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venerdì 3 febbraio 2017

Il risentimento



“Soffrire è non avere ciò che si desidera.”
(Dìgha Nikàya)

Negli ultimi tempi assistiamo a una lunga serie di discorsi pieni di violenza, aggressività e intolleranza urlati da molti personaggi della politica italiana e straniera. Le parole e gli argomenti che vengono usati da questi spregiudicati personaggi rinforzano l’aggressività e il risentimento dell’opinione pubblica indirizzando l'ostilità contro gruppi sociali, politici, religiosi e razziali che vengono indicati come elementi estranei e pericolosi per la nostra civiltà.

A prima vista, i personaggi spregiudicati che usano argomenti adatti agli ignoranti basati sull’aggressione verbale sembrano solo richiamare l’attenzione dei media per “cavalcare l'onda dello scontento” per conquistare più voti e il consenso dei loro elettori per mezzo dei media che amano i toni estremi. In realtà, i politici aggressivi e intolleranti sono la causa e il motivo dei disagi sociali e dei conflitti che dicono di voler combattere, perciò vediamo come questo accada.

Se esaminiamo il risentimento che quei discorsi suscitano vedremo che questo atteggiamento psicologico, nel vocabolario è definito come: “un atteggiamento di avversione, più o meno giustificato dalla gravità dell’offesa o dall’affronto ricevuto.” Il risentimento viene indicato come un rimuginare intorno ad un “sentimento” di grande infelicità, e quel continuo “ri-sentire” il dolore comporta la collera o l’infelicità del soggetto che percepisce quel dolore, in quanto, i fatti del mondo o le persone che li circondano non sono come loro vorrebbero.

Il risentimento è il residuo della collera che non si può sfogare, per cui il risentimento è un riciclaggio di molti altri sentimenti negativi. Quel sentimento di risentimento dimostra che l’infelicità di una persona viene rivolta verso il mondo, poiché esso viene percepito come meschino, gretto, inutile, ridicolo, ostile e disprezzabile. L’atteggiamento negativo verso tutti e tutto, e il rimuginare aspro che ne consegue avviene perché il mondo è una realtà ostile.

Contro questo universo così freddo si accumula una enorme rabbia che non si riesce a smaltire, perciò incoraggiare un atteggiamento di questo tipo nelle persone equivale a incoraggiare un pericoloso stile di vita! Gli psicologi affermano che, nel risentimento, la rabbia che è stata accumulata vivendo nella frustrazione e nell’impotenza sociale e affettiva viene dispersa alla prima occasione. La rabbia può essere indirizzata anche verso un bersaglio indefinito, e può venire smaltita in modo diluito perciò può mostrarsi nel tempo.

Si è provato che lo stato d’animo di risentimento è - in buona parte - collegato a vissuti di fallimento e di impotenza all’azione. Si è anche dimostrato che, il fatto di avere subito degli smacchi dalla vita porta all’aumento della tendenza a usare l’eccessiva critica verso tutto e tutti, per cui si tende a diventare sempre più intolleranti. Alla base del risentimento che viene rivolto verso gli altri vi è sempre un forte risentimento rivolto verso se stessi unito al rimpianto per non avere saputo reagire in modo migliore alle offese della vita.

Il risentimento ha la stessa origine della collera, ma è anche imparentato con la tristezza. Il risentimento sembra riguardare anche il problema dell’immagine sociale che vogliamo offrire di noi stessi. Sembra un paradosso, ma la capacità di mostrare la tristezza davanti al fatto che ridesta la nostra commozione - che è una qualità squisitamente umana - sembra essere diventato un difetto, ovvero sembra essersi trasformato in una debolezza. 

Questo moderno controsenso è il motivo per cui il risentimento viene preferito alla tristezza che è socialmente "stigmatizzata" come un vissuto da perdente. Questo tratto emerge in modo molto chiaro in ambienti estremamente competitivi in cui la questione del potere svolge un ruolo primario. Se è vero che la collera funziona molta bene qualora si voglia imporsi in contesti di questo genere, è pur tuttavia vero che ciò avviene solo qualora l’esplosione provenga da una persona già potente. 

In effetti, se l’ira viene espressa da un soggetto che non ha potere, questo atteggiamento è percepito come una debolezza causata dalla mancanza di auto-controllo del soggetto. Se qualcuno vuole usare gli atteggiamenti aggressivi per imporsi, deve mettere in conto che molto probabilmente vivrà in un modo triste e molto stressante. È stato provato scientificamente che, a lungo termine, la collera è un sentimento che ci intossica, così come accade con i sentimenti prolungati di risentimento i quali, sono la causa di molti danni al nostro sistema cardiaco. 

Se riflettiamo su tutto questo vedremo che, il perdono e la tolleranza delle pecche altrui sono i più validi rimedi a molti problemi di salute. Il continuo rimuginare sugli aspetti negativi delle cose e l’umore tetro, che ne consegue, esprimono un forte sentimento sotterraneo di ostilità. In tutto quel doloroso, continuo e ossessivo dolore, vi è un “ri-sentire” che equivale al continuo rinforzo del fuoco della nostra collera. La collera, come altre emozioni violente è molto potente, perciò rappresenta un'eccessivo dispendio di energia nervosa. 

In effetti, tutti possiamo notare che, da uno scoppio di forte ira si esce molto stremati e scossi, oltre al grave danno per le nostre coronarie. Come dimostrato dalle ricerche, il fatto di saper riflettere sulle cose che viviamo e la capacità di saper pensare assumendo anche il punto di vista "dell'altro" riduce il nostro risentimento, i nostri pensieri ossessivi, l'umore malinconico e lo stress fisico conseguenti. Se riusciamo a lavorare così sui nostri sentimenti ostili possiamo ridurre anche le nostre difficoltà nei rapporti sociali. 

Altrimenti, mentre aspettiamo che l’offesa si raffreddi - perché la vendetta è un piatto che va mangiato freddo - accade che blocchiamo anche le nostre possibilità di evoluzione e ritardiamo la felicità. Nella maggior parte dei casi siamo pieni di rancore perché ci aspettiamo le scuse da quel mondo che scorre come vuole, e non funziona come vorremmo che funzionasse. Quando siamo rancorosi con tutti siamo inconsapevoli che, in realtà, non vogliamo rapporti armoniosi, ma preferiamo la punizione dei colpevoli. 

E mentre aspettiamo che giungano quelle scuse, non è raro che conquistiamo solo la rottura dei nostri affettivi e sociali. La cosa che dovrebbe colpirci del meccanismo perverso, almeno secondo l'opinione degli psicologi, è il fatto che la rabbia silenziosa del soggetto frustrato aumenta sempre più, perché i suoi interlocutori sembrano negargli quello che lui crede essere un suo diritto. La cosa più grave è il fatto che il risentimento apre la strada a molti altri sentimenti negativi. 

Uno di essi è l’amarezza che proviene dalla convinzione di essere stati traditi, sottovalutati. Oppure si sente di essere stati trattati come degli inetti, oppure come perdenti, perciò si sviluppa una crescente convinzione di essere incompresi. Dall'amarezza crescente proviene una crescente convinzione che la vita e l’umanità non valgano nulla, perciò restiamo sopraffatti dai fantasmi delle nostre delusioni. Appare evidente che, ogni volta che accettiamo di coltivare l’amarezza sprofondiamo nelle paludi della tristezza. 

Nel tenere il broncio vediamo l’atteggiamento infantile del bimbo che si sottrae, in conseguenza del fatto che un bambino ferito non riesce a essere disponibile davanti a chi non lo apprezza. Il bambino incompreso si nega a chi non lo comprende, per cui è disposto anche a soffrire per riuscire a far soffrire anche colui che lo rifiuta. Gli atteggiamenti negativi e distruttivi di questo genere sono molto comuni in tutti i soggetti che hanno un basso livello di autostima, e che non trovano altri modi per agire. Questo accade perché costoro si ritrovano in situazioni che non riescono a gestire. 

Anche il disprezzo nasce da una sensazione di inadeguatezza, che è unita al desiderio di affermare la propria superiorità. Questo vissuto emotivo viene sostenuta da una generosa dose di disgusto per l’altro; e il disgusto può essere ostentato in modo più evidente o meno. Questo meccanismo di emozioni distorte agisce anche nella mente delle persone affette da un negativismo preventivo e totale. Per costoro, tutto quello che viene fatto o proposto, non va mai bene, a prescindere dal contesto e dagli sforzi. 

La persona eccessivamente critica e negativa dimostra l'azione sotterranea di una volontà di sabotare le buone intenzioni degli altri, ma dimostra anche che il criticone sempre scontento coltiva il desiderio di non restare da solo in fondo all’abisso della sua angoscia. Gli psicologi dicono che gli atteggiamenti aggressivi contro le persone care provengono dall’accumulo del risentimento che è presente nei soggetti fragili o timidi che soffrono anche di gravi fobie sociali. 

È importante capire che queste persone andrebbero aiutate con la psicoterapia, poiché una minima frustrazione è in grado di innescare una reazione violenta. Queste persone davanti a fatti o atteggiamenti che percepiscono come atti di ostilità, rifiuto e disprezzo tendono a reagire come "duri" perciò si dimostrano capaci di compiere atti di violenza contro i soggetti che percepiscono come più deboli di loro. 

Questa è la conseguenza drammatica della collera repressa e dell’accumulo di impulsi e sentimenti negativi. Queste riflessioni ci fanno capire che un’esplosione d’odio causata dall’infelicità personale diventa un atto di violenza contro le donne, i bambini, gli anziani, gli animali, e coloro che vengono percepiti come soggetti fragili che non possono difendersi.

Buona erranza
Sharatan

domenica 3 aprile 2016

Il nemico interno



“Se devi proprio essere egoista,
sii saggio e amplia le vedute del tuo egoismo.”
(Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

“Gli stati mentali negativi sono la principale causa di rinascita nel Samsara, cioè nel ciclo dell’esistenza. Senza di essi, le azioni karmiche non avrebbero il potere di portare alla rinascita; sarebbero simili a semi che vengono bruciati. È molto importante cercare gli antidoti agli stati mentali negativi, e questo dipende a sua volta dalla possibilità di identificarli con esattezza. Perciò dobbiamo essere molto chiari sulle caratteristiche generali e individuali degli stati mentali negativi.

Come diceva il primo Dalai Lama, devi domare l’unico nemico interno, ossia la passione negativa. I nemici esterni possono essere molto pericolosi, ma nelle vite future potrebbero trasformarsi in amici. Anche ora ci forniscono l’opportunità di praticare la pazienza e la compassione, dato che siamo tutti fondamentalmente uguali: infatti tutti cerchiamo la felicità e respingiamo la sofferenza. Ma il nemico interno, lo stato mentale negativo, non ha qualità positive : va soltanto combattuto e distrutto.

Dobbiamo dunque identificarlo chiaramente e vedere come opera. Qualsiasi stato mentale che distrugga la calma e provochi sofferenza, che travolga, affligga e tormenti la mente va considerato una distorsione negativa. Proviamo a identificare alcuni dei principali stati mentali negativi. Il primo è l’attaccamento, che è un forte desiderio di persone che ci piacciono, di cose belle o esperienze piacevoli. È molto difficile liberarsene; è come se la mente si fosse fissata su quell’oggetto.

Un altro stato mentale negativo è l’ira. Quando una persona si arrabbia, la vediamo perdere immediatamente la compostezza; la sua faccia diventa rossa e corrucciata, gli occhi si iniettano di sangue. L’oggetto dell’ira, animato o inanimato, viene considerato indesiderabile e repellente. L’ira è uno stato mentale incontrollato, violento e impetuoso. Un’altra passione negativa, l’orgoglio, è uno stato mentale basato sul narcisismo egocentrico, che porta l’individuo a ritenersi superiore agli altri per la propria condizione sociale, la propria posizione e le proprie conoscenze.

Chi è molto orgoglioso appare molto arrogante e presuntuoso. Poi viene l’ignoranza che disconosce l’identità della Quarta Nobile Verità, la legge del karma e così via. In questo particolare contesto, l’ignoranza è un fattore mentale che induce a ignorare totalmente la natura dei tre Gioielli (il Buddha, la sua dottrina e la comunità spirituale) e la legge del karma. Infine c’è il dubbio che porta a non essere certi delle Quattro Nobili Verità, della legge del karma ecc.

Come disse Tsong-kha-pa (1357-1419), famoso maestro del buddismo tibetano, tutti i regni in cui possiamo rinascere nel ciclo dell’esistenza, dalla sommità del paradiso all’abisso dell’inferno, condividono la natura della sofferenza. Ma queste sofferenze non sorgono senza una causa, né sono create da un dio onnipotente. Sono in realtà il prodotto dei nostri stati mentali negativi e delle nostre azioni karmiche che scaturiscono da una mente non controllata.

La radice prima di qualsiasi sofferenza è l’ignoranza che interpreta erroneamente la natura dei fenomeni e si considera come esistente in sé. Essa tende a esagerare il loro status e crea le categorie del sé e degli altri. Ciò conduce a esperienze di desiderio e di odio, che a loro volta provocano ogni sorta di azioni negative; e queste ultime danno luogo a tutte le nostre sgradevoli sofferenze. Se vogliamo evitare queste sofferenze, dobbiamo stabilire se sia possibile liberarcene.

Poiché l’ignoranza che produce una concezione fallace del sé è una consapevolezza sbagliata, può essere eliminata correggendo l’errore. Lo si può fare generando nella nostra mente una saggezza che realizzi il contrario di quello stato mentale, una saggezza capace di comprendere che di fatto un tale sé non esiste in modo intrinseco. Quando paragoniamo questi due stati della mente - l’uno che crede in un sé intrinsecamente esistente e l’altro che coglie la non-esistenza del sé - la percezione del sé può apparire inizialmente molto forte e potente. Ma poiché si tratta di una coscienza erronea, di una semplice illusione, non ha un sostegno logico.

L’altro tipo di mente, quello che comprende la non-esistenza del sé, a uno stato iniziale può essere debole, ma ha un sostegno logico. Prima o poi questa saggezza che percepisce la non-esistenza di un sé avrà il sopravvento. All’inizio la verità può non apparire così ovvia; però, quando ci avviciniamo ad essa, diventa sempre più evidente. Una concezione falsa può sembrare in principio molto solida e certa, ma alla fine, quando la sottoponiamo a ulteriori verifiche, diventa più debole e da ultimo si dissolve.

Dopo aver constatato che tutte le esperienze del ciclo dell’esistenza condividono la natura della sofferenza, dovremmo sviluppare un desiderio genuino di liberarcene. Spinti da questo desiderio, dovremmo entrare nella via dei tre addestramenti: l’addestramento nell’etica, l’addestramento nella concentrazione e l’addestramento nella saggezza. di questi tre, l’antidoto che eliminerà gli stati mentali negativi è la saggezza che realizza la non-esistenza del sé. A tale scopo abbiamo bisogno come base della stabilità mentale della concentrazione, la quale a sua volta dipende dall’osservanza delle regole della pura moralità.

Quindi dobbiamo addestrarci anche all’etica. Allo stadio iniziale, si dovrebbe dare la priorità proprio alla pratica della moralità, perché è la necessità più immediata. Tsong-kha-pa dice che l’attenzione e l’introspezione sono il fondamento dell’intero Dharma. Per esercitare una pura osservanza dell’etica, sono richieste le facoltà dell’introspezione e di una giusta consapevolezza. Per i laici, l’osservanza della pura moralità, che impedisce le azioni negative, è la base della pratica che conduce all’illuminazione.

Se non prendiamo in considerazione certe regole pratiche, come l’osservanza dei principi morali, ma andiamo alla ricerca di metodi più sofisticati, la nostra esperienza sarà falsa e priva di serietà. Attraverso l’esercizio di questi tre addestramenti - nell’etica, nella concentrazione e nella saggezza - dovremmo lavorare per raggiungere la liberazione non soltanto per noi stessi, ma anche per tutti gli esseri senzienti.“ (Dalai Lama, Il nostro bisogno d’amore, Oscar Mondadori)

domenica 11 settembre 2011

Il veleno della mente


”Per quanto sicuro e fermo tu sia, non causare dolore ad alcuno.
Che nessuno debba subire il peso della tua collera.
Se in te dimora il desiderio di pace eterna,
soffri da solo, senza che ti si possa,
o vittima, trattare da carnefice.”

(Omar Khayyam)

“Senti le tue emozioni positive. Senza forzarle, lascia loro spazio per emergere, qui e ora, di qualsiasi cosa si tratti. Una boccata d’aria fresca, l’incontro di un amico, l’emozione di un paesaggio, il sorgere di un’idea, un sorso di vino, il semplice fatto di vivere e di respirare. Questo non significa che devi bendarti gli occhi davanti al male o alla mediocrità dell’esistenza, ma che devi gustare ciò che vi è di buono in ogni situazione. E c’è sempre qualcosa di buono.

Non fuggire dalle emozioni positive, l’amore, la gioia, la dolcezza, la riconoscenza, perché sono il sale della vita, la felicità. Lascia che salgano, lascia che si espandano, gustale. Molto spesso, invece che viverle al presente, te ne ricordi al passato, le aspetti nel futuro, le scansi nella corsa, le eludi nella fretta, le anneghi in preparazioni infinite, le trascuri nella distrazione, per poi spiacerti, più tardi, di non aver colto l’occasione di provarle pienamente. Ed è così che rimani ai margini della vita.

Senti le tue emozioni negative, poiché sono i segnali che ti permettono di proteggerti e di dirigere la tua vita. Se facciamo un parallelo con la sfera del corpo, se tu non sentissi il dolore, se passassi il tempo ad anestetizzarti, rischieresti di bruciarti, di tagliarti, di finire terribilmente storpio. Ora, è precisamente ciò che ti accade di solito nella sfera dell’anima. Sei gravemente malato perché passi il tuo tempo a fuggire, a negare, a evitare il dolore in ogni modo possibile. Se vuoi che la tua anima resti intera devi rieducarti a sentire: “Qui fa male? Mi sento… umiliato, frustrato, ho paura, sono in collera, sono triste, soffro, sono pieno d’invidia, detesto, etc.”.

Non cercare di comprendere le tue emozioni. Accontentati per ora di riconoscerle e di gustare appieno il modo in cui prendono corpo: nodo alla gola, contrazione alla nuca, dolore al petto, all’addome, sensazione di oppressione, nausea, mal di testa, tachicardia, rossore, pallore, stanchezza, abbattimento. La lista non è terminata. Puoi anche dare un nome a tutto questo: paura, frustrazione, tristezza, odio, senso di colpa, invidia, etc.

Solo quando la sensazione è riconosciuta, gustata, sentita, osservata, studiata nelle sue manifestazioni fisiche, senza che i pensieri fuggano dal qui e ora della sensazione, solo quando si è compiuto questo lavoro la si può lasciar partire. Allora, e solo allora, l’emozione ha svolto il suo compito di messaggera. Le emozioni - non i discorsi con i quali ti si abbevera, né quelli che rivolgi a te stesso - le tue emozioni, dicevo, sono i migliori informatori sulla tua vita, sul mondo che ti circonda, su ciò che devi fare e soprattutto evitare di fare. Sii molto attento alle emozioni che le persone che ti circondano suscitano in te. Che questo ti aiuti a scegliere le tue relazioni, i tuoi amici, i tuoi amori.

Mentre fuggi spontaneamente dal dolore fisico (chi mai lascia la sua mano su una fiamma troppo a lungo?) bruci te stesso senza fine con pensieri che ti torturano. Sai in quale stato si trova la tua anima? Non fino a che non avrai acquisito e addestrato pazientemente la tua sensibilità alle emozioni, la tua vigile presenza alla sofferenza. Non si fugge spontaneamente dal dolore morale: occorre imparare a farlo.

Impara a riconoscere le tue intime asperità, ciò che ti attira fatalmente, i tuoi riflessi malefici, le tue parti morte, le tue zone anestetizzate. Poi, inizia a rieducarti. Nessuno può farlo al tuo posto. Nessuno può sentire per te. L’emozione è la nostra interfaccia con il mondo. Se la nostra anima avesse una pelle, il suo tatto sarebbe l’emozione. L’armatura che hai posto sulla tua anima per proteggerla dai colpi non lascia passare nemmeno le carezze. Le ferite sono le nostre più grandi ricchezze. Tengono aperto il cammino che porta al cuore.

Quando geli il tuo cuore perché non senta la sofferenza, muore anche per la gioia. Non diventare un morto-vivente! L’insensibilità alla sofferenza comporta la morte dell’anima. Dal momento in cui non viviamo più le nostre emozioni, cominciamo a proiettarle, a illuderci, a perderci nella confusione. Dal momento in cui fuggiamo o neghiamo la sofferenza, dal momento in cui abdichiamo alla nostra lucidità, dal momento in cui ci anestetizziamo, spuntano le corna del diavolo. I dannati bruciano all’inferno perché la loro anima non sente più niente.

Di fronte alle emozioni sono possibili due atteggiamenti. O le attualizziamo, ovvero le sentiamo, le viviamo pienamente, le percepiamo nettamente come eventi del nostro flusso d’esperienza. Oppure le sentiamo solo a metà, pensiamo che rappresentino la realtà, e allora, in maniera del tutto naturale, le realizziamo. Quando le emozioni si realizzano, ovvero quando comportano indefinitamente altre emozioni e altri pensieri, quando si trasformano in parole, quando ci spingono ad agire, ci rinchiudono ancora di più nella prigione reale che non smettiamo di produrre: l’illusione.

Se non sentiamo le nostre emozioni negative, queste si materializzano nel nostro corpo sotto forma di malesseri o di malattie, in azioni irreversibili, nelle situazioni che fabbrichiamo. Le emozioni negative, represse, agite, proiettate, materializzate, invece di essere sentite divengono pesi sempre più pesanti che trasciniamo come palle al piede per tutta la vita. Invece di essere liberate in piena coscienza nella sensazione, si accumulano nel nostro corpo, nel mondo che abbiamo prodotto. A partire dal giorno della nostra presa di coscienza, una parte essenziale della nostra “terapia” consisterà nel bruciare questo accumulo, nel vivere finalmente queste emozioni, attraverso un lungo, doloroso e indispensabile processo di lutto.

L’emozione negativa è una massa fluttuante, un ammasso inconscio di virtualità impersonali, un cupo banco di nuvole pronto a scaricarsi in pioggia di dolore su coloro che non la riconoscono. Più vuoi sottrarti al dolore, corazzare le tue ferite, negare il male, riparare l’irreparabile, più cresce inesorabilmente la palla di sofferenza che ti perseguita. E’ perché rifuggiamo la sofferenza cosciente che ci troviamo sperduti negli infiniti labirinti della sofferenza cieca. Sviluppa la tua capacità di sentire la sofferenza al fine di salvarti dalla sofferenza. Tutto ciò che rifiutiamo di sentire si materializza e ci avvolge. Chi non elabora il proprio lutto si costruisce una dimora di morte.

La sofferenza - o l’emozione negativa - è un male virtuale che si realizza quando non viene vissuto per intero. Si concretizza dentro di noi, si trasmette ad altri, s’incarna nel funzionamento patologico di una coppia, di una famiglia, di un’organizzazione, di una società. Il male materializza un’emozione negativa non liberata. Invece di rimanere virtuale, invece di venir riconosciuta e ascoltata come segno, come messaggio, l’emozione prende corpo e diventa il male nel mondo.

Se non si osa vivere la propria collera, si fabbrica un mondo aggressivo. Delle due l’una: o abbiamo represso la nostra aggressività, e non siamo più in grado di dire “no” e lasciamo sviluppare attorno a noi situazioni e persone aggressive. Oppure trasformiamo in atto la nostra collera invece di viverla e suscitiamo in tutta risposta l’aggressività che abbiamo rifuggito con la nostra azione. E’ così che si materializza l’aggressività non vissuta. Se non abbiamo avuto l’audacia di vivere dolorosamente e a fondo la nostra frustrazione, se non abbiamo elaborato il lutto dell’oggetto, allora creiamo un universo di desideri permanenti.

Se tutte le emozioni non vissute si materializzassero, allora una persona che vivesse le proprie emozioni integralmente, invece di giudicarle, di agire o di reprimerle, smetterebbe di materializzare un mondo. Colui che non ha guardato in faccia il suo senso di colpa crea un mondo di accusatori. Il vile che teme la propria paura s’inventa un mondo minaccioso. Chi rifiuta di vivere la sua collera che brucia, genera un mondo di odio. L’avido che rifugge il suo sentimento di mancanza e di povertà fabbrica un universo di frustrazione.

Ma ecco il peggio: colui che si rode nella collera e nell’odio di sé farà vivere agli altri la sua collera e il proprio odio invece di viverli per se stesso; l’essere attanagliato da uno spavento che non sa confessare a se stesso farà vivere gli altri nella paura, e così via. Quello che una persona ci fa provare è un indice eccellente di ciò che la abita senza che essa voglia sentirlo.

Se senti le tue emozioni negative completamente e onestamente, non le farai vivere agli altri. Avrai infranto, almeno per quanto ti riguarda, la fatale catena della trasmissione della sofferenza, ed è il più grande favore che tu puoi fare al mondo. L’arrogante crepa di fifa. I terroristi sono abitati dalla paura. Coloro che umiliano si sentono inferiori. Si è cattivi perché ci si detesta. Come un’industria inquinante che emette veleni nel suo ambiente invece di filtrarli, colui che fa soffrire gli altri soffre senza accettare consapevolmente la propria sofferenza. Nel momento in cui riconosco in me i veleni della mente e li filtro invece di riversarli “all’esterno,” contribuisco al risanamento del mio ambiente mentale.”

(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sassella ed., 2006)


martedì 20 gennaio 2009

Come un bambino in uno stanzino



Le emozioni oscure e il lato più oscuro di noi, non sono cose che possiamo ignorare o mettere da parte impunemente, non possiamo dire che dobbiamo essere migliori o più spirituali e non avere più emozioni oscure. E’ solo con la coscienza, che fa parte del veicolo corporeo, che possiamo lavorare in profondità su questo lato oscuro di noi.

In generale si considera che l’amore e l’armonia intima siano come forze espansive, e che abbiano una forza che si irradia verso l’esterno, verso gli altri, e che tale forza sia capace di espandersi in tutte le direzioni. Nella manifestazione di queste forze positive, l’energia vitale circola in tutti i chakra e non trova punti di blocco che causano contrazioni o punti di blocco energetico.

Le emozioni oscure sono invece emozioni di tipo magnetico, sono forze che si coagulano comportando dei blocchi e delle contrazioni di forza vitale, perciò sono capaci di danneggiare la nostra salute sia fisica che mentale.
La rabbia è una forma estremamente insidiosa di blocco energetico, poiché costituisce una forma di paura, e la paura è intimamente connessa con le funzioni della sopravvivenza, per questo la rabbia e tutte le forme di paura reattiva si governano con fatica.

Quindi il primo passo da fare, per risolvere le emozioni oscure e la paura, è di vedere il vero posto che queste emozioni occupano in noi e di perdonare il nostro sé per il fatto di avere questa natura paurosa, che si contrae e che si ritrae di fronte agli altri. Bisogna comprendere che i lati oscuri, quelli che dimostrano paura e timore degli altri, manifestano una viva preoccupazione per il nostro benessere e per la nostra integrità; per questo essi hanno bisogno di essere rassicurati, confortati e sostenuti come dei bambini impauriti. Allora quel bambino impaurito siamo noi e non possiamo certo restare chiusi nello stanzino buio, isolati da tutti ed occupati solo a farci del male.

La giusta risposta del ricercatore spirituale, deve essere quella di accettare anche i lati meno nobili del sé: è un dovere che abbiamo verso noi stessi. Tutti gli oggetti della nostra rabbia, del nostro risentimento, delle nostre paure, non sono altro che altre parti del nostro sé, sono la nostra ombra personale: odiare questi lati significa odiare una parte di noi. Invece, quando guardiamo queste parti meno nobili dovremmo vedere spiritualmente, come in uno specchio, riflesse delle parti che ci piacciono e delle altre che rifiutiamo. Dovremmo poi pensare che le forze più oscure agiscono come forme vampiriche che ci sottraggono l’energia e la forza vitale, e dovremmo cercare il modo di uccidere questi vampiri mentali.

Il solo modo positivo è quello di accettare nel cuore quella forma vampirica che ci appartiene, quelle sensazioni negative che rifiutiamo e che non accettiamo, ed ammettere che noi siamo anche quello. Dobbiamo accettare il fatto che siamo esseri imperfetti e anche molto impauriti, che siamo esseri che temono il conflitto e la sofferenza. Dobbiamo capire che è naturale che un essere umano sia pauroso ed imperfetto, perché il veicolo corporeo è fatto per reagire anche sulla base di reazioni spontanee, qualora si senta minacciato nella sua integrità.

Ma poi dovremmo anche valutare che la paura e la nostra rabbia non riconosciute, finiranno per allargarsi dal nostro Io a tutte le altre relazioni sociali ed interpersonali, fino a distruggerle. Facendo un lavoro di accettazione del sé e delle nostre parti meno nobili, inizieremo il lavoro rigenerativo della nostra vita e delle nostre relazioni, e riusciremo finalmente ad uscire alla luce del sole.

Il modo più abile di lavorare sulle emozioni oscure e rabbiose del nostro essere, resta quello di operare l’identificazione-accettazione-perdono delle ombre, senza trascurare che possono esserci anche condizioni reali e tangibili di timore o preoccupazione che possono causare delle angoscie e delle paure.

Il tono da usare con noi stessi è lo stesso che potremmo usare con un bambino spaventato che si è rinchiuso in uno stanzino buio. Il bambino deve essere convinto ad uscire fuori, deve persuadersi che può tornare a fidarsi degli altri; perciò non bisogna avere fretta, ma bisogna avere molta pazienza ed affetto. Non possiamo usare la violenza con i bambini e non possiamo certo sfondare la porta e trascinare il bambino all’aperto, non possiamo costringerlo ad uscire con la prepotenza.
Ricordiamoci che i cambiamenti vanno attuati ma non vanno mai forzati e che nessuno merita di essere trascinato fuori da uno stanzino con rudezza e prepotenza, tanto meno noi stessi.

Ma è necessaria molta convinzione e molta determinazione per tentare di migliorare e per diventare più amorevoli e più luminosi, per cui il miglioramento è un continuo lavoro di manutenzione di noi stessi, in cui non si può pensare di acquisire “una tantum” una specializzazione di perfezione e maturità.

Il mondo è un continuo alternarsi di luce e di ombre, quindi il lato oscuro esiste perché è ancorato alla densità della materia e perché fa parte delle componenti del nostro essere dei veicoli umani. La parte oscura fa parte della materia con il suo peso di aggressività e di paure, perchè è ancorata alla carne e ai codici animali, perchè è il retaggio della nostra natura animale, è il ricordo dell’anima predatoria della specie. Su questa parte di noi si lavora solo amandola ed accettandola, solo persuadendola ad abbandonare le armi e ad abbassare la guardia: usiamoci sempre molta gentilezza, molto amore e permettiamoci anche un pizzico di autoironia.

Ricordiamoci che non esistono delle situazioni penose o cariche di emozioni dolorose, ma vi sono invece reazioni emotive sbagliate che scatenano sensazioni dolorose, così come ci insegna il buddismo. Rammentiamoci che questo affetto che ci dimostriamo ci permetterà di aprire il cuore senza il timore di essere feriti o di essere troppo vulnerabili.

Rammentiamoci che le conseguenze esistono solo per un breve periodo ed ogni danno apparente potrà essere usato per una crescita futura ed un successivo rafforzamento di noi stessi. Tornando dalla guerra della vita si ritorna ancora più forti, se sappiamo giocare con astuzia le nostre opportunità, e non è detto che quello che oggi ci appare come una sconfitta, non possa divenire domani la nostra migliore vittoria.

Buona erranza
Sharatan