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giovedì 3 gennaio 2019

Anima umana e anima animale



“Stando semplicemente ad osservare
gli insetti, le formiche, le api,
tutti questi animali innocenti,
molto spesso provo una forma di rispetto
nei loro fonfronti. Per quale motivo?
Essi vivono in armonia seguendo la legge
dell'esistenza, la legge della natura.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, XIV, Dalai Lama)

Se vogliamo capire la differenza tra l’uomo e l’animale dobbiamo capire la differenza tra anima e spirito. L’anima è legata alla nostra percezione interna, alla nostra interiorità e alla nostra sensibilità interiore. Lo spirito fa riferimento al mondo esteriore, a quello che ci circonda e al modo con cui il mondo esterno ci viene incontro affinché lo possiamo comprendere e accogliere interiormente.

In ogni cosa che ci circonda vi è qualcosa che dobbiamo saper filtrare al nostro interno, così che la conoscenza del mondo penetri nella nostra interiorità: è così che lo spirito umano può comprendere lo spirito del mondo. Parliamo di spirito quando riconosciamo l’aspetto spirituale che appartiene a tutti i regni della natura. Parliamo di anima quando sentiamo lo spirito di tutto ciò che vediamo nel mondo esterno e lo rispecchiamo nella nostra interiorità.

L’uomo è l’essere più complesso della natura, poiché è composto da quattro parti: la parte fisica che percepisce il mondo, il corpo eterico o vitale, il corpo astrale e l’io. Il corpo eterico è il portatore di tutte le nostre funzioni vitali e si distacca dal corpo fisico solo nel momento della morte, perché il corpo vitale regola l’insieme delle forze fisiche e chimiche che rendono possibile la vita.

Con ciò vediamo che il corpo eterico va attribuito anche alle piante, perché la pianta è un’entità formata di corpo fisico e di corpo eterico. Se parliamo dell’animale vediamo che al corpo fisico ed eterico dobbiamo aggiungere anche il corpo astrale. Al corpo astrale dobbiamo il fatto che lo spirito possa diventare creativo e possa differenziarsi.

Nel minerale lo spirito si esaurisce nel dare una forma fisica, mentre nell’animale lo spirito diventa attivo per merito del corpo astrale e quindi l’animale possiede una sua percezione interiore. La vita interiore dell’animale è dovuta al fatto che possiede un corpo astrale che consente l’attività dello spirito. Nell’uomo avviene un fenomeno diverso, perché il corpo astrale umano include il corpo dell’io. Lo spirito si mostra nell’uomo come intelligenza, perché è l’intelligenza creatrice caratterizza l’essere umano.

Negli altri regni della natura vediamo che l’intelligenza viene irrigidita dalla forma e la regolare attività della sostanza rende possibile la comprensione della natura del mondo da parte dell’uomo. Il corpo fu detto “astrale” perché l’uomo anticamente vedeva negli astri del cielo la manifestazione delle leggi che reggono l’universo. In effetti nell’animale vediamo un’intelligenza che ogni animale condivide con gli altri animali della sua stessa specie.

Se ci chiediamo se l’animale sia intelligente dobbiamo pensare che le diverse specie animali hanno diverse capacità, dice Steiner, che possiamo considerare come provenienti da un’esperienza di anima di gruppo. Gli istinti possono diventare anche superiori all’intelligenza umana, perché nell’animale alcuni comportamenti sono già strutturati e pronti ad essere usati.

L’animale nasce già predisposto in un certo modo, perciò l’animale porta in sé un patrimonio genetico che gli dà la possibile di viere secondo le regole della sua specie. L’intera organizzazione delle piante e degli animali mostrano che nella loro linea ereditaria esiste un’organizzazione precisa e definita. nell’animale l’esperienza dello spirito si manifesta in modo che il corpo faccia da mediatrice con l’anima di gruppo.

L’anima animale è legata più strettamente con il corpo di quanto non lo sia l’anima dell’uomo. Nell’animale, l’attività dello spirito viene percepita tramite il corpo, infatti la vita dell’anima animale è legata alle espressioni dell’organizzazione fisica dell’animale. E, poiché la vita dell’anima delle varie specie presenta caratteristiche diverse l’animale porta in sé venendo al mondo tutte quello che gli è necessario e tutto ciò che la sua specie gli consente.

L’animale percepisce la sua specie dalla nascita fino alla morte ma, essendo così legati con la loro specie, non si possono liberare dai vincoli che la sua specie subisce. Invece, l’uomo può modificare il suo volere, il suo sentire e il suo pensare e, pur subendo le leggi dell’ereditarietà, può costruire qualcosa che non viene trasmesso con l’ereditarietà. L’uomo può imparare sempre nuove cose e mostra esperienze e manifestazioni dell’io che non ha portato con sé e che non potrà cedere ai suoi eredi.

L’uomo, dice Steiner, sviluppa qualcosa che non può essere assimilato nel genere e che non può trasmettere. Il fatto di appartenere al genere umano ci fa ereditare tutte le caratteristiche degli esseri umani, ma una parte restante va conquistata come individualità. Tutto quello che l’animale percepisce come individualità gli proviene dall’ereditarietà, che gli proviene dal passato e che resuscita nella specie. La singola individualità animale sperimenta lo spirito della sua specie e del suo genere.

L’uomo invece è in un diverso rapporto con lo spirito, perché sperimenta sia quello che gli proviene dal passato, ma sperimenta anche gli eventi della sua vita che gli mostrano un certo rapporto con lo spirito. L’uomo è in grado di avere un rapporto molto particolare con lo spirito, perché - anche nel suo corpo eterico - si tramanda qualcosa che gli viene dal passato ossia il seme della sua vita precedente. E che diventerà il seme per la prossima vita.

L’interiorità umana si distacca così dalla sua specie, perché sviluppa una parte immortale che si cristallizza nell’anima della vita corporea. Nell’uomo si sviluppa qualcosa che non dipende dalla sua ereditarietà e che procede verso il futuro. Possiamo vedere una prima differenza tra anima umana e quella animale, nel fatto che l’animale può godere a pieno della sua corporeità. E lo vediamo nell’animale che gode della digestione sdraiato e beato, perché sta assaporando un godimento che fa parte della sua organizzazione.

Nell’uomo vediamo tutt’altro. L’uomo può liberarsi dai vincoli del suo corpo e questo è sia un male che un bene, perché così diventa insicuro. Nell’uomo l’esperienza dell’anima si libera del godimento interiore, dice Steiner, ma questo ha un prezzo. L’uomo può separare la sua anima dal suo corpo, invece l’animale percepisce il suo corpo con molta intensità e l’anima animale si manifesta tramite le azioni del corpo eterico in cui è inserito il corpo astrale.

Se ci chiediamo se l’animale ha la capacità di soffrire, dobbiamo rispondere che l’animale sente il dolore fisico in modo più intenso rispetto all’uomo, perché non possiede rimedi per il dolore fisico. Similmente avviene nei bambini nei quali la capacità di soffrire è molto più intensa che nell’adulto. L’adulto soffre meno perché il dolore fisico può essere ridotto con il controllo della mente che riesce a estraniarsi dal corpo fisico. Il dolore sia nell’animale che nei bambini è molto più intenso che nell’uomo adulto.

Non possiamo dire neppure che la vita umana è più progredita di quella animale, perché nell’animale si cristallizza una forma di intelligenza che è uguale a quella umana. Nell’animale avviene solo che la specie limita le caratteristiche dell’individualità alle caratteristiche della sua specie, e fissando lo sguardo dell’animale vi vediamo lo spirito della sua specie. Nell’uomo non vediamo tale riflesso, perché lo sguardo umano riflette il suo io autocosciente.

L’io si pone tra il corpo dell’uomo e lo spirito perciò le espressioni dell’anima umana sono così differenziate e personali. Nell’uomo vediamo che i gesti, il movimento, il modo di pensare dimostrano come l’interiorità si è strutturata nel tempo. Lo spirito lavora all’interno dell’organizzazione corporea, mentre l’io autocosciente si contrappone al lavoro dello spirito perché vuole strutturarsi come desidera.

Buona erranza
Sharatan

sabato 19 novembre 2016

L’analisi obiettiva



“Una luna dà più luce di cinquemila stelle.”
(Paramhansa Yogananda)

“Sono molti i modi in cui aumentiamo la nostra inquietudine e la nostra sofferenza mentale. Benché, in genere, le afflizioni mentali ed emozionali si presentino in maniera naturale, spesso siamo noi stessi ad aggravarle molto. Quando, per esempio, nutriamo rabbia oppure odio per una persona, questo sentimento ha meno probabilità di diventare assai forte se non lo coltiviamo.

Se invece rimuginiamo sulle ingiustizie che riteniamo ci siano state fatte, se ci arrovelliamo sul trattamento in iniquo subìto e continuiamo a pensarci sempre di più, alimentiamo l’odio. E l’odio allora diventa molto intenso e potente. Certo, lo stesso discorso può valere nel caso dell’attaccamento ad una data persona: alimentiamo questo sentimento pensando a quanto quella persona sia bella e continuando a concentrarci su tale qualità, frutto della nostra proiezione mentale, e ci attacchiamo sempre di più.

Ma ciò dimostra come, attraverso i pensieri e la familiarizzazione costanti, noi stessi possiamo intensificare parecchio le nostre emozioni. Spesso, poi, accresciamo la pena e la sofferenza con l’ipersensibilità, reagendo troppo a fatti di lieve entità o prendendo tutto troppo in maniera personale. Tendiamo a esagerare l’importanza di piccole cose e a gonfiarle in misura eccessiva, mentre magari trascuriamo gli eventi davvero importanti, che hanno ripercussioni profonde sulla nostra vita e conseguenze ed effetti a lungo termine.

A mio avviso, dunque, il nostro grado di sofferenza dipende da come reagiamo a una determinata situazione. Poniamo di scoprire che qualcuno sparla di noi alle nostre spalle. Se reagiamo a questa spiacevole notizia, a questo fatto negativo con un senso di rabbia e risentimento, noi stessi distruggiamo la pace dello spirito e il dolore diventa una nostra creazione personale.

Se invece evitiamo di reagire in maniera negativa, se lasciamo che la calunnia ci passi accanto come un vento silenzioso che soffia dietro le orecchie, ci difendiamo dal risentimento e dall’angoscia. Dunque, anche se forse non riusciremo sempre a eludere le situazioni difficili, possiamo modificare il grado di sofferenza scegliendo una reazione piuttosto che un’altra…

Vi sono diversi modi di combattere questa sensazione. Ho già spiegato come sia importante riconoscere che la sofferenza è un fatto naturale della vita umana. E credo che sotto certi aspetti i tibetani siano più disposti ad accettare la realtà delle situazioni difficili, in quanto dicono: “Forse è per via del mio karma, di qualcosa che ho fatto in passato.”

Attribuiscono l’origine del problema ad azioni negative compiute in questa vita o nella vita precedente, sicché hanno un maggior grado di accettazione. A tal proposito è importante capire e sottolineare che a volte, fraintendendo la dottrina, si tende ad attribuire la responsabilità di tutto al karma e a esonerarsi dalla responsabilità o dalla necessità di prendere iniziative personali. È troppo facile dire:”Ciò è dovuto al mio karma passato negativo, per cui cosa posso farci? Sono inerme”.

È un modo del tutto errato di interpretare il karma; benché infatti le nostre esperienze siano la conseguenza delle azioni passate, ciò non significa che l’individuo non abbia scelta o non abbia la possibilità di modificare le cose, di produrre un cambiamento positivo. Questo vale in tutti i settori della vita. non si deve cedere alla passività ed evitare di prendere iniziative personali con la scusa che tutto è causato dal karma.

Se si capisce bene il concetto di karma, si capirà anche che karma significa “azione”. Il karma è un processo molto attivo e quando parliamo di karma o azione, parliamo dell’azione compiuta da un agente, in questo caso noi stessi, in passato. Perciò il tipo di futuro che ci attende dipenderà, in larga misura, da quanto noi stessi faremo nel presente. Il futuro sarà determinato dalle iniziative che prendiamo adesso.

Dobbiamo, dunque, considerare il karma non già una forza passiva e statica, bensì una forza attiva. Bisogna capire che il singolo agente svolge un ruolo importante nel determinare il corso del processo karmico. Chi crede all’idea di un Creatore, di Dio, può accettare più facilmente le prove della vita se la considera parte della creazione o del disegno divino.

I credenti possono pensare che, siccome Dio è onnipotente e molto misericordioso, anche in una situazione negativa vi sia un qualche significato, un elemento rilevante di cui loro magari non si rendono conto. A mio avviso, questa fede può sorreggerli e aiutarli nei periodi di sofferenza. Forse al non credente può giovare un approccio pratico, scientifico.

Penso che quasi tutti gli scienziati ritengano assai importante analizzare i problemi obiettivamente, studiarli senza troppo coinvolgimento emotivo. È l’approccio di chi, davanti alle situazioni difficili, dice: “Se c’è un modo di risolvere la questione la risolveremo, anche se dovessimo adire alle vie legali!”. Se invece si scopre che non c’è soluzione al problema, si può semplicemente lasciarlo perdere.

L’analisi obiettiva delle circostanze difficili o problematiche è assai importante, perché consente di verificare subito se, alla base, vi siano altri fattori in gioco. Quando per esempio riteniamo di essere stati trattati ingiustamente dal nostro capo sul luogo di lavoro, è utile appurare se nel quadro entrino altri elementi.

Forse egli è irritato per qualcos’altro, come un recente litigio con la moglie o cose del genere, e nel trattarci male non ha inteso punirci personalmente, indirizzare le sgarberie proprio verso di noi. Certo, bisogna lo stesso affrontare il problema, qualunque sia; ma se non altro con tale approccio si può evitare di aggiungere indebita ansia alla situazione.

In genere, se esaminiamo qualsiasi situazione con cura, sincerità e mancanza di pregiudizi, arriviamo a capire che anche noi siamo, in larga misura, responsabili del dispiegarsi degli eventi. Insomma, sovente abbiamo l’innata tendenza a dare la colpa di tutti i nostri mali agli altri, a fattori esterni. Inoltre siamo inclini a cercare un’unica causa e ad esentarci poi dalla responsabilità. Ogniqualvolta entrano in gioco emozioni intense, si riscontra uno squilibrio tra apparenza e realtà.”
(Dalai Lama, L’arte della felicità, Mondadori ed.)

sabato 7 giugno 2014

Creare uno spazio



“La virtù che permette di controllare la propria irritazione si chiama pazienza. L’irritazione è inevitabile. Ma ci sono due modi di sentirla. La prima consiste nell’accusare l’altro della propria sofferenza e nell’aggredirlo. La seconda equivale a far nascere una reazione all’irritazione, la doppia benedizione dello spazio e della compassione:

- uno spazio tra sé e i propri pensieri; uno spazio di respiro tra sé e l’altro, lo spazio aperto dell’assenza di reazione;
- compassione per se stessi, poiché l’irritazione è una sofferenza; compassione per l’altro perché la sua collera è un dolore.

Non vi è spazio senza compassione, non vi è compassione senza spazio. Solo colui che si ama e si conosce può amare e conoscere l’altro e quindi non rispondere all’aggressione con l’aggressione, arrestando così il ciclo infernale dell’irritazione. L’ignorante che non ha messo spazio tra sé e i suoi pensieri, non può aprire uno spazio di pace tra sé e gli altri. Lo spazio interiore e lo spazio esterno hanno esattamente la stessa natura pacifica.

L’essere cosciente coglie l’occasione che ogni irritazione, ogni sconforto gli offre per progredire nella conoscenza di sé. Ogni volta che soffre, scopre una nuova zona del suo ego, un attaccamento, un’immagine di sé, un concetto (illusorio) di come le cose dovrebbero essere.
La sofferenza è aggressione di sé. Ogni aggressione del prossimo è la contropartita di una sofferenza dell’aggressore. L’aggressione fa soffrire. L’aggressione segnala il passaggio della sofferenza. La vittima e il carnefice bruciano nello stesso inferno.

Ogni volta che ti arrabbi con qualcuno, crei un mondo di parole dure, di accuse, di violenze, di collera, di sofferenza. Manchi di dolcezza verso te stesso. Ogni volta che ti arrabbi, sei in collera con una proiezione del tuo stesso ego, una persona o una situazione che hai costruito pezzo per pezzo. È un gioco di specchi, un’illusione che ti porta a combattere contro te stesso.

Ogni volta che sei in collera è perché il tuo orgoglio o la tua avidità, o la tua irritazione, o la tua invidia o uno qualunque dei veleni della tua mente è stato stimolato. Non devi prendertela con una persona all’esterno bensì diventare cosciente del tuo punto debole e osservarlo.

Si soffre solo per ciò cui si tiene. Ma possiamo scoprire che ciò cui teniamo è solo un pensiero e che i pensieri sono come sogni. La nostra anima immobile e silenziosa proietta questo mondo su uno schermo di illusioni. Ricordati, quando la collera sale, che il mondo sei tu e dunque ti stai arrabbiando con te stesso.

La stessa ignoranza del vuoto dei pensieri si trova dietro a questi due traccianti della sofferenza: l’avidità e l’aggressione. La stessa intelligenza del vuoto genera lo spazio dei rapporti pacifici: l’amore e la compassione.” (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed., 2006)

domenica 21 settembre 2008

Nel cuore del nostro dolore


Il movimento di risveglio e di scoperta di noi stessi inizia nel momento in cui ci sentiamo scontenti della nostra vita. Contrariamente a ciò che si crede, l’insoddisfazione per un certo livello di vita, non indica affatto delle turbe mentali o dei disagi sociali, invece indica un embrione di effervescente intelligenza interiore, che si sta ridestando.
Questa intelligenza creativa, che viene soffocata dalle ipocrisie sociali, ad un certo punto si ridesta e inizia a richiedere la nostra attenzione, con furore vuole affermarsi: essa si manifesta come una necessità di realtà più profonde e vere.
La sofferenza è l’elemento scatenante per i risvegli spirituali, perché il dolore distrugge la soddisfazione della vita quotidiana, ottunde il pensiero razionale e tocca il nostro essere più profondo senza lasciare nessun nostro territorio interiore inesplorato. Nel dolore si sviluppa la consapevolezza e per questo è provvidenziale, come diceva Meister Eickhart, per portare alla perfezione. Iniziando a soffrire ci si interroga sulla nostra vera natura e sulla natura dei nostri confini di vita, e si cercano nuove soluzioni. Se affrontata in modo corretto, la sofferenza aiuta ad ampliare gli orizzonti mentali e i nostri confini di vita ma, se non viene correttamente elaborata, essa può renderci peggiori e più crudeli, perché anche la sofferenza va vissuta bene ed il senso del dolore va cercato. Non si deve restare aggrappati, invischiati al nostro male, perché rischieremmo di farci uccidere dai suoi veleni; è necessario scoprire il senso del nostro dolore: cosa significa e perché si verifica. Difficile cercare un dottore dell’anima che ce lo possa indicare, possiamo invece scoprire a quale livello sta agendo il nostro soffrire, dove alberga il cuore del nostro dolore.
Dobbiamo lasciare spazio ai nostri sentimenti, permettere che vengano a trovarci ed osservarli come sintomi di qualcosa che chiede di essere conosciuto, dobbiamo permettergli di parlarci, mentre noi dobbiamo cercare di conoscerli, di diventarne consapevoli, per poterli esorcizzare.
La vulnerabilità non sempre diventa un handicap, invece potrebbe divenire una risorsa, ma la società ammette poco e male il relitto della sofferenza, se non sublimato nel pensiero dei grandi: Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche etc. Solo alle eccellenze, si concede di poter dimostrare interamente se stessi, senza apparire sminuiti. Il successo del pensiero profondo proviene dalla profonda risonanza che echeggia dell’animo umano, per il loro narrare l’insofferenza di noi tutti; la comune condizione umana nel suo vissuto faticoso, di gestazione di nuove idee a cui va data assoluta attuazione. L’impulso prepotente della natura prometeica dell’uomo. Per questo il loro pensiero è forte, debole e dolente solo in apparenza, è un pensare assoluto e titanico. Se pericoli vi sono, nel pensare umano, in realtà solo il pensiero pigro è pericoloso, perché ottuso e limitato, non vi è invece, nessun pericolo nel pensiero forte dei sentimenti.
Il pensiero pigro è presuntuoso poiché vuole trovare un’unica causa alla sofferenza e la cerca nell’assenza del dolore: se vuoi eliminare la fonte della sofferenza devi eliminare la fonte del tuo dolore. Questo modo di pensare è tipico delle persone che amano i capri espiatori, di quelli che amano le vittime sacrificali, di quelli che fanno la lotta alle streghe.
Le più recenti scoperte scientifiche dimostrano invece che, il nostro modo di pensare è profondamente influenzato dal modo con cui costruiamo le nostre conoscenze, e l’esperienza acquisita nel corso dell’esistenza, non fa altro che ottimizzare i circuiti cerebrali che si sono formati nella prima infanzia. Per questo motivo nessuna scusa sull’essere "fatti in un certo modo" o per "essere della natura dello scorpione", può essere addotta, perché il nostro modo di pensare può essere riprogrammato sempre.
Invece ogni condizione di dolore diviene aberrante, quando si sopravvive alla sofferenza, per restare avvinghiati all’odio nei confronti della realtà che ci ha fatto soffrire. L’individuo, sente che gioire, dopo essere stati colpiti dal dolore, è un atto intollerabile, ogni occasione di godere della vita è un insulto inaccettabile, e sente disgusto e vergogna all’idea di essere felice. La felicità diviene uno scandalo, e l’odio del corpo fa abbracciare un’intolleranza religiosa, spesso innamorata ed inneggiante alla filosofia della sofferenza. Si cerca un dio totalitario, a cui si chiede di assumere i pieni poteri, un dio geloso e non generoso, quindi incapace di compassione. Nella sofferenza, diventiamo noi quel dio terribile che giudica noi stessi. Da una sofferenza così aberrante non s’impara nulla, non si attua alcuna consapevolezza, non si riesce ad avere neppure la forza per iniziare a farsi delle domande, per potere acquisire una maggiore comprensione dell’unità in cui viviamo.
Il dolore invece rende vulnerabili, nel dolore si è senza pelle, si resta fatti solo di carne e d’anima. Per questo è più facile diventare empatici, per questo si sviluppa un fenomeno di risonanza in cui, con una fulminea ed istantanea dello sguardo dell’altro, si riesce a leggerne intenzioni e sentimenti. Senza alcuna una parola, due menti possono riconoscersi, connettersi e comunicare.
L’essere insieme e avere condivisione, rende più facile la sopravvivenza, anche a livello etologico, in cui l’empatia animale serve per poter sopravvivere. Dal dolore s’impara anche la compassione, ed è solo questa virtù che ci rende capaci di potere ammettere gli errori nostri o altrui, e che ci permette di poterli accettare in noi e negli altri. Saper vedere tutti gli opposti della condizione in cui viviamo, ci aiuterà ad assumerci la responsabilità delle nostre sensazioni e dei nostri sentimenti, ci aiuterà a poterci amare sia nei lati di luce che nei lati di ombra, ci aiuterà a costruire l’idea di poter essere degni di esistere e di essere felici.
Diventeremo consapevoli che ciò che avviene, è solo un’occasione per potere sperimentare la vita umana, e che siamo noi che costruiamo i nostri sintomi e la nostra sofferenza, perché siamo noi i creatori della nostra realtà. La vita non apparirà più come una lotta, ma come un’occasione per aumentare il nostro livello di crescita, e vedremo tutti i nostri incontri e i nostri compagni di viaggio, degli altri giocatori come noi, dei partners del gioco della vita.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami