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domenica 13 settembre 2015

Molti riflessi



“Quello che è il Brahman supremo
l'atman di tutto, il grande fondamento
di questo intero universo, più sottile
del sottile, eterno, questo sei tu!
Tu sei questo!”
(Kaivalya Upanishad, 16)

L’universo è un fenomeno, un riflesso, una proiezione del Seme principio che resta non manifesto perché è trascendente ad ogni manifestazione. Visto così, l’universo risulta composto da quello che si manifesta diventando oggettivo e da quello che è immanifesto e soggettivo. Nell’universo abbiamo, dunque, una parte che appare e una parte che resta velata, perciò abbiamo quello che è il fenomeno e quello che è il noumeno.

Se consideriamo il Principio seme universale vediamo che, a sua volta, anch'esso è solo uno degli infiniti riflessi di Brahman Nirguna che è completamente trascendente sia al Principio seme che a tutto quello che si produce in conseguenza del successivo sviluppo proiettivo.

Vediamo che c'è una forma formale cioè che abbiamo un Principio seme in cui si mostra sia il fenomeno che il noumeno, e che dà la forma ad entrambi. Vediamo che c'è una Costante Assoluta, in quanto c’è quello che dà la forma, la vita e la morte essendo la radice di entrambi gli aspetti e che viene chiamato Brahman Saguna. Però non dobbiamo confondere i tre livelli di Braman Nirguna, di Brahman Saguna con il livello del mondo dei nomi e dei fenomeni ossia con la realtà della materia.

L’universo non è uscito fuori da Brahman perché l’universo o sogno cosmico è solo una modificazione ideale della mente di Brahman Saguna o Isvara. Isvara, con la sua mente compie un movimento pensativo che è simile al sogno notturno del sognatore. Così come il ghiaccio è solo una modificazione dell’acqua, il sogno non è altro che un’idea che si è fatta oggetto nella mente del sognatore.

Sappiamo che nessun principio può uscire dai principi che sono insiti alla sua stessa natura principale. La mente universale o prakriti costituisce il polo negativo della diade di cui il purusha è il polo positivo, perciò prakriti simboleggia la Madre universale mentre purusha è il suo stimolatore. Per questo, essi sono il Padre-Madre della creazione da cui deriva tutto il mondo empirico.

Nel sogno, la mente proietta un soggetto, jiva, ed esso s'identifica con il mondo di sogni che si è reso oggettivo. Ogni universo nasce da istanze o samskara, non risolte degli innumerevoli jiva, anime individualizzate, che sono come dei semi che premono per uscire, per esprimersi e per fiorire. Il jiva si identifica con le sue proiezioni, con il suo corpo, con i suoi sensi o con gli oggetti e così via, fino a dimenticare di essere la costante e la radice della sua stessa essenza.

Maya si sovrappone alla Pura Essenza Costante perciò la realizzazione consiste nel ritrovare la propria natura di Essere. Il messaggio è quello di ricordare che siamo della stessa natura della Costante Assoluta. Noi siamo Beatitudine, Coscienza ed Esistenza assolute ma le nostre identificazioni con tutto ciò che non siamo ci porta al conflitto e alla sofferenza.

L’uomo si pensa come corpo, come desiderio, come intelletto e come molte cose e altri aspetti di Maya. Ma, dietro tutte le immagini deformate si nasconde il vero Essere, quello che non è mai nato e che non potrà mai morire. Il Saguna-seme è un riflesso che si staglia sullo schermo dell’infinito, Brahman, che è la sola e unica realtà, l’Uno senza secondo, la vera Costante Assoluta.

L’anima vivente è il jiva ma non è altro che un riflesso dell’Anima Universale e, quest’ultima, non è altro che un riflesso cangiante di Brahman Nirguna. L’io è incompletezza perché le sue espressioni non sono realtà ma sono solo un riflesso, sono Maya. L’intuizione o illuminazione del Sé fa comprendere che l’unica realtà è il Sé: è il Sé che ci fa ritornare alla realtà dell’Assoluto.

Ma la nostra ricerca inizia dal punto esistenziale in cui ci troviamo, perciò dobbiamo accettare l’esistenza di un nostro sistema di coordinate, e capire che esso non è un dato assoluto. Dobbiamo riconoscere che è un semplice dato relativo del mondo dei fenomeni perciò, di fronte ad altri sistemi, riveste ben poca importanza e, in prospettive superiori, qualche volta, può scomparire completamente.

Certamente anche un miraggio possiede una sua verità come la possiede anche il sogno del sognatore. Il mondo dei nomi e delle forme non va negato, ma va dato il giusto valore al contesto delle cose. Ogni jiva esprime delle qualificazioni: egli sente, esperisce, percepisce, prova l'odio, l'amore, l'ambizione, la coscienza dell'accumulo, perché ogni jiva si esprime secondo la sua propria natura.

Nel Vedanta si parla di idee cristallizzate quando si vuole alludere ad un mondo che è superato, che è invecchiato, che si è cristallizzato e coagulato in un determinato modo e con una certa struttura. Quando si arriva a questo, quello che occore è far morire le idee coagulate riguardo a quello che siamo. Noi siamo Quello, cioè l’atman eternamente risplendente e la Quintessenza di ogni possibile Quintessenza.

Ma ci conosciamo solo per mezzo dei guna ossia ci conosciamo solo per mezzo delle nostre qualità energetiche. E poi, credendo solo in queste identificazioni, non ci consideriamo per quello che siamo veramente perciò siamo alienati da noi stessi. Abbiamo dimenticato che siamo un riflesso della Coscienza incarnata, ma la consapevolezza ci deve fare riconoscere come enti che hanno assunto un nome e una forma, e che sono collocati in uno spazio e in un tempo definiti.

Ritrovare la fonte significa riconoscersi come l'atman la cui vera natura è la pienezza. Ma poiché questo stato non può essere descritto con le parole, poiché non abbiamo nessuno schema concettuale che può definire questo stato, ne consegue che, l'Essere vada realizzato compiutamente. La realizzazione è la presa di consapevolezza totale della nostra vera Realtà.

La nostra coscienza non deve muoversi più verso altre proiezioni della mente, ma deve riprendere il suo proprio stato d'Essere. Dobbiamo riconoscere che siamo un riflesso dell’Essere che si è incarnato, perciò dobbiamo riconoscere la nostra immortalità e dobbiamo riconoscerci come degli esseri immortali. Ma tutto questo deve essere creduto nell’immediatezza e con un’integrale comprensione.

La nostra consapevolezza deve afferrare, comprendere e riconoscere che tutto questo è verità. Diciamo che ritrovare Brahman non dipende da specifiche tecniche o da alcuni metodi più importanti di altri per loro natura e grado. Ma è anche vero che l’individuo può servirsi dei mezzi e dei metodi che riconosce come i più adatti a favorire una completa presa di consapevolezza della sua vera Essenza.

Un vero maestro cerca di dare a ognuno quello che gli necessita, perché lui stesso è andato oltre la tecnica, oltre l'insegnamento, oltre il metodo e il pensiero. Una dottrina o una filosofia che vuole offrire la salvezza non può essere considerata un tesoro esclusivo di una singola individualità, ma va considerata patrimonio dell’umanità. Nell’universo non c’è nulla che possa essere accettato o rifiutato in assoluto, perché l’unica cosa che può renderci schiavi è avere un errato accostamento alle cose.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 19 maggio 2011

Nel cuore dei veggenti


“Quando lessi la Bhagavad Gita
e riflettei su come Dio creò questo universo,
tutto il resto mi è sembrato così superfluo”

(Albert Einstein)

Nella Chandogya Upanishad il saggio Aruni si interroga sull’origine del cosmo, degli dei e degli uomini, poiché il metodo dello yoga che è tipicamente indiano, rende gli ariani molto introspettivi. Praticando l’introspezione essi sono divenuti consapevoli che nel cuore dell’uomo vi è un vuoto che giace in una quiete indescrivibile che è oltre il pensiero e il sogno, perciò è oltre ogni percezione. A cosa corrisponde il vuoto interiore dell’uomo? Vi è un principio che è oltre il tempo? Vi è un substrato che è oltre la materia? E questo substrato è unico o molteplice? Nelle Upanishad sono contenute le risposte a questi quesiti cosmologici.

Gli induisti affermano che, oltre le forme e le apparenze esiste un continuum che è uno spazio causale non differenziato di cui vediamo solo l’aspetto esteriore. Il substrato più evidente, poiché è il supporto delle forme materiali è lo spazio, infatti lo spazio vuoto e assoluto è un continuum illimitato, che è indifferenziato e indivisibile detto etere, e in esso sono fissate le coordinate percepibili, e che sono relative per l’infinito. La localizzazione che facciamo dei pianeti, delle stelle e di tutti i corpi celesti crea l’illusione che vi siano delle ripartizioni ben definite, ma “lo spazio interno alla giara, non è mai separato dallo spazio esterno.”

Secondo gli induisti, lo spazio che viene delimitato dalla giara esiste finché la giara non viene infranta, poiché lo spazio che conteneva, esisteva ancor prima che la giara fosse plasmata. La delimitazione della materia in atomi è una mera illusione, poiché tutte le dimensioni esistono solo in funzione della nostra capacità di percepirle. Lo spazio che è all’interno dell’atomo è vuoto, perciò potenzialmente potrebbe contenere un’infinità di mondi, infatti non esiste alcun limite al numero dei mondi che potrebbero essere inclusi uno nell’altro.

Similmente anche il tempo è un altro continuum esistente, infatti è simile ad un bastone invisibile, poiché è solo l’eternità che è sempre presente e resta indissolubile, infatti il tempo viene sempre unito allo spazio con cui condivide le medesime caratteristiche e specificità. Il terzo substrato cosmologico è il pensiero, infatti tutto ciò che esiste ha la forma e la struttura logica che è tipica della realizzazione di un piano preciso, perciò è come un sogno ben organizzato. Nell’induismo si afferma che il mondo concreto visibile è l’idea o la forma cristallizzata del pensiero di un Essere Creatore.

Questo diventa evidente quando indaghiamo sul mondo e, nell’analisi più profonda non ritroviamo più la sostanza materiale, ma una formula e un concetto che sono simili ai prodotti di un Pensiero che progetta. Se il cosmo è visto come la manifestazione di un pensiero logico e ordinato, allora siamo spinti alla ricerca del substrato attivo e vivente, che è il fondamento di ogni continuum che può essere percepito.

Il substrato dello spazio è l'esistenza che è sat, il substrato del tempo è l’esperienza che è ananda, cioè la beatitudine, mentre il substrato del pensiero è la coscienza che è cit. Affinché un luogo possa esistere deve esistere anche l'oggetto da collocare al suo interno, perciò deve esistere una forma di esistenza a prescindere dai confini e misure della forma materiale: infatti l’esistenza dell’ente pensante precede lo spazio concreto.

Il tempo esiste se vi è la percezione di esso, perché il tempo che non è percepito non ha durata, e non può misurare nessun trascorrere: infatti la percezione precede anche il tempo. La percezione primaria è potenziale e indifferenziata, infatti è l'esperienza della perfetta beatitudine, come si afferma nella Taittiriya Upanishad (III; 6,1):

“Sappi che Brahman è beatitudine (ananda) perché dalla beatitudine nascono invero gli esseri e mediante la beatitudine, una volta che sono nati vivono, e nella beatitudine ritorneranno allorché muoiono.” Poiché la beatitudine è possibile solo con l'esperienza, non esiste l'esperienza senza l'esistenza; perciò l’induismo afferma che beatitudine è una forma di esistenza che si illumina da sé, ed è diversa dalla semplice sensazione.

Quando parliamo dell’esistenza è evidente che il vivere deve essere privo d'inerzia: la beatitudine è vita e il tempo è morte, poiché sono i due aspetti dell'entità unica, infatti il Signore del Sonno, che è Shiva è il principio della disgregazione, ma è anche il Signore della Beatitudine, il cui simbolo fonte di vita e piacere è il lingam, cioè il fallo. La fonte della vita e della morte è Shiva che è simbolo sia dell’amore che della morte, ed è l'opposizione nelle due esperienze più intense del vivere umano.

Siccome la beatitudine è la forma dell’esperienza, il continuum della beatitudine è costituito da emozione e sensazione, che è rasa. Nella Taittiriya Upanishad (2,7) è detto “Egli in verità è sensazione” rispetto all’Assoluto, poiché la più intima natura delle cose è l’esperienza della beatitudine assoluta che è vissuta nell'assoluto che si assapora solo nell’attimo presente, che è sempre concreto e reale, perciò perfetto come l’eternità. Colui che raggiunge lo stadio in cui percepisce il godimento dell’attimo presente, che è la sola realtà sempre persistente, è sempre libero dall’obbligo dell’azione, poiché il presente è la perfetta conciliazione dell'azione e dell'inerzia.

Il substrato continuum del pensiero è la coscienza che presume l'esistere solo con l'esistenza di un essere consapevole, infatti non può esistere un pensiero se non esiste il Pensatore, che è una forma di individualità. Il luogo della coscienza universale è il Sé (atman) che è l'immensità priva di forma, ed è il substrato che è sperimentato come vuoto oppure oscurità totale, ed è posto nel luogo che vive oltre la ragione e l’intelligenza. Questa regione è percepita come interna all’uomo, nell’interiorità del nostro essere, come un io profondo comune a tutti gli esseri umani, e come un Oceano privo di forma da cui emerge la struttura dell’individuo.

Il Sé Risplendente, si dice nella Mundaka Upanishad, è immenso, luminoso, inconcepibile e più sottile del sottile, più lontano del lontano, ma è anche nel luogo più vicino, infatti è “celato nel cuore dei veggenti.” Il Sé è inafferrabile e non può essere catturato, è indistruttibile e non può essere ucciso, è inattaccabile, perciò non può essere colpito: il Sé elude i vincoli di tempo e di spazio, perché il Sé dell'Anima individuale è più piccolo dell‘atomo e più vasto dell‘universo.

Infatti, “colui che conosce il vasto spazio racchiuso nella caverna del cuore realizza tutti i suoi desideri ed entra in contatto con l‘Immensità” (Taittiriya Upanishad (2,1). L’anima, che è il sé, è il continuum indivisibile che unisce tutti gli esseri, di cui ognuno è una entità pensante infatti, in ogni cosa che esiste è racchiusa una parte di anima, così come la forma circonda la porzione di spazio, così anche l’attimo avvolge la particella del tempo.

Similmente, anche la suddivisione dell’Anima Universale dà vita agli esseri individuali, perciò nessun’anima individuale può ritenersi divisa dall’anima universale come avviene con la forma della giara che racchiude una porzione di spazio, infatti avviene che la suddivisione di spazio imprima alla giara la sua forma concreta. Perciò è questo il motivo per cui l'anima è sempre inserita nel continuum della Coscienza Universale.

Tutte le esperienze provate dall’anima sono esperienze dell’identità individuale, ed il sé individuale che è l'atman che ha necessità della dualità per discriminare, infatti un sé esiste solo nella dualità, poiché l’uno ama l’altro, l’uno odora l’altro, l’uno sente l’altro, l’uno tocca l’altro, etc. Il substrato della coscienza universale è la somma di tutti gli dei, poiché è la forma di tutte le forme dell’universo, infatti il Sovrano del Cielo, in cui tutti gli dei formano l'Essere Supremo include tutto l'esistente.

Questo Sé superiore è il continuum della coscienza che diventa l’unico oggetto, la meta suprema della meditazione del saggio e che non viene mai toccato dalle azioni che vengono accumulate dall'uomo, e che forgiano l’individualità umana. Questo Sé, quando è a contatto con i caratteri dei singoli viene colorato come il vetro che sembra colorato in contatto con una superficie colorata, e può diventare rosso al contatto con la rosa.

Colui che conosce l’atman e lo rende la meta della sua felicità, si dice nella Chandogya Upanishad (VII, 25,2), può muoversi liberamente tra i mondi e diventare il maestro di sé stesso, mentre coloro che pensano altrimenti sono condannati a restare legati ai mondi transeunti e non possono uscirne quando vogliono. L’anima esiste come continuum persistente e costante, sia all’interno che all’esterno delle cose, mentre l’Io dell'individualità è il nodo temporaneo ed è il punto della coscienza particolare dove vengono legate e si manifestano solo alcune delle facoltà universali.

L’Io è il centro specifico in cui sono focalizzate le qualità del Sé indefinito universale che contiene infinite correnti e differenti linee di tendenza che si perdono nello spazio infinito. Il Sé esiste sempre perché è indefinito e senza pensiero, mentre l’io è la focalizzazione della vibrazione che diviene pensiero particolare: il Sé è il continuum di cui l’uomo fa diretta esperienza, infatti è il punto in cui l’uomo conosce l’Assoluto usando la sua medesima natura essenziale.

Il Sé è l’Assoluto che vive nell’uomo, perciò non esiste alcuna realtà che sia trascendente alla nostra coscienza, ma questo è “capito soltanto dai veggenti con gli occhi sottili dell’intelletto” (Katha Upanishad I, 3,12). Vi è un punto in cui avviene la completa fusione tra l’anima universale e l'anima personale, ed è il punto-limite che è il “bindu” nell’uomo. E’ da esso che ebbero origine tutte le cose, e cui tutto farà ritorno, perciò è il punto in cui dimora l’Uno, che è la Coscienza Universale di tutti gli esseri viventi.

L’atman è il ponte che unisce i mondi e impedisce la disgregazione, perciò superando questo ponte, i ciechi recuperano la vista, i prigionieri vengono liberati, e i malati vengono sanati. Attraversando questo ponte, si dice nella Chandogya Upanishad (VIII; 4,1-2), la notte diventa giorno, perché il mondo di Brahman è luce, perciò il Sé non è raggiunto usando delle spiegazioni tipiche dell’intelletto o della ragione, ma viene raggiunto da “colui che gli si dedica,” ed è per “costui che l’atman riveste il suo corpo.”

Chi non riesce a rinunciare all’azione, chi non trova la pace, chi non sa concentrarsi e non sa ridurre il pensiero al silenzio non può sperare di raggiungere il sé soltanto con l’ausilio dell’intelligenza (Katha Upanishad II; 22,23). Questo Sé che non si vede e non si sente non può essere percepito con i sensi, non si ottiene con le pratiche ascetiche o per merito delle buone azioni, ma è solo per grazia della conoscenza che colui che si è purificato lo può sperimentare interamente quando è in meditazione (Mundaka Upanishad III 1,8).

Per questo solo colui che è in pace, chi è calmo, chi è distaccato e paziente riesce a scorgere l’atman che vive in ogni cosa, perciò nessun male lo può bruciare, perché lui riesce a bruciare anche il male, infatti solo costui può vivere privo di ogni imperfezione e di ogni dubbio, infatti solo il saggio raggiunge lo stato in cui conosce l’Immensità, che è Turiya. (Brihad-Aranyaka Upanishad IV 4,23).

Buona erranza
Sharatan

venerdì 31 luglio 2009

I rami dell'universo


E’ di Cartesio il “Cogito ergo sum” che affermava il pensiero come dimostrazione dell’essere. Oggi sappiamo che è vero il contrario, e che è la consapevolezza a produrre il pensiero: per pensare è necessario avere coscienza. Non casualmente la mentalità occidentale è di tipo cartesiano, poichè considera il pensiero razionale come l’unica chiave per la consapevolezza umana, continuando un pregiudizio che risale al pensiero greco. Siamo cresciuti nella convinzione che la civiltà sia progredita “dal mythos al logos”, cioè dalle favole alla scienza, da una condizione imprecisa ad una realtà precisa e ordinata.

La coscienza e l’uomo sono la macchina organica che volevano i materialisti meccanici settecenteschi come Julien Offray de La Mettrie, che sosteneva la materialità dell'anima, essendo un elemento corporeo allo stesso titolo di altri organi. Ma ormai si sa che la coscienza non è il prodotto dell’attività cerebrale, e che essa può trascendere i confini fisici di tempo e spazio. La scienza studia i due tipi di energia più importanti, cioè quella potenziale e quella cinetica, così come le osserviamo nel pendolo che, se non avesse un potenziale energetico non potrebbe oscillare e perciò non avrebbe neppure energia cinetica.

Perciò da qualche parte esiste, ancor prima della creazione, una forma di energia che aspetta solo di manifestarsi: la vita ha sempre avuto il potenziale di manifestarsi ed è sempre esistita. I biologi cercano di dimostrare l’esistenza di una evoluzione delle forme viventi e anche quando usano la teoria del Big Bang in realtà parlano di esistenza latente, una potenzialità di cui non si è dimostrata un’origine certa. Così il materialismo ha visto per centinaia di anni nella materia la causa ultima della creazione di tutte le cose, fin quando la fisica di inizio ‘900 non ha dimostrato che la causa ultima è l’energia.

Secondo l’induismo, la coscienza richiede la materia per manifestarsi ma non ha bisogno della materia per esistere, perché la manifestazione esteriore della matera è un potenzialità insita fin dall’origine, e per esistere non ha bisogno di tempo e spazio: le vibrazioni della coscienza produssero l’energia e da questa si originò la materia. Senza questi movimenti della coscienza non avremmo né il tempo né lo spazio. La coscienza proietta sé stessa nell’universo materiale, assume non solo forme materiali ma anche qualità che si manifestano tramite queste forme, come potenzialità che poi diventano realtà, e la fisica ha dimostrato la concezione induista.

Una delle chiavi della meccanica quantistica, è il principio di indeterminazione formulato da Werner Heisenberg nel 1927, nel quale si afferma che: “non è possibile conoscere simultaneamente la quantità di moto e la posizione di una particella con certezza.” E’ questa la tesi con cui il mondo del determinismo causa-effetto cede il passo a quello dell'indeterminismo e del caso, perché il principio di indeterminazione pose fine al determinismo, così come teorizzato in origine Isaac Newton, secondo il quale era sufficiente conoscere la posizione e la velocità di un corpo per poter calcolare, con le leggi della fisica classica, tutti i suoi stati presenti e futuri.

Per Newton e poi per Laplace, doveva esistere un insieme di leggi fisiche in grado di predire qualunque accadimento futuro e passato che si potesse verificare nell'universo: il principio di Heisenberg esclude questa opzione. Il principio di indeterminazione esclude la possibilità di conoscere con un'accuratezza infinita la condizione iniziale nello spazio e/o nel tempo, essendo determinata da più di una grandezza fisica, come posizione e velocità, tempo ed energia, e che quindi risentono dell'indeterminazione.

Nella interpretazione di Copenaghen del 1927, nella meccanica quantistica l'universo fisico non esiste in forma deterministica, ma piuttosto come una collezione di probabilità, o potenziali. Nella fisica classica, si ricorre alla probabilità per sopperire ad una nostra conoscenza incompleta dei dati iniziali, mentre in meccanica quantistica, i risultati delle misurazioni di variabili coniugate sono fondamentalmente non deterministici, e anche conoscendo tutti i dati iniziali è impossibile conoscere a priori il risultato di un esperimento, poiché l'esperimento stesso influenza il risultato. Secondo la teoria quantistica, anche un singolo quanto di luce disturberà la particella alterandone in modo imprevedibile la velocità, e quanto più è precisa la misura, tanto più essa è invasiva e disturba il fenomeno da misurare.

In fisica, il principio di località afferma che degli oggetti distanti non possono avere influenza diretta l'uno sull'altro: un oggetto viene influenzato direttamente solo dalle sue immediate vicinanze. Il realismo locale è una caratteristica di rilievo della meccanica classica e della relatività generale, ma la meccanica quantistica rifiuta largamente questo principio a causa della presenza di entanglement quantistici.

L'entanglement quantistico o correlazione quantistica è un fenomeno quantistico, privo di analogo classico, in cui ogni stato quantico di un insieme di due o più sistemi fisici dipende dagli stati di ciascuno dei sistemi che compongono l'insieme, anche se questi sistemi sono separati spazialmente. Esiste un teorema fisico della relatività, il quale sancisce l'impossibilità di trasmettere, tramite questa proprietà, informazione ad una velocità superiore a quella della luce.

Nel 1935 Einstein, Podolsky e Rosen formularono il paradosso EPR per il loro attacco alla meccanica quantistica, ma la conclusione andò in direzione opposta alle intenzioni originali dei tre scienziati. Il paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen, perciò EPR, è un esperimento ideale che dimostra come una misura eseguita su una parte di un sistema quantistico può propagare istantaneamente - secondo l’interpretazione di Copenhagen - un effetto sul risultato di un'altra misura, eseguita successivamente su un’altra parte dello stesso sistema quantistico, indipendentemente dalla distanza che separa le due parti. Questo effetto è noto come "azione istantanea a distanza" ed è incompatibile con il postulato alla base della relatività ristretta, che considera la velocità della luce la velocità limite alla quale può viaggiare un qualunque tipo d'informazione.

Ulteriori sviluppi teorici e sperimentali seguiti all'originale articolo di EPR, dimostrano che alcune delle teoriche azioni a distanza previste dall'esperimento ideale EPR accadono realmente, e costituiscono la prova positiva a favore della meccanica quantistica. Sono state sviluppate e stanno progredendo delle tecnologie che si basano sull'entanglement quantistico o intreccio di stati quantistici, e una teoria che ha fornito la spiegazione degli universi multipli.

Secondo questa teoria, ogni volta che qualcosa è incerto, l’”Albero dell'Universo” cioè il fenomeno di tutte le ramificazioni possibili e potenziali di eventi, produce un altro ramo e si ramifica. Ciascuna ramificazione, appena prodotta, è un diverso universo simile al precedente, perché l'incertezza generalmente è piccola, all'inizio, ma poi dovrebbe differenziarsi. Ogni possibilità è quindi un accadimento che capita da qualche parte nell’Universo.

Buona erranza
Sharatan