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giovedì 4 ottobre 2018

Nel sonno profondo



Futuro, passato, il mare
dell’oblio,
mentre il presente è capovolto.
Il sole divide in due
il mare -
la metà è già imbottigliata.”

(Shinkichi Takahashi)

Visitatore: Secondo me, non c'è nulla di sbagliato nel mio corpo e nel mio essere. Non li ho fatti io e non occorre migliorarli. Piuttosto, qualcosa non funziona nel "corpo interno", mente, coscienza, antahkarana o comunque si chiami.

Maharaj: Che cosa non va nella mente?

Visitatore: È inquieta, assetata del piacevole e impaurita dallo spiacevole.

Maharaj: E che c'è di sbagliato nel cercare l'uno e schivare l'altro? Tra le rive del piacere e del dolore scorre il fiume della vita. Solo quando la mente rifiuta di fluire e s'insabbia alle rive, incominciano i guai. Fluire con la vita significa accettare, lasciar venire ciò che viene e andare ciò che va. Non desiderare, non temere, osserva il fatto come e quando accade, perché tu non sei ciò che accade, ma colui al quale accade, l'osservatore, e nemmeno solo quello. Sei l'ultima potenzialità in cui si esprime e manifesta la coscienza universale.

Visitatore: Eppure tra il corpo e il sé si frappone una nuvola di pensieri e sentimenti che non servono né il corpo né il sé: sono inconsistenti, fuggevoli e insensati, una polvere mentale che soffoca e acceca, ottenebra e nuoce.

Maharaj: Certo, né il ricordo di un evento né la sua anticipazione possono essere confusi con l'evento stesso. Nella sua immediatezza c'è qualcosa di unico, che l'evento precedente e il successivo non possono avere: una vivezza, una tremenda attualità che lo staglia come se fosse illuminato. C'è un marchio di realtà sul presente, che il passato e il futuro non hanno.

Visitatore: Che cosa dà al presente questo marchio di realtà?

Maharaj: Non c'è niente che giustifichi una diversità così vistosa. Per un attimo, il passato fu attuale e il futuro lo sarà. Che cosa fa così diverso l'attuale? Ovviamente, la mia presenza. Sono reale perché sono sempre "ora", e ciò che è con me nel presente partecipa della mia realtà. Il passato è nella memoria, il futuro nell'immaginazione. Non c'è niente nell'evento presente, in sé, che lo faccia spiccare come reale. Appartiene a una vicenda periodica, come il battito d'un orologio; e anche se sappiamo che i battiti successivi saranno tali e quali, quello presente resta inconfondibile. Una cosa messa a fuoco "ora", è con me perché io sono "ora"; io contagio il presente con la mia realtà.

Visitatore: Trattiamo i ricordi come se fossero presenze vive.

Maharaj: Ce ne ricordiamo solo quando si affacciano nel presente; la dimenticanza consiste nel lasciarli dove sono.

Visitatore: È vero, c'è nel presente un non so che di ignoto che dà una realtà momentanea al suo veloce trascorrere.

Maharaj: Ignoto non direi, visto che lo vedi costantemente in azione, e da quando sei nato, è sempre uguale. Cose e pensieri sono venuti cambiando via via, ma la percezione che ciò che è ora è reale, è rimasta immutata persino nel sogno.

Visitatore: Nel sonno profondo, non c'è esperienza del presente.

Maharaj: Il vuoto del sonno profondo dipende dall'assenza di ricordi specifici, ma una memoria diffusa di benessere non è scomparsa. È una sensazione ben diversa quella che mi fa riconoscere "Dormivo profondamente", piuttosto che "Ero assente". Nel sonno il corpo funziona al di sotto del livello di coscienza cerebrale.

Visitatore: Ritorno alla domanda che avevo posto all'inizio: tra la fonte della vita e la sua espressione - che è il corpo - sta la mente, coi suoi stati variabili. Il loro flusso è ininterrotto, insensato e doloroso. Il dolore è il fattore costante. Ciò che chiamiamo piacere non è che l'intervallo tra due stati di dolore. Desiderio e paura sono la trama e l'ordito dell'esistenza, e tutt'e due sono composti di dolore. Domando: può esserci una mente felice?

Maharaj: Il desiderio è il ricordo del piacere, la paura il ricordo del dolore. La mente è inquieta per causa loro. I momenti di piacere sono puri arresti nel flusso del dolore. Come può esistere, in simili condizioni, una mente felice?

Visitatore: Sono d'accordo nei casi scontati, quando desideriamo il piacere o ci attendiamo un dolore, ma esistono degli attimi di gioia imprevista, non contaminata dal desiderio, non cercata, non meritata, un vero dono di Dio.

Maharaj: Tuttavia la gioia resta gioia sullo sfondo del dolore.

Visitatore: Il dolore è un fatto cosmico o solo mentale?

Maharaj: L'universo è completo, e dove c'è completezza, dove niente manchi, che cosa può arrecare il dolore?

Visitatore: L'universo può essere completo nell'insieme, ma incompleto nei dettagli.

Maharaj: Anche una parte, se è vista in rapporto all'intero, è a sua volta completa. Solo se la consideri a sé stante, diventa manchevole e fomenta il dolore. Che cosa provoca l'isolamento?

Visitatore: I limiti della mente. Vedere l'intero attraverso la parte, le è impossibile.

Maharaj: Sì, la mente è fatta per dividere e contrapporre. Ma perché non può esistere una mente diversa, capace di unificare e armonizzare, di cogliere l'intero nella parte, e la parte, strettamente legata all'intero?

Visitatore: Una mente diversa, dove cercarla?

Maharaj: Se trascendi la mente che divide e contrappone, e metti fine al processo mentale che conosciamo, la sua cessazione equivale alla nascita della nuova mente.

Visitatore: In questa nuova mente, c'è posto ancora per la gioia e il dolore?

Maharaj: Non per quelli che ci sono noti, rispettivamente, come desiderabile e detestabile. Diventa piuttosto un empito di amore, che cerca di esprimersi e incontra degli ostacoli. La mente che tutto comprende, è amore in azione, frustrato all'inizio, ma alla fine vittorioso.

Visitatore: Il ponte tra lo spirito e il corpo è l'amore?

Maharaj: E che altro? La mente crea l'abisso, il cuore lo valica.

(Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono Quello, Astrolabio Ubaldini ed.)

domenica 6 novembre 2016

Una mente senza radici



“La maggior parte delle persone è felice
quando permette alla propria mente di esserlo.”
(Abraham Lincoln)

“Dobbiamo eliminare le radici della mente. Se permettiamo di svilupparle, ci intrappoliamo sempre negli stessi pensieri. Tendiamo a dirci che possiamo essere felici soltanto a certe condizioni: il tempo deve essere bello, né troppo freddo, né troppo caldo; dobbiamo aver mangiato bene; dobbiamo divertirci e così via. Quando poi le condizioni mutano, la mente diventa infelice o irata. Il nostro stato d’animo cambia in un istante.

Se, per esempio, ci viene fame, ecco che siamo di malumore. Fino a poco tempo prima eravamo felici e ora, all’improvviso, tutto è cambiato. Non è saggio lasciare che le condizioni esterne controllino la nostra mente. È facile destabilizzare il nostro ego. Inoltre, se non stiamo attenti, la mente si attaccherà ad atteggiamenti e a principi rigidi.

Comunque, se addestreremo la mente in modo da essere più rilassata, svilupperemo anche una maggiore resistenza alle circostanze esterne e all’impermanenza. Questo non significa che non dovremo avere una direzione definita, ma che potremo seguire il flusso della vita. Capiremo che creiamo una versione soggettiva della realtà attraverso le nostre percezioni e interpretazioni; che le cose non sono fisse e che è facile che gli altri abbiano una versione diversa dalla nostra.

Per esempio, se giudicate qualcosa particolarmente bello e molto attraente, questo non è necessariamente vero per le altre persone. Potrebbe trattarsi di un essere umano, di un quadro o di una casa. Qualunque cosa sia, è una creazione della vostra mente. Perché dovrebbe essere uguale per tutti? Ognuno di noi si crea la sua realtà personale, e accettare questa idea è liberatorio. Ecco cos’è la compassione.

Può sembrare una contraddizione ma, se riuscite ad apprezzare una mente priva di radici e capace di fluire con le cose, allora potrete cominciare a domarla. Forse sentir parlare di una mente senza radici è sconcertante, perché spesso noi cerchiamo nella vita qualcosa che ci radichi, soprattutto nel campo delle idee. Anche la mente ha una propria personalità - il modo in cui tendiamo a giudicare il mondo e la gente, le nostre concezioni, i nostri filtri, i nostri occhiali.

Ma, da un punto di vista positivo, se la mente è senza radici allora crescono le possibilità, troviamo definitivamente la libertà. Questa è la chiave per aprire la porta della realizzazione, della compassione, di ogni cosa. Grazie alla meditazione domiamo questa mente priva di radici, senza però incatenarla. Favoriamo la chiarezza e ci focalizziamo, mentre permettiamo alla mente di fluire e di essere libera, libera di indicarci la via.

Possiamo vedere con nitidezza la meta che ci ispira; e saremo anche in grado di impegnarci a raggiungerla e di capire che cosa dobbiamo fare quotidianamente. È come trovarsi di fronte ad uno scrigno di gioielli: con un po’ di comprensione e di accettazione di ciò che siamo, possiamo aprirlo e vedere che cosa contiene. Non vi raccomando, mentre meditate, di cercare di fermare i pensieri o di evitarli.

Sì, essi sono prodotti della mente e voi volete scoprire gradualmente la vostra natura interiore, ma è molto difficile liberarsi dei pensieri. se vi sforzate di farlo, invece di ottenere una mente chiara, in realtà ve la ritroverete piena. Raccomando quindi di permettere ai pensieri di sorgere e poi di andarsene gentilmente. Non concentratevi su di essi, prendete nota e lasciate che scivolino via.

La vostra mente è come un bambino che provoca troppo rumore; se fate in modo che se ne renda conto, si accorgerà del problema e alla fine si calmerà da solo. Dunque dovete essere pazienti, anche con la mente; a poco a poco le proteste e le domande si acquieteranno. I pensieri verranno ma, poco a poco, se ne andranno - positivi, negativi, questo non ha importanza. Non vi fissate, lasciateli andare. Lentamente la mente si calmerà in uno stato naturale e voi troverete la pace.”

(Gyalwang Drukpa, Vedere il cielo in un fiore selvatico, Mondadori)

giovedì 13 ottobre 2016

Una mente tranquilla



“Sono entrato nel vostro stato di sogno per dirvi:
smettete di fare del male a voi stessi e agli altri,
smettete di soffrire, svegliatevi!”
(Sri Nisargadatta Maharaj)

“La mente è discontinua. Ha ripetuti vuoti, come nel sonno o durante uno svenimento, e si distrae. Deve esserci qualcosa di continuo per registrare la discontinuità… Finché osservi la mente, non puoi oltrepassarla. Per andare oltre, devi distogliere lo sguardo dalla mente e dai suoi contenuti. Tutte le direzioni sono nella mente! Non ti sto chiedendo di guardare in una direzione particolare. 

Non devi far altro che distogliere lo sguardo da tutto ciò che accade nella tua mente e dirigerlo su “l’io sono” che non è una direzione, ma la negazione di ogni direzione. Alla fine anche “l’io sono” dovrà andarsene, perché non c’è bisogno di ribadire ciò che è evidente. Dirigere la mente su “l’io sono” serve solo a distoglierla da tutto il resto. Quando la mente è tenuta lontano dalle sue preoccupazioni, si calma. 

Se non disturbi questa quiete e ci rimani dentro, scopri che è pervasa da una luce e un amore che non hai mai conosciuto; eppure riconosci immediatamente che è la tua vera natura. Una volta che hai vissuto questa esperienza, non sarai più lo stesso uomo. La mente indisciplinata potrà interrompere questo stato di quiete e cancellare la percezione che se ne è avuta. Ma la calma tornerà certamente, sempre che si tenti continuamente di mantenerla. 

E viene un giorno in cui tutti i legami si spezzano, le illusioni e gli attaccamenti finiscono, e la vita si concentra totalmente sul presente… la mente non esiste più. C’è solo amore in azione. Non avrai più paura. Anche il tuo piccolo corpo è pieno di misteri e di pericoli, ma non ti spaventa perché pensi che sia tuo. Quello che non sai è che l’intero universo è il tuo corpo, e quindi non hai bisogno di temerlo. Potresti dire di avere due corpi: uno personale e uno universale. 

Quello personale va e viene, l’altro è sempre con te. L’intera creazione è il tuo corpo universale. Sei talmente accecato da ciò che è personale, che non vedi l’universale. Questa cecità non scompare da sola, deve essere disfatta deliberatamente e abilmente. Quando comprendi tutte le illusioni e le abbandoni, raggiungi uno stato di perfezione, libero da errori, in cui non esistono più distinzioni tra il personale e l’universale… 

Quando ti immergerai profondamente dentro di te in cerca della tua vera natura, scoprirai che soltanto il corpo è piccolo e solo la memoria è corta, mentre il vasto oceano della vita è tuo. Il senso di identità pervade l’universale. Cerca e troverai la Persona Universale, che è te e infinitamente di più. In ogni caso, comincia col renderti conto che il mondo è in te e non il contrario. Il tuo corpo personale è una parte in cui tutto viene magnificamente riflesso. 

Ma hai anche un corpo universale. Non puoi neppure dire di non conoscerlo, perché lo vedi e lo sperimenti in continuazione. Solo che tu lo chiami “il mondo” e ne hai paura. Riconoscendoti come uno che risiede in entrambi i corpi, non disconoscerai nulla. Ti interesserai all’intero universo, amerai ogni essere vivente aiutandolo con la massima tenerezza e saggezza. Non ci sarà conflitto di interessi tra te e gli altri. cesserà definitivamente qualsiasi forma di sfruttamento. 

Ogni tua azione sarà benefica e ogni gesto una benedizione. Ma ricorda che hai due modi: puoi darti anima e corpo alla ricerca di te stesso, oppure accetti le mie parole sulla fiducia e agisci di conseguenza. In altri termini, o ti occupi totalmente di te stesso o te ne disinteressi totalmente. L’importante è il “totalmente”. Per raggiungere il Supremo, devi essere estremo. Renditi conto di essere l’oceano della coscienza in cui tutto accade. Non è difficile. 

Un po’ di attenzione, di concentrata osservazione di te stesso, e vedrai che niente accade al di fuori della tua coscienza…Tu conosci il mondo esattamente come conosci te stesso: tramite i sensi. È la mente che ha separato il mondo in esterno e interno alla tua pelle e ha messo i due in opposizione. Ciò ha creato paura, odio e tutti i tormenti della vita. Hai ragione, senti che non puoi esserci esperienza al di fuori della coscienza. Però rimane l’esperienza di essere. 

Oltre la coscienza c’è uno stato che non è inconscio. alcuni lo chiamano super-coscienza, coscienza pura o suprema. È pura consapevolezza, libera dal nesso soggetto-oggetto. La coscienza è intermittente, piena di vuoti. Ciò nonostante, c’è la continuità dell’identità. A cosa è dovuto il senso di identità, se non a qualcosa che trascende la coscienza? La mente è comunque in continuo cambiamento. 

Osservarla in modo distaccato ti basta a calmarla. Quando è calma puoi trascenderla. Non tenerla continuamente occupata. Fermati e limitati a essere. Se la fai riposare, si stabilizza e riacquista forza e purezza. L’attività incessante del pensiero la deteriora… Rendila calma e chiara, e ti conoscerai per come sei. 

Sei al di là della mente, ma è grazie a essa che conosci. È ovvio che la portata, la profondità e il genere di conoscenza dipende dallo strumento che usi. Migliora il tuo strumento e migliorerà anche la conoscenza. Ti basta avere una mente tranquilla. Non appena sarà calma, tutto il resto accadrà nel modo giusto. Come il sole sorgendo rende attivo il mondo, così la consapevolezza di sé produce cambiamenti nella mente. 

Alla luce di questa calma e stabile consapevolezza, le energie interiori si risvegliano e fanno miracoli, senza alcuno sforzo da parte tua. Convinciti che sei destinato all’illuminazione. Coopera con il destino, non contrastarlo, non ostacolarlo. Dagli modo di compiersi. L’unica cosa è prestare attenzione agli ostacoli creati dalla stupida mente.” (Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Ubaldini ed.)

mercoledì 28 settembre 2016

Correndo...



“Io non credo nella fede. La mia Via si basa sulla conoscenza,
e la conoscenza è una dimensione totalmente diversa.”
(Osho)

“La mente non può essere in uno stato di quiete; ha un perenne bisogno di pensare, di preoccuparsi. La mente funziona come una bicicletta: finché pedali, va avanti; non appena smetti di pedalare, cadi. La mente è un veicolo a due ruote proprio come una bicicletta, e i tuoi pensieri equivalgono ad una pedalata costante.

E se qualche volta ti capita di essere un po’ silenzioso, subito cominci a preoccuparti: «Perché sono silenzioso?» Ogni pretesto è utile per creare pensieri e preoccupazioni, perché la mente può esistere solo in una modalità: correndo. Che stia inseguendo o scappando, stai sempre correndo: “mente” vuol dire correre. Non appena ti fermi, la mente scompare.

Ora come ora, sei identificato con la mente, pensi di essere la tua mente; da qui la paura. Se sei identificato con la mente, quando si arresta, naturalmente tu non sei più: scompari. E tu non conosci nulla al di là della mente. La realtà è che tu non sei la mente, ma qualcosa al di là di essa. Per questo è assolutamente necessario che la mente si fermi, in modo che - per la prima volta - tu possa sapere di non essere la mente…

Infatti, quando la mente scompare, tu resti comunque presente… e sei più felice, hai più essere, più splendore, più luce e maggiore consapevolezza. La mente stava simulando e tu eri caduto nella trappola. Ciò che devi comprendere è il processo dell’identificazione, in che modo ti identifichi con qualcosa che non sei…

La tua mente non è creata dalla natura. Cerca sempre di ricordare la distinzione: il tuo cervello è creato dalla natura. Il cervello è il meccanismo che appartiene al corpo, ma la mente è creata dalla società in cui vivi, ovvero dalla religione, dalla chiesa, dall’ideologia seguita dai genitori, dal sistema educativo in cui sei cresciuto, da ogni sorta di cose.

Ecco perché esiste una mentalità cristiana, una mentalità hindu, una mentalità musulmana e una mentalità comunista. I cervelli sono naturali, ma le menti sono un fenomeno artificiale; tutto dipende dal gregge cui appartieni. Il gregge di pecore è hindu? Allora, naturalmente, ti comporti come un hindu.

La meditazione è l’unico metodo che può renderti consapevole che non sei la mente, donandoti una profonda padronanza di te stesso. A quel punto puoi scegliere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nella tua mente, perciò ne sei distante, sei un osservatore, qualcuno che osserva. In quel caso non sei più attaccato alla tua mente… e questa è la tua paura.

Tu hai completamente dimenticato te stesso; sei diventato la mente. L’identificazione è assoluta. Quando dico: «Sii immobile e silenzioso. Sii attento e consapevole dei tuoi processi di pensiero» è possibile che tu ne rimanga sconvolto, che venga travolto dalla paura, perché ciò assomiglia a una morte. In un certo senso hai ragione, ma non si tratta della tua morte, bensì quella dei tuoi condizionamenti: combinati insieme si chiamano “mente”.

Allorché acquisti la capacità di vedere chiaramente la differenza, quando comprendi di essere separato dalla mente, e che la mente è separata dal cervello… Accade improvvisamente, simultaneamente: allontanandoti dalla mente, d’acchito vedi che si trova nel mezzo; da un lato c’è il cervello, dall’altro lato c'è la consapevolezza.

Il cervello è semplicemente un meccanismo. Ogni volta che vuoi usarlo, lo puoi fare. Il problema è la mente, perché altri l’hanno creata per te. Non sei tu, non è nemmeno tua; è tutto preso in prestito. I preti, i politici - le persone che sono in posizione di potere, che hanno un interesse, un investimento specifico - non vogliono che tu sappia di essere al di sopra e oltre la mente.

Vieni raggirato, sei stato ingannato in modi molto sottili. I padroni della mente sono fuori di te. Quando la consapevolezza si identifica con la mente, il cervello è impotente; non è altro che un meccanismo: esegue tutto ciò che la mente vuole. Viceversa, se ne sei separato, la mente perde il suo potere. Altrimenti, è la sovrana assoluta. (Osho Rajneesh, Liberi di essere, Oscar Mondadori)

venerdì 22 luglio 2016

Dietro la mente



“La mente si sente infelice, soffre, si sente miserabile;
la tua mente prova ogni sorta di emozione,
di attaccamento, di desiderio e di aspirazione…
ma sono tutte proiezioni della mente.
Dietro la mente si trova il tuo Sé reale
che non si è mai mosso, non è mai andato altrove,
non va mai da nessuna parte.
È sempre qui… è sempre qui!”
(Osho)

“Inferno e paradiso sono dentro di te. Le soglie sono molto vicine: con la mano destra puoi aprirne una e con la sinistra l’altra. Basta un semplice cambiamento nella tua mente, e il tuo essere è trasformato: dal paradiso all’inferno e dall’inferno in paradiso. Questo accade da sempre. Qual è il segreto? Il segreto è questo: ogni volta che sei inconsapevole e agisci inconsapevolmente, sei nell’inferno; ogni volta che sei consapevole e agisci in piena consapevolezza, sei in paradiso.

Se questa consapevolezza diventa tanto integra e solida da non poter essere più persa, per te non esiste più alcun inferno. Introduci un po’ più di consapevolezza nella tua vita. ciascun atto deve essere compiuto in maniera meno automatica di quanto hai fatto finora. E tu possiedi la chiave: se stai camminando, non procedere come un robot. Non continuare a camminare come hai sempre fatto, non agire meccanicamente. Muoviti con più consapevolezza, rallenta, lascia che ciascun passo avvenga in piena consapevolezza.

Il Buddha diceva ai suoi discepoli: “Quando sollevi il piede sinistro, in profondità devi dire: ‘Sinistro’ e quando sollevi il piede destro devi dire: ‘Destro’.” All’inizio devi ripetere queste parole, per abituarti al nuovo processo; poi, pian piano, lascia che le parole spariscano; limitati a ricordare: ‘Sinistro, destro; Sinistro, destro’. Provalo nelle piccole azioni. Non è necessario fare grandi cose. Mangiare, fare il bagno, nuotare, camminare, parlare, ascoltare, cucinare cibo, lavare i vestiti: “deautomatizza” tutti i processi.

Ricorda le parole “deautomatizzare”: il segreto del divenire consapevoli è tutto qui. La mente è un robot, e il robot ha la sua utilità. Quando impari qualcosa, all’inizio sei consapevole. Per esempio, se impari a nuotare, stai molto attento, perché è in pericolo la tua vita. oppure, se impari a guidare la macchina devi fare attenzione a molte cose: il volante, la strada, i pedoni, l’accelleratore, il freno, la frizione. Devi stare attento a tutto. Ci sono tantissime cose da ricordare, e sei nervoso perché sbagliare è pericoloso, devi stare attento.

Ma quando avrai imparato a guidare, questa consapevolezza non sarà più necessaria. L’automa all’interno della tua mente prenderà il sopravvento. Questo è ciò che definiamo imparare. Imparare qualcosa vuol dir trasferirla alla coscienza del robot; l’apprendimento si esaurisce in questo. Una volta che hai appreso una cosa, non fa più è parte della sfera cosciente, viene passata all’inconscio. adesso la tua consapevolezza è libera di imparare qualcos’altro.

È una cosa di estrema importanza. Diversamente, continueresti ad apprendere la stessa cosa per tutta la vita. la mente è un grande servitore, un grande computer. Usala, ma ricordati che non deve dominarti. Ricordati che devi conservare la capacità di essere consapevole; la mente non dovrebbe possederti totalmente e diventare la sostanza di tutta la tua vita.; deve restare aperta una porta da cui poter disattivare il robot. Aprire quella porta è ciò che chiamiamo meditazione.

Ma ricorda: il robot è così bravo da poter assumere perfino il controllo della meditazione. Una volta che hai appreso come si fa, la mente dice: “Adesso non hai bisogno di preoccuparti, la posso fare io. Lasciala a me.” E la mente è brava: è una macchina meravigliosa, funziona bene… la mente è semplicemente un miracolo. Ma quando qualcosa è tanto potente, nasconde un pericolo. Puoi esserne a tal punto ipnotizzato da perdere la tua anima.

Ti sei completamente dimenticato come essere consapevole, e allora nasce l’ego. L’ego è lo stato di completa inconsapevolezza. La mente ha preso possesso di tutto il tuo essere, diffondendosi ovunque come un cancro, senza risparmiare nulla. L’ego è il cancro dell’interiorità, il cancro dell’anima. E l’unico rimedio, il solo rimedio, è la meditazione. In quel caso cominci a recuperare territori alla mente. Il processo è difficile ma eccitante, arduo ma affascinante, impegnativo e stimolante, emozionante.

Porterà nella tua vita una nuova felicità. Quando strappi dei territori al robot, sarai sorpreso: sarai diventato una persona del tutto nuova, un essere rinnovato; è una rinascita. E ti sorprenderai: i tuoi occhi vedranno di più, le tue orecchie udiranno di più, le tue mani toccheranno di più, il tuo corpo sentirà di più, il tuo cuore amerà di più: tutto diventerà “di più”. E “di più” non solo nel senso della quantità, ma anche della qualità. Non solo vedrai più alberi, ma li vedrai più profondamente. Il loro verde non solo diventerà più intenso, ma anche più luminoso.

L’albero non solo comincerà ad assumere una sua individualità, in quel momento potrai avere una comunione con l’esistenza. E più territori avrai recuperato, più la tua vita diventerà psichedelica e ricca di colori. Diventerai un arcobaleno, ne esprimerai l’intero spettro; rifletterai tutte le note musicali, l’intera ottava. La tua vita diventerà più ricca, multidimensionale, acquisirà profondità, possiederà valli meravigliose e splendidi picchi assolati.

Comincerà a espanderti. Man mano che recuperai, ti distaccherai dal robot, comincerai a ridiventare vivo. Per la prima volta ti infiammerai di vita. Questo è il miracolo della meditazione; questo è qualcosa che non bisogna lasciarsi sfuggire. La consapevolezza va sviluppata: è solo un seme in te, può diventare un albero. Due cose saranno d’aiuto: l’esame e l’indagine. Esaminare vuol dire non permettere mai a nulla di attraversare la tua mente senza averla minuziosamente osservata.

Si dice che Socrate sostenesse che una vita non è degna di essere vissuta se non l’hai esaminata attentamente; una vita non esaminata è indegna. L’esame è il primo passo: diventare consapevole di ciò che passa attraverso la tua mente. E il traffico è incessante: sono moltissimi i pensieri, i desideri e i sogni che vi stanno passando. Devi stare attento ad esaminare ogni cosa che attraversa la mente. Non un solo pensiero dovrebbe andare perso nell’inconsapevolezza, perché vorrebbe dire che stai dormendo. Diventa sempre più osservatore.

E il secondo passo è l’indagine. Prima osserva, esamina, poi comincia a cercarne le cause. Perché una certa cosa continua a ripetersi? Ti arrabbi in continuazione: l’osservazione ti mostrerà semplicemente che la rabbia va e viene, l’indagine ti mostrerà le radici della rabbia, la sua provenienza…perché potrebbe essere, è quasi sempre così, che la rabbia sia solo un sintomo di qualcos’altro che è nascosto.

Potrebbe essere il tuo ego che si sente ferito e allora ti arrabbi, ma l’ego si tiene nascosto sottoterra. È simile alle radici dell’albero: vedi la chioma, ma non le radici. Con l’osservazione vedrai l’albero, con l’indagine, le radici. Ed è solo vedendo le radici che è possibile una trasformazione. porta le radici alla luce del Sole e l’albero comincerà a morire.

Se riesci a trovare le radici della tua rabbia, resterai sorpreso nel vedere che comincerà a sparire. Se riesci a trovare le radici della tua tristezza, avrai un’altra sorpresa. Prima osserva cosa si ripete in continuazione nella tua mente, cosa continua ad affacciarsi. Non hai molti pensieri: se esamini minuziosamente, vedrai che solo pochi di essi si ripetono in continuazione, forse in forme diverse e con nuovi colori, nuovi vestiti e maschere, ma solo pochi pensieri. e se ti addentri in profondità, sarai sorpreso: hai solo un pensiero.

Gurdjieff diceva ai suoi discepoli: “Per prima cosa trovate la vostra caratteristica principale”. E ogni persona ha una caratteristica diversa: avidità, rabbia, sesso, gelosia o qualcos’altro. Scopri qual è la tua caratteristica, il centro intorno al quale si muovono tutti i tuoi pensieri e stati d’animo. Se riesci a trovare il centro, hai trovato la radice. E il miracolo è che, una volta trovata la radice, non hai bisogno di tagliarla: viene recisa quando la si trova. Questo è il segreto interiore della meditazione…

Prima esamina, poi indaga. Attraverso l’esame e l’indagine sorgerà in te la qualità chiamata consapevolezza. Quando la consapevolezza è presente, possiedi la spada con cui puoi tagliare tutte le radici di tutte le malattie. E quando sorge la consapevolezza, lentamente uscirai dal passato e dal futuro per entrare nel presente; diventerai sempre più presente al presente, otterrai un tipo di presenza che non hai mai avuto.

E in questa presenza, in cui puoi avvertire il momento che passa, tutti i tuoi sensi diventano tanto puri, sensibili, sensuali, vivi e attenti che la vita intera acquisterà una nuova intensità, sarà colma di gusto. Il mondo sarà lo stesso, e tuttavia sarà diverso. Gli alberi sembreranno più verdi, le rose più rosa, la gente più viva e bella. Il mondo è lo stesso, ma le conchiglie cominceranno a sembrare smeraldi e diamanti. Quando la consapevolezza è molto, molto radicata, quando sei presente al presente, acquisisci una visione psichedelica della vita.

Ecco perché i mistici parlano di una bellezza immensa di cui tu non vedi traccia, di un’infinita, continua celebrazione che non trovi da nessuna parte, di una musica sublime che non odi. I mistici hanno ragione: nell’aria c’è una musica sublime, ma tu sei sordo; c’è una grande bellezza tutto intorno a noi, ma tu sei cieco. L’intera esistenza sta celebrando questo preciso istante. L’esistenza è celebrazione.” (Osho Rajneesh, La via del cuore, Oscar Mondadori)

martedì 25 agosto 2015

Lo spettacolo cosmico



“Esse sono due nascoste nel segreto dell’Infinito:
l’ignoranza e la Conoscenza; ma l’ignoranza è peritura,
mentre la Conoscenza è immortale.”
(Svetasvatara Upanisad I, V, 1)

Per Shankara la coscienza è lo strumento e il tramite tra l’osservatore e lo spettacolo cosmico. La coscienza è il prodotto dell’incontro tra il soggetto e l’oggetto osservato perciò, senza la coscienza, non avremmo nessun rapporto tra soggetto e realtà. Per questo, la coscienza è presente in ogni dimensione dell’esistenza ossia nella veglia, nel sogno e nel sonno perciò essa è una costante della realtà.

Poiché la realtà possiede molte dimensioni, anche la coscienza comprende tre gradi o livelli per farci percepire tutti i gradi dell realtà in cui viviamo. La consapevolezza sensoriale fa conoscere la realtà grossolana, il livello mentale fa conoscere la realtà sottile e l’aspetto spirituale fa percepire la realtà dei princìpi. La coscienza sensoriale è il livello più superficiale perché fa conoscere la parte grossolana ed esteriore.

Invece il livello superiore è quello della coscienza trascendente, unitaria e intuitiva che fa conoscere i principi da cui nascono gli oggetti. La caratteristica principale della coscienza è il “divenire” che implica la capacità di creare il flusso dinamico che collega soggetto e oggetto. Il divenire viene trasceso solo dall’atman che è il livello in cui ogni dualismo finisce.

Quando siamo giunti al livello privo di ogni divenire emerge l’Essere inteso come uno stato permanente che supera ogni movimento e ogni causa, perciò siamo entrati nello stato di coscienza che è piena identità con il Tutto. I vedantini pensano l’Assoluto-atman come la realizzazione più elevata che include ogni oggetto, perciò ogni altra forma di coscienza diversa da questa è vista come un tipo di consapevolezza ridotta.

La metafisica vedantina vede l’origine della vita come un’unità da cui è nata tutta la molteplicità dei fenomeni. Perciò la manifestazione della vita viene paragonato all'irradiazione originata da un Centro Assoluto. Nel Vedanta dicono che l’origine della coscienza è avvenuta con una “rottura” dell’originario stato indifferenziato in cui il soggetto e l'oggetto erano un’unica realtà.

Allo stato di fusione tra esistenza, conoscenza e beatitudine è seguita la scissione cioè la “caduta” nell’identificazione particolare del soggetto con una parte della realtà. Perciò è sopraggiunto l’oblio di questa originaria esistenza divina, e l’inizio dell’ignoranza e del dolore: è così che è iniziata la nostra percezione duale. La condizione primitiva finì con l’identificazione che ci fece perdere la totalità e fece sorgere il dualismo di soggetto e oggetto.

L’identificazione è il processo della coscienza che dimostra che ogni livello di coscienza corrisponde a una versione relativa e personale del mondo. Nel mondo relativo esistono diversi gradi di coscienza che vanno considerati solo come punti di vista parziali e personali perciò essi vanno visti soltanto come opinioni.

Ogni punto di vista è relativo alle funzioni mentali usate e alla struttura mentale dualista, perciò è relativo ai gradi inferiori della conoscenza che non esauriscono tutte le potenzialità cognitive degli uomini. Per gli occidentali, la coscienza è il risultato delle funzioni cognitive del cervello ed è un fenomeno collegato alla materia. Invece, per i vedantini, la coscienza è un principio metafisico che mostra l’unità dell’universo. Essa è l'Intelligenza Cosmica dalla trascendente perfezione, perciò la coscienza è alla radice della materia e della mente.

Per Patanjali e per il Vedanta, la mente è l’organo interno posto tra corpo e anima ossia tra cervello grossolano e cervello causale. La mente è un livello sottile e rappresenta una struttura con 3 funzioni diverse. La struttura inferiore svolge le funzioni sensoriali, la struttura intermedia svolge funzioni analitiche e sintetiche deputate a formulare il pensiero discorsivo e quello selettivo. La struttura superiore svolge la funzione intuitiva supermentale.

Queste strutture rappresentano diversi gradi di funzioni mentali organizzate gerarchicamente in vari livelli di complessità. La struttura della mente ha dei limiti che sono collegati al suo funzionamento, infatti le funzioni diventano più ampie e i limiti diventano più sfumati mano a mano che la materia di cui si compongono diventa più sottile. Le strutture sensoriali sono meno funzionali e più limitate, quelle razionali sono più funzionali e meno limitate, mentre le strutture intuitive supercoscienti sono le più funzionali e complesse.

La coscienza è il substrato dell’individuo ma è anche il substrato della struttura mentale che vi è sovrapposta e che consente di percepire la realtà. La coscienza è il supporto della mente e collabora con essa sebbene vi sia distinta. La luce della coscienza si manifesta per mezzo della mente che agisce come un filtro che offusca la sua completezza e diminuisce l’intensità della sua luce. La luce della coscienza si opacizza mentre filtra attraverso la mente, perciò i contenuti dei pensieri sono come un film che viene proiettato sopra uno schermo opaco.

Quei fotogrammi offrono l’illusione del movimento e creano il flusso cangiante dei nostri pensieri. Ma, dietro il flusso dei pensieri è sempre presente un flusso continuo di coscienza che resta immutevole dietro a quel flusso di immagini che scorrono. L’intelligenza e la consapevolezza sono il risultato dell'associazione della mente e della coscienza.

La mente può esercitare le sue funzioni solo perché è in contatto con la coscienza. E, in cambio, la coscienza può usare uno strumento mentale che agisce nel mondo manifesto. Le funzioni della mente restano latenti e diventano attualizzabili solo per merito della coscienza: la conoscenza è il risultato di questa associazione.

Il mondo diventa conoscibile solo per mezzo delle funzioni mentali che vengono attivate su iniziativa della coscienza. La mente è paragonata anche ad un grande palazzo fornito di molte finestre che si aprono su molti mondi diversi che vengono conosciuti per merito dello stimolo della coscienza. E tanto più la finestra da cui osserveremo la realtà sarà posta in alto, tanto più sarà ampio il mondo che potremo percepire.

Secondo la tradizione vedantina solo un filtro mentale che si è imbevuto completamente d'amore potrà percepire la verità. Ne consegue che lo sviluppo della conoscenza richiede una disciplina della mente, e che lo sviluppo della mente è correlato con la sua purificazione. La relazione tra la purezza della mente e la conoscenza viene paragonata ad una buona esecuzione musicale.

Un bravo musicista può eseguire della buona musica, in relazione alla qualità e alla efficienza dello strumento che usa. La qualità della musica è il prodotto dell’abilità del musicista, della qualità dello strumento e della buona coordinazione tra il musicista e lo strumento. L’intuizione supercosciente è una funzione che supera il pensiero perciò il suo sviluppo richiede una purificazione del pensiero che deve raggiungere uno stato di completo silenzio mentale.

La conoscenza della verità, per i vedantini, è possibile solo se la coscienza vede senza filtri ed è libera da ogni contenuto mentale che la può offuscare. La conoscenza integrale si realizza quando la coscienza sa trascendere la mente, dissolvere ogni attaccamento formale e risplendere nella luce informale. La conoscenza pura svela l’identità tra il sé individuale che “vede il Sé in tutte le creature e vede tutte le creature nel Sé.”

Così otteniamo un legame tra soggetto e il substrato assoluto della Realtà espresso dal motto: "Tu sei Quello". La conoscenza comune è una coscienza oscurata dai contenuti mentali e appare come una lampada coperta da vetri colorati che può risplendere solo quando vengono rimossi i vetri che impediscono di vedere la purezza della sua luce. I filtri della percezione vanno eliminati e trascesi, e l’attenzione va ritratta dal corpo, dalla mente e dall’anima individuale.

La conoscenza pura sorgerà quando ci saremo sottratti da ogni forma e da ogni movimento e saremo entrati nel silenzio dell’assorbimento divino ossia realizzeremo la reintegrazione con la sorgente luminosa del Tutto. L’ignoranza, avidya, è la mancata conoscenza di questo, ed è connessa con lo stato di consapevolezza individuale. La sofferenza è nata a causa della scissione dall’Essere Eterno e immutabile che ci fa sperimentare l’illusione della finitezza e ci procura paura, ostilità e solitudine.

Solo una coscienza non duale riposa sempre nella pace e nell'armonia, perciò il nostro io e le nostre tumultuose esperienze di vita sono solo la distorsione di una percezione errata. Esse sono la deformazione irreale causata dalla dolorosa separazione dalla Pura Coscienza. E la vita umana è una recita eseguita sul palcoscenico dell’Intelligenza Cosmica che osserva lo spettacolo senza essere turbata dalle nostre illusorie interpretazioni.

Buona erranza
Sharatan

martedì 18 agosto 2015

I livelli della mente



“Il karma dipende dal controllo,
o dalla mancanza di controllo della mente.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dala Lama)

Il termine “emozione” deriva dal latino “emovere” che suggerisce qualcosa che mette in movimento la mente verso un’azione che può risultare positiva o negativa. Per i buddisti il termine emozione indica che qualcosa sta condizionando la mente al fine di farle adottare un certo punto di vista. Perciò il termine emozione non corrisponde ad uno scatto emotivo, perché essi considerano lo scatto di nervi come la manifestazione di emozioni grossolane prodotte da una persona che è triste, arrabbiata o in preda all’agitazione.

C’è una grande differenza tra la psicologia buddista e quella occidentale sul concetto di “emozione”. Infatti, per i buddisti, l’emozione non è dannosa solo perché porta dei danni evidenti ma lo è ancora più perché distorce la percezione della realtà. Un’emozione è distruttiva quando diventa un fattore che oscura o che affligge la mente fino al punto d’impedirle di vedere la realtà per quello che essa è veramente.

Se vediamo un oscuramento della mente è segno che si è creata una separazione tra l’apparenza e l’essenza delle cose. Un forte attaccamento alle cose ci spinge a subire il loro fascino perciò saremo spinti a volerle in modo assoluto. Invece la forte avversione per le cose ce le fa percepire come assolutamente negative e non desiderabili così che non sappiamo vedere nemmeno i lati positivi che hanno. L'interferenza dei nostri stati emotivi ha la capacità di compromettere la nostra capacità di giudizio.

Le emozioni non ci consentono di valutare la vera natura delle cose. Le emozioni negative sono dette anche oscuranti perché nascondono la natura delle cose e finiscono per oscurare anche le qualità permanenti e quelle non permanenti delle cose. Le emozioni negative impediscono di vedere le qualità intrinseche alle cose perciò la loro capacità di oscurare si estende anche ai livelli più profondi della mente fino a limitare la libertà umana.

Esse ci limitano perché ci costringono a pensare e agire sempre in un certo modo, infatti ci costringono a vivere sottoposti all’influsso dei nostri condizionamenti. Invece le emozioni costruttive vanno di pari passo con una corretta valutazione della realtà, perché le cose, le situazioni e le azioni non sono buone o cattive perché qualcuno lo decide.

Non c'è nulla che lo sia in modo assoluto: il bene e il male esistono solo in quello che facciamo agli altri. Esiste il buono e il cattivo solo nei termini del bene o del male che facciamo producendo felicità o dolore nell’altro. Le emozioni diventano costruttive o distruttive a seconda della motivazione che ci spingono ad agire, perciò dobbiamo esaminare sia le motivazioni che le conseguenze delle emozioni.

Le emozioni saranno distruttive se avranno prodotto minore felicità, minore benessere, minore lucidità, minore libertà e avranno operato una maggiore distorsione della realtà. Invece le emozioni costruttive avranno dato più felicità, benessere, lucidità e maggiore libertà. Ma da dove nascono queste emozioni distruttive?

Secondo gli insegnamenti buddisti nascono dalla necessità di difendere la nostra persona, di garantire il nostro io. L’attaccamento all’ego tipico dell’essere umano è la base per la costruzione della personalità. Se sentiamo che il nostro ego è vulnerabile cerchiamo di adottare gli atteggiamenti che lo compiacciono e cerchiamo di allontanare tutto quello che non lo compiace o che non lo rassicura. Da due emozioni di base nascono tutte le altre emozioni.

Nelle scritture buddiste si dice che esistono 84.000 tipi di emozioni perciò esistono 84.000 diverse porte di ingresso al sentiero della trasformazione interiore. Questo numero tanto elevato di percezioni è simbolico perché esprime la molteplicità dei punti di vista che possono avere le persone. Tutte le emozioni negative si riducono a 5 veleni che intossicano la mente: l’odio, l’attaccamento, l’ignoranza, l’orgoglio e la gelosia.

Queste emozioni negative ci impediscono di sviluppare quelle positive, cioè l’amore per il prossimo, l’apertura mentale, la capacità di riconoscere il bene, la capacità di riconoscere i propri difetti e la capacità di dare la felicità a noi stessi e agli altri. La verità è che l’io è un’etichetta, è un’illusione, è il nome che diamo al processo sempre mutevole della coscienza. Se l’io è un flusso, un continuum della mente non esiste nulla che si possa definire “io”.

Ma allora nasce il quesito se le emozioni negative siano la vera natura dell’uomo. Per capirlo dobbiamo distinguere i vari livelli della coscienza. Secondo il buddismo, i livelli di coscienza sono tre: quello ampio, quello sottile e quello molto sottile. Al livello più ampio abbiamo tutti i tipi di emozione, perché esso corrisponde al funzionamento del cervello e riguarda l’interazione tra il corpo e la mente.

Il livello sottile è quello dell’io e riguarda la facoltà d’introspezione con il quale la mente esamina la sua stessa natura: si tratta del flusso mentale che porta in sé le tendenze ed i modelli mentali che ci sono più consueti e abituali. Il livello molto sottile è l’aspetto fondamentale della coscienza, infatti è la coscienza o consapevolezza pura e semplice che non ha bisogno di alcun oggetto per esistere.

Di solito non sappiamo percepire la coscienza in questo modo, perciò è necessaria l’educazione alla contemplazione per pensarla così. Ma se pensiamo alla coscienza in questa maniera non possiamo pensare a tre tipi di coscienza che esistono in parallelo, ma dobbiamo pensare la mente come se fosse un oceano. L’oceano ha diverse profondità, perciò pensiamo che le emozioni scorrono in superficie e scendono a media profondità, ma non raggiungono mai la profondità.

Le nostre emozioni somigliano alle onde che agitano la superficie e scendono un poco ma, in profondità, l'oceano è calmo e silenzioso: è sempre in quiete. La natura fondamentale della nostra mente è nel livello più sottile che è detto luminoso. Questo termine suggerisce che la nostra facoltà fondamentale è quella di essere consapevoli senza avere nessuna colorazione particolare che derivi da costruzioni mentali o da emozioni.

La consapevolezza di fondo della mente è detta anche “la natura ultima della mente.” Essa viene sviluppata in modo completo e senza veli quando la si considera come la natura della condizione del Buddha. Il passo decisivo sarà quello di decidere se sia possibile liberarsi completamente dalle emozioni distruttive, ma diventa possibile solo se crediamo che le emozioni negative non sono una condizioni innata e naturale della mente umana.

Nel buddismo si pensa che la natura della mente non è cattiva altrimenti le emozioni negative sarebbero sempre presenti. Noi dovremmo osservare la natura della mente e riconoscere come nasce l’odio, la paura e così via. Questa esperienza ci mostrerebbe che le emozioni negative sono intermittenti. Ma soltanto chi si dedica alla contemplazione della mente può vedere la base fondamentale della sua coscienza.

Ma se lo facessimo vedremmo che, in noi, non c’è nessuna emozione negativa, ma che c'è solo un continuum luminoso che è collocato nel livello più sottile della mente. Questo livello luminoso è libero da ogni emozione distruttiva o negativa, perché la negatività non è una qualità naturale o innata dell'uomo. Sapere che esiste la possibilità di essere liberi è il punto iniziale della trasformazione interiore.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 5 maggio 2014

Mente aperta, cuore aperto



"Una comunità si può dire genuina solo se nutre menti aperte e cuori aperti. Non puoi nutrire una mente aperta se insegni dogmi. Fornire risposte alle persone è manipolazione e controllo. Aiutale piuttosto ad articolare le loro domande e ad avviare la ricerca personale delle risposte.

Non puoi favorire l'apertura del cuore se escludi qualcuno dalla comunità o riservi trattamenti di favore ad altri. Le persone aprono il cuore quando si sentono accolte e trattate in maniera equanime. Nulla fa chiudere un cuore così in fretta come la competizione per amore e attenzione. Per tale motivo il punto focale di una comunità deve essere la creazione di chiari confini e l'avvio di un sano processo di gruppo.

A ogni persona deve essere offerta l'opportunità di essere ascoltata e incoraggiata a comunicare senza sacrificare gli altri. Quando si crea uno spazio sicuro in cui si possono esprimere le emozioni senza essere attaccati dagli altri, fraintendimenti, giudizi e proiezioni si possono dissolvere. Le persone possono tornare al proprio cuore e la fiducia può essere ristabilita.

Nel confessare paure e giudizi agli altri, contribuisci alla creazione di una cultura di gruppo che esprime compassione e perdono. Né tu, né gli altri dovete sentirvi in colpa quando sorgono paure e giudizi.

Quando l'ego viene trattato con compassione, non è più l'ego ad agire, ma qualcos'altro più gentile e affettuoso, che sa cosa sono la premura, l'accettazione e il perdono. Non importa come lo chiamate. Nessuno è più spirituale di un altro. Ogni persona ha giudizi e desideri di liberarsene. Quando una persona riconosce un proprio errore, gli altri pensano "adesso tocca a me, non sono diverso da mio fratello."

Nessuno finge di essere spirituale, né desidera essere perfetto o si vergogna delle proprie imperfezioni. C'è solo l'accettazione dell'ego nei suoi movimenti di ascesa e discesa. Ci sono pazienza e compassione. In tal modo lo spazio diventa sempre più sicuro.

Una comunità di tal fatta offre benedizioni incondizionate e perdono. E' uno spazio sicuro dove l'ego si manifesta senza essere condannato, uno spazio sacro dove ogni contrazione, ogni movimento di paura, viene riconosciuto con dolcezza e rilasciato. E' un rifugio in cui cuore e mente si chiudono solo per aprirsi di più alla presenza dell'amore." (Paul Ferrini, Io sono la porta, Macro ed., 2009)

giovedì 5 dicembre 2013

Oscuramenti



“Mara è la mente che si aggrappa a piacevole e spiacevole.
Osserva l’essenza di questa magia, libero da fissazione dualistica.
Realizza che la tua mente è purezza primordiale non costruita.
Non c’è Buddha altrove. Guarda il tuo volto.“
(Primo Tsoknyi Rinpoche)

Daniel Goleman racconta di aver conosciuto Chogyam Trungpa nel 1974, quando insegnava Psicologia a Harvard, e quel maestro disse che, in futuro, il buddismo sarebbe penetrato e sarebbe stato accolto molto bene in Occidente per merito della sua psicologia. Il buddismo nasce con lo scopo di eliminare il dolore perciò possiede una teoria della mente molto affidabile che risale a 2.500 anni fa.

Fin dal 5° sec. a.C., il Gautama Buddha avviò l’analisi della struttura della mente e del suo funzionamento, perciò mise al centro della sua pratica la conoscenza della vera natura della mente e questa dottrina fu seguita anche da tutti i suoi seguaci. I risultati di queste conoscenze sono inserite nel sistema che è detto in lingua pali, Abhidharma, ossia “La Dottrina Ultima”.

Secondo il buddismo, le emozioni turbano sempre l'attività della mente, perché ne accecano e deformano l'attività corretta. Nei casi ottimali, la mente è in grado di distinguere tra emozioni costruttive o distruttive. Ma spesso c'è l'incapacità di saper discriminare il valore delle emozioni, perciò l’emozione distruttiva diventa la causa della sofferenza e della distorsione della percezione.

Ogni qualvolta cadiamo in preda di emozioni distruttive subiamo una scissione percettiva e diventiamo incapaci di distinguere tra essenza e apparenza. Tutti gli attaccamenti diventano elementi distruttivi, perché impediscono di distinguere tra stati piacevoli e stati spiacevoli, perciò vengono squilibrate anche le percezioni affettive.

Il desiderio oscura la mente quando la mente attribuisce all'oggetto permanente il fascino assoluto, perciò l’infatuazione crea una visione miope che è accecata dalla volontà del possesso. Anche l’avversione rivela una disfunzione simile, perché rivela la visione parziale dei soli lati sgradevoli. Ogni cosa ha il lato gradevole e il lato sgradevole, perciò vanno entrambi esaminati, perché una percezione parziale è una percezione incompleta.

Tutti gli stati emotivi compromettono la capacità di giudizio quando oscurano la nostra corretta percezione. Le emozioni possono penetrare nei livelli della coscienza per ridurre la conoscenza. Le emozioni impediscono la percezione della vera qualità, perciò diventano un oscuramento che opprime la coscienza.

Le emozioni distruttive limitano la libertà, perché incatenano i sentimenti, i pensieri, ed i comportamenti alle imposizioni dei nostri condizionamenti. Solo le emozioni costruttive possono costruire un'equilibrata percezione. La prospettiva buddista insegna che possiamo agire in modo giusto oppure dannoso, perciò possiamo imparare a capire la differenza che esiste tra un comportamento costruttivo e un comportamento distruttivo.

La discriminazione avviene quando conosciamo la motivazione che ci spinge e sappiamo valutare le conseguenze dei nostri comportamenti. Per esempio, esaminando l’odio e l’amore vediamo che l’odio è il desiderio di fare un danno e di rovinare la felicità dell’altro. Invece l’amore è sempre desiderio di rendere felici gli altri, perciò l’amore è l’antidoto più efficace.

Poiché non possiamo provare sentimenti opposti nel contempo, se coltiviamo la compassione e l’altruismo diminuirà l’odio e il desiderio di fare danno e rendere infelice l'altro. Se pensiamo all’emozione distruttiva, dobbiamo pensarla come l’azione che offre la minore felicità, il minore benessere, la minore lucidità mentale e la minore libertà: pensarla diversamente è avere una distorsione mentale.

Anche se una persona mostra di odiarsi e la vediamo agire in modo distruttivo dobbiamo pensare che non c'è odio nel suo comportamento. La rabbia dell'essere infelice è una manifestazione di orgoglio, infatti è la manifestazione della frustrazione di non aver realizzato a pieno le sue aspettative.

Nessuno si odia, perché andrebbe contro la tendenza fondamentale umana di evitare il dolore. Possiamo dire di odiarci, ma la verità è che è solo l'orgoglio che soffre di non essere migliore di quello che è. Forse l'ego è deluso da quello che fa, oppure da quello che non può fare, oppure è impaziente di avere qualcosa che non ha.

Quello che sembra odio per noi stessi è sempre un fatto di orgoglio velato, infatti è l’egocentrismo che accresce se stesso. Ogni volta che vediamo qualcosa che sembra odio contro se stessi, vediamo la forma dell'enorme attaccamento dell’ego. Anche l'atto di lesione fisica massima come il suicidio rivela la fuga dal dolore, e mai l'odio verso la propria persona.

L’ego crede di essere l’entità immutabile che sente come individualità. In realtà, siamo il flusso di coscienza in perenne trasformazione, perciò la coscienza umana non è limitata nel pensiero dell'io. Se pensiamo di essere l'io fragile e limitato siamo costretti a proteggerlo, costretti ad accrescerlo solo con quello che lui vuole, perciò siamo costretti a eliminare quello che lui non desidera: l'ego è come un despota.

L’attaccamento e l’avversione sono i soli aspetti che vede l’ego, però le due emozioni fondamentali che sente producono una miriade di emozioni apparentate, infatti il buddismo annovera 84.000 diverse sfumature di sofferenza. Chiaramente nessuno sa descriverli tutti, in quanto il loro numero elevato è la metafora che allude alla complessità delle sfumature della mente.

La metafora mostra che i metodi per trasformare la mente vanno adattati alla grande varietà di atteggiamenti mentali. Si dice che esistono 84.000 diverse porte di accesso al sentiero buddista della trasformazione interiore. Le emozioni si manifestano negli esseri umani con mille sfumature, ma tutte le emozioni provengono dalle 5 emozioni principali: l’odio, l’attaccamento, l’ignoranza, l’orgoglio e la gelosia.

Le emozioni sono raffigurate come demoni che assumono forme diverse, perciò la sofferenze assume le sfumature più varie. L’odio mostra il desiderio di nuocere e la volontà di distruggerne la felicità degli altri, ma non si esprime obbligatoriamente sempre con esplosioni esplicite di rabbia, perché non è necessario che venga espresso per essere presente.

L’odio si manifesta esternamente quando vede l’occasione giusta che accentua l’animosità nascosta che si esprime esternamente come risentimento, rancore, disprezzo e così via. Anche l’attaccamento che pensiamo giusto nell'amore o nel desiderio sessuale, dimostra la volontà di possesso dell’ego, la sua prepotenza e la distorsione della sua mente che viene deviata dalla percezione della realtà.

L’ego crede che le cose restino sempre permanenti, egli crede che l’amicizia, che gli altri esseri, e che le cose del mondo siano dei possessi sicuri e durevoli. Il problema nasce per l’ignoranza dell'ego, infatti il problema nasce per chi è incapace di capire quello che lo rende felice e quello che dobbiamo evitare.

L’ignoranza non è mai pensata come un'emozione, però l'effetto è simile, poiché entrambi producono il dolore. L'ignoranza disturba la mente come disturba l'emozione che oscura la saggezza e la conoscenza ultima. C'è sempre l’orgoglio dell'ego dietro a quelli che si credono esseri superiori che disprezzano tutti, perché sono superiori al mondo.

L'orgoglio amplifica le proprie qualità e rende incapaci di vedere le qualità degli altri. L'orgoglio mostra l’incapacità della mente, perché mostra la limitata visione dei propri difetti. Anche la gelosia mostra una limitazione della capacità di saper gioire della felicità altrui, perché il Buddha insegna che nessuno è geloso del dolore dell'altro.

La gelosia è incapace di vedere la felicità e le virtù degli altri, perciò anche la gelosia è un’emozione negativa. Se abbiamo un buon funzionamento del cervello e la giusta impostazione mentale dobbiamo sentire la felicità del benessere degli altri, perché non si può essere gelosi se gli altri sono felici per loro merito.

La metà del lavoro è fatto se vediamo degli esseri felici che ci danno gioia, perciò la gelosia è un’emozione negativa che mostra una disfunzione dell'ego che abbiamo costruito. Per riconoscere le emozioni dobbiamo saper scandagliare nel concetto dell'ego che abbiamo costruito. Se sentiamo di essere un punto di consapevolezza e si sentimenti che procede mutando, vediamo che ogni concetto dell'ego è pura illusione.

Possiamo dire che esiste un'entità che possa essere definita in modo costante e totale? Senza essere troppo filosofici, possiamo dire che l’ego è il nome illusorio che è dato al flusso di coscienza che procede in costante trasformazione e che viene percepito come coscienza. Secondo il buddismo, la coscienza possiede 3 diversi livelli, infatti possiede un livello ampio, un livello sottile e un livello molto più sottile.

Nel livello più ampio sperimentiamo tutte le emozioni, perché è il livello che corrisponde al cervello fisico e alla connessione corpo-mente. Il livello sottile è il livello dell’io e della facoltà introspettiva con cui la mente sa esaminare la sua struttura. E' qui che vediamo il flusso mentale che scorre nella mente, perciò è il livello che conserva le tendenze e i modelli che ci sono abituali.

Il livello più sottile rappresenta la natura fondamentale della coscienza, perciò è la facoltà cognitiva dell’essere. È la coscienza pura, perciò è il livello della consapevolezza che diventa pura e semplice quando può esistere senza aver bisogno di attaccarsi a nessun oggetto per potersi percepire. Questo forma di coscienza, solitamente, non viene percepito se la mente non è stata addestrata alla contemplazione.

Pensando ai livelli di coscienza non dobbiamo pensarli come tre flussi di coscienza che scorrono paralleli. Dobbiamo pensarli come l'oceano che possiede diverse forme di vita che vivono a profondità diverse. Le emozioni hanno una capacità di penetrazione che può arrivare al livello ampio e al livello sottile, ma esse non riescono a penetrare nel livello più raffinato e sottile.

Le emozioni vanno pensate come onde che increspano la superficie dell’oceano e che possono agitare con le loro perturbazioni i livelli di profondità media. Ma, la nostra natura fondamentale è nascosta molto più in fondo, essa esiste nella profondità dell’oceano. Il livello più sottile è detto “luminoso” ma la luce della mente non va pensata come un faro che brilla.

Il lato “luminoso” è la nostra natura fondamentale, infatti è la percezione dell'essere che non ha più bisogno di sperimentare le costruzioni mentali e le sfumature delle emozioni. Questa è la consapevolezza di fondo ossia “la natura ultima della mente.” Questa è la natura da sviluppare direttamente e continuamente, perché è la stessa coscienza che nasce dalla mente del Buddha.

Buona erranza
Sharatan