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giovedì 22 novembre 2012

L'essenza naturale



“La vita è solo un’altra morte.
La morte non è la fine,
ma è l’inizio della vita.”
(F. Hebbel - Diari)

La mente è abituata a muoversi veloce perciò se la sua attenzione viene attratta dagli oggetti li insegue, li afferma e li usa per formare i concetti a cui resta impigliata. Questa è la realtà del samsara ed è la realtà che abbiamo sperimentato in tutte le vite vissute fino alla presente. I legami sono le dinamiche usate dalla mente che è inconsapevole della sua vera natura, perciò queste strutture creano il pensiero e la mente concettuale.

Il funzionamento della mente non segue uno stato naturale, perché la mente usa la struttura duale che percepisce la realtà solo se vede gli opposti del soggetto che osserva e dell'oggetto che viene osservato. La struttura duale viene unita alle emozioni che disturbano la mente a cui si unisce il karma creato dalle forze che causano le condizioni che ci portano da una vita all'altra.

La dualità ci impedisce di vedere la natura interiore vuota increata che conosce: l'assieme di vuoto e di conoscenza è la vera base della nostra mente originaria ed è la sola realtà che non ci verrà mai meno. Ciò che abbiamo perduto è il ricordo dello stato originario della mente che vive nella fusione di spazio vuoto e di conoscenza esistente all'interno di noi. La nozione essenziale ci sfugge perché la mente insegue e cerca cose diverse da ciò che essa è, infatti si impegna a cercare fuori da lei quello che già possiede dentro: è la corsa ottusa che crea le catene del samsara.

Il segreto della nostra natura è percepito nella piena presenza mentale, perché la nostra essenza fondamentale è la natura del buddha, ma gli esseri samsarici ignorano il segreto che li può liberare dalla condanna del ritorno. Se non fosse vissuto il principe di Kapilavastu saremmo tutti esseri condannati, ma il Buddha indicò la nostra salvezza. I suoi insegnamenti ci dicono come fuggire sebbene la sua via venga descritta con i nomi strani di Grande Perfezione o Grande Via di Mezzo.

La nostra risorsa migliore proviene dalla luminosità interiore che non conosciamo e che non sappiamo di avere, perciò il suo ricordo e l'illuminazione vanno riconquistate. Secondo i lama dobbiamo allenarci al riconoscimento e dobbiamo raggiungere la stabilità interiore ridestando la mente del Buddha che vive in noi. La condizione esiste già nella fusione di corpo, mente, parola, qualità e attività in cui tutti i buddha si completano. Una totale espressione viene nelle qualità e nelle prerogative che sorgono nel corpo, nella parola, nella mente e nelle qualità buddhiche che possono salvare gli esseri senzienti.

Ogni essere ha la stessa origine del Buddha, perché tutti abbiamo il corpo, le parole, la mente e gli stessi attributi posseduti dagli esseri che hanno saputo raggiungere l’illuminazione. Un corpo, una parola e una mente illuminata non possono nascere dalle pietre o dalle materie inanimate, perché esse sorgono solo dalla qualità immutabile del vajra che è lo stato luminoso come il fulmine, e puro e indistruttibile come il diamante.

Entrando nell'involucro di carne e di sangue dimentichiamo la nostra natura, perché la densità materiale ci acceca e lega, perciò siamo intrappolati nel flusso che avanza a singhiozzi. Restiamo intrappolati nel meccanismo difettoso che funziona in modo ripetitivo, perciò usiamo i ritmi ossessivi della mente duale. Mancando il risveglio nel momento presente vediamo la fuga della mente nei concetti impermanenti che inseguono pensieri impermanenti che creano il ciclo samsarico. Il samsara va spezzato, ma lo facciamo solo se lo vogliamo, e non possiamo farlo se restiamo esseri incapaci di pensare: per trovare la pace dobbiamo fermare il pensiero concettuale.

Il modo giusto è rifugiarsi nella nostra vera natura, ma non crediamo nella nostra essenza interiore sebbene il fatto di avere un Buddha interno sia il più prezioso e appagante bene del mondo. Il Buddha ci insegna che ogni essere ha già bevuto tutti i liquidi incandescenti dei 18 inferni esistenti, ma tutta la sofferenza provata non ci ha insegnato ancora a desiderare la salvezza.

Se non realizziamo la vera natura della mente non ci possiamo liberare se non crediamo che la forza della nostra mente sia la forza maggiore che abbiamo. E' la mente che fa percepire e sperimentare la vita, perché non avremmo nessuna realtà materiale se la mente non ci facesse conoscere il mondo. Non ci sarebbe nessun universo e nessun corpo se non ci fosse una coscienza. Gli elementi della mente, del corpo e del mondo sono identici, perciò la mente del Pensatore può unire quello che percepisce.

Se non ci fosse la mente e la coscienza collegate ai sensi non ci sarebbe nessuna percezione, perciò senza la mente anche il mondo sarebbe privo di sostanza. Neppure la materia potrebbe esistere senza la mente pensante, perché la materia è priva di coscienza. Non c’è nulla di più indispensabile e importante della mente, perché la mente è la realtà interiore di tutti gli esseri senzienti. La realtà mentale esiste nel più piccolo organismo come nel più grande, perché un essenza fondante è in tutti gli esseri, perciò la mente e la natura del buddha sono realtà identiche.

Ridestare la buddhità significa essere presenti nello stato che precede il pensiero duale, perché dai pensieri concettuali nascono gli esseri confusi e non crescono gli esseri senzienti. I buddha realizzano la loro vera natura e conoscono la via che porta fuori dal samara, ma gli esseri ignoranti perdono la strada. La via di fuga è unica ma siamo liberi di scegliere di percorrere vie diverse, infatti possiamo scegliere la via che porta alla meta, oppure possiamo scegliere di percorrere la via che porta allo smarrimento di noi stessi nel flusso incessante del samsara.

Secondo i lama dzogchen, lo spazio cosmico illustra la natura della mente illuminata, infatti essa è vuota e infinita come il cosmo e dove c'è lo spazio c'è anche una mente, perciò in ogni spazio esistono degli esseri senzienti. La mente umana è infinita e vuota come uno spazio cosmico, perciò essa può creare cose meravigliose. La mente crea cose stupende, ma non può venire illuminata se vuole restare aggrappata alle cose che ha creato, perciò la mente aggrappata non può avere l'illuminazione.

Tutte le vite che si susseguono alla morte provengono dalla mente, perché la mente è l'unica realtà immortale che abbiamo, infatti le forme, le sensazioni, i concetti e le coscienze che si ripetono creando i corpi che scendono più volte nei 3 regni per impersonare le 6 categorie di esseri. Rinascendo più volte nella materia rinnoviamo il medesimo processo nefasto, perciò nulla cambia se il nostro meccanismo resta invariato. La nostra strada ha sempre un bivio, ma possiamo scegliere se svoltare nella via che porta all'alto, oppure in quella che porta al basso.

Riconoscendo la vera essenza mentale possiamo diventare un Buddha oppure tornare nel samsara, e questo accade perché il karma negativo non richiede alcuno sforzo. La mente attaccata a ciò che la attrae resta istupidita e rinnova il karma negativo del samara, perciò la virtù è credere nel buddha interiore che ottiene l'illuminazione. Queste sono le uniche vie percorribili, perché esistono solo due scelte possibili: la prima è percorrere la via della conoscenza e l'altra è restare nella realtà duale.

La mente samsarica vede degli oggetti da catturare, mentre lo yogi praticante non vede i soggetti e gli oggetti ma riconosce l’essenza vera del soggetto. La mente dell'essere senziente è assieme uno spazio vuoto e una realtà conoscitiva, perché una parte conoscitiva riconoscere e un vuoto ospita la vera natura. Tutti diventeranno un Buddha, perché ogni essere avrà l’illuminazione e realizzerà pienamente la sua natura originaria: è solo questione di tempo.

Gli esseri che riescono a farlo appaiono in forme diverse, perché hanno diverse manifestazioni. L’illuminazione possiede tre corpi o Kaya che sono la sintesi delle molte qualità accumulate che si condensano nell’unità del Buddha, perciò in essi vediamo il dharmakaya che è lo stato della mente che vive nella vacuità priva di separazioni concettuali. La natura primordiale si manifesta senza sforzi e senza necessità, perché essa dimostra naturalmente tutto quello che è, perciò manifesta la sua essenza naturale.

La natura che è percepita è la vacuità che non è l'assenza del vuoto, ma è una sensazione di vuoto presente nell’appagamento totale proveniente dalla radiosità del sambhogakaya, cioè nascente dal corpo di gioia e beatitudine donato dalla buddhità: i due aspetti sono contemporanei al risveglio della natura buddhica. Tutti i Buddha si manifestano nel nirmanakaya, cioè hanno un corpo fisico che vive nella realtà dei fenomeni per un certo lasso di tempo: dalla sintesi di queste essenze, delle qualità e dalle conoscenze accumulate sorge una pura qualità essenziale.

Anche la realtà che sembra scissa possiede degli aspetti unitari che sono solo apparentemente opposti che sono come la fiamma che è inseparabile dal calore che emana. Come non si può separare la fiamma dal calore non possiamo separare la conoscenza e il riconoscimento del nostro vero volto naturale, che viene detto svabhavikakaya, e che è l’aspetto consapevole dell’inseparabilità dei 3 kaya.

Il lama Dilgo Khyentse Rinpoche dice: ”A livello Dharmakaya la sua mente è l'immensa estensione dell'onniscienza che conosce tutte le cose esattamente come sono. Al livello Sambhogakaya che trascende la nascita e la morte, egli gira ininterrottamente la Ruota del Dharma. Al livello Nirmanakaya egli ha raggiunto la piena illuminazione vicino all'Albero della Bodhi a Vajra Asana, in India. Dopodiché ha girato la ruota del Dharma tre volte per il beneficio degli esseri senzienti.”

Lo stato naturale della mente è l’aspetto che tutti abbiamo e va coltivato, perché il coinvolgimento nel pensiero concettuale deve diventare un legame sempre più debole. L'intervallo tra i pensieri deve diventare più lungo, perché i pensieri non devono avere modo di creare i collegamenti con i concetti, ma un pensare simile non deve apparire il pensare a vuoto, ma deve diventare la prerogativa del pensare libero e consapevole del vero essere senziente.

I pensieri somigliano alle nuvole che oscurano il sole, ma l’essenza della mente è come un cielo limpido, mentre la capacità conoscitiva della mente somiglia al sole che illumina quel cielo. Il natura del cielo non cambia anche il sole sembra oscurato dalle nuvole che possono giungere, infatti la presenza è la saggezza che assomiglia al sole che brilla oltre le nuvole che lo oscurano.

E' necessario allenare alla desta presenza la nostra mente, perché essere desti è l'unico modo per riconoscere la vera essenza che sa dissolvere le emozioni disturbanti e può sciogliere il karma negativo. Il Buddha disse che gli uomini sono simili a dei vasi colmi di latte da cui si può ricavare dell'ottima panna, perché la potenzialità del miglioramento è insita nella condizione della nostra mente originale.

Per ottenere la panna dobbiamo agitare a lungo il vaso di latte battendolo con una zangola, finché non otteniamo il prodotto che vogliamo. Ma il Buddha ammonisce che agitare il latte non è come frullare l'acqua, perciò se trascuriamo la qualità del prodotto contenuto dal vaso rischiamo di perdere tempo a frullare acqua, e l'acqua può essere frullata anche per secoli nei più dolorosi regni del samsara, ma non potrà mai produrre un'ottima panna.

Buona erranza
Sharatan


sabato 27 agosto 2011

La serie delle distrazioni samsariche


“E’ ridicolo addossare le colpe dei nostri errori a cause esterne,
anziché alla facilità con cui siamo catturati da queste cause.”
(Aristotele)

Nel buddismo tibetano si afferma che la coscienza viene formata dai pensieri e che viene strutturata usando gli schemi mentali che sono ricavati dai nostri modi di vivere, e queste strutture servono per nascondere l’incapacità di essere e di esistere in modo autonomo. Gli uomini si distraggono inventandosi delle realtà fittizie che i tibetani chiamano “le sei sfere” e che sono costituite dalle emozioni, dai sogni a occhi aperti e dai pensieri che sorgono, che culminano e che si intrecciano uno all’altro. I pensieri sono chiamati i generali dell’ego, poiché di essi si serve l’ego per tenerci occupati e per impedirci di conseguire la consapevolezza di noi stessi.

I pensieri sono nevrotici perché hanno un corso irregolare, infatti variano nella loro carica emotiva e cambiano direzione continuamente, perciò si comportano come un destriero impaziente. La mente umana è visitata da pensieri spirituali, poi viene disturbata dalle questioni familiari, poi indugia in proiezioni rabbiose, essa elabora delle fantasie sessuali e poi passa a questioni ancora diverse, e tutto questo avviene in tutti e in ogni vita. Ogni contenuto mentale diventa funzionale per farci dimenticare la nostra impotenza se cerchiamo di ancorare il senso di noi stessi solo alla materia.

Secondo i buddisti tibetani esistono sei diversi stili di distrazione samsarica che sono utili da conoscere, perché sono sei stili di comportamento che si collocano dentro una particolare visione della realtà e che tutti usiamo, perché sono modalità di vivere e sono delle tendenze che ognuno di noi possiede in un certo modo di camminare, di leggere, di dormire o di applicarsi nella vita. Gli uomini possono sperimentare sei modi di essere e di vivere che sono delle modalità che sono percepibili anche in diversi momenti, ma poi ognuno sceglie una modalità preferenziale per vivere e l'attinge da queste illusorie forme di esistenza samsarica.

Questi stili costruiscono l’immagine del nostro sé e della realtà che viviamo sebbene siano fondati su degli atteggiamenti emotivi transitori e vengono rinforzati solo dalle nostre concettualizzazioni mentali, ma essi vengono scelti, perché ci offrono un modo di essere e di vivere che allevia le nostre insicurezze interiori fornendoci la certezza di avere una condizione definita. Sperimentiamo sempre cambiando il modo di essere e cambiando il regno in cui viviamo, infatti il mondo è un continuo mutamento, perciò anche il nostro rapporto con il mondo diventa samsara cioè un “vortice” e un flusso di confusione in cui ci troviamo avviluppati, perciò impersoniamo sei modi di essere che sono: la sfera degli dei, la sfera degli dei gelosi, la sfera umana, la sfera animale, la sfera degli spiriti affamati e la sfera dell’inferno.

La sfera degli dei corrisponde alla fissazione mentale sull’ego che si trova un approccio spirituale di tipo materiale, perciò può ricercare solo degli oggetti che vengono percepiti come solidi e concreti anziché trasparenti o eterei. La sfera è connotata dalla lotta tremenda improntata sugli estremi di successo/insuccesso, perciò si percepisce la speranza di vincere alternata alla paura di fallire. Alla fine si desidera solo l’eccitazione della sfida, per cui si perde ogni riferimento rispetto all’oggetto da perseguire, in quanto si perde il senso di quello che si sta facendo e si dimentica persino la meta da conseguire.

In questo stato avviene che l’eccitazione si fissa e diventa irrilevante ottenere o meno l‘obiettivo, infatti si oscilla tra il piacere e il dolore che diventano dei sentimenti che si confondono nell’ego. Si avverte uno stato di esaltazione in cui ci si sente come un dio, perciò il sistema è saturato dall’eccitazione che è assieme piacere e dolore: tutto quello che otteniamo diventa celestiale, perché l’ego è tanto esaltato che anche quello che è orribile, spiacevole o aggressivo è visto come magnifico, perciò vediamo l'ego che ha smarrito ogni forma di intelligenza.

L'acquisizione dell'onnipotenza è fondata sull’ignoranza e sulla presunzione, perciò la suggestione è tanto potente che sviluppa l’incapacità di provare la compassione e l’empatia che permette la comunicazione tra gli uomini. L’ipertrofia dell’ego che si crede Dio nasconde l’inganno delle catene, perciò nel buddismo si usa l’immagine del baco da seta che tesse un filo che lo avvolge fino a soffocarlo. Si sviluppa una spiritualità che usa il materialismo per alimentarsi e il meccanismo permane anche nella vita pratica, in quanto si è alla ricerca di piaceri estremi sia livello fisico che mentale, e la fissazione avviene su degli obiettivi solidi e tangibili come la ricchezza, la bellezza, il potere, la paura o la virtù, etc.

L’aspetto inquietante riguarda il senso del piacere di cui si nutre l’ego e con cui si preserva dagli attacchi, poiché sia la speranza che la paura sono smarrite e tutto ciò che si ottiene diventa irrilevante e secondario, perché l’obiettivo non è essenziale, in quanto essenziale diventa la lotta e il piacere della competizione, perciò si ricerca la gioia di lottare per la vittoria, e la lotta e l’eccitazione che consegue nutrono il senso e la forza dell’ego. La sfera degli dei non comporta dolore in se stessa e nel suo percorso, ma diventa dolorosa nella fase finale, perché fa sperimentare la verità che ogni cosa si possa cercare, ma tutto ciò per cui si può lottare non può venire mantenuto in eterno.

Il senso di beatitudine che si sperimenta comporta l’ansia di essere in condizioni precarie perché instabili e momentanee, perciò comporta la preoccupazione di conservare la condizione felice. La situazione umana è karmica e comporta l’arrivo di contrarietà e imprevisti, perciò si perde la fiducia di poter conservare lo stato beato, infatti sorge la tensione interiore e la sensazione di essere stati truffati e di non poter restare nel mondo degli dei. Quando la situazione karmica comporta le situazioni e le situazioni ci mettono alla prova, inizia a crescere la rabbia e la violenza contro chi ci ha fatto conoscere gli dei, perciò si odia doppiamente chi ci può escludere dall’onnipotenza divina.

Nel regno degli dei gelosi o “asura” si sperimenta la paranoia, infatti gli asura pensano in modo strano essendo coloro che sospettano se li vuoi aiutare credendo di poter essere vittima di un raggiro ingegnoso, ma essi sono disposti ad accusarti di egoismo se non li vuoi aiutare. Aiutare un asura equivale a fare del bene a chi interpreterà l'aiuto in modo sempre sbagliato e vedrà ogni aiuto come un tentativo di opprimere, controllare o togliere spazio al suo territorio: se non riteniamo opportuno aiutare un asura, costui diverrà rancoroso e ci accuserà di pensare solo a noi stessi, perciò ogni azione che li coinvolge può essere pericolosa.

La mentalità asura è sospettosa, è collegata alla fretta, all’azione veloce, ai risultati immediati e alla fagocitazione, perciò il carattere è poco riflessivo. Essi sono occupati a fare continui confronti, perché ricercano la sicurezza, la stabilità e la certezza di poter fronteggiare i loro nemici, quindi la loro vita è una perpetua sfida tra loro e il resto del mondo, in quanto percepiscono la continua tensione di potenziali agguati e sentono la necessità di smascherare dei complotti. Per questo gli asura si rifiutano di imparare dal mondo, poiché tutto ciò che giunge dall’esterno è percepito come potenzialmente ostile o nemico.

Nel mondo degli uomini l'occupazione è la passione, poiché essa connota la tendenza intellettuale ad aggrapparsi a ciò che la mente identifica come felicità, in quanto l’uomo sente con acutezza una separazione da ciò che crede piacevole, perciò percepisce la perdita, la povertà, la penuria e sente la nostalgia per gli oggetti piacevoli. Si crede che gli oggetti possano offrire la felicità, però ci sentiamo indegni e inadeguati per avere la felicità, sebbene ci sentiamo indegli di avere la gioia, malgrado tutto si desidera attrarre ciò che si crede piacevole, raffinato e colto, perché l’uomo è molto selettivo, intelligente e pignolo, perciò crea dei canoni e degli schemi a cui attribuisce un valore, e rifiuta e critica ciò che non rientra in questi schemi.

C’è l'atteggiamento di rifiuto o di accettazione totale di ciò che si crede uno stile personale affascinante, perciò si desidera assomigliare a chi è più intelligente e affascinante di noi: tutto ciò che rappresenta la perfezione diventa un esempio da emulare, da possedere e dominare in una sorta di gelosia e di ambizione di voler diventare l’altro. L’essenza dell’uomo è quella di voler emulare l'ideale, infatti tutti vorrebbero essere un grande personaggio fornito di fama, potere e ricchezza, perché si amano i personaggi grandiosi che sanno costruire delle cose grandiose che durano nel tempo.

Ma, sentire che qualcuno è grandioso accentua l'inadeguatezza, perciò esiste il perpetuo confronto e il continuo paragone che alimenta un rete inestricabile di desideri e di sentimenti inappagati, perché il desiderio è unito alla frustrazione. La mente dell'uomo mette al primo posto la conoscenza, la cultura e l’accumulo di concezioni, di informazioni e di sapere, poiché l’intelletto è il centro del mondo umano dell'uomo, e il rischio diventa quello di pensare troppo e di ingolfare la mente al punto da non riuscire più a imparare.

Nel mondo degli dei c’erano pensieri che offrivano la beatitudine, nel regno degli asura c’era una mente persa e offuscata dalla competizione, invece la mente umana è un tumulto di pensieri vorticosi, perché la mente logica cerca le idee, i contenuti, le immagini mentali e ama essere sempre distratta dai pensieri. Il regno umano è molto pensante, è affaccendato e intellettualmente agitato, infatti l’uomo è alla continua ricerca di novità ambiziose e questo causa molta sofferenza, perché le ambizioni possono essere frustrate.

Nel regno animale diventa lampante il motivo per cui l’uomo non si percepisce per come è, infatti la mentalità animale è seria e impegnata a vedere solo ciò che vuole, perciò percepisce solo quello che gli interessa. In questo regno non si guarda al mondo, perché si vede solo il proprio obiettivo e si avanza senza curarsi di quello che abbiamo intorno, infatti è il regno associato alla stupidità, in quanto segue l’istinto che è cieco alla ragione. Volendo raggiungere un scopo non ci si preoccupa di poter fare del male o di distruggere, perché quello che interessa è quello che vogliamo, perciò ogni errore trova una serie di giustificazioni per mantenere l’integrità di sé stessi, e ogni critica trova una giustificazione e una scusa adatta.

La mentalità animale è ingegnosa, perché vede la meta e si disinteressa dei mezzi che usa per conseguirla: è una mentalità ostinata e testarda che è priva della consapevolezza panoramica che sa vedere la vita in tutti gli aspetti, perciò non sa vedere la sua stessa assurdità. Questa mentalità non sa vedere senza usare dei paraocchi, senza usare delle barriere e senza trovare degli alibi o delle scuse, perché l’essenza animale deve accontentare velocemente i suoi desideri e le sue istanze.

L’immagine che viene usata per rappresentare questo regno è quella del maiale che annusa e mangia tutto ciò che trova senza curarsi del fatto che possa avere cibi prelibati o immondizia, infatti il maiale consuma tutto quello che trova senza curarsi di scegliere e di discriminare la qualità del suo cibo. L’importante, per il maiale, è come mangia, infatti è un animale in attività continua che vive chiuso in un cerchio perenne, in quanto l'animale non vede gli altri come uno specchio, perciò non conosce nessuna apertura, nessun abbandono e nessuna forma di autoironia verso se stesso. Lui consuma una cosa poi passa alla cosa successiva e stritola tutto quello che gli sbarra la strada perciò avanza come un panzer, perché l’importante è andare avanti.

Nel regno dei "preta" o spiriti affamatisi si viene ossessionati dal desiderio di diventare ricchi, di espandersi e di consumare sempre più, perché si avverte una estrema povertà interiore, e nessuna cosa è sufficiente a rafforzare l’orgoglio e il senso di inadeguatezza che è presente. La mentalità degli spiriti affamati è rappresentata dall’immagine di un spirito dal corpo minuscolo e dalla bocca minima fornito di una pancia enorme che non riesce mai a riempire, perché la bocca è troppo piccola per ingoiare il cibo che può placare la fame insaziabile dal ventre enorme.

La fame è perenne, perché ciò che si mangia è la cosa che si desidera e il cibo è tutto ciò che si crede appagante perciò si ricerca insaziabilmente il cibo, la ricchezza, il potere, gli abiti, il sesso, gli amici, etc. E tutto diventa una cosa da consumare e viene percepito come una preda da assaporare e ingoiare, ma solo la conquista è appagante e poi sale l’inquietudine e si ricerca la nuova preda da fagocitare per saziare la fame inestinguibile. E' il regno della ricerca di continui svaghi intellettuali, spirituali, sessuali, perché l’intelletto brucia veloce non sapendo apprezzare con sensibilità e profondità: e così non abbiamo nessuna sazietà, perché nulla è appagante se si è incapaci di apprezzarlo.

Il regno infernale è pieno di aggressività e di odio che prevalgono sull’oggetto contro cui sono rivolti, perciò la rabbia porta incertezza e indecisione, perché la violenza e la rabbia riempiono l’ambiente che risponde con pari rabbia e ira. Tutti i sentimenti distruttivi sanno saturare lo spazio e tolgono l’aria, perché tolgono lo spazio in cui si può agire, infatti tutto si blocca e la vita diventa impossibile. L’aggressività può diventare tanto intensa che anche l'uccidere diventa insufficiente per placarla, perchè la rabbia mangia dall’interno e rende distruttivi e autolesionisti, e il dolore di vivere non diventa minore se siamo aggressivi e rabbiosi contro tutto, perché dopo aver distrutto si cerca ancora uno sfogo perciò la sofferenza diventa perenne.

Lo spazio riempito di rabbia e violenza è uno spazio che rende impossibile il vivere, in quanto il tormento della distruzione vuole sempre una maggiore distruzione, infatti l’immagine dell’inferno è il fuoco perché tutta la terra diventa come uno spazio incandescente quando scoppia un incendio che mangia l’ossigeno e impedisce la vita. Distruggendo il nemico riceviamo un colpo di ritorno, e ogni colpo inflitto raddoppia la potenza del ritorno, perciò il gioco di andata e ritorno diventa un rimbalzo di violenza e di odio crescenti, infatti il regno infernale chiude ogni spazio per la risoluzione e il rimedio dell‘errore.

Il paradosso dell’inferno è pensare che l’unico modo di eliminare l’isolamento sia quello di avere una violenza sufficiente a spezzare il cerchio, però questo non crea nessuna vittoria, perché quando si crede di avere vinto una guerra di supremazia ci si ritrova soli, in quanto colui che abbiamo sopraffatto è stato eliminato ed escluso dalla nostra vita. All’inferno si rimane soli, perché l’ira riempie tutto lo spazio, e a stare soli si sente freddo, perciò l’incendio dell’ira viene a riscaldarci, ma la crudeltà della mente infernale è che la rabbia ci lega alla solitudine e al ripetersi eterno di quel gioco crudele.

Buona erranza
Sharatan

martedì 7 luglio 2009

Barcamenarsi nel Samsara


Le strutture e le organizzazioni che sono alla base del nostro mondo materiale sono concepite per togliere all’uomo il suo potere personale. La loro funzione è quella di influenzare e di controllare le persone, in modo da poterle asservire e in modo da poter conservare il sistema. Spogliarsi dal pensiero altrui e avere il coraggio di affermare il nostro vero essere è il cammino spirituale. Dobbiamo avere il coraggio di acquistare abbastanza fiducia per potere affermare cosa siamo e poi riprendere il potere della nostra vita. Mentre lavoriamo per rinforzarsi, saper aspettare che il sistema si esaurisca: prima o poi questo avviene. Se molte persone riescono a conseguire la consapevolezza, si riuscirà ad accellerare il tempo necessario affinchè avvenga questo naturale esaurimento.

Le forme di potere del mondo stanno sempre più accellerando i loro meccanismo di dominio per schiavizzare i corpi e le menti, ma come in ogni cosa, viene il tempo in cui è necessario rendere conto delle proprie azioni. Intanto che aspettiamo che la notte passi, mentre siamo in attesa, nel frattempo lavoriamo su noi stessi. L’autoriflessione diventa un momento fondamentale che molti sfuggono e temono, ma se lo ignoriamo abbiamo veramente poche speranze di poter capire come le influenze altrui riescono a possedere la nostra mente.

Solitamente le tradizioni, le consuetudini e le convenzioni sociali, gli stereotipi culturali, hanno una forte influenza sul nostro pensiero. Il buon senso comune ci aiuta ad ottenere il consenso sociale, per cui possiamo avere un consenso ed un quieto vivere in cambio di una vita vissuta all’insegna delle concezioni che i nostri antenati hanno costruito e conservato. Per avere l’accettazione altrui è sufficiente accettare una scala di valori, cioè il giusto/sbagliato, rassegnandoci a vivere sulle orme di quello che i nostri antenati culturali hanno tracciato per noi.

Detto così riesce chiaro capire, che non bisogna avere una grande capacità mentale per vivere una vita tranquilla, basta avere quello che viene definito il buon senso. Credo che ognuno abbia avuto almeno un appello al buon senso nella sua vita. Certamente più di uno ci ha detto che l’arte di una buona vita è quella di vivere bene nel samsara. Ci insegnano come vivere il nostro samsara, come saperne trarre vantaggio, cioè come barcamenarsi. Potrebbe essere anche giusto, se non fosse che è il samsara il nostro problema: il pensiero del buon senso, del senso comune, ignora che la conservazione del samsara è una trappola mortale.

La società ci offre molte insidie tramite le quali ci porta fuori da noi stessi, e ci sposta verso la materialità del mondo con l’illusione che potremmo avere all’esterno la soddisfazione dei nostri bisogni interiori. E’ questo il meccanismo perverso che ci impedisce di insorgere contro la mente egocentrica ignorante, e che ci toglie la forza per attivare l’osservazione cosciente e la pratica dell’autoriflessione. L’ignoranza dei nostri meccanismi mentali e la mancanza di strumenti per interpretare i fatti del mondo ci impedisce ogni capacità di evoluzione consapevole.

Il mutare della nostra mente e del mondo ci offre percezioni mutevoli e destabilizzanti, per questo ci aggrappiamo con disperazione al nostro ego, perciò vogliamo assolutamente che l’io controlli la mente, le emozioni e le cognizioni. La nostra ignoranza basilare e la feroce resistenza del nostro io limitato, danno un impulso potente e creano le sofferenze del samsara. Questo non è un fenomeno individuale, secondo il buddismo, ma è la condizione naturale dell’uomo.

Senza l’egoismo dell’io la nostra mente diviene aperta, flessibile e chiara. Nella sua naturale essenza, la mente non è oppressa dall’ignoranza, ma è capace e vogliosa di conoscere il nuovo e l’inesplorato, è capace di apprezzare la libertà dello spirito, a condizione che non si faccia limitare e contaminare dal giudizio. Portare alla luce questa potenzialità della mente è possibile, a condizione di usare la pratica dell’autoriflessione che è il naturale compito dell’uomo.

Questo stato mentale di soddisfazione nasce dalla spaziosità che si crea nella nostra mente, e dalla ricchezza della nostra natura interna. Il buddismo insegna che, meditare sulla mente crea sempre più spazio mentale, perché si amplia lo spazio che possiamo dedicare alle emozioni umane migliori, e perché la meditazione consapevole rende innocua la mente egocentrica. Senza dominio, senza paura e senza confini, la mente egocentrica viene sconfitta. Quando ci apriamo ad una dimensione di spazio illimitato, quando il tempo e lo spazio si allargano, la mente egocentrica avverte uno sbilanciamento perché la mancanza di rigidi puntelli la destabilizza: se la mente è figlia della terra, noi la distruggiamo lanciandola nello spazio cosmico.

Se sappiamo apprezzare la nostra ricchezza e grandezza interiore abbiamo un senso di sicurezza infallibile, perché sapere che possiamo fare conto pienamente su noi stessi è una fonte di gioia e di completezza. Sappiamo che, qualsiasi cosa che ci possa giungere dalla vita, è un frangente che siamo in grado di superare; questo offre un grande senso di conforto e di tranquillità. Saper riconoscere il merito di quello che sappiamo fare è una cosa eccezionale. Saper riconoscere le nostre qualità positive, fisiche, spirituali, intellettuali e creative e saperne fruire e godere, equivale a glorificare la bellezza della vita, anche quando le sue strade sono dure e faticose. Questo insegna la dottrina buddista.

Saper coltivare l’apprezzamento del mondo in cui si vive, richiede uno sforzo per uccidere la nostra presunzione. Maggiormente sapremo farlo se sappiamo apprezzare la meraviglia dell’uomo che è la sua mente: una mente che è capace di funzionare producendo il processo del pensiero. Allora l’io diventa il meccanismo che è in grado di saperci educare tramite il sentimento degli opposti, perciò produce la confusione, la sofferenza e la morte.

Tutte le nostre sofferenze sono causate dall’assenza della mente, e dal sonno della nostra enorme potenzialità e vitalità interiore: per questo ci ritroviamo a soffrire nel samsara, perché gli esseri umani amano nascondersi a loro stessi. Quando coltiviamo una mente meschina uccidiamo ogni senso di apprezzamento delle infinite capacità che la nostra ricchezza interiore potrebbe aprirci, e così sprechiamo il nostro migliore potenziale.

Se non ci apprezziamo niente è mai sufficiente, nulla è mai abbastanza, siamo insoddisfatti ed infelici, siamo insicuri. Il miglior rimedio per l’insicurezza è perciò la soddisfazione: soddisfazione per i nostri successi, soddisfazione per il nostro coraggio, per la capacità di saper affrontare il cammino spirituale, e per qualsiasi azione che possa aumentare il nostro karma positivo, e questo è molto meglio che il barcamenarsi alla meno peggio nel samsara.
Buona erranza
Sharatan

sabato 15 marzo 2008

Samsara


Qualche tempo addietro ragionavo con una mia amica di lunghissima data e insieme si rifletteva sulla sua simpatia per il buddismo.
Me ne sono uscita fuori facendogli notare che la sua liberazione dalla catena delle reincarnazioni, il suo samsara, potrebbe essere una grande fregatura.
Samsara (pali, sanscr.) trascritto anche sangsara significa letteralmente "percorrimento, peregrinaggio" del flusso del divenire. Rappresenta il mondo del flusso, del mutamento e dell’incessante divenire in cui viviamo, infine rappresenta la catena delle reincarnazioni che siamo costretti a percorrere, tramite la trasmigrazione delle anime, per liberarci dal Karma.
Accumulando karma positivo si riesce a raggiungere la liberazione nel Nirvana, condizione in cui ha luogo l’ identità dell’anima individuale con il Brahman cioè l’anima universale.
Il carattere delle mia amica non è mai stato mite, anzi diciamo che la mitezza non fa parte delle sue virtù, per cui in molti abbiamo salutato la sua simpatia per le pratiche buddiste come un percorso molto utile e fruttuoso per le sue intemperanze. Alle intemperanze non so quanto abbia giovato, ma il succo del discorso non era questo.
Lei stava preparando un the e intanto riflettevamo su varie cose inerenti la spiritualità, per cui siamo arrivate ad un punto in cui io gli ho detto che, dopo avere letto molto su varie filosofie, il succo era sempre lo stesso e diverse erano solo le vie per raggiungere il fine ultimo.
Il senso era che tutte le religioni o le concezioni mirano ad eliminare la sofferenza dalla condizione umana, ma poi ognuna si spende diversamente sul metodo utilizzato per giungere a questo obiettivo. Qualche concezione vuole arrivare portandosi dietro il corpo e l’anima, qualcuna vuole fare arrivare solo l’anima, qualcuna arriva ad abiurare ad una delle componenti delle qualità umane, quali il sesso o altre.
Altre ancora vogliono che ci sia un distacco netto dalla corporeità già durante la vita tramite pratiche ascetiche ed eremitiche.
Io sono fermamente convinta che al Tutto si giunge con il Tutto dell’uomo e che se sei in una condizione corporea, nulla e dico nulla del corporeo va mortificato. Ogni mortificazione corporale assume il significato di insulto al creatore. La condizione umana può essere un’esperienza meravigliosa se attuata con la passione, l’intelligenza e la consapevolezza, con la compassione e l’empatia di una sensibilità affinata ed arricchita quotidianamente.
Mi figuro questo concetto come una situazione in cui un direttore d’orchestra viene fornito di un’insieme di strumenti per eseguire una sinfonia: ha senso rinunciare a qualche d’uno di essi, illudendoci che la musica sarà migliore?
Fatte tutte queste ed altre nobili deduzioni alla fine me ne sono uscita con una riflessione facendogli notare come tutta la storia della Nirvana fosse una vera scemata. Il senso della riflessione è questo.
Prima te ne devi scendere per risolvere ‘sta storia del Karma, e vai lì che te lo pesano, valutano il positivo e il negativo e ci fanno la tara. Beh! Almeno spero che ci facciano la tara, per cui le attenuanti che valgono nei tribunali te le portini a detrazione di pena anche sul Karma.
E quindi scendi e ti travagli per fare tutto ‘sto pellegrinaggio, quest’erranza e per riportare almeno le penne alla fine del viaggio. Come dire che potresti travagliare e travagliare senza guadagnare. Poi te ne arrivi al Nirvana - e già qui me la vedo tetra - ma metti che ci arrivi.
Sei li che ti godi la tua bella promozione e ti pensi sistemato, quando ti arrivano dei Maestri illuminati, assistenti del Brahman, che ti dicono: “Ehi tu, mascherina!”
Tu fingi indifferenza, fischietti e ti spiumacci le alucce nuove nuove e fai finta di non avere sentito.
Ma loro insistono: “Ehi! Mascherina dico a te. Giusto giusto dovresti riscendere sulla terra per fare un lavoretto che puoi fare solo tu. Lo richiede il Grande Disegno universale.”
Potresti dire che non sei la persona adatta, ma tanto ti conoscono da prima che tu fossi nel grembo di tua madre, come vogliono le scritture. E poi sei un Illuminato e sai che il bene universale è più importante del bene individuale egoistico ed ottuso.
Rinunci a dire qualsiasi cosa e prepari una valigetta leggera : sei illuminato per cui vai senza angelo custode e scendi in tutta fretta. Un quarto d’ora e sei di nuovo nel Samsara: altro giro, altra corsa.
A quel punto la mia amica mi ha guardato come se avesse difronte un alieno con la pelle verde ed i pallini rosa e mi ha versato il the.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami