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domenica 30 settembre 2018

La produzione dello straniero



“Non credere che si possa diventare felici
producendo l’infelicità altrui.”
(Lucio Anneo Seneca)

Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili. Se si definisce «straniero» chi non si adatta alle mappe cognitive, morali o estetiche del mondo e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente; se gli stranieri sono persone in grado di sconvolgere i modelli di comportamento stabiliti e costituiscono un ostacolo alla realizzazione di una condizione di benessere generale.

Se compromettono la serenità diffondendo ansia e preoccupazione e fanno diventare seducenti esperienze strane e proibite; se, in altri termini, oscurano e confondono le linee di demarcazione che devono rimanere ben visibili; se, infine, provocano quello stato di incertezza che è fonte di inquietudine e smarrimento - allora tutte le società conosciute producono stranieri.

Il procedimento seguito per tracciare i confini e disegnare le mappe cognitive, estetiche e morali, stabilisce fin dall'inizio gli individui destinati a rimanere ai margini o fuori degli schemi di una esistenza ordinata e dotata di senso: gli stessi che in seguito saranno accusati di causare i disagi più fastidiosi e insopportabili.

L'incubo ossessivo che ha attraversato il nostro secolo, tristemente noto per i suoi orrori e terrori, strumenti di morte e tristi premonizioni, è stato compendiato nel modo migliore da George Orwell nella memorabile immagine dello stivale militare che calpesta un volto umano. Nessun volto era al sicuro: chiunque poteva essere accusato di aver trasgredito o infranto regole e confini.

Poiché l'umanità sopporta male i confini e i limiti e gli uomini che li oltrepassano diventano «stranieri», tutti avevano ragione di temere lo stivale capace di schiacciare il volto estraneo nella polvere, di calpestarlo fino a fargli perdere i connotati dissuadendo così gli altri dall'attraversare illegalmente le frontiere. Gli stivali militari fanno parte delle uniformi. Elias Canetti le ha definite una volta «uniformi assassine».

Ad un certo punto del nostro secolo è diventato chiaro a tutti che gli uomini da temere maggiormente erano quelli in uniforme. Le uniformi erano i simboli dei servitori dello stato, inteso come fonte di tutti i poteri, e soprattutto del potere coercitivo sostenuto dall'autorità legittima di «auto-assolversi dall'accusa di crudeltà disumana».

Indossando le uniformi, gli uomini «attivavano» e incarnavano quel potere; indossando gli stivali dell'uniforme, calpestavano e umiliavano nella polvere su ordine e in nome dello stato. Lo stato che insieme alle uniformi forniva ai suoi uomini l'autorità e la preparazione per opprimere calpestando e allo stesso tempo garantiva la loro assoluzione, era lo stato percepito come fonte, custode e unico garante della vita ordinata: la diga che protegge l'ordine dal caos.

Uno stato che aveva ben chiaro cosa dovesse essere l'ordine e aveva la forza e l'arroganza non solo di dichiarare ogni altro stato delle cose «disordine», ma anche di costringerle ad assoggettarsi alle proprie condizioni. Era, in altri termini, lo stato moderno: che imponeva la legge dell'ordine nell'esistenza e definiva l'ordine come la chiarezza delle divisioni, delle classificazioni, delle ripartizioni e dei confini da rispettare severamente.

La figura tipica dello straniero "moderno" era il prodotto residuo dello zelo regolatore dello stato. Gli stranieri non erano in grado di adeguarsi alla concezione dell'ordine. Quando si tracciano linee di divisione e si contrassegnano le zone così ottenute, tutto ciò che altera e non rispetta tali suddivisioni è fonte di insidia e rovina.

La riduzione o la sovra-determinazione semantica degli stranieri insidia la visibilità delle suddivisioni e travolge i paletti indicatori dei confini. Il semplice fatto che gli stranieri siano là, attorno ai confini, disturba e ostacola la realizzazione dei compiti che lo stato si prefigge di svolgere.

Lo straniero semina incertezza nel terreno in cui dovrebbe crescere la certezza e la trasparenza. Nel progetto che prevede di realizzare una condizione di ordine armonioso e razionale non c'è spazio - non potrebbe esserci spazio - per ciò che è «indefinito», non ha una collocazione precisa ed è cognitivamente ambivalente.

L'impresa di costruzione dell'ordine è una guerra di logoramento dichiarata contro gli stranieri e tutto ciò che è anomalo. Per combattere questa guerra, citando Lévi-Strauss, venivano impiegate ciclicamente due strategie alternative ma anche tra loro complementari.

La prima era "antropofagica": consisteva nell'annullare gli stranieri "divorandoli" per poi metabolizzarli rendendoli una copia perfetta di se stessi. Questa era la strategia della "assimilazione": rendere simile il dissimile; soffocare le distinzioni culturali o linguistiche; proibire tutte le tradizioni e i legami ad eccezione di quelli che favorivano il conformismo verso il nuovo e pervasivo ordine; promuovere e rinforzare il solo e unico criterio della conformità.

La seconda strategia era "antropoemica": "espellere" gli stranieri, esiliarli dai limiti del mondo ordinato e impedire loro ogni comunicazione con chi sta dentro.

Questa era la strategia dell'"esclusione": confinare gli stranieri all'interno delle mura ben visibili del ghetto o dietro gli invisibili e non meno tangibili, divieti di "condivisione", "connubium" e "commercium"; «compiere un rituale di purificazione» attraverso l'espulsione degli stranieri oltre le frontiere del territorio amministrato; o, quando nessuna delle due misure era applicabile, distruggere gli stranieri fisicamente.

L'espressione più comune delle due strategie si manifestò nello scontro tra la versione del progetto moderno di stampo liberale e quello di stampo nazionalista/razzista. Secondo il progetto liberale, gli uomini erano tra loro differenti a causa della diverse tradizioni locali e particolaristiche in cui erano nati e cresciuti. Ma in quanto «prodotti dell'educazione» e «creazioni» culturali, essi erano flessibili e disponibili ad essere forgiati.

Con la progressiva universalizzazione della condizione umana (che ha significato lo sradicamento di ogni particolarismo e delle forme di autorità che li legittimava e, di conseguenza, la liberazione dello sviluppo umano dall'ormai inutile vincolo della nascita) questa diversità predeterminata, inevitabilmente imposta sulla possibilità di scelta degli individui, è destinata a scomparire.

Naturalmente la prospettiva nazionalista/razzista si oppone radicalmente a questa visione sostenendo che il cambiamento culturale proposto dal progetto liberale si scontra con limiti che nessuno sforzo umano è in grado di superare.

Alcuni individui non saranno mai convertiti in qualcosa di diverso da quello che sono. Non è possibile liberar"li" dai loro difetti: ci si può solo liberare "di loro", comprese le loro innate peculiarità e le loro eterne stranezze.

Nella società moderna e sotto l'egida dello stato moderno, l'annullamento culturale e/o fisico degli stranieri e dell'anomalia era una "distruzione creativa"; un'opera di demolizione e allo stesso tempo di ricostruzione; di profondo rimescolamento ma anche di riordino.

Faceva parte integrante dello sforzo continuo di costruzione dell'ordine, della nazione, dello stato: era la loro condizione necessaria e parallela. Inversamente, ogni volta che il progetto di costruzione dell'ordine lo prevedeva, certi abitanti del territorio da assoggettare al nuovo sistema si tramutavano in stranieri da eliminare.

Sotto la pressione della spinta alla costruzione dell'ordine, gli stranieri vivevano, per così dire, in uno stato di estinzione sospesa. Gli estranei erano, per definizione, un'anomalia da correggere. La loro presenza era definita "a priori" come temporanea, proprio come uno stadio presente ma momentaneo nella storia dell'imminente ordine futuro.

La coesistenza permanente con l'estraneo e il diverso, e la pragmatica del vivere con gli stranieri non doveva assolutamente essere considerata come una prospettiva reale.

Almeno finché la vita moderna avesse tenuto fede al suo progetto, e finché tale progetto avesse cercato la realizzazione di un ordine nuovo e globale, e finché la sua realizzazione fosse rimasta il compito di uno stato abbastanza ambizioso e intraprendente da perseguire l'obiettivo.

Queste condizioni non sembrano più tenere oggi, in un'epoca che Anthony Giddens chiama «tarda modernità», Ulrich Beck «modernità riflessiva», George Balandier «sur-modernità» e che io (insieme a molti altri) definisco «postmoderna»: l'epoca che stiamo vivendo ora, nella nostra parte di mondo (o meglio, vivere in un'epoca simile definisce ciò che consideriamo «la nostra parte di mondo»).

(Zygmunt Bauman La società dell’incertezza, Laterza ed.)

mercoledì 10 maggio 2017

Lo sciame



“Il continuo flusso di informazione a cui siamo sottoposti
non è un affluente del fiume della democrazia, ma un vortice
che cattura contenuti rigurgitandoli in laghi artificiali
maestosi e giganteschi, ma stagnanti e stantii.
Più è grande questo flusso, maggiore è il rischio
che il fiume della democrazia si inaridisca.”
(Zygmunt Bauman)

Nella società dei consumi della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader, le gerarchie e l'ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti questi meccanismi e accorgimenti. Gli sciami non hanno bisogno di imparare l'arte della sopravvivenza. Essi si radunano e si disperdono a seconda dell'occasione, spinti da cause effimere e attratti da obiettivi mutevoli. Il potere di seduzione di obiettivi mutevoli è generalmente sufficiente a coordinare i loro movimenti rendendo superfluo ogni ordine dall'alto.

In verità, gli sciami non hanno un «altro», ma solo una direzione di fuga che in se stessa determina la posizione dei leader e dei seguaci per la durata di quella traiettoria, o almeno per una sua parte. Gli sciami non sono squadre: non conoscono la divisione del lavoro. A differenza dei gruppi veri e propri non sono più dell'unità delle loro parti - sono particelle autopropellenti. Possiamo paragonarli alle immagini di Warhol: repliche di un originale assente o impossibile da rintracciare.

Interpretando Durkheim, possiamo dire che abbiano una solidarietà puramente meccanica: ogni elemento ripete singolarmente i movimenti degli altri dall'inizio alla fine (e nel caso dei consumatori, il lavoro così eseguito è quello del consumo). In uno sciame non ci sono specialisti; nessuno ha particolari risorse o capacità da esercitare o da insegnare agli altri. Ogni elemento deve saper fare tutto il lavoro da solo. Nello sciame non c'è né scambio, né cooperazione, né complementarità, solo prossimità fisica e una generale direzione di movimento.

Per gli umani, il conforto della vita nello sciame deriva dalla fede nei numeri, l'idea che la direzione del volo è giusta perché un così gran numero di persone la segue, e che di certo tutte queste persone non potrebbero essere ingannate. La sicurezza dello sciame è un efficace sostituto dell'autorità dei leader. Gli sciami, a differenza dei gruppi, non conoscono eretici e ribelli, solo «disfattisti», «pasticcioni» o «pecore nere». Gli elementi che fuori escono dal perimetro dello sciame sono semplicemente «perduti», o si sono «smarriti».

Devono arrangiarsi per conto loro, anche se non potranno sopravvivere a lungo perché è difficile e rischioso trovare una meta realistica da soli, al di fuori dello sciame. Le società di consumatori tendono verso la disgregazione dei gruppi a vantaggio della formazione di sciami perché il consumo è un’ attività solitaria (è perfino l’archetipo della solitudine) anche quando avviene in compagnia. Essa non stimola la formazione di legami durevoli, ma solo di legami che durano il tempo dell'atto di consumo.

Questi legami possono mantenere unito lo sciame per la durata del volo (cioè, fino al prossimo cambio di obiettivo), ma rimangono del tutto occasionali e superficiali; non hanno alcuna influenza sui movimenti futuri dello sciame e non proiettano alcuna luce sul passato dei suoi componenti. Quel che in passato ha tenuto uniti i membri di un nucleo familiare attorno a un focolare e ha reso il focolare lo strumento di integrazione e affermazione della famiglia è stato in larga parte l'aspetto produttivo del consumo: la famiglia che si siede a tavola per cena è l'ultima fase (quella distributiva) di un lungo processo produttivo che è cominciato in cucina o anche prima, nell'appezzamento familiare o nella bottega.

Ciò che univa il gruppo familiare era la collaborazione in un unico processo produttivo, non il godimento comune dei suoi frutti. Possiamo immaginare che l'imprevista conseguenza dell'invenzione del fast food, del cibo da asporto e delle cosiddette TV dinners (o forse, meglio, la loro funzione latente e la vera causa della loro crescente popolarità) è quella di rendere obsoleti i pasti familiari attorno a una tavola, ponendo fine al momento del consumo condiviso, ma anche quella di indicare simbolicamente l'irrilevanza dei legami umani nella società dei consumatori della modernità liquida.

La società dei consumatori aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altro tipo di società del passato, ma tale gratificazione deve rimanere una promessa. Il desiderio deve rimanere insoddisfatto perché finché il cliente non è soddisfatto sentirà il bisogno di acquistare qualcosa di nuovo e diverso. I «lavoratori tradizionali» del passato, che erano facilmente soddisfatti e non desideravano lavorare più di quel che era necessario per mantenere il loro normale stile di vita, erano una minaccia per la nascente società dei consumi.

Allo stesso modo, i «consumatori tradizionali» di oggi, ove fossero immuni dalla seduzione del consumo, sarebbero la fine del mercato, dell'industria e della società dei consumi. Una visione più sobria e realistica della possibilità di soddisfazione dei desideri, unita alla disponibilità sul mercato dei beni veramente necessari a prezzo ragionevole, sono i nemici della società consumistica. Sono la non-soddisfazione dei desideri e la fede nella infinita perfettibilità delle merci a guidare la società dei consumi. La società dei consumi si fonda sull'insoddisfazione permanente, cioè sull'infelicità.

Una strategia per ottenere una permanente insoddisfazione è quella di denigrare la merce che è appena stata messa sul mercato dopo averla promossa come la migliore possibile. Un altro modo, più efficace e più subdolo, è quello dì soddisfare così completamente ogni desiderio che non possa nascere l'impulso a desiderare qualcosa di diverso: il desiderio si trasforma in bisogno e diventa un' esigenza compulsiva e una dipendenza. E funziona, come dimostra il diffuso bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l'angoscia e il dolore.

In realtà, questo comportamento non è solo permesso, è anche vigorosamente incoraggiato perché la società dei consumatori ha bisogno, per funzionare adeguatamente, di ricoprire con un velo di ipocrisia la differenza tra le convinzioni popolari e la realtà della vita dei consumatori. Se bisogna ovviare alla non-soddisfazione di un desiderio con un altro desiderio, le promesse fatte devono essere costantemente infrante e le speranze devono essere frustrate.

Ogni promessa deve essere falsa o quanto meno esagerata, altrimenti il desiderio rischia di affievolirsi. Senza la continua frustrazione dei desideri, la domanda dei consumatori potrebbe esaurirsi e i mercati perderebbero vigore. L’abbondanza totale delle promesse neutralizza la frustrazione causata dal carattere eccessivo di ciascuna di esse presa singolarmente e pone un freno al montare della frustrazione prima che questo raggiunga il livello di guardia.

Oltre ad essere un' economia basata sull'eccesso e sullo spreco, il consumismo è anche un' economia dell' inganno. Solo che l'inganno, e con esso l’eccesso e lo spreco, non si manifestano come sintomi di qualcosa che non funziona, ma al contrario come segni di buona salute e ricchezza e come una promessa per il futuro. La continua obsolescenza delle merci si riflette nella marea montante delle speranze deluse. E così deve essere perché la società dei consumi si fonda sulla frustrazione delle attese.

Ma nuove speranze e desideri devono continuamente entrare a sostituire e superare quelli vecchi, e per far ciò la strada tra il negozio e il secchio della spazzatura deve essere sempre più breve e veloce. Ma c'è un'altra cosa che distingue la società dei consumi da tutte le altre: le strategie per mantenere i modelli di comportamento e gestire la tensione (tanto per citare i prerequisiti di un «sistema autoequilibrante» enunciati da Talcott Parson). La società dei consumi ha sviluppato una straordinaria capacità di assorbire e riciclare a suo beneficio il dissenso che provoca (come ogni altro tipo di società).

Valga ad esempio il caso di un processo che Thomas Mathiesen ha denominato come «tacito tacitamento» (della protesta e del dissenso) attraverso lo stratagemma dell'assorbimento: «[...] gli atteggiamenti e i comportamenti che hanno un'origine trascendente [cioè che minacciano di far esplodere o implodere il sistema] sono integrati nel sistema in modo da continuare a servirlo. In questa maniera, vengono resi inoffensivi». Da parte mia vorrei aggiungere: e vengono anche trasformati in strumenti per la riproduzione del sistema stesso. (Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson ed.)

martedì 18 aprile 2017

Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo



“La conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico
all’essere un oggetto commerciale."
(Zygmunt Bauman)

Il 17 aprile 2015, nell’Università del Salento (Lecce), Zygmunt Bauman ha tenuto la Lectio Magistralis intitolata: “Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo” che condivido nella traduzione italiana curata dalla professoressa Francesca Bianchi.

“Magnifico Rettore, Docenti, Studenti, Signore e Signori, Amici, sono veramente toccato dall’attenzione che avete voluto dare al mio lavoro e vi sono estremamente grato per questo pensiero. Credo che questa onorificenza non abbia nulla di personale, non sia stata data a Zygmunt Bauman; infatti, l’unica cosa di rilievo che io come persona abbia fatto è a mio parere quella di avere vissuto a lungo e di avere visto più luoghi di qualsiasi altra persona, avere visto più cose e sentito più opinioni.

Ritengo piuttosto che si tratti di un riconoscimento all’importanza, alla gravità e all’urgenza di alcune delle questioni a cui ho dedicato nel tempo la mia attenzione e con le quali ci scontriamo tutti oggigiorno. Come ha detto il Rettore Vincenzo Zara nella sua introduzione “viviamo, lavoriamo in un luogo di cui conosciamo le contraddizioni e le difficoltà”. Vorrei dirlo con le parole di Hannah Arendt, grande filosofa del 20° secolo, “viviamo in tempi bui”.

Ovviamente non sto dicendo che siamo ciechi: vediamo benissimo ciò che ci sta intorno, ma piuttosto che, come accade al buio, riusciamo a vedere solo ciò che sta immediatamente vicino a noi, ma non oltre. Inoltre, come disse Ludwig Wittgenstein, altro grandissimo filosofo del 20° secolo, "comprendere significa sapere come andare avanti". E questo è proprio ciò che a noi manca: la capacità di comprendere.

Abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo e cosa sta per accadere rispetto ai nostri antenati che godevano invece di una salutare ignoranza relativa. La situazione è paradossale: abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni, almeno in teoria; se consideriamo per esempio il numero di risposte a un singolo quesito che possiamo trovare in Google, la quantità di informazioni è praticamente infinita, se paragonata alle capacità del cervello umano.

Giusto un paio di esempi: una singola edizione domenicale del New York Times contiene una quantità di informazioni superiore a quella che i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano acquisito durante l’intera vita. Come secondo esempio vi dico che secondo alcuni esperti, ogni giorno vengono prodotti 2 miliardi di miliardi di byte di informazioni, ovvero un milione di informazioni in più di quanto il cervello umano sia in grado di assorbire in tutta la vita.

Di conseguenza, questa enorme quantità di informazioni è paradossalmente un ostacolo per la nostra capacità di comprendere le cose. Se da un lato la quantità di informazioni aumenta, dall’altra diminuiscono le nostre conoscenze. La mia generazione sognava un mondo con più informazioni e di conseguenza maggiore conoscenza, ma allo stato attuale abbiamo ottenuto l’opposto: maggiore quantità di informazioni non significa migliore capacità di comprensione della realtà e consapevolezza di come continuare. Questa è una delle ragioni per cui siamo confusi e ci sentiamo come se ci muovessimo nel buio.

L’altra ragione è la fede nella conoscenza, e qui mi avvicino al mondo che meglio conosco, quello accademico. Le università stanno attraversando un periodo di grande cambiamento e il risultato di questo cambiamento, che è stato loro imposto e non necessariamente da loro voluto, è il fatto che la conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico all’essere un oggetto commerciale. Se prima le università rispondevano ai bisogni dell’uomo, ora sono costrette a rispondere alle regole del mercato.

Ed è un paradosso che il crescente bisogno di vedere nel buio vada di pari passo con una crescente difficoltà nel comprendere le condizioni attuali e nel decidere dove andare e come continuare. E ricollegandomi al discorso del Rettore Vincenzo Zara sulla gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare e la difficoltà di gestirli, vorrei elencare alcuni di questi problemi, i quali richiedono immediata attenzione. Innanzitutto vi è il problema dell’ineguaglianza, che a mio parere rappresenta un sorta di campo minato.

Come in un campo minato, sappiamo che prima o poi avverrà un’esplosione, ma non sappiamo dove e non sappiamo quando. A questo proposito vorrei ricordarvi le parole di Papa Francesco. Naturalmente sono costretto a leggerle nella traduzione inglese, che verrà poi ulteriormente tradotta in italiano ed è scontato che il testo finale non potrà risultare esattamente identico all’originale pronunciato dal Papa. Nella sua Prima Esortazione Apostolica, del 2013, Papà Francesco disse “No ad una economia della diseguaglianza e dell’esclusione.”

Così come il comandamento che dice “non uccidere” cerca di porre limiti a favore della salvaguardia della vita umana, oggi dovremmo dire: “non si deve fare” a una economia basata sull’esclusione e la diseguaglianza. “Un’economia di questo tipo uccide. Come è possibile che, quando una persona anziana e senza casa muore per essere stata all’addiaccio, la notizia non sia riportata dai giornali, mentre se il mercato azionario perde due punti la notizia è riportata in prima pagina?

Questo è un chiaro caso di esclusione. Possiamo continuare a tenere la testa alta in un momento in cui viene gettato via il cibo e le persone muoiono di fame? Questo è un chiaro caso di diseguaglianza. Oggigiorno tutto segue le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più forte, leggi in cui il più potente trae forza ed energia vitale dalla distruzione del debole. Come conseguenza di ciò, grandi masse di persone si trovano escluse e marginalizzate, senza lavoro e senza possibilità, senza possibilità di fuggire da questa condizione.”

Ed ora vi prego di porre attenzione, poiché questo punto è particolarmente importante: “gli esclusi non sono le persone sfruttate, ma quelle scartate dalla società”. Sì, è proprio questa la nuova situazione: quella dell’esclusione, dell’essere considerati inutili, di troppo. Ricordo bene come in un passato non molto lontano questi concetti, il fatto che una persona potesse essere considerata inutile, di troppo, da escludersi perché́ inutile, semplicemente non esistevano. Si poteva perdere il lavoro, ma mai essere considerati inutili.

Una conseguenza diretta di queste forme di messa ai margini è la migrazione, mai tanto massiccia quanto oggi. Secondo stime recenti, 175 milioni di persone si stanno spostando verso un nuovo Paese con la speranza di poter riscostruire la propria vita. Secondo altre stime, nei prossimi 20 anni, il fenomeno migratorio riguarderà 1 miliardo di persone, che andranno a bussare alle porte di Paesi in cui sperano di trovare condizioni umane di vita, pane, acqua potabile e scuole per i bambini. Queste enormi masse di migranti determinano un ulteriore problema, la “diasporizzazione”.

Abbiamo tutti sotto gli occhi come la nostra società, il Paese che amiamo e in cui siamo cresciuti stia cambiando e stia diventando multiculturale. A differenza di quanto accadeva in passato, diciamo 50-60 anni fa, le persone che arrivano nel nuovo Paese vi trovano una società già multiculturale e molto frantumata al suo interno, e non hanno intenzione, non hanno la possibilità né sono invitati a integrarsi in questa società, ma possono al massimo a interagire con gli individui e le etnie a loro più vicine.

Da qui nasce il bisogno e la difficoltà del dialogo: una nuova arte che deve essere acquisita. Un’arte di cui però non sappiamo di avere bisogno, pensando che siano le persone che vengono nel nostro Paese a dover abbandonare le loro tradizioni e le loro identità per adattarsi alla nostra. Lasciate che aggiunga ancora un problema a questo mio elenco: l’interdipendenza dell’umanità.

Gli strumenti in nostro possesso per un’azione collettiva efficace sono stati creati dai nostri predecessori per servire unità territoriali autonome e sovrane che noi chiamiamo Stati. Questi strumenti, per quanto non eccellenti, sono comunque riusciti ad espletare la loro funzione, ovvero sostenere l’indipendenza degli Stati. Oggi però ci troviamo di fronte a una realtà differente, basata sull’interdipendenza.

Reti di dipendenza reciproca si estendono da una parte all’altra del nostro pianeta. E, ad ora, non esiste ancora una sola istituzione politica in grado di gestire la coesistenza pacifica e reciprocamente benefica tra persone. Siamo ben consapevoli di questi pericoli e delle loro terribili conseguenze che colpisco l’intera umanità.

E siamo anche consapevoli del fatto che questi problemi possono essere affrontati solo se ce ne occupiamo tutti, in maniera solidale. Gli strumenti di cui disponiamo al momento promuovono solo preoccupazioni egoistiche all’interno di ciascuna enclave territoriale. In altre parole non abbiamo strumenti adatti per un compito tanto arduo. Devo ammettere che oggi la questione che più mi preoccupa è il potere e il limite della parola.

Nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso, sviluppati per influenzare la condizione umana, affinché risultino adeguati alle nuove sfide sociali.

Nel 1975, Elias Canetti raccolse alcuni suoi saggi in un volume dal titolo: “La coscienza delle parole”. Il volume inizia citando un’affermazione fatta il 23 agosto 1939, alle soglie della Seconda Guerra mondiale, da un anonimo intellettuale, il quale scrisse: “È finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”.

Questa affermazione è interpretata da Canetti come la necessità di assumersi la responsabilità per qualsiasi azione che può essere espressa tramite le parole e di fare penitenza per l’incapacità delle parole di impedire il disastro. Tutti noi, che ascoltiamo ed elaboriamo le parole, condividiamo questa responsabilità. All’uscita del volume, Canetti conclude che non esistono veri scrittori al giorno d’oggi, ma dovremmo desiderare ardentemente che ve ne fossero.

Sono passati anni, abbiamo persone come Papa Francesco, capaci di parlare con ardore direttamente al cuore delle persone, ma il tipo di scrittore auspicato da Canetti continua a non esistere. Ma il vero problema è che se anche ve ne fossero, se vi fossero veri scrittori, potrebbero essi prevedere e impedire l’arrivo di una guerra o di una catastrofe?

Pensateci bene. Mi dispiace lasciarvi con questa nota di pessimismo, la stessa nota di pessimismo mostrata da Arthur Koestler, un altro grande autore che scriveva all’epoca della seconda guerra mondiale, quando ricorda che i profeti Amos, Osea e Geremia, sebbene eccellenti oratori, non furono in grado di scuotere il loro popolo e avvisarlo del pericolo incombente.

La voce di Cassandra, se ricordate Omero, era in grado di bucare le pareti eppure la guerra di Troia non fu evitata. Chiudo il mio discorso ponendo alla vostra attenzione una domanda: è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo.” (Zygmunt Bauman)

martedì 10 gennaio 2017

È morto Zygmunt Bauman



“L’uomo civile ha scambiato una parte
delle sue possibilità di felicità
con un po’ di sicurezza.”
(Sigmund Freud)

Ieri è morto, all’età di 91 anni, il sociologo Zygmunt Bauman uno dei più grandi pensatori moderni. La caratteristica che colpiva in Bauman era, non solo la lucidità con cui quel "grande vecchio" ha saputo identificare e analizzare le contraddizioni della modernità, ma anche l’affezione di molti giovani che accorrevano in gran numero alle sue conferenze e la concentrazione con cui lo ascoltavano. Questa affezione, senza dubbio, era dovuta alla percezione che i giovani avevano di venire aiutati a capire la causa dei loro dubbi e delle loro incertezze e paure; cosa che certamente avveniva da parte del grande studioso.

A Bauman dobbiamo l’analisi della “vita liquido-moderna che viene vissuta come un campo di battaglia” e il fatto che ci abbia aiutato a capire che la sicurezza che proviene da un equilibrio di forze, come tutti gli equilibri, non dura molto. Basta abbassare la guardia - scrive Bauman in “Paura liquida”- che si corre il rischio di venire esclusi, perché la modernità prevede solo vittorie o sconfitte. La nostra vita è diventata talmente “liquida” che vediamo solo forme di sicurezza estremamente “volatili.”

In “La società dell’incertezza” Bauman scrive che, quando Sigmund Freud, nel 1929 scrisse “Il disagio della civiltà” tracciò il primo esempio di analisi della civiltà moderna. Freud disse che la civiltà si costruisce solo al prezzo della repressione delle pulsioni dei singoli uomini a scapito del vantaggio della comunità. Per questo motivo la civiltà è sempre il prodotto dall’auto-compressione delle pulsioni dei singoli uomini. La vita civile ci propone un’unica scelta: il soddisfacimento delle nostre pulsioni e la conseguente affermazione della totale libertà da ogni vincolo, oppure la repressione delle nostre pulsioni al fine di godere di una maggiore sicurezza sociale.

Freud disse che non abbiamo altre alternative, perché la libertà e la sicurezza sono su due versanti opposti e inconciliabili. Il principio di piacere conseguente al libero soddisfacimento delle pulsioni primarie viene sempre contrapposto al principio di realtà che è alla base della costruzione dell’ordine sociale. La civiltà e la civilizzazione impongono il grande sacrificio implicito in questo fatto, e non può essere diverso. Bauman dice che è necessario partire da questo aspetto messo così bene in evidenza da Freud e che, pur agendo con il massimo impegno, esistono  delle “difficoltà che sono intrinseche alla natura della civiltà” e da cui non si può prescindere.

Questa vecchia regola vale ancora oggi solo che, attualmente, i guadagni e le perdite per gli uomini e per le donne post-moderne si vengono sempre più a restringere, per cui siamo costretti a rinunciare a buona parte della nostra libertà senza vedere aumentare la parte di sicurezza che ne dovrebbe conseguire. In qualche modo, nel mondo odierno, la perdita sembra essere diventata maggiore del guadagno che ci aspettiamo di ricevere - dice Bauman - e “il ritorno della certezza moderna non sembra imminente.”

A livello politico vediamo che i totalitarismi rinforzano il vantaggio del sacrificio della libertà individuale in cambio dell’emancipazione della responsabilità personale. L’individuo è stato messo al sicuro dall'assumere responsabilità e viene affrancato dall'onere delle conseguenze delle sue azioni, perciò si conquista “il diritto di mettere a riposo la propria coscienza”. Il punto, nota acutamente Bauman, è che questa possibilità di scelta non ci viene data, perché il mondo moderno così “diversificato e polifonico” registra il crescente “aumento dell’incertezza.” 

La ormai nota e ripetuta “scomparsa del lavoro” non fa che aumentare il divario tra chi può e chi è stretto nell’impossibilità: il divario tra i ricchi e i poveri. La povertà vede gli esclusi dal banchetto del consumismo e la massa di esclusi sta aumentando progressivamente. Vediamo una crescente “criminalizzazione” della povertà che è enfatizzata dalla riduzione del welfare state, perché i sussidi sociali vengono tagliati sempre più. Di conseguenza, gli esclusi vengono sospinti dietro “muri invisibili” dice Bauman, perciò anche i teorici del liberalismo iniziano a credere che la garanzia di un reddito minimo che sappia garantire una sussistenza dignitosa sia un obiettivo liberal. Il diffondersi di troppi disagiati non farebbe che aumentare l’insicurezza dei più agiati.

Una vera politica postmoderna che aspiri a creare una comunità politica vitale ha bisogno di venire guidata, dice Bauman, dal triplice principio di: Libertà, Differenza e Solidarietà. Ma, mentre i primi due principi possono essere ancora perseguiti individualmente nel mondo postmoderno, quello che in questo mondo non si può avere senza l'appoggio da parte dello stato sociale è la solidarietà. E senza la solidarietà nessuna libertà sarà mai sicura, perché le differenze esasperate e le politiche dell’identità portano all’interiorizzazione dell’oppressione, perciò l’unica alternativa è diventare consapevoli che stiamo correndo questi rischi.

L’identità è il problema centrale dell'epoca moderna, perché quando qualcuno cerca di cambiare identità ad ogni costo, rischia di perdere il controllo. Il problema vero è sia quello di costruire una identità, ma è anche quello di mantenerla solida e stabile: questo problema riguarda tutta la post-modernità. Un’identità si può creare solo quando si è certi della propria appartenenza, e cioè quando siamo in grado di inserirci nella varietà di stili cognitivi e di comportamenti che vengono accettati socialmente, e anche quando le persone che ci circondano accettano questo nostro posizionamento ritenendolo giusto e socialmente appropriato.

L’identità è entrata nella pratica moderna già come un compito individuale, scrive Bauman. I concetti di costruzione dell’identità e quello di cultura cioè l’ammissione che l’individuo sia incapace o incompetente a costruirsela individualmente perciò l'ammissione della necessità di una crescita collettiva e dell’importanza di maestri e di guide esperti e competenti pronti ad aiutarci, non possono che essere due aspetti collegati e interconnessi. L’identità sradicata che si nasconde dietro la libertà di scelta individuale - dice Bauman - e la conseguente dipendenza da un maestro oppure da una guida esperta sono sempre collegate.

La figura dell’uomo come pellegrino sulla terra è un’immagine antica, infatti già s. Agostino diceva che: “siamo pellegrini nel tempo” e questo fatto vale sia per il passato che per il tempo odierno; ma c'è anche una grande differenza. Quando gli uomini del passato si ritiravano nel deserto affermavano la loro libertà primaria, viva e nuda, perché assumevano uno stile di vita che vedeva il raggiungimento di una completa assenza di legami. In qualche modo gli eremiti che si ritiravano a vivere nel deserto affrontavano un’esperienza di sradicamento totale.

Gli eremiti del passato si svincolavano dai bisogni dei loro corpi e dalle conseguenze delle loro azioni passate, ma anche dai disagi provocati dal contatto con l’anima dei loro simili. Il loro cammino verso Dio comportava l’annullamento della precedente identità e la totale auto-ricostruzione di sé. Invece, il mondo moderno è diventato molto ostile ai pellegrini, perciò chi si trova ad affrontare l'esperienza del pellegrino nel mondo odierno, trova ben poche occasioni di poter preservare la sua identità. In un mondo come il nostro, in cui le identità possono essere indossate e dimesse con la stessa velocità dell’attore che fa molti cambi di costume per esigenze di scena, il lavoro di costruzione di sé diventa un compito molto difficile. 

Una vita da pellegrino, nel mondo moderno, diventa un vero orrore perciò questa scelta di vita non risulta mai una scelta vincente, conclude Bauman. Le regole del gioco cambiano sempre, perciò la strategia vincente è quella di giocare velocemente e di chiudere la partita prima possibile. Chiudere velocemente significa rinunciare agli impegni, significa rifiutarsi di stabilizzarsi, significa non vincolarsi a nessun luogo, non giurare perseveranza e non assumere impegni di fedeltà verso nessuno. 

Ma significa anche non controllare il futuro, significa rifiutarsi di ipotecarlo, perciò significa rinunciare alle responsabilità e comporta di abolire il tempo e di vivere solo in un tempo presente e continuo. Bauman dice che, nel mondo post-moderno è avvenuto tutto ciò, perché sono scomparsi i lavori che consentivano di poter fare progetti per il futuro, e il mercato fluttua e cambia a velocità incredibile per cui restiamo completamente disorientati dai mercati che appaiono e che scompaiono a velocità impensabile. La stabilità e la fidatezza dei rapporti umani hanno le stesse caratteristiche, infatti l’amore stona qualora sia pensato “per sempre” poiché “l’unico e il solo” sono elementi troppo stonati per l'amore che è entrato in vigore in questi tempi moderni.

Nessuna strategia di vita stabile e coesa può essere costruita nel mondo post-moderno, infatti si indicano come vincenti solo le strategie in cui si invita a non programmare, e un fatto omologo avviene in ogni ambito della nostra vita. A tutto ciò si aggiunge la regola di non procrastinare quando si può ottenere qualcosa, perché tutto il mondo è diventato “un attimo fuggente.” Nessuno di questi stili di vita si può ritenere originale, tipico oppure inventato nei tempi moderni, ma la cosa più rilevante è che tutte queste caratteristiche, in passato, erano tipiche solo di frange di marginali, mentre invece oggi sono diventate stili di vita adottati dalla maggioranza delle persone.

Tutte le società producono stranieri, scrive il grande sociologo, perché diventano stranieri tutti quelli che non si conformano alle modalità uniche e irripetibili che vengono affermate e promosse socialmente. Tutti quelli che riescono a sradicare le convinzioni morali, estetiche e cognitive della società in cui sono inseriti diventano degli elementi di disturbo, perciò diventano degli elementi che diffondono l'ansia e la preoccupazione. Tutti costoro diventano degli ostacoli sulla via della realizzazione di una condizione di benessere personale, e la linea di confine che demarca lo spazio che c'è tra “me” e lo “straniero” devono essere molto tangibili e ben visibili.

Questo è il motivo per cui tutte le società conosciute creano degli “stranieri” cioè degli “individui destinati a rimanere ai margini” ovvero al di fuori degli “schemi di una esistenza ordinata e dotata di senso.” E tutti questi esclusi, in seguito, verranno accusati di causare i disagi più fastidiosi e insopportabili della società, per cui diverranno i “capri espiatori” dei disagi della società. In realtà, la causa della dimensione dell’incertezza andrebbe vista dietro l'intero sviluppo del mondo attuale, perché l’incertezza proviene dalla deregulation universale che vede l'affermarsi della competizione di mercato spinta fino all’eccesso, nella libertà sconfinata che si concede al capitale a scapito di tutte le altre libertà.

L’incertezza moderna proviene dallo smantellamento dello stato sociale che comporta un aumento esponenziale di masse di poveri che sono costretti a vivere al di sotto della soglia di povertà. E l'unica novità che riguarda la modernità se la paragoniamo alla condizione del mondo del passato, dice Bauman, è che tutto questo non è più limitato solo al "terzo mondo" ma che, tutto questo, attualmente sta avvenendo anche nella parte “civilizzata” del mondo. La morte di Bauman ci vede privati di un grande maestro e i veri maestri sono diventati sempre più rari e preziosi, per cui dovremmo ritenerci fortunati di averne avuto, tra noi, uno del suo livello.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 27 ottobre 2010

Le identità delle incertezze


"Io sono un viandante, diceva Zarathustra al suo cuore.
Infine non si vive se non con se stessi."

(F. Nietzsche)

Zygmunt Bauman in “La società dell’incertezza” descrive con lucidità quelle che sono le caratteristiche sociali che rendono tanto opprimente il clima della società moderna. Noi siamo inquieti, poiché vediamo che il mondo reale e quello futuro non sono collegati alla nostra capacità di decisione e di controllo, perciò viviamo in un clima di “assedio della paura.”

A livello mondiale vediamo che uno dei fattori in gioco è l’evidenza che il mondo è privo di strutture e di logiche visibili e, conseguentemente, sono mancanti anche delle adeguate strategie politiche. I blocchi di potere, sebbene abbiano sempre dominato il mondo ora ci spaventano poiché, le azioni che essi compiono non posseggono coerenza e aumentano le nostre condizioni d’incertezza.

Non esistono più i paesi del terzo mondo perché esistono circa 10 paesi che si contendono il controllo del mercato mondiale mentre, gli altri popoli sono sotto il livello di minima sopravvivenza. Il concetto di “imbarbarimento derivato” è contenuto nell’immagine di una metropoli moderna che è assai ristretta e che si oppone alla periferia sterminata e miserabile che è costituita dal resto del mondo.

Una “deregulation” mondiale avviene anche a livello morale infatti, nella competizione del libero mercato, un’assoluta priorità è concessa all’irrazionalità umana e alla cecità morale, poiché esse sono funzionali alla mancanza di regole del mercato e alla sua competizione ottusa e sfrenata. L’impunità viene garantita a colui che gode della protezione del potere e del denaro, sebbene questo limiti le altrui libertà e le altre virtù: nel corso degli ultimi anni vi è stato un progressivo smantellamento di tutte le reti sociali che venivano sostenute dalle risorse collettive, e nessun valore è concesso a istanze che non siano economiche.

In tutte le situazioni vediamo che, nel mondo esiste una grande diseguaglianza tra i continenti, tra le nazioni e all’interno degli stati, quindi vi sono enormi ingiustizie nella distribuzione delle risorse economiche. Nel mondo di ieri vi era una fiduciosa aspettativa nella possibilità di costruire un futuro che si poteva decidere e rendere felice, ma questa sensazione di autoregolamentazione oggi sembra svanita: oggi sono in aumento le masse di diseredati umiliati da condizioni di povertà opprimente.

Questa è una sensazione penosa, poiché la massa dei nuovi poveri che si è creata è costituita da persone che, precedentemente, non avevano problemi nel godere della libertà di consumo: oggi molti sentono che nessuno possiede una condizione sufficientemente sicura non poter essere sconvolta in poche ore. Oggi nessuno vive sentendo che la sua casa è stata costruita su una roccia incrollabile: tra i diritti umani sta scomparendo il diritto al lavoro a cui segue la decadenza del diritto alla casa e alla salute.

Nessuna abilità o nessuna qualità ci mette al sicuro, quindi sono crollati anche tutti i diritti ai meriti che venivano acquisiti esercitando con perizia e con coscienza il proprio lavoro: con questi valori crollano anche tutti i diritti alle dignità personale con un disastro che può avvenire in modo brusco, e senza diritto di preavviso. Ogni rete di protezione, i rapporti interpersonali e quelle che Bauman chiama le “trincee di seconda linea,” cioè i rapporti familiari e quelli parentali, tutti i rapporti di buon vicinato sono stati smantellati o fortemente indeboliti: l'uomo è sempre più solo e isolato nelle relazioni.

Queste trincee protettive erano i luoghi in cui cercavamo il conforto alle fatiche delle dure lotte per la vita e alle angosce che la vita può riservare ad ognuno come l’insuccesso, il lutto e la malattia: di questa demolizione è responsabile il consumismo che si è esteso a tutti i rapporti e alle relazioni interpersonali, infatti noi vediamo nell’Altro un mezzo potenziale per ottenere delle gradevoli esperienze in quanto anche l'Altro è un oggetto da consumare voracemente.

Nella velocità moderna non possiamo coltivare legami che siano duraturi, perciò nelle relazioni non possiamo rivendicare dei diritti di solidarietà, e neppure l’obbligazione di ricambiare ciò che non si è mai ottenuto. Lo stesso messaggio che i media diffondono è quello del più totale disimpegno, e ciò che si diffonde maggiormente è una immagine sciocca e futile del mondo, in cui tutto resta indeterminato, poiché tutto è possibile e tutto è permesso.

Se il mondo è inconsistente tutto può accadere, perciò tutto deve essere consumato, e nessuna traccia deve essere conservata nella memoria, perciò l’individuo assume mille facce sociali, egli cambia continuamente le sue maschere, e consuma i legami in incontri veloci che fanno divenire la vita un susseguirsi di fotogrammi, infatti viviamo nelle immagini veloci e negli episodi leggeri che si disperdono senza lasciare traccia.

Nel mondo moderno non esistono i progetti con cui gli uomini antichi tentavano di costruire le trame e i tessuti delle loro esistenze, perciò oggi non esistono neppure quei tenaci obiettivi su cui, nell’antichità si fondavano le esistenze personali. L’uomo delle incertezze è un individuo che possiede una identità a palinsesto, in cui i suoi vari aspetti vivono ognuno in funzione di se stesso senza essere integrati in un insieme coerente e fornito di senso.

Una buona identità si costruisce con pazienza e con gradualità come si costruisce un buon edificio, perciò ogni cura si mette nelle strutture portanti, e poi si arricchisce l’abitazione con la nostra migliore applicazione di gusto e con tutto l'amore che possiamo usare: della nostra identità noi siamo i nostri costruttori.

L’identità che il mondo dell’incertezza stimola nell’uomo è quella dell’assenza del ricordo in quanto, dimenticare ciò che non ci piace è la base del benessere in un mondo oberato dall’ingiustizia perciò, la velocità con cui sappiamo cancellare e resettare tutto il nostro sistema dimostra la nostra capacità di adattamento per la sopravvivenza.

Queste sono le incertezze moderne e sono alcune ragioni per cui viviamo infelici ed autolimitati malgrado tutti i progressi e gli accrescimenti della conoscenza infatti, l’uomo antico si costruiva delle identità e delle vite personali che avevano una loro coerenza ed un loro senso, mentre noi abbiamo dimnticato come si deve fare per essere come loro. Il mondo in cui viviamo e il significato della nostra vita sono in una zona di confine tra ciò che è vero e quello che è solo simulazione, noi siamo tra ciò che è verità e ciò che è commedia perché tutto è sensazione senza sostanza: tutto ciò non ci fornisce sufficiente sostanza ed essenza per nutrire la vita.

Oggi cresce sempre più il caos e sfuma ogni confine tra ciò che è ordine e ciò che è disordine, e in ogni dove sfumano le differenze tra quello che è normalmente accettabile e ciò che non dovremmo mai accettare: l’identità dell’uomo attuale ha delle fondamenta fragili, instabili e volubili perché la nostra identità non è fornita dalle strutture del mondo. In realtà l’identità viene costruita e poi ricostruita in modo diverso e continuamente, perciò la personalità umana non possiede una durata e una stabilità definite.

Tutto ciò forma delle persone fragili, nervose, irritabili e pericolose, perciò la modernità crea delle personalità snervanti e fastidiose per la convivenza umana e, tutto ciò si accresce se abbiamo elementi “stranieri” ed estranei, infatti essi rendono le zone di confine ancora più confuse alle insicure identità moderne. Tutti vogliono una identità sociale sicura e legittima da vivere in uno spazio personale in cui si può progettare una vita che abbia solo una parte minima di interferenze.

Tutti vogliono una base di certezze in cui le regole non si ribaltano all’improvviso e senza motivo, infatti vogliono agire ragionevolmente e vogliono la speranza di un futuro migliore. Nei tempi delle incertezze si vive il dilemma in merito alla identità personale, questo diventa un problema ed è il motivo per cui vediamo degli uomini e delle donne che vanno alla deriva soffrendo di carenze energetiche che gli impediscono di costruirsi come persone affidabili e costruttive.

Con una adeguata conoscenza e con la cura con cui diventiamo i costruttori di noi stessi, noi possiamo costruirci una identità che diventa un’ancora che ci aiuta a mantenerci nei pressi della terraferma quando attracchiamo al porto. Nei tempi in cui nulla sembra sicuro non possiamo trascurare questo obiettivo primario per l’individuo che vuole discendere il corso della sua vita navigando sulle acque di quel fiume restando saldamente fondato e resistente, perciò sicuro almeno in sé stesso.

Buona erranza
Sharatan

domenica 18 maggio 2008

Nell'era dei legami liquidi


Sono ormai anni che il sociologo polacco Zygmunt Bauman sta portando avanti un’analisi molto lucida della nostra società post-moderna, affermando che viviamo in una modernità liquida. Il termine “liquido” viene a contrapporsi al “solido” della modernità precedente alla nostra: nella solidità vi era la fiducia nella capacità umana di riplasmare un mondo migliore, un’affrancamento dalle necessità spazio-temporali e una convinzione che l’identità non sia un calco inciso a priori, ma una continua opera in divenire. Nella modernità liquida, la pressione dell’individualizzazione, sta facendo crollare questi argini che fornivano stabilità e riconoscimento reciproco ma, questa enfasi sull’individuo, pone il problema sul concreto diritto ad essere individuo “de facto” e non “de iure”. Individualizzazione e globalizzazione stanno riducendo tutto l’ambito politico nel versante economico, infatti il capitale può spostarsi con grande velocità, in modo che una connessione Internet ed un portatile possono far girare capitali incredibili, cosa invece che non possono fare gli umani, per cui il lavoro resta immobile come nel passato. Bauman afferma che “Alcuni degli abitanti del mondo sono in perpetuo movimento; per tutti gli altri, è il mondo che si rifiuta di stare fermo”. La flessibilità è un sinonimo di libertà creativa per una ristretta elite dedica ad occupazioni intellettuali, mentre per gli altri resta sinonimo solo di precarietà. Nel termine “unsicherheit”, si assommano tre diverse sfumature per indicare la precareità: l’insicurezza lavorativa dichiarata dalla flessibilità, l’incertezza esistenziale e l’assoluta fragilità dei rapporti umani e la vulnerabilità fisica che viene insidiata dalla criminalità. Il crescere di questo sciame di paure è l’effetto cumulato della individualizzazione e della globalizzazione. La tentazione mefistofelica della nostra modernità è quella di potere fare a meno degli altri, per cui le ansie, le angoscie e le paure sono fatte per essere patite in solitudine: la modernità ci consegna un uomo solo, ridotto a sé stesso, euforico e disperato, per questo il condizionamento maggiormente diffuso si basa sulla seduzione, in cui i molti guardano i pochi. Ed in questo guardare ad ideali di pochi, che si viene soggiogati più brutalmente che da una costrizione fisica: l’attenzione sociale e la tensione morale si spostano sull’ultimo matrimonio e scandalo della high society. “Se nell’Ottocento Marx poteva dire che: “L’uomo non aveva nulla da perdere tranne le sue catene”, oggi senza queste catene saremmo persi”, afferma Galimberti.
L’uomo ha fatto propri i due insegnamenti assiomatici della modernità:
• i giorni contano solo nella misura in cui se ne possa trarre soddisfazione, si lavora sul presente quindi godetevi il premio immediato
• qualsiasi cosa si faccia, mantenere aperte altre possibilità, non impegnarsi più del necessario, lealtà e dedizione sono out. Mantenete i vostri impegni ad un livello poco profondo, in modo da potervene liberare senza riportare ferite e cicatrici troppo dolorose.
Alla scuola di Medicina Ponce di Porto Rico si sta lavorando per alleviare il “disturbo da stress post-traumatico” (PTSD) e gli scienziati cercano di aiutare il cervello a “disimparare paure e inibizioni”, per cui si sta cercando di resettare il ricordo delle cose brutte e/o scomode della vita. Gli scienziati dichiarano l’alta eticità della loro ricerca, che vuole aiutare coloro che hanno ucciso e fatto azioni che potrebbero compromettere la loro serenità futura, in modo da non rendere questi esseri dei futuri rifiuti della società. Senza dubbio questo fa riflettere sul concetto di uomo come merce e/o consumatore e sul concetto di riciclaggio di rifiuti, siano essi alimentari o umani, ed in realtà la comparazione delle persone e dei loro rapporti, al valore economico e al campo del business si è ormai consolidata.
Sempre più i giovani occidentali, considerano i genitori che hanno fatto per una vita lo stesso lavoro e che si sono adattati alla quotidianità, come dei deterrenti, dei modelli negativi: inseguire le cose ed acciuffarle al volo, mangiarle ancora calde e fragranti è “in” mentre l’adattamento e la routine è “out”. John Kotter, professore alla Harvard Business School (1995), consiglia di non lasciarsi impelagare da impegni a lungo termine; infatti sviluppare una lealtà istituzionale e farsi assorbire troppo è controproducente, laddove la vita all’interno dell’impresa ha una durata sempre minore. Qui il detto che “il tempo è denaro” è usato all’inverso dell’intenzione: infatti per i nostri tempi il tempo è ladro. Aspettare che arrivi la nostra occasione di gioia o di piacere è un’ingenuità, per cui il passare del tempo porta solo a perdite e non a guadagni, equivale a delle opportunità sprecate, occasioni che non torneranno più. Si soffre di “sindrome dell’impazienza” in cui il messaggio è che il tempo è una seccatura ed una noia, una pena e una mortificazione per la libertà umana come pure l’aspettare che è sintomo di basso status, un sintomo di emarginazione, ed i giornali moderni sono pieni di elenchi di “in” ed “out” con cui fare tendenza.
Mentre si sogna qualcosa senza tempo, come dice il sociologo Alberto Melucci, “siamo afflitti dalla fragilità del presente che richiede solide fondamenta là dove non ne esiste alcuna” ed è l’incertezza il compagno indesiderato, l’ospite inopportuno ed invadente, oggi siamo minacciati continuamente di essere lasciati indietro, di essere messi fuori dal gioco. Ogni impegno ed accordo può essere rovesciato velocemente, ed ogni relazione può essere interrotta o tradita istantaneamente, per cui tenersi in movimento è molto più conveniente che restare o raggiungere una meta. Nella cultura moderna vi è l’emblema del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza. Nessuno spazio per gli ideali di perfezione, lunghi e dispendiosi da raggiungere, vera scommessa su un futuro aleatorio ed ipotetico: sogno e vaneggiamento senza senso. Siamo consumatori appassionati in una società di consumismo. L’America la fa da padrona nelle teorie del rivedibile, per cui la psicologa Elayne Savage raccomanda delle relazioni di coppia rinnovabili, accordi soggetti a ri-negoziazione annuale sul modello dei contratti estinguibili del mercato del lavoro. Qualcuno, tra cui Ray Pahl (2000) ipotizza che le relazioni amicali siano l’ancora di salvataggio della nostra epoca, il solo “veicolo sociale” del mondo tardo-moderno. Le nostre relazioni affettive invece, risentono della stressante ambivalenza moderna: vogliamo relazioni ardentissime e stravolgenti senza voler perdere, sia pure parzialmente, il controllo e l’autonomia che esse implicano.
E’ la nata così la “mania dell’appuntamento veloce” che ormai spopola sia in America che a Londra: un nastro trasportatore di incontri da tre minuti, in cui si gioca l’opzione di essere scelti e di potere concordare un’incontro: se va bene Ok, sennò fine del gioco! Una versione di corteggiamento consumer-friendly, in cui ne sei fuori subito, in cui il riciclo si avvia velocemente, in cui se anche va bene, il rischio appare molto ridotto. Iniziate velocemente, avviate e consumate con velocità, sostituiti con velocità gli inadatti, semmai si sta prospettando la “sindrome da dipendenza” che la velocità di scarico e ricarico, di verifica e ricerca di relazioni, possa invece leggersi come un continuo bisogno degli altri nella nostra vita, con senso di vuoto e di solitudine nel caso di assenza. Abbiamo il terrore di essere esclusi o abbandonati, di essere rinnegati, spogliati, devastati e scaricati perché non abbiamo il senso di noi stessi, siamo soli, senza aiuto e senza destino. Ci manca l’immunità a pensare che possiamo subire una sorte diversa da quella dei nostri rifiuti organici.
Siamo abituati a cercare sempre più soluzioni semplici, per cui di fare percorsi di lungo respiro: ricerche personali, evoluzioni o altre diavolerie, non se ne parla. Ecco allora che, mentre funzionano bene le reti e le connessioni del web, falliscono quelle umane e le relazioni sono sempre più fragili e superficiali, e sia nel lavoro che nell’amore, non si vogliono impegni troppo intimi ed obblighi troppo duraturi. Se tutto dura poco, non ha senso impelagarsi con dei rapporti umani, in cui, si deve perdere tempo per creare senso e per custodire dal logoramento.Per questo non si cercano realtà autentiche ma comunità virtuali, in cui si lavora su “fili episodici di relazioni minime”, come afferma Andy Hargreaves, ed in cui, le relazioni vere sono sostituite da appuntamenti lampo e da msm, moderne creazioni e simulazioni di veri rapporti di amicizia, fratellanza e affetto. Essendo sempre più timidi nei rapporti vis-a-vis tendiamo sempre più a digitare sui tasti di cellulari e di pc. Gli stessi linguaggi contratti e iconici della rete rendono evidente lo “speed” gradito ai nostri tempi, la fagocitazione che il mercato del consumo ha offerto alle nostre ansie, per cui appaioni seducenti molti prodotti di consumo, che puoi acquistare in modo più veloce, rispetto alle persone. La pubblicità associa sempre più i suoi oggetti alla passione, alla sensualità, all’intrigo e alla desiderabilità e noi siamo sempre più alla ricerca di nuovi oggetti del desiderio. Il consumismo ci dovrebbe consegnare le sue verità e noi dovremmo capire che:
• l’usa e getta deve farci ricercare le sicurezze del vero abbraccio umano
• i nostri bisogni di sicurezza ci spingono verso le false comunità dei centri commerciali
• i beni di consumo che compriamo in tali centri ci servono da anestetico e consolazione, riempiono le case e non il cuore e l’anima.
Ma siccome siamo tardi o pigri, comperiamo il nostro nuovo cellulare e torniamo a casa, appena in tempo per vedere l’ultima puntata di Amici o del Grande fratello, dove fanno a pugni per entrare nell’ “usa-e-getta” del divismo, dove tutti sgomitano dimostrando che per vincere, l’importante è sopravvivere a tutti gli altri.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

giovedì 15 maggio 2008

La morte di Socrate


Qualche tempo addietro, leggevo un articolo trovato in un sito di psicologia analitica. L’articolo affermava che la nostra epoca manca completamente di grandi uomini, di grandi figure che abbiano saputo riassumere e concretizzare i valori più elevati dell’essere umano. La storia ha partorito questi uomini grandi che hanno saputo impersonare e praticare la libertà di pensiero, che si sono saputi elevare oltre le meschinità, trascinando e coinvolgendo la coraggiosa visionarietà di ciascun uomo: grandi persone che hanno saputo farci sentire in grado di lottare in nome dei grandi ideali umani, capaci di sfidare il mondo in nome di valori. Al loro posto, si affermava, sono comparse delle caricature di umanità, anche caricature positive, ma caricature di piccoli sogni e di piccola caratura. Su questi umuncoli si sono basate le descrizioni delle mezze misure, del “buonismo”, che è l’apoteosi dell’incapacità di critica e di coerenza. Caricature pericolose perché capaci di minimizzare il messaggio , di rinforzare una carenza e/o debolezza di valori, trasformandolo in valore reale ed autentico. Questa epoca è orfana, affermava l’autrice, è carente di questi grandi padri.
A me è venuta in mente la morte di Socrate, che bene caratterizza come gli uomini abbiano spesso trattato questi grandi padri e maestri. Il processo a Socrate avviene nel 399 a.C. ed il clima politico non è certo secondario, ai fini dell’indagine sui motivi che resero possibile una condanna così dura contro il vecchio filosofo. Appena cinque anni prima, la guerra del Peloponneso aveva visto la sconfitta di Atene e la vittoria di Sparta, per cui in Atene era andato al governo un gruppo di oligarchi, il governo dei “Trenta tiranni”, un regime assai compiacente con i vincitori e che viene ben presto rovesciato. Viene avviata un’operazione di eliminazione dei collaborazionisti e di condanna all’esilio dei simpatizzanti degli spartani. Ben presto giunge la voce che gli esiliati preparano la riscossa, per cui il nuovo governo di Atene, fa uccidere i capi degli oligarchi e richiama gli esuli in patria, dove li sottopone ad un regime di rigido controllo. Nel 399 la città è ormai libera seppure provata dalle epurazioni, che appaiono ridotte al minimo indispensabile e non troppo cruente, ed Atene appare rientrata in un regime di democrazia dialettica. Questo clima viene disturbato dal processo a Socrate, che è essenzialmente un processo politico contro un intellettuale scomodo. Nello stesso periodo, moventi politici vi furono anche nel processo contro Andocide (400), nella mutilazione delle erme (415) imputata ad Alcibiade per frenare la vertiginosa ascesa del giovane leader democratico e nel processo ad Anassogora (448) mirante a turbare lo strapotere di Pericle.
Nel caso di Socrate, vediamo che il regime ateniese è ancora debole, per cui poco tollerante rispetto ad una personalità come quella del grande filosofo, dotata di un carisma e di una virtù eccezionali, tali da mettere in crisi anche il più stabile degli apparati. La filosofia favorisce l’affermarsi delle personalità individuali, si schiera, sempre e decisamente contro la massa facendo emergere il singolo, colui che possiede opinioni e pensieri propri, ed il livello di Socrate è gigantesco, per cui la lotta è all’ultimo sangue. Egli insegna come, a tutti gli uomini, sia dato riflettere e quindi come essi siano in grado di liberarsi, conoscersi ed elevarsi, da soli, al disopra della massa. La portata del messaggio è rivoluzionaria, e la sua filosofia è destabilizzante, perché libera, perché pensiero cosciente, perché è libertà che incita ad altra libertà, “il filosofo serve alla città, perché sveglia i cittadini dal sonno”. Socrate che gira per Atene ed istiga a ragionare, a farsi domande, ad elaborare critiche per fare nascere nuovi modi di ragionare, uno come lui mette in crisi il sistema in modo intollerabile. L’accusa dichiara nettamente un tale movente: “Accusa mossa e giurata da Meleto figlio di Meleto del demo di Pitto contro Socrate figlio di Sofronisco. Socrate commette reato non credendo negli dei in cui crede la città e cercando d’introdurre nuove divinità; commette anche reato corrompendo i giovani. Pena: la morte.” Ma potrebbe Socrate, in cambio della vita, rinunciare a quello stile di vita che tanta ostilità ha scatenato contro di lui? No! Egli non smetterà di filosofare, facendo vergognare tutti quelli che, interessati ai soli beni materiali, non perseguono la virtù. I suoi accusatori, in alcun modo possono nuocergli, giacché un uomo di un certo valore non può subire danni da uno che sia peggiore. Si accommiata dai suoi giudici dicendo: "Ormai è ora d’andare, io verso la morte, voi verso la vita. E’ ignoto a tutti, chi di noi vada verso il destino migliore, tranne che alla divinità". Così si avvia incontro al suo destino, ricordando a Critone il suo debito di un gallo con Esculapio.
Ritornando all’articolo di cui dicevo all’inizio, nello stesso si affermava che nei nostri tempi, vi è “la sfida di restare in vita senza perdere l’amore per la conoscenza, l'amore per gli altri uomini, il bisogno di cambiare e di vivere in un mondo diverso.” Dobbiamo fare una scelta di vita, se “farla vivere o lasciarla morire soffocata dall'impotenza, dalla nostalgia, dalla perdita di senso, dallo sgomento rispetto ad un mondo sempre più povero, questo è a mio avviso la posta in gioco che oggi turba i nostri animi.”
Ed io ho, dapprima condiviso quest’osservazione, ho condiviso il lamento per la mancanza di grandi uomini, di grandi persone, di intellettualità libere ed orgogliose. Ma poi, ieri l’altro, mentre leggevo un’intervista di Zygmunt Bauman, mi è tornato in mente l’articolo e ho pensato che non era vero, che l’articolo non era del tutto condivisibile. La nostra epoca ha avuto recentemente ed ha ancora grandi uomini, potrei citarne moltissimi. No! Non abbiamo bisogno di grandi uomini, abbiamo piuttosto bisogno di grande coraggio, coraggio di essere noi stessi, coraggio di vedere chi siamo, coraggio di portare avanti quello in cui crediamo, cioè i nostri ideali. Non abbiamo coraggio perché perseguire l’ideale è considerato una cosa stupida, un’ingenuità imperdonabile, una forma di “buonismo”, termine immondo che si fa equivalere a coglioneria. Allora ci si lamenta di perdite di identità o di coscienze, di assenze di buoni esempi, della morte dei grandi maestri. Spesso ci facciamo “infinocchiare” da personaggi burini e grossolani, da mezze calzette di periferia, per poi lamentarci di essere privi di grandi esempi, di dignità, di coerenze e di coraggio. In questi giorni c’è la polemica contro Marco Travaglio, attaccato da Sgarbi e querelato da Schifani. Ho visto il programma e devo dire che ho trovato ignobile il modo con cui è stato trattato. Senza dubbio qualche “Lor Signore” non tollera che un uomo sappia tenere alta la testa e ragionare con il suo cervello, che sappia ancora parlare fuori dal coro, che si permetta di rendendo noto l’operato della classe politica, bucando lo schermo con l'educazione e la pacatezza. Qualcuno dimentica che le accuse di Travaglio, sono fatti, perlopiù fatti giudiziari, fatti inclusi nei faldoni di procure e di tribunali, insomma la “carta che canta per non far dormire il villano.” Questo tempo non mi sembra che sia molto lontano dai tempi dell’antica Atene, quando Socrate fu condannato per essere un personaggio scomodo, un intellettuale troppo critico. Naturalmente auguro una lunghissima vita a Travaglio, di cui sono lettrice ed estimatrice convinta, e affermo che invece abbiamo ancora belle intelligenze. Vi sono ancora, ma noi preferiamo dire che ormai non esistono più. E’ il nostro alibi, è il nostro anestetico, è il nostro modo per restare dove siamo, un escamoutage per non divenire persone migliori.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami