuite a coloro che eleggiamo come capi, e queste sono le qualità carismatiche in cui la società crede, perciò essa le attribuisce anche al suo capo. I capi usano sempre minacce o lusinghe per ottenere la sottomissione, e gli uomini sono perlopiù bisognosi di un padrone, e questo avviene finché l’essere umano non giunge ad un elevato grado di evoluzione in cui sa governarsi senza necessità di lusinghe o di minacce. Gli uomini amano essere subordinati, poiché la guida del padrone offre molta sicurezza e garantisce la soddisfazione delle necessità materiali primarie, quindi fornisce ogni comodità materiale.

Sono tutte le incertezze della condizione umana che ci rendono malleabili alle istruzioni che ci vengono impartite tramite l’educazione, e che ci rendono fragili al lavaggio del cervello che viene spacciato come libertà di pensiero in una società di consumismo che sfrutta tutto ciecamente, e che chiamiamo democrazia. Nell’uomo però non vi è l’obbligo di essere pecora, poiché l’uomo può osservare la realtà e può conoscerla consapevolmente infatti, dice Fromm, è la capacità di vedere chiaramente e totalmente la realtà, ed è il nostro essere calati totalmente nel mondo che ci rende forti.

Finché l’uomo viene manipolato da una società che lo convince di essere pecora, la sua realtà è una finzione e l’essere umano vive come uno schiavo, infatti egli è un uomo debole. L’uomo debole viene manipolato facilmente, perciò ogni trasformazione lui la vive come una fonte destabilizzante e colma d’insicurezza, perciò dal malessere l’uomo può impazzire. Il rapporto dell’uomo debole con la realtà è di tipo falso, poiché l’immagine del mondo che lui si crea viene fornita dalla società, e le sue sicurezze e il suo equilibrio interiore dipendono dall’ordine sociale costituito all'esterno.

Nell’uomo forte e libero non vi è legame con le opinioni del mondo, poiché l’immagine che lui si crea dipende dalla realtà effettiva, perciò da ciò che esiste e che si può osservare nella realtà, perché chi osserva attentamente il reale perviene alla verità. Diventare consapevoli, ricorda Fromm, significa svegliarsi per vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi, perciò equivale ad una eliminazione delle illusioni, e all’inizio della nostra liberazione. Nel mondo odierno vi è un enorme squilibrio tra l’intelletto e la sensibilità, per cui l’evoluzione tecnologica non ha saputo eliminare il paraocchi dell’essere umano.

Il quesito fondamentale è capire se il potere distruttivo della conoscenza umana sarà più veloce della capacità umana di sapere elaborare una visione della realtà più equilibrata, se saprà sconfiggere le contraddizioni sociali che travagliano la condizione umana, perché l’irrazionalità e l’insensibilità umane ci impediscono di vivere in un mondo felice e libero. Ma l’uomo non è solo mente esso è anche un cuore ed un corpo che devono avere dei rapporti emozionali con il mondo e con i suoi simili, e con la natura e con gli animali.

L’uomo sarebbe più fragile di un granello di sabbia se non sapesse costruire dei rapporti con delle emozioni e dei sentimenti che lo tengano collegato al cosmo e ai suoi simili: è questa la soluzione, dice Fromm, che permette di avere dei rapporti in cui l’uomo possa definirsi “sano.” L’uomo può assurgere a queste mete sublimi sviluppando pienamente le sue potenzialità umane che sono la capacità di amare, di creare e di godere della bellezza, e la capacità di condividere le sue qualità migliori con i suoi simili.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 18 aprile 2008

Il fuoco del vasaio


La necessità di avere un compagno di vita ha radici profonde nell’animo umano, come non meno diffusa è la tendenza a non sceglierne alcuno, in modo da non doversi assumere delle responsabilità.
La tentazione di una ricerca personale e spirituale è quella di focalizzarsi troppo su se stessi, dimenticandosi delle esigenze degli altri, rinforzando un atteggiamento egoistico, piuttosto che conseguire un avanzamento nel progetto di evoluzione personale.
Se fosse preferibile non compromettersi con i sentimenti umani, vorrebbe dire che le persone disposte ad una seria ricerca spirituale, dovrebbero abbandonare completamente la società e ritirarsi a predicare l’amore universale dalla spelonca di un romitorio. Questa via è assolutamente impraticabile, mancante di qualsiasi comprensione della natura umana ed innaturale. Se l’esistenza ha un fine, il primo senza dubbio è quello di godere della corporeità e di tutto il meglio che l’esperienza umana ci può offrire.
Partendo da una vita gioiosa sia a livello corporeo che emotivo si deve proseguire con l’educazione del sentimento, dell’amore, della comprensione e delle bellezze che l’uomo ha dimostrato di saper possedere. Come negare poi la condivisione di queste qualità con dei nostri simili, con compagni che ci possano comprendere ed apprezzare poiché amano e stimano le stesse cose? In questo modo si celebra la gioia della vita; nell’amare ed essere amati e nel perdersi nello sguardo dell’altro.
Mi sembra di ricordare che il Nazzareno fosse un ragazzo di compagnia: quale migliore esempio di Gesù per capire la vera via al giusto agire? Assolse l’adultera salvata dalla lapidazione, dicendo: "Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". Non mi sembra affatto un tipo bigotto. Se è pur vero che non si possiede nulla se non se stessi, è anche vero che si può amare un altro, accettandolo per come è, anzi dovremmo amarlo proprio perchè è in quel certo modo. Dovremmo amare nell’altro il suo essere un “unicum”.
Spesso però non amiamo gli altri per il loro vero essere, ma amiamo le idee e le fantasie che essi ci ispirano, perché siamo all’inseguimento dei fuochi fatui della nostra mente, delle idee inconsistenti ed illusorie di cui ci inebriamo per sopravvivere meglio. Come dire che vorremmo plasmare gli altri perché corrispondano meglio al nostro egoismo ed egocentrismo. Per il nostro pensare assolutistico ed ottuso vogliamo costruire un fantoccio disposto ad impersonare i nostri sogni e le nostre chimere. La frase:”Mi hai deluso!” cosa nasconde, se non questa incapacità ad interpretare la pantomima del copione che avevamo preparato?
Dovremmo invece osservare la realtà che ci circonda per come è, non per come la vorremmo, e così pure le persone. Spesso esse assumono sembianze ingannevoli, per questo ci lasciamo facilmente gabbare da quelli che A. Bona chiama i “sosia d’amore”, cioè da persone che fingono di essere quello che noi desideriamo, per avere libero accesso al nostro cuore: questi sono predoni di anime. A essi però offriamo ingenuamente il fianco, dimostrando di essere fragili alla lusinga, come Ulisse con le Sirene.
Molti individui sono assolutamente alieni alla nostra vera natura, sono profondamente inadeguati alla nostra indole interna, malgrado ciò però, noi ci ostiniamo a volerli possedere e trattenere. Dovremmo invece lasciarli andare, quando sappiamo che ci fanno soffrire, e ricercare una persona adatta alla nostra sensibilità e che sia in grado di capire e rispettare le nostre tendenze e le nostre esigenze. La cieca adorazione, l’amore assoluto per l’altro e la completa offerta di noi stessi, sono mortificazioni imperdonabili di noi stessi.
Schopenhauer afferma che l’amore è un’astuzia della specie che maschera di nobili sentimenti la sua cruda tendenza alla riproduzione, all’istinto di vita. Ma il pessimismo di Schopenhauer era causato da una madre anaffettiva che non seppe scaldargli l’anima, per cui lui ebbe sempre problemi ad amare ed essere felice: per questo concepiva la vita come un pendolo tra noia e dolore e dalle sue idee traspare il gelo che aveva dentro.
Io invece credo che i sentimenti che sgorgano dal cuore dirigono le nostre migliori energie vitali e che l’amore può veramente salvare la vita e ridargli il colore. L’amore è veramente la chiave della vita, senza si sopravvive ma non si vive.
Diceva Denton Welch del desiderio d’amore “ Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso agli alberi, all’acqua e alla terra. E per te non esiste più nulla, eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno. Ed è un sentimento comune a tutti, dalla nascita alla morte. “ (Diario, 8 maggio 1944)
L’amore offre l’istinto ottimistico per la vita, è l’amore che accende il sole nelle giornate di pioggia, con lui conosciamo tutte le dolcezze dell’universo. La rinuncia all’amore nasconde sempre la paura delle nostre fragilità e delle nostre vulnerabilità. Scrive Fabrizio Floris in “Eccessi di città”: “Così negli anni mi sono allenato a non piangere, a celare sentimenti e passioni, a vivere intimamente ogni emozione: le lacrime anziché andare dall’alto in basso mi inondavano dentro.” Infatti l’invulnerabilità non fa parte delle doti dell’essere umano, se non fosse per Achille, che pure fu ucciso nell’unico punto vulnerabile, il tallone per l’appunto.
Diceva Erich Fromm che veniamo al mondo bisognosi di “latte e miele”, ed è proprio a questa necessità che risponde il mondo dei nostri sentimenti, dei nostri vissuti sensibili sebbene ci facciano apparire così fragili e vulnerabili. Il cinismo ha consegnato le frasi fatte del tipo: chi fa da sé fa per tre, meglio solo che male accompagnato,fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, etc., ereditate dai tempi in cui la vita era dura e nemiche della vera gioia di vivere. Queste frasi confermano tutte le cattive esperienze e lasciano che il nemico ti vinca due volte. Ti vince facendoti del male e ti vince poi, uccidendoti, con il veleno che ti ha istillato e che ti rovina la vita. Come fargliela in barba? Celebrando la vita e restando gioiosi e vivi dentro, riappacificandosi con le delusioni passate e riaprendo le porte alla fiducia nella vita .
Vorrei celebrare l’amore e la passione, con i versi di Guan Daosheng, poetessa cinese del 13. sec.:

“Tu e io siamo davvero pazzi
uno dell’altra,
caldi come il fuoco del vasaio.
Dallo stesso pezzo
di argilla, la tua forma,
la mia forma. Ci schiaccia di nuovo
facendoci ridiventare argilla, la mescola
con acqua e riplasma
te e riplasma me.
E così io ho te nel mio corpo,
e anche tu avrai me nel tuo, per sempre. “

Buona erranza
Sharatan ain al Rami

mercoledì 9 aprile 2008

Le catene dell'anima


Siamo noi i soli che possiamo creare le nostre gabbie mentali, le nostre prigioni interiori, noi soli sappiamo come incatenare la nostra anima. Siamo noi stessi i nostri migliori carnefici. Creiamo le nostre catene e le colleghiamo ai fatti del nostro passato. In questo modo soffochiamo la nostra vita in nome di una cosa che non esiste più, cioè il passato, oppure la condanniamo ad aspettare qualcosa che non esiste ancora, cioè il futuro. Siamo soffocati tra due assurdi logici ed incatenati senza prospettive.
Così relegati, come possiamo sperimentare tutte le potenzialità che sono dormienti nel nostro cuore, nella nostra mente e nella nostra anima?
Vorremmo un mondo diverso, ma gli altri non possono cambiare per un nostro atto di volontà, in realtà, possiamo e dobbiamo cambiare solo noi stessi. Possiamo iniziare a volerci bene, ad essere amici di noi stessi, ad apprezzarci per quello che siamo, possiamo migliorarci continuamente. Questo è il senso della libertà dell’uomo. Per crescere bisogna usare il nostro fuoco sacro, l’energia maschile nascosta in ognuno di noi e, con la sensibilità del nucleo femminile ugualmente presente, manifestare le energie creative dormienti nel nostro io più profondo. Non dobbiamo quindi fuggire dal nostro passato, ma allontanarci da esso, lasciandolo andare, pacificandoci con gli avvenimenti occorsi, crescendo e modificando la nostra pelle psichica. A volte è necessario saper rielaborare anche esperienze molto dolorose, ma queste sono le situazioni che maturano il senso della vita. Le esperienze dolorose, mentalmente rielaborate e metabolizzate, offrono il vissuto di una persona ricca e capace di passione, vibrante di sentimento. Una persona bella perché ricca nel cuore.
Per Erich Fromm, la maggior parte dei successi terapeutici inizia da una forte intensità di malessere interiore. Il paziente deve toccare il fondo della sua sofferenza, solo dal fondo si risale per una vera resurrezione. Chi non ha coscienza del suo soffrire, non arriva da nessuna parte, non cresce. Lo stesso Meister Eckhart affermava splendidamente “L’animale più veloce che vi porti alla perfezione è il dolore”.
Nella crescita vi è impegno e sacrificio, bisogna avere il coraggio di abbattere muraglie, lasciare armature, scudi e corazze, mettere da parte aculei e pungiglioni. Bisogna avere il coraggio di rinunciare a tutte le difese che ci hanno aiutato a sopportare le ingiurie della vita. Bisogna essere un vero guerriero, infatti, diceva Lao Tse “Chi vince gli altri è muscoloso, chi vince se stesso è forte”.
Tutte le difese rigide che abbiamo adottato, non fanno altro che ucciderci lentamente, togliendoci la libertà di manifestare la nostra vera essenza. La mancanza di dinamismo, l’abulia, l’inerzia e la pigrizia, lentamente costruiscono il malessere interiore e causano la morte dell’anima. Nel cambiamento, nell’azione e nell’entusiasmo per le nuove scoperte, si nasconde la nostra resurrezione.
C’è chi affronta la vita in modo rigido, come una persona tutta d’un pezzo, come una persona inossidabile ed invulnerabile. Le persone con le spalle larghe però, restano spesso prigioniere di una prigione di ghiaccio. Esse, per affrontare la realtà, hanno bisogno di scinderla in modo manicheo, devono vederla in modo schematico: nero/bianco, buono/cattivo, bello/brutto, conveniente/sconveniente, etc…
Il mondo viene incasellato in mille schemi predefiniti e rigidi, così da non potere sbagliare e poter avere sempre l’approvazione degli altri. Spesso questa rigidità ci impedisce di innamorarci, i nostri sentimenti sono congelati e le nostre sensazioni vengono chiuse in un frigidaire. Dobbiamo, allora, scongelare il nostro cuore ed aprirci alla dolcezza dell’amore, al suo calore e alla sua passione.
Le persone rigide, spesso, possono vivere molti anni senza innamorarsi perché, nella loro struttura di cemento tutto è già incasellato nella “giusta” dimensione. Colui che è rigido non accetta di mettersi in discussione, non accetta di essere scrutato da uno sguardo indagatore, non vuole fare un lavoro di analisi ed introspezione perché afferma di non averne bisogno. In realtà ha paura di rivelare la sua profonda fragilità e continua a vivere ripetendo copioni ripetitivi che gli assicurano stabilità emotiva. Le rigidità bloccano le sue energie vitali perché soffocano tutte le nuove idee e le visioni creative del mondo. La rigidità atrofizza le potenzialità espressive e causa paralisi affettive ed impotenze emotive. Anche il corpo rivela la rigidità affettiva ed il movimento diviene limitato, goffo, ripetitivo o scattoso. Spesso vi sono dolori alla schiena, come manifestazione dell’incapacità di “reggere” quell’arido progetto di vita.
Il vero riequilibrio si ottiene solo lavorando sul nostro io più profondo, sulla rimarginazione delle ferite interne, sul superamento dei modelli familiari e sociali, sulla consapevolezza dei condizionamenti esterni e sulla rivendicazione della nostra libertà di essere e di agire.
Nell’essere flessibili non si rischia nulla, diveniamo come il salice che si piega senza spezzarsi, poiché possiede radici salde e profonde. Quelle solide radici sono costruite sull’autostima, sulla certezza dei nostri valori personali, sulla sicurezza delle nostre convinzioni interiori. Possiamo giocare con la tempesta senza perdere il nostro equilibrio. L’equilibrio nel movimento non significa però instabilità, infatti l’instabile cerca fuori di sé le certezze, viaggia senza una meta precisa, senza una stella che gli faccia da riferimento, si agita perché non riesce a riconoscere l’origine del suo turbamento. L’instabile è inattendibile per gli altri ed incapace di lasciarsi andare alla vita e ai sentimenti, non sa affidarsi realmente a nulla e non sa custodire nessuno.
Quando si arriva al sé maturo, invece, si arriva al reale radicamento interiore, si riposa nel Dio interiore, siamo nel nostro tempio interno, siamo a casa. Ogni strada è sicura perché possediamo la bussola per un sicuro ritorno: in noi vi è il centro, la stabilità e la sicurezza necessarie per ogni occasione, in noi vi è l’armonia.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami