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lunedì 8 maggio 2017

La manipolazione



“Non lasciarsi manipolare dall’illusione
richiede una vigilanza istante per istante.”
(Pierre Lévy)

Gli unici maestri che hai sono i maestri che accetti, che scegli. Dunque, il maestro sei sempre tu. Qualunque sia la situazione in cui ti trovi, le persone che ti stanno attorno non sono altro che ospiti nella casa della tua anima. Sei sempre completamente a casa tua. Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda…

Sei il padrone della tua anima. Il tuo mondo è tuo. Molte persone si possono trovare fisicamente vicine al tuo corpo, ma questo non deve permettere loro di prendere il controllo sulla tua mente. Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l’aggressione, la passione con la seduzione, l’orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l’accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa, ecc.

Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccatici, senza che le tue parole o i tuoi atti obbediscano loro.

Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato. Inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita. (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

domenica 12 marzo 2017

L’Eden



Non ti attaccare
Non respingere
Lascia i concetti
Vedi le cose per come sono
Lo spazio si apre

Tutto è in te
Tu sei in tutto
Non ti manca nulla
Non ti aggredisce nulla
Non vi è più nessun ostacolo
(Pierre Lévy)

“Non c’è niente da volere, niente da fare. Il mondo è già stato creato. Non dobbiamo fare altro che ricevere i doni innumerevoli che ci vengono dati ogni secondo: la vista, l’udito, la ricchezza dei sentimenti, la profondità e la luminosità degli esseri. Dio è ciò per cui ogni gioia viene al mondo.

Ogni volta che sorge la bellezza, allo stesso tempo Dio viene al mondo. Dio è molto facile da trovare. È nel più intimo della gioia di esistere, di respirare, di sentire. Quando meditiamo, smettiamo di agire. Smettiamo allo stesso modo di essere agiti dall’irritazione e dalla mancanza che osserviamo venire e dissolversi.

È sufficiente lasciare l’agitazione per rendersi conto che possiamo lasciare il mondo così com’è, che possiamo godere della semplice esistenza sempre presente, sempre disponibile. Lo shabbat ha lo stesso significato. Durante questa meditazione settimanale è vietato lavorare. È vietato creare. È il momento per godere di una creazione continuata che non ci richiede alcuno sforzo. È il momento per entrare nella danza cosmica.

Proprio come il Giardino dell’Eden, il Nirvana non può essere né prodotto, né costruito. Smettiamo semplicemente di desiderare, di agire, di manipolare, di fabbricare, di calcolare, per accontentarci di essere attential mondo, a noi, al nostro corpo, alle nostre emozioni, al libero gioco del nostro intelletto.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

martedì 8 novembre 2016

La duplicità



“Il logos è comune, eppure la moltitudine vive
come se ciascuno avesse la propria intelligenza.”
(Eraclito, frammento 2.4)

“Una nuova definizione dell’ego potrebbe essere: la menzogna o la duplicità. Una sorta di meccanismo riflesso comincia a creare impercettibilmente una seconda realtà, quella delle apparenze, quella di ciò che dovrebbe essere, quella di ciò che non sono io. Da far credere e lasciar credere a credere, da credere a fare, da fare a far fare…

Tutte maniere di fuggire dalla realtà e di non sapere più ciò che si sente. Il grande mentitore attira attorno a sé nel suo universo doppio, cedevole, manipolato, ingannatore. Per il grande bugiardo la realtà è una materia da lavorare piuttosto che un dato da osservare.

L’ego è per l’essere autentico ciò che il sistema dei media è per la società reale. Vuole far credere che rappresenta il tutto mentre non è altro che un parassita della presenza autentica. Come i media, agita la gloria e la vergogna, la speranza e la paura, e ci vuole far vivere in un magnifico palazzo di immagini dove l’esistenza è miserabile.

Non siamo sulla terra per conformarci a un’immagine - quella che abbiamo di noi stessi o quella che gli altri hanno di noi - ma per dare o ricevere amore. Non utilizziamo dunque il mondo - gli “sguardi esterni”- come uno specchio che ci dimostri la nostra esistenza. Sei come una persona che vorrebbe costantemente imitare l’immagine che gli rimanda il suo specchio. L’ego ti incatena a “un’identità”.

Ma cosa è l’identità? Un’immagine che avvelena la tua vita sdoppiandola. Che distanza tra il disordine e la qualità mutevole del tuo flusso d’esperienza e l’immagine ideale che ti fai di te! L’ego è un segno che non si nutre che di segni, un parassita che obbliga la vita a lavorare solo per produrre segni di piacere, di felicità, di dominio, di potere, di riconoscenza, di guadagno, etc.

Volevo dimostrare (a chi?) di essere coraggioso. Mi sono messo in situazioni molto difficili in cui ero solo contro tutti, al fine di dimostrare che ero coraggioso. Perché? Chi se ne importa? Ho avuto una vita difficile e piena di conflitti. Ho fabbricato questa vita nella quale potevo mostrare di essere coraggioso. Volevo dimostrare (a chi?) di essere buono.

Ho creato situazioni nelle quali “salvavo” gli altri e nelle quali era evidente che ero buono, gentile. In realtà ho lasciato che approfittassero gravemente di me. Tutti gli eventi della mia vita provengono da questo stupido dibattito che ho con me stesso. Perché ho dato tanta importanza all’idea che mi facevo di me?

Non interessa a nessuno e avrei potuto condurre la mia vita in tutt’altro modo. Invece di esistere, semplicemente, naturalmente, gioiosamente, ho recitato sul palcoscenico del mondo il dramma del mio ego e ho sprecato la mia vita. Tutta la sofferenza inutile viene dalle situazioni che le persone fabbricano perché sono prese dall’attività assurda che lo scenario del loro ego detta loro.

Per liberarti dalla schiavitù dell’ego, vivi dunque sul piano del flusso d’esperienza reale, istante dopo istante, e smetti di perderti nelle tue immagini di te. L’attenzione per l’istante, la vigilanza che impedisce alla mente di smarrirsi nei pensieri, la piena coscienza del corpo vivente, una visione di ampio respiro sulle situazioni, la considerazione sincera e aperta dell’esistenza reale degli altri: tanti modi di ridurre l’impero dell’ego

Lascia che le sensazioni si schiudano da sé invece di raddoppiarle, di offuscarle e di ricoprirle di raffiche di pensieri. la duplicità inizia lì. Vivi per raccontarlo, per raccontartelo o piuttosto vivi, molto semplicemente, qui e ora?” (Pierre Lèvy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

mercoledì 21 settembre 2016

Potenza



“Non giudicare cosa sia felice o infelice,
luminoso o oscuro. Devi mettere a tacere
queste divisioni assurde e ritrovare
l’unità del cuore, la pienezza gioiosa.
Accendi dentro di te un sole che non si spegne.”
(Dugpa Rimpoce)

“Qualsiasi cosa facciamo, che lo vogliamo o meno, siamo al centro del mondo. Ma questa identità dell’io e del mondo può assumere molte forme il cui variegato ventaglio si estende tra due estremità. Ad un estremo abbiamo ridotto il mondo alle dimensioni del nostro ego: non fa che riflettere le nostre categorie, i nostri pregiudizi, il nostro dramma interiore.

Questo mondo povero, ripetitivo, viene rimpicciolito sulla base di pensieri meschini e circolari, colorato di paura, di risentimento, di avidità, di attaccamenti e di dipendenze nevrotiche. L’ego ha il mondo che si merita: un mondo prefabbricato, separato da sé, speculare.

All’altro estremo l’ego è esploso e il “sé” si estende alle dimensioni dell’universo, senza imporgli un ordine, categorie, pensieri strutturati. Il mondo dell’essere risvegliato non è più fabbricato ma sempre nuovo, sempre aperto. Le rigidità della percezione e dell’interpretazione sono sparite. Sentiamo il mondo come se fosse la nostra pelle.

L’Universo non è altro che il gioco di forme e colori sulla mia retina, la vibrazione stessa del mio timpano. Sono il mondo. Non è dunque un mondo “oggettivo” ma, al contrario, l’ebbrezza fresca di un mondo zampillante, in creazione, istante dopo istante, un mondo interamente soggettivo, fluido e transitorio: il tessuto variegato della mia esperienza.

Ridurre le nostre rigidità, i nostri blocchi, per trovare la mobilità senza impedimenti, la flessibilità. Eseguire una posizione con perfezione, un gesto, un passo. Aprirsi a forze estranee, lasciarsi invadere dall’ispirazione. Smettere di “tenere” a idee per raggiungere una certa impersonalità del pensiero.

Mettersi al servizio degli altri. essere generosi. Diventare un veicolo dell’influsso divino. Raggiungere la presenza pura. Tanti modi per fare astrazione di sé. I concetti sono le figure della rigidità mentale e le nevrosi quelle della rigidità emozionale. I concetti e le nevrosi condividono esattamente la stessa natura, quella della limitazione.

L’ego può essere definito come l’insieme dei nostri “attaccamenti,” delle nostre rigidità, delle nostre malattie, tutto ciò che ci impedisce di essere liberi, ovvero completamente presenti alla vita. realizza le tue capacità di sentire, di pensare, di agire e di amare. Abbandona le immagini dell’ego per sviluppare la tua potenza.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella editore, 2006)

giovedì 4 agosto 2016

I nodi del cuore



“Dimentica il passato. Le vite umane
di tutti gli uomini sono oscurate
da molte infamie.”
(Sri Yukteswar)

“Nascendo abbiamo ereditato problemi impersonali di matematica affettiva che ci tocca sbrogliare nel più intimo di noi stessi. Ognuno di noi significa molte cose per il suo prossimo. Delle cose che non sono “noi” ma che lo diventano.

Dai genitori ai figli, dai fratelli alle sorelle, dagli amici ai nemici, identificazioni, proiezioni e riflessi hanno tessuto inestricabili labirinti di ambizioni, di paure, di sensi di colpa, di rivalità e di lutti. I nodi del cuore si complicano e si trasmettono da un’anima all’altra, fino a quando un eroe - magari noi - risolve l’enigma e recide il filo della sofferenza.

Le persone sono, le une per le altre, riflessi deformati del proprio ego. Volevo essere ricco e ho frequentato la caricatura di un capitalista. Volevo essere intelligente e ho incontrato questa caricatura di genio. Volevo essere buono e mi sono sposato con questa caricatura di donna smarrita. Erano tutte proiezioni del mio ego.

Ma tale persona corrisponde per me a tale aspetto del mio ego, corrisponde probabilmente a tutt’altra cosa per un’altra persona. Devo anche capire che sono io stesso, per gli altri, una proiezione del loro ego e, ancora di più, una proiezione differente per ognuno di loro. Gioco di illusioni. Una volta realizzato appieno tutto questo, quando lo vediamo nettamente e distintamente, possiamo ancora arrabbiarci con qualcuno?

Tutti gli esseri che incontriamo “sono” noi stessi. Ciascuno di loro porta una parte essenziale del nostro enigma, sono messaggi cifrati, misteri che dobbiamo chiarire per capirci e diventare quelli che siamo. Nostra madre, nostro padre, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri congiunti, i nostri figli, i nostri amici, i nostri colleghi, sono altrettanti arcani da svelare, tanti messaggi che la nostra anima invia a se stessa.

Ciascuno di questi esseri è il nostro stesso essere. Ci costituiscono. Detengono il segreto della nostra identità. E questo può estendersi all’intero universo: il luogo dove viviamo, la nostra società, la nostra epoca. Ci hanno creato e li creiamo.

Questa produzione reciproca e paradossale non va intesa nel modo in cui il vasaio modella il vaso, ma piuttosto nel modo in cui il sognatore produce il sogno che fa il sognatore. Chi sono tutte queste persone che siamo? Nel momento in cui sogniamo siamo il sogno.

Nel nostro ambiente si trovano sempre segni di altre vite possibili (di persone, di luoghi, di libri, di parole…) e che ci possono aiutare a trovare il sentiero del nostro essere profondo. Bisogna ancora possedere questi segni e seguire con ostinazione il filo che porta all’uscita dal labirinto. Siamo pronti a fare incontri che possono essere sconvolgenti?

La sofferenza fisica ci avverte molto spesso delle emozioni nascoste: qualcosa non va nella nostra situazione. Siamo troppo lontani, ancora troppo lontani, ancora troppo lontani da noi stessi. Il corpo sensibile è un libro sigillato dove si iscrivono a caratteri cifrati segnali che provengono da un mondo invisibile.

Il nostro corpo non smette di parlarci. Ma bisogna sentirlo. Le situazioni nelle quali sei immerso così come le persone che ci circondano sono come un secondo corpo, più distante del nostro corpo di carne, ma altrettanto rivelatore dello stato della tua anima. Puoi leggere nel tuo mondo il riflesso confusionario, deformato, cifrato del tuo viso interiore.

Il tuo mondo rappresenta il tuo cuore a caratteri cifrati. Puoi traslocare, trasformare la tua situazione familiare, cambiare mestiere, farti nuovi amici, scoprire luoghi sconosciuti, aprirti a interessi differenti. Questo contribuirà senz’altro alla tua metamorfosi poiché il mondo che ti circonda modella e nutre la vita della tua anima.

Ma tutto questo non serve a niente se riproduci altrove situazioni analoghe. È impossibile fuggire da se stessi. Non scambiare il segno con ciò che questo segnala. L’ego ricostruisce inesorabilmente l’ambiente che lo nutre.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed., 2006)

giovedì 7 aprile 2016

Il sistema del male



“Sei tu stesso il tuo avversario,
la causa ripetuta dei tuoi fallimenti.
C’è un mondo oscuro, che non conosci.
Affrontalo con armi di luce.”
(Dugpa Rimpoce)

“Osserva, in te e attorno a te, a che punto i pensieri, le parole e gli atti sono pregni di avidità, di aggressività, di orgoglio, di invidia e di illusione. Il male, ovvero l’aggressione, si dispiega solo perché siamo deboli, demoralizzati, divisi contro noi stessi.

Il male separa l’anima dalla sua sorgente, la isola, la divide contro se stessa e la oppone alle altre anime. Il male è questa separazione. In preda ai rapporti di forza, di dominazione, di sottomissione, di predazione, d’aggressione, le anime terrorizzate dimenticano la loro identità e riescono ancora meno a riconoscersi reciprocamente.

In alcuni gruppi di esseri umani, quasi tutte le relazioni sono strumentali: essere manipolati, manipolare, far “agire” l’altro, ottenere qualcosa da lui. Non si comunica, non ci si esprime. Tutto ciò che si dice ha un fine. L’affare del secolo consiste nel prendere potere o nel dominare, da un lato, mentre si è dominati dall’altro.

In questi ambienti patologici i rapporti tra le persone somigliano a interazioni tra ingranaggi, cinghie di trasmissione, alberi a camme, in una grande macchina di cui ognuno tenta di prendere il controllo. La metafora popolare parla di un “nido di serpi”. Partecipare a queste società di morti-viventi soffoca l’anima. Il male è ciò che fa di noi dei insetti…

Il diavolo è un satiro con le corna che infila i dannati in fondo all’inferno, vale a dire l’immagine sorprendente e facile da ricordare dell’insieme dei rapporti di odio, delle relazioni di potere e dei sentimenti di tristezza. Il narcisismo e la cattiveria, l’accusa e il senso di colpa, il potere e la paura, il “bisogno di amore” e l’insensibilità, la collera e l’odio…

Il nostro ego ha come alleati naturali gli ego degli altri. Gli ego degli altri vengono a dare manforte al nostro ego. Tutti gli ego non formano che un unico ampio sistema di sofferenza parassita che è solo incline a estendersi e che spinge le anime a distruggersi reciprocamente mentre beve il loro sangue.

Il male è un meccanismo impersonale, irresponsabile, automatico, implacabile, che mira a espandersi e a rafforzare il suo impero con ogni mezzo. Ogni volta che soffriamo è la sofferenza di tutti gli esseri. Infatti, la sofferenza, impersonale si propaga da un’anima all’altra. Si trasmette come un’epidemia che rifuggiamo. Come un incendio sul quale soffiamo. Ora, rifuggendo la sofferenza, non ce ne sbarazziamo, contaminiamo gli altri. Ma se smettiamo di rifuggirla, allora soffriamo perché smette di trasmettersi, fermandosi presso di noi. E lì soffriamo ancora per tutti gli esseri.

Una volta che certi automatismi emotivi e intellettuali si sono impossessati di noi, dobbiamo nutrirli costantemente. L’automatismo si fa passare per la parte più intima dell’io mentre è un parassita che succhia la nostra vita. Avidità, aggressività, dipendenze, comportamenti ripetitivi, riflessi; non solo questi automatismi ci fanno lavorare tutta la vita, ma esigono anche che gli altri lavorino per loro!

Rifiutiamo di essere asserviti a qualsiasi automatismo, che sia il nostro o quello degli altri. Gli automatismi degli altri possono farci lavorare al loro servizio solo perché si rivolgono ai nostri automatismi: così funziona il sistema del male, la catena degli ego che si rinforzano reciprocamente.

Ne usciamo solo attraverso la disciplina del distacco e della presenza. Sì, l’antidoto assoluto all’automatismo è la presenza poiché, dal momento che siamo presenti, veramente presenti, non possiamo più essere guidati da questi automi che di solito ci governano. Un automa non può essere presente.

Un essere presente non è più un automa. Vincere il male in se stessi e vincere il male nel mondo sono esattamente la stessa cosa. Smettere di combattere contro il mondo e smettere di combattere contro se stessi sono esattamente la stessa cosa: la vittoria sul male. Il male non molla facilmente la propria preda: si batte fino alla morte.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella Editore, 2006.)

domenica 7 giugno 2015

Sei solo con la tua esperienza!



“Non Dio, non l’anima, non l’inferno
e non il paradiso, ma l’uomo di fronte
a se stesso con le sue proprie forze,
responsabile di ogni suo atto, artefice
delle sue vite a venire e della fine assoluta
di ogni divenire: il Nirvana.”
(Buddha Sàkyamuni)

“Sei assolutamente solo nel mondo che ti sei costruito e che continui a produrre: è la tua vita. Un passo ancora e non c’è più nient’altro che l’istante presente. Passi tutta la tua vita con i tuoi pensieri, che emergono senza sosta dalla profondità della tua mente. Non penserai nient’altro che ciò che pensi. Non sentirai nient’altro che ciò che senti. Non sperimenterai nient’altro che ciò che è la tua esistenza. È questo, questi pensieri, queste sensazioni, questa esistenza, questa solitudine assoluta che devi conquistare, fino al nucleo del silenzio e della beatitudine, che è il cuore del mondo.

Nessun pensiero, nessuna percezione “rappresenta” alcunché. Siamo questo pensiero, questa percezione. C’è un solo mondo: questo pensiero, questa percezione, di ricordi, ecc. Non c’è altro mondo che se stessi. Dal momento in cui prendiamo contatto con un’entità qualunque, essa diventa noi. Era noi da sempre. Siamo sempre in noi stessi. Il mondo è sempre in noi stessi sotto forma di idee, di sensazioni, di emozioni. Non esiste un esterno raggiungibile. Non esiste dunque nemmeno un interno. Non si può mai uscire da se stessi, sottrarsi e scappare dal sogno dell’esistenza.

Non hai accesso all’esistenza degli altri vissuta dall’interno. Dunque, puoi solo sempre comparare la tua vita a se stessa. Dal momento in cui hai fatto esperienza di questa solitudine assoluta, sei libero, poiché capisci che puoi creare il tuo mondo. Hai un solo riferimento: la tua vita, la tua esperienza, dalla quale ti è impossibile uscire. In realtà non hai nessun modello esterno, non conosci la “buona”o la “vera” maniera di vivere (una bontà o una verità trascendente) poiché per quanto bene o veramente tu possa prevedere, sarebbe necessariamente il tuo bene, il tuo vero, per come appaiono nella tua vita.

Inventi la tua vita facendola, non avendo altro che la tua vita come modello. Tutto ciò che sai lo conosci solo rivestito delle tue interpretazioni, illuminato dalle tue idee consce o inconsce, sotto la prospettiva della tua esperienza personale. La tua vita è un autosviluppo. Non puoi accusare nessuno del tuo destino perché sei tu che scegli ciò che accade. A ogni istante, avresti potuto pensare, parlare, agire in maniera differente, obbedire ad altri padroni, ad altre ragioni. Hai fatto ciò che volevi fare senza altri riferimenti se non l’evidenza del tuo volere.

Produci la tua vita e il tuo mondo dall’interno, senza alcun punto di appoggio esterno né obiettivo. Ogni vita è unica e incomparabile. Dal punto di vista del vivente, l’unico che ci interessa qui, ogni vita è l’unica vita. Immagina una situazione nella quale non hai mai assaggiato la cucina di qualcun altro, nessun altro, al di fuori di te, può cucinare e nessun altro, al di fuori di te, può assaggiare ciò che prepari. Sta a te esplorare senza sosta nuovi sapori o accontentarti di qualche piatto che già apprezzi. Nessuno può mai dirti con certezza se fai della cucina “buona” o “cattiva.”

Sei solo con la tua esperienza, solo con il tuo gusto. Non devi, e del resto non puoi, accettare alcuna autorità esterna, alcun giudice esterno, poiché non c’è altro che la tua vita, e sei tu che la vivi, tu che la fai e la gusti, e nessun altro. La tua libertà e la tua responsabilità sono totali. Ciò che più importa è la qualità del tuo flusso di esperienza, perché tu non sei nient’altro che questo flusso, e non esiste nient’altro che questo. È la tua vita, ne hai una sola. In verità non ce n’è che una: questa.

Tu o il mondo, non siete altro che questo flusso mutevole di sensazioni, di pensieri, di emozioni e di immagini. Nessuna autorità, nessun referente esterno ti dirà cosa senti, qui e ora. Eppure è l’unica cosa che conta poiché è l’unica che sia reale. Il problema non è di sapere ciò che sono il bene e il male in generale, ma di sapere ciò che senti, tu, nell’istante, perché non ci sarà nessuno, all’infuori di te, per vivere questa vita qui. Il male è ciò che provoca la tua sofferenza, poiché l’unica realtà del mondo è quella della tua vita, del tuo flusso di esperienza, in ogni istante.

Rivolgiti dunque verso la vita dell’anima, e non verso i giochi ingannevoli dell’intelletto, poiché solo l’anima sente la sofferenza e il male non è altro che il meccanismo che la produce. È perché rifuggi questa sensibilità nell’istante, questa vulnerabilità letteralmente animale, che il male estende il suo impero.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sassella ed.)

martedì 10 marzo 2015

Schiavitù volontaria



“Mara il Tentatore non può scoprire
dove si trovino gli esseri risvegliati,
poiché essi vivono in piena coscienza
e in perfetta libertà.”
(Dhammapada)

“Il male non confessa mai di essere il male. Continua imperturbabile a dare l’apparenza del bene. È proprio come un partito politico totalitario: vuole dominare ma parla solo di “liberazione.” Mente ma non smette di dichiarare la sua buona fede e di trattare i suoi avversari come bugiardi. Se vi prende tra le sue grinfie vuole distruggere la vostra anima: quindi vi farà sputare su ciò che amate (a cominciare da voi stessi), vi isolerà, vi renderà dipendenti, vi farà paura, farà leva su ogni vostra debolezza, vi spingerà finalmente a disprezzare voi stessi.

Distruggerà in voi ogni stima di sé, di modo che non possiate più pensare liberamente. La tirannia si esercita rivolgendo le anime contro se stesse. Terrorizza, seduce, colpevolizza, compromette. Diffonde frustrazione e odio, fa sputare su ciò che si ama o su ciò che si rispetta. La tirannia organizza il disprezzo di sé. Manifesta nel mondo l’ego di coloro che sono assoggettati.

Se fossimo davvero liberi, se non utilizzassimo mai la nostra energia per distruggerci, nessun potere farebbe presa su di noi. Nessuno al di fuori di te ha autorità su di te. La molla del potere è semplice: con il tuo consenso, dirige la tua stessa energia contro di te. “Ho paura” significa: “Mi faccio paura” e “Sono sedotto” significa “Mi seduco” e così via.

Tra le anime, ci sono le prede, i predatori e coloro che, sottraendosi alla caccia, sono nell’amore. Le prede non si sentono completamente loro stesse. Non occupano la pienezza della vita. non sono completamente presenti. Non proteggono la loro mente e dunque la loro vita è esposta. I predatori, loro, sono assetati della vita degli altri. al fine di nutrire il loro ego entrano nella mente delle loro prede dalle crepe della loro presenza.

I predatori assicurano il loro potere facendo delle loro vittime i loro propri nemici. La zona morta, insensibile, la parte non protetta della sua mente sigilla il destino della vittima. A partire da qui, bisogna che la preda contribuisca essa stessa alla propria anestesia, che l’inizio di necrosi attraverso il quale il parassita ha potuto entrare in lei si estenda costantemente: ossessioni, narcisismo, paura, pigrizia, avidità, “bisogno d’identità”…

E mentre si allarga la sua piaga, la vita dell’anima indebolita defluisce senza ritorno. Una persona in preda ai veleni della mente fa lavorare gli altri alla soddisfazione delle proprie nevrosi. Utilizza la sua energia per alimentare i propri scenari nevrotici. Ma ci sono sempre due responsabili del male: il parassita e colui che si lascia parassitare. Anche lasciarsi parassitare è una nevrosi.

L’attivo e il passivo sono le due facce del male, gli ego complementari. L’ego del vampiro non può inserirsi che sull’ego della vittima. Se questa non ostentasse la sua zona di debolezza, d’illusione, d’insensibilità, non si lascerebbe prendere. Coloro che pensano che non hanno il diritto di vivere sono già morti a metà.

Certe persone sono inclini al potere o allo sfruttamento. Sono i parassiti, i vampiri. Altri, i dominati, i gentili, i dolci, sono parassitari dai primi. Le due categorie di persone contribuiscono in parti uguali alla perpetuazione e alla propagazione della sofferenza. Eppure è molto più facile per il parassitato che per il parassita liberarsi dalla sofferenza: rimane il meno dipendente fra i due.

Ti fanno male solo perché hai prestato il fianco ai loro attacchi. Se tu fossi rimasto completamente presente, se tu avessi vissuto in piena coscienza, non ti saresti esposto a questa sofferenza. Non sei vittima sei volontario. Colui che ti trascina in una corrente di pensieri avvelenati, costui ti fa del male. È lui o sei tu? Chi comanda la tua mente?” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

giovedì 27 novembre 2014

Dove sei?



"Dio dice all'uomo: Dove sei?"
(Genesi, X,1)

"Dove sei? Dove siamo? Siamo sempre dentro di noi. Siamo sempre nella nostra esperienza, esattamente allo stesso posto, sempre allo stesso posto. Non siamo né il nostro corpo, né nel nostro corpo. Il corpo stabilisce semplicemente una zona privilegiata delle nostra esperienza, del nostro mondo. Hai l'impressione di 'non essere al tuo posto.'

Come se ci fosse uno spazio diviso in caselle e persone che vengono messe in queste caselle! Sarebbe quindi sufficiente trovare la propria posizione. Oppure si constaterebbe con tristezza che non c'è più posto per noi.

Ma non è affatto così.'Non sei al tuo posto' significa in realtà: 'Non sei al posto di Te' ovvero che non sei in te stesso, che non sei incarnato, che non sei nel presente.

Meditiamo per addestrarci a essere presenti. In meditazione sei seduto, immobile, e il mondo gira attorno a te come attorno a un centro. Dopo la meditazione, sei ancora in te, al centro di tutto, e il mondo continua a gravitare attorno a questo centro. Tutto ciò che ti circonda appartiene alla tua esperienza, tutte le persone e tutti i fenomeni sono in te. Sei al tuo posto: al posto di colui che è.

Tu non ti muovi mai, sei immutabile. È il mondo che ti gira attorno. Sei immutabile perchè proteggi la tua mente. Dal momento che proteggi la tua mente, il mondo spinge di tirarti e spingerti. Comincia a girare lentamente attorno a te. Il mondo è lo spettacolo meraviglioso che l'anima concede a se stessa.

Qualsiasi cosa tu faccia, che tu vinca o che tu perda, sei sempre in te stesso. Non hai bisogno di agire perché tutto è in te. Sei immobile al centro della tua anima, C'è sì un'attività, ma si tratta del movimento naturale della luce nella luce.

Dove sei? La coscienza è assolutamente immobile. Non si trova da nessuna parte nel mondo. Appartiene semplicemente al luogo dell'anima: nel presente, il presente perfettamente immobile ed eterno della luce.

Dove sei? Tu. Qui. Ora. Dove sei? Guardati! Chi stai diventando in questo momento? Dov'è la tua anima? Dov'è la tua infanzia? Dove sono le potenze del tuo essere? Dove sei stato in questi ultimi tempi? A cosa ti sei rassegnato? Quale parte di te si è addormentata? Svegliati!

Lascia stare tutte le teorie, tutti i metodi, tutte le religioni, tutte le idee: cosa accade nella tua vita, qui, ora? Dove sei? Cosa fai della tua vitaNon dimenticare mai il tuo bene più prezioso, il tuo unico bene: la tua anima. Misura l'elevatezza della tua origine e la padronanza di sé che ti impone. Non hai forse trascurato il Bambino divino? Non hai forse dimenticato la Promessa?"(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed.)


giovedì 13 novembre 2014

Reintegrare il sacro




“L’uomo è memoria cosmica resa corporea.”
(Rudolf Steiner)

“Non ti perdere nell’affaccendamento e nel “serio” della vita. Non ti perdere mai nelle nebbie dell’ego. Godi del tuo semplice respiro. Apprezza il meraviglioso regalo della vista, il dono dell’udito, l’affluire degli odori, la presenza misteriosa degli esseri. Immergiti nella poesia del mondo per come si offre continuamente.

Cosa ne stai facendo, in questo istante stesso in cui sto parlando, del dono straordinario della vita umana?

L’esistenza ci da tutto, assolutamente tutto, in ogni istante, perché ci fa dono dell’istante e non vi è che l’istante. Certo non possediamo niente. Ma ci viene offerto tutto in un istante. È inutile attaccarsi a qualcosa poiché l’esistenza è sempre disponibile. Attaccandoci a un oggetto o a una particolare qualità dell’esperienza, ci priviamo di tutto il resto.

Vi sono due immagini del presente. Una è infelice, poiché tutto scappa dalla sua presa, alla sua volontà di possedere. L’altra faccia del presente si manifesta con una gioia eterna e senza condizioni. Il presente felice non ha nulla da possedere poiché gli viene e gli verrà sempre offerto tutto senza contropartita.

La bellezza ti viene donata gratuitamente e la ricevi gratuitamente. Fuori dal calcolo perpetuo. La sovrabbondanza di ciò che ti viene donato in ogni istante è davvero stupefacente. Non manchi di niente.

Cerchiamo di rendere il mondo più bello, per noi e per gli altri. Questo comporta il superare la negligenza, la pigrizia, il disordine e la confusione. Possiamo sviluppare la bellezza, l’abilità e la precisione in tutti gli aspetti della nostra vita: la cucina, l’abbigliamento, l’arredamento, il linguaggio, il lavoro e le relazioni con gli altri.

Tutto ciò che facciamo deve essere ben fatto. Quanto al risultato delle nostre azioni, non ci appartiene. Recati al lavoro come se andassi al tuo primo appuntamento. Lavora come fai l’amore (e non il contrario). Lava i piatti come se contemplassi le cascate del Niagara. Fai la spesa come se fossi un re magio il giorno di Natale.

Pela le verdure come se stessi scolpendo il David. Cambia il tuo bebè come se stessi realizzando il tuo primo trapianto cardiaco. Compila la tua dichiarazione dei redditi come se stessi componendo la Messa in do Maggiore. Porta giù la spazzatura come se stessi gustando un grande Barolo.

Ciò che la vita offre di più straordinario si trova nei momenti ordinari. In qualsiasi momento. Ora. Rendi ogni secondo della tua vita più bello, più poetico, più sacro.

Vi è oggi una specie di frenesia di desacralizzazione. Riconosciamo l’aspetto positivo di questa tendenza: dissolvere ogni forma di idolatria e di feticismo. Ma non dimentichiamo che lo sforzo spirituale tende verso l’obiettivo contrario: reintegrare tutto il sacro, ogni atomo d’esistenza, ogni secondo di vita.”(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed.)


martedì 16 settembre 2014

Gita in barca



“La tua zattera vaga su un mare agitato. Puoi rimanere a galla solo se osservi attentamente il moto ondoso, solo se rimani intensamente presente a ogni onda. Un’onda è seguita da un’altra onda, e ancora da un’altra onda, senza fine. Passano così lunghi minuti, lunghe ore, le ginocchia piegate, le braccia distese in avanti o che fanno da bilanciere sui lati, le anche che ruotano, ad attutire le salite, le discese, le chine, il rollio, il beccheggio della zattera sulle onde.

Vedi arrivare ogni onda, piccola, grande, di fronte o di lato, e ti prepari al movimento della zattera. Se sei distratto cadi. Il mare non è altro che la mente, le onde sono le emozioni e i pensieri. Quando la tua consapevolezza e la tua attenzione vengono meno, ti abbatti di schianto sulle assi della zattera.

Ma se rimani ben vigile, se la tua attenzione non viene meno, se la tua coscienza vede arrivare ciascuna onda, una dopo l’altra, la vita diventa un gioco meraviglioso. Se sei disattento, se dimentichi che le emozioni e i pensieri sono turbolenze della mente, allora sarai sballottato, trasportato dall’illusione, centrato in pieno dalla sofferenza.

Sei capace di mantenere costantemente una piena presenza di spirito davanti a tutte le tue sensazioni, a tutte le tue emozioni e a tutti i tuoi pensieri? Riesci a vedere chiaramente, per ognuno di essi, nell’istante stesso in cui emergono, la loro natura vuota e transitoria?

Osserviamo, senza interruzione, il nostro automatismo mentale, per allenarlo, fino a farlo crollare definitivamente. È proprio perché vogliamo possedere e dominare che non riusciamo a dominare e che cadiamo nella trappola della sofferenza. Il dominio della nostra vita passa per il dominio della nostra mente e questo si riassume nell’esercizio di mollare la presa.

Molla la presa. Molla la presa. Molla la presa senza sosta, istante dopo istante.

Per risalire la corrente dell’entropia mentale, colloca all’entrata della tua mente un piccolo démone portinaio che osservi tutti i pensieri, anche il più minuto, il più impercettibile. Alla luce della piena coscienza, questo genio fisionomista distingua con chiarezza i pensieri che nutrono il narcisismo, la paura, l’aggressività, l’avidità, la frustrazione, etc.

Riconosca i combustibili della tristezza, il riprendere dell’infelicità, ciò che attira le nevrosi. E riconosca anche la gioia disinteressata, la felicità dell’istante condiviso, il piacere di essere, la potenza dell’anima. Riconosca che la luce della coscienza si contenta di brillare.”(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed.)

sabato 7 giugno 2014

Creare uno spazio



“La virtù che permette di controllare la propria irritazione si chiama pazienza. L’irritazione è inevitabile. Ma ci sono due modi di sentirla. La prima consiste nell’accusare l’altro della propria sofferenza e nell’aggredirlo. La seconda equivale a far nascere una reazione all’irritazione, la doppia benedizione dello spazio e della compassione:

- uno spazio tra sé e i propri pensieri; uno spazio di respiro tra sé e l’altro, lo spazio aperto dell’assenza di reazione;
- compassione per se stessi, poiché l’irritazione è una sofferenza; compassione per l’altro perché la sua collera è un dolore.

Non vi è spazio senza compassione, non vi è compassione senza spazio. Solo colui che si ama e si conosce può amare e conoscere l’altro e quindi non rispondere all’aggressione con l’aggressione, arrestando così il ciclo infernale dell’irritazione. L’ignorante che non ha messo spazio tra sé e i suoi pensieri, non può aprire uno spazio di pace tra sé e gli altri. Lo spazio interiore e lo spazio esterno hanno esattamente la stessa natura pacifica.

L’essere cosciente coglie l’occasione che ogni irritazione, ogni sconforto gli offre per progredire nella conoscenza di sé. Ogni volta che soffre, scopre una nuova zona del suo ego, un attaccamento, un’immagine di sé, un concetto (illusorio) di come le cose dovrebbero essere.
La sofferenza è aggressione di sé. Ogni aggressione del prossimo è la contropartita di una sofferenza dell’aggressore. L’aggressione fa soffrire. L’aggressione segnala il passaggio della sofferenza. La vittima e il carnefice bruciano nello stesso inferno.

Ogni volta che ti arrabbi con qualcuno, crei un mondo di parole dure, di accuse, di violenze, di collera, di sofferenza. Manchi di dolcezza verso te stesso. Ogni volta che ti arrabbi, sei in collera con una proiezione del tuo stesso ego, una persona o una situazione che hai costruito pezzo per pezzo. È un gioco di specchi, un’illusione che ti porta a combattere contro te stesso.

Ogni volta che sei in collera è perché il tuo orgoglio o la tua avidità, o la tua irritazione, o la tua invidia o uno qualunque dei veleni della tua mente è stato stimolato. Non devi prendertela con una persona all’esterno bensì diventare cosciente del tuo punto debole e osservarlo.

Si soffre solo per ciò cui si tiene. Ma possiamo scoprire che ciò cui teniamo è solo un pensiero e che i pensieri sono come sogni. La nostra anima immobile e silenziosa proietta questo mondo su uno schermo di illusioni. Ricordati, quando la collera sale, che il mondo sei tu e dunque ti stai arrabbiando con te stesso.

La stessa ignoranza del vuoto dei pensieri si trova dietro a questi due traccianti della sofferenza: l’avidità e l’aggressione. La stessa intelligenza del vuoto genera lo spazio dei rapporti pacifici: l’amore e la compassione.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed., 2006)

domenica 30 marzo 2014

Ascolta lo spazio



“Nessun pensiero, in realtà, è del tutto isolato.
Il tuo vero spazio sta dentro. Quello che accade
nello spirito si ripercuote sull’universo intero.”
(Dugpa Rimpoche)

“Ascolta lo spazio fra le parole, il silenzio, che dà ai vocaboli il loro peso e che permette al senso di raggiungere l’anima. Non importa chi parla, tu o un altro. Non coprire troppo velocemente una parola con altre parole. Lascia spazio a ogni frase. Ogni parola è modulazione, vibrazione, colorazione dello spazio di senso.

Ondulazione del silenzio.

Abituati ad ascoltare senza dire niente. Non rispondere niente, nemmeno nella tua testa. Ascolta semplicemente. Ascolta veramente. Ferma il movimento incessante, automatico e vano dei pensieri. Lascia all’altro l’ultima parola. Non avere sempre una spiegazione. Lascia le domande aperte. Impara a non riempire immediatamente la mancanza, il silenzio, lo spazio.

Quando evitiamo di avere l’ultima parola, facciamo sorgere lo spazio. Lascia [un] bianco.

Dal momento stesso in cui molliamo la presa, lo spazio si espande. Lo spazio è l’ambiente della presenza. Evolviamo costantemente nel mezzo della rete di associazioni dei nostri pensieri. ciò che vediamo, udiamo e sentiamo si rapporta attraverso nessi associativi al passato della nostra esperienza. Ascoltiamo sempre solo con la nostra storia.

Ascoltare veramente consiste nello scoprire, vedere, sentire lo spazio tra i nodi e i nessi della nostra rete mentale abituale. Siamo capaci di prendere contatto con lo sfondo sul quale risaltano i nostri pensieri, i nostri riflessi mentali, le nostre associazioni? Possiamo passare le dita tra i nodi della rete? Invece che correre senza sosta da una maglia all’altra, distendiamo la nostra mente fino a quando si rende presente allo spazio interstiziale, dove si trova da sempre.

Recidi i nessi associativi che collegano le idee, le rappresentazioni, le emozioni. Smetti di scavare gli stessi solchi. Lascia che lo spazio mentale “si rifaccia” come un terreno che riposa a maggese dopo essere stato troppo coltivato. Fai che i pensieri che sorgono durante la meditazione non vadano a rinforzare gli antichi nessi associativi, che non ne creino di nuovi, che non si innestino su alcuna azione, alcuna abitudine.

Allenta la rete delle abitudini mentali. Interrompi le associazioni meccaniche tra i tuoi pensieri. Apri un gioco nel tuo automatismo mentale.

La lentezza traduce lo spazio nel tempo. La velocità aggressiva agita la superficie uniforme del lago della calma mentale. Disturba la pace e la pulizia del mondo. L’odio vuole riempire lo spazio invece di lasciarlo respirare, invece di lasciarci respirare. Lontani dalla pressione e dall’urgenza delle passioni, lontani dagli ingranaggi serrati e claustrofobici della sofferenza, lo spazio aperto tra noi e i nostri pensieri, lo spazio lasciato libero tra noi e gli altri pone le basi della pace.

Le anime sono bolle fragili, iridescenti, trasparenti, che si riflettono le une nelle altre e il cui spazio, che condividono tutte, è la vera identità. La mente è qui, dietro ai tuoi occhi, davanti a te. Risuona in questo suono. Vibra in questa sensazione. La luce è tutto ciò che appare. Tutto ciò che appare è luce.”

(Pierre Levy - Il fuoco liberatore - Sossella, 2006)

mercoledì 13 novembre 2013

Il segreto della felicità



“Non c’è dovere più sottovalutato di quello di essere felici.
Quando siamo felici, seminiamo nel mondo anonimi benefici.”
(Robert Louis Stevenson)

“Il segreto della felicità sta nella scelta dei nostri pensieri, o piuttosto nella direzione della nostra attenzione, istante dopo istante. L’infelicità viene dall’automatico concatemento dei pensieri infelici, istante dopo istante. L’infelicità consiste nel giudicarsi felice o infelice, nel domandarsi se si è felici o infelici. Si è felici se si vive nell’istante, in piena coscienza, fuori da ogni giudizio.

L’occhio della coscienza discriminante discerne senza sosta l’assenza completa della “realtà oggettiva” delle cause del nostro dolore e il carattere illusorio della sofferenza stessa: il concatenamento meccanico dei nostri turbamenti e dei nostri pensieri.[…]

Ciò che ci fa male non sono i nostri pensieri ma, ancora di più, i giudizi che diamo sui nostri giudizi. Diamo un taglio netto alle associazioni automatiche di pensiero, ai concatenamenti di pensieri dolorosi e torniamo sul campo alla semplicità dell’istante.

Non si scelgono i propri pensieri, ma si può decidere di non crederci. Colpevolizzarsi per un pensiero cattivo significa aggiungere sofferenza alla sofferenza. Siamo responsabili dei nostri sogni? No. Ma quando l’incubo diventa troppo doloroso è bene svegliarsi: non era altro che un pensiero.

I nostri pensieri, le nostre emozioni: agitazioni di neuroni, flusso di ormoni. Niente di solido. Perché fidarsi?

Emozioni come la gelosia, per esempio, o alcuni fantasmi dolorosi, rinascono instancabilmente, come la gramigna. Come estirparli? Come cacciare questi demoni divoranti? Come acquistare la pace dell’anima? Ricordati che si tratta di illusioni formate dalla tua mente, di un prodotto del tuo pensiero.

Potresti dirigere la tua attenzione verso altre rappresentazioni oppure aprirti a ciò che i tuoi sensi ti offrono in questo istante. Immaginando un dolore che presumi falsamente provenire dagli altri, paragonando ciò che è a ciò che dovrebbe essere, ti stai torturando. Non smettiamo mai di produrre immagini, pensieri, emozioni che ci fanno soffrire.

Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere, per di più illusionisti e bugiardi. I muri e gli strumenti di questa stanza di tortura personale che a volte è la nostra mente non sono che pensieri, ricordi, timori, immagini che non corrispondono a niente di attuale, niente di veramente presente qui e ora.

È facile dissolvere l’invidia. Ricordati che nessuno possiede mai un oggetto. Ognuno vive solo di istanti successivi. Non possediamo mai altro che secondi d’esperienza che svaniscono non appena vissuti. L’invidia è dunque, alla lettera, senza oggetto, poiché la persona invidiata esperisce solo un secondo dopo l’altro, proprio come te e come tutti.

L’unica differenza tra gli esseri sta nella loro capacità di aderire con gioia al divenire. Risiede nella loro più o meno grande propensione a comparare costantemente l’esperienza a “ciò che dovrebbe essere.” Invidiano produci la tua stessa sofferenza a partire da niente.

La sofferenza non deriva dal fatto che non hai ciò che un altro possiede (a questa stregua saresti sempre e necessariamente infelice, poiché c’è sempre qualcuno che possiede qualcosa che tu non hai.) La sofferenza proviene dal fatto che pensi che lui, o lei, possiede ciò che tu non hai.

Quand’anche otteniamo ciò che desideriamo di più, possiamo ancora soffrire terribilmente, non fosse altro che a causa del ricordo della nostra frustrazione precedente. A causa dell’idea che non abbiamo avuto l’oggetto nel momento in cui abbiamo iniziato a desiderarlo, a causa di tutto il risentimento, tutto il dolore che la mancanza e il desiderio insoddisfatto hanno provocato.

A causa della rappresentazione che una parte della nostra vita è stata irrimediabilmente privata di ciò di cui avevamo bisogno… o a causa della nascita di un nuovo desiderio. Ma in realtà il passato non esiste e ora soffriamo mentre dovremmo godere. E nel passato dobbiamo la nostra infelicità solo alla nostra assenza poiché ci siamo consumati nel desiderio invece di godere dell’istante.

Lui possiede ciò che io non ho. Io possiedo ciò che loro non hanno. Lui è più bello, più forte, più felice di me. Si divertono mentre io lavoro. Io valgo meno di … Valgo più di … Sono più felice di … Sono più intelligente di … Sono migliore di … Per ognuno di questi pensieri le nostre anime sanguinano. Il paragone è l’artiglio del diavolo.

Il paragone e l’accumulo sono riflessi intimi della mente. Ogni volta che li osserviamo funzionare ricordiamoci che l’istante presente è l’unica cosa che esiste realmente e che non si cede né all’uno né all’altro. Senza sosta, nella nostra testa, una piccola voce quasi impercettibile, ma instancabile, ostinata, ci critica, ci semina il dubbio.

Passiamo il nostro tempo a scalzarci insidiosamente. Non che occorra esaminarsi, prestare attenzione ai nostri atti e ai nostri stati mentali ma, per l’appunto, sembra che questa voce di critica incessante ci sottragga all’attenzione. Il che le permette di compiere con più tranquillità il suo lavoro di demolizione.

Sfugge all’attenzione perché “l’io” è proprio ciò che non smette di dire a mezza voce: “Non dovresti … fai male … dovresti invece … etc..” Questa voce maledetta che si è stabilita al centro del nostro essere usurpa il posto dell’anima, si fa passare per lei. Ma invece di una natura di scintilla ha il carattere di una doccia fredda che ci sfinisce. Siamo diventati questa doccia fredda.

Ci stupiamo di non incontrare più il calore e la luce del fuoco quando l’ego che abbiamo alle spalle, quando il parassita che ci abita nel petto fa professione di spegnerlo. Tutti coloro che ci criticano, ci colpevolizzano, ci demoralizzano si appoggiano su questa voce che tradisce la nostra vita dall’interno.

Peggio: le circostanze e le persone che ci opprimono traducono questa voce nel mondo “esterno” e la materializzano. Inutile farla tacere. Accontentiamoci di sentirla in maniera distinta e di riconoscerla per ciò che è: il nostro incubo nemico. Perde il suo potere dal momento in cui viene riconosciuta.

Ascolta il tuo discorso intimo. Cosa c’è di nobile nel coprirsi di vergogna, nel giustiificarsi, nel criticare gli altri, nel calcolare i propri beni? Molla la presa su tutto questo e comincia ad amarti, ad amarti esattamente per come sei. Abbandona la sofferenza.

Che atmosfera domina nel tuo intimo? Osserva senza sosta. Senti l’odore della tua anima. […] Quasi sempre la sofferenza è astratta, viene dal paragonare ciò che è e ciò che non è, ciò che abbiamo e ciò che hanno gli altri, il presente, il futuro o il passato. Ricordi che fanno male, fantasmi torturanti, scene immaginarie o instancabilmente rimuginate …

Eppure respiriamo, sentiamo, pensiamo, partecipiamo al miracolo della vita. se solo potessimo fare attenzione per un attimo alla grazia di vivere. Il pensiero ci porta a soffrire. Ci porta all’avidità, all’aggressione, alla paura, alla speranza, all’illusione … Se ci accontentassimo di sentire eviteremmo molto naturalmente la sofferenza. Affrancandoci dai nostri pensieri ci liberiamo dalla paura.

Il problema non sta nel raggiungere il risveglio. Questo comporterebbe immediatamente la speranza di arrivarci, la frustrazione di non esserci ancora, la paura di esserne separati per sempre. Il problema sta nello smettere di soffrire ora e, dunque, per esempio, di smettere di nutrire questo pensiero che non siamo risvegliati.

Non appena lasciamo cadere un pensiero, un problema, un dubbio, una paura, per tornare al presente, siamo risvegliati. Il risveglio consiste nel mollare la presa anche sul risveglio.” (Pierre Lévy - Il fuoco liberatore - Sassella ed., 2006)

venerdì 20 settembre 2013

La paura e l’istante



“Così non viviamo mai ma speriamo di vivere;
e disponendoci sempre a essere felici,
è inevitabile che non lo siamo.”
(Blaise Pascal)

“La paura ci intima l’ordine di fuggire un oggetto o una situazione. Ma è sempre la nostra sensazione, la nostra esperienza che vogliamo fuggire. Affrontare, sentire, essere presenti a se stessi è una vittoria sulla paura. Se avessimo accettato di sentire (noi stessi) non avremmo lasciato che le cose fossero andate tanto in là, ci sarebbe meno sofferenza, nel mondo.

Non lasciare che la tua attenzione si distolga dalla situazione di insieme, sorveglia la sua evoluzione globale, non perdere di vista la totalità, conserva la tua presenza di spirito, affronta tutta la realtà. La nobiltà nel comportamento – il “portamento” – viene dalla sincronia tra corpo e mente. Fisicamente presente, la persona nobile abita il suo corpo. Mette il peso della sua presenza in ogni suo gesto.

La tattica infallibile dell’avversario è renderti assente a te stesso, anche solo per un istante. Non appena la tua mente lascia il tuo corpo, sei perduto. La comunicazione tra le truppe e lo stato maggiore è interrotta. Ecco il panico.

La radice della vigliaccheria è la fuga fuori dal corpo, il tirarsi indietro davanti alla situazione. La mente del vero guerriero accompagna sempre il suo corpo. È lì all’erta, presente, calma, vigile. La bassezza è nella distrazione, la disattenzione verso di sé e gli altri. Un essere si abbassa quando il suo corpo non gli appartiene, quando la sua mente diserta.

Il coraggio risiede nella determinazione di far fronte, di assumere la propria presenza qui e ora, di non sottrarsi con la mente. Nelle arti marziali, perdere equivale a smettere, anche solo per un istante, di mantenere l’armonia tra corpo e mente. Si fallisce perché ci si assenta nei calcoli, nei piani, nei progetti invece di osservare e di affrontare ciò che è di fronte a noi.

La paura è una volontà di fuggire, un insopprimibile desiderio di non esserci. Il vigliacco non abita il suo corpo. L’avversario vuole “farti paura” ovvero vuole dissociare il tuo corpo e la tua mente. Cosa significa essere presenti? Abitare il proprio corpo e proteggere la propria mente.

Essere presenti è la disciplina più semplice e più difficile. Perché è così difficile? Perché, se sono presente, veramente presente, senza fuggire, divento vulnerabile. Fuggiamo l’istante presente perché ne abbiamo paura. Ma è proprio la paura a rendercelo insopportabile. Sei l’istante, nient’altro che questo.” (Pierre Lévy – Il fuoco liberatore – Sassella ed., 2006)

giovedì 6 giugno 2013

Dimoriamo nell’esistenza



“Sii felice un istante. Questo istante è la tua vita “
(Omar Khayyam)

“Né i pensieri, né le emozioni rappresentano qualcosa. Sono. Passato e futuro esistono solo per i pensieri presenti. Credere al futuro e al passato (prodotti dai nostri pensieri - non ce ne sono altri) equivale ad essere la vittima dei tuoi pensieri. Presta attenzione alla qualità dei tuoi pensieri, ora. Esiste solo l’istante e la qualità della tua vita è quella del presente.

Si ha sempre un pensiero per volta. Il paragonare due pensieri, il giudicare un pensiero, il ricordare un pensiero sono altri pensieri ancora. Nel momento in cui si impossessa di noi, ogni pensiero ci sembra il più importante, il più urgente. Ma questo pensiero cede il posto a un altro, tanto che in realtà nessun pensiero è importante.

I pensieri che ci sembrano “importanti” e i sentimenti che ci sembrano “molto vivi” in un dato momento, passano in secondo piano oppure si dimenticano l’istante seguente. Osservare questo processo incessante dell’apparire e del dissolversi, dell’entrare in scena. Dovrebbe aiutarci a non credere all’importanza delle cose e a capire che la nostra mente costruisce e distrugge l’importanza in continuazione. Niente è buono in assoluto, anche il miglior pensiero: ci potrebbe far perdere l’istante!

La maggior parte dei nostri “pensieri” dipende dall’automatismo mentale. Il vero pensiero, il pensiero nobile, è percezione diretta, contemplazione, presenza, creazione, azione su se stessi, impegno profondo, trasformazione dell’essere. Il pensiero nobile non è mai un giudizio. Sappiamo che abbiamo veramente pensato quando percepiamo diversamente, quando si apre uno spazio.

Gli unici pensieri felici sono i pensieri veri. Non parlo solo di “verità oggettive”, “ universali”, “scientifiche”, ma di verità esistenziali, emozionali, della verità delle situazioni. I pensieri veri non sono né un tirarsi indietro né una scappatoia. Guardano in faccia la nostra vita, qui e ora. I pensieri veri sono percezioni.

La maggior parte dei nostri pensieri tesse un velo che ci separa dal mondo e da noi stessi. Deviano la nostra attenzione da ciò che accade qui e ora. Ci impediscono di sentire. Vogliamo sottrarci all’esperienza diretta del grande flusso perché ci farebbe rinunciare alla solitudine illusoria del nostro io e del mondo “esterno.” Eppure, dietro la nebbia dei pensieri, dei concetti, dei pregiudizi e di tutte le forme di chiacchiericcio mentale brilla la luce del risveglio.

Per orientarsi nell’esistenza occorre avere discernimento, dobbiamo imparare a guardare le cose per quello che sono. Per vedere le cose per quello che sono occorre smettere di proiettare i nostri stati mentali sul mondo. Per smettere di proiettare occorre conoscersi. Per conoscersi bisogna diventare amici di se stessi. Per diventare amici di se stessi sforziamoci di accogliere con dolcezza tutti i nostri pensieri.

Per accettare tutti i nostri pensieri occorre smettere di suddividerli in buoni e cattivi. Se vogliamo sinceramente smettere di suddividerli tra buoni e cattivi si consiglia di praticare la meditazione con costanza e disciplina. Per meditare occorre distinguere, senza giudicare, tra la piena coscienza dell’istante e la fuga nei pensieri. A questo livello il problema di orientarsi nella vita viene meno: dimoriamo da sempre nel cuore dell’esistenza.”

(Pierre Lévy - Il fuoco liberatore - Sassella, 2006)