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giovedì 5 gennaio 2017

I guerrieri vittoriosi



“Guerrieri vittoriosi sono coloro
che, non temendo la sofferenza,
sconfiggono l’odio e gli altri nemici;
i comuni guerrieri sconfiggono solo cadaveri.”
(Shantideva)

Quando siamo impegnati nella pratica della pazienza e della tolleranza, in realtà siamo impegnati in un combattimento contro l’odio e l’ira e, dato che di combattimento si tratta, si aspira alla vittoria, ma si deve essere preparati anche alla possibilità di perdere la battaglia.

Mentre si è impegnati nel combattimento, non si deve perdere di vista la possibilità di incontrare molti problemi e fatiche, che si deve essere in grado si sopportare e tollerare. Colui che vince su rabbia e odio in seguito a tale arduo processo è un vero eroe. Coloro, invece, che lottano contro altri esseri umani con ira, odio e violenza, anche se hanno la meglio in battaglia, in realtà sono veri eroi.

Quello che fanno è trucidare cadaveri, perché gli esseri umani, essendo transitori, moriranno; che questi nemici muoiano o meno in battaglia è un’altra questione, ma comunque a un certo punto moriranno. Il vero eroe è colui che vince su odio e ira. Ci si può chiedere: è vero che si deve dare battaglia a odio, ira, e alle altre illusioni, ma quale garanzia, quale assicurazione abbiamo che possiamo vincere?

Credo che questo sia un punto molto importante. L’individuo ha bisogno di una qualche assicurazione che, se agirà con energia, riuscirà a vincere le proprie illusioni. Se si fa attenzione, è molto semplice riconoscere queste afflizioni emotive e questi pensieri, chiamati in tibetano “nyon mong” (letteralmente “ciò che affligge la mente dall’interno”) termine spesso tradotto semplicemente con “illusione.”

L’etimologia della parola tibetana dà un senso di eventi emozionali e conoscitivi che affliggono automaticamente la mente di un individuo, ne distruggono la serenità e provocano disordine nella sua psiche. È ovvio che, con sufficiente attenzione, ci potremo rendere conto del loro carattere affittivo nel momento in cui sorgono, perché tendono a distruggere la nostra calma e la nostra presenza mentale.

È invece difficile scoprire se, grazie agli antidoti giusti, possiamo eliminarli o meno. La questione è direttamente collegata all’intera idea di possibilità o meno di raggiungere il nirvana o la liberazione dal samara. Una questione molto seria e difficile.

Per quanto riguarda il concetto buddhistadi nirvana, cioè liberazione o libertà, troviamo le prime discussioni al riguardo nelle scritture che fanno parte del primo discorso pubblico del Buddha, che tratta sostanzialmente delle Quattro Nobili Verità; ma una piena e totale comprensione di questo concetto può derivare solo dalla comprensione degli insegnamenti del secondo e terzo discorso.

Di tali premesse e basi disponiamo per accettare che queste afflizioni mentali possano essere definitivamente estirpate ed eliminate dalla nostra mente? Nel pensiero buddhista esistono tre motivi principali per credere che questo possa avvenire.

Il primo è che tutti gli stati d’animo dovuti ad illusione ed errore, tutte le afflizioni emotive e tutti i pensieri sono percepiti in modo essenzialmente distorto, mentre gli antidoti come l’amore, la compassione e la chiarezza mentale e così via, non solo non sono distorti, ma hanno anche radice nella nostra esperienza quotidiana e nella realtà.

In secondo luogo, tutte queste forze che servono da antidoto hanno anche la caratteristica di poter essere rafforzate con la pratica e l’esercizio; grazie all’approfondimento di tale approccio, l’individuo può rinvigorirne la capacità e accrescerne la potenziale illimitatezza.

La seconda premessa significa che se un individuo accresce la capacità di queste forze che agiscono da antidoto e ne aumenta la potenza, è contemporaneamente in grado di ridurre l’influsso e le conseguenze di stati d’animo ingannevoli. La terza premessa è che la natura essenziale della mente è pura; in altre parole, si ha l’idea che la natura essenziale della mente sia “chiara luce” o “natura Buddha.”

Ed è grazie a queste premesse che il buddhismo accetta che le illusioni, tutte le afflizioni e i pensieri emotivi possano essere definitivamente eliminati grazie alla pratica e alla meditazione. Alcuni di questi punti sono abbastanza ovvi e, se si presta sufficiente attenzione, diventeranno abbastanza chiari; altri invece possono restare piuttosto oscuri e incomprensibili.

Tuttavia, grazie all’analisi e all’approfondimento si sarà in grado di comprendere anche gli aspetti più attuali del messaggio del Buddha. Non c’è bisogno che si accetti la testimonianza dell’autorità scritturale. Uno dei motivi per cui le parole del Buddha possono essere considerate valide in relazione a fenomeni realmente incomprensibili è che si sono dimostrate veritiere e attendibili riguardo a fatti meno oscuri.

Una delle principali preoccupazioni di colui che investiga è scoprire se è possibile raggiungere la liberazione o la libertà dalla sofferenza: riguardo a questo argomento, gli insegnamenti del Buddha hanno dato prova di validità e affidabilità.” (Dalai Lama, L’arte di essere pazienti, Neri Pozza ed.)

sabato 19 novembre 2016

L’analisi obiettiva



“Una luna dà più luce di cinquemila stelle.”
(Paramhansa Yogananda)

“Sono molti i modi in cui aumentiamo la nostra inquietudine e la nostra sofferenza mentale. Benché, in genere, le afflizioni mentali ed emozionali si presentino in maniera naturale, spesso siamo noi stessi ad aggravarle molto. Quando, per esempio, nutriamo rabbia oppure odio per una persona, questo sentimento ha meno probabilità di diventare assai forte se non lo coltiviamo.

Se invece rimuginiamo sulle ingiustizie che riteniamo ci siano state fatte, se ci arrovelliamo sul trattamento in iniquo subìto e continuiamo a pensarci sempre di più, alimentiamo l’odio. E l’odio allora diventa molto intenso e potente. Certo, lo stesso discorso può valere nel caso dell’attaccamento ad una data persona: alimentiamo questo sentimento pensando a quanto quella persona sia bella e continuando a concentrarci su tale qualità, frutto della nostra proiezione mentale, e ci attacchiamo sempre di più.

Ma ciò dimostra come, attraverso i pensieri e la familiarizzazione costanti, noi stessi possiamo intensificare parecchio le nostre emozioni. Spesso, poi, accresciamo la pena e la sofferenza con l’ipersensibilità, reagendo troppo a fatti di lieve entità o prendendo tutto troppo in maniera personale. Tendiamo a esagerare l’importanza di piccole cose e a gonfiarle in misura eccessiva, mentre magari trascuriamo gli eventi davvero importanti, che hanno ripercussioni profonde sulla nostra vita e conseguenze ed effetti a lungo termine.

A mio avviso, dunque, il nostro grado di sofferenza dipende da come reagiamo a una determinata situazione. Poniamo di scoprire che qualcuno sparla di noi alle nostre spalle. Se reagiamo a questa spiacevole notizia, a questo fatto negativo con un senso di rabbia e risentimento, noi stessi distruggiamo la pace dello spirito e il dolore diventa una nostra creazione personale.

Se invece evitiamo di reagire in maniera negativa, se lasciamo che la calunnia ci passi accanto come un vento silenzioso che soffia dietro le orecchie, ci difendiamo dal risentimento e dall’angoscia. Dunque, anche se forse non riusciremo sempre a eludere le situazioni difficili, possiamo modificare il grado di sofferenza scegliendo una reazione piuttosto che un’altra…

Vi sono diversi modi di combattere questa sensazione. Ho già spiegato come sia importante riconoscere che la sofferenza è un fatto naturale della vita umana. E credo che sotto certi aspetti i tibetani siano più disposti ad accettare la realtà delle situazioni difficili, in quanto dicono: “Forse è per via del mio karma, di qualcosa che ho fatto in passato.”

Attribuiscono l’origine del problema ad azioni negative compiute in questa vita o nella vita precedente, sicché hanno un maggior grado di accettazione. A tal proposito è importante capire e sottolineare che a volte, fraintendendo la dottrina, si tende ad attribuire la responsabilità di tutto al karma e a esonerarsi dalla responsabilità o dalla necessità di prendere iniziative personali. È troppo facile dire:”Ciò è dovuto al mio karma passato negativo, per cui cosa posso farci? Sono inerme”.

È un modo del tutto errato di interpretare il karma; benché infatti le nostre esperienze siano la conseguenza delle azioni passate, ciò non significa che l’individuo non abbia scelta o non abbia la possibilità di modificare le cose, di produrre un cambiamento positivo. Questo vale in tutti i settori della vita. non si deve cedere alla passività ed evitare di prendere iniziative personali con la scusa che tutto è causato dal karma.

Se si capisce bene il concetto di karma, si capirà anche che karma significa “azione”. Il karma è un processo molto attivo e quando parliamo di karma o azione, parliamo dell’azione compiuta da un agente, in questo caso noi stessi, in passato. Perciò il tipo di futuro che ci attende dipenderà, in larga misura, da quanto noi stessi faremo nel presente. Il futuro sarà determinato dalle iniziative che prendiamo adesso.

Dobbiamo, dunque, considerare il karma non già una forza passiva e statica, bensì una forza attiva. Bisogna capire che il singolo agente svolge un ruolo importante nel determinare il corso del processo karmico. Chi crede all’idea di un Creatore, di Dio, può accettare più facilmente le prove della vita se la considera parte della creazione o del disegno divino.

I credenti possono pensare che, siccome Dio è onnipotente e molto misericordioso, anche in una situazione negativa vi sia un qualche significato, un elemento rilevante di cui loro magari non si rendono conto. A mio avviso, questa fede può sorreggerli e aiutarli nei periodi di sofferenza. Forse al non credente può giovare un approccio pratico, scientifico.

Penso che quasi tutti gli scienziati ritengano assai importante analizzare i problemi obiettivamente, studiarli senza troppo coinvolgimento emotivo. È l’approccio di chi, davanti alle situazioni difficili, dice: “Se c’è un modo di risolvere la questione la risolveremo, anche se dovessimo adire alle vie legali!”. Se invece si scopre che non c’è soluzione al problema, si può semplicemente lasciarlo perdere.

L’analisi obiettiva delle circostanze difficili o problematiche è assai importante, perché consente di verificare subito se, alla base, vi siano altri fattori in gioco. Quando per esempio riteniamo di essere stati trattati ingiustamente dal nostro capo sul luogo di lavoro, è utile appurare se nel quadro entrino altri elementi.

Forse egli è irritato per qualcos’altro, come un recente litigio con la moglie o cose del genere, e nel trattarci male non ha inteso punirci personalmente, indirizzare le sgarberie proprio verso di noi. Certo, bisogna lo stesso affrontare il problema, qualunque sia; ma se non altro con tale approccio si può evitare di aggiungere indebita ansia alla situazione.

In genere, se esaminiamo qualsiasi situazione con cura, sincerità e mancanza di pregiudizi, arriviamo a capire che anche noi siamo, in larga misura, responsabili del dispiegarsi degli eventi. Insomma, sovente abbiamo l’innata tendenza a dare la colpa di tutti i nostri mali agli altri, a fattori esterni. Inoltre siamo inclini a cercare un’unica causa e ad esentarci poi dalla responsabilità. Ogniqualvolta entrano in gioco emozioni intense, si riscontra uno squilibrio tra apparenza e realtà.”
(Dalai Lama, L’arte della felicità, Mondadori ed.)

lunedì 26 settembre 2016

Il valore delle circostanze difficili



“Reagire a circostanze difficili con pazienza e tolleranza,
anziché con rabbia e odio, significa avere un controllo attivo
delle cose, che è frutto di una mente forte e autodisciplinata.”
(Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

“Come coltivare un atteggiamento di attenzione nei confronti dei nostri simili? L’approccio principale consiste nel considerare il valore che attribuiamo a noi stessi in relazione agli altri. Una pratica giunta in Tibet dall’India prevede anzitutto di trovare un terreno comune con il prossimo (equiparazione) e poi di porlo al centro del nostro interesse, al posto di noi stessi.

Lo yogi e studioso indiano Shantideva spiega a fondo questa pratica - che consiste nell’equipararsi agli altri e sostituirsi con loro - nella Via del Bodhisattva, commentato da molti studiosi. La vera compassione si prova per ogni essere senziente e non soltanto per amici, familiari o persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà. Per coltivare appieno la pratica della compassione è necessario praticare la pazienza.

Shantideva ci dice che se la pratica della pazienza smuove davvero la mente e genera un cambiamento, comincerai a vedere i nemici come se fossero i tuoi migliori amici, o addirittura delle guide spirituali. I nemici ci offrono ottime opportunità di praticare la pazienza, la tolleranza e la compassione. Shantideva ce ne fornisce straordinari esempi, in forma di dialogo tra le inclinazioni positive e quelle negative della mente.

Le sue riflessioni sulla compassione e sulla pazienza sono state estremamente utili per la mia pratica. Leggetele e la vostra anima ne sarà completamente trasformata. Eccone un esempio: «Per chi pratica l’amore e la compassione, il nemico è uno dei maestri più importanti. Senza un nemico non puoi praticare la tolleranza, e senza la tolleranza non puoi costruire una base solida per la compassione.»

Per praticare la compassione bisogna dunque avere un nemico. Quando sei di fronte ad un nemico che sta per farti del male, quello è il momento di praticare la tolleranza. Un nemico è dunque causa della pratica della tolleranza; la tolleranza è l’effetto o il risultato dell’esistenza di un nemico. Si tratta dunque di un rapporto di causa ed effetto.

Così è detto: «Quando la relazione tra due cose è di derivare l’una dall’altra, non si può considerare quest’ultima fonte del male, poiché contribuisce alla produzione dell’effetto.»

Riflettere su ragionamenti di questo tipo può essere d’aiuto a coltivare una grande pazienza che, a sua volta, dà origine ad una intensa compassione. La vera compassione si fonda sulla ragione. La compassione e l’amore ordinari sono invece limitati dal desiderio o dall’attaccamento. Se la tua vita procede senza difficoltà e tranquillamente, puoi continuare ad illuderti. Ma quando devi affrontare situazioni veramente disperate, di tempo per illudersi non ce n’è: devi fare i conti con la realtà.

Le grandi difficoltà cementano la determinazione e la forza interiore. In quei periodi arriviamo a comprendere l’inutilità della rabbia. Invece di arrabbiarci, dimostriamo attenzione e rispetto per coloro che ci creano problemi, poiché ci offrono la preziosa opportunità di praticare la tolleranza e la pazienza. La mia non è stata una vita felice.

Ho vissuto molte esperienze difficili; ho dovuto abbandonare il mio paese in seguito all’invasione della Cina comunista e cercare di trapiantare la nostra cultura nei paesi vicini. Ebbene considero queste esperienze come i momenti più importanti della mia esistenza. Sono state per me un grande insegnamento, e mi hanno fatto conoscere la realtà. Quando ero giovane e vivevo nel Potala, che sovrastava la città di Lhasa, osservavo spesso la vita giù in città attraverso la lente di un telescopio.

Imparai molto anche dai pettegolezzi delle persone che tenevano pulito il palazzo. Erano il mio giornale, poiché grazie a loro sapevo che cosa faceva il reggente e quali corruzioni e scandali erano in atto. Ascoltavo sempre con piacere, e loro erano orgogliosi di raccontare al Dalai Lama che cosa accadeva nelle strade.

I gravi avvenimenti successivi all’invasione del 1950 mi costrinsero a un coinvolgimento diretto in problemi che altrimenti avrei tenuto a distanza. La conseguenza è stata che ho preferito una vita di impegno sociale in questo mondo pieno di sofferenze. In quel terribile periodo tentai di soddisfare le richieste dei cinesi, di modo che la situazione non precipitasse. Quando una piccola delegazione di funzionari tibetani firmò con gli invasori un accordo articolato in diciassette punti senza il consenso mio o del governo, non ci rimase altra alternativa che lavorare a partire da quel documento.

Molti tibetani non erano d’accordo ma, quando manifestarono la loro opposizione, i cinesi reagirono ancora più duramente, e mi ritrovai tra due fuochi e mi proposi di raffreddare gli animi. I due primi ministri presero l’iniziativa di protestare per le condizioni imposte dal governo cinese, che mi chiese di deporli. Finché rimanemmo in Tibet dovevo affrontare quotidianamente problemi del genere.

Non potevamo dedicarci a migliorare la nostra situazione ma riuscii perlomeno a nominare un comitato per le riforme allo scopo di ridurre gli interessi esagerati sui debiti e così via. Mi recai una prima volta in India nel 1956 contro la volontà dei cinesi, per festeggiare il 2.500° anniversario della nascita di Buddha.

Mentre mi trovavo in quel paese dovetti prendere una decisione difficile, ovvero se tornare o no in Tibet. Mi giungevano notizie di rivolte nel Tibet orientale e molti funzionari rimasti lì mi consigliavano di non rientrare. Sapevo inoltre, sulla base delle esperienze passate, che con l’aumento della sua forza militare la Cina avrebbe adottato un atteggiamento più duro.

Sembra chiaro che c’erano ben poche speranze ma, al momento, non si capiva se ci fossero garanzie assolute di un sostegno efficace da parte del governo dell’india o di qualche altra nazione. Alla fine decidemmo di tornare in Tibet. Invece, nel 1959, quando si verificò una fuga di massa verso l’India, la situazione era più facile perché non ci trovavamo più di fronte ad un dilemma.

Avremmo potuto dedicare tutto il tempo e le energie a nostra disposizione per costruire una comunità sana, in grado di fornire un’educazione moderna ai giovani, e al contempo, tentare di conservare i metodi tradizionali di studio e di pratica del buddhismo. Lavoravamo ormai in un’atmosfera di libertà, affrancati da ogni paura. La mia pratica personale ha tratto molti benefici da un’esistenza vissuta tra gravi problemi e preoccupazioni.” (Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

mercoledì 6 luglio 2016

La dimensione spirituale della vita



“La varietà degli individui impone la varietà delle credenze.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

“Ritengo essenziale comprendere il nostro potenziale di esseri umani e riconoscere l’importanza dell’evoluzione interiore, che dovrebbe essere conseguita attraverso un processo, diciamo, di sviluppo mentale. A volte definisco tale processo la “dimensione spirituale della vita.” Esistono due livelli di spiritualità, uno dei quali è connesso alle convinzioni religiose. Nel mondo ci sono tanti individui diversi, tante inclinazioni diverse.

Gli esseri umani sono cinque miliardi e in un certo modo credo che occorrano cinque miliardi di religioni, perché la molteplicità delle tendenze è immensa. A mio avviso, ciascun individuo dovrebbe percorrere il cammino spirituale più adatto alla sua disposizione mentale, all’impronta naturale del suo carattere, al suo credo, alla sua famiglia e al suo retroterra culturale.

Io, che sono un monaco buddista, trovo più congeniale il buddismo: per quanto mi riguarda, insomma, lo considero il meglio. Ma ciò non significa che sia il meglio per tutti: no assolutamente. Sarei sciocco se lo reputassi la religione ideale per tutti, in quanto persone diverse hanno inclinazioni mentali diverse. In altre parole, la varietà degli individui impone la varietà delle credenze. Lo scopo della religione è di giovare alla gente e se ne avessimo una sola, dopo un po’ i suoi benefici cesserebbero.

Poniamo che un ristorante servisse giorno dopo giorno un solo piatto a pranzo e a cena; dopo qualche tempo si ritroverebbe con pochi clienti. Le persone hanno bisogno della varietà e apprezzano una dieta variata perché hanno gusti diversi. Ebbene, le religioni hanno la funzione di alimentare lo spirito umano; credo quindi sia giusto celebrare la loro varietà e maturare un profondo apprezzamento della diversità.

C’è chi preferisce il buddismo, e chi trova più congeniali il giudaismo, il cristianesimo o l’islamismo. Dobbiamo dunque apprezzare e rispettare il valore di tutte le maggiori tradizioni religiose del mondo. Le varie religioni possono contribuire non poco al bene dell’umanità: furono tutte concepite per rendere l’individuo più felice e il mondo migliore. Ma perché migliorino davvero il mondo, credo sia essenziale che ogni fedele segua con sincerità gli insegnamenti del suo credo.

Dovunque ci si trovi, bisogna tradurre in atto la dottrina religiosa, applicarla alla propria esistenza affinché diventi una fonte di forza interiore. E bisogna comprendere a fondo i suoi principi non solo con l’intelletto, ma anche con il cuore, con il sentimento profondo che permetta di renderli parte integrante dell’esperienza interiore. A mio parere, le varie tradizioni religiose vanno rispettate perché, tra le altre cose, propongono un codice etico capace di indirizzare il nostro comportamento e di sortire effetti positivi.

Nella tradizione cristiana, per esempio, la fede in Dio fornisce all’individuo un codice etico chiaro e coerente che funge da guida della condotta e del comportamento; è questo un approccio molto potente, perché la persona sviluppa una certa intimità nel proprio rapporto con Dio, e il mezzo per dimostrar l’amore per Colui che l’ha creata è di essere amorevole e compassionevole con il prossimo. Vi sono molti motivi analoghi per rispettare anche le altre tradizioni religiose.

È chiaro che tutte le maggiori religioni hanno giovato in misura enorme a innumerevoli esseri umani nel corso dei secoli. È evidente che ancora oggi milioni di persone continuano a trarre beneficio e ispirazione dalle varie fedi; e lo stesso senza dubbio accadrà in futuro alle tante generazioni a venire. Questo è un dato di fatto. Perciò è importante, importantissimo comprendere tale realtà e rispettare le altre confessioni.

A mio avviso, per rafforzare il mutuo rispetto bisognerebbe stabilire tra le varie fedi un contatto più stretto, a livello personale. Negli ultimi anni ho cercato, per esempio, un incontro e un dialogo con le comunità cristiana ed ebraica, e credo che da ciò siano derivati risultati estremamente positivi. Tramite il contatto più stretto impariamo quali utili contributi abbiano dato all’umanità le altre tradizioni e troviamo in esse elementi interessanti da cui apprendere qualcosa; non è escluso, per esempio, che scopriremo metodi e tecniche da adottare nella nostra pratica.

È dunque essenziale instaurare legami più forti con le religioni diverse dalla nostra, perché questo può consentirci di lavorare insieme per il bene dell’umanità. Sono così tanti i motivi di disaccordo, così tanti i problemi nel mondo. La religione dovrebbe servire non già a generare nuovi contrasti, bensì a ridurre i conflitti e le sofferenze dell’umanità.

Spesso sentiamo dire che tutti gli esseri umani sono eguali. S’intende, con questo, affermare che tutti desiderano ovviamente essere felici. Tutti hanno il diritto alla felicità e tutti hanno il diritto di debellare la sofferenza. Se dunque qualcuno trae gioia o beneficio da una particolare religione, sarà importante tenere in debito conto i suoi diritti. Bisogna quindi imparare a rispettare tutte le maggiori fedi: su questo non c’è dubbio.

A proposito della dimensione spirituale della nostra esistenza, abbiamo dunque chiarito che, tra i vari livelli vi è quello della fede religiosa, e abbiamo osservato che credere in una religione è positivo. Ma anche senza una convinzione religiosa possiamo raggiungere la spiritualità; anzi, in certi casi, possiamo raggiungerla meglio. Qui però rientriamo nell’ambito del diritto individuale: se vogliamo credere va bene; se no, va bene lo stesso.

Esiste tuttavia un alto livello di spiritualità, il livello di quella che chiamerei spiritualità di base: essa abbraccia fondamentali qualità umane come la bontà, la gentilezza, la compassione, la sollecitudine. Che siamo credenti o no, questa spiritualità è essenziale. Personalmente, considero tale livello più importante del primo, perché qualsiasi religione, per quanto mirabile, sarà comunque accettata solo da un numero limitato di individui, solo da una parte di umanità.

Ma, in quanto esseri umani, in quanto membri della famiglia umana tutti noi abbiamo bisogno dei valori spirituali di base. Senza di essi, l’esistenza sarà assai dura e arida e quindi nessuno di noi potrà essere felice: la nostra famiglia soffrirà e dunque, in ultima analisi, anche la società avrà più problemi. Perciò è chiaro che coltivare questi valori fondamentali dello spirito diventa cruciale.

Come li si può coltivare? Dobbiamo ricordare che, dei cinque miliardi di abitanti del pianeta, solo uno o due miliardi sono, penso, veri credenti, sinceri fedeli di una qualche religione. È chiaro che nel novero dei veri credenti non includo chi, per esempio, dichiara di essere cristiano soltanto perchè proviene da una famiglia cristiana, ma nella vita quotidiana è -in pratica- indifferente ai principi della sua religione e non li applica seriamente.

Se escludiamo queste persone, credo che gli individui davvero sinceri nella loro fede ammontino solo a un miliardo. Ciò significa che i rimanenti quattro miliardi –la maggioranza della popolazione della terra- non credono. Dobbiamo ancora trovare il modo di migliorare la vita di questa maggioranza, di questi quattro miliardi che non aderiscono a una fede religiosa; dobbiamo trovare il modo di aiutarli a diventare persone buone e morali pur in assenza di una religione.

A tale fine penso che l’educazione sia essenziale: bisogna instillare nella gente l’idea che la compassione, la gentilezza e altri sentimenti positivi siano in assoluto le qualità migliori degli esseri umani, e non riguardino solo la dimensione religiosa. Questo è in fondo un aspetto molto pratico, alieno dalle teorie religiose e dalle speculazioni filosofiche; ed è fondamentale.

Di fatto, credo che la positività dei sentimenti sia l’essenza di tutte le tradizioni religiose, ma la sua importanza resta anche per chi sceglie di non aderire ad alcuna confessione. Forse si possono educare i non credenti inculcando in loro l’idea che sono liberi di non scegliere alcun dogma, ma che ugualmente devono essere buoni e ragionevoli, assumersi le proprie responsabilità e impegnarsi a rendere il mondo migliore e a diffondervi la felicità. ” (Gyalwa Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama)

Buon compleanno a Sua Santità che compie 81 anni!

lunedì 4 maggio 2015

Un potenziale di felicità



"Mangiare, lavorare e accumulare denaro
sono di per sé attività prive di significato.
Invece un atto di compassione, per quanto piccolo,
dà un significato e uno scopo all’esistenza."
(Dalai Lama)

"Soffermati a riflettere più che puoi. Se lo fai ti accorgerai che il nostro normale stile di vita è quasi del tutto insensato. Non scoraggiarti per questo, sarebbe stupido rinunciare proprio ora. Se la speranza ti ha del tutto abbandonato, dovrai compiere un grande sforzo. Spiamo così abituati a stati mentali erronei che è difficile cambiare con una pratica di breve durata. Una goccia di sostanza dolce non è in grado di cambiare un gusto fortemente amaro. Tuttavia, nonostante i fallimenti, dobbiamo insistere.

Nei momenti difficili, l’atteggiamento migliore consiste nel cercare di mantenersi il più possibile onesti e sinceri. Se invece reagiamo con durezza o egoisticamente, non facciamo che peggiorare le cose. Ciò è particolarmente evidente in situazioni familiari dolorose. Bisogna rendersi conto che le difficoltà in cui ci troviamo sono dovute ad azioni incontrollate compiute in passato, per cui, quando si attraversa un periodo difficile, è necessario fare il possibile per evitare comportamenti che, in seguito potranno appesantire il nostro fardello.

È importante ridurre gli stati incontrollati della mente, ma ancora di più, affrontare le avversità con un atteggiamento positivo. Ricorda che far fronte ai problemi con ottimismo e speranza permette di evitare l’insorgere di problemi ancor più gravi. Immagina inoltre che in questo modo puoi alleviare il peso di tutti coloro che sono afflitti da problemi simili. Tale pratica - immaginare che, accettando il dolore, si riduce il karma negativo di tutti coloro che sono destinati a provare un dolore simile – è estremamente utile.

A volte, quando sono malato, mi dedico alla pratica di farmi carico delle sofferenze di altri offrendo loro il mio potenziale di felicità; ciò fornisce alla mente una buona dose di sollievo. Tutti i giorni di prima mattina, e ogni volta che trovo il tempo, mi dedico a questa pratica in termini generali prendendo in considerazione tutti gli esseri viventi. Mi concentro tuttavia sì alcuni individui in particolare, come capi e funzionari cinesi alle prese con la decisione se torturare o uccidere cittadini tibetani.

Li visualizzo e trasferisco su di me la loro ignoranza, i loro pregiudizi, il loro odio e il loro orgoglio. Sento che, grazie all’addestramento da me seguito, i loro atteggiamenti negativi non avrebbero alcun influsso sul mio comportamento né riuscirebbero a trasformarmi in una persona negativa. Assumere su di me le loro negatività non è dunque difficile e serve a ridurre i loro problemi. Mi dedico a questa pratica con tale convinzione che, se nel corso della giornata vengo a sapere di atrocità da loro commesse.

Sebbene provi in parte irritazione e rabbia, la mia mente nella sua totalità è ancora sotto l’influsso della pratica mattutina; l’intensità dell’odio si riduce al punto da perdere ogni fondamento. Non so se questa meditazione aiuti o meno quei funzionari, comunque a me dà la pace mentale. Riesco così a essere più efficiente; il beneficio che ne traggo è immenso.

Non bisogna perdere la speranza in nessuna occasione. La disperazione porta sempre al fallimento. Ricordati che qualsiasi problema è superabile. Mantieni la calma anche quando intorno a te non vedi che confusione e complicazioni; se la tua mente è in pace, l’ambiente esterno avrà un influsso minimo su di te. Se invece la tua mente lascia spazio alla rabbia, la serenità ti sfuggirà anche quando il mondo è in pace e piacevole." (Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

venerdì 4 luglio 2014

Il ritorno di Shambhala



“Fino a quando rimarrà lo spazio,
fino a quando ci saranno esseri viventi,
fino ad allora possa anch’io durare,
per liberare il mondo dalla sofferenza.”
(Sua Santità il Dalai Lama)

La tradizione buddista dice che il Buddha girò 3 volte la ruota del Dharma emanando 3 tipi di insegnamenti spirituali e, a ogni giro di ruota, aumentò la difficoltà dei suoi insegnamenti. Ogni volta che la ruota del Dharma girava venivano pronunciate verità sempre più elevate, profonde e complesse. Nel primo giro di ruota insegnò le 4 nobili verità infatti rivelò la sofferenza, l’origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza e il cammino spirituale che libera dalla sofferenza.

Nel secondo giro pronunciò la dottrina della vacuità ossia l’inconsistenza del sé e di tutti i fenomeni come dice il Sutra del Cuore. Nel terzo giro ci furono donate le dottrine dell’insegnamento della realtà del Tathagatagarba cioè la realtà della “natura di Buddha” che vive in ogni forma vivente: le ultime dottrine sono contenute nei testi del tantra.

Arrivato quasi la fine della sua vita, il Buddha predicava e vagava per l’India offrendo gli insegnamenti della salvezza. In quei tempi, a Dhanyakataka, viveva Suchandra che era re di Shambhala. Il suo nome vuol dire Luna benigna, perché il re era un chiaroveggente che vide qualcosa che lo angosciò e che lo spinse a chiedere aiuto al Buddha.

L’Illuminato aveva oltrepassato gli 80 anni perciò era troppo debole per incontrarlo, ma volle aiutarlo ugualmente e gli si manifestò nell’aspetto del dio Khalachakra. Si manifestò come il dio unito alla sua sposa Visvamata, perciò gli consegnò una dottrina molto elevata che non richiedeva l’obbligo dei voti monastici.

Il Khalachakra è ancora oggi un’iniziazione che è rivolta indiscriminatamente a tutti, monaci e laici. Sebbene sia una pratica laica possiede una base dottrinale esoterica complessa che richiede l’aiuto di un maestro per essere praticata. Quando il re trasmise le pratiche ai sudditi si avviò la rifondazione del suo regno, e il re fu il primo Rigden e il fondatore della scuola di Shambhala che conserva e trasmette questi supremi tantra.

Il re divenne un chakravartin, un imperatore universale illuminato e completo. Suchandra significa “Luna benigna” perché l’illuminazione è favorita dalla chiaroveggenza che dona un bianco bodhicitta. Questo nome ci suggerisce pure che esiste un legame tra le fasi lunari e il flusso del prana vitale che scorre nei canali psichici e nei chakra.

Il primo Re del Dharma fece costruire uno stupa dedicato a Khalachakra e un grande mandala al centro dei suoi giardini davanti al palazzo di Kalapa. Shambhala è diventato il simbolo della trasformazione che può creare una società illuminata. Ancora oggi, le iniziazioni del Khalachakra coinvolgono grandi folle a cui viene offerto il supremo veicolo dei bhodisattva.

Prima dell'iniziazione è costruito un mandala fatto con sabbie colorate. Esso viene tracciato dai monaci con grande precisione, e viene distrutto alla fine del rito. Il mandala è uno strumento di meditazione che è legato al senso profondo di questo rito. Il desiderio interiore dell’aspirante deve essere rivolto all'estinzione del dolore per tutte le creature. Si deve invocare l’illuminazione per fare il bene degli altri, e si deve volere la retta visione e la conoscenza della vera natura delle cose.

Khalachakra è sempre legato a Shambhala, perciò essa rivive ogni volta che si celebra il Khalachakra. Il rito è diventato parte integrante del suo sentiero e del suo lascito. Questa pratica è l’essenza e il culmine degli insegnamenti buddisti. È il tantra più elevato nel quale culmina il vajrayana, la suprema via della massima conoscenza, i mudra e la trascendenza che supera ogni cosa.

Khalachakra mostra che il nostro corpo interno, quello fisico e anche quello celestiale sono il dispiegamento di grande saggezza e di somma vacuità: questo, nei terma, è chiamato il “dispiegamento delle tre corti”. L’ultimo giro di ruota del Buddha fu il dono del potere che creò il regno illuminato di Shambhala.

Il primo Rigden, l'imperatore di Shambhala aveva capito che, per fare qualcosa che resta nel tempo è necessario affondare le radici in cose primordiali. Resta solo ciò che basiamo su una base solida e indistruttibile. Se vogliamo superare il tempo dobbiamo fondarci su quello che non vacilla e non si trasforma per capriccio o malasorte. Una società solida è quella che non è soggetta alla nascita, alla malattia, alla vecchiaia e alla morte.

Una “società illuminata deve radicarsi su una base che è oltre ogni livello di concettualità e di manipolazione, qualcosa che non può essere comprata e venduta. Dato che la rabbia e la gelosia possono essere manipolate – cioè comprate o vendute – esse non sono primordiali. Una società che segue questi principi non può essere stabile” dice un maestro per rivelare quello che il re temeva del futuro.

Il re ebbe la visione del futuro doloroso che voleva scongiurare al suo popolo. Sapeva della futura scomparsa della società e dell’inizio dell’era tirannica che cercava il superficiale che toglie il potere di vivere una vita piena e significativa. La società futura sarebbe stata la preda della rabbia, della gelosia e dell’avidità.

Si andava verso un futuro di ansietà e di destabilizzazione, perciò verso la sfiducia e la morte. Suchandra perciò chiese il potere di avere la rivelazione del principio primordiale che resta per sempre. Chiese il miglior principio con cui una società può venir guidata verso il suo vero significato: e ricevette il tantra di Khalachakra.

Con questa cerimonia si viene predisposti a ricevere il principio che è alla base di tutto, vajra. Vajra è ciò che non è possibile distruggere, perché è la base innata universale: è la vera base essenziale della nostra natura. È il sommo principio che sistema il Samsara e il Nirvana perché dà il necessario per diventare un Buddha.Il principio naturalmente buono fu dato a questo sovrano che i tibetani chiamano Dawa Sangpo “Buona Luna.”

Khalachakra è la Ruota del Tempo, perché è l’ultimo insegnamento del Buddha prima che uscisse dalla ruota delle rinascite. Khalachakra è la suprema unione della sua compassione, della sua vacuità, della sua saggezza e del suo metodo. Kala è il tempo che diventa il mezzo della compassione universale che tutto conosce e tutto rivela.

Chakra è la ruota delle cose conoscibili, perciò è la conoscenza, la saggezza e la vacuità che si conquistano solo nel tempo. Khalachakra è associato ai cicli umani, ai cicli cosmici, ai pianeti, alle stelle, ma anche al continuo sorgere e morire dei mondi. Questo rito mantiene costante il flusso del tempo e la connessione che giocano a favore della nostra salvezza.

Buddha insegna questo tantra per mostrare che esiste una connessione salvifica che unisce tutta l’umanità, perciò la salvezza è costante e progressiva malgrado ciò che sembra a sfavore. Shambhala sorgeva a nord del fiume Sita ed il palazzo reale del Kalika sorgeva sul monte Kailash.

A sud del palazzo c’era l'enorme parco con il tempio di Khalachakra e il grande mandala cosmico. Si dice che Shambhala sia rimasta dov'era in passato, ma sia diventata invisibile. Per conoscere questo regno sono necessari molti meriti e una mente acuta dotata di sottile chiaroveggenza e sostenuta da una buona conoscenza del sentiero tantrico.

Anche il Dalai Lama ha detto che Shambhala è sulla terra, ma è raggiunta solo da chi ha una mente e una propensione karmica molto pure. Si dice che quella società illuminata ha sempre seguito il destino e l'evoluzione spirituale della terra. I tibetani credono che il loro re guerriero, Gesar di Ling, fosse stato guidato dal contatto psichico con Shambhala e che, dopo la sua morte, sia divenuto il comandante in capo degli eserciti di Shambhala.

Nella genealogia reale vediamo che il 2° Kalika Pundarika fu la reincarnazione di Avalokitesvara, perciò i Dalai Lama sono considerati la reincarnazione di Pundarika. La profezia rivela che Shambhala sarà retto da 25 kalika, e poi tornerà ad essere visibile. Ora, sta regnando il 21° kalika perciò siamo nell’epoca di trasformazioni e conflitti che precede la grande guerra planetaria che verrà preceduta da carestie, conflitti e disastri naturali.

L’umanità, in futuro, avrà un governo dittatoriale esteso a tutto il pianeta. La mentalità del governo globale sarà materialistica e tirannica, perciò quando Shambhala diventerà visibile, il dittatore mondiale vorrà conquistarla. Ma gli eserciti del tiranno saranno sconfitti dai valorosi guerrieri di Shambhala guidati dall'eroico Gesar di Ling. Essi prevarranno perché hanno una tecnologia molto più avanzata che garantirà la vittoria.

Le armate di Shambhala vinceranno e il loro governo si diffonderà su tutta la terra inaugurando la seconda Età dell’Oro che durerà per 18 secoli. I tibetani pensano che questo evento è vicino e verrà nel 2424 quando regnerà il 25° kalika. Essi dicono che la distruzione della terra, della cultura, delle istituzioni e lo sterminio del Tibet è il segno dell’inizio dell’epoca della liberazione.

E quella liberazione non sarà offerta solo al Tibet, ma sarà offerta anche a tutti coloro che vengono oppressi. Essi dicono che tutto quello che ci accade va interpretato su molti livelli, perciò anche l’oppressione cinese può diventare uno strumento per aiutarli a sviluppare maggior distacco, compassione e saggezza. Essi dimostrano, in modo concreto, che c'è sempre una via che può invertire la tendenze negative e trasformare la violenza in pace, la paura in gioia e l’odio in amore.

Buona erranza
Sharatan

martedì 22 ottobre 2013

Atteggiamenti



“Per raggiungere una felicità autentica a volte
occorre trasformare il proprio atteggiamento,
e il proprio modo di pensare.
L'impresa non sempre è facile...
il cambiamento richiede tempo.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama)

La nostra felicità viene ostacolata dal mondo insicuro e irrequieto in cui viviamo. E non si tratta solo delle crisi economiche che si spostano ovunque, cioè a livello planetario. L’incertezza e l’ansia sono diventati dei problemi globali a cui si sommano le guerre che spingono le masse dei poveri e disperati verso i paesi più ricchi.

Sembrerebbe giusto credere che, in queste condizioni, non si possa pensare alla felicità. Il nostro mondo è in crisi globale perciò cresce l’infelicità, perché la violenza, la guerra, il terrorismo, la povertà e la prevaricazione non possono rendere felice nessuno.

Malgrado tutto, non si può dire che le persone non debbano aspirare alla felicità. Le condizioni esterne e il vissuto sociale, secondo il Dalai Lama, sono fattori esterni che condizionano gli individui che vivono nelle società ingiuste, perciò dobbiamo impegnarci per modificare la condizione e superare i problemi che affliggono il mondo odierno.

Dobbiamo fare ogni sforzo per creare condzioni sociali che possano offrire le azioni necessarie affinché ognuno possa avere la felicità. È una cosa molto importante ed è una responsabilità per tutti i membri della società. Ma se vogliamo favorire la felicità dobbiamo affrontare il problema su due livelli, cioè quello interno e quello esterno.

Chiaramente dobbiamo darci da fare per risolvere i problemi esterni ma, nel contempo, dobbiamo trovare il modo di affrontarli anche all’interno cioè a livello individuale. Così possiamo mantenere la felicità anche a dispetto dei problemi del mondo. Ci sono dei mezzi che possiamo usare per accrescere la felicità, e non si allude all’atto di allontanarsi da tutti per rifugiarsi in cima al monte come facevano gli eremiti. Non è questa la soluzione!

Molti credono che lo stress sia una caratteristica del mondo moderno, ma questo non è vero perché lo stress e il disagio sono stati interiori, mentre le ingiustizie sociali sono fatti esterni. Lo stress e il disagio interiore sono reazioni a fatti esterni, però non sono responsabili dello stress e del disagio, dice il Dalai Lama.

Questi stati negativi sono collegati alla risposta che noi diamo a quelle condizioni quindi sono la prova che non sappiamo tenere testa all'ambiente e alle situazioni negative. Molti dei disagi del vivere sono causati dallo sconvolgimento interiore che impedisce di gestire le emozioni negative. L’antidoto giusto è aumentare la nostra capacità di gestire le emozioni negative come la rabbia, l’odio, la gelosia, l’accoramento e così via.

Si tratta di imparare una disciplina della mente che sappia accrescere la nostra felicità. L’addestramento della mente implica la pratica di coltivare gli stati mentali positivi e superare quelli negativi noti anche come emozioni afflittive. Secondo l’insegnamento buddista, gli stati mentali positivi inducono la felicità, mentre le emozioni negative accrescono l’infelicità e le emozioni afflittive causano la maggiore infelicità.

Perciò il Dalai Lama insegna che più si consolida la positività più si riduce la forza dell’emozione negativa. Esistono degli antidoti specifici per ogni emozione negativa, ad esempio, la pazienza e la tolleranza sono l’antidoto contro la rabbia. La compassione e l’amorevole bontà sono l’antidoto contro l’odio, mentre il sapersi accontentare e l’avere desideri moderati sono potenti antidoti contro la bramosia e l’avidità e così via.

Ma se parliamo di disciplina interiore non si deve dimenticare la disciplina etica. L’etica deve procedere di pari passo, perciò mentre si riducono le emozioni negative si deve sviluppare anche l’atteggiamento mentale e le qualità positive che si devono trasferire anche nel comportamento. Perciò tutto deve riflettersi anche nel modo con cui trattiamo gli altri.

Forse un giorno il mondo adotterà la non violenza, il pregiudizio, il razzismo la povertà e la fame saranno abolite e tutti saranno felici. Ma, forse… questo avverrà un giorno. Non è ancora così, perché il cambiamento richiede ancora tempo.

Secondo il Dalai Lama, una volta assolti i bisogni essenziali, la felicità è condizionata più da uno stato della mente che dalle circostanze e dagli eventi esterni. Perciò possiamo coltivare intenzionalmente la mente rimodellando le nostre opinioni e i nostri atteggiamenti, perché la felicità va coltivata come ogni disciplina. Come ogni pratica, l’addestramento comincia con l’acquisire domestichezza con i nostri diversi tipi di stati mentali e delle nostre emozioni.

Poi dobbiamo provare a definirli, a seconda del fatto che ci arrechino la felicità o l'infelicità. La compassione, la gentilezza, il perdono, la tolleranza sono ritenute condizioni mentali positive che accrescono la felicità, e non solo per la mentalità buddista. Molti studi scientifici hanno provato il beneficio di queste emozioni per la salute mentale e fisica, per la qualità dei rapporti umani, e per avere il successo in molti campi.

Ci sono emozioni che accrescono la sofferenza, infatti l’ostilità, l’odio, l’ansia, la gelosia, la bramosia, la disonestà e tutte le emozioni negative sono dette, in sanscrito, “klesha” che significa “emozioni afflittive” o “illusioni.” Ma, a prescindere dal nome che gli vogliamo dare, resta il fatto che nessuna emozione negativa si può provare insieme al suo antidoto.

L’emozione negativa e quella positiva non sono emozioni intercambiabili, e non possono essere esperite contemporaneamente, perché l’arrivo dell’una dissipa l’altra. Pertanto, a mano a mano che si coltiva l’emozione positiva se ne accresce la forza e si rende più debole l’emozione negativa corrispondente.

Dobbiamo immaginarle come l’azione di un secchio di acqua fresca che raffredda un secchio di acqua bollente, e questo è dimostrato anche scientificamente. I ricercatori hanno provato che chi prova emozioni positive si riprende prima dagli eventi traumatici, perciò hanno avanzato una “ipotesi di annullamento” dell’emozione negativa con quella positiva, che è la conferma dell’idea buddista.

Chiaramente non c’è dubbio che la condizione in cui versa il nostro mondo, e il modo in cui siamo evoluti comporta delle condizioni esterne che ci mettono a dura prova. L'addestramento alla felicità fa superare le situazioni di stress cronico e acuto, perché aiuta la mente a rovesciare la qualità delle emozioni che sperimenta.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 5 settembre 2013

Oceano di beatitudine



“Un oceano di beatitudine
può piovere su di te dal paradiso,
ma se non hai che un ditale,
quello è tutto ciò che otterrai.”
(Ramakrishna)

Se un uomo rifugge lo stress, le rigidità fisiche, i blocchi emotivi e le limitazioni della mente diventa capace di rigenerarsi e può ritrovare l’entusiasmo e la gioia di vivere, perciò sente la compassione e la comunione con tutti gli altri esseri viventi. Chi vive nell'armonia ritrova l'equilibrio interiore, perciò mostra la bontà fondamentale della natura umana. Ogni uomo è una sorgente di amore e di appagamento, perciò tutti gli esseri equilibrati sentono un amore spontaneo per le altre forme viventi e amano la bellezza della natura.

L’uomo equilibrato è un essere sano che conosce la vita e se stesso, perciò acquisisce una saggezza che riesce a farlo vivere in modo armonioso e coerente, e in questo modo diventa un vero essere realizzato. L’ignoranza e l’incapacità di mantenere la giusta quantità e la giusta dose di energia nella gestione delle emozioni negative sono causa dell’indebolimento della bontà umana.

Accumulando tensioni, stanchezza e traumi emotivi entriamo nello smarrimento della paura. L’odio, l’invidia e le emozioni negative creano quei blocchi di dolore, quelle distruzioni e quelle lotte che rendono penosa la vita. Ma per sentire la verità profonda di questi concetti è necessario avere dei requisiti interni.

La verità va assorbita con tutto l'essere, perciò se non sentiamo queste cose nel midollo dell'essere, nulla di ciò che avremo potrà essere apprezzato. La conoscenza va unita alla sua pertinenza in relazione ai casi della vita, perché se manchiamo di tale maturità nulla potrà migliorare. Questo ragionamento diventa ancora più profondo se riflettiamo sugli insegnamenti che i maestri ci hanno lasciato.

Chi cerca la conoscenza deve amare la vita, ma deve anche sottomettersi alla disciplina interna che fa sviluppare le qualità che sono necessarie allo scopo. Il concetto di disciplina viene troppo spesso associato all'onere sgradevole della limitazione di esigenze personali oppure alla mortificazione della nostra individualità.

L’impegno e il sacrificio sono la prima cosa a cui si pensa, perciò facciamo resistenza alla costrizione di qualcosa che non vogliamo. Siamo ossessionati dalle nostre abitudini al punto di non rinunciarvi, perciò preferiamo rovinare la mente e il corpo piuttosto che accettare qualcosa di diverso da quello che preferiamo, e al quale siamo abituati.

Preferiamo uccidere l’elasticità della vita interiore, perciò riduciamo la nostra potenzialità evolutiva. Lo stesso meccanismo interviene quando entra in gioco la nostra capacità di adattamento a delle nuove condizioni, anche se sappiamo che potrebbero offrire delle occasioni migliori di quelle precedenti.

Molti si arrabbiano se qualcuno gli chiede di cambiare, e di sottoporsi alla disciplina che facilita il cambiamento. E questo avviene molto più spesso di quanto pensiamo. Molti non accettano di avere sbagliato l’atteggiamento e di doversi modificare, perciò costoro non amano le discipline spirituali in cui l’elasticità mentale è la condizione primaria.

L’altra sensazione è quella di provare ostilità verso chi viene a criticare i nostri comportamenti, perciò diventiamo ostili. Se la persona comprende che è necessario purificare il suo corpo e la sua mente non potrà essere ostile con chi lo aiuta a crescere. E questi sono i primi requisiti interni per tentare l’evoluzione spirituale.

La pratica del silenzio fu introdotta nelle scuole misteriche per rendere consapevoli i discepoli dell’enorme potere che è racchiuso nel linguaggio, perciò quando si dice che la lingua è più potente della spada si insegna la riflessione. Dobbiamo essere più consapevoli di ciò che siamo, perché studiare ma non saper fare ciò che predichiamo diventa una ostentazione presuntuosa.

Dobbiamo saper progredire sia nella teoria che nella pratica, come in tutte le arti. Perciò non sia penoso applicare la disciplina per primi a se stessi, e impegnarsi molto per imparare a nutrire la nostra vita. Il nutrimento giusto non riguarda solo il corpo, ma riguarda anche il pensiero e la qualità dell’ambiente in cui viviamo, perciò non dobbiamo sentirci inadeguati se non siamo perfetti.

Non dobbiamo sentirci persone sbagliate o cattive, perché questo atteggiamento boicotta tutti gli sforzi che facciamo. La tolleranza delle nostre imperfezioni non è l'indulgenza, perché se ogni giorno facciamo un piccolo passo saremo sul giusto percorso. Spesso comprendiamo i concetti ma non sappiamo come applicarli, perciò ogni piccolo passo deve rinforzare la nostra gratificazione.

Nella vita tutto è questione di prospettiva, perciò se vediamo che siamo esseri imperfetti dobbiamo sentirci felici. C’è chi non riesce neppure ad ammettere di sbagliare, ma noi lottiamo per migliorare e lo sforzo è un fatto meraviglioso. Provare un piccolo passo è molto meglio che non muoversi affatto. Se vediamo le imperfezioni è segno che siamo avanzati nella comprensione.

Ma cos’è la libertà spirituale che ricerchiamo? La libertà spirituale è l’affrancamento dagli schemi ossessivi del vivere. Facciamo sempre gli stessi sentieri, perciò si fanno sempre i medesimi errori senza vedere la schiavitù degli schemi meccanici. C’è un detto cinese che insegna come i saggi sanno imparare dagli errori, mentre gli sciocchi non fanno che ripeterli.

La ripetizione meccanica è una caratteristica animale, perché gli animali ripetono i comportamenti senza annoiarsi. Essi non possono mutare gli schemi che l'istinto li spinge ad usare. Sentire la noia della ripetizione è una benedizione per gli uomini, perché la noia ci avverte che vanno fatte delle trasformazioni.

Se restiamo chiusi nei circoli viziosi delle abitudini entriamo in entropia, e il sistema finisce per implodere verso l’interno per carenza di apporto energetico. Le abitudini non procurano la gioia ma aumentano la sofferenza, infatti la carenza di ciò che causa assuefazione comporta un disagio. Le abitudini sono come un prurito causato dalle punture di zanzare, perciò più ci grattiamo e più il prurito aumenta.

Se sentiamo il disagio della ripetizione dobbiamo sentirci degli uomini sani, ragionevoli e fortunati. Molti vivono annoiandosi senza neppure vederlo, soffrono senza sapere il motivo, perciò non sanno neppure come cambiare. Molti vivono come criceti che corrono sulla ruota, e muoiono miseramente come avviene ai topi nei laboratori.

Essendo incoscienti vivono in modo ottuso, perciò vengono strumentalizzati dalla realtà in cui vivono. Sentire l'oppressione della ripetizione consente di tentare la fuga dalla condizione penosa. I sensi vengono ipnotizzati dalle abitudini, perciò il gusto si lega ai cibi, mentre l’olfatto si inebria del profumo fino a rendersi ottuso, e così fanno anche gli altri sensi con gli stimoli specifici. Se tutto ci diventa indifferente non fuggiamo più neppure dalle cose che ci disturbano.

Che la cosa ci piaccia o meno, tutto ci diventa indifferente, perché l'odio e l'amore usano lo stesso magnete. Se siamo a favore o contro qualcosa quel fatto si equivale, perché solo l’indifferenza permette di essere neutrale davanti a tutte le questioni.

Ma come trovare la via? La natura umana cerca sempre le condizioni per migliorare, perciò dobbiamo assecondare le condizioni ottimali per vivere una vita migliore. La vita umana è stata creata per migliorare, perciò dobbiamo vedere come un veleno tutto quello che ci impedisce la crescita e il progresso.

I nemici dell’uomo sono gli ostacoli che il buddismo insegna, perciò il primo passo è perdonare. Il perdono è come nettare per l’anima di colui che lo dona. Ma il perdono va offerto prima a noi stessi, perciò smettiamo di pensare al passato e agli errori fatti, perché se non abbandoniamo il passato restiamo suoi prigionieri. Ma dobbiamo anche essere sinceri con noi stessi, e vedere con sincerità le cose sbagliate per sapere come rimediare.

La sincerità è la cosa meravigliosa che aumenta la consapevolezza, ma il perdono è più facile se sappiamo eliminare le cause dell’errore. Non dobbiamo essere troppo duri con chi sbaglia, perché la compassione e la dolcezza si aiutano reciprocamente. Se non abbiamo compassione per gli errori non siamo evoluti, perciò molti non potendo punire gli altri si accaniscono su loro stessi maturando il masochismo.

Riconoscere sinceramente l’errore, cambiare atteggiamento, e sforzarsi per non cadere negli errori è la via dell'intelligenza matura, perciò il perdono ci permette di tornare a vivere. La compassione possiede una natura positiva che riesce ad aumentare le capacità di recupero dopo una vita molto difficile.

Per incrementare la gioia di vivere dobbiamo sviluppare la capacità di sentire l’appagamento per quello che abbiamo. Anche l'appagamento è collegato con la compassione, perché se una persona non si sente appagata non può diventare un essere compassionevole. L'essere inappagato si comporta come un cane rabbioso che morde tutti quelli che incontra.

Anche le disillusioni impediscono di sentire l'appagamento, perché l’amarezza riesce a inquinare l’anima e avvelena tutti quello con cui entra in contatto. Se siamo degli esseri disillusi e molto amareggiati non possiamo sentirci tolleranti e compassionevoli con il mondo.

Il Dalai Lama dice che l’ira e l’odio danno un illusorio surplus di energia, perché queste emozioni potenti sanno dominare la mente. Ma l’ira e l’odio sono anche forme di energia distruttiva che impediscono la nascita di una mente amorevole. La compassione usa l’energia controllata della ragione e della pazienza. L'odio e l'ira rendono le persone insicure, instabili e distruttive, perché impediscono di sviluppare una natura gentile, pacifica, tollerante e dolce.

Possiamo rimanere esseri gentili pur usando dei comportamenti decisi, perciò questo diventa possibile senza mostrarsi aggressivi. Dobbiamo essere certi che nulla può offendere, perché le offese più feroci diventano delle azioni distruttive che distruggono solo chi le commette. È molto più facile diventare persone compassionevoli e sentirsi molto appagati se riflettiamo che la vita può concludersi in ogni istante.

Se ricordiamo che potremmo vivere solo pochi giorni, cosa è importante di quelle sciocchezze su cui ci affanniamo? Ci dimentichiamo il senso del tempo, perciò trascuriamo le cose veramente importanti. Roviniamo la gioia della vita per inseguire le persone, per costruire le relazioni e per conquistare le situazioni più insignificanti.

Soffriamo per le sciocchezze, piangiamo se qualcuno ci pesta un piede, perché il nostro dolore viene dalla nostra stupidità. Siamo infelici per delle inezie che crediamo importanti, e passiamo del tempo prezioso a sbirciare nei fatti degli altri. Gli esseri intelligenti badano a vivere bene la loro vita nei limiti di quello che possono fare.

Se fossimo degli esseri illuminati non vedremmo gli errori altrui, ma avremmo cura dei nostri comportamenti. Se fossimo appagati di ciò che siamo non andremmo nel mondo degli altri, ma saremmo focalizzati su noi stessi. Dobbiamo sentire che la verità del mondo, e l’unica verità profonda è ciò che accade nel momento presente.

La verità del mondo è che tutto cambia, perciò l’unica verità è migliorare il presente. Il mondo cambia e le cose mutano, perciò non restiamo aggrappati a ciò che muore continuamente: la salvezza è credere nella realtà. L’appagamento nasce e resta immutabile solo nel mondo interno: questa è la sola verità che libera, e l'unica verità che rende solidi e stabili.

Se osserviamo la vita, vediamo che riserva cose belle e brutte per tutti, perciò il disagio e l'infelicità racchiudono dei momenti di profondo appagamento. Dobbiamo imparare a dilatare gli attimi di felicità, e farli crescere per aumentarli e accumularli all'interno.

Queste riserve di gioia potremmo usarle quando non avremo nulla di esterno che accresce la gioia di vivere. Se non sapremo fare questo, la vita diventa impossibile. La gioia e il dolore sono le realtà della vita. Ma l'appagamento, la verità, la compassione, la sincerità e il perdono sono il sale della vita, perciò essi sono la via che conduce alla beatitudine.

Buona erranza
Sharatan