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giovedì 8 novembre 2018

Un’antica storia cinese



In un’antica storia cinese si tramanda che, durante un grande raduno, una festa traboccante di rumori, di danze, di canti e via dicendo, un uomo cadde in un pozzo. A causa del frastuono, nessuno se ne accorse. A quell’epoca, in Cina i pozzi non erano protetti da un muro: erano all’aperto, senza protezione; nel buio potevi scivolare e caderci dentro. L’uomo si mise a gridare:«Salvatemi!»

Un monaco buddhista passò nei paraggi e, udendo quell’uomo, guardò in basso. «Meno male che mi hai sentito. Tutti sono così presi dalla festa e il frastuono è enorme … avevo paura di morire.» Il monaco buddhista rispose: «Infatti morirai, perché ciò che ti è successo dipende da una cattiva azione del passato; adesso hai ricevuto la punizione: accettala e consegui la libertà! È meglio così: nella prossima vita, ricomincerai ripulito da ogni colpa e non dovrai più ricadere in un pozzo».

L’uomo replicò:«In questo momento non ho bisogno di saggezza e di filosofia …» ma il monaco se n’era già andato. Quindi arrivò un vecchio taoista. Poiché aveva sete si chinò sul pozzo. Quell’uomo stava ancora urlando in cerca di aiuto, e il taoista disse:«Questo non è virile. Bisogna accettare tutto ciò che viene: ecco cos’ha detto il grande Lao Tzu.

Quindi, accettalo e rallegrati di quanto ti è successo! Stai urlando come una femminuccia. Sii uomo!». L’altro rispose:«Sono disposto a farmi dare della femminuccia, ma, per favore salvami! Non sono coraggioso. Dopo potrai dire tutto quello che vorrai, ma prima tirami fuori». Il taoista replicò:«Noi non interferiamo mai negli affare degli altri. Crediamo nell’individuo e nella sua libertà.

Cadere nel pozzo e morirci è una tua libertà: tutto ciò che posso fare è darti un consiglio. Anziché morire urlando e piangendo - questo sarebbe da sciocchi - muori come un saggio. Accettalo, sii felice, goditi questo stato di cose, intona una canzone e lascia questo mondo: tutti prima o poi moriremo, quindi a che pro salvarti?». E se ne andò.

Arrivò un confuciano, e l’uomo intravide una speranza, perché i confuciani sono più terreni, più concreti. «Sono fortunato che tu sia passato di qui, uno studioso di Confucio. Ti conosco, ho udito il tuo nome. Adesso fa’ qualcosa per me, perché Confucio insegna: ‘Aiuta gli altri’». Il monaco confuciano rispose:«Hai ragione, ti aiuterò. Andrò di città in città e protesterò, fino a convincere il governo e mettere un muro intorno a tutti i pozzi del paese. Non avere timore».

L’uomo rispose:«Ma quando i muri di protezione saranno eretti e la tua rivoluzione avrà avuto successo, io sarò morto». Il confuciano replicò:«Tu non conti, io non conto, gli individui non contano: solo la società è importante. Cadendo nel pozzo, tu hai sollevato un problema importantissimo; adesso lotteremo per risolverlo. Sta’ calmo, rassegnati: faremo in modo che ogni pozzo abbia un muro di protezione, così nessuno potrà più caderci dentro.

Viceversa, salvando solo te, cosa si salverebbe? Il paese ha milioni di pozzi e milioni di persone possono caderci. Dunque, non pensare a te stesso; elevati al di sopra di questo egoismo. Io servirò l’umanità. Tu hai già reso un grande servizio cadendo nel pozzo; adesso la mia parte è costringere il governo a erigere muri di protezione». E il confuciano se ne andò.

Il quarto uomo che passò di lì era un missionario cristiano che portava con sé una borsa. Immediatamente l’aprì, tirò fuori una corda e ne gettò un capo nel pozzo. Prima ancora che l’uomo avesse aperto bocca, il missionario gli aveva gettato la corda. Colmo di meraviglia, l’uomo esclamò:«La tua religione sembra la più vera».

Il missionario rispose:«Senza dubbio. Noi siamo attrezzati per ogni emergenza. Sapendo che la gente cade nei pozzi, porto con me questa corda per salvarla. Infatti, solo salvando gli altri posso salvare me stesso. Però mi preoccupa ciò che ha detto il confuciano; non si dovrebbero mai costruire muretti intorno ai pozzi, altrimenti come potremo mai aiutare l’umanità?

Come faremmo a tirare fuori coloro che sono caduti? Prima devono cadere, solo così noi possiamo salvarli. Noi viviamo per aiutare gli altri, ma come prima cosa deve esistere questa opportunità; se non sussiste, come potremo mai metterci al servizio degli altri?».

Di certo, tutte queste religioni che predicano il “servizio” desiderano che l’umanità resti povera e bisognosa di essere aiutata, è un loro interesse … La povera gente è necessaria, assolutamente indispensabile; altrimenti, che ne sarebbe di questi grandi servitori dell’umanità? Cosa accadrà a tutte queste religioni e ai loro insegnamenti?

Come potrà la gente guadagnarsi il diritto di entrare nel Regno di Dio? Queste persone povere e sofferenti vanno usate come una scala: e questo lo chiami altruismo? Queste religioni sono sempre contrarie hanno bisogno che questi problemi restino. È un bisogno profondamente egoista, interessato; implica perseguire uno scopo.

Quando servi qualcuno e ti senti meglio, hai ridotto l’altro a un verme, a un essere subumano. Sei così superiore da aver sacrificato i tuoi interessi ma, anziché “servire” i poveri li stai semplicemente umiliando. Se possiedi qualcosa che ti dona pace, gioia ed estasi, condividilo. E ricorda che quando condividi, lo fai senza motivo.

Non sto dicendo che tramite la condivisione raggiungerai il paradiso, non ti sto dando alcuno scopo; sto dicendo che la condivisione in sé ti appagherà. L’appagamento è nella condivisione in sé, non esiste scopo al di là di essa; è fine a se stessa. Ti sentirai riconoscente verso la persona che ha accettato di condividere con te, non avrai la sensazione che abbia un debito nei tuoi confronti: non hai “servito” nessuno. (Osho, Liberi di essere, Mondadori ed.)

domenica 14 febbraio 2010

Onorare le proprie radici



“L’uomo superiore rispetta tre cose:
il volere del Cielo, gli uomini grandi
e le parole del saggio”

(Aforisma confuciano)


Quando ho iniziato a studiare la mentalità cinese classica ho trovato un detto che affermava che il cinese è l’uomo delle tre filosofie: il taoismo usato per Nutrire la Vita, il confucianesimo usato per avere buoni rapporti sociali e interpersonali, e il buddismo usato per avere cura dell’anima.

K’ong-tseu (Confucio) ammise che non era pervenuto alla Conoscenza metafisica e sopra-razionale poiché non ne aveva penetrato il senso più profondo, avendo studiato solo i simboli più comuni, quelli che erano legati alle consuetudini tradizionali.

Egli dimostrò grande modestia per non avere millantato ciò che non possedeva, come però non fecero sempre i suoi discepoli e successori, attirandosi così delle frecciatine ironiche da parte dei taoisti, così che si è pensato ad una conflittualità tra le due concezioni tradizionali cinesi: attenzione a non fare questo errore, perché gli ambiti che svilupparono furono molto diversi!

Piuttosto pensiamo ad una radice comune nei due pensieri, costituita dal profondo rispetto per le tradizioni precedenti a quei modi di pensare, e infatti K’ong-tseu affermò: “Io sono un uomo che ha venerato gli antichi, e che ha compiuto ogni sforzo per acquisire le loro conoscenze,” e che anche Lao-tseu avesse onorato degnamente le sue concezioni tradizionali non si può mettere in dubbio.

La cosa che dovremmo ricordare è che la civiltà cinese ha come fondamento la famiglia e la stirpe originaria, con l'impegno di una fedeltà duratura ad essa: in Cina vi è un legame indissolubile che unisce tutti i fratelli di stirpe o di clan tra di loro.

La nostra mentalità occidentale dovrebbe ricordarlo sempre, mentre solitamente, è il confucianesimo che viene citato come esclusivo pensiero tradizionale cinese, trascurando molto l’importanza del pensiero taoista, che viene relegato in un ambito puramente storico ed antropologico, per una serie di pratiche che lo hanno condannato ad apparire come un pensiero astruso o bizzarro.

E’ vero poi che molti maestri taoisti furono sempre intolleranti alla normalizzazione forzata dei regimi governanti, soprattutto quando tali regimi assumevano caratteri molto dispotici.

Lao-tseu scrisse solo un trattato, cioè il Tao te King, in cui illustra in aforismi poetici una concezione filosofica di naturalità affascinante, ma anche molto densa e complessa. Il Tao che è la Madre universale è chiamata la Via, è il Principio supremo dal punto di vista metafisico, è nel contempo l’origine e la fine di tutti gli esseri.

Il “te” cioè la Rettitudine, è il termine di specificazione del Tao, quindi è la Direzione che l’essere umano deve seguire affinché la sua esistenza, nello stato in cui si trova, sia conforme alla Via quindi al Principio Primo.

Il Tao te King fu composto nell’Epoca delle Primavere e degli Autunni, e si sofferma anche su temi politici e di politica statale, perché i taoisti non erano affatto delle persone ai margini del mondo infatti, nell’opera, sono offerte delle soluzioni politiche sulle regole del buon governo, sulla natura della guerra, sulle virtù del buon regnante e sulle qualità di uno stato che voglia essere prosperoso.

Altro è il ruolo del Saggio rispetto a quello del Governante, poichè egli non si coinvolge negli affari di governo, mentre il migliore governante rimane sempre il Maestro taoista, cioè un Uomo superiore ed esemplare come l’Imperatore Giallo. Per il taoista è giusto che l'uomo degno sia nel posto giusto affinchè sia completato l'ordine dell'universo.

Il Saggio è l’individuo che comprende il naturale corso delle cose cioè il Tao, e che perciò vive in armonia con esso: i cambiamenti nella società avverranno solo dopo che saranno avvenuti i cambiamenti all’interno degli individui, e i cambiamenti all’interno degli individui, avverranno solo quando gli uomini si saranno adeguati ai principi del Tao.

Questa è la caratteristica che differenzia il taoismo dal confucianesimo: nel taoismo non vi è alcun ossequio a valori non introiettati intimamente e fortemente sentiti mentre, secondo K’ong-tseu e il confucianesimo, una società tranquilla ed armonica è una società in cui tutti gli uomini osservano i rituali corretti e i codici formali di relazioni interpersonali, ai confuciani non importa quale sia la natura dell’universo.

Invece il taoismo non attribuisce alcuna importanza alle azioni puramente esteriori, quindi l'azione è orientata al Non-Agire o Wu Wei, che erroneamente viene considerato come una sorta di totale inerzia o un rassegnata attesa alla fatalità esterna.

Il Wu wei andrebbe piuttosto inteso come pienezza di attività trascendente interiore, come piena Unità con il Principio Primo: per i taoisti è fondamentale conoscere l’ordine naturale delle cose poiché solo così si può vivere in armonia con esse. Il Maestro taoista pensa che non sia necessario affannarsi per avere la sua perla meravigliosa.

La leggenda narra che l’Imperatore Giallo, che sembra abbia regnato verso il 2697 a. C., viaggiando a Nord del Fiume Rosso raggiunse le vette dei monti Kunlun. Mentre tornava verso Sud perse la sua perla meravigliosa, perciò ordinò alla Ragione di trovarla, ma non ottenne nulla. Comandò alla Magia di trovarla, ma ancora invano, quindi si rivolse alla Potenza Suprema, ma senza successo. Infine intimò il suo ordine al Nulla, e il Nulla gliela rese. “Che strano - pensò l’Imperatore Giallo - il Nulla l’ha ritrovata!”

La perla meravigliosa era la sua anima, e la Scienza e la Vista, così come la Parola non possono illuminarla, infatti solo il Non-agire o Wu Wei, permise all’Imperatore Giallo di ritrovare la coscienza della sua anima. Questo viene riferito nel “Nan-hua chen-ching” da Chuang-tzu, discepolo di Lao-tseu, e se Lao-tseu fu l’uomo più puro che fosse vissuto sulla terra, Chuang-tzu è il più degno discepolo.

Tao è l’Unico, è il Principio e la Fine di tutte le cose, perciò tutte le cose devono ritornare a Tao Eterno e Immutabile. Tao è Superiorità Assoluta, è ciò che non può essere nominato quindi è il Nulla, cioè “Wu” ed ecco ciò che noi chiamiamo Dio. Tutto ciò che gli uomini sono in grado di comprendere è solo illusione, è solo apparenza, quindi ciò che noi chiamiamo Essere in realtà non lo è, e ciò che vediamo come Non-Essere, per noi è vera essenza.

Noi viviamo in una tenebra profonda in cui anche ciò che noi percepiamo come reale, sebbene non lo sia, comunque proviene da Tao. Tutte le cose percepite dai sensi, tutti i desideri sono irreali: Uno generò Due. Due generò Tre. Tre generò la Molteplicità e la Molteplicità ritorna all’Uno.

Dobbiamo sapere che Tao è l’origine di tutto, da Tao traggono origine gli alberi, i fiori e le piante, così come l’oceano, il deserto, le valli, i monti, il giorno e la notte, e la vita e la morte. Tao è in tutti questi mutamenti, è nel movimento con cui gli universi si originano, e nella decrescita degli oceani che vedono evaporare tutte le loro acque: la nostra anima, nella sua essenza è Tao.

Cerchiamo però di non cadere in errore perché Tao è in ciò che vedi, ma ciò che vedi non è Tao: non mettiamoci in mente che si possa contemplare Tao con gli occhi della carne! Tao non farà sbocciare lacrime dagli occhi o gioia dal sorriso, poiché tutte le emozioni e tutti i sentimenti sono relativi, essi non sono reali.

Nelle braccia di Tao noi saremo al sicuro come tra le braccia di una madre, perciò non avremo timore delle tribolazioni e saremo sempre fiduciosi, nel Tao saremo al riparo dal timore della morte e onorati di godere la vita.

Ecco la concezione di un Tao che dona la vita e che ci custodisce dopo la morte, perciò guardiamo a questo paesaggio dalla cima di una montagna, perciò guardiamo il mare, guardiamo l’aria e guardiamo la luce del sole, e vediamo come tutto venga mosso da una legge ineluttabile e da una ineluttabile forza.

Allora concepiamo che Wu Wei o Non-Agire è come agisce Tao, e lui agisce in questa maniera, e i contorni dell'azione si tratteggiano con maggiore precisione. Vediamo che da tutte le cose proviene una calma ascensionale, una forza di elevazione che è donata da Tao, vediamo alzarsi un fascio di luce con delle linee direzionate verso un punto di convergenza in cui si completa l’Ascesa: così siamo calamitati ed attratti fino al centro di Tao, siamo attratti da una legge eterna ed ineluttabile.

Così come il mare spinge le onde alla riva, così anche le cose scivolano verso l'infinito procedendo con tranquilla certezza. Vediamo allora l'anima come una piccola barca che è infinitamente piccola e scorre come un petalo sulla corrente, che è priva di paura, che è piena d’amore, e che si lascia portare sull’immensa distesa diretta da Tao. Il movimento avviene in assoluta purezza, in uno splendore che è inaccessibile ad ogni male: questo è il Wu Wei!

In questo Non-Agire o Wu Wei così come procede da Tao, gli uomini che sono veramente uomini dovrebbero essere orgogliosi di sapersi trasportare, poiché in ogni uomo vi è una naturale tendenza al caldo movimento che proviene da Tao. L’uomo brama la voluttà, ama la gioia, l’odio, la celebrità, la fama e la ricchezza così che i suoi atti sono violenti come la tempesta che si scatena con un ritmo di furiosa ascesa che è seguita dalla caduta precipitosa.

Come disperati ci aggrappiamo a ciò che sappiamo irreale, perché amiamo troppo la molteplicità, piuttosto che desiderare l’Uno, perciò c’è un solo Rimedio: il Ritorno alle nostre origini. Esse si possono trovare perché Tao è in noi, ma Tao è nel Riposo, perciò aboliamo il travaglio ansioso di voler conoscere velocemente Tao, è una triste fatica il voler cercare troppe parole, il volere definire e dettagliare, perchè tutto questo restringe Tao, che allora ci sfugge ancor di più.

D’altro lato cosa dire? Coloro che sanno non dicono, e coloro che dicono non sanno affatto, quindi il vero Saggio contempla una dottrina ineffabile che resterà per sempre inespressa. Bisogna lasciarsi trasportare verso Tao da un movimento lento e tranquillo, come quello dell’oceano che lambisce la riva e così, finalmente, scivoleremo dentro Tao e non sapremo più definirlo perché diventeremo Tao noi stessi.

Lao-tseu era originario della regione di Ch’u e, molto probabilmente lo erano anche gli studenti che ne seguivano gli insegnamenti, poiché era molto raro che i filosofi-insegnanti dell’Epoca delle Primavere e degli Autunni fondassero le loro scuole fuori dalle terre di origine, così come era consuetudine che la maggior parte degli allievi provenisse sempre dalle terre e regioni limitrofe.

Ciò spiega perché i seguaci di Confucio furono i “signori di Lu” proveniendo da quello stato e, in modo analogo, i seguaci di Lao-tsu provengono dallo stato di Ch’u, mentre di Chuang-Tsu sappiamo da Ssu-ma Ch'ien, il Grande storico, che egli proveniva dal distretto amministrativo di Mong, nel Sung, che era uno stato vassallo del reame di Ch'u, quindi erano della stessa patria: per questo entrambi i fondatori seppero onorare degnamente il patto delle loro radici.

Buona erranza
Sharatan


domenica 7 febbraio 2010

Il Signore dell’Orso


Nei tempi immemorabili la Cina era una terra piena di clan, di tribù e di tante altre variegate popolazioni. Vi erano delle genti nomadi che seguivano le loro greggi nelle steppe, e vi erano delle genti stabili che avevano posto dimora in luoghi in cui potevano vivere comodamente, soprattutto lungo le rive del Fiume Giallo.

A causa della fame e dell’avidità personale vi erano anche delle popolazioni che preferivano vivere facendo razzia di beni e di donne altrui senza spezzarsi la schiena, e senza faticare troppo. Per tali genti il sangue non era un problema anzi ne apparivano inebriati, tanto che non facevano altro che ricercare scaramucce e battaglie, e si facevano delle rappresaglie tra di loro, e si spartivano con la prepotenza i frutti delle loro rapine.

In uno dei borghi abitati lungo le rive del fiume Giallo presi di mira dai predoni, viveva un giovane predestinato, di cui le sagge anziane del villaggio dicevano che la madre l’avesse concepito ancora vergine, nel tempo che precedeva le sue nozze con il figlio del capo clan. Le anziane sagge narravano che, in una notte senza luce era disceso un fulmine dal cielo proveniente dalla Costellazione dell’Orsa, ed era caduto davanti alla porta della vergine, perciò il seme da cui il bambino era nato era il Tuono, ma il Tuono lanciato dal Pilastro del Drago Celeste era in realtà il pene dell’Imperatore di Giada, il Signore del Cielo in persona.

Ma tutti irridevano alle chiacchiere di quelle sapienti perchè increduli di quello che esse andavano dicendo, sebbene il bambino rimanesse ben 12 mesi nel grembo di sua madre. Alla nascita il bambino si rivelò di precocità meravigliosa, in pochi giorni sapeva pronunciare le parole, a pochi mesi parlava e subito dopo già camminava, perciò fu messo sul dorso di un cavallo per imparare a cavalcare. All’età di 6 anni era un cavallerizzo provetto, sapeva maneggiare la spada, la lancia e lo scudo, a 8 anni gareggiava contro i migliori guerrieri del suo clan, a 12 anni prendeva parte ai combattimenti, e a 14 anni era il comandante supremo delle sue truppe.

Il giovane era dotato anche di poteri straordinari perché faceva degli strani sogni, aveva delle visioni, conversava con gli Spiriti della Natura, tanto che gli sciamani ben presto lo fecero entrare nella loro confraternita; e fu proprio nel corso di una iniziazione che fu mandato dagli anziani sciamani a cacciare l’orso in montagna, e il ragazzo ritornò al villaggio in groppa all’animale. Fu solo allora che tutti riconobbero come vera la visione delle donne sagge del villaggio, e gli sciamani gli diedero un nome d’uomo, e lo chiamarono Yu Xiong che significa il Signore dell’Orso.

Per tutta la vita Yu Xiong aveva conosciuto il terrore delle razzie dei predoni, aveva veduto negli occhi della sua gente le lacrime e il terrore provocati dalla crudeltà dei banditi, e non era disposto a sopportare che tutto quell’orrore continuasse più a lungo. Negli ultimi tempi i banditi erano diventati ancora più spietati, perché tutte le piccole bande di predoni si erano riunite sotto la guida di un capo astuto e sanguinario chiamato Chi Yu, e le loro scorrerie si erano intensificate senza che nessuno riuscisse a fermarli.

Si era riunita un’orda di sanguinari banditi che riuscivano a sfuggire ad ogni agguato, e che erano imprendibili come sabbia che scorre tra le dita, finché anche il padre di Yu Xiong cadde nel corso di un agguato a tradimento, e lui si ritrovò l’unico capo di un clan decimato dalle perdite, e fortemente demoralizzato dalle sconfitte patite. Allora Yu Xiong tornò alla montagna per reclutare un branco di orsi, che lui stesso addestrò alla battaglia e al combattimento poi iniziò, con le truppe rinfrancate da queste nuove forze, a seminare il terrore tra i nomadi predoni.

Le popolazioni dei luoghi in cui passavano le sue truppe si univano volentieri alle fila di Yu Xiong, incoraggiati dalla prospettiva di una vendetta, di una rivalsa, o di una lotta e fu così che, alla fine, egli si ritrovò alla testa di un potente e numeroso esercito che lo seguiva. Anche i menestrelli itineranti iniziarono a cantare nelle loro canzoni le gesta gloriose del Signore dell’Orso, così che ovunque si andò diffondendo la gloria delle sue gesta.

Nel corso di una spedizione Yu Xiong intercettò le truppe del sanguinario brigante Chi Yu, questi però ripiegò verso una gola montana, e si tirò dietro anche le truppe del Signore dell’Orso, che così si ritrovò improvvisamente intrappolato in un agguato: chiuso in una stretta gola di montagna e senza via di fuga. Era una trappola che fu completata con la discesa di una fitta nuvola di nebbia che venne a rendere tutto offuscato e confuso, così da non poter vedere neppure da quale parte gli venisse incontro la morte.

Gli sciamani delle steppe erano assai pericolosi, ed erano in grado d’intendersi assai bene con gli Spiriti della Bruma, perciò per giorni e giorni spinsero le truppe del Signore dell’Orso attraverso un labirinto inestricabile di strade di montagna, e in mezzo a un caos di viuzze di rocce. Essi vagarono a lungo, finché le truppe rimasero senza viveri ed acqua, e caddero stremate dalla lunga marcia che avevano sostenuto: ormai erano tutti sul punto di lasciarsi morire per la disperazione e per lo sfinimento.

Fu allora che Yu Xiong, il Signore dell’Orso smontò da cavallo, e si spinse fino in fondo ad una valle in cui sapeva che, secondo le regole della scienza del Feng Shui, vi era una forte condensazione di Soffio del Drago della Terra, quindi prese il suo tamburo e lo percosse con un ritmo lancinante e intonò uno strano canto, infine si lanciò in una danza scatenata. Fu così che entrò in trance per poter parlare con gli Spiriti della Bruma, ma essi erano legati dagli sciamani delle steppe assoldati dai nemici, perciò non vennero a rispondere alla sua chiamata.

Yu Xiong continuò a provare e riprovare finché cadde a terra sfinito, e allora il suo sguardo disperato si alzò verso il Palazzo Celeste dell’Imperatore di Giada, e umilmente gli chiese il suo aiuto. A quel punto la nebbia si diradò di colpo e un raggio di luce eccezionale scese dal cielo, essa si scompose a formare un meraviglioso arcobaleno, e sul raggio di luce discese una dama drappeggiata in una veste di 9 colori, con il viso illuminato da uno scintillio dorato.

La dama celeste si fermò su di una roccia davanti al Signore dell’Orso, e fece risuonare la sua meravigliosa voce: “Sono la Dama dei Nove Cieli e mi manda l’Imperatore di Giada che ha sentito il tuo disperato appello. Io ti porto i suoi doni perché lui ti riconosce come suo figlio e vuole fare di te il Signore dell’Impero di Mezzo.” La splendente immortale si levò nell’aria e sparì velocemente lasciandosi dietro un aroma inebriante di fiori di loto e di legno di sandalo.

Sulla roccia dove la dama si era posata, era rimasta una ciotola e due libri: essi erano un manuale di strategia militare e il primo YiJing, quindi Yu Xiong, il Signore dell’Orso aveva ricevuto il dono dell‘Arte militare e dell’Arte oracolare. Nella ciotola vi era dell’acqua, in cui galleggiava un pezzo di legno con una pietra magnetite, che è la pietra calamita, perciò Yu Xiong, il Signore dell’Orso, aveva ricevuto in dono da suo padre anche la prima bussola.

Per il Signore dell’Orso, armato di questi meravigliosi doni celesti, vincere la guerra diventò un gioco, e fu così che riuscì a mettere le mani sul suo nemico, il sanguinario capo dei banditi, conosciuto anche con il soprannome di Signore dei Lupi. Quando i popoli che vivevano lungo il corso del Fiume Giallo seppero che Yu Xiong, era il vincitore del capo dei briganti lo vollero come loro re. E il Signore dell'Orso era talmente magnanimo che volle che anche i vinti fossero felici per la sua vittoria pur nella loro sconfitta, poiché come l’acqua non può restare sulle montagne, così pure la vendetta non resta in un grande cuore, perciò lui li perdonò tutti, e li rese suoi sudditi fedeli.

Yu Xiong accolse sempre tutti nel suo grande regno, e numerose popolazioni vennero ad implorare la sua protezione, ottenendola sempre; così che la sua benevola dominazione si estese dalle pendici dell’Himalaya fino alle rive del Mar di Cina. Yu Xiong ottenne il nome di Figlio del Cielo e venne chiamato Huang Di, cioè l’Imperatore Giallo, perché il giallo è il colore associato all’elemento della Terra, che è il segno del concepimento. Egli divenne veramente il primo imperatore della Terra di Mezzo, cioè della Cina antica.

L’Imperatore Giallo si circondò di consiglieri onesti e devoti, egli privilegiò gli uomini saggi e favorì l’agricoltura, l’artigianato e la medicina, protesse anche le arti, la letteratura e la filosofia: egli fu veramente un monarca illuminato, e fu anche uno spirito elevato a livello universale. Nella sua vita aveva conosciuto tanta barbarie e tanto pianto che sapeva come fosse importante per pacificare l’animo dell’uomo, il poter godere del riso e della poesia. Si narra che avesse composto di sua mano sia le leggi che le poesie, gli è attribuita l’invenzione della ruota, la composizione di odi e di un trattato di saggezza: divenne il campione sia dei potenti che del popolo, che lo ha elevato al rango di dio.

Buona erranza
Sharatan


venerdì 5 febbraio 2010

Con il Passo dell’Orso …


"Conoscere senza presumere di conoscere
è la cosa migliore.
Presumere di conoscere quello che non si sa,
è una malattia.
Solo riconoscendo questa malattia
è possibile non essere malati.
I Saggi sono liberi dai mali perché riconoscono
questa malattia come tale:
così non soffrono di malattie."

(Tao-te ching, 71)



Circa 5.000 anni fa una popolazione tribale occupò i territori situati lungo il corso del Fiume Giallo, nella Cina del Nord. Erano delle popolazioni nomadi che si accamparono lungo le rive del fiume perché trovarono tutto il necessario per una vita più comoda. Vi trovarono pesce da pescare, e l’acqua sufficiente per abbeverare le loro greggi e, infine, iniziarono a coltivare dei piccoli appezzamenti di terreno a grano e miglio, dissodandoli a fatica con aratri di legno.

Di notte accendevano dei fuochi e si riunivano intorno al loro calore a contemplare la volta celeste sfavillante di stelle scintillanti nella cappa scura della notte. Intorno a quei fuochi si tramandavano le storie delle loro lotte contro le bestie feroci che venivano a predare le greggi migliori, e delle disgrazie causate dalle piene del grande fiume che straripava trascinandosi via il frutto del raccolto dei campi, così faticosamente coltivati, e di cui non godevano nulla.

A volte però quelle disgrazie venivano evitate perché quei popoli nomadi possedevano dei capi tribù dai poteri veramente eccezionali. Quei capi straordinari riuscivano a dominare gli elementi naturali, e a piegare i fiumi ai loro voleri, a loro le piante e gli animali rivelavano i segreti poteri, ed essi parlavano con le forze invisibili dell’universo.

Essi sapevano salire al cielo e calarsi fino in fondo ai regni degli inferi per acquisire le conoscenze che fossero più utili per tutta la tribù: il più grande di questi capi portentosi fu Yu il Grande, il mitico imperatore antico e il fondatore della dinastia Hsia (2205-1766 a.C.).

La leggenda narra che Yu non era un comune mortale perché non aveva madre, ed era stato generato direttamente dal corpo del padre Kun. Si narra che, il padre Kun era stato scelto dal capotribù Shun per respingere le inondazioni del Fiume Giallo, ma lui non riuscì a farlo e per questo, Shun lo punì e gli rubò tutte le energie vitali, poi abbandonò il suo cadavere sulle pendici di una montagna.

Per 3 anni Yu restò nel cadavere del padre e, quando il padre resuscitò e si trasformò in un orso bruno, si aprì la sua pancia e ne uscì il figlio Yu. Immediatamente anche Yu divenne un orso bruno e, per tutta la vita, Yu continuò ad oscillare tra il lato umano e quello animale, infatti camminò sempre con un’andatura strascicata che divenne nota con il nome di Passo dell’Orso.

Lo spirito dell’orso viene considerato come un “iniziatore” e l’orso è anche un mitico antenato: perciò l’orso permette all’uomo di ripercorrere a ritroso la concatenazione delle precedenti incarnazioni del suo spirito fino a ritornare all’unità della sua radice, ossia alla radice della sua specie.

Circa 1.000 anni dopo, nell’epoca Chou o Zhou (datata dal 1121 al 222 a. C.) i sacerdoti ancora si vestivano di pelli d’orso e, quando eseguivano la danza in onore di Yu il Grande, strascinavano i piedi e grugnivano come l’orso.

Secondo la leggenda, quando Yu fu cresciuto, continuò il mestiere del padre ma con migliore fortuna, e questo perché le stesse forze sacre gli fecero dono di un libro magico, il mitico Shui-Ching ossia Il Libro del potere sulle Acque.

Grazie a quel dono Yu riuscì a viaggiare fino alle stelle per conoscere i segreti degli Spiriti Celesti: la Danza di Yu, che è la Danza della Forza, capace di fare volare Yu fino al Cielo, è ancora conservata nei testi taoisti: essa è stata eseguita per secoli da generazioni e generazioni di sacerdoti taoisti, da mistici, da stregoni e, ancora oggi è usata nelle scuole tradizionali cinesi di stili interiori.

Yu era in grado di assumere l’aspetto di tutti gli animali, ed era capace di comunicare con loro, egli li comprendeva e si fidava di loro perché li vedeva come amici, e loro di fidavano di lui, e perciò gli rivelavano tutti i loro più grandi segreti.

Quando Yu ebbe acquisito tutti questi saperi, provò a ripetere l’impresa in cui aveva perso la vita il padre. Ad un solo cenno della sua mano Yu riuscì a far ritirare le acque del fiume e, mentre queste si ritiravano, si vide emergere dal fiume una tartaruga che aveva il dorso tatuato con il disegno del Lo-sho Pa-K’ua, che descrive la natura del flusso e del cambiamento nell’universo: questo disegno diventerà la base di tutte le arti divinatorie cinesi.

Tutti i tratti della leggenda di Yu il Grande lo rivelano come uno sciamano. Mircea Eliade, nel suo saggio sullo sciamanesimo e sulle tecniche dell’estasi, attribuisce agli sciamani i seguenti poteri: il volo verso il cielo, il viaggio sottoterra, la danza delle forza, l’estasi e l’improvvisa rivelazione di verità superiori, il potere di conversare con gli animali, il potere sugli elementi, il potere taumaturgico, e la conoscenza e l’uso del potere curativo delle piante.

Nell’antica Cina vi era una classe di persone tenute in enorme considerazione chiamate Wu, le cui capacità sono assonanti con quelle che Mircea Eliade attribuisce agli sciamani, perciò Eliade afferma che i maghi wu furono i primi sciamani che noi conosciamo. Yu era uno sciamano che viveva in una società in cui gli sciamani erano importanti membri della società tribale.

Anche il padre di Yu, Kun, era un sciamano perché riusciva a trasformarsi in orso, e anche Shun il capotribù, che ricompensò Yu per avere fermato il fiume, era un potente sciamano, perché aveva punito Kun facendogli il furto delle forze vitali.

Si narra che il capotribù Shun, sia stato il primo sciamano che fosse riuscito a salire fino al cielo, e che avesse tratto i suoi insegnamenti direttamente dalle figlie del suo predecessore, Yao. Sappiamo che gli Wu erano impegnati come medium, maghi della pioggia, esorcisti, guaritori, etc., e che le donne erano dotate di enormi poteri magici: furono Nu Ying e O Huang, le due figlie del mitico imperatore Yao ad insegnare a Shun l’arte di volare al cielo.

Sappiamo perciò che le donne erano esperte di pratiche magiche ed estatiche, e che queste erano praticate su larga scala: se valutiamo che l’estatico è colui che sa volare con lo Spirito, non ci dovrebbe stupire questa particolare vocazione femminile. Quanto al potere magico, ebbene esso si conquista con l'esercizio di una persistente e potente volontà personale.

Dell’antico sciamanesimo cinese restano tracce in leggende e superstizioni popolari, e nei testi di alchimia taoista, però sappiamo che sciamani e sciamane erano molto numerosi nell’antica Cina, poiché era necessario che l’imperatore celeste fosse abile nelle tecniche estatiche così da poter affermare la sua autorità di origine magica, sull’uomo e sulla natura intera.

Colui che ha tale dominio dimostra di essere un “trasmettitore” o “condensatore” di Tao, che è il magico potere regolatore del cosmo. Si narra di molti personaggi antichi e di grandi imperatori che erano in grado di dominare gli spiriti, che sapevano salire al cielo e che sapevano usare delle tecniche sciamaniche: più tardi tali tradizioni furono conservate solo dai taoisti.

Lo sciamanesimo regnò incontrastato fino all’avvento del confucianesimo (6.-5. sec. a. C.) e gli Wu erano coloro che si facevano incarnare dagli spiriti per servire da intermediari con le forze sovrumane, in modo che gli stessi spiriti li trasformavano in miracolosi guaritori.

Le sciamane quando erano possedute dagli spiriti, potevano compiere delle azioni prodigiose come rendersi invisibili, procurarsi ferite, inghiottire spade, tagliarsi la lingua, sputare fiamme, viaggiare sulle nuvole, ma specialmente sapevano operare delle guarigioni miracolose.

Lo sciamanesimo era particolarmente rispettato perché il re e i nobili si servivano degli Wu come consiglieri, indovini e guaritori così che, nella prima fase della dinastia Chou (1.200 a. C.), gli Wu erano incaricati di evocare gli spiriti, interpretare i sogni, leggere i presagi, effettuare le guarigioni e fare anche le divinazioni celesti per le azioni umane.

Altro compito degli Wu era quello d’invocare la pioggia infatti, e non casualmente, il carattere cinese di spirito (ling) è formato da tre radici: una radice raffigura la “pioggia”, l’altra raffigura 3 bocche che significa “cantare” e la terza è il segno “sciamano.”

Circa 1.000 anno dopo la danza di Yu, ormai le popolazioni tribali sciamaniche erano entrate a far parte dell’impero a tutto titolo, e tutte le famiglie che avevano servito l’imperatore erano state ricompensate con feudi e titoli nobiliari: nasce un sistema di governo proto-feudale in cui le terre sono assegnate dal re come una ricompensa monetaria del valore militare.

I nobili fedautari forniscono al re i tributi in prodotti naturali delle loro terre, essi appoggiano il re nella guerra e ne amministrano i feudi. Compaiono allora le città fortificate, sorgono delle guarnigioni quadrate e fortificate ben protette da mura e circondate da enormi distese di terre coltivate.

Il re si autoproclama imperatore e si dice "Figlio del Cielo" così che questo diventerà il nome di tutti i sovrani della Cina antica, adesso servono molti schiavi per coltivare gli enormi appezzamenti terrieri, per cui si proibiscono i sacrifici umani e quindi scompare l'uso delle ossa oracolari.

I sacerdoti, con il decadere della religiosità popolare, perdono il loro potere e si mischiano alla nobiltà locale insediandosi in vari settori dell'amministrazione e dell'insegnamento imperiale: è vero che poi lo stato diventa anche meno schiavista, ma la struttura feudale impone il prevalere del più forte sul debole, ed autorizza la prepotenza militare.

La ricchezza, il potere e il piacere diventano l'unico scopo dei regnanti ma, per ottenerli, diventa necessario possedere sempre più ricchezze e più schiavi, magari strappandoli a chi li aveva precedentemente posseduti. Diventa necessario aumentare le tasse per avere sempre più oro da spendere in godimenti personali: il benessere del popolo diventa l'ultima preoccupazione nobiliare.

Fu dal 770 al 276 a. C., che il Celeste impero subì una devastante guerra intestina causata dall’ambizione dei maggiori signori feudali sempre più infidi, litigiosi ed ambiziosi. I più potenti nobili erano riusciti a fondare degli stati semiautonomi in cui vivevano come dispotici imperatori, perciò aumentavano sempre più la loro pressione sui feudi vicini.

Questi signori erano però convinti che la forza militare non fosse tutto, ma che fossero necessarie anche delle doti di mediazione e diplomazia, soprattutto quando l'arte della diplomazia faceva risparmiare tempo e spargimento di sangue nel raggiungere il medesimo scopo. E' per questo che sorse la richiesta di una classe di politici e di consiglieri girovaghi che si mettessero al servizio dei vari signori locali.

E così si richiedeva di saper esercitare un mestiere assai pericoloso, perché la vita di corte era piena d’insidie e di complotti, perciò le maghe ed i maghi wu furono ancora i più adatti per divenire efficienti e richiesti funzionari di corte: è in questo contesto che si manifesta l’impatto tra lo sciamanesimo e la filosofia di Lao-tsu, da cui nasce il taoismo.

Sulla figura di Lao-tsu, sappiamo solo che nacque da una famiglia colta dell’alta società, egli lavorò come bibliotecario negli archivi imperiali, ma poi lasciò il suo lavoro, forse per il disgusto degli intrighi politici della corte e per il disgusto delle crudeltà dei signori feudali. Lao-tsu viene considerato il padre del taoismo, e si narra che ebbe una sorta d’illuminazione, e che viaggiò fino alla frontiera occidentale per poi scomparire diventando uno degli Otto Immortali del taoismo.

Prima di sparire dettò un trattato di 5.000 parole ad una guardia di frontiera, ossia al “Custode del cancello” di nome Wen-tzu, e che divenne il suo primo discepolo: il libro che lasciò prima di salire al Cielo, fu il Tao-te Ching, ossia Il Libro dei mutamenti.

Quando ci apprestiamo a studiare il taoismo, la prima cosa che troviamo è una distinzione tra il Tao-chia e il Tao-chiao: il primo termine definisce il taoismo come filosofia, perché “chia” significa “casa” nel senso di “setta” o “gruppo” o “scuola” mentre il secondo termine “chiao” significa “dottrina” e “insegnamento” di una pratica popolare.

Differenziando i due termini e le due realtà si vuole definire che il taoismo autentico, quello di Lao-Tsu o Chuang-tzu, sarebbe il Tao-chia, mentre il Tao-chiao sarebbe quello degradato e degenerato, dominato dall’alchimia e dal culto popolare: questo secondo, viene detto, è un derivato degradato della più elevata forma filosofica e metafisica delle leggi del Tao eterno.

Coloro che conoscono i taoisti, sanno che essi riderebbero di questa distinzione, perché un taoista è molto disinteressato riguardo al nome che si usa per definire la realtà: “Se vuoi chiamarmi come ti pare, fai pure!” dice il taoista, perciò accetta senza protestare ogni definizione che gli si possa attribuire infatti, nel corso della storia, essi stessi si definirono in modi anche molto diversi.

Nel periodo intorno al 200 a. C., che viene definita l’età d’oro della filosofia cinese, il movimento taoista era conosciuto, e quando andiamo a leggere Ssu-ma T’an (morto nel 110 a. C.) che fa una classificazione a posteriori della filosofia cinese in 6 scuole, troviamo una strana definizione perché lui usa il termine di Tao-chia, cioè taoismo filosofico, per una setta eccentrica che era dedita a pratiche fisico-salutistiche e tecniche meditative.

E allora sarà strambo dover pensare che Ssu-ma T’an non conosca la lingua cinese, e che abbia sbagliato scrivendo quel termine piuttosto che Tao-chiao, taoismo popolare, e che è il termine più calzante per indicare una setta anomala ed eccentrica! E non sarebbe più opportuno considerare che, nella realtà del tempo, non vi fosse affatto una tale differenza?

Ssu-ma Ch’ien (145-86 a. C.), è uno storico cinese autore dello Shih-chi (Memorie di uno storico), che tratta la storia della Cina dalle sulle origini fino verso l'anno 90 a. C., e che documenta un arco di tempo di circa 3.000 anni. La storia che narra viene redatta sulla base di un materiale storico scrupolosamente vagliato, e la sua opera costituisce un modello esemplare nel suo genere, perciò è considerata fondamentale per la conoscenza della storia della Cina antica.

In un passo poco noto del suo lavoro storico, egli ci informa che Lao-tsu era originario del villaggio di Li della Contea di Fu nel regno di Ch’u, che era una zona in cui vigeva una forte tradizione sciamanica. E allora è chiaro che Lao-tsu, da bravo sciamano, non si fosse mai curato del tipo di definizione che veniva data al suo pensiero, perché pensava che, tutto è mutamento in ciò che deve fare Ritorno all'Unicità del Tao.

Egli stesso ci dice all'inizio del Tao-te Ching: "Una Via può essere una guida, ma non un sentiero fisso; i nomi sono segni, ma non etichette permanenti" e poi ci chiarisce all'aforisma 25: "Qualcosa di indifferenziato c'era prima del cielo e della terra; calmo e silente, solitario e immutabile, circolante senza fine, capace di essere la madre del mondo. Non conosco il suo nome; io lo chiamo la Via."

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 3 febbraio 2010

Una strategia non ortodossa


“Coloro che comprendono il Tao
non sono in rapporto solo con se stessi;
essi si connettono anche al mondo”
(Zhuanzgi)



La coltivazione dell’Arte della guerra è un retaggio storico molto importante nella cultura militare cinese, e viene codificata in molti testi tra cui i “Sette classici militari” e i “Metodi militari” di Sun Bin. Vi è poi un’opera che viene considerata a sé stante, e che si chiamava originariamente “Baizhan qifa” risalente al 15. Sec., e che fu concepita come testo di studio per gli aspiranti ai più alti gradi dell’esercito della Cina confuciana.

In essa si spiegano, in 100 principi strategici fondamentali, i migliori esempi di esperienze tattiche apprese in 2.000 anni sui campi militari. Suddivisa in 100 capitoletti, in ognuno viene illustrato il principio strategico basilare e poi viene narrata la descrizione di una battaglia realmente avvenuta nella storia cinese.

In questa opera si può meglio capire il vero significato di termini molto usati nella terminologia militare cinese, e che altrove appaiono molto più enigmatici, perciò essa è basilare per imparare i concetti e il vocabolario essenziale della marzialità cinese.

La scienza militare cinese era basata su principi fondamentali portanti che sono ancora oggi usati da corpi militari moderni, come quello dei Marine Corps americani, ed altri suoi concetti sono usati anche in ambiti in cui il conflitto bellico appare in maniera molto più velata, ma che non per questo, si manifesta in maniera meno cruenta. Un esempio dell’uso moderno delle strategie militari cinesi è offerto dal trattato “L’Arte della guerra” di Sunzi che è molto studiato negli ambienti di formazione alla gestione manageriale moderna.

La storia cinese vede ben 5.000 anni di guerre, di sollevazioni popolari e di conflitti militari diversi per cui si potrebbe dire, senza esagerare, che almeno una guerra all’anno venisse combattuta nel Celeste Impero, soprattutto quando lo stato centrale si indebolì e dilagarono orde di forze barbariche venute a rompere i confini dell'ordine costituito per depredare ricchezze o per imporre il loro dominio.

Vi furono delle popolazioni nomadi che calarono dalle steppe del nord per razziare, e che erano periodicamente fermate dalla truppe delle potenti armate dinastiche cinesi. Dopo la caduta della dinastia Han, l’impero cinese ebbe un grande indebolimento causato dalla crisi delle stato centrale, perciò varie etnie straniere imposero il governo e, in qualche caso, come per le genti Mongole e Mancesi, riuscirono persino a dominare tutto l'impero per lunghi periodi.

La guerra era divenuta la principale attività del paese, e le tecnologie militari necessitavano di una veloce evoluzione stimolata da questo stato di cose, le battaglie mutarono la loro forma passando dallo scontro di poche centinaia di nobili montati su carri di legno, fino agli scontri campali di potenti eserciti con centinaia di migliaia di fanti, impegnati in lunghe ed estenuanti campagne militari che li impegnavano per grandi periodi di tempo.

Un’arte così essenziale per la conservazione della vita dell’Impero doveva essere assai accuratamente coltivata, perciò fu perseguita meticolosamente, così come è tipico della mentalità cinese classica, con tanto di sviluppo di logistica, di tattica e di tecniche di comando adeguate al corso delle cose e all'evoluzione della saggezza umana sul significato del loro fluire.

Contemporaneamente, divenne perciò necessario che venissero formati degli efficienti ranghi militari appositamente creati per fare fronte a delle situazioni di sempre crescente complessità bellica. La guerra divenne così un Tao ovvero una Via di Conoscenza perciò divenne anche una Via di scienza, che includeva l’analisi degli schieramenti sul campo di battaglia, delle tecniche di comando e di controllo, dell’arte di prendere le decisioni a livello tattico, insieme a vari altri aspetti delle attività militari.

L’opera di cui si ragiona, il “Baizhan qifa” è conosciuto come “Le cento strategie non ortodosse” e rientra a pieno in questa tradizione, ma è anche un summa concentrato e sistematico dei precedenti trattati militari cinesi che sono sempre estremamente analitici solo che, in questo caso, abbiamo un’opera ancor più completa poiché gli ammaestramenti tattici vengono illustrati e chiariti dalle più esemplari esperienze dei più grandi generali veterani cinesi realmente vissuti nei tempi storici.

E’ questo particolare che lo trasforma in un’opera completa e rara, e che lo eleva ad un livello di maggiore spessore del solo scrigno di astuzie che possono essere esplorate con grande attenzione e profitto, a fini puramente utilitaristici. Per esemplificarne la struttura scelgo di riportare un esempio di tecnica strategica non ortodossa.

Strategia non ortodossa n. 13 - L’Amore

Discussione tattica - Se nel corso di una battaglia gli ufficiali e le truppe preferiscono avanzare e morire piuttosto che salvarsi la vita ritirandosi, ciò dipende esclusivamente dalla sollecitudine e dalla benevolenza del comandante. Se gli uomini delle Tre Armate si sentono amati come figli, ameranno i superiori come fossero dei padri e si inoltreranno in terreni proibitivi, rischiando la vita senza esitazione per spirito di riconoscenza. Sunzi dice: “Se tratti i tuoi uomini come figli, essi saranno pronti a dare la vita per te.”

L’esemplificazione storica - Si presenta il caso del generale Wu Qi reggente delle regioni a est del Fiume Giallo che era solito vestirsi e mangiare come i suoi soldati semplici. Quando sedeva non usava la stuoia, durante le marce non saliva a cavallo ma marciava a piedi con le sue truppe, impacchettava personalmente il suo pasto e condivideva ogni asprezza con i suoi soldati. Si racconta che lui personalmente cavò il pus dalla piaga infetta di un soldato semplice e così gli salvò la vita. Si narra anche che, quando la madre del soldato lo seppe, scoppiò in un pianto dirotto e disperato.

Allora alcuni gli dissero: “Donna che hai da piangere? Lo stesso generale Wu Qi lo ha medicato cavandogli il pus e ripulendo la ferita. E’ un onore grandissimo.” Allora la donna rispose: “La stessa cosa il generale l’aveva fatto anche con suo padre, mio marito, e poi lui si gettò in guerra senza risparmio trovandovi la morte, per riconoscenza verso il generale Wu Qi. Ecco perché piango, ora mi aspetto che avvenga similmente anche la morte di mio figlio. Ecco il motivo del mio pianto e della mia disperazione.”

Il Commento - I cinesi credevano che i generali dovessero essere un esempio per le loro truppe e dovessero esercitare una leadership molto visibile. Solo così potevano assicurarsi da parte dei loro uomini la fedeltà, ma questa era una strategia utile anche per assicurare al capo la condizione della sensibilità emotiva in cui si trovavano degli uomini che venivano condotti in lunghe ed estenuanti guerre. I cinesi si assicuravano così il doppio vantaggio sia del controllo della pianificazione strategica, ma anche della certezza dell’affidabilità dei loro subalterni.

Il Wei Liaozi, risalente alla fine del periodo degli Stati Combattenti (epoca datata tra il 403 e il 221 a.C.) afferma che il generale deve dare il buon esempio e fare le stesse marce spossanti dei suoi uomini, se fa caldo non usare il parasole, se fa freddo non usare vesti pesanti, sui terreni accidentati scendere da cavallo come tutti gli altri, bere solo dopo che tutte le sue truppe sono dissetate, e mangiare con loro il rancio infine, non riposare, se non dopo avere accuratamente controllato le difese militari.

Un buon generale, deve soffrire con i suoi uomini e deve trovare sollievo assieme a loro. E’ in tale modo che l’esercito non si sentirà mai esausto, anche se dovesse restare a lungo sul campo da battaglia e anche se dovesse combattere una lunga e sanguinaria guerra.

Il generale Wu Qi visse all’inizio degli Stati Combattenti e comandò degli eserciti di poco inferiori ai 100.000 uomini, e seppe veramente distinguersi nelle azioni che gli vengono attribuite, tanto che secoli dopo viene ancora ricordato da Wei Liao, che lo cita come un esemplare capo da emulare. Lui dice che il generale Wu Qi non chiese mai ai suoi soldati di spianare i sentieri tra i campi coltivati, e si accontentò di accamparsi tra delle coperture di frasche per ripararsi dai rigori della notte, assieme alle sue truppe.

Per quale ragione agì così? Perché non si metteva mai al di sopra dei suoi uomini. Se vuoi che i tuoi soldati siano disposti a morire, non esigere da loro alcun superfluo gesto di rispetto, se vuoi che diano fondo alle loro forze, non addossare a loro la responsabilità dei riti.

Nell’antichità, chi indossava elmo e corazza non doveva inchinarsi, dimostrando in tal modo che nulla poteva turbarlo. Tediare ed opprimere il popolo fino all’eccesso, e poi pretendere che vada a morire per te, non si è mai visto in alcun tempo storico, ed è per questo che il buon generale non deve mai cercare di mettersi al sicuro, ma deve sempre far fronte ai pericoli alla testa delle sue truppe.

Buona erranza
Sharatan