domenica 31 agosto 2008

Il grido delle anime mute


Nel 1976 Rizzoli pubblica “L’imperatrice nuda” di Hans Ruesch in cui coraggiosamente si denunciano gli orrori della vivisezione. Il volume è un successo eccezionale e va a ruba, facendo registrare cifre di vendita da record, insolite per un’opera certamente non disimpegnata. Nella premessa Ruesch denuncia: “Da uomini con tanto di laurea, giorno per giorno milioni di animali indifesi - soprattutto cani, gatti, conigli, cavie, topi, scimmie, maiali, ma anche cavalli, asini, capre, uccelli e perfino pesci, immobilizzati e imbavagliati e spesso con le corde vocali recise - vengono lentamente accecati con acidi, avvelenati a piccole dosi, sottoposti a soffocazione intermittente, infettati con morbi mortali, sventrati, eviscerati, segati, bolliti, arrostiti vivi, congelati per essere riportati in vita e ricongelati, lasciati morire di fame o di sete, molto spesso dopo che sono state resecate parzialmente o totalmente le glandole surrenali o l'ipofisi o il pancreas o dopo sezione del midollo spinale. In un solo cervello si conficcano fino a 150 elettrodi o vi si iniettano vari acidi o se ne asportano parti. Le ossa vengono spezzate una a una, i testicoli vengono schiacciati a martellate, si lega l'uretra, vengono recise le zampe, estirpati trapiantati vari organi, si mettono a nudo i nervi, si procede allo smidollamento della spina dorsale mediante sonde di metallo vengono cuciti gli sbocchi naturali "per vedere che cosa succede", poi vengono attentamente osservate le sofferenze, che possono durare settimane, mesi, anni, finché non sopraggiunge la morte liberatrice che, per la stragrande maggioranza di queste creature, sarà l'unica anestesia che avranno mai conosciuto..”
L’editore Angelo Rizzoli ritira dopo 6 mesi tutte le copie ancora invendute e procede alla distruzione delle copie ancora depositate nei suoi magazzini. L’opera è colpevole di avere denunciato tutti gli orrori della vivisezione, tutte le crudeltà perpetrate dalla scienza sui “nostri fratelli minori” ma ancor peggio, colpisce al cuore il mondo della ricerca scientifica, e diventa un caposaldo della bioetica, e il prestigioso editore americano Prentice Hall lo ha incluso nella guida 'Past To Present' delle "più importanti idee che hanno cambiato il Novecento". Ma la reazione delle grandi lobby mediche e farmaceutiche contro Ruesch è violentissima e viene sommerso da denuncie, minaccie ed intimidazioni. Ben presto viene isolato e ad oggi è dimenticato, solo pochi ferventi animalisti lo ricordano. Nella mia mente è impresso indelebilmente l’orrore per l’immagine della copertina della prima edizione: una scimmia terrorizzata guarda l’obiettivo, dal suo cranio semiscoperchiato emergono grovigli di fili collegati ad elettrodi. Lo studio su 116 scimpanzè sottoposti ad esperimenti di laboratorio, ha dimostrato che essi soffrono gli stessi disturbi psichici delle vittime di torture, ossia ansia, depressione, comportamenti ossessivo-compulsivi, gli stessi sintomi che si riscontrano in persone che hanno subito abusi e torture. Anche dopo anni, gli scimpanzé hanno attacchi di panico, improvvise esplosioni di rabbia, claustrofobia e insonnia, tutti disturbi che invece non si sono mai riscontrati negli esemplari allo stato brado. Tutto questo non basta per riflettere?
E’ di questi giorni la notizia che il riscaldamento globale, il global warming, il fenomeno che alcune grandi potenze tra cui l’America, continuano ad ignorare, sta sciogliendo enormi porzioni di banchisa polare. “Dal 1979 il Polo Nord perde quasi l'1% dei ghiacci estivi all'anno e il ritmo di fusione sta accelerando. Anche nella parte occidentale dell'Antartide lo strato di ghiaccio si sta assottigliando di 3-4 metri ogni anno. E la Groenlandia perde 220 chilometri cubi di ghiaccio l'anno. Nel 1996 il valore misurato era pari a 90 chilometri cubici per anno. Nel 2000 era salito a 140. Ora è arrivato a 220. In sostanza è aumentato di due volte e mezzo in dieci anni.” Avverte l’allarmata valutazione del National Geographic, dichiarando che per il completo scioglimento estivo del Polo Nord è scattato il conto alla rovescia. Dalle masse ghiacciate che si sciolgono vengono sfrattati gli orsi polari. Alcuni orsi sperduti tra l'Alaska e il Polo hanno affrontato una tragica odissea per tornare a casa, avvistati verso il 18 agosto sono stati poi osservati il 22, ma le condizioni del mare sono peggiorate, per cui si teme che alcuni esemplari siano già morti. Gli orsi tentavano di risalire verso nord, nell’impresa impossibile di tornare verso i ghiacciai, ma secondo il World Wide Fund for Nature, in passato un gruppo di orsi è riuscito a nuotare per 100 miglia (oltre 160 km), ma sono arrivati sulla terraferma esausti e molti sono annegati. Per gli orsi avvistati si tratterebbe di percorrere circa 400 miglia e l'impresa è impossibile. Si cerca di trovare una soluzione per poterli soccorrere. Gli animalisti americani hanno chiesto al governo di trovare un’unità navale, un’Arca di Noè che sia in grado di prelevare gli animali e di portarli verso la banchisa ghiacciata dell’Alaska. E’ una corsa contro il tempo, forse già persa. La vicenda è stata raccontata oggi dal Daily Mail di Londra. Già in passato gli orsi polari sono finiti in mare a causa dello scioglimento dei ghiacci. Sempre più spesso capita che arrivino a nuoto, o su piccoli iceberg, fino all'Islanda, dove la popolazione locale li uccide a fucilate appena raggiungono la riva.
Riesce difficile sopportare la lettura di notizie simili in cui gli animali, gli ultimi tra i deboli del pianeta, vengono ancora sacrificati all’imbecillità umana. E’ intollerabile la presunzione dimostrata da esseri umani limitati e crudeli, la stessa ottusità che sta portando la terra alla distruzione. Riesce difficile immaginare con quale denaro, i potenti del mondo potranno acquistare l’aria per respirare o l’acqua da bere, come potranno nutrirsi e come potranno vivere quando il meravigliosa pianeta che abbiamo sarà diventata una landa desolata. Riesce difficile spiegarsi come gli esseri umani possano eleggere come loro rappresentanti personaggi ottusi e violenti, persone senza cuore, senza anima e cervello, gente che non riesce a capire che la difesa del pianeta è una priorità “egoista” e non altruista, che va difesa primariamente per un’istinto interessato ancor prima che per filantropia. Non sono bastati gli abusi e le violenze inenarrabili con i quali abbiamo infierito sui “nostri fratelli minori”, ora che stanno lanciando il loro muto grido di allarme, li ignoriamo o li prendiamo a fucilate. Eravamo sordi al grido di cani, gatti, conigli, cavie, topi, scimmie, maiali, ma anche cavalli, asini, capre, uccelli e perfino pesci, a cui si aggiungone le voci di innumerevoli specie. Oltre 500 specie entrano nell'elenco, dall'orso polare all'ippopotamo. In difficoltà squali e pesci d'acqua dolce. 16.119 specie animali e vegetali minacciate su 40.177 esaminate, oltre 500 in più rispetto al 2004, quando erano 15.589. 784 specie sono considerate ufficialmente estinte, mentre 65 di esse sopravvivono solo in cattività. Lo rivela la nuova Lista Rossa delle specie minacciate di estinzione pubblicata nel 2006 a Ginevra dalla IUCN (Unione Mondiale della Conservazione) grazie al lavoro di oltre 1.000 scienziati in tutto il mondo. Sono a rischio un terzo degli anfibi, un mammifero su quattro e una specie di uccelli su otto, a causa soprattutto dei cambiamenti climatici e della distruzione degli habitat da parte dell’uomo.
Rimane questo grido inascoltato di anime mute, degli animali, da sempre vittime della nostra crudeltà e della nostra miopia, che inutilmente cercano di ricordarci che stiamo premendo troppo e male sull’accelleratore della Terra, che stiamo tirando troppo la corda, e che rischiamo di restare con un mozzone in mano. Forse troppo corto ed insufficiente anche per poterci impiccare.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 28 agosto 2008

La consapevolezza del ritorno


Nel palazzo in cui lavoro sono necessarie numerose manutenzioni. Il palazzo è molto bello, è una ex dimora patrizia, riadattata per esigenze istituzionali, ad ospitare degli uffici, per questo richiede numerose verifiche e controlli tecnici di sicurezza. Oggi ho incontrato gli elettricisti che vengono per le manutenzioni ordinarie. I soliti saluti e poi gli accordi per i lavori e per dei sensori che non sono affatto sensibili come dovrebbero. Ma le assistenze specializzate sono in ferie e bisogna richiamarli a settembre. Poi qualche parola sulle ferie, e si arriva a parlare della Scozia. Io esordisco nel dire che è splendida e che ha dei panorami meravigliosi. L’elettricista mi risponde: “Tutta l’Inghilterra è splendida!” Lo sguardo brilla trasfigurato. Io gli chiedo se gli piace molto e lui mi risponde che l’adora. Io lo guardo e gli dico che anche lui potrebbe essere un pitto, cioè un antico britanno. I romani li chiamavano così perché erano picti, cioè dipinti o tatuati sul viso e sul corpo, a seconda del rango e del clan, con colori diversi. I Pitti furono fierissimamente resistenti alla cultura romana, e l’impero romano fu costretto a sterminarli per vincerli, un po’ come fece anche con i Celti della Bretagna, egualmente ribelli ed indomabili.
Questa mattina l’elettricista mi sta di fronte: la struttura fisica ben piazzata, i lunghi capelli scuri intrecciati sulla nuca e la faccia, lo osservo bene anche se lo avrò visto centinaia di volte, ma questa mattina lo guardo meglio e non mi trattengo, nel momento in cui lo penso, lo dico. Lui è un discendente dei Caledoni, lui è un pre-celto britanno, ne sono certa e glielo dico. Allora ammette e mi dice che lui ha viaggiato molto, ma quando è sceso per la prima volta a Londra, si è sentito a casa. Io sorrido e gli dico che anche un mio amico ha avuto la stessa esperienza con l’india. Allora mi chiede se ho mai letto Brian Weiss e se credo alle memorie ridestate dall’ipnosi regressiva e mi cita alcuni dei titoli di Weiss. Io gli dico che li ho letti quasi tutti i libri di Weiss e gli consiglio di leggere anche Angelo Bona che fa lo stesso percorso, ma lavora in Italia. Gli dico che Bona ha avuto un’esperienza di reviviscienza della sua vita antica di druido, di veggente e di sapiente della Bretagna francese ed è stato accolto, per merito dell'antico lignaggio druidico, nel Grande Collegio Celtico di Brocéliande. Poche frasi in pochi minuti e gli sto già consigliando di leggersi anche i libri di Bona. Poi ognuno torna al suo lavoro. Mi soffermo a pensare a quello che ci siamo detti. Se io credo nella reincarnazione? Assolutamente si, e credo anche a cose ancora più strane,che è opportuno non si sappiano e mi viene da ridere. Quello in cui credo mi avrebbe condannato al rogo, nel medioevo, anzi molte donne ci sono salite per molto meno. Certo che io credo a cose strane davvero, infatti credo che noi ritorniamo più volte, in tempi ed epoche diverse. Credo che molti di noi siano in viaggio da molte vite e che forse saremo costretti a ritornare ancora. Nel mondo occidentale, una fascia enorme di persone di tutti i ceti sociali, crede in questo e qualcuno ha avuto anche esperienze a sostegno di questa concezione. La cultura orientale invece, acclude la reincarnazione tra le leggi del corso umano, perciò crede in una serie di ritorni successivi, per cui in vite successive, impersoni ruoli diversi, con panni diversi, recitando copioni esistenziali diversi. Questo serve per imparare come fare correttamente il gioco della vita. La filosofia appare semplice, ma è anche sconvolgente, soprattutto qualora si ottengano delle coincidenze e dei segni, che ne dimostrino la veridicità.
Nel Menore di Platone si afferma: “"L'anima essendo immortale, essendo rinata più volte e avendo visto tutte le cose che esistono sia in questo mondo che nell'altro, ha conoscenza di tutte; e non è meraviglia che essa possa ricordare tutto ciò che ha conosciuto sulla virtù e su ogni altro argomento perché, dato che tutta la natura è simile e l'anima ha imparato tutte le cose, non vi è difficoltà nel rievocare". Del karma dice ne "Le leggi": "O giovane che fantastichi di essere abbandonato dagli dei, sappi che se divieni peggiore andrai in un'anima peggiore, e in un'anima migliore se migliorerai, e in ogni successione di vita e di morte farai e soffrirai ciò che il simile ha dal simile. Questa è la giustizia celeste alla quale né tu né altri sfortunati si potranno mai vantare di essere sfuggiti".
Le curiosità d’indagare chi siamo stati nelle vite passate, può donare frutti molto amari. Non sempre è facile affrontare la conoscenza delle passare personalità, occorre molto equilibrio per non restare scioccati dalla conoscenza dei fili invisibili che ci legano alle persone significative della nostra identità odierna. Proprio le ingiustizie o le gioie che vediamo nella nostra e nell’altrui vita, dimostrano come la legge del karma intervenga con grande equilibrio per pareggiare i debiti. Per il principio di causa ed effetto, siamo condizionati da certe specifiche circostanze, ma poi siamo lasciati liberi di agire, per cui se nella catena della mente siamo schiavi, nel contempo è la nostra mente che può renderci liberi. Siamo talmente schiavi della mente che pensiamo di essere mortali, invece solo il nostro corpo muore, mentre l’anima è immortale e per questo ha molte opportunità di vita per conseguire l’evoluzione. La reincarnazione esiste perché l’uomo riconquisti la sua natura divina fino a divenire un uomo divino, cioè un angelo fatto ad immagine di dio. La reincarnazione ci offre l’occasione di ritornare con le anime che amiamo ma ci impone anche di incontrare coloro a cui dobbiamo saldare dei debiti. Spesso impersoniamo una parte simile a quella passata e, molto spesso, riconosciamo le anime che abbiamo conosciuto in passato e per le quali proviamo un’attrazione incontrollabile. Non si tratta solo di emozioni: quando il sentimento che proviamo per un’altra persona è di profondissima affinità, quanto è incontrollabile ed è reciproco, quando sfugge ad ogni apparente logica, probabilmente ci si è già conosciuti prima. La conoscenza di frammenti delle vite passate ci viene concessa come premio per la nostra evoluzione, a condizione che non lo ricerchiamo per curiosità. Per mia esperienza personale, posso dire che riconoscere delle persone del passato può essere dolorosissimo. Ritornano con noi coloro coloro a cui abbiamo dato il massimo amore, ma anche il massimo dolore, spesso sono coloro che ci amano maggiormente ad aiutare la nostra evoluzione causandoci difficoltà e crisi. Non è facile perdere chi si è amato perdutamente e non è facile capire come, anche le persone negative possano lasciare nella nostra vita delle utili lezioni. E’ ancora più difficile, infine, accettare che un incontro avvenga nel momento sbagliato, o nel tempo sbagliato e concluderlo ammettendo che, per entrambi, sarebbe stato molto meglio non essersi mai ritrovati. Quasi impossibile è sopportare l'attesa di potere ritornare insieme.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 26 agosto 2008

I prigionieri del male


Ho letto oggi che, nella città di Torino, sono scomparsi ben 66 gatti neri, rapiti da sette sataniche. L’associazione Telefono Antiplagio denuncia che non solo i gatti, ma anche cani ed uccelli sono stati rapiti e probabilmente usati per la celebrazione di riti durante i quali gli animali vengono torturati, mutilati e poi crudelmente uccisi per omaggiare lo spirito del male. Evidentemente la nostra cultura “evoluta” non ci ha messo al riparo da concezioni che ci rigettano nelle epoche più buie della ragione. La moderna barbarie e la mentalità ottusa è documentata dalle notizie di violenze che vengono quotidianamente perpetrate ai danni di esseri percepiti come più deboli ed indifesi: i portatori di “diversità”, le donne, i bambini e gli ultimi tra gli ultimi, quelli che molto spesso vengono dimenticati: gli animali.
Il fenomeno del satanismo registra un successo crescente, avendo al suo attivo delle comunità sempre più prospere e numerose ed è alimentato da una forte opposizione al cristianesimo, di cui diviene grottesca fotocopia, opponendo un dio positivo a un dio negativo, un dio delle tenebre e un dio delle luce: questo mi fa riflettere sulle strane similitudini che accomuna spesso le fazioni avversarie. Non ho alcun interesse ad indagare un mondo che non conosco e che non concepisco, ma il fenomeno ha contorni molto più ampi di quanto si possa immaginare e la stessa ambientazione della notizia nella città di Torino, che vanta la comunità di satanisti più attiva d'Italia, secondo Massimo Introvigne, la dice lunga al riguardo. Numerosi appelli denunciano questa barbarie, insorgendo in difesa degli animali e denunciando la proliferazione di messe nere con sacrifici animali, ma gli stessi comunicati informano che l’uccisione degli animali viene operata anche da coloro che si proclamano solerti “nemici del diavolo” perché il gatto nero, nella superstizione popolare, è il simbolo della stregoneria. “Per favore, smettete di ammazzare questi poveri mici neromantati che da secoli sono ingiustamente considerati portasfortuna, per usare un termine gentile… - scrive Lorenzo Croce, presidente nazionale Aidaa, l'associazione italiana difesa animali e ambiente - i gatti neri non hanno alcun potere occulto, mentre sono la superstizione e la caccia alle streghe ad aver confuso le idee fin dal medioevo trasmettendo questa assurda idea che i gatti neri portano sfortuna. Ora occorre sfatare questo mito e allo stesso tempo occorre smascherare maghi, gruppi esoterici e tutti coloro che uccidendo i gatti neri pensano in buona fede (ma anche in cattiva fede sapendo cioe' che questo non e' affatto vero) che uccidendo un gatto nero possano evocare spiriti o realizzare strani esorcismi...Ci rivolgiamo alla chiesa perchè dica che i gatti neri non sono la longa manus delle streghe così come era stato scritto in una bolla papale del Medioevo. Ad oggi abbiamo registrato la risposta di una delle maggiori sette di Bologna, che si chiama fuori dalla mattanza dei gatti neri e che condanna come satanisti eretici coloro che, invece, praticano questi riti a base di gatti neri e di sangue di gatti neri morti. A noi non interessa sapere chi sono o meno i satanisti doc, conclude Croce, quello che ci preme è di far cessare questa assurda mattanza che viene realizzata in nome del profitto e della antica arte della superstizione.”
Questa notizia dimostra che persiste ancora nell’uomo, in barba ad ogni civilizzazione - il retaggio di una memoria istintiva ed arcaica collegata alla sopravvivenza della specie - che lo rende capace di compiere le azioni che vengono addebitate al demonio: l’angelo negativo invidioso e furente che trascina gli uomini, i privilegiati figli di Dio, nella sua dimora di disperazione per l'eternità. Ancora nel terzo millennio troviamo persone che hanno bisogno di servire un principio oscuro e terrorifico, piuttosto che assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Ancora esistono persone che trovano più facile pensare che il male sia esterno alla nostra mente, ed esistono persone che amano vivere come schiavi del male, piuttosto che come esseri liberi e padroni di sé stessi.
Le figure del male che conosciamo, sono collegabili storicamente ad una complessa demonologia mesopotamica, di cui la nascente religione giudaica non riuscì ad asservirsi. Per questo le popolazioni semitiche assimilarono complesse figure di divinità distruttrici, contro cui combattere con amuleti e opportune formule di scongiuro. Le successive revisioni dei testi ebraici, operate dalla versione greca delle scritture e l’esegesi ebraica, tradusse con il termine di demonio, tutti quei “falsi dei” contro cui si trovava a combattere la nascente religione. Per questo la Bibbia cristiana e il Talmud ebraico confermano e conservano tracce di antiche superstizioni mesopotamiche e palestinesi nelle figure di demoni, come emissari-esecutori delle volontà divine. A livello psicologico, tale trasposizione viene attuata per sublimare tutti i tratti minacciosi posseduti dalla divinità, scindendo la figura onnipotente divina in una dicotomia buono/cattivo e quindi angelo/diavolo, che potesse essere di facile elaborazione da parte del popolo.
Nessuna traccia del fatto che il serpente fosse un diavolo è contenuta nella Genesi, in cui si dice esplicitamente che il serpente era una bestia. “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio.” Geloso della predilezione divina, il serpente tentò Adamo ed Eva con l’ambizione della conoscenza. L’uomo divino, che viveva nell’Eden, volle conoscere per orgoglio il bene ed il male e trovò così la sua dannazione nella Conoscenza. Seppure dei simboli del male si volessero ravvisare nell’episodio del serpente, essi andrebbero indicati nella gelosia e nell’orgoglio, esaminati come deviazioni dell’intelligenza perfetta. Nel Libro di Giobbe, scritto nel V sec. a. C., si affronta in modo originale il problema del bene e del male.
Leggiamo nel cap. 1: “Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: "Da dove vieni?". Satana rispose al Signore: "Da un giro sulla terra, che ho percorsa". Il Signore disse a Satana: "Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male". Satana rispose al Signore e disse: "Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!". Il Signore disse a Satana: "Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui". Satana si allontanò dal Signore.”
L’esempio di Giobbe non costituisce affatto un invito alla pazienza, ma offre invece una chiave interpretativa di ben più alto spessore, infatti sempre il Giobbe, 37, 19 si afferma che “in cagione delle nostre tenebre, noi non possiamo bene ordinare i nostri ragionamenti.” Il termine aramaico Šayṭān significa il separatore, l’accusatore. La parte “satanica”che mette alla prova l’uomo è costituita dalle tenebre mentali che avvolgono la mente, laddove essa viva separata e non integrata nella sua componente di cuore ed intelletto. Io penso che l’uomo non padrone, ma schiavo delle sue tendenze incontrollabili, trovi più facile attribuire le colpe ad uno spirito cattivo piuttosto che affrontare il peso della sua libertà e dei suoi comportamenti. Penso che, per questo tipo di uomo, sia più facile proclamarsi prigioniero del male piuttosto che diventare un essere libero.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 24 agosto 2008

Creare la propria felicità


Se vuoi essere amato, inizia con l’amare coloro che hanno bisogno del tuo amore. Se ti aspetti che gli altri siano onesti con te, comincia con l’essere onesto tu stesso. Se non vuoi che gli altri siano malvagi, smetti di essere malvagio. Se vuoi che gli altri siano comprensivi con te, comincia con l’essere comprensivo con chi ti circonda. Se vuoi essere rispettato, devi imparare ad essere rispettoso verso tutti, sia giovani che vecchi. Se vuoi una dimostrazione di pace dagli altri, devi essere pacifico. Se vuoi che gli altri siano religiosi, comincia con l’essere spirituale tu stesso. Ricorda, qualsiasi cosa vuoi che gli altri siano, devi prima esserla tu stesso, e vedrai che essi risponderanno nella stessa maniera.
È facile desiderare che gli altri si comportino perfettamente nei tuoi confronti ed è facile vedere le loro colpe; ma è molto difficile comportarsi correttamente e considerare i propri errori. Se puoi ricordarti di agire rettamente, gli altri cercheranno di seguire il tuo esempio. Se puoi riconoscere i tuoi errori senza sviluppare un complesso d’inferiorità e puoi tenerti occupato correggendoti, allora userai il tuo tempo in maniera più proficua che se lo trascorressi soltanto desiderando che gli altri fossero migliori. Il tuo buon esempio farà di più per cambiare gli altri dei tuoi desideri, della tua indignazione, o delle tue parole.
Più migliori te stesso, più eleverai gli altri intorno a te. La persona che migliora se stessa diviene sempre più felice; e più diventi felice, più felici saranno le persone intorno a te.
Le persone stagnanti sono infelici. Le persone estremamente ignoranti sanno a mala pena come ci si senta ad essere felici o infelici. Sono prive di sensibilità, come le pietre. È meglio sentirsi infelici della propria ignoranza piuttosto che morire felicemente con essa. Ovunque tu sia, rimani desto e attivo con il tuo pensiero, la tua percezione e la tua intuizione, sempre pronto, come un buon fotografo, a fotografare le condotte esemplari e ad ignorare i cattivi comportamenti. La tua massima felicità risiede nell’essere sempre pronto a desiderare di imparare e di comportarti rettamente.
Se hai abbandonato la speranza di essere felice, rallegrati. Non scoraggiarti mai. La tua anima, essendo un riflesso dello Spirito sempre gioioso, è, in essenza, la felicità stessa. Se tieni chiusi gli occhi della tua concentrazione, non puoi vedere il sole della felicità che arde nel tuo petto. Ma non importa quanto tieni serrati gli occhi della tua attenzione: rimane il fatto che i raggi della felicità stanno cercando di penetrare le porte chiuse della tua mente. Apri il portale della calma e troverai un’improvvisa esplosione dello splendente Sole di Gioia dal tuo stesso sé.
I gioiosi raggi dell’anima possono essere percepiti se interiorizzi la tua attenzione. Puoi farlo usando l’architetto della mente per godere del bellissimo panorama dei pensieri nell’invisibile, tangibile Regno dentro di te. Non cercare la felicità solo nei bei vestiti, in una casa linda, in deliziose cene e soffici cuscini e sedie. Questo imprigionerà la tua felicità dietro le sbarre delle apparenze e dell’esteriorità. Invece, con l’aeroplano della visualizzazione, scivola silenzioso sopra le vaste distese della Fantasia, contemplando l’impero sconfinato dei pensieri.
Osserva quindi le catene montuose delle inviolate, nobili o spirituali aspirazioni, per migliorare te stesso e gli altri. Sorvola le profonde vallate della Compassione Universale. Vola oltre i geyser dell’entusiasmo e le cascate del Niagara della saggezza perpetua, tuffandoti dalle candide vette della pace della tua anima.
Librati dalle sconfinate rive della percezione intuitiva fino al regno della Sua Onnipresenza. Lì, nel Suo Castello di Beatitudine, attingi alla Sua fonte di Sussurrante Saggezza e placa la sete dei tuoi desideri. Gusta con Lui i frutti del Divino Amore nel Banchetto dell’eternità. Se hai deciso di trovare la gioia dentro di te, prima o poi la troverai. Cercala adesso, giornalmente, con la regolare, profonda e sempre più profonda meditazione, e troverai sicuramente la felicità senza fine. Sforzati costantemente di immergerti nel profondo del tuo essere e lì troverai la tua più grande felicità.

Paramhansa Yogananda

giovedì 21 agosto 2008

I quattro nemici della conoscenza


Quando lessi il libro “A scuola dallo stregone” di Carlos Castaneda rimasi affascinata. Su Castaneda si è scritto molto e soprattutto sul valore scientifico della sua opera. Sinceramente mi fa sorridere una critica scientifica per un’opera che parla di sciamanesimo, siano state esperienze vere o presunte quelle che Castaneda ebbe con lo sciamano yaqui, don Juan Matus. Qualche anno fa, ascoltai la conferenza di un giovane antropologo, Martino Nicoletti, che aveva vissuto per 3 anni tra i Kulunge Rai, un’etnia di lingua tibeto-birmana, vivente ancora tra le montagne del Nepal orientale, nella valle del fiume Hongu. In questa popolazione permane ancora oggi una ricca tradizione sciamanica che il giovane etnologo narrava nel libro che presentava nella conferenza. Unica raccomandazione preliminare che rivolse fu quella di lasciare fuori dalla porta le comuni forme di pensiero, laddove si volesse comprendere una cultura sciamanica, perché lo sciamanesimo è una concezione nomade, instabile, facile alle contaminazioni e alle metamorfosi, è un raccoglitore di frammenti dalle origini più variegate, assorbite e polarizzate, perciò si adatta malamente a forme di pensiero rigide o scientifiche, cioè quelle oggettive, tanto gradite a noi occidentali. Ma certo se vogliamo leggere il migliore saggio su questo argomento, la summa resta ancora Mircea Eliade con lo splendido “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi” ancora una pietra miliare sull’argomento. Primo difensore dello sciamano come saggio e non come pazzo, il grande studioso avverte che lo sciamanesimo è nel contempo una forma di mistica, di magia e di religione. Lo sciamanesimo è una somma tecnica dell’estasi e lo sciamano è differente da altri uomini della medicina perché in lui vi è la capacità di avere il “dominio del fuoco”, il volo magico, l’accompagnamento delle anime nell’oltretomba, etc. Per cui se lo sciamano è anche un mago, non tutti i maghi sono invece sciamani e pure, se lo sciamano è anche un guaritore, non tutti i medicine-man fanno guarigioni sciamaniche: la guarigione sciamanica è unica e caratteristica. Così pure, non tutti gli estatici sono sciamani, ma solo durante la trance, lo sciamano è capace di distaccare la sua anima dal corpo per entrare in contatto con gli spiriti. Il rapporto dello sciamano con gli spiriti è particolarissimo, siano essi anime di defunti o forze della natura o anime di animali. Andrebbe poi definito anche il rapporto che lo sciamano intesse con gli spiriti di natura, da cui egli non può assolutamente farsi dominare, ma da cui si può ricevere aiuto. Se lo sciamano si fa asservire da loro, diventa un ossesso, ma è una condizione di aberrazione e non è una condizione ottimale. Lo sciamanesimo, per Eliade è più prossimo al misticismo che alle forme religiose, e le popolazioni che lo praticano sono estremamente attente alle pratiche estatiche degli sciamani; infatti tramite la trance essi possono guarire, accompagnano le anime nel regno dei morti e fare da intermediari tra il mondo umano e il mondo divino. Uno sciamano è un grande specialista dell’anima umana che egli sa vedere, perché ne conosce sia la forma che il destino e, se non abbiamo a che fare con l’anima - come nel caso di malattia o di morte - non è necessaria la presenza di uno sciamano, per il resto, la vita religiosa della tribù si svolge senza di lui. L’acquisto dei poteri sciamanici avviene per tradizione ereditaria o per iniziazione da parte di un maestro, cioè per vocazione o per “chiamata” di dei o spiriti. Dice lo sciamano don Juan: “Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza. Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro requisiti - essere perfettamente vigile, provare timore, rispetto e un'assoluta sicurezza - non dovrà rendere conto di nessun errore; quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità di uno stupido. Se l'uomo sbaglia, o subisce una sconfitta, avrà perso soltanto una battaglia e non dovrà pentirsene amaramente.” Ma si può sentire anche con gli occhi, quando gli occhi non stanno guardando direttamente nelle cose. “Ti avverto - dice don Juan - Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Questa strada ha un cuore? Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D'altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica. Devi essere un uomo vero e la tua vita deve essere vera. Una vita vissuta con ponderatezza, una vita buona e forte.” Nel mondo nulla viene regalato e che tutto ciò che si può imparare richiede fatica per essere appreso. “L'uomo vive solo per imparare e se impara è perché questa è la natura che gli è toccata in sorte, nel bene e nel male.” Per divenire un uomo di conoscenza, avverte Don Juan, si devono sfidare e sconfiggere i suoi quattro nemici naturali. All’inizio l’apprendimento è lento e lontano da quello che ci aspettiamo, così si inizia ad avere paura. La Paura è il primo nemico, un nemico terribile ed insidioso che è difficile da sconfiggere, che vaga in cerca di una preda e aspetta che l’uomo terrorizzato divenga preda del panico. Se questo avviene la sua ricerca è compromessa per sempre. Se l’uomo fugge alla presenza della paura non diverrà mai un uomo di sapere. Forse sarà un prepotente o un innocuo vigliacco, in ogni caso sarà un uomo sconfitto. Per superare la paura non bisogna scappare, si deve sconfiggerla e andare avanti nella conoscenza. Non bisogna fermarsi neanche quando si è in preda al terrore. E’ questa la regola. E la paura scomparirà come è giunta, in un baleno. La chiarezza mentale cancella la paura perchè l’uomo conosce quali sono i suoi desideri e sa come farli esaudire. La Chiarezza è il secondo nemico, perché dissolve la paura ma acceca; fa credere di non dovere mai mettersi in discussione, fa diventare molto coraggiosi e non ci si ferma davanti a nulla. Se si cede a questo falso potere si soccomberà sulla via della conoscenza. L’uomo diventerà lento quando dovrebbe accellerare e accellererà quando dovrà rallentare, andrà avanti e non imparerà nulla. Diverrà solo un guerriero vivace o un pagliaccio, perché essa provoca abbagli. Quando lo capirà avrà il potere di dominarla e incontrerà il suo terzo nemico, cioè il Potere, il nemico più difficile da sgominare. Con il potere che lo domina, egli si sentirà invincibile, si sentirà di comandare e di dettare le regole, si sentirà un capo. A questo punto il suo nemico lo ha già messo alle strette e avrà perso la sua battaglia perché il potere lo trasformerà in un uomo crudele e capriccioso. Un uomo sconfitto dal potere perde il controllo di sé. Se l’uomo capisce che la chiarezza ed il potere, senza autocontrollo sono errori imperdonabili, allora raggiungerà il dominio di tutto. Alla fine del viaggio giunge l’ultimo nemico, quello che non si può sconfiggere: la Vecchiaia, essa si può solo allontanare. Ma allora si avrà solo il desiderio di riposare e ci si vorrebbe sdraiare e dimenticare, perdendo l’ultima battaglia, ridotti come deboli vecchi. Ma se ci si toglie di dosso la stanchezza e si vive il proprio destino fino in fondo, anche solo anche per un istante, allora l’uomo vincerà l’ultimo nemico: è sufficiente anche un solo momento di lucidità, potere e conoscenza. Allora l’uomo diverrà uomo di conoscenza.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 19 agosto 2008

Il rimpianto della moglie di Lot


L’altro giorno riflettevo con un’amica sul passato e sulle radici che esso affonda nel cuore di chi non vuole lasciarlo andare. Questo discorso mi ha fatto venire in mente il racconto della moglie di Lot, il solo uomo giusto salvato da Dio dalla distruzione di Sodoma. Narra la Bibbia che Lot fu avvertito dagli angeli, che gli dissero di prendere la moglie e le figlie e “Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: "Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!... quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale.”
Nel Vecchio Testamento il sale è usato per raffigurare il legame tra Dio e il Suo popolo: “Dalla tua offerta non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio” (Levitico 2,13). Nel libro dei Re, Eliseo purifica una sorgente gettandovi del sale: “Gli abitanti della città di Gerico dissero a Eliseo: - Come avrai visto anche tu signore, non si starebbe poi tanto male in questa città; solo che l’acqua è cattiva e la nostra terra è senza vita. Allora Eliseo ordinò: - Portatemi una scodella nuova, piena di sale. Gli portarono la scodella. Eliseo andò alla sorgente dell’acqua, vi versò il sale e pronunziò queste parole: “Il Signore dice: Io rendo pura quest’acqua; non procurerà più ne morte ne sterilità”.Come aveva detto Eliseo, quell’acqua divenne pura e lo è ancora oggi” (II Re 2,19-22). Il sale è insieme il simbolo di conservazione ma anche il simbolo di distruzione per corrosione, per questo esso era usato in ogni rituale ebraico per consacrare la vittima sacrificale.
Il racconto – a mio giudizio - insegna la forza distruttiva che esercita il rimpianto e la volontà di rimanere legati al nostro passato, a quello che dovremmo lasciarci alle spalle, ma che esitiamo ad abbandonare. Nessun altro è il significato che la moglie di Lot vuole rappresentare, se non questa incapacità di rialzare il capo e di andare incontro al futuro. La stessa trasformazione in una statua di sale lo dimostra. Il Vangelo di Luca avverte che “Nessuno che abbia messo mano all’aratro e poi si volti indietro è adatto per il Regno di Dio.” (Lc.9,62) Nel racconto biblico la moglie di Lot diventa essa stessa una vittima rituale: immolata all’altare del suo rimpianto. Ma allora, cosa dovremmo conservare del nostro passato? Cosa potrebbe traghettarci attraverso le acque del cambiamento e cosa, invece, rischia di farci finire pietrificati e statici come la moglie di Lot?
Dal passato si può imparare, mettendone a frutto l’esperienza e cercando di fare fruttare il prezzo di tutte le notti consumate nell’amarezza e nell’angoscia. Questa è la lezione più difficile, perché spesso il dolore e la sofferenza restano senza una risposta o perlomeno trovano la nostra incapacità di elaborarne una.
Agli errori del passato spesso rispondiamo con meccanismi di autopunizione, che è la forma più letale di mancanza di amore per se stessi. Per questo, il modo con cui ognuno di noi reagisce al proprio passato, indica anche l’amore che nutriamo per noi stessi. Ma dal passato ci si può anche allontanare e si può intraprendere un nuovo percorso, l’importante è che si sia elaborato e superato, conquistando una sufficiente dose di consapevolezza, sufficiente per attuare una positiva trasformazione. Non si può assolutamente restare con una sensazione di rimozione o di negazione del passato perché esso, seppure lontano, avrebbe ancora la forza di renderci infelici.
Da sempre invece penso che, tutti coloro che fuggono alla loro vita passata per cercare un cambiamento forzato, finiscano per aggrapparsi al primo barelliere che incontrano sulla loro strada, rischiando così di cadere nelle grinfie di un altro torturatore. Le fughe irrazionali sono sempre dettate dalla nostra paura e dalla nostra angoscia, per questo non credo assolutamente al detto che “chiodo schiaccia chiodo” o perlomeno ci credo al negativo, nel senso che perlopiù il chiodo te lo schiacciano nel costato. Ma nel passato si può essere anche invischiati, incatenati alla nostra immagine di bambino emotivo, dipendenti da un cordone ombelicale che può essere lungo anche decenni. Rischiamo di restare eternamente condannati ad una immagine - impressa nella pelle e nei comportamenti – di bambino ferito e dolente che non sa sopportare i rifiuti, di un bimbino sommerso dall’enorme quantità di stress che la sua sensibilità e vulnerabilità ha accumulato e sofferto. Tutta la nostra cultura orientata al successo, ci rende intollerabile subire la vergogna dell’errore e del fallimento personali. Quindi più soffriamo e più la sofferenza ci rende vulnerabili e ansiosi e più ci rende prigionieri di paure ed ansie. Se ci affanniamo a riassumere il controllo della nostra vita, ancor più sprofondiamo nell’abisso, poichè il controllo non è la via migliore per superare la paura. Il controllo porta solo alla repressione della sensibilità personale e ci spinge al lato opposto della barriera, trasformandoci in bambini crudeli ed insensibili. Il modo migliore per curare le nostre ferite è invece la comprensione e la compassione per i nostri errori e per la nostra vita passata. Da un atteggiamento compassionevole ed amoroso nei nostri riguardi, abbiamo la conquista della consapevolezza che in noi vi è una fonte di forza inesauribile, una dignità, una fierezza, una capacità di risorgere che vengono in nostro aiuto quando abbiamo il coraggio di essere ciò che siamo. Tutti abbiamo la capacità di osservare, di contenere e di comprendere, ma ci vuole pratica per cominciare a farlo. Se osserveremo la nostra vita potremo identificare come agisce in noi il desiderio di controllo e come agisce in noi la paura, potremmo allora scoprire che noi stessi non siamo un luogo tormentato ma un luogo rigoglioso in cui vivere e riposare, perché ciò che si conosce non fa mai paura. Diceva Osho:
“Il vero nettare della vita è dentro di te.
Proprio in questo momento puoi ritornare in te,
guardare dentro di te.
Non c’è bisogno né di preghiere né di adorazioni.
Tutto ciò che serve è un viaggio silenzioso verso il tuo essere.
Questo è ciò che chiamo meditazione,
un pellegrinaggio silenzioso verso il tuo essere.
E quando trovi il tuo proprio centro,
hai trovato il centro dell’intera esistenza.”
Se avesse avuto maggiore fiducia nel futuro, se non fosse stata pericolosamente curiosa di vedere cosa lasciava alle sue spalle, se avesse avuto la certezza che doveva celebrare la salvezza insperata ed il consiglio dell’angelo - del messaggero del dio interno - se avesse avuto maggiore coraggio e non una pericolosa curiosità, forse si sarebbe salvata anche la moglie di Lot.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 12 agosto 2008

All’uscita di un ballo in maschera


Ho avuto un incontro con un mio ex amico: ora è una persona con cui non ho più rapporti e con cui non voglio più averne. L’ho incontrato ad un concerto, incrociato mentre giravo tra la folla. All’inizio, a causa della penombra, non ho neanche capito chi fosse, poi ho focalizzato e sono rimasta molto disturbata dall’incontro. Mi ha salutato ed io ho ricambiato con un ciao. E’ un ex amico perché ha tradito la mia amicizia, per questo è una persona con cui ho chiuso. Il difetto è certamente nel mio concetto di amicizia, che è un concetto con valore assoluto e sicuramente non molto in voga, ma io chiedo solo il rispetto che offro a mia volta, per cui perso il valore assoluto dell’amicizia ... è chiuso! Era un’amicizia lunga e solida ed io ero la sua migliore amica, come lui lo era per me (almeno lo credevo!) ora mi disturba solo vederlo. Era un amico falso, pronto ad accoltellarti alle spalle, un codardo. Quando si viene accoltellati da un amico il tradimento è molto più grande. In generale questi falsi amici sono persone astiose, che amano il doppio gioco e che si divertono ad offrire una falsa immagine, sono persone che covano dei risentimenti, sono persone che fanno pagare le loro ferite agli altri, anche a quelli che non le hanno causate: in qualsiasi modo vogliono pareggiare il conto, come Iago che colpisce Otello per i suoi successi. Maggiormente vogliono placare le loro ire ed i loro risentimenti colpendo a casaccio, ma non lo fanno trapelare, coltivano tutto nel loro cuore. Con persone così fai a meno dei nemici, essi bastano a tutte e due i partiti. Le loro azioni disdicevoli sono attuate solo per egoismo personale, perché mancano di autostima e perché nascondono sentimenti di inadeguatezza e di ingiustizia. Essi covano risentimento nei nostri riguardi, ma non lo ammettono e non lo dimostrano, anzi indossano la maschera di persone leali e di parola, sempre attendibili e pronte anche a sacrificarsi per amicizia. Un amico deve essere una figura incoraggiante e solidale, uno che ti ama anche per i tuoi difetti, uno che non guadagna nulla dal tuo affetto, se non l’affetto. Per questo aspetto l’amicizia vera diventa più grande dell’amore, perché l’amore guadagna altro amore. L’amicizia si nutre di vera affinità elettiva, non si nutre del piacere fisico, si nutre del piacere della mente e dell’anima: per questo condivido la scelta di Dante di mettere i traditori nel cerchio più basso del suo inferno. Con un vero amico trovi giusto condividere anche i tuoi pensieri più intimi, mai ti aspetteresti di trovarti di fronte un subdolo che spia la tua anima per approfittarne. Questi individui sono falsi e seducenti, sono esseri che sabotano la tua vita solo per prendersi una controparte vendicativa alla loro poco gratificante esistenza. Unica arma con i falsi amici è fargli capire che ormai sono scoperti, che tu sai quale gioco vogliono fare, che tu conosci gli abiti che indossano, poi di cancellarli dalla tua vita. Se c’è bisogno poi di fare una verifica sul falso amico è sufficiente parlarne con una persona terza, estranea e neutrale. Non ha senso cercare una vendetta perché ognuno pagherà il suo karma, mentre invece è sensato vivere al meglio e non diminuire il valore dell’amicizia.
L’incontro, che non credo sia stato casuale, voleva farmi riflettere e farmi chiudere il gioco, voleva mettere il dito sulla piaga per vedere quanto fosse guarita: una sorta di verifica e rettifica dei fatti.
Io allora io ho riflettuto sul rapporto che ho avuto con questa persona e mi sono persuasa che è primariamente un debole che ha sempre invidiato la mia forza e la mia risolutezza. Ho poi riflettuto anche sul fatto che io pure ho giocato con tale ruolo, impersonandolo e non negandolo. Il giochino è pericoloso nella misura in cui ti si ritorce contro, e con me è stato così. Giocando al gioco di Iron woman, della donnina di ferro, si rischia di trovarsi appiccicati degli uomini di paglia, che sono esseri squallidi e pericolosi. Puntalmente avvenuto!
Ma allora una persona di minimo valora cosa insegna? Insegna ad essere indulgente con se stessi, insegna ad essere analitici e ad essere profondi,insegna ad offrire l'amicizia avendo il senso del grande dono che si offre: noi stessi. Ho imparato a rispettarmi e a rivalutarmi perché i miei valori sono giusti: il problema ed il fallimento è il loro. Insegna ad essere clementi con noi stessi e pensare che non potevamo sapere quello che gli altri avrebbero fatto. Dall’esperienza ho ricavato il messaggio che nulla è un fallimento ma tutto avviene come manifestazione per un vero insegnamento di vita. L’indulgenza e la compassione per noi stessi è indispensabile, come è essenziale capire che il karma è tutto quello che mettiamo in azione con i nostri comportamenti. Dobbiamo prenderne atto, ma non lasciare che la sensazione di colpevolezza sia da ostacolo al nostro futuro progredire; ogni errore è un nuovo spunto per accellerare e pervenire ad una migliore evoluzione. Il karma non è affatto la punizione che comunemente si pensa, è invece l’attualizzazione del progetto che abbiamo scelto per la nostra evoluzione spirituale e per la nostra vita: è un progetto nostro, scelto, interiore e volontario.
L’immagine che scelgo per questo post è quella di un quadro che amo, un quadro famosissimo di Jean-Léon Gérome “Duello all’uscita di un ballo in maschera”, riprodotto in più copie dall’artista e conservato anche all’Hermitage di Pietroburgo. Il quadro viene considerato una sorta di enigma pittorico in cui ravvisare dagli indizi cosa sia avvenuto. Secondo me questa opera nasconde varie chiavi di lettura, per cui ad ognuno il gioco di scoprirne una personale. La mia è stata fortissima quando l’ho meditata intensamente, a differenza del significato iconografico esteriore, che è quasi banale. Un Pierrot, che è stato colpito e sconfitto nel duello, è sorretto da due figure minori della commedia dell’arte, mentre un Pulcinella e un capo indiano si allontanano nella nebbia. Il duello avviene all’uscita del ballo, perché un ballo non è luogo da tragedia: è un duello in cui le figure in maschera appaiono grottesche e surreali. Gli indizi offerti dal quadro sono inequivocabili per identificare l’assassino di Pierrot. L’assassino è l’indiano come dimostrano le piume che sono restate sul luogo dello scontro, ed il suo complice è l’Arlecchino che lo sta confortando ed aiutando. Il colpo è poco appariscente, ma si immagina al cuore, e Pierrot si affloscia tra le braccia della maschera mentre la vita lo abbandona ed il suo viso ha assunto il pallore della neve.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 10 agosto 2008

Tu e io



Felice il tempo in cui sederemo nel palazzo
tu e io.

Due forme, due volti, ma una sola anima
tu e io.

I colori del frutteto e le voci degli uccelli
ci concederanno l’immortalità
nel momento in cui varcheremo la soglia del paradiso
tu e io.

Tu e io, liberi da noi stessi,
ci uniremo nell’estasi.
In letizia, senza futili parole
tu e io.

Gli uccelli del paradiso
avranno il cuore roso dall’invidia
in quel luogo dove rideremo felici
tu e io.

Maulānā Gialāl al-Dīn Rūmī