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giovedì 8 novembre 2018

Un’antica storia cinese



In un’antica storia cinese si tramanda che, durante un grande raduno, una festa traboccante di rumori, di danze, di canti e via dicendo, un uomo cadde in un pozzo. A causa del frastuono, nessuno se ne accorse. A quell’epoca, in Cina i pozzi non erano protetti da un muro: erano all’aperto, senza protezione; nel buio potevi scivolare e caderci dentro. L’uomo si mise a gridare:«Salvatemi!»

Un monaco buddhista passò nei paraggi e, udendo quell’uomo, guardò in basso. «Meno male che mi hai sentito. Tutti sono così presi dalla festa e il frastuono è enorme … avevo paura di morire.» Il monaco buddhista rispose: «Infatti morirai, perché ciò che ti è successo dipende da una cattiva azione del passato; adesso hai ricevuto la punizione: accettala e consegui la libertà! È meglio così: nella prossima vita, ricomincerai ripulito da ogni colpa e non dovrai più ricadere in un pozzo».

L’uomo replicò:«In questo momento non ho bisogno di saggezza e di filosofia …» ma il monaco se n’era già andato. Quindi arrivò un vecchio taoista. Poiché aveva sete si chinò sul pozzo. Quell’uomo stava ancora urlando in cerca di aiuto, e il taoista disse:«Questo non è virile. Bisogna accettare tutto ciò che viene: ecco cos’ha detto il grande Lao Tzu.

Quindi, accettalo e rallegrati di quanto ti è successo! Stai urlando come una femminuccia. Sii uomo!». L’altro rispose:«Sono disposto a farmi dare della femminuccia, ma, per favore salvami! Non sono coraggioso. Dopo potrai dire tutto quello che vorrai, ma prima tirami fuori». Il taoista replicò:«Noi non interferiamo mai negli affare degli altri. Crediamo nell’individuo e nella sua libertà.

Cadere nel pozzo e morirci è una tua libertà: tutto ciò che posso fare è darti un consiglio. Anziché morire urlando e piangendo - questo sarebbe da sciocchi - muori come un saggio. Accettalo, sii felice, goditi questo stato di cose, intona una canzone e lascia questo mondo: tutti prima o poi moriremo, quindi a che pro salvarti?». E se ne andò.

Arrivò un confuciano, e l’uomo intravide una speranza, perché i confuciani sono più terreni, più concreti. «Sono fortunato che tu sia passato di qui, uno studioso di Confucio. Ti conosco, ho udito il tuo nome. Adesso fa’ qualcosa per me, perché Confucio insegna: ‘Aiuta gli altri’». Il monaco confuciano rispose:«Hai ragione, ti aiuterò. Andrò di città in città e protesterò, fino a convincere il governo e mettere un muro intorno a tutti i pozzi del paese. Non avere timore».

L’uomo rispose:«Ma quando i muri di protezione saranno eretti e la tua rivoluzione avrà avuto successo, io sarò morto». Il confuciano replicò:«Tu non conti, io non conto, gli individui non contano: solo la società è importante. Cadendo nel pozzo, tu hai sollevato un problema importantissimo; adesso lotteremo per risolverlo. Sta’ calmo, rassegnati: faremo in modo che ogni pozzo abbia un muro di protezione, così nessuno potrà più caderci dentro.

Viceversa, salvando solo te, cosa si salverebbe? Il paese ha milioni di pozzi e milioni di persone possono caderci. Dunque, non pensare a te stesso; elevati al di sopra di questo egoismo. Io servirò l’umanità. Tu hai già reso un grande servizio cadendo nel pozzo; adesso la mia parte è costringere il governo a erigere muri di protezione». E il confuciano se ne andò.

Il quarto uomo che passò di lì era un missionario cristiano che portava con sé una borsa. Immediatamente l’aprì, tirò fuori una corda e ne gettò un capo nel pozzo. Prima ancora che l’uomo avesse aperto bocca, il missionario gli aveva gettato la corda. Colmo di meraviglia, l’uomo esclamò:«La tua religione sembra la più vera».

Il missionario rispose:«Senza dubbio. Noi siamo attrezzati per ogni emergenza. Sapendo che la gente cade nei pozzi, porto con me questa corda per salvarla. Infatti, solo salvando gli altri posso salvare me stesso. Però mi preoccupa ciò che ha detto il confuciano; non si dovrebbero mai costruire muretti intorno ai pozzi, altrimenti come potremo mai aiutare l’umanità?

Come faremmo a tirare fuori coloro che sono caduti? Prima devono cadere, solo così noi possiamo salvarli. Noi viviamo per aiutare gli altri, ma come prima cosa deve esistere questa opportunità; se non sussiste, come potremo mai metterci al servizio degli altri?».

Di certo, tutte queste religioni che predicano il “servizio” desiderano che l’umanità resti povera e bisognosa di essere aiutata, è un loro interesse … La povera gente è necessaria, assolutamente indispensabile; altrimenti, che ne sarebbe di questi grandi servitori dell’umanità? Cosa accadrà a tutte queste religioni e ai loro insegnamenti?

Come potrà la gente guadagnarsi il diritto di entrare nel Regno di Dio? Queste persone povere e sofferenti vanno usate come una scala: e questo lo chiami altruismo? Queste religioni sono sempre contrarie hanno bisogno che questi problemi restino. È un bisogno profondamente egoista, interessato; implica perseguire uno scopo.

Quando servi qualcuno e ti senti meglio, hai ridotto l’altro a un verme, a un essere subumano. Sei così superiore da aver sacrificato i tuoi interessi ma, anziché “servire” i poveri li stai semplicemente umiliando. Se possiedi qualcosa che ti dona pace, gioia ed estasi, condividilo. E ricorda che quando condividi, lo fai senza motivo.

Non sto dicendo che tramite la condivisione raggiungerai il paradiso, non ti sto dando alcuno scopo; sto dicendo che la condivisione in sé ti appagherà. L’appagamento è nella condivisione in sé, non esiste scopo al di là di essa; è fine a se stessa. Ti sentirai riconoscente verso la persona che ha accettato di condividere con te, non avrai la sensazione che abbia un debito nei tuoi confronti: non hai “servito” nessuno. (Osho, Liberi di essere, Mondadori ed.)

domenica 28 maggio 2017

Il rafforzamento dell'ego



“Si lotta in continuazione, inutilmente.
Lotti per cose che accadrebbero
comunque naturalmente. Lotti inutilmente.
Desideri cose che sarebbero tue,
se non le desiderassi.”
(Osho)

Esistono alcune difficoltà lungo il sentiero della meditazione: la prima è l'ego. La società, la famiglia, la scuola, la chiesa, tutti coloro che ti circondano fanno in modo che tu divenga egoista. Perfino la psicologia moderna si fonda sul rafforzamento dell'ego. La psicologia e l'educazione moderne pensano che se una persona non ha un ego solido non sarà in grado di lottare nella vita, luogo in cui esiste una competizione tale che, se fossi un umile, verresti messo in disparte, non riusciresti mai a farti avanti.

Hai bisogno di un ego d'acciaio, molto forte, per vivere in un mondo tanto competitivo, solo così puoi avere successo. In qualsiasi campo - può essere il mondo degli affari, la politica, una professione qualsiasi - devi avere una personalità capace di imporsi, e gli ingranaggi di tutta la nostra società funzionano per produrre nel bambino quel tipo di personalità. Fin dalla più tenera infanzia, iniziamo a dirgli: «Sii il primo della classe», e quando il bambino diventa il primo della classe, tutti lo elogiano. Cosa fate? Nutrite il suo ego fin dai primi passi.

Gli date un'ambizione: «Puoi diventare il presidente del paese, puoi diventare primo ministro». E il bambino inizia il suo viaggio nella vita con queste idee, e il suo ego si ingrossa sempre più, con ogni suo successo. L'ego è il male più grave che abbia colpito l'umanità, sotto tutti i punti di vista. Se hai successo, il tuo ego si ingrossa, e questo è un pericolo, perché in questo caso dovrai rimuovere una grossa pietra sul tuo sentiero, perché diventerà un ostacolo.

Viceversa, se l'ego è piccolo, se non hai avuto successo, se hai dimostrato di essere un fallimento, il tuo ego diventerà una ferita. In questo caso farà soffrire, creerà un complesso di inferiorità, e anche così creerà un problema. perché sai di essere un fallimento, sai di non farcela: questa è diventata l'idea fissa nella tua mente. Hai fallito in ogni situazione, e la meditazione è qualcosa di così vasto... non potrai mai farcela.

Quindi, se l'ego è grosso ti sarà di impedimento. E se è molto piccolo ti segnerà come una ferita, e sarà anche in questo caso un ostacolo. In ogni situazione umana l'ego è uno dei problemi da affrontare a priori. Nel ventre della madre ogni bambino è profondamente estatico. Certo, ne è inconsapevole, non ne sa nulla. E così unito alla sua beatitudine che non esiste nessuno in lui in grado di riconoscere quell'estasi.

La beatitudine è il suo essere, e non esiste distinzione alcuna tra colui che conosce e la cosa conosciuta. Ovviamente, il bambino non è consapevole di essere estatico. Si diventa consapevoli solo quando si perde qualcosa. È così; è difficilissimo conoscere qualcosa se non la si è perduta, perché quando non la si è persa, si è così partecipi che non esiste distanza: l'osservatore e la cosa osservata sono fusi l'uno nell'altra; la cosa conosciuta e colui che conosce sono un'unica entità.

Ogni bambino vive immerso in uno stato di beatitudine profonda, anche gli psicologi lo ammettono: sostengono che l'intera ricerca religiosa non è altro che un modo per ritrovare il ventre della madre. Usano quel fatto per criticare la religione, ma per me non è affatto una critica. È la semplice verità. Certo, la ricerca della religione è una ricerca del ventre. La ricerca della religione è una ricerca per rendere questa intera esistenza un ventre.

Il bambino è in profonda sintonia con la madre. Il bambino non è mai fuori fase con la madre: non sa di esserne separato. Se la madre è in salute, lo è anche lui; se la madre è malata, lo è anche lui. Se la madre è triste, lo è anche lui; se la madre è felice, lo è anche lui. Se la madre balla, il bambino balla; se la madre sta seduta in silenzio, il bambino è in silenzio. Il bambino non ha ancora limiti propri: questa è beatitudine allo stato puro, ma dev'essere perduta. Quando il bambino nasce, viene improvvisamente balzato fuori da questo equilibrio.

All'improvviso si trova sradicato dalla terra, dalla madre. Perde i suoi ormeggi senza però sapere chi egli sia. Quando era nel ventre della madre, non era necessario che lo sapesse. Non gli serviva: era ogni cosa, in quanto non esisteva distinzione alcuna. Non esisteva un "tu", per cui non si poneva il problema di un "io". La realtà era indivisa. Era advaita allo stato puro, pura non-dualità. Ma quando viene al mondo, il cordone ombelicale viene tagliato e il bambino inizia a respirare per conto proprio; all'improvviso tutto il suo essere diventa una ricerca per conoscere chi egli sia.

È naturale. Ora inizia ad acquistare coscienza dei propri confini, del suo corpo, dei suoi bisogni. A volte è felice, a volte è triste, a volte si sente appagato, a volte è insoddisfatto; a volte ha fame e piange, e non vede comparire la madre; altre volte è allattato al seno della madre, e di nuovo gode di quella intima unione. Ma ora sorgono in lui molti stati d'animo, e col tempo inizierà a percepire la separazione. È avvenuto un divorzio, quel matrimonio si è rotto. 

Egli era sposato in forma assoluta, con la madre; ora sarà sempre separato. E deve scoprire chi egli sia. Per tutta la vita, si continua a ricercare ciò che si è: è la ricerca fondamentale. Come prima cosa il bambino diventa consapevole del "mio", quindi di "me", poi di "te", e infine dell'"io". Si procede sempre così. È un processo ben preciso, segue sempre questo ordine. Come prima cosa, egli diventa consapevole del "mio". Osservalo, perché anche tu sei costruito così, il tuo ego è strutturato in questo modo. 

Come prima cosa il bambino diventa consapevole del "mio": questo giocattolo è mio, questa è mia madre. Inizia a possedere. Come prima cosa entra in gioco il possessore; la possessività è un elemento fondamentale. Per questo tutte le religioni invitano a diventare non-possessivi, perché con il possesso ha inizio l'inferno. Osserva un bambino: è molto geloso, è possessivo, tutti i bambini cercano di sottrarre tutto agli altri, e al tempo stesso proteggono i propri giocattoli. Inoltre, certi bambini sono violenti, assolutamente indifferenti ai bisogni altrui. 

Se un bambino sta giocando e ne arriva un altro, vedrai subito un Adolf Hitler, un Gengis Khan, un Nadir-Shah: si aggrapperà ai suoi giocattoli, sarà pronto a lottare, a scagliarsi sull'altro bambino. Sorge un problema di territorio, di dominio. Come prima cosa entra in gioco il possesso, questo è il veleno base. E il bambino inizia a dire: "Questo è mio". Una volta che il "mio" è entrato in gioco, si entra in competizione con chiunque. Una volta che il "mio" ha fatto la sua comparsa, la tua vita si trasforma in competizione, in lotta, in conflitto, in violenza, in aggressività. La fase successiva è "me". 

Quando hai qualcosa che puoi rivendicare come tuo, all'improvviso grazie a quella rivendicazione, sorge l'idea di essere il centro di quei possessi. I possessi diventano il tuo territorio, e attraverso quei possessi sorge una nuova idea: "mio". E quando ti assesti nel "me", riesci a vedere con chiarezza di avere dei confini, e quanti si trovano al di fuori di quei confini sono "tu", "l'altro": l'altro acquista evidenza, e a questo punto le cose iniziano ad andare in frantumi. L'universo è uno solo, è un'unità. Nulla è diviso. 

Ogni cosa è collegata a tutte le altre; si tratta di un'incredibile interrelazione. Tu sei collegato alla terra, sei collegato agli alberi, alle stelle; e le stelle sono collegate a te, agli alberi, ai fiumi, alle montagne. Ogni cosa è interconnessa. Nulla è separato, nulla può esserlo. Non può affatto esistere una separazione. Ad ogni istante respiri - inspiri, espiri - e in continuazione esiste un ponte che ti collega all'esistenza. Mangi, e l'esistenza entra in te; defecando, diventa concime: la mela sull'albero, domani entrerà a far parte del tuo corpo, e una parte del tuo corpo verrà espulsa come concime, e diventerà nutrimento per l'albero... è un processo continuo di “dare e prendere”. 

Non ci si arresta neppure per un istante. Quando il processo si ferma, sei morto. Cos'è la morte? Separazione. Essere uniti è vivere, essere fuori dall'unità significa essere morti. Per cui, più pensi: "Sono separato", meno sarai sensibile, più sarai morto, ti trascinerai, spento. E più ti senti collegato, più questa intera esistenza è parte di te e tu ne sei parte. Quando comprendi che noi siamo connessi gli uni agli altri, ecco che all'improvviso la visione cambia. 

In questo caso questi alberi non sono alieni, stanno continuamente preparando nutrimento per te. Quando inspiri, immetti ossigeno nel tuo organismo, quando espiri, espelli anidride carbonica; gli alberi inspirano anidride carbonica ed espirano ossigeno: esiste una continua comunione. Noi siamo in sintonia. La realtà è una unità, e con l'idea di "me", "te", usciamo dalla realtà. E quando in noi prende piede una concezione errata, l'intera visione della vita viene stravolta... "Me", e quindi "te", e alla fine sorge in quanto riflesso, l'"io". L'"io" è la forma di possessività più sottile e più cristallizzata. Una volta che si esprime l'"io", si è commesso un sacrilegio. 

Quando dici "io", ti stacchi radicalmente dall'esistenza, non è una rottura reale, altrimenti moriresti; ma nelle tue idee tu sei completamente staccato dalla realtà. D'ora in poi vivrai lottando in continuazione con la realtà. Lotterai contro le tue stesse radici. Lotterai contro te stesso. Ecco perché Buddha dice: «Lasciati andare alla deriva». Puoi farlo solo se abbandoni l'idea dell'"io", altrimenti non ce la farai. La lotta persisterà. Ecco perché diventa tanto difficile il primo passo nella meditazione. Se vi dico di stare semplicemente seduti in silenzio, non potrete mai farlo; ed è una cosa semplicissima. 

Tutti pensano che sia la cosa più semplice; non dovrebbe essere necessario insegnarlo. Dovrebbe essere sufficiente sedersi, per essere in silenzio. Ma non lo puoi fare, perché l'"io" non può concederti neppure un solo istante di rilassamento. Se ti concedesse un momento di rilassamento, riusciresti a vedere la realtà. E quando si arriva a conoscere la realtà, si dovrà lasciar cadere l'"io". In quel caso non può durare. Per cui, l'"io" non ti concede mai un attimo di vacanza. Anche se vai sulle colline, in vacanza, neppure là l'"io" ti permette un istante di riposo. 

Prendi con te la radio, la TV, porti con te tutti i tuoi problemi e ti tieni occupato. Sei andato fin là per rilassarti, ma persisti nel tuo comportamento senza cambiare nulla, non ti rilassi. L'"io" non si può rilassare. Esiste attraverso la tensione. Produrrà tensioni nuove, nuove preoccupazioni; non smetterà mai di produrre nuovi problemi, non ti concederà riposo alcuno. Basta un solo minuto di riposo e l'intera costruzione fondata sull'"io" inizierà ad andare in pezzi, perché la realtà è così bella rispetto alle brutture dell'"io". 

Si lotta in continuazione, inutilmente. Lotti per cose che accadrebbero comunque naturalmente. Lotti inutilmente. Desideri cose che sarebbero tue, se non le desiderassi. Di fatto, desiderandole le perdi. Ecco perché Buddha dice: «Scorri con la corrente. Lascia che ti conduca all'oceano.» "Mio", "me", "tu", "io": questa è la trappola. E questa trappola crea infelicità, nevrosi, pazzia. E questo è il problema: il bambino deve attraversare questo processo, perché non sa chi egli sia e ha bisogno di una identità, forse falsa, ma di certo migliore di un'assoluta mancanza di identità. 

Ha bisogno di una identità: deve sapere con esattezza chi egli sia, per cui si crea un falso centro. L'"io" non è il tuo centro reale. E un falso centro: utile, fatto per crederci, prodotto da te, ma non ha nulla a che vedere con il tuo vero centro. Il tuo centro reale è il centro di ogni cosa. Il tuo vero Sé, è il Sé di ogni cosa. Al centro, l'intera esistenza è unità: così come là dove nasce la luce, il sole, tutti i raggi sono uniti. Più ti allontani, più quei raggi si allontanano l'uno dall'altro. Il tuo centro reale non è solo il tuo centro, è il centro del Tutto. Ma noi abbiamo creato piccoli centri privati, fatti in casa, manufatti da noi. 

Ne esisteva la necessità, in quanto il bambino nasce senza confine alcuno, senza la minima idea di chi egli sia: è una necessità dettata dal bisogno di sopravvivere. Come potrebbe, altrimenti? Gli si deve dare un nome, un'idea di chi egli sia. Certo, questa idea viene dall'esterno: qualcuno ti dice che sei bello, altri che sei intelligente, altri che sei vivace. E tu collezioni ciò che la gente dice. E da tutte quelle frasi raccogli un'immagine di te. Non guardi mai dentro di te, non guardi mai chi sei. Questa immagine sarà falsa, perché nessuno potrà mai sapere chi sei, e nessun altro potrà mai dire chi sei. 

La tua realtà interiore non è disponibile ad altri che non sia te stesso. La tua realtà interiore è impenetrabile ad altri che non sia te stesso. Solo tu puoi essere nel tuo centro. Il giorno in cui scopri che la tua identità è falsa, raccogliticcia, frutto di opinioni altrui e da te collezionate... una volta, pensaci: siedi in silenzio e pensa a chi sei. Sorgeranno molte idee. Continua a osservare da dove spuntano e ne scoprirai la fonte. Qualcosa proviene da tua madre, e sono la maggior parte, l'ottanta se non il novanta per cento. Qualcosa proviene da tuo padre, qualcosa dai tuoi insegnanti, qualcosa dai tuoi amici, qualcosa dalla società.

Limitati a guardare: riuscirai a suddividere le varie fonti. Nulla è frutto del tuo sentire, neppure l'uno per cento. Che identità è mai questa, se tu non hai dato il benché minimo contributo? E tu sei il solo che avrebbe dovuto dare forma a tutta la tua personalità. Il giorno in cui scopri questo, la religione acquista importanza. Il giorno in cui scopri tutto questo, inizi a cercare una tecnica, un metodo che ti aiuti a entrare nel tuo essere; a conoscere con esattezza, nella realtà, dal punto di vista esistenziale, chi sei.

Non ti accontenti più di una collezione di immagini prese dall'esterno, non vuoi più che gli altri riflettano la tua realtà: vuoi affrontarla direttamente, nella sua immediatezza; vuoi entrare nella tua natura, e sentire da lì. Perché chiedere a qualcun altro? E a chi potresti chiederlo? Gli altri sono ignoranti per ciò che concerne loro stessi, quanto lo sei tu di te stesso. Non si conoscono: come potrebbero conoscere te? Guarda come vanno le cose, come continuano a funzionare, come succedono: una cosa falsa conduce a un'altra. 

Tu sei praticamente raggirato, ti lasci imbrogliare. Sei preso in giro da persone che possono non averlo fatto consapevolmente. A loro volta possono essere stati presi in giro da altri. Tuo padre, tua madre, i tuoi insegnanti, possono essere stati frodati da altri: i loro padri, le loro madri, i loro insegnanti. E a loro volta hanno raggirato te: farai la stessa cosa con i tuoi figli? In un mondo migliore, dove la gente sarà più intelligente, più consapevole, si insegnerà ai bambini l'idea che questa identità è falsa: «È necessaria, noi te la diamo, ma solo per un periodo di tempo provvisorio, in attesa che tu, in prima persona, scopra chi sei.» 

Non sarà la tua realtà. E prima scoprirai chi sei, meglio sarà. Prima potrai mettere da parte questa idea, meglio sarà, perché da quel momento soltanto sarai realmente nato, e sarai realmente vero, autentico. Diventerai un individuo. Le idee che raccogliamo dagli altri ci forniscono una personalità, e ciò che arriviamo a sapere dall'interno ci fornisce una individualità. La personalità è falsa, l'individualità è reale. La personalità è acquisita, imprestata; la realtà, l'individualità è autentica, nessuno te la potrà mai dare. 

Nessuno potrà mai dire chi sei. Per lo meno una cosa nessun altro potrà mai darti: la risposta all'interrogativo: «Chi sono?». Tu dovrai scendere, scavare nelle profondità del tuo essere. Strati su strati di identità, di identità false, devono essere rotti. E quando si entra dentro di sé c'è paura, perché sopraggiunge il caos. In qualche modo con la tua falsa identità te la sei cavata. 

Ti sei adattato. Sai che ti chiami così o cosà; hai delle credenziali, dei diplomi, delle lauree, attestati universitari, dottorati, hai prestigio, denaro, una tradizione. Hai modi particolari per definirti. E possiedi un'idea, per quanto possa funzionare, ma funziona. Entrare dentro di te, significa mettere da parte questa definizione utile... sorgerà il caos. Prima di arrivare al tuo centro, dovrai superare una fase molto caotica. Ecco perché si ha paura. 

Nessuno vuole entrare dentro di sé. La gente continua a insegnare: “Conosci te stesso”; noi li ascoltiamo, senza mai sentirli. Non ci facciamo mai caso. Si intuisce che lasciando libero il caos ci si perderà in esso, se ne resterà invischiati. E a causa della paura di quel caos, continuiamo ad aggrapparci a tutto ciò che esiste all'esterno. Ma in questo modo sprechiamo la nostra vita. (Osho B. Rajneesh, La meditazione prima e ultima libertà, Mediterranee ed.)

martedì 14 febbraio 2017

Il lato oscuro del bene



Io sono tutt’uno con ogni cosa;
ciò che è bello,
ciò che è brutto,
poiché qualunque cosa sia
là ci sono anch’io.

Non solo della virtù,
ma anche del vizio sono compagno,
e non solo il paradiso mi appartiene,
ma anche l’inferno.

Buddha, Gesù, Lao Tzu
è facile essere loro erede,
ma Gengis Khan, Tamerlano e Hitler?
Anch’essi sono in me!

No, non metà - io sono l’umanità intera!
Tutto ciò che è dell’uomo è anche mio:
i fiori e le spine,
le tenebre e la luce,
e se mio è il nettare, di chi è il veleno?

Nettare e veleno mi appartengono entrambi.
Io chiamo religioso
chiunque faccia questa esperienza,
poiché solo l’angoscia di siffatta esperienza
può rivoluzionare la vita sulla terra.

(Osho, Una tazza di tè)

domenica 27 novembre 2016

Il pellegrinaggio a Benares



“Più ti avvicini a Dio,
più ti avvicini a te stesso.”
(Proverbio arabo)

Un uomo andò da Ramakrishna. Stava andando in pellegrinaggio a Benares, per fare un bagno rituale nel Gange e, prima di partire, aveva deciso di andar a toccare i piedi del suo Maestro. Ramakrishna gli chiese: «Che bisogno c’è di andare a Benares? Il Gange scorre anche qui.» Infatti, il tempio in cui viveva si trovava proprio sulla riva del fiume. Ma l’uomo replicò: «Nei testi sacri è detto che Benares è il luogo sacro per eccellenza. Se fai un bagno là, ogni tua colpa è purificata.»

Ramakrishna era un uomo semplice, disse a quel uomo: «Puoi andare se vuoi, ma sta’ attento: lungo le rive del Gange sorgono alberi maestosi, li hai notati?» Quel uomo gli confermò che, da bambino, era stato a Benares con il padre e aveva effettivamente visto quegli alberi. «Ebbene -proseguì Ramakrishna- è vero che i tuoi peccati vengono lavati via dal Gange, ma essi si involano e siedono sui rami di quegli alberi, in attesa che tu esca!

Sanno che non puoi stare nel Gange per sempre, prima o poi dovrai uscire. E quando ti stai rivestendo, quei peccati ritornano dentro di te e, a volte accade che, anche i peccati di altri sedimentino nel tuo cuore… quegli alberi sono stracolmi di peccati: sta’ attento a non fartene carico!» L’uomo chiese come poteva salvarsi, e Ramakrishna gli disse: «Dipende da te, per questo ti consigliavo di non andare a Benares!» L’uomo concluse: «Hai creato in me un forte dubbio… andrò a casa a pensarci su. Se le cose stanno così è uno spreco di tempo e basta!»

No, non basta fare un bagno nel Gange, non basta un pellegrinaggio, non basta una preghiera domenicale. I preti hanno creato queste scorciatoie, perché gli uomini sono degli scansafatiche: di fatto non vogliono fare nulla per la propria ricerca interiore. Ricorda: il paradiso non è da qualche parte, nell’alto dei cieli; si trova dentro di te e, per raggiungerlo, non occorre andare al Gange, né a Benares!

Ciò che si deve fare è entrare dentro di sé. Ma non è una cosa che i preti o le comuni religioni vogliono che tu faccia perché, se lo fai, ti liberi da ogni schiavitù esteriore, anche da quella religiosa: allora tutti quei rituali ti sembreranno stupidaggini senza senso. Entrando dentro di te trovi la verità, incontri il Reale.

Viaggiare verso l’esterno è un’abitudine a cui ti sei assuefatto, ma che non ti ha dato alcuna soddisfazione, alcun appagamento. Il mondo interiore è un mondo nuovo, in cui non hai mai neppure dato uno sguardo, in cui non hai mai fatto un solo passo. Il Maestro ti insegna come puoi, pian piano, camminare nel regno del tuo essere.

Ma il Maestro ti dice di sedere in silenzio, e tu chiedi un mantra; è una situazione pietosa, tristissima: il Maestro ti invita a sedere in silenzio, e tu chiedi un qualsiasi suono per colmare quel silenzio! Nessuno vuole essere in silenzio… nessuno vuole sedersi senza fare nulla, ma questo è esattamente ciò che è la meditazione. La meditazione è tornare a casa, è rientrare in se stessi, senza essere più niente e nessuno.

Sei tu, libero da qualsiasi aggettivo, libero da qualsiasi attributo, libero da qualsiasi forma, privo di ogni maschera, senza personalità alcuna. Ma ricorda, un solo lampo in te stesso ha di gran lunga più valore di qualsiasi scrittura. Un solo bagliore della tua consapevolezza ti farà entrare nel vero tempio del divino: un tempio che non è costruito con pietre e marmi, ma che esiste da sempre dentro di te, ed è formato dalla tua stessa consapevolezza.

È una fiamma, una fiamma perenne che arde dall’eternità e che non richiede combustibile alcuno. È in attesa che tu la veda, perché in quella visione, per la prima volta, i tuoi occhi rifletteranno qualcosa di sublime: la gioia, la luce, il canto, la bellezza, l’estasi dell’esistenza. e non è detto che, entrando dentro di te, dimenticherai l’esterno.

Allorché entrerai dentro di te, nella sfera esteriore si irradierà il tuo mondo interiore: nei tuoi gesti, nel modo in cui guardi e parli, nell’autorità che accompagnerà le tue parole. Perfino il tuo tocco, la tua presenza, il tuo silenzio, saranno un messaggio. La sfera interiore e quella esteriore sono parti di un’unica realtà: riconoscerlo, viverle in quanto tali significa fiorire, adempiere al proprio destino di esseri umani. (Osho)

giovedì 2 ottobre 2014

La vita è un sermone



La vita è un sermone;
l'esistenza predica alla sua maniera,
ma sempre indirettamente - e quella è la sua bellezza.

L'armonia della natura insegna,
senza alcuna intenzione,
la lezione dell'equilibrio nella vita.

Guarda un uccello in volo -
ed entrerai in meditazione senza sforzo alcuno.
Oppure ascolta la sua canzone -
e senza ragione alcuna il tuo cuore si unirà a lui.

E quando non vi è sforzo alcuno da parte tua
la meditazione scende in profondità
e all'improvviso ti trasforma,

e quando non esiste alcuna motivazione
e tu ti muovi -
il movimento è nel divino.
(Osho)

domenica 14 settembre 2014

Interezza



La volontà di interezza è inerente a ogni cosa
ma diventa consapevole solo nell'uomo.
Per questo l'uomo vive in tensione,
e solo quando questa aspirazione è appagata
il suo stato negativo di tensione viene spazzata via.

Questa tensione simboleggia l'infinito potenziale
e al tempo stesso le infinite possibilità dell'uomo.

L'uomo non è ciò che potrebbe essere,
e finché non sarà ciò che può essere
non potrà mai sentirsi a suo agio.
Questo dis/agio è l'uomo,
e la sua salute è nell'interezza.

Il fatto che il linguaggio abbia un'unica radice
per le parole whole, holy e to heal
(interezza, sacro e guarigione)
nasconde una verità profonda.

Colui che è intero è anche guarito,
ed essere guariti significa essere interi.
Questa interezza si può conseguire solo
diventando totalmente coscienti di se stessi.

Si può penetrare l'oscurità dell'incoscio.
e trasformarla in luce.

E la meditazione è il metodo.

(Osho)

sabato 6 settembre 2014

Un incontro di corpo e di anima



“La comprensione libera.
(Osho)

“L’uomo è l’unica creatura in grado di reprimere le proprie energie, o di trasformarle. Nessun’altra creatura può farlo: repressione e trasformazione sono due aspetti di un unico fenomeno che è la possibilità umana di fare qualcosa rispetto a se stessi.

Gli alberi esistono, gli animali esistono, gli uccelli esistono, ma non possono fare nulla rispetto alla propria esistenza, ne sono parte: non possono porsene al di fuori e osservarla, né possono fare qualcosa. Sono talmente immersi nella propria energia che non se ne possono separare.

L’uomo può fare qualcosa, può fare qualcosa rispetto a se stesso: si può osservare da una certa distanza, può guardare le proprie energie e separarsene; a quel punto le può reprimere, oppure le può trasformare.

La repressione è solo il tentativo di nascondere particolari energie; impedire loro di esistere, non permettere loro di manifestarsi. La trasformazione è il cambiamento delle energie, il loro sviluppo verso una nuova dimensione.

C’è paura, perché senti che perderai il controllo e, una volta perso il controllo, non puoi farci nulla. Io insegno un nuovo tipo di controllo: il controllo del Sé che osserva come un testimone; non il controllo della mente manipolatrice, bensì il controllo del Sé testimone. È la forma più elevata di controllo ed è talmente naturale che non hai mai la sensazione di controllare; è una forma di controllo che accade spontaneamente con l’essere un testimone.

Se segui la repressione, puoi diventare un cosiddetto essere umano: falso, superficiale, vuoto all’interno, un vero manichino, per nulla autentico, non reale. Se segui la repressione, bensì l’indulgere, diventerai come un animale: bello, più bello degli uomini civilizzati, eppure un animale; non sarai attento e presente, non sarai consapevole, bensì ignorante per ciò che concerne la possibilità della crescita, lo sviluppo del tuo potenziale umano.

Se trasformi l’energia diventi divino. E ricorda: con divino, entrambi gli aspetti sono impliciti. La bestia, con tutta la sua bellezza è presente; non viene rifiutata e negata, esiste, ed è ricca più che mai, perché è più sveglia. Ebbene, la natura selvaggia con la sua bellezza è presente, e tutto ciò che la civilizzazione ha cercato di imporre è anch’esso presente, ma è spontaneo, non imposto!

Una volta che l’energia è trasformata, in te la natura e il divino si incontrano: la natura con la sua bellezza e il divino con la sua grazia totale. Questo significa essere saggi. Il saggio è un incontro di natura e divino, un incontro di corpo e di anima, un incontro di ciò che sta sotto e di ciò che sta sopra, un incontro di terra e di cielo.” (Osho)

lunedì 2 dicembre 2013

Suono senza suono



Continua a scartare: né questo, né quello
e alla fine, quando non rimane nulla più da scartare -
allora accade l'esplosione!
Non aggrapparti a nulla, a nessun pensiero.

Va avanti e procedi sempre fino al vuoto assoluto.

Ho sentito la storia di un ragazzo di nome Toyo
e delle sue meditazioni. Aveva solo dodici anni
ma voleva che gli dessero qualcosa su cui riflettere,
su cui meditare. Una sera dunque si recò a visitare
Mokurai, il Maestro Zen.

Diede un leggero colpetto al gong per annunciare la sua presenza,
poi si sedette davanti al Maestro in rispettoso silenzio.
Alla fine il Maestro disse: Toyo, mostrami il suono di due mani.
Toyo battè le mani.

Molto bene - disse il Maestro - Adesso mostrami il suono del battito
di una sola mano. Toyo restò in silenzio.
Infine si inchinò e se ne andò per meditare sul quesito.

La notte seguente ritornò e colpì il gong col palmo di una mano.
Questa non è la risposta giusta, disse il Maestro.
La notte dopo Toyo tornò e suonò con una mano sola
la dolce musica delle geishe.

Questa non è la risposta giusta, disse il Maestro.
Notte dopo notte, Toyo tornò con altre risposte
e sempre il Maestro disse che non era quella la risposta giusta.

Per notti e notti Toyo cercò nuovi suoni
ma ogni qualvoglia soluzione veniva respinta.
La domanda in sé era assurda, per cui nessuna risposta
poteva essere quella giusta.

Quando l'undicesima notte Toyo si presentò,
prima ancora che dicesse una parola, il Maestro disse:
Nemmeno questa è la risposta giusta!
a quel punto Toyo smise di andare dal Maestro.

Per un anno rimuginò su ogni suono possibile
per poi scartarli tutti,
e quando non rimase assolutamente più nulla da scartare
esplose l'illuminazione!

Quando non fu più, tornò dal Maestro
e senza suonare il gong si mise a sedere e si inchinò.
Non disse assolutamente nulla e la stanza
era colma di silenzio. A quel punto il Maestro disse:
Dunque hai sentito il suono senza suono! (Osho)

domenica 15 settembre 2013

Straniero a te stesso



Sii straniero a te stesso
Vedi la vita come un fiume che scorre nel tempo.
Resta sulla riva, né curioso né preoccupato.

Da' un'occhiata o osserva lo scorrere del passato
che fluttua tra i ricordi -
proprio come gli eventi di cui si legge sul giornale.

Distaccato e indifferente
ricorda che nulla importa.

Esisti soltanto -
allora ... l'esplosione!

Love!

(Osho)

martedì 10 settembre 2013

Meditazione



La meditazione è la chiave universale. Può aprire le porte dell’infinito e può chiudere il mistero dell’ignoto. Ma non si realizza nulla, semplicemente possedendo questa chiave, la si deve anche usare. Idriesh Shah narra un racconto derviscio. C’era una volta un uomo saggio e molto ricco che aveva un figlio. Un giorno gli disse: “Figlio mio, eccoti un anello preziosissimo. Tienilo quale prova che tu sei il mio erede, e passalo ai posteri. È di grande valore, di finissimo aspetto, e in più possiede la capacità di aprire una porta particolare che conduce alla ricchezza.”

Qualche anno dopo il saggio ebbe un altro figlio. Quando fu cresciuto abbastanza il saggio dette anche a lui un altro anello con lo stesso consiglio. La stessa cosa accadde quando ebbe il suo terzo e ultimo figlio. Quando il vecchio morì e i figli furono cresciuti, ciascuno di loro dichiarò la propria supremazia dovuta al possesso dell’anello. Nessuno era in grado di stabilire in modo inconfutabile quale degli anelli avesse maggiore valore.

Ognuno dei figli aveva i propri sostenitori, e tutti dichiaravano il valore superiore e la maggiore bellezza del proprio anello. Ma la cosa curiosa era che la porta della ricchezza rimaneva chiusa ai possessori di quelle chiavi e anche ai loro più intimi sostenitori. Tutti erano occupati col problema della supremazia, del possesso dell’anello, del suo valore e del suo aspetto.

Solo in pochi si misero alla ricerca della soglia del tesoro del vecchio saggio. Gli anelli possedevano anche qualità magiche. Benché fossero delle chiavi non si potevano usare direttamente per aprire la porta del tesoro. Era sufficiente guardarli senza avidità o senza troppo attaccamento rispetto all’una o all’altra delle qualità che avevano.

Una volta fatto questo, le persone che li avessero guardati in quel modo erano in grado di scoprire dov’era il tesoro e aprire la porta semplicemente mostrando l’anello. E i tesori possedevano anche altre qualità: erano inesauribili. Nel frattempo i sostenitori dei fratelli, ripetevano storie dei propri antenati sui meriti degli anelli, ciascuno in maniera leggermente diversa. Il primo gruppo pensava di possedere già il tesoro per il semplice fatto di averne la chiave.

Il secondo gruppo pensava che tutto ciò era illogico e così si consolava. E il terzo gruppo rinviò la possibilità di aprire la porta a un futuro lontano, remoto e immaginario e in questo modo, per loro, nel presente non c’era nulla da fare.

È più che probabile che tu appartenga a una di queste tre comunità, perché tutti coloro che iniziano la ricerca cadono inevitabilmente in una di queste tre trappole. In realtà, questi sono i tre trucchi fondamentali che la mente può giocare per salvare se stessa dalla meditazione. Fa’ dunque attenzione a questi tre trucchi. Love!(Osho)

domenica 5 giugno 2011

Ama te stesso e osserva!


“Se vuoi essere amato, ama”

(Lucio Anneo Seneca)

Come il cibo è il nutrimento del corpo, scrive Osho, così l’amore è il nutrimento dell’anima perciò, se il corpo è lasciato senza cibo si indebolisce e muore, così anche l’anima che viene privata dell’amore diventa sempre più debole. Da secoli il potere e la chiesa amano quelli che sono poveri d’amore perché fragili e deboli, infatti chi ha l’anima forte perché sazia dispone di energia e di sicurezza e si sente ribelle: queste anime forti e ribelli sono sempre represse.

L’anima che è rinforzata dall’amore diventa rivoluzionaria, poiché l’amore ci infonde l’ebbrezza del volo e ci dona la visione raffinata che sa andare oltre le apparenze, infatti l’amore raffina i sensi e ci rende tanto percettivi da non poter essere ingannati, sfruttati o oppressi. Ma solo chi ama sé stesso sa amare gli altri, dice Osho, perché chi si ama si rispetta, perciò sa come amare e come rispettare l’altro, infatti amare significa identificarsi con l'altro, perciò saper capire quello che accresce il suo piacere.

Chi ama comprende che tutti gli esseri umani nelle cose fondamentali sono identici, perciò nulla di ciò che l’altro sente può essere estraneo al mio modo di sentire. Chi ama prova piacere se riceve amore, rispetto e dignità, perciò sa come offrirli anche agli altri, infatti possiamo donare solo ciò che abbiamo. Chi ama prova piacere nell’essere accudito e il suo piacere trabocca all‘esterno, perché chi vive l’amore lo vuole condividere con il mondo: l’amore non può vivere nascosto.

Per questo l’uomo deve amarsi se vuole amare e il primo passo, dice Osho, è sempre nell’amare sé stessi, anche se Socrate diceva che bisogna conoscersi, e “Conosci te stesso” era l’invito che rivolgeva ai suoi discepoli, ma io mi chiedo, dice Osho, come possiamo voler conoscere coloro che non amiamo? Tutti dicono che l’uomo è indegno e imperfetto, infatti tutti parlano volentieri delle nostre limitazioni e riescono a vederle così bene da poterle ingrandire e dilatare a loro piacimento facendole divenire anche maggiori di quello che sono.

Tutti vogliono chiuderci nelle limitazioni e nei difetti, e come non potrebbero, se sono le loro stesse limitazioni e gli stessi difetti che vedono in loro stessi? Perciò tutti sanno trovare delle carenze sempre più ampie, perché è in gioco la loro credibilità e l’occultamento della loro personale impotenza di cambiare, e della loro mancanza di coraggio. Il gioco è nella loro credibilità o nella tua! Ecco il motivo per cui l’uomo non riesce ad amarsi e perché nel mondo esiste così poco amore.

L’uomo che si ama diventa come l’onda che si diffonde nel mondo, perché l’amore trabocca e non viene limitato da un solo oggetto, infatti l’amore è illimitato perché è universale, perciò chi ama è un individuo libero dalla sofferenza, e vive come una divinità che cammina sulla terra. Il mondo teme Dio perché teme la sua ira, perciò lo assimila alla morte, infatti gli uomini hanno ucciso molti dei Buddha che sono venuti nel mondo vedendo la loro grandezza come una prova della limitazione umana, e non sapendoli vedere come un esempio di ciò a cui può giungere la natura umana.

L’uomo teme il suo Dio, perché la Chiesa e le istituzioni lo convincono che è un essere debole, indegno e bisognoso di essere accudito, infatti l’uomo è trattato come un bambino a cui viene somministrata una dose di verità minima, poiché potrebbe non sostenerla. L’uomo è povero e debole nella ragione, perciò va accudito, infatti gode di una libertà che è condizionata dal consenso e dall’arbitrio degli altri. Una persona che ama sa pensare, perciò solo chi ama può essere meditativo, infatti la meditazione è la capacità di celebrare ciò che siamo e di essere in relazione con noi stessi, poiché l’altro non è necessario.

Nella meditazione siamo soli ma sufficienti a noi stessi, ma solo se ci amiamo sappiamo restare in nostra compagnia. E come potremmo stare con un nemico? Nella meditazione vi è la celebrazione della presenza a noi stessi, infatti siamo vivi e in connessione con tutto ciò che vive. Per essere meditativi bisogna amare la nostra manifestazione e il nostro modo di essere: per essere presenti è necessario sentire il gusto del respiro che ci anima, perché quell’amore ci dona la forza e la vita ci scorre nelle vene.

Ma, attenzione! Solo chi ama sa celebrare l‘amore, perché se siamo ostili alla vita e odiamo il nostro modo di essere non possiamo stare in presenza del nemico, infatti fuggiamo a noi stessi. A chi piace stare con chi è ostile? A chi piacerebbe sprofondare nell’inferno dell’estraneo? Ognuno nasconde i suoi difetti con dei fronzoli e con dei fiori profumati, infatti ognuno vuole sentirsi migliore di quello che è, e il mascheramento riesce se l’uomo fugge la solitudine in cui deve analizzare sé stesso.

Si usa anche il tempo come una via di fuga, infatti viene sprecano con delle cose futili che servono per non pensare, perciò fuggiamo dal presente per le stesse ragioni per cui fuggiamo dalla solitudine, e quando Buddha ci dice: “Ama te stesso e osserva!” molti intendono il monito al contrario. Tutti puntano l’attenzione sull’osservazione, che è sempre necessaria, ma pochi comprendono che il primo passo è l’amore, poiché solo se ci amiamo sappiamo stare in meditazione: amarsi viene prima della conoscenza di Socrate, perché l’amore apre la strada, poi viene la conoscenza che è sempre successiva, dice Osho.

L’amore è l’accettazione preliminare, infatti se accettiamo gli altri sappiamo vederne i difetti come qualità che non ci impediscono di amarli, poiché il difetto diventa la particolarità e non è una limitazione per offrire l’amore. Molti credono di poter iniziare dalla seconda parte, perciò pensano che l’osservazione sia la meditazione, ma il concetto che Buddha insegna è che l’osservazione dona la consapevolezza della visione. L‘osservazione interiore fa emergere la vigilanza che rende acuti e percettivi, perciò l’uomo diventa consapevole della sua vita, e scopre che il mondo lo ha reso come una macchina, perciò tutti siamo sradicati da noi stessi per essere controllati.

Tutti siamo sradicati e sfruttati se non diventiamo consapevoli di noi stessi, e se non siamo attivi nelle scelte che ci riguardano. Osservare, semplicemente osservare è l’invito di Buddha, ma non dice ciò che va osservato, dice solo: “Amati e osserva” perché si riferisce alla pratica dell’osservazione come da protrarre nel tempo, perché l’osservazione è il segreto della meditazione. Se vediamo un imperativo nell’insegnamento del Buddha è solo nella preliminare condizione dell’amore che dobbiamo dare a noi stessi, poiché solo l’amore ci fa vivi e presenti: l’amore risana perché dona la forza della vita.

Nell’amore non vi è repressione, infatti l’amore è piena accettazione di tutto il nostro meccanismo con tutte le sue peculiarità: chi ci ama ci vuole come siamo e accetta tutto quello che siamo, perciò se ci amiamo sappiamo accoglierci totalmente. Noi guardiamo con piacere solo ciò che amiamo, come potremmo osservarci se non accettiamo ciò che rispecchia quello che siamo? L’amore ci sostiene se sappiamo amare il nostro stile, perché è il nostro modo di essere e di partecipare al mondo: è solo questa coscienza d‘amore che rende possibile l’osservazione, ma avviene se sappiamo avere amore per l‘oggetto dell‘osservazione, poiché solo così proviamo l’estasi meditativa.

L’uomo vive nella condizione che è opposta alla sua natura, infatti crede di essere sveglio e cosciente mentre vive in modo meccanico e inconsapevole, perciò siamo perennemente addormentati. Solo quando sappiamo meditare siamo consapevoli di poter essere svegli anche mentre il nostro corpo dorme, infatti solo il corpo ha bisogno di riposo, mentre la coscienza può essere sempre desta. La consapevolezza è uno sforzo che è possibile per la coscienza umana, poiché l’essenza dell’uomo è nell’essere consapevole e presente alla sua vera natura.

L‘uomo può raggiungere un livello meditativo molto più elevato, e il supremo livello di meditazione si raggiunge quando l’osservazione prosegue durante il sonno, poiché il nostro Testimone può osservare il suo corpo mentre si rigenera nel sonno, poiché l’osservatore può restare desto anche mentre il suo corpo sta riposando. Se la nostra capacità di osservarci con amore si accresce continuamente possiamo dominare il mondo, poiché abbiamo la possibilità di evolvere all‘infinito. Questa suprema condizione meditativa è la condizione ideale dell’uomo, poiché viviamo all’opposto della nostra condizione ideale, in quanto nutriamo male il corpo, lasciamo dormire la nostra coscienza e neghiamo all’anima il nutrimento dell'amore.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 7 aprile 2011

La superiore sublime comprensione


“Il nucleo della conoscenza è questo:
se la possiedi, applicala.
Se non la possiedi,
confessa la tua ignoranza.”

(Confucio)

Osho scrive che, nella vita, non esiste un aspetto immanente e un aspetto trascendente, poiché la vita li contiene entrambi: nella vita non vi è alcun lato assoluto, infatti la vita è nell’evidenza dell'immediatezza. E’ l'immediato il modo usato dall’Assoluto per manifestarsi nel nostro mondo, infatti nell’immediato vive il tratto e il tocco dell’Assoluto, poiché non esistono delle divisioni tra i vari aspetti della realtà. Il mondo non possiede delle divisioni, poiché in esso sono presenti sia l’aspetto trascendente che l'immanenza che vennero fusi assieme, perciò l’uomo non deve lasciare il mondo materiale per conoscere il senso totale della vita.

Se impariamo a renderci fluidi, se diventiamo più sensibili e siamo disponibili a vedere in modo profondo scopriamo che la realtà presenta entrambi i versanti, infatti il mondo può diventare il paradiso e il nostro corpo può diventare il corpo del Buddha. Per tanto tempo ci hanno insegnato che la realtà è divisa tra lo spirito e la materia, per cui crediamo nel corpo e nell’anima come a entità separate,e pensiamo di avere una parte infima e una parte sublime, infatti viviamo una scissione tra esteriorità e interiorità. Da questa scissione ha origine la nostra concezione di un mondo invisibile e di un mondo visibile come realtà separate, e questa mentalità è la causa della nostra carente comprensione spirituale.

Ci hanno insegnato a ragionare usando le dicotomie mentali che frazionano la realtà che è unica sebbene non possano esistere delle scissioni tra il Creatore e la creatura, poiché entramb vengono dalla medesima sostanza e, seppure volessero, non potrebbero venire separati. Il mondo e il suo Creatore hanno la medesima energia,perché ogni mondo diventa l’espressione di colui che lo plasma, e ogni creatore crea delle creature fatte a sua immagine, perciò anche noi siamo uniti al nostro Creatore come la fiamma è unita al tizzone.

Credere di ottenere delle esperienze trascendentali è una illusione, perché credere di dover trascendere la materia per contemplare lo spirito dimostra la forza dell’ignoranza che ci soffoca: ciò che giunge diventa giusto se sappiamo comprenderne il senso evolutivo, ma dobbiamo capire sapendo restare ancorati alla realtà materiale. La nostra esperienza più autentica deve essere prodotta da una sensibilità che deve svilupparsi sempre più, perché dobbiamo coltivare una crescente comprensione di tutte le sfumature della vita.

La tenerezza e la ricettività ci rendono più vulnerabili alla vita, perché la tenerezza ci apre alla gioia e all’amore,ma dobbiamo abbandonare ogni illusione sulla necessità dell’illuminazione. Osho dice che Dio deve essere evidente ed esplicito solo per le menti limitate e grossolane nella comprensione, in quanto è un'intelligenza mediocre che necessita del miracolo per capire: l'eccezionalità deve ricompensare la nullità, infatti essa rappresenta il desiderio di chi sogna una rivalsa.

Se siamo intelligenti e se coltiviamo la sensibilità e la profondità dello sguardo anche una realtà ordinaria può dimostrarsi eccezionale, perché la realtà è un mirabile intreccio di materia e di spirito. Una vita normale diventa mediocre solo se restiamo addormentati alla visione dello spirito che è inserito nella materia, infatti essere privi di occhi e di orecchie adeguate impedisce di percepire in modo profondo e denso.

Chiedere la manifestazione mirabolante per credere nello spirito è tipico di chi ama i giochi mentali, ma non è prerogativa dell’essere spirituale che conosce e apprezza la meraviglia del vivere nell'attimo presente. Solo chi sa come vivere sensualmente nel presente conosce pienamente la vita,infatti sa assaporare e sa riconoscere tutti i sapori più vitali: è così che noi onoriamo anche lo spirito mentre viviamo nell'involucro materiale.

Il “divino è al centro di ogni cosa” infatti Dio è al centro del mondo e il mondo è la periferia di Dio: diventare sensuali corrisponde a sentirsi inclusi nella circonferenza di cui siamo centro e periferia, poiché entrambi le cose forniscono un senso all’esistenza. Ma tanti insegnano l'opposto affermando che il corpo deve rendersi insensibile al mondo, perciò il corpo deve essere freddo precludendo la verità che non è giusto abusare o negare la materia e lo spirito, perché ogni limitazione ci rende più infelici.

L’apertura da conquistare consiste nell’essere ricettivo, aperto e sensibile a tutte le cose, sapendo che tutto ci può insegnare se non temiamo la vita,infatti l’apprendimento risolve il mistero e la conoscenza svela l’ignoto. La maggiore sensibilità ci rende recettivi anche alle bellezze del mondo vegetale e animale, infatti l'essere sensibile e sensuale viene elevato fino alla comprensione da cui ogni cosa fluisce e scorre. Dei sensi ampliati ci rendono adatti ad assaporare tutte le sfumature dell'esistenza,in quanto arricchiscono la nostra essenzafornendola della superiore sublime comprensione.

La vita non ha mai un senso predefinito perché i fatti sono neutrali, infatti il significato viene plasmato dalle nostre sensazioni e dai sentimenti,e il senso è fornito dai nostri condizionamenti che associano un valore positivo o negativo ai fenomeni. Ogni cosa che accade può fornire un arricchimento se siamo disponibili a comprenderlo lasciando che le situazioni avvengano,ma osservando ciò che viene per come si presenta: è così che impariamo dai fatti senza fare uso di preclusioni mentali.

Per cogliere l’essenza della vita è necessario agire nella situazione nel modo migliore usando le cose per aumentare la nostra capacità di amare,e ampliando la nostra sensibilità e la gioia di vivere,perciò dobbiamo impedire che le durezze della vita ci rendano aridi e infelici. Quando siamo disponibili a vivere spassionatamente, allora tutto ciò che accade diventa una occasione per comprendere la vita, percché esiste anche chi deve vivere in situazioni in cui la paura è l'unica compagna,ma riesce difficile saper affrontare coraggiosamente anche queste dure condizioni.

Nessuno può essere condannato se resta vittima della paura, del fallimento e del timore, infatti il perdono può offrirci la salvezza quando le cose della vita divengono incomprensibili: l'unica salvezza è offerta dalla scoperta del senso della vita soprattutto quando potremmo avere l'incapacità di comprendere. Perdonare è l'unico modo per apprezzare ogni vita,e tutto può diventare un dono per aumentare la sensibilità e la comprensione: nessun Dio vuole l’inferno e la dannazione umana, ma le cose accadono perché sono causate dalla concatenazione dalle azioni umane.

La spiritualità non è il frutto di pregi e difetti, ma è il risultato della sensualità, della sensibilità e della volontà di comprendere, infatti siamo noi che veniamo sgretolati dalla vita quando ci priviamo della gioia di vivere, perciò perdiamo dei frammenti d’anima quando viviamo senza conoscere il significato del vivere. Dobbiamo apprezzare tutto ciò che ci può aiutare ad imparare, infatti dobbiamo imparare fino all’ultimo istante, poiché abbiamo l'opportunità di evolvere fino all'ultimo respiro.

L’uomo non conosce la sua grandezza e il suo valore, infatti raramente sa celebrare la forza e la bellezza della sua indole, infatti non riesce a coltivare adeguatamente il suo pensiero, che è la nostra prerogativa divina. Se l’uomo conoscesse la forza della mentalità sensibile, robusta e densa potrebbe allontanarsi dal buio, dal freddo e dal dolore del suo nucleo negativo. Se l'uomo riuscisse a comprendere la trama inserita nelle situazioni della sua vita farebbe delle affermazioni molto migliori,e verrebbe sostenuto dalla positività dell’intero universo.

Sapere che non esiste un polo positivo e negativo già predefiniti elimina i nostri conflitti, infatti impariamo che tutto è giusto e funzionale se vediamo la totalità delle cose, perciò possiamo accettare anche quelli che crediamo pregi e difetti del vivere,infatti l'accettazione di bello e brutto dimostra un’amore sublime. Un amore autentico e sincero non si cura delle distinzioni, infatti la vita va amata senza pregiudizi, perciò dobbiamo viverla in modo meno ottuso e presuntuoso.

Essere neutrali ci aiuta ad aumentare la quantità di verità che possiamo sostenere, infatti anche quelle che sembrano delle carenze e delle punizioni diventano dei sintomi dello scarso valore che crediamo di possedere. Sentirci derubati dalla vita è la prova evidente che la nostra visione del mondo è basata sulla paura, per cui non dobbiamo sentirci sbagliati se questo avviene ma dobbiamo persistere nel miglioramento della consapevolezza.

Per vivere meglio è necessario accettare di poterci sentire fragili e ottusi, perché dobbiamo diventare anche modesti se vogliamo che la nostra comprensione divenga ancora maggiore. Sentirsi sbagliati è il sintomo che viviamo in modo insensato, infatti è l’ego che crede di poter diventare felice e amabile solo se riesce ad essere perfetto. La nostra sofferenza diventa molto illogica, infatti quale concezione di perfezione potrebbe avere una struttura che vive da pappagallo usando delle illusioni e facendo delle banali imitazioni?

Buona erranza
Sharatan