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domenica 27 novembre 2016

Il pellegrinaggio a Benares



“Più ti avvicini a Dio,
più ti avvicini a te stesso.”
(Proverbio arabo)

Un uomo andò da Ramakrishna. Stava andando in pellegrinaggio a Benares, per fare un bagno rituale nel Gange e, prima di partire, aveva deciso di andar a toccare i piedi del suo Maestro. Ramakrishna gli chiese: «Che bisogno c’è di andare a Benares? Il Gange scorre anche qui.» Infatti, il tempio in cui viveva si trovava proprio sulla riva del fiume. Ma l’uomo replicò: «Nei testi sacri è detto che Benares è il luogo sacro per eccellenza. Se fai un bagno là, ogni tua colpa è purificata.»

Ramakrishna era un uomo semplice, disse a quel uomo: «Puoi andare se vuoi, ma sta’ attento: lungo le rive del Gange sorgono alberi maestosi, li hai notati?» Quel uomo gli confermò che, da bambino, era stato a Benares con il padre e aveva effettivamente visto quegli alberi. «Ebbene -proseguì Ramakrishna- è vero che i tuoi peccati vengono lavati via dal Gange, ma essi si involano e siedono sui rami di quegli alberi, in attesa che tu esca!

Sanno che non puoi stare nel Gange per sempre, prima o poi dovrai uscire. E quando ti stai rivestendo, quei peccati ritornano dentro di te e, a volte accade che, anche i peccati di altri sedimentino nel tuo cuore… quegli alberi sono stracolmi di peccati: sta’ attento a non fartene carico!» L’uomo chiese come poteva salvarsi, e Ramakrishna gli disse: «Dipende da te, per questo ti consigliavo di non andare a Benares!» L’uomo concluse: «Hai creato in me un forte dubbio… andrò a casa a pensarci su. Se le cose stanno così è uno spreco di tempo e basta!»

No, non basta fare un bagno nel Gange, non basta un pellegrinaggio, non basta una preghiera domenicale. I preti hanno creato queste scorciatoie, perché gli uomini sono degli scansafatiche: di fatto non vogliono fare nulla per la propria ricerca interiore. Ricorda: il paradiso non è da qualche parte, nell’alto dei cieli; si trova dentro di te e, per raggiungerlo, non occorre andare al Gange, né a Benares!

Ciò che si deve fare è entrare dentro di sé. Ma non è una cosa che i preti o le comuni religioni vogliono che tu faccia perché, se lo fai, ti liberi da ogni schiavitù esteriore, anche da quella religiosa: allora tutti quei rituali ti sembreranno stupidaggini senza senso. Entrando dentro di te trovi la verità, incontri il Reale.

Viaggiare verso l’esterno è un’abitudine a cui ti sei assuefatto, ma che non ti ha dato alcuna soddisfazione, alcun appagamento. Il mondo interiore è un mondo nuovo, in cui non hai mai neppure dato uno sguardo, in cui non hai mai fatto un solo passo. Il Maestro ti insegna come puoi, pian piano, camminare nel regno del tuo essere.

Ma il Maestro ti dice di sedere in silenzio, e tu chiedi un mantra; è una situazione pietosa, tristissima: il Maestro ti invita a sedere in silenzio, e tu chiedi un qualsiasi suono per colmare quel silenzio! Nessuno vuole essere in silenzio… nessuno vuole sedersi senza fare nulla, ma questo è esattamente ciò che è la meditazione. La meditazione è tornare a casa, è rientrare in se stessi, senza essere più niente e nessuno.

Sei tu, libero da qualsiasi aggettivo, libero da qualsiasi attributo, libero da qualsiasi forma, privo di ogni maschera, senza personalità alcuna. Ma ricorda, un solo lampo in te stesso ha di gran lunga più valore di qualsiasi scrittura. Un solo bagliore della tua consapevolezza ti farà entrare nel vero tempio del divino: un tempio che non è costruito con pietre e marmi, ma che esiste da sempre dentro di te, ed è formato dalla tua stessa consapevolezza.

È una fiamma, una fiamma perenne che arde dall’eternità e che non richiede combustibile alcuno. È in attesa che tu la veda, perché in quella visione, per la prima volta, i tuoi occhi rifletteranno qualcosa di sublime: la gioia, la luce, il canto, la bellezza, l’estasi dell’esistenza. e non è detto che, entrando dentro di te, dimenticherai l’esterno.

Allorché entrerai dentro di te, nella sfera esteriore si irradierà il tuo mondo interiore: nei tuoi gesti, nel modo in cui guardi e parli, nell’autorità che accompagnerà le tue parole. Perfino il tuo tocco, la tua presenza, il tuo silenzio, saranno un messaggio. La sfera interiore e quella esteriore sono parti di un’unica realtà: riconoscerlo, viverle in quanto tali significa fiorire, adempiere al proprio destino di esseri umani. (Osho)

venerdì 22 luglio 2016

Dietro la mente



“La mente si sente infelice, soffre, si sente miserabile;
la tua mente prova ogni sorta di emozione,
di attaccamento, di desiderio e di aspirazione…
ma sono tutte proiezioni della mente.
Dietro la mente si trova il tuo Sé reale
che non si è mai mosso, non è mai andato altrove,
non va mai da nessuna parte.
È sempre qui… è sempre qui!”
(Osho)

“Inferno e paradiso sono dentro di te. Le soglie sono molto vicine: con la mano destra puoi aprirne una e con la sinistra l’altra. Basta un semplice cambiamento nella tua mente, e il tuo essere è trasformato: dal paradiso all’inferno e dall’inferno in paradiso. Questo accade da sempre. Qual è il segreto? Il segreto è questo: ogni volta che sei inconsapevole e agisci inconsapevolmente, sei nell’inferno; ogni volta che sei consapevole e agisci in piena consapevolezza, sei in paradiso.

Se questa consapevolezza diventa tanto integra e solida da non poter essere più persa, per te non esiste più alcun inferno. Introduci un po’ più di consapevolezza nella tua vita. ciascun atto deve essere compiuto in maniera meno automatica di quanto hai fatto finora. E tu possiedi la chiave: se stai camminando, non procedere come un robot. Non continuare a camminare come hai sempre fatto, non agire meccanicamente. Muoviti con più consapevolezza, rallenta, lascia che ciascun passo avvenga in piena consapevolezza.

Il Buddha diceva ai suoi discepoli: “Quando sollevi il piede sinistro, in profondità devi dire: ‘Sinistro’ e quando sollevi il piede destro devi dire: ‘Destro’.” All’inizio devi ripetere queste parole, per abituarti al nuovo processo; poi, pian piano, lascia che le parole spariscano; limitati a ricordare: ‘Sinistro, destro; Sinistro, destro’. Provalo nelle piccole azioni. Non è necessario fare grandi cose. Mangiare, fare il bagno, nuotare, camminare, parlare, ascoltare, cucinare cibo, lavare i vestiti: “deautomatizza” tutti i processi.

Ricorda le parole “deautomatizzare”: il segreto del divenire consapevoli è tutto qui. La mente è un robot, e il robot ha la sua utilità. Quando impari qualcosa, all’inizio sei consapevole. Per esempio, se impari a nuotare, stai molto attento, perché è in pericolo la tua vita. oppure, se impari a guidare la macchina devi fare attenzione a molte cose: il volante, la strada, i pedoni, l’accelleratore, il freno, la frizione. Devi stare attento a tutto. Ci sono tantissime cose da ricordare, e sei nervoso perché sbagliare è pericoloso, devi stare attento.

Ma quando avrai imparato a guidare, questa consapevolezza non sarà più necessaria. L’automa all’interno della tua mente prenderà il sopravvento. Questo è ciò che definiamo imparare. Imparare qualcosa vuol dir trasferirla alla coscienza del robot; l’apprendimento si esaurisce in questo. Una volta che hai appreso una cosa, non fa più è parte della sfera cosciente, viene passata all’inconscio. adesso la tua consapevolezza è libera di imparare qualcos’altro.

È una cosa di estrema importanza. Diversamente, continueresti ad apprendere la stessa cosa per tutta la vita. la mente è un grande servitore, un grande computer. Usala, ma ricordati che non deve dominarti. Ricordati che devi conservare la capacità di essere consapevole; la mente non dovrebbe possederti totalmente e diventare la sostanza di tutta la tua vita.; deve restare aperta una porta da cui poter disattivare il robot. Aprire quella porta è ciò che chiamiamo meditazione.

Ma ricorda: il robot è così bravo da poter assumere perfino il controllo della meditazione. Una volta che hai appreso come si fa, la mente dice: “Adesso non hai bisogno di preoccuparti, la posso fare io. Lasciala a me.” E la mente è brava: è una macchina meravigliosa, funziona bene… la mente è semplicemente un miracolo. Ma quando qualcosa è tanto potente, nasconde un pericolo. Puoi esserne a tal punto ipnotizzato da perdere la tua anima.

Ti sei completamente dimenticato come essere consapevole, e allora nasce l’ego. L’ego è lo stato di completa inconsapevolezza. La mente ha preso possesso di tutto il tuo essere, diffondendosi ovunque come un cancro, senza risparmiare nulla. L’ego è il cancro dell’interiorità, il cancro dell’anima. E l’unico rimedio, il solo rimedio, è la meditazione. In quel caso cominci a recuperare territori alla mente. Il processo è difficile ma eccitante, arduo ma affascinante, impegnativo e stimolante, emozionante.

Porterà nella tua vita una nuova felicità. Quando strappi dei territori al robot, sarai sorpreso: sarai diventato una persona del tutto nuova, un essere rinnovato; è una rinascita. E ti sorprenderai: i tuoi occhi vedranno di più, le tue orecchie udiranno di più, le tue mani toccheranno di più, il tuo corpo sentirà di più, il tuo cuore amerà di più: tutto diventerà “di più”. E “di più” non solo nel senso della quantità, ma anche della qualità. Non solo vedrai più alberi, ma li vedrai più profondamente. Il loro verde non solo diventerà più intenso, ma anche più luminoso.

L’albero non solo comincerà ad assumere una sua individualità, in quel momento potrai avere una comunione con l’esistenza. E più territori avrai recuperato, più la tua vita diventerà psichedelica e ricca di colori. Diventerai un arcobaleno, ne esprimerai l’intero spettro; rifletterai tutte le note musicali, l’intera ottava. La tua vita diventerà più ricca, multidimensionale, acquisirà profondità, possiederà valli meravigliose e splendidi picchi assolati.

Comincerà a espanderti. Man mano che recuperai, ti distaccherai dal robot, comincerai a ridiventare vivo. Per la prima volta ti infiammerai di vita. Questo è il miracolo della meditazione; questo è qualcosa che non bisogna lasciarsi sfuggire. La consapevolezza va sviluppata: è solo un seme in te, può diventare un albero. Due cose saranno d’aiuto: l’esame e l’indagine. Esaminare vuol dire non permettere mai a nulla di attraversare la tua mente senza averla minuziosamente osservata.

Si dice che Socrate sostenesse che una vita non è degna di essere vissuta se non l’hai esaminata attentamente; una vita non esaminata è indegna. L’esame è il primo passo: diventare consapevole di ciò che passa attraverso la tua mente. E il traffico è incessante: sono moltissimi i pensieri, i desideri e i sogni che vi stanno passando. Devi stare attento ad esaminare ogni cosa che attraversa la mente. Non un solo pensiero dovrebbe andare perso nell’inconsapevolezza, perché vorrebbe dire che stai dormendo. Diventa sempre più osservatore.

E il secondo passo è l’indagine. Prima osserva, esamina, poi comincia a cercarne le cause. Perché una certa cosa continua a ripetersi? Ti arrabbi in continuazione: l’osservazione ti mostrerà semplicemente che la rabbia va e viene, l’indagine ti mostrerà le radici della rabbia, la sua provenienza…perché potrebbe essere, è quasi sempre così, che la rabbia sia solo un sintomo di qualcos’altro che è nascosto.

Potrebbe essere il tuo ego che si sente ferito e allora ti arrabbi, ma l’ego si tiene nascosto sottoterra. È simile alle radici dell’albero: vedi la chioma, ma non le radici. Con l’osservazione vedrai l’albero, con l’indagine, le radici. Ed è solo vedendo le radici che è possibile una trasformazione. porta le radici alla luce del Sole e l’albero comincerà a morire.

Se riesci a trovare le radici della tua rabbia, resterai sorpreso nel vedere che comincerà a sparire. Se riesci a trovare le radici della tua tristezza, avrai un’altra sorpresa. Prima osserva cosa si ripete in continuazione nella tua mente, cosa continua ad affacciarsi. Non hai molti pensieri: se esamini minuziosamente, vedrai che solo pochi di essi si ripetono in continuazione, forse in forme diverse e con nuovi colori, nuovi vestiti e maschere, ma solo pochi pensieri. e se ti addentri in profondità, sarai sorpreso: hai solo un pensiero.

Gurdjieff diceva ai suoi discepoli: “Per prima cosa trovate la vostra caratteristica principale”. E ogni persona ha una caratteristica diversa: avidità, rabbia, sesso, gelosia o qualcos’altro. Scopri qual è la tua caratteristica, il centro intorno al quale si muovono tutti i tuoi pensieri e stati d’animo. Se riesci a trovare il centro, hai trovato la radice. E il miracolo è che, una volta trovata la radice, non hai bisogno di tagliarla: viene recisa quando la si trova. Questo è il segreto interiore della meditazione…

Prima esamina, poi indaga. Attraverso l’esame e l’indagine sorgerà in te la qualità chiamata consapevolezza. Quando la consapevolezza è presente, possiedi la spada con cui puoi tagliare tutte le radici di tutte le malattie. E quando sorge la consapevolezza, lentamente uscirai dal passato e dal futuro per entrare nel presente; diventerai sempre più presente al presente, otterrai un tipo di presenza che non hai mai avuto.

E in questa presenza, in cui puoi avvertire il momento che passa, tutti i tuoi sensi diventano tanto puri, sensibili, sensuali, vivi e attenti che la vita intera acquisterà una nuova intensità, sarà colma di gusto. Il mondo sarà lo stesso, e tuttavia sarà diverso. Gli alberi sembreranno più verdi, le rose più rosa, la gente più viva e bella. Il mondo è lo stesso, ma le conchiglie cominceranno a sembrare smeraldi e diamanti. Quando la consapevolezza è molto, molto radicata, quando sei presente al presente, acquisisci una visione psichedelica della vita.

Ecco perché i mistici parlano di una bellezza immensa di cui tu non vedi traccia, di un’infinita, continua celebrazione che non trovi da nessuna parte, di una musica sublime che non odi. I mistici hanno ragione: nell’aria c’è una musica sublime, ma tu sei sordo; c’è una grande bellezza tutto intorno a noi, ma tu sei cieco. L’intera esistenza sta celebrando questo preciso istante. L’esistenza è celebrazione.” (Osho Rajneesh, La via del cuore, Oscar Mondadori)

domenica 29 marzo 2015

Dal dolore alla meditazione



“Io ricevetti il dono della sofferenza e divenni poeta.”
(Henrik Ibsen)

“Si può dire che dolore e pace sono i due punti estremi della traiettoria che l’uomo percorre nel corso della sua evoluzione interna, da quando comincia ad acquistare una vera coscienza di se stesso fino a quando giunge ad unirsi in modo volenteroso con la Vita universale, ad inserirsi armonicamente nei ritmi cosmici. Durante la maggior parte del lungo pellegrinaggio sulla via evolutiva il dolore è, in qualche misura, inevitabile.

Esso ha funzioni utili, anzi preziose e necessarie. Tali funzioni sono molteplici; ma ve ne sono quattro principali e particolarmente benefiche. Nei primi stadi della evoluzione umana - ma in qualche misura anche in quelli successivi - soltanto, o soprattutto, il dolore vale a scuotere l’uomo da un passivo adagiamento, dalle comode “routines”, dalla sua fondamentale pigrizia mentale e morale, dal suo ristretto egocentrismo.

Il “buon dolore”, nelle sue numerose e svariate forme, lo induce, lo obbliga a “svegliarsi”, a suscitare le proprie energie latenti, a volere e a mettere in valore i suoi “talenti.” La seconda funzione benefica del dolore è in un certo senso inversa della prima: è quella di svincolare l’uomo da attaccamenti eccessivi a cose o persone; di affrancarlo dalla schiavitù in cui lo tengono i suoi istinti, le sue passioni, i suoi desideri; di impedirgli di commettere nuovi errori e nuove colpe. Questa è dunque una funzione purificatrice e liberatrice.

La terza funzione del dolore, collegata con la precedente, è quella di indurre l’uomo a disciplinarsi, a dominare le incomposte energie istintive, emotive, mentali che si agitano in lui; a ordinarle ed organizzarle, in modo che esse divengano costruttive e non distruttive; a trasformarle, incanalarle, utilizzarle per attività feconde, e benefiche, per fini elevati ed umanitari. Ciò richiede un’energica e assidua “azione interna”; ma i mirabili risultati che se ne ottengono compensano ampiamente della fatica.

Il possesso di sé, il senso di sicurezza e di potenza nel proprio reame interiore danno profonde e durevoli soddisfazioni. E l’ordine significa armonia e bellezza. Infine il dolore induce, obbliga al raccoglimento, alla riflessione, alla meditazione. Esso ha il prezioso e necessario ufficio di richiamarci dalla vita volta all’esterno, dispersa e dissipata, superficiale e materialistica che troppo spesso conduciamo. Il dolore ci scuote, ci fa “rientrare in noi stessi”; arresta la nostra corsa affannosa; ci fa volgere lo sguardo al di dentro e verso l’alto.

Così noi cominciamo veramente a pensare, a porre a noi stessi i grandi problemi della vita, a cercar di trovarne la giustificazione, di comprenderne il significato, di intuirne lo scopo e la mèta. Allora cominciamo a creare il silenzio in noi stessi, a “interrogare”, a pregare, a invocare. Allora comincia il colloquio, il “dialogo” interno con un Principio, una Realtà superiore, con la nostra Anima profonda, con Dio. Riguardo al dolore occorre però fare una riserva e prevenire eventuali esagerazioni.

Il riconoscimento delle preziose funzioni del dolore non deve indurci a sopravalutarlo, a farne un culto, fino a non tentar di alleviarlo o peggio ad infliggerlo agli altri (o anche a noi stessi), quando ciò non sia veramente necessario o sicuramente utile. Si può dire, un po’ paradossalmente, che il dolore ha valore se ed in quanto porta alla propria eliminazione, al proprio superamento. In altre parole il dolore non è fine a se stesso, ma un mezzo per produrre certi effetti, per insegnare certe lezioni.

Quando esso ha assolto queste funzioni, possiamo e dobbiamo dirgli “grazie” e poi lasciarlo indietro risolutamente. La valutazione del dolore non deve renderci sospettosi e diffidenti della gioia. Questa ha, al pari del dolore, alte e necessarie funzioni. Anzitutto essa è “dinamogena”; il suo primo dono è quello di risvegliare ed accrescere le nostre energie, di attivare persino il ricambio organico, di elevare il nostro tono vitale; essa può considerarsi veramente come un efficace mezzo di cura.

La gioia scaccia le nebbie della depressione, ci libera dalla paura e soprattutto dal malsano “impietosimento di noi stessi”. La gioia poi è “comunicativa”: si effonde, s’irradia sugli altri beneficandoli, creando fra noi e loro rapporti armonici e fecondi. Perciò la gioia, lungi dall’essere qualcosa di cui farsi scrupolo, costituisce un vero e proprio dovere verso gli altri.” (Roberto Assagioli)

giovedì 12 febbraio 2015

L'osservazione è meditazione



“La meditazione è avventura, la più grande avventura che la mente umana possa intraprendere. Meditazione è semplice esistere, senza far nulla: senza azione, senza pensiero, senza emozione. Sei semplicemente e vibri di pura letizia. Dove ha origine questa letizia, visto che non stai facendo nulla? Non ha un'origine, oppure si sprigiona da tutto. Non ha causa, in quanto l'esistenza si compone di quella sostanza chiamata gioia.

Quando non fai assolutamente nulla - di fisico, di mentale, o a qualsiasi altro livello - quando ogni attività si è arrestata e tu esisti semplicemente, sei e basta, quella è meditazione. Non la puoi fare, non è una pratica: la devi solo comprendere. Ogni volta che riesci a trovare il tempo per essere semplicemente, abbandona ogni azione. Anche il pensiero è un'azione, anche la concentrazione è un'azione e così pure la contemplazione.

Se anche per un solo istante non fai nulla, e ti trovi nel tuo centro, assolutamente rilassato, sei in meditazione. E quando hai capito il trucco, puoi restare in quella dimensione quanto vuoi, e alla fine ci puoi vivere ventiquattro ore su ventiquattro. Quando ti sei reso conto di come il tuo essere può vivere indisturbato, pian piano puoi iniziare ad agire, stando attento a non turbare il tuo essere. Questa è la seconda parte della meditazione.

Come prima cosa si impara a essere semplicemente, quindi si apprendono piccole azioni: pulire il pavimento, farsi la doccia, restando nel proprio centro. Infine, si possono fare cose più complesse. Ad esempio, io vi parlo, ma la mia meditazione non ne è affatto disturbata. Posso continuare a parlare, ma nel mio centro più intimo non esiste turbamento alcuno: è semplice silenzio, puro silenzio.

Dunque, la meditazione non si contrappone all'agire. Non si tratta di fuggire dalla vita. Si limita a insegnarti un nuovo stile di vita: diventi il centro del ciclone. La tua vita continua, di fatto acquista intensità maggiore: è più allegra, più limpida, più ampia, più creativa; tuttavia, tu resti distaccato, un osservatore sulle colline, ti limiti a osservare ciò che accade intorno a te. Tu non sei colui che agisce, sei l'osservatore.

Questo è il segreto della meditazione: diventare colui che osserva. L'agire prosegue nella dimensione che gli è propria, non pone problemi: tagli la legna, prendi l'acqua al pozzo. Puoi fare cose piccole e grandi; una sola cosa non è permessa: non devi perdere il tuo centro. Quella consapevolezza, quell’osservazione, devono restare assolutamente prive di nubi, libere da qualsiasi perturbazione.

Nell'ebraismo esiste una scuola dei misteri ribelle, chiamata chassidismo. Il suo fondatore, il Baal Shem, era un essere raro. Nel cuore della notte andava al fiume: era la sua routine, perché di notte al fiume c’era silenzio assoluto e quiete. E lui sedeva semplicemente, senza far nulla, si limitava a osservare il proprio sé, e osservava colui che osserva. Una notte, mentre tornava a casa, passò vicino alla casa di un ricco e vide il guardiano sulla soglia.

Questi era perplesso, perché ogni notte, esattamente alla stessa ora, lo vedeva tornare a casa. Quella notte uscì e chiese a Baal Shem: “Perdonami se ti importuno, ma non riesco più a frenare la mia curiosità. Mi perseguiti giorno e notte, continuamente. Di cosa ti occupi? Perché vai al fiume? Molte volte ti ho seguito, e non è accaduto nulla: sei rimasto seduto per ore e poi, nel cuore della notte, sei tornato indietro”.

Il Baal Shem rispose: "So che mi hai seguito molte volte, perché la notte è così silenziosa che io posso sentire i tuoi passi. E so che ogni giorno ti nascondi dietro quella soglia. Ma non sei il solo a essere curioso, anch'io voglio sapere di te: cosa fai?” L'uomo disse: “Il mio lavoro? Sono un semplice guardiano”. E il Baal Shem replicò: “Mio Dio, mi hai dato la parola: io faccio il tuo stesso lavoro!” E il guardiano: “Ma non capisco. Se sei un guardiano, dovresti stare di guardia a qualche casa, in un palazzo. Cosa guardi là, seduto sulla sabbia?”

Il Baal Shem disse: “Esiste una piccola differenza: tu guardi che qualcuno dall'esterno non entri in casa; io mi limito a guardare colui che guarda. Chi è questo guardiano? Questo è lo sforzo di tutta la mia vita: io guardo me stesso.” Il guardiano chiese: “Mi sembra un lavoro strano. Chi ti paga?”

E il Baal Shem disse: “La beatitudine è così squisita, la gioia e la benedizione sono così grandi, che bastano da sole come ricompensa. Un solo istante fa impallidire al confronto tutti i tesori della terra”. Il guardiano disse: “È strano, per tutta la mia vita ho fatto la guardia. E non ho mai incontrato un'esperienza così bella. Domani notte verrò con te. Insegnami. Perché io so guardare, sembra soltanto che sia necessaria una direzione diversa: tu guardi in una direzione differente”.

Esiste un solo passo da compiere: cambiare direzione, dimensione. Si può mettere a fuoco la sfera esteriore, oppure si possono chiudere gli occhi al mondo esterno e lasciare che la nostra intera consapevolezza sia centrata all'interno. E così saprai, in quanto tu sei colui che conosce, tu sei consapevolezza. Non l'hai mai perduta. La tua consapevolezza è semplicemente coinvolta in mille cose. Distogli la tua consapevolezza da tutto quanto e lascia semplicemente che riposi dentro di te, e sarai arrivato a casa.

L'essenza, lo spirito della meditazione è imparare a essere un testimone. Il richiamo di un corvo... tu lo ascolti. Esistono due elementi: l'oggetto e il soggetto. Ma non riesci a vedere un testimone che li vede entrambi? Il corvo, colui che ascolta, e in più qualcun altro che li osserva entrambi: è un fenomeno elementare. Vedi un albero: ci sei tu, c'è l'albero, ma non riesci a vedere un'altra cosa?

Ci sei tu che stai osservando l'albero, e c'è un testimone in te che osserva te che vedi l'albero. L'osservazione è meditazione. Non importa ciò che osservi. Puoi guardare gli alberi, puoi guardare il fiume, puoi guardare le nubi, puoi guardare i bambini che giocano. L'osservare è meditazione. Ciò che osservi non ha importanza; l'oggetto non è importante. La qualità dell'osservazione, la qualità del tuo essere cosciente e all'erta, questo è la meditazione.

Ricorda una cosa: meditazione significa consapevolezza. Qualsiasi cosa tu faccia con consapevolezza, è meditazione. L'azione non è importante, ciò che importa è la qualità che tu metti nel tuo agire. Camminare può essere una meditazione, se cammini con attenzione. Stare seduto può essere una meditazione, se siedi con attenzione. Ascoltare il canto degli uccelli può essere una meditazione, se lo ascolti con presenza attenta. Il semplice ascolto del chiasso interiore della tua mente può essere una meditazione, se resti un osservatore attento. In sostanza, non devi agire nel sonno.

Allora, qualsiasi cosa tu faccia diventa meditazione. Il primo passo nella sfera della consapevolezza consiste nell'essere estremamente attenti al proprio corpo. Pian piano, si diventa attenti a ogni gesto, a ogni movimento. E in questo processo di consapevolezza inizia ad accadere un miracolo: molte cose che avevi l'abitudine di fare scompaiono semplicemente; il tuo corpo diventa più rilassato, la sua armonia migliora. Perfino nel tuo corpo si sviluppa una profonda quiete, inizia a vibrare una musica sottile.

A quel punto inizia a essere consapevole dei tuoi pensieri; con i pensieri si deve fare la stessa cosa. Sono più sottili del corpo e ovviamente sono anche più pericolosi. E allorché diventi cosciente dei tuoi pensieri, ti stupirà vedere ciò che accade dentro di te. Se metti per iscritto ciò che accade in te, in un qualsiasi istante, rimarrai esterrefatto. Non potrai credere che tutto ciò stia avvenendo in te. Dopo dieci minuti, rileggi: vedrai che in te vive una mente folle!

Poiché non ne siamo consapevoli, questa follia continua la sua corsa subliminale, influenzando tutto ciò che fai e tutto ciò che non fai: determina ogni cosa. E la tua vita è il risultato finale di tutto ciò! Quindi, questo pazzo deve essere trasformato. E il miracolo della consapevolezza è consapevole. Il fenomeno stesso dell'osservazione cambia ogni cosa. Pian piano il pazzo scompare, pian piano i pensieri entrano in uno schema; il loro caos scompare, essi diventano un cosmo. A quel punto, di nuovo sorge una quiete più profonda.

E quando il tuo corpo e la tua mente sono in pace, vedrai che sono anche in sintonia tra loro, esiste un collegamento: ora non corrono più in direzioni opposte, non cavalcano due diversi cavalli. Per la prima volta sono in sintonia, e quella sintonia è di immenso aiuto per lavorare nella terza fase: diventare consapevoli dei propri sentimenti, delle proprie emozioni, dei propri stati d'animo. Quello è il livello più sottile, ed è il più difficile, ma se riesci a essere consapevole dei pensieri, sarà solo un passo ulteriore: un po' più di intensità nella consapevolezza e rifletterai i tuoi stati d'animo, le emozioni, i sentimenti.

Quando sei consapevole di tutte e tre le cose, queste si uniscono in un unico fenomeno. E quando sono una sola entità, quando funzionano insieme in maniera perfetta, sulla stessa lunghezza d'onda, potrai sentire la loro musica: sono diventate un'orchestra. E a quel punto avviene il quarto stadio, che tu non puoi creare. Accade da solo: è un dono della totalità, è una ricompensa per quanti hanno compiuto i primi tre passi. E quel quarto stadio è la consapevolezza suprema che risveglia.

Si diventa consapevoli della propria consapevolezza: quello è il quarto. E ciò rende un Buddha, il risvegliato. E solo in quel risveglio si può sapere cosa sia la beatitudine. Il corpo conosce il piacere, la mente conosce la felicità, il cuore conosce la gioia, il quarto conosce la beatitudine. La beatitudine è la meta del sannyas, dell'essere un ricercatore, e la consapevolezza è il sentiero che vi conduce.

Ciò che importa è osservare con attenzione, non dimenticarsi di osservare, di essere colui che osserva... che osserva... che continua a osservare. E pian piano, l'osservatore diventerà più solido, più stabile, meno titubante, a quel punto avverrà una trasformazione: le cose che tu osservavi scompaiono. Per la prima volta, l'osservatore stesso diventa ciò che era osservato, il guardiano diventa la cosa guardata. E tu sei arrivato a casa.” (Osho Rajneesh)

giovedì 27 novembre 2014

Dove sei?



"Dio dice all'uomo: Dove sei?"
(Genesi, X,1)

"Dove sei? Dove siamo? Siamo sempre dentro di noi. Siamo sempre nella nostra esperienza, esattamente allo stesso posto, sempre allo stesso posto. Non siamo né il nostro corpo, né nel nostro corpo. Il corpo stabilisce semplicemente una zona privilegiata delle nostra esperienza, del nostro mondo. Hai l'impressione di 'non essere al tuo posto.'

Come se ci fosse uno spazio diviso in caselle e persone che vengono messe in queste caselle! Sarebbe quindi sufficiente trovare la propria posizione. Oppure si constaterebbe con tristezza che non c'è più posto per noi.

Ma non è affatto così.'Non sei al tuo posto' significa in realtà: 'Non sei al posto di Te' ovvero che non sei in te stesso, che non sei incarnato, che non sei nel presente.

Meditiamo per addestrarci a essere presenti. In meditazione sei seduto, immobile, e il mondo gira attorno a te come attorno a un centro. Dopo la meditazione, sei ancora in te, al centro di tutto, e il mondo continua a gravitare attorno a questo centro. Tutto ciò che ti circonda appartiene alla tua esperienza, tutte le persone e tutti i fenomeni sono in te. Sei al tuo posto: al posto di colui che è.

Tu non ti muovi mai, sei immutabile. È il mondo che ti gira attorno. Sei immutabile perchè proteggi la tua mente. Dal momento che proteggi la tua mente, il mondo spinge di tirarti e spingerti. Comincia a girare lentamente attorno a te. Il mondo è lo spettacolo meraviglioso che l'anima concede a se stessa.

Qualsiasi cosa tu faccia, che tu vinca o che tu perda, sei sempre in te stesso. Non hai bisogno di agire perché tutto è in te. Sei immobile al centro della tua anima, C'è sì un'attività, ma si tratta del movimento naturale della luce nella luce.

Dove sei? La coscienza è assolutamente immobile. Non si trova da nessuna parte nel mondo. Appartiene semplicemente al luogo dell'anima: nel presente, il presente perfettamente immobile ed eterno della luce.

Dove sei? Tu. Qui. Ora. Dove sei? Guardati! Chi stai diventando in questo momento? Dov'è la tua anima? Dov'è la tua infanzia? Dove sono le potenze del tuo essere? Dove sei stato in questi ultimi tempi? A cosa ti sei rassegnato? Quale parte di te si è addormentata? Svegliati!

Lascia stare tutte le teorie, tutti i metodi, tutte le religioni, tutte le idee: cosa accade nella tua vita, qui, ora? Dove sei? Cosa fai della tua vitaNon dimenticare mai il tuo bene più prezioso, il tuo unico bene: la tua anima. Misura l'elevatezza della tua origine e la padronanza di sé che ti impone. Non hai forse trascurato il Bambino divino? Non hai forse dimenticato la Promessa?"(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed.)


mercoledì 29 ottobre 2014

Osserva in silenzio



Osserva semplicemente il flusso dei pensieri,
come se osservassi il traffico,
osservali come guardi le foglie secche
che svolazzano in ogni direzione, in autunno.

Non essere tu quello che li genera,
non essere colui al quale accadono.
Allora la quiete accade da sola, spontaneamente.
Questo riposo è ciò che io chiamo meditazione.

Osservati senza alcun pensiero, valutazione o giudizio,
senza alcuna preferenza o repulsione;
cioè, senza alcun movimento della mente
o senza alcun brusio della mente.

Allora avrai occhi che sono diversi
dai tuoi occhi,
perché non saranno appesantiti dal passato.

Avrai occhi innocenti e silenziosi,
e in questo silenzio non esiste
né colui che osserva, né la cosa osservata -
bensì ciò che è, indiviso e unico,
senza principio e senza fine.

Puoi chiamarlo Dio o Nirvana
oppure in qualsiasi altro modo -
il nome non importa
perché il nome non è la cosa,
e quando hai conosciuto la cosa
non ti preoccupi più del nome.

(Osho)


martedì 10 settembre 2013

Meditazione



La meditazione è la chiave universale. Può aprire le porte dell’infinito e può chiudere il mistero dell’ignoto. Ma non si realizza nulla, semplicemente possedendo questa chiave, la si deve anche usare. Idriesh Shah narra un racconto derviscio. C’era una volta un uomo saggio e molto ricco che aveva un figlio. Un giorno gli disse: “Figlio mio, eccoti un anello preziosissimo. Tienilo quale prova che tu sei il mio erede, e passalo ai posteri. È di grande valore, di finissimo aspetto, e in più possiede la capacità di aprire una porta particolare che conduce alla ricchezza.”

Qualche anno dopo il saggio ebbe un altro figlio. Quando fu cresciuto abbastanza il saggio dette anche a lui un altro anello con lo stesso consiglio. La stessa cosa accadde quando ebbe il suo terzo e ultimo figlio. Quando il vecchio morì e i figli furono cresciuti, ciascuno di loro dichiarò la propria supremazia dovuta al possesso dell’anello. Nessuno era in grado di stabilire in modo inconfutabile quale degli anelli avesse maggiore valore.

Ognuno dei figli aveva i propri sostenitori, e tutti dichiaravano il valore superiore e la maggiore bellezza del proprio anello. Ma la cosa curiosa era che la porta della ricchezza rimaneva chiusa ai possessori di quelle chiavi e anche ai loro più intimi sostenitori. Tutti erano occupati col problema della supremazia, del possesso dell’anello, del suo valore e del suo aspetto.

Solo in pochi si misero alla ricerca della soglia del tesoro del vecchio saggio. Gli anelli possedevano anche qualità magiche. Benché fossero delle chiavi non si potevano usare direttamente per aprire la porta del tesoro. Era sufficiente guardarli senza avidità o senza troppo attaccamento rispetto all’una o all’altra delle qualità che avevano.

Una volta fatto questo, le persone che li avessero guardati in quel modo erano in grado di scoprire dov’era il tesoro e aprire la porta semplicemente mostrando l’anello. E i tesori possedevano anche altre qualità: erano inesauribili. Nel frattempo i sostenitori dei fratelli, ripetevano storie dei propri antenati sui meriti degli anelli, ciascuno in maniera leggermente diversa. Il primo gruppo pensava di possedere già il tesoro per il semplice fatto di averne la chiave.

Il secondo gruppo pensava che tutto ciò era illogico e così si consolava. E il terzo gruppo rinviò la possibilità di aprire la porta a un futuro lontano, remoto e immaginario e in questo modo, per loro, nel presente non c’era nulla da fare.

È più che probabile che tu appartenga a una di queste tre comunità, perché tutti coloro che iniziano la ricerca cadono inevitabilmente in una di queste tre trappole. In realtà, questi sono i tre trucchi fondamentali che la mente può giocare per salvare se stessa dalla meditazione. Fa’ dunque attenzione a questi tre trucchi. Love!(Osho)

domenica 10 marzo 2013

Una mente senza radici



“Riempite la vostra mente di compassione.”
(Buddha)

“Dobbiamo eliminare le radici della mente. Se le permettiamo di svilupparle, ci intrappoliamo sempre negli stessi pensieri. Tendiamo a dirci che possiamo essere felici solo a certe condizioni: il tempo deve essere bello, né troppo freddo, né troppo caldo; dobbiamo aver mangiato bene; dobbiamo divertirci e così via. Quando poi le condizioni mutano, la mente diventa infelice o irata. Il nostro stato d’animo cambia in un istante. Se per esempio ci viene fame, ecco che siamo di malumore.

Fino a poco tempo fa eravamo così felici e ora all’improvviso tutto è cambiato. Non è saggio lasciare che le condizioni esterne controllino la nostra mente. E’ facile destabilizzare il nostre ego. Inoltre, se non stiamo attenti, la mente si attaccherà ad atteggiamenti e a principi rigidi. Comunque se addestreremo la mente in modo da essere più rilassata, svilupperemo anche una maggiore resistenza alle circostanze esterne e a l’impermanenza. Questo non significa che non dovremo avere una direzione definita, ma che potremo seguire il flusso della vita.

Capiremo che creiamo una versione soggettiva della realtà attraverso le nostre percezioni e interpretazioni; che le cose non sono fisse e che è facile che gli altri abbiano una visione diversa dalla nostra. Per esempio, se giudicate qualcosa particolarmente bello e molto attraente, questo non è necessariamente vero per le altre persone. Potrebbe trattarsi di un essere umano, di un quadro o di una casa. Qualunque cosa sia è una creazione della vostra mente. Perché dovrebbe essere uguale per tutti? Ognuno di noi si crea la propria realtà personale, e accettare questa idea è liberatorio. Ecco che cos’è la compassione.

Può sembrare una contraddizione, ma, se riuscite ad apprezzare una mente senza radici e capace di fluire con le cose, allora potrete cominciare a domarla. Forse sentir parlare di una mente senza radici è sconcertante, perché spesso noi cerchiamo una cosa che ci radichi, soprattutto nel campo delle idee. Anche la mente ha una propria personalità – il modo in cui tendiamo a giudicare il mondo e la gente, le nostre concezioni, i nostri filtri, i nostri occhiali.

Ma, da un punto di vista positivo, se la mente è senza radici allora crescono le possibilità, troviamo definitivamente la libertà. Questa è la chiave per aprire la porta della realizzazione, della compassione, di ogni cosa. Grazie alla meditazione domiamo questa mente priva di radici, senza però incatenarla. Favoriamo la chiarezza e ci focalizziamo, mentre permettiamo alla mente di fluire e di essere libera, libera di indicarci la via.

Possiamo vedere con nitidezza la meta che ci ispira, e saremo anche il grado di impegnarci a raggiungerla e di capire che cosa dobbiamo fare quotidianamente. E’ come trovarsi di fronte a uno scrigno di gioielli: con un po’ di comprensione e di accettazione di ciò che siamo, possiamo aprirlo e vedere che cosa contiene. Non vi raccomanda, mentre meditate, di cercare di fermare i pensieri e di evitarli. Sì, essi sono i prodotti della mente e voi dovete scoprire gradualmente la vostra natura interiore, ma è molto difficile liberarsi dei pensieri.

Se vi sforzate di farlo, invece di ottenere una mente chiara, in realtà ve la ritroverete piena. Raccomando quindi di permettere ai pensieri di sorgere e poi di andarsene gentilmente. Non concentravi su di essi, prendetene nota e lasciate che scivolino via. La vostra mente è come un bambino che provoca troppo rumore, se fate in modo che se ne renda conto, si accorgerà del problema e alla fine si calmerà da solo.

Dovete dunque essere pazienti, anche con la mente, a poco a poco le proteste e le domande si acquieteranno. I pensieri verranno, ma poco a poco se ne andranno – positivi o negativi non ha nessuna importanza. Non vi fissate, lasciate che vadano. Lentamente la mente si calmerà in uno stato naturale, e vi troverete in pace. “

(Gyalwang Drupa, Vedere il cielo in un fiore selvatico: la via buddista per la felicità, Mondatori, 2012.)

lunedì 31 maggio 2010

Il pittore del bambù


Si narra che un discepolo andò da un Maestro Zen, e gli chiese come poter dipingere meravigliosamente il bambù. Il discepolo era un pittore esperto e aveva ricevuto molti riconoscimenti e molti onori, la sua pratica della pittura era molto avanzata, ma lui voleva dipingere un quadro che fosse veramente superbo per onorare la sua arte. Il Maestro Zen lo guardò e gli sorrise, poi disse: “Se vuoi dipingere perfettamente, vai nella foresta dei bambù, e vivi con loro. Come puoi raffigurare ciò che non conosci? Solo quando conoscerai il bambù, solo allora, tu potrai dipingerlo perfettamente. Oggi lo raffigureresti dall’esterno ma, se lo conoscerai bene, ne saprai cogliere tutta l’essenza.”

Il discepolo si recò nella foresta dei bambù e visse meditando per tre anni, così meditò nel trascorrere delle stagioni, e osservò il bambù in tutti i suoi comportamenti, poiché il bambù si comporta diversamente a seconda delle condizioni del tempo e a seconda delle circostanze, infatti il bambù ha i suoi umori. Il bambù fa un rumore quando viene scosso dal vento, mentre fa un rumore diverso quando viene colpito dalla pioggia: l‘umore del bambù diventa gioioso se viene riscaldato dal sole, mentre diventa sospiroso se viene calpestato dal cuculo che si posa sul suo fusto.

Vivendo in mezzo al bambù, e meditando profondamente, il pittore lo imparò a conoscere come s’imparano a conoscere le persone: lo osservò nei momenti di dolore e di gioia, e lo conobbe nelle salite d’estasi gioiosa, così come nei dolori della tormenta. Il discepolo continuava a vivere nel bosco del bambù finché, un giorno, mentre era seduto in meditazione lui si dimenticò di tutto e, mentre si alzava il vento facendo ondeggiare la foresta, anche lui prese ad ondeggiare lentamente come uno stelo di bambù, facendosi portare dolcemente dal ritmo del vento.

E in quell’istante, quello che non era accaduto fino a quel momento, in un solo istante, tutto quanto avvenne! Il discepolo si dimenticò di sé e si fece catturare interamente dal bambù e, ondeggiando divenne della sua natura, e rimase a lungo ad ondeggiare beatamente. Fu solo più tardi, quando il vento si fu calmato e la foresta restò immersa nel profondo silenzio e nell‘immobilità, fu solo allora che si ricordò di essere stato rapito dall’anima della pianta, e di essersi inebriato della sua essenza.

Fu solo dopo quel fatto che, il discepolo amante della pittura, poté fare il dipinto perfetto del bambù, e quando il quadro fu ultimato tutti ne erano incantati perché nel dipinto vi era l‘anima del bambù unita ai suoi veri sentimenti, narrati con il senso del trascorrere delle stagioni: nel dipinto era magistralmente raffigurata la conoscenza totale e la più profonda essenza dell’anima del bambù.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 25 settembre 2008

Il libro di Kabir


L’Ospite è dentro di voi e anche dentro di me;
come sapete, il germoglio è nascosto dentro il seme.
Tutti lottiamo: nessuno di noi è giunto molto lontano.
Lasciate andare la vostra arroganza
e guardatevi intorno.
Il cielo azzurro si stende all’infinito:
l’abituale impressione di aver fallito scompare,
il danno fatto a me stesso svanisce,
un milione di Soli avanza insieme alla luce,
quando sto fermamente in quel mondo.


Kabir

domenica 24 agosto 2008

Creare la propria felicità


Se vuoi essere amato, inizia con l’amare coloro che hanno bisogno del tuo amore. Se ti aspetti che gli altri siano onesti con te, comincia con l’essere onesto tu stesso. Se non vuoi che gli altri siano malvagi, smetti di essere malvagio. Se vuoi che gli altri siano comprensivi con te, comincia con l’essere comprensivo con chi ti circonda. Se vuoi essere rispettato, devi imparare ad essere rispettoso verso tutti, sia giovani che vecchi. Se vuoi una dimostrazione di pace dagli altri, devi essere pacifico. Se vuoi che gli altri siano religiosi, comincia con l’essere spirituale tu stesso. Ricorda, qualsiasi cosa vuoi che gli altri siano, devi prima esserla tu stesso, e vedrai che essi risponderanno nella stessa maniera.
È facile desiderare che gli altri si comportino perfettamente nei tuoi confronti ed è facile vedere le loro colpe; ma è molto difficile comportarsi correttamente e considerare i propri errori. Se puoi ricordarti di agire rettamente, gli altri cercheranno di seguire il tuo esempio. Se puoi riconoscere i tuoi errori senza sviluppare un complesso d’inferiorità e puoi tenerti occupato correggendoti, allora userai il tuo tempo in maniera più proficua che se lo trascorressi soltanto desiderando che gli altri fossero migliori. Il tuo buon esempio farà di più per cambiare gli altri dei tuoi desideri, della tua indignazione, o delle tue parole.
Più migliori te stesso, più eleverai gli altri intorno a te. La persona che migliora se stessa diviene sempre più felice; e più diventi felice, più felici saranno le persone intorno a te.
Le persone stagnanti sono infelici. Le persone estremamente ignoranti sanno a mala pena come ci si senta ad essere felici o infelici. Sono prive di sensibilità, come le pietre. È meglio sentirsi infelici della propria ignoranza piuttosto che morire felicemente con essa. Ovunque tu sia, rimani desto e attivo con il tuo pensiero, la tua percezione e la tua intuizione, sempre pronto, come un buon fotografo, a fotografare le condotte esemplari e ad ignorare i cattivi comportamenti. La tua massima felicità risiede nell’essere sempre pronto a desiderare di imparare e di comportarti rettamente.
Se hai abbandonato la speranza di essere felice, rallegrati. Non scoraggiarti mai. La tua anima, essendo un riflesso dello Spirito sempre gioioso, è, in essenza, la felicità stessa. Se tieni chiusi gli occhi della tua concentrazione, non puoi vedere il sole della felicità che arde nel tuo petto. Ma non importa quanto tieni serrati gli occhi della tua attenzione: rimane il fatto che i raggi della felicità stanno cercando di penetrare le porte chiuse della tua mente. Apri il portale della calma e troverai un’improvvisa esplosione dello splendente Sole di Gioia dal tuo stesso sé.
I gioiosi raggi dell’anima possono essere percepiti se interiorizzi la tua attenzione. Puoi farlo usando l’architetto della mente per godere del bellissimo panorama dei pensieri nell’invisibile, tangibile Regno dentro di te. Non cercare la felicità solo nei bei vestiti, in una casa linda, in deliziose cene e soffici cuscini e sedie. Questo imprigionerà la tua felicità dietro le sbarre delle apparenze e dell’esteriorità. Invece, con l’aeroplano della visualizzazione, scivola silenzioso sopra le vaste distese della Fantasia, contemplando l’impero sconfinato dei pensieri.
Osserva quindi le catene montuose delle inviolate, nobili o spirituali aspirazioni, per migliorare te stesso e gli altri. Sorvola le profonde vallate della Compassione Universale. Vola oltre i geyser dell’entusiasmo e le cascate del Niagara della saggezza perpetua, tuffandoti dalle candide vette della pace della tua anima.
Librati dalle sconfinate rive della percezione intuitiva fino al regno della Sua Onnipresenza. Lì, nel Suo Castello di Beatitudine, attingi alla Sua fonte di Sussurrante Saggezza e placa la sete dei tuoi desideri. Gusta con Lui i frutti del Divino Amore nel Banchetto dell’eternità. Se hai deciso di trovare la gioia dentro di te, prima o poi la troverai. Cercala adesso, giornalmente, con la regolare, profonda e sempre più profonda meditazione, e troverai sicuramente la felicità senza fine. Sforzati costantemente di immergerti nel profondo del tuo essere e lì troverai la tua più grande felicità.

Paramhansa Yogananda