giovedì 4 dicembre 2014

L’essenziale è la vita



“All’inizio c’è la vita. Osservate le creature: dapprima hanno la vita, e solo più tardi, poco alla volta, riescono ad avere delle sensazioni, a pensare e ad agire con efficacia. La vita… parola che riassume tutte le ricchezze dell’universo, anche quelle tuttora indifferenziate, disorganizzate, in attesa che una forza venga a portarvi ordine e a metterle all’opera. Nella parola “vita” sono quindi compresi tutti gli sviluppi del futuro.

In una cellula sono già esistenti in potenza tutti gli organi che un giorno dovranno formarsi, esattamente come avviene per il seme che, dopo essere piantato, innaffiato e curato, dà i suoi frutti. Quindi, dopo un certo periodo, come per il seme, da quel magma, da quel caos, da quella realtà indeterminata che è la vita, tutto comincia a emergere e a prendere forma. È in questo modo che sono apparsi gli organi che già possediamo ed è così che appariranno i molti altri che si formeranno in futuro…

Poiché il corpo fisico è fatto a immagine del corpo astrale, il corpo astrale a immagine del corpo mentale, e così di seguito fino al piano divino, ne consegue che, possedendo cinque sensi sul piano fisico, ne possediamo cinque anche nel piano astrale e nel piano mentale: tatto, gusto, olfatto, udito e vista…

Negli altri piani gli organi dei cinque sensi non sono ancora sviluppati, ma esistono in attesa del momento di manifestarsi. Quando saranno completamente formati, avremo delle possibilità oggi impensabili di vedere, sentire, udire, gustare, agire e spostarsi. La vita, l’essere vivente, la cellula viva, il microscopio, contengono tutte le possibilità di sviluppo, ma occorreranno ancora migliaia di anni prima che riescano a manifestarsi completamente. Questo è il mistero e lo splendore della vita.

Osservate gli esseri umani: lavorano, si divertono, corrono a destra e a sinistra, si dedicano a ogni genere di occupazioni, ma intanto la loro vita si indebolisce e si deteriore, perché la tengono in nessuna considerazione. Pensano infatti che, dal momento che la possiedono, possono servirsene a loro piacimento per ottenere ciò che desiderano: la ricchezza, i piaceri, la conoscenza e la gloria…

E così consumano e consumano … e quando non è rimasto più nulla, devono per forza cessare ogni loro attività. Non ha senso agire in questo modo, poiché quando si è persa la vita si è perso tutto. L’essenziale è la vita, per cui la si deve proteggere e santificare; si deve eliminare tutto quello che la ostacola e la blocca, in quanto è grazie a essa che si ottiene la salute, la forza, la bellezza, la potenza e l’intelligenza.

Nella conferenza sulle cinque vergini sagge e le cinque vergini stolte ho spiegato che l’olio di cui parlava Gesù è il simbolo della vita. Quando l’uomo non ha più una goccia di vita, la sua lampada si spegne ed egli muore. L’olio trova la sua corrispondenza in tutti i campi: per le piante è l’acqua, ma per l’essere umano è più particolarmente il sangue; nel mondo degli affari è l’oro e l’argento; per l’automobile è il carburante etc…

La vita è la materia primordiale, il serbatoio da cui scaturiscono ogni giorno nuove creazioni che avranno le loro ramificazioni fino all’infinito. Partendo da quella vita indifferenziata e senza espressione, che esiste come mera possibilità, lo spirito crea continuamente nuovi elementi, nuove forme …

Ma purtroppo le persone si occupano di tutto salvo che della vita: se pensassero alla vita, a mantenerla, a proteggerla e a conservarla nella più grande purezza, avrebbero possibilità di ottenere ciò che desiderano, in quanto è proprio quella vita illuminata, splendente e intensa la sola che può dare loro tutto. Non vivendo sulla base di questa filosofia, finiscono con lo sprecare la loro esistenza, pensando che, dato che loro sono vivi, tutto è loro concesso.

Ciascuno dice a se stesso: “Dal momento che possiedo questa vita, bisogna pure che ne faccia qualcosa …” Ma quanti riescono davvero a realizzare quello che desiderano? Molto pochi; i più hanno sperperato tutto. È necessario dunque avere un’altra visione della vita e sapere che già il vostro modo di pensare agisce sulla vostra vita, sulle sue risorse, sulla quintessenza del vostro essere e che, quando pensate male, guastate tutto.

Facciamo l’esempio del figlio di un padre molto ricco che sta compiendo i suoi studi. Suo padre oltre a mantenerlo gli dà un sussidio mensile ma, a un certo punto, il ragazzo comincia a commettere delle sciocchezze e a sperperare in divertimenti tutto il denaro che riceve. Di fronte a questo fatto, il padre gli taglia i viveri e non gli dà più nulla … Qual’è l’errore del ragazzo?

Ha commesso l’errore più grande cioè quello di compromettere la sua esistenza: le condizioni, le sue energie e le sue correnti, il cui simbolo, in questo caso, è il denaro. E noi, se facciamo la stessa cosa logorando e abusando della nostra esistenza così come la intendiamo noi, permettendoci di trasgredire tutte le leggi, esauriamo le nostre riserve e cadiamo in miseria, forse non quella materiale e fisica, ma certamente in uno stato di miseria interiore.

La vita è il solo bene che esiste, e qualunque sia il nome che le si attribuisce: ricchezza, aiuti finanziari, olio, energie oppure quintessenza, il risultato non cambia in quanto la parola “vita” può essere sostituita da tutti quegli altri termini. Ciò nonostante, gli uomini passano il loro tempo sprecandola, rincorrendo acquisizioni che non sono tanto importanti quanto la vita stessa.

Lavorano degli anni per soddisfare tutte le loro ambizioni e si ritrovano poi talmente esausti, talmente indifferenti e apatici che, se mettessero sul piatto della bilancia ciò che hanno raggiunto e ciò che hanno perduto, si accorgeranno di aver perso tutto e di aver guadagnato ben poco. […]

Ecco perché è molto importante che sappiate con quale fine e per chi lavorate, in quanto, a seconda del caso, le vostre energie prenderanno una determinata direzione. Dunque, ciò che conta è sapere a che cosa consacrate le vostre energie, in quale direzione lavorate, perché da ciò dipenderà il vostro futuro: o vi impoverirete o vi arricchirete.

A loro insaputa gli esseri umani, nella maggioranza, lavorano per un nemico nascosto in loro stessi, che li spoglia e li impoverisce. Un vero spiritualista è più intelligente; egli compie un lavoro interiore e dedica tutte le sue energie a quel qualcuno che è se stesso, e ovviamente è lui che ci guadagna. Questa è intelligenza: sapersi arricchire e non impoverire, il che non è interesse personale e neppure egoismo, ma è il contrario.

Quando lavorate per voi stessi, cioè per il vostro sé mediocre, le vostre energie si disperderanno e non riceverete niente di buono. Il vostro sé personale, separato ed egoista è come una voragine per cui, lavorando per lui gettate tutto nella voragine. Coloro che lavorano soltanto per se stessi anziché lavorare per l’immensità si impoveriscono; in seguito nessuno penserà più a loro, nessuno li amerà, neppure la loro famiglia, proprio perché sono troppo egocentrici.

Coloro che invece sono colmi d’amore, di bontà e di spirito di abnegazione, sebbene all’inizio si abusi della loro disponibilità, perché li si trova ingenui, bonaccioni e un po’ sciocchi, col passare del tempo si riveleranno esseri veramente eccezionali e, un giorno, tutti li apprezzeranno, li ricompenseranno e li ameranno. Hanno lavorato per l’universo intero e riceveranno la ricompensa. Non subito naturalmente.

Ma non scoraggiatevi; se vi perdete di coraggio, significa che non avete compreso bene le leggi che reggono la vostra vita quotidiana. Se le conosceste, capireste che dovete aspettare. In seguito le ricchezze vi pioveranno da tutte le parti e, anche se cercherete di proteggervi sarà impossibile. L’universo intero farà piovere su di voi delle ricchezze straordinarie, perché voi stessi le avevate provocate. La giustizia è così!” (Omraam Mikhael Aivanhov)

mercoledì 3 dicembre 2014

Sfumature



“È impossibile stabilire la presenza
della coscienza in un altro uomo.
Voi non potete conoscere la coscienza
se non in voi stesso.”
(Georges Ivanovitch Gurdjieff)

Secondo Gurdjieff, l’uomo nasce come essere incompiuto perché la natura ci sviluppa fino a un certo punto. Se vogliamo fare uno sviluppo ulteriore deve intervenire la nostra iniziativa e molti sforzi personali. Perciò possiamo svilupparci, si può morire restando così come siamo nati oppure possiamo perdere la capacità di sviluppare. L’evoluzione a cui si alude riguarda lo sviluppo di caratteristiche e di qualità formate dalla natura allo stato embrionale, ma che non possono svilupparsi autonomamente.

Senza lo sforzo personale, per Gurdjieff, nessuna evoluzione diventa possibile. Ci è necessario anche l’aiuto di chi ha già fatto questo lavoro, altrimenti resta impossibile. Si deve capire che l’uomo che vuole sviluppare deve diventare un essere diverso sebbene non tutti riescano a diventare diversi. L’evoluzione è sempre prodotto della volontà e dello sforzo personale, per questo sta diventando un fatto sempre più raro.

Non tutti possono sviluppare, primariamente perché non lo vogliono, poi perché non sanno neppure di cosa si sta parlando e, infine, perché non sono preparati a farlo. L’idea di fondo è che voler diventare un essere differente deve essere voluto moltissimo e che dobbiamo sforzarci per molto tempo. E questo non è un'ingiustizia come potrebbe sembrarci, perché non possiamo costringere gli altri a fare quello che non vogliono.

L'evoluzione umana di cui si parla riguarda l’acquisizione di facoltà e di qualità nuove che non si conoscono e che non si possiedono. O meglio si dovrebbe dire, cercare di acquisire ciò che si crede di avere e che non si possiede. Secondo Gurdjieff, noi tutti crediamo di avere e di sapere molte cose riguardo a noi, ma sono tutte falsità perché non ci conosciamo affatto. L’uomo è una macchina che fa solo dei movimenti dipendenti dalle influenze e dagli shock esterni.

Ma, sebbene l'uomo sia una macchina, resta pur sempre una macchina molto speciale. Se è manovrata in modo giusto, può prendere coscienza di essere una macchina. E se diventa pienamente consapevole di questo fatto, l'uomo può cessare di essere meccanico. L’illusione di essere unitari e integrali ci viene dalle sensazioni del corpo fisico, dal nostro nome e dal ruolo nel quale ci identifichiamo, e dal fatto che ripetiamo sempre un certo numero e tipo di azioni meccaniche.

La qualità dello sviluppo possibile dipende dal fatto di saper capire quello che ci è proprio e quello che non ci appartiene. Occorre saperlo perché non cercheremo mai ciò che pensiamo di avere perciò, la più importante qualità che entra in gioco è la qualità della coscienza. È la coscienza che ci inganna, perciò dobbiamo capire com'è, se vogliamo cambiare.

Comunemente si crede che la coscienza sia equivalente all’intelligenza o all’attività mentale. Ma la coscienza, per prima cosa, è la presa di conoscenza riguardo noi stessi ossia è la percezione di sé. Alcune scuole confondono la coscienza con le funzioni psichiche e insistono a negare che la coscienza abbia diversi gradi e sfumature. La coscienza ha gradi diversi tutti osservabili, infatti la crescita interiore varia a seconda della qualità e dell’evoluzione della coscienza del soggetto.

In generale, l’uomo ha quattro stati di coscienza cioè ha il sonno, lo stato di veglia, la coscienza di sé e la coscienza obiettiva. Ma, sia pure potendoli avere tutti, l’uomo vive in due stadi ossia vive una parte della sua vita nel sonno, e l’altra parte nello stato detto “di veglia” sebbene, l’ultimo sia molto simile allo stato di sonno. Nella vita ordinaria, per Gurdjieff, non conosciamo mai la “coscienza obiettiva” perché non abbiamo esperienze di questo tipo.

Il terzo stato di coscienza è “la coscienza di sé” che crediamo di avere anche se siamo pienamente coscienti solo per pochissimi minuti. I lampi di coscienza avvengono solo in condizioni di estremo pericolo, di intensa emozione oppure in circostanze inattese e nuove. Nello stato considerato come normale, l’uomo non sa controllare questi lampi di coscienza perciò, il punto è come diventare coscienti.

Solo dopo averlo compreso, si può fare qualcosa perché restando ignoranti riguardo a noi, non possiamo far nulla. Dobbiamo studiarci come faremmo con una macchina molto complicata in cui occorre smontare i pezzi, scoprire le funzioni principali e trovare le condizioni per un lavoro corretto. Trovate le cause del malfunzionamento del meccanismo difettoso possiamo ripararci con idee che usano un linguaggio speciale.

La macchina umana possiede varie funzioni: il pensiero (o intelletto), il sentimento (o emozioni), la funzione istintiva (che svolge il lavoro interno all’organismo), la funzione motrice (che svolge il lavoro esterno all’organismo), la funzione sessuale (che differenzia i due principi del maschio e della femmina). Oltre a queste funzioni ci sono pure due funzioni che il linguaggio non sa definire perché sono due forme superiori di coscienza.

La prima funzione superiore è quella emozionale superiore che compare nello stato di coscienza di sé. L’altra è la funzione intellettuale superiore che appare nello stato di coscienza obiettiva. Molte tradizioni antiche descrivono degli stati superiori di coscienza e delle funzioni superiori, ma sono delle esperienze molto rare da vivere, perciò si possono conoscere solo in modo indiretto.

Il samadhi ossia lo stato di estasi detto l’illuminazione che alcuni chiamano anche “coscienza cosmica” spesso, dice Gurdjieff, è “fantasia, sogno, associazioni accompagnate da un lavoro intensivo del centro emozionale.” Altre volte, invece, descrive la vera manifestazione dello stato di coscienza obiettiva.

Le quattro funzioni umane: intellettuale, emozionale, istintiva e motrice vanno comprese in ogni sfumatura. Poi vanno osservate in relazione ai tre stati di coscienza, cioé: il sonno, lo stato di veglia egli attimi di coscienza di sé. Le funzioni possono manifestarsi in modo diverso a seconda dello stato di coscienza, ma producono risultati completamente diversi.

È necessario comprendere che la coscienza e le funzioni dell’uomo sono due fenomeni di ordine diverso, che essi sono di natura diversa, che dipendono da cause diverse e che possono esistere separatamente. Va capito che le funzioni possono manifestarsi senza la coscienza, e che la coscienza può esistere senza le funzioni.

Il sonno è il più basso livello di coscienza, infatti è uno stato soggettivo e passivo in cui tutte le funzioni psichiche lavorano senza direzione. In esso non c’è alcuna logica e continuità, infatti l’uomo che dorme non conserva alcuna traccia di memoria. Il secondo grado di coscienza è quello dell’uomo che si sveglia ed è lo stato in cui viviamo mentre pensiamo di essere coscienti.

In realtà, almeno secondo Gurdjieff, dovrebbe essere chiamato il “sonno di veglia” ovvero la “coscienza relativa.” Infatti il sonno non finisce con il risveglio, perché i sogni restano e si sommano alle impressioni e all’atteggiamento critico riguardo le nostre sensazioni, i nostri desideri e le nostre emozioni. Spesso il fatto non appare chiaro come il sole, perché resta inconsapevole.

Ma lo stato di veglia e lo stato di coscienza relativa è meno soggettivo del sonno. Infatti l’uomo distingue tra “io” e “non io” sebbene non si possa dire che sia totalmente cosciente della realtà. Tutte le assurdità e le contraddizioni della vita provengono dal fatto che l’uomo vive e agisce nel sonno, così come insegnano i Vengeli.

Questi due stati di coscienza sono quelli in cui l’uomo vive sempre, anche se avrebbe altri due stati di coscienza che, potenzialmente, sarebbero possibili. Gli stati superiori della coscienza sono chiamati “la coscienza di sé” e “la coscienza oggettiva.” Il primo lo crediamo anche se non l’abbiamo mentre, sull’altro, non sappiamo nulla.

La coscienza di sé è lo stato in cui l’uomo è oggettivo rispetto a se stesso. La coscienza oggettiva che vi è correlata ci fa entrare in contatto con il mondo reale, dal quale siamo tenuti distante dai sensi, dai sogni e dagli stati di coscienza bassi. I quattro stati di coscienza sono collegati aanche alla possibilità di poter conoscere la verità rispetto alle cose.

Nello stato di sonno non possiamo conoscere nessuna verità perché i sogni si mescolano alla realtà. Nel secondo stato di coscienza che è il sonno di veglia possiamo conoscere solo una verità relativa, perché viviamo una coscienza relativa. Nel terzo stato di coscienza possiamo conoscere tutta la verità relativa a noi stessi. Nel quarto stato di coscienza oggettiva conosciamo la verità su ogni cosa, perché possiamo studiare tutte le cose e vedere il mondo così come è.

Questo stato di coscienza è molto lontano dal nostro perciò anche pensarci è difficile. Se ci sforziamo di capire possiamo usare gli sprazzi di coscienza oggettiva che emergono nello stato pienamente realizzato di coscienza di sé. Nello stato di sonno possiamo avere barlumi di coscienza relativa, e nello stato di coscienza relativa possiamo avere dei barlumi di coscienza di sé.

Ma se riusciamo a mantenere la coscienza di sé per periodi molto più lunghi di quei brevissimi istanti di luce, lo possiamo capire. Sappiamo che gli istanti non bastano, perché è necessario fare anche l'atto di volontà attuato da un Io permanente. E la durata e la frequenza di quei momenti di coscienza dipendono dal potere che avremo ottenuto su di noi.

Buona erranza
Sharatan

domenica 30 novembre 2014

Consapevolezze



“A chi mi chiede perché in alto io viva,
non rispondo, sorrido, il cuore in pace.
Scorrono le acque, passano i venti.
Questo è il mio mondo, diverso dal vostro.”
(Li Po)

Il filosofo Friedrich Nietzsche ha descritto tre stati attraverso cui passa la coscienza umana. Il primo stadio è quello del cammello in cui siamo come ruminanti: questa è la condizione che viviamo da bambini quando siamo formati e assimiliamo quello che è giusto per i nostri genitori. I contenuti che ci vengono inculcati sono la somma delle concezioni, dei modelli e dei valori che vengono dai nostri antenati e dalla nostra società, perciò sono il frutto del nostro passato familiare e collettivo.

I cammelli mangiano tutto quello che trovano perciò anche noi assimiliamo tutto quello che ci viene insegnato senza averne alcuna consapevolezza. Siamo inconsapevoli ma crediamo di avere una grande saggezza. Invece abbiamo accumulato solo i pregiudizi e le repressioni che provengono da coloro che ci hanno cresciuto o educato. Vivendo come cammelli si diventa disponibili e si risponde sempre “si.” Si accetta tutto senza mettere mai nulla in dibbio, perciò restando per tutta la vita come cammelli siamo bloccati e non facciamo nessuna evoluzione.

Raggiungiamo il secondo stadio se vogliamo fare il cammino della consapevolezza, quando diventiamo come leoni. È fatale trovarsi leoni se ci ribelliamo al passato che ci opprime. Un leone si ribella sempre contro quello che sente come oppressivo e come superato. Essendo come dei leoni ci sentiamo forti e sicuri se diciamo sempre “no” e se mettiamo in discussione tutto quello che abbiamo. Il leone ruggisce contro la repressione e contro i limiti del passato, perché il leone non ama i confini, vuole uscire dagli schemi e ama quello che non è comune.

Il leone supera i limiti della tradizione e va alla ricerca di nuovi orizzonti. Se diventiamo come leoni realizziamo il nostro potenziale di esseri umani, secondo Nietzsche, ma anche il leone trova dei limiti e dei rischi. Se restiamo sempre leoni rischiamo di esaurire tutte le energie per creare l’identità di quello che si ribella contro tutte le forme di autorità. Si rischia di essere prigionieri nel ruolo dell'eterno ribelle contro tutto e tutti.

Saltare dalla condizione di cammello a quella di leone richiede molto coraggio, infatti implica accettare la disapprovazione di chi non è un leone. Fare quel salto implica il trovarsi contro la gran massa dei cammelli che odia i seccatori che sono sempre dubbiosi. E la gran massa dei cammelli è sempre più grande dei leoni che sono sempre pochi. Nietzsche dice che c'è anche uno sviluppo ulteriore che viene fatto se diventiamo come bambini. Secondo lui, questo è l'arrivo dell’evoluzione della coscienza personale.

Un bambino ha superato la fase in cui risponde sempre e solo con “si” o con “no.” Un bambino ha molta fiducia nella bontà della vita perciò accetta tutto ciò che la vita gli offre. Un bambino non è passivo come un cammello ma non reagisce neppure sempre con la rabbia e la ferocia del leone. Un bambino è un essere saggio che sa che, nella vita, sa usare la forza del leone oppure sa agire come un cammello. La scelta si valuta valutando le cose per come vengono perché siamo consapevoli delle nostre capacità.

Dobbiamo tornare alla primitiva innocenza e alla fiducia nella vita, ma non è una fiducia cieca ma è una fiducia matura. Sviluppare questa saggezza richiede di avere fiducia, amore e sicurezza in noi stessi. Ma la crescita avviene solo se usciamo dal passato. L'identità che viene sviluppata in ambiti limitati o repressi non si forma come autentica. Chi viene represso sviluppa una personalità che vuole accontentare tutti, perciò diventa una persona falsa. I cammelli non si fidano e fanno tanti compromessi per vivere tranquilli, perciò sono inaffidabili e non ispirano fiducia.

Per apprezzare il senso del nostro valore dobbiamo uscire dall’influsso degli schemi mentali creati dai condizionamenti del passato. Per liberarci dobbiamo rischiare, infatti dobbiamo pensare e agire in modo nuovo. Per separci dal passato è necessario capire quello che riteniamo giusto per noi, e iniziare a fare quello che amiamo fare. Solo così diventiamo veri. Se restiamo chiusi negli schemi rigidi non dubitiamo mai di nulla, perciò resteremo sempre nel gregge.

L'aspetto positivo del cammello è quello che ci permette di sviluppare le nostre radici. La nostra eredità familiare ci struttura un senso di appartenenza, e le nostre radici restano sempre in noi. Le radici nutrono se sappiamo conservare la parte migliore che ha aiutato a formare, in modo costruttivo, la nostra personalità. Ma, se non separiamo questo, o se non sappiamo vederle nel giusto valore, diventeranno una prigione. Infatti diventeranno tutto quello che agisce, anche a nostro svantaggio, nell’inconscio più profondo.

Un leone lotta contro il vecchio ma la sua lotta usa molta rabbia contro le regole. La rabbia è utile solo se è usata per risvegliare la forza e trovare il coraggio necessario per fare il cambiamento. Nella fase iniziale della separazione sentiamo di essere soli contro tutto il resto del mondo. Per sostenerci è necessario trovare l’appoggio di altri leoni che la pensano come noi. Ma lo stato da leone si presenta anche con tante varianti, infatti c'è anche chi lo esprime in modo radicale e drammatico.

Qualcuno usa l’energia del leone per fare uno stacco netto e prendere la distanza fisica dalle persone e situazioni passate. In altri, il leone diventa più sottile o distorto, e si esprime con atti di sabotaggio e risentimento occulti. Spesso si resta inconsapevoli di fare la ribellione e si può restare inconsapevoli tutta la vita perciò il problema non è mai visto. La vera ribellione avviene contro l’infanzia in cui non ebbero cura di noi in modo giusto. E noi, invece di ribellarci contro costoro, ci scagliamo contro le autorità e contestiamo le limitazioni culturali e religiose.

Il contributo più importante del leone è quello di aiutarci a ritrovare la forza. E più diventiamo consapevoli di poter risvegliare il leone addormentato, più la guarigione sarà veloce, certa e completa. La giusta distanza ossia un giusta separazione dal problema può chiarire tutto, perciò quando facciamo la distinzione arriviamo a sentire il senso della nostra vera essenza. Così entriamo in modo spontaneo nel terzo stadio, cioé nello stato del bambino. Riscopriamo l’innocenza originale ma sarà un'innocenza che è diversa da quella che avevamo da bambini.

Abbiamo avuto il coraggio di diventare leoni ma non vogliamo restare aggrappati alla rabbia e al rancore del leone, perché siamo cresciuti e non abbiamo bisogno di quello. Sappiamo apprezzare le cose belle che abbiamo, perché abbiamo separato il brutto dal bello che abbiamo ereditato. Abbiamo risolto tutte le inconsapevolezze che vi erano collegate. Ora amiamo le radici da cui veniamo perché abbiamo la saggezza di riconoscere il bello che abbiamo: ora il passato non ci rende più suoi schiavi.

Ora sappiamo che il passaggio nei tre stadi non è un processo fisso e rigido. Sappiamo che, a volte, possiamo diventare come leoni o come cammelli, e che altre volte siamo fiduciosi come dei bambini. La cosa migliore è equilibrare il nostro vero essere. Lavoriamo duramente per fare questo, ma avere difficoltà è normale per l'essere umano che cerca di diventare migliore. Avere la consapevolezza delle nostre e delle altrui difficoltà ci fa sentire una maggiore compassione e più comprensione.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 27 novembre 2014

Dove sei?



"Dio dice all'uomo: Dove sei?"
(Genesi, X,1)

"Dove sei? Dove siamo? Siamo sempre dentro di noi. Siamo sempre nella nostra esperienza, esattamente allo stesso posto, sempre allo stesso posto. Non siamo né il nostro corpo, né nel nostro corpo. Il corpo stabilisce semplicemente una zona privilegiata delle nostra esperienza, del nostro mondo. Hai l'impressione di 'non essere al tuo posto.'

Come se ci fosse uno spazio diviso in caselle e persone che vengono messe in queste caselle! Sarebbe quindi sufficiente trovare la propria posizione. Oppure si constaterebbe con tristezza che non c'è più posto per noi.

Ma non è affatto così.'Non sei al tuo posto' significa in realtà: 'Non sei al posto di Te' ovvero che non sei in te stesso, che non sei incarnato, che non sei nel presente.

Meditiamo per addestrarci a essere presenti. In meditazione sei seduto, immobile, e il mondo gira attorno a te come attorno a un centro. Dopo la meditazione, sei ancora in te, al centro di tutto, e il mondo continua a gravitare attorno a questo centro. Tutto ciò che ti circonda appartiene alla tua esperienza, tutte le persone e tutti i fenomeni sono in te. Sei al tuo posto: al posto di colui che è.

Tu non ti muovi mai, sei immutabile. È il mondo che ti gira attorno. Sei immutabile perchè proteggi la tua mente. Dal momento che proteggi la tua mente, il mondo spinge di tirarti e spingerti. Comincia a girare lentamente attorno a te. Il mondo è lo spettacolo meraviglioso che l'anima concede a se stessa.

Qualsiasi cosa tu faccia, che tu vinca o che tu perda, sei sempre in te stesso. Non hai bisogno di agire perché tutto è in te. Sei immobile al centro della tua anima, C'è sì un'attività, ma si tratta del movimento naturale della luce nella luce.

Dove sei? La coscienza è assolutamente immobile. Non si trova da nessuna parte nel mondo. Appartiene semplicemente al luogo dell'anima: nel presente, il presente perfettamente immobile ed eterno della luce.

Dove sei? Tu. Qui. Ora. Dove sei? Guardati! Chi stai diventando in questo momento? Dov'è la tua anima? Dov'è la tua infanzia? Dove sono le potenze del tuo essere? Dove sei stato in questi ultimi tempi? A cosa ti sei rassegnato? Quale parte di te si è addormentata? Svegliati!

Lascia stare tutte le teorie, tutti i metodi, tutte le religioni, tutte le idee: cosa accade nella tua vita, qui, ora? Dove sei? Cosa fai della tua vitaNon dimenticare mai il tuo bene più prezioso, il tuo unico bene: la tua anima. Misura l'elevatezza della tua origine e la padronanza di sé che ti impone. Non hai forse trascurato il Bambino divino? Non hai forse dimenticato la Promessa?"(Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Sossella ed.)


martedì 25 novembre 2014

Il viaggio dei tre dervisci



Tre dervisci che erano in viaggio s'incontrarono, e iniziarono a parlare. Il primo derviscio si presentò dicendo che lo chiamavano Viaggiatore, perché ovunque andava prendeva sempre la strada più lunga e contorta. Il secondo disse che lo chiamavano Strambo, perché nulla gli sembrava strano perciò tutto ciò che faceva sembrava strano agli altri. L’ultimo era chiamato Rubatempo perché in tutto quello che faceva cercava di risparmiare tempo, anche se i mezzi che usava spesso lo ostacolavano.

I tre decisero di proseguire insieme il viaggio ma, dopo pochi giorni, uno di loro si separò. Viaggiatore aveva visto un cartello che nominava un luogo di cui gli avevano parlato, e volle assolutamente prendere quella direzione. Arrivò in una città deserta abitata solo da leoni. La città mostrava ancora i fasti del suo passato splendore, ma avevano dimenticato di dirgli che era caduta in rovina da molti secoli. E siccome i leoni erano affamati, circondarono il derviscio e lo sbranarono.

Dopo un paio di giorni, Rubatempo si mise in testa di cercare una scorciatoia, e si ritrovò in una foresta piena di sabbie mobili dove vagò per mesi. Perciò Strambo si ritrovò a viaggiare nuovamente da solo e ben presto incontrò un uomo che gli disse: “Derviscio, non proseguire per questa strada. Più avanti c’è un caravanserraglio, ma di notte si riempie di animali selvaggi che escono dalla giungla.“

Strambo, che era attratto da tutti i fatti inconsueti, s'incuriosì e chiese: “E di giorno cosa fanno?” L'uomo gli rispose: “Suppongo che di giorno dormono e che di notte escono a caccia.” Il derviscio decise: “Bene, vorrà dire che anch'io dormirò di giorno e veglierò di notte.” Quando fu giorno, arrivò al caravanserraglio e notò che intorno c’erano molte impronte di animali. Si trovò un posto sicuro in cui dormire e, in effetti, dormì profondamente tutto il giorno.

Quando fu il crepuscolo si svegliò, e trovò un nascondiglio sicuro in cui non poteva essere visto. Non passò molto tempo che iniziarono ad arrivare gli animali selvaggi preceduti dal loro re, il leone, che arrivò per primo alla riunione. Arrivando, tutte le bestie salutavano il leone con molta deferenza. Poi iniziarono la strana riunione in cui si parlava di segreti conosciuti solo nel mondo animale.

Le parole delle bestie sono sconosciute alle orecchie umane ma il derviscio era tranquillo nel suo nascondiglio e capiva la strana lingua delle bestie. Seppe che, nelle vicinanze, c’era una caverna piena di gioielli con il tesoro di Karatash, la favolosa Pietra Nera. E seppe pure che, in quello stesso caravanserraglio, viveva un topo che custodiva uno scrigno pieno di monete d’oro.

L'animale rivelò che il topo, ogni mattina, estraeva lo scrigno dal suo nascondiglio segreto e controllava le monete di cui non poteva disfarsi, e che non poteva spendere. Un altro animale rivelò che la figlia di un famoso re sarebbe caduta in preda di una misteriosa malattia che l'avrebbe portata alla pazzia e, infine, alla morte. Ma c'era un modo con cui poteva essere guarita.

La rivelazione del rimedio fu la cosa che risuonò strana anche alle orecchie di uno come Strambo che di stranezze ne aveva sentite molte. La bestia rivelò che, nelle vicinanze, viveva un cane pastore che faceva la guardia a un enorme gregge di pecore. Ebbene, la principessa poteva essere guarita bruciando un po' del pelo che cresceva dietro le sue orecchie, e facendolo aspirare alla ragazza.

La malattia era dovuta al sortilegio fatto contro suo padre, il re, e lui aveva avuto il rimedio dalla bestia da compagnia del negromante che aveva fatto l’incantesimo. Visto che non si sapeva dove viveva la principessa e che nessuno capiva gli animali, sapere il segreto non era utile a nessuno. Gli animali parlarono tra loro fino alle prime luci dell’alba, poi la riunione finì e si dispersero.

Il derviscio restò nel suo nascondiglio e aspettò finché vide arrivare il topo custode dello scrigno. Vide che il topo spingeva una moneta d’oro e la faceva rotolare per divertirsi, poi lo vide tirare fuori lo scrigno e contare le monete d’oro. Il derviscio uscì dal nascondiglio, afferrò lo scrigno e si diede alla fuga.

Corse lontano e andò fino alla caverna di Karatash dove trovò il tesoro. Poi andò a cercare anche il cane da gregge e gli strappò qualche pelo da dietro le orecchie. Infine si rimise in viaggio lasciandosi guidare da alcuni strani segni che nessun altro avrebbe notato. Ma Strambo era abituato alle cose insolite e seguì quei segni misteriosi finché arrivò a superare i confini dell’impero.

Entrò in un regno sconosciuto e arrivò in una città dove tutti avevano un’espressione addolorata. Chiese a un uomo che passava cosa fosse avvenuto, e quello gli rispose che la figlia del re era stata colpita da un male misterioso. Il male sembrava inguaribile malgrado tutti gli sforzi dei medici di corte e dei più grandi sapienti del regno. Allora il derviscio andò a palazzo e chiese di parlare al re.

Quando fu condotto alla sua presenza disse di poter guarire la principessa. Il re disse: “Se sarai in grado di guarirla ti darò la metà delle mie ricchezze. Se fallirai ti farò impalare sul più alto dei miei minareti. A te la scelta!” Il derviscio accettò le condizioni del re e quando fu portata la principessa, bruciò i peli di cane e le fece annusare il fumo. La principessa aspirò e riacquistò subito le forze con grande gioia di suo padre.

Perciò il derviscio diventò un principe reale, ma continuò a insegnare i suoi metodi alla gente che veniva per imparare da lui. Un giorno, come era di sua abitudine, mentre passeggiava sotto mentite spoglie per non farsi riconoscere, incontrò il derviscio Rubatempo. Questi non lo aveva riconosciuto subito perché era troppo occupato a parlare con un tizio, e non voleva perdere tempo a salutare un vecchio amico.

Ma lui si fece riconoscere, lo portò a palazzo e gli raccontò la sua storia. Il derviscio Rubatempo era impaziente e ascoltò velocemente però non perse tempo a soffermarsi sui minimi particolari. Lui aveva preso già la sua decisione: “Andrò anche io nel caravanserraglio e ascolterò i segreti degli animali. Così potrò fare anche io il mio cammino, così come hai fatto tu.”

Ma Strambo gli obiettò: “Non te lo consiglio. Prima devi moderare l'impazienza, poi devi lavorare meglio sul tempo e devi imparare a capire i segni strani.” Ma l’altro tagliò corto: “Ma è una cosa assurda. Io voglio partire subito.” Senza indugio Rubatempo si fece prestare cento monete d’oro per affrontare le spese del viaggio, poi si congedò velocemente e si mise in cammino.

Quando arrivò al caravanserraglio che era già notte fonda ma non volle nascondersi e decise di entrare nel salone della riunione per fare presto. Quando gli animali lo videro entrare, lo circondarono e lo sbranarono. E così fini miseramente il suo viaggio, mentre Strambo visse felice per sempre.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 21 novembre 2014

Tanti ritorni



“Se non riesci a trovare la verità là dove sei,
in quale luogo speri di trovarla?”
(Dogen)

Il pensiero, nella maggioranza degli uomini, non è altro che accettazione delle idee degli altri. La nostra mente, dice Aurobindo, è come una sentinella insonnolita che fa passare qualsiasi cosa abbia una pur minima somiglianza con ciò che gli sembra familiare. E l'incapacità di pensare aumenta quando si deve riflettere su concetti astratti e non consueti. Persino i più intelligenti e curiosi si accontentano di credere a “sciocchezze inconsistenti” quando si trovano ad affrontare questioni troppo elevate o molto difficili.

Quando è necessario usare un pensiero sottile e preciso è facile provare impazienza, perché non si vuole affrontare il duro lavoro che è necessario per capire. Gli uomini pensano in modo sottile solo quando affrontano questioni concrete e pratiche. Non amano il pensiero sottile adatto alle questioni sottili perché l’intelletto umano è ancora uno strumento troppo rozzo. E non è inconsueto vedere che qualcuno fa uno scarabocchio e poi è felice perché crede di aver dipinto un quadro completo. E il pensare rozzo e parziale riguarda anche una questione importante come quella della rinascita.

La rinascita, anche per chi l’accetta, è compresa in modo superficiale perciò si accetta come una teoria o come un dogma. Nella teoria della rinascita si dice che l’uomo muore e che l’anima rinasce in un nuovo corpo. In primo luogo la rinascita è reincarnazione, infatti l’anima esce da una struttura corporea ed entra in un’altra struttura. Ma la cosa curiosa è che questo modo di pensarla fa immaginare che l’anima sia come il genio che esce ed entra dalla sua lampada.

Alcuni dicono che l’anima si plasma un corpo nell’utero della madre e, quando il corpo è formato, l’anima occupa il corpo che lei stessa si è plasmato. Non si riflette mai sulla nascita dell’anima ma si riflette soltanto sulla nascita del corpo che verrà occupato dalla personalità. E qui vediamo il tallone di Achille della cosa, perché l’aspetto che ci attrae di più, nella rinascita, è avere la sicurezza della sopravvivenza della nostra personalità.

È difficile, soprattutto per chi ama molto la vita, accettare che la mente finisce quando finiscono le circostanze del corpo fisico. La mente occidentale è affascinata dal concetto di una memoria mentale che continua ad esistere, e che possa rivivere in un nuovo corpo. La dissoluzione che temiamo è la scomparsa della coscienza ossia di ciò che siamo abituati a chiamare “me stesso”. Non c'è motivo migliore per crederci, perciò la reincarnazione è un'idea molto consolatoria.

Vogliamo avere la speranza che la nostra mente e la nostra memoria possano avere una ricomparsa fisica, affinché la nostra personalità possa continuare. Gli antichi maestri non la vedevano così, infatti non erano interessati all’immortalità della personalità. I maestri buddhisti e quelli del Vedanta non cercavano di conservare la personalità. Essi credevano che la personalità fosse un composto in continua mutazione perciò non cercavano l’immortalità di una personalità fissa.

Ma anche loro sentivano una continuità nelle rinascite, perciò indagarono sulla vera origine di questa continuità. Temevano che anche il senso d'identità fosse un'ennesima beffa del gioco illusorio che crea il mondo in cui viviamo. I maestri buddhisti negano ogni forma di identità e insegnano che non esiste un sé reale e neppure la persona. Dicono che esiste solo un flusso di energia che scorre in modo incessante, e che assomiglia al corso di un fiume. Perciò la continuità della coscienza nasce dal flusso continuo di queste energie.

È la mente che crea, la mente crea se stessa e, per farlo, usa il falso senso di identità. I buddhisti non credono di avere un’identità perciò non credono neppure che la rinascita sia necessaria per l’anima. Credono che resta solo il karma, perché il karma scorre di continuo in un flusso che non trova mai nessuna interruzione. È il karma che si reincarna. perciò è il karma che crea la forma della mente. Infatti la mente muta in modo costante e continuo.

Anche i corpi fisici sono il risultato del cangiante composto di idee e di sensazioni che diciamo essere noi stessi. Un Io sempre identico non esiste, non è mai esistito e non esisterà mai. Ma finché avremo l’illusione di essere una personalità resterà anche l'ignoranza sulla questione del ritorno in nuovi corpi. E c’è anche il punto a cui non si pensa ossia il fatto che un composto si possa disgregare e non crearsi mai più: anche il letto del fiume può andare distrutto!

Ma, in questo contesto, secondo i buddhisti, siamo nel Non-Essere ossia vediamo la cessazione e la liberazione: è il momento in cui l’errore si libera anche di se stesso. I maestri del Vedanta pensavano diversamente, infatti ammettevano l’esistenza di un’identità. Ammettevano l’esistenza di un sé permanente che, però, è diverso dal composto che chiamiamo noi stessi. Costui è il Sé, è l’Uomo reale, è il Signore di tutte le apparenze mutevoli.

Se non conosciamo il vero Signore non possiamo parlare di sopravvivenza della personalità, dice Aurobindo, perché “soltanto colui che va oltre la personalità sino alla vera Persona diventa immortale”. Finché non entriamo in questo tipo di coscienza, ci sembrerà che esista solo il ciclo dell'uomo che rinasce sempre di nuovo e poi muore. Fino ad allora, vediamo solo la forma che si sussegue alla forma, ma non avremo nessuna immortalità.

Esiste un continuo e costante formarsi e un riformarsi di diverse personalità che vivono in nuovi corpi, ma la personalità è solo una nostra creazione. Essa cambia di continuo, perché c’è una forza che lavora e che spinge sempre all’azione. Ma la forza non è mai la stessa forza perciò, il senso dell’ego in cui ci identifichiamo, ci spinge ad attaccarci al corpo. Per questo motivo, secondo Aurobindo, pensiamo di essere racchiusi in un nome e in una forma.

Ma l’antico Vedanta insegnava che esiste qualcosa al di là della forza che ci spinge all’azione, infatti esiste il Maestro di essa. Il Maestro fa in modo che la forza crei, per suo conto, sempre nuovi nomi e nuove forme. Egli è il Sé, è il Purusha, Egli è la Vera Persona. Il senso dell’ego è solo l’immagine distorta che viene riflessa nel fluire continuo della mente che è collegata al corpo fisico.

Il Sé non si reincarna e non ha bisogno di farlo, perché il Sé non nasce e non muore. Il Sé non è mai nato perciò non può esistere nel corpo, piuttosto è il corpo che viene plasmato per servire il Sé. Il Sé non può essere rinchiuso in una forma, ma può prendere qualsiasi forma, e può creare tanti oggetti diversi. Tutti i corpi sono nel Sé, ma anche questo è un’illusione collegata alla nostra percezione dello spazio. I corpi sono figure e simboli che il Sé ha creato nella sua stessa Coscienza.

Al momento della morte l’anima non lascia il corpo ma se ne spoglia come se si togliesse un abito. Lo strappo violento della morte è causato dalla sensibilità dell’involucro sottile ossia dal corpo eterico cioè dal corpo psichico legato al corpo. Il corpo fisico si collega al corpo eterico con la corda del cuore, con la corda dell’energia della vita e con l’energia nervosa che è stata intessuta in ogni fibra del corpo, dice Aurobindo.

Il Signore del corpo si porta via tutto questo, e lo strappo può essere violento o dolce oppure rapido o lento. Perciò è la forza di connessione che causa il dolore che sentiamo nella morte e la sua difficoltà. Abbiamo un signore della personalità che cambia continuamente e che, di nuovo, assume nuovi corpi. Ma il Sé reale si conosce sempre al di sopra di ogni mutamento, infatti Lui l’osserva e ne gioisce, ma non vi prende mai parte. La mente e il senso dell’ego sono strumenti inferiori, perché esiste una forma essenziale che l’Uomo Reale utilizza per sostenere e per rispecchiare il mutamento senza esserne mutato.

La forma più essenziale, secondo le Upanishad, è l’essere mentale ossia è la persona mentale che diventa il comandante della vita e del corpo. È lui che sostiene il senso dell’ego come funzione della mente. Lui ci consente di avere la ferma percezione di una identità che continua nel tempo, in opposizione all’identità senza tempo del Sé. La personalità che muta di continuo non è la persona mentale, ma è un insieme di materiali della Natura, è una formazione di Prakriti, per Aurobindo.

Esso è un composto molto complesso fatto da tanti strati: c’è lo strato fisico, quello nervoso, quello mentale, e c'è anche lo strato sopra-mentale. E, all’interno di tutti gli strati, ci sono ancora altri strati ulteriori. L’essere mentale, nel riprendere la vita corporea, forma una nuova personalità che è adatta alla nuova esistenza terrena.

Prende dalla materia comune del materiale organico e inorganico, del materiale mentale del mondo fisico e, durante la vita terrestre, assorbe costantemente del materiale fresco. Getta via tutto ciò che ha usato mutando i suoi tessuti fisici, nervosi e mentali. Ma questo è solo il lavoro di superficie, perché dietro a tutto questo, c’è tutto il fermento e il lavorio delle esperienze passate che viene sempre tenuto dietro la memoria fisica perché la nostra consapevolezza non ne venga turbata.

Non devono esserci delle interferenze da parte del nostro passato, perché dobbiamo essere concentrati solo sul presente. Il retroterra del passato è il nocciolo della nostra personalità, ma è anche molto di più. È il nostro tesoro a cui possiamo fare ricorso sempre, anche a prescindere da tutto quello che ci sta intorno. E questo rapporto si aggiunge alle nostre conquiste passate e modifica il retroterra che viene preparato per affrontare le vite future.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 19 novembre 2014

Il cibo del cosmo



“Nell’uomo è concentrato tutto il cosmo spirituale.”
(Rudolf Steiner)

Non conosciamo le intime relazioni che ci uniscono al cosmo e ignoriamo che il destino personale è collegato con l’evoluzione cosmica, dice Rudolf Steiner. Nel corso della vita tutto quello che viviamo, sia in modo cosciente che inconsciamente, concorre a formare il nostro destino individuale. Ma per capire come avviene, si deve conoscere la differenza tra la condizione della veglia e il sonno. Solitamente la nostra attenzione resta concentrata maggiormente sul tempo in cui siamo svegli, su ciò che pensiamo, che sentiamo e che facciamo, ma il sonno svolge una funzione evolutiva essenziale che non è affatto conosciuta.

Nella vita riflettiamo maggiormente su ciò che avviene di giorno e trascuriamo ciò che accade nel sonno. Quando dormiamo, il corpo fisico e il corpo eterico restano nel letto, mentre il corpo astrale e l’io escono fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico, e ascendono fino ai mondi spirituali. Al nostro risveglio, il corpo astrale e l’io rientrano nel corpo fisico e nel corpo eterico, e noi riprendono la nostra attività quotidiana. Di norma, passiamo circa 1/3 della vita dormendo, ma ignoriamo l'importanza del sonno se escludiamo la sua funzione di recupero dalla stanchezza.

In realtà, quando dormiamo, risaliamo al tempo precedente alla nascita, infatti torniamo nei mondi da cui scendiamo quando riceviamo un corpo fisico. Se dormiamo non siamo nel tempo in cui viviamo, ma “percorriamo a ritroso tutto il cammino attraverso il tempo” dice Steiner. Perciò, in senso spirituale, si può dire che la notte torniamo come bambini. Questo sembra strano, ma noi viviamo la vita terrena nello spazio e nel tempo, perché siamo legati alla percezione del corpo fisico.

È il nostro corpo fisico che invecchia mentre il corpo eterico “congiunge l’inizio della vita al punto in cui ci troviamo in un certo periodo della vita". Il corpo eterico è il mediatore tra l'entità animico-spirituale e il suo corpo fisico, infatti l'eterico stabilisce la congiunzione che segue lo scorrere del tempo. Si crede che il corpo astrale e l’io invecchiano insieme a noi, ma non è così che accade. Sarebbe in questo modo se quello che crediamo essere il nostro vero io, lo fosse realmente.

Ma quello che crediamo il nostro vero io non lo è, infatti il nostro vero io resta sempre all’inizio della vita. Il corpo fisico invecchia e rispecchia il vero io attraverso il corpo eterico. Noi vediamo solo l’immagine riflessa del nostro vero io, e quando il corpo invecchia, com'è giusto che sia, anche il nostro io sembra invecchiato. Ma noi vediamo solo un’immagine che viene riflessa in uno specchio appannato perciò si mostra invecchiato.

Il corpo eterico si trova nel mezzo, perciò si estende dal presente verso il vero io ma tende anche verso il corpo astrale che non scende nel piano fisico. Il corpo eterico è il corpo del tempo perché si estende, etericamente, tra il momento attuale che viene sperimentato nel corpo fisico, e il vero io che vive senza scendere nel piano fisico. Il vero io resta sempre indietro nei mondi celesti, e la vita si svolge in modo che il vero io e il corpo astrale restino sempre com’erano all’inizio della nostra vita. E questa è l’unica verità sulla percezione del tempo.

Alla morte lasciamo il corpo fisico che è ciò che sperimenta il trascorrere del tempo e lo scorrere dell'età. Ma cosa ci resta? Dopo aver lasciato il corpo fisico ci resta tutto quello che non abbiamo portato nella vita terrena. Tutto questo era restato fuori dal piano fisico, ma si è arricchito con le esperienze fatte dall’io e dal corpo astrale che percepivano il riflesso offerto dal corpo astrale. Siamo arricchiti e siamo colmati da tutto quello che abbiamo riflesso nella vita terrena. Ci sentiamo totalmente pervasi da ciò che abbiamo amato nella vita, e questo fa derivare un certo tipo di coscienza.

Dopo pochi giorni che abbiamo lasciato il corpo fisico anche il corpo eterico si separa dall’io e dal corpo astrale. Dopo la separazione sentiamo che tutto quello che credevamo importante non ha più nessun valore. Tutto quello che sentivamo come soggettivo diventa oggettivo perché iniziamo a espanderci. Diventiamo sempre più grandi e poi, come entità di pensiero, ci dissolviamo nel cosmo. Mentre l’entità di pensiero ossia il corpo eterico si perde nel cosmo, si concentra sempre più in una condizione di coscienza che è diversa da quella ordinaria.

Tre giorni dopo la morte è scomparso tutto il contenuto cosciente della vita terrena. infatti si disperde tutto quello che avevamo amato in vita e, dall'interiorità, sorge il ricordo di ciò che abbiamo vissuto in sonno. Perciò la morte disperde tutto quello che abbiamo provato nel giorno e fa riaffiorare le esperienze vissute nel sonno. Ma le nostre esperienze notturne vengono esaminate alla luce di un forte sentimento morale. E così affrontiamo la fase che gli orientali chiamano il Kamaloca ossia il Purgatorio.

Riviviamo tutta la vita a ritroso e torniamo all’inizio della vita terrena, perché la ruota della vita deve fare il giro completo per tornare al punto d’inizio. Tre giorni dopo la morte, ripercorriamo tutto il tempo vissuto nel sonno della vita terrena. Ma facendo quel percorso a ritroso subiamo gli effetti coscienti delle azioni che abbiamo compiuto, perciò valutiamo il nostro valore come esseri umani. Emerge in piena coscienza tutto il contenuto che abbiamo vissuto inconsciamente nel sonno, e ci appare in piena coscienza perché abbiamo lasciato il nostro corpo eterico.

Se pensiamo di camminare su un sentiero pensiamo ad un spazio fisico, ma lo spazio non ha significato per il mondo animico-spirituale. In quel mondo non esiste lo spazio e il tempo, perciò ripercorriamo il tempo in modo molto veloce. Ritorniamo all’inizio della vita terrena ma restiamo arricchiti da quello che abbiamo vissuto, e non solo di quello che ricordiamo della vita sullaterra. Quando si dice che ritorniamo nel mondo spirituale in realtà, si deve intendere che vi torniamo solo con la coscienza.

In verità, noi non siamo mai discesi ma abbiamo aspettato che finisse il tempo del cammino terrestre di un corpo fisico. E quando dicono che ritorniamo alla condizione originaria intendono che torniamo nella condizione di prima della nascita. Usciamo dal mondo divino ma poi torniamo portando con noi tutto quello che abbiamo conquistato fuori dal mondo divino. Solo così continua la vita, poiché continua solo se viene arricchita dalle esperienze terrene coscienti e inconsce. E quando torniamo fanciulli ritroviamo il regno dei cieli.

In quel regno abbiamo una vita in cui ci sentiamo come siamo veramente. Ci troveremo tra anime che non vissero mai, tra anime che hanno vissuto e tra anime che sono morte e che aspettano una nuova nascita. Ma troviamo anche gli esseri spirituali più cari e quelli molto elevati come angeli, arcangeli, archai e così via. Si vive un'esistenza totalmente spirituale, perché abbiamo tutto il nostro essere proteso nel cosmo. L’uomo si offre al cosmo totalmente e gli dona tutto quello che ha vissuto perché il cosmo ne ha bisogno.

Il cosmo è come un possente organismo spirituale che ha bisogno di trovare sempre del cibo. Il suo nutrimento non gli può venire dalle stelle perché esse sono disperse nello spazio, e non viene neppure dai pianeti che devono seguire il loro corso. Quell'enorme organismo vuole continuamente mangiare altro cibo, perché è enorme perciò deve trovare sempre qualcosa da assorbire per continuare a esistere nel modo giusto. E da dove gli proviene tutto il cibo che gli è necessario per sostenersi e sviluppare?

L’uomo ritorna nel mondo spirituale con ciò che ha tratto dalla sua vita e così riporta il nutrimento del cosmo. È questo il nutrimento di cui il cosmo ha bisogno dice Steiner, infatti il cosmo ci usa per vivere. Noi affriamo un destino felice oppure infelice, e lo disperdiamo nel cosmo. Quest'offerta incredibile è un fatto prodigioso che molti hanno capito poco o interpretato male. L'uomo attraversa il periodo in cui non si sente più come unità ma si percepisce come pluralità dissolta nel cosmo e inglobata dal cosmo.

Tutte le nostre qualità corrono verso una stella o una costellazione specifica, perciò ci uniamo a coloro con cui siamo in assonanza. E così avviene che tutto quello che siamo si disperde nello spazio cosmico. Tre giorni dopo la nostra morte ci resta solo quello che abbiamo sperimentato nella nostra vita notturna, e tutto quello che ci resta diventa un cibo che offriamo all'evoluzione cosmica.

Il nostro vero io emerge dall’essere che si è frantumato e affiora con la consapevolezza che siamo uno spirito tra altri spiriti. Affiora se sentiamo che viviamo un’esistenza spirituale tra entità spirituali che amiamo, e da cui siamo amati. Ma avviene questa avviene solo dopo che l'essere si è frantumato, infatti avviene quando muore l'uomo della terra e nasce l'uomo del cosmo. Ci disperdiamo nel cosmo e diventiamo il suo cibo affinché il cosmo possa vivere e avere sempre nuove forze.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 14 novembre 2014

Addio a Oliver, Orso della Luna



Dal sito LaZampa.it, riporto il bellissimo articolo che Fulvio Cerutti ha dedicato alla morte di Oliver, l'Orso della Luna simbolo della lotta contro l'orribile pratica dell'estrazione di bile dagli orsi vivi:


"Addio a Oliver, simbolo degli Orsi della Luna e della lotta alle fattorie della bile. Era stato salvato nel 2010 dopo aver trascorso 30 anni chiuso in una gabbia. Oliver si è spento.

Era uno degli Orsi della Luna simbolo della battaglia contro le fattorie della bile. La sua storia diventa nota solo nel 2010 quando i volontari di Animal Asia aprono la sua gabbia dove aveva trascorso 30 anni della sua vita.

Un vero e proprio incubo: uno spazio freddo e angusto, con l’addome rinchiuso in una pettorina metallica arrugginita fissata per mantenere in posizione il catetere per l’estrazione della bile.

Tre interminabili decenni in uno spazio così piccolo da deformarne la testa e da impedirne la crescita delle zampe. Un inferno che spesso porta questi animali a tentare il suicidio sbattendo la testa contro le sbarre. Ma non Oliver, perché lui aveva una gran voglia di vivere.

Per raggiungere la libertà ha anche affrontato un percorso di 1500 chilometri in quattro estenuanti giorni, sopravvivendo anche a un intervento chirurgico salvavita di quattro ore portato a termine nel cassone di un camion. Oliver però voleva assaporare ciò che gli era stato negato per così tanto tempo: il gusto della libertà.

«Vedere quest’orso anziano, con la testa deformata e le zampe troppo corte, trotterellare fuori dal suo rifugio coperto verso le aree esterne della riserva, annusare l’aria, l’erba e la terra, non smette mai di ispirarmi in ciò che faccio» raccontava nell’aprile scorso Nic Field, Responsabile Veterinario per la Cina.

Oliver ha trascorso gli ultimi quattro anni e mezzo felice e sereno nel Chengdu Bear Rescue Centre dove ha potuto assaporare il gusto della libertà. Nelle ultime settimane le sue condizioni fisiche erano andate a deteriorarsi, smettendo di alimentarsi e così i responsabili del centro hanno deciso di sottoporlo ad eutanasia.


Oliver però non è morto, perché è un simbolo per tutti quelli che sostengono la battaglia contro le fattorie della bile. «Anche se era un vecchio orso, ha rifiutato di arrendersi - racconta Jill Robinson, fondatrice di Animal Asia - La sua lotta ha ispirato la nostra. La sua storia ha continuato ad essere raccontata in tutto il mondo e ha sollevato crescente consapevolezza degli orrori delle fattorie della bile. Il nostro orso ferito continuerà a ispirare il soccorso di tanti altri».

Oliver non rappresenta solo la sofferenza, ma anche la speranza. «Ogni visitatore del santuario e ogni supporter di tutto il mondo conosce la sua storia di Oliver - racconta Nic Field - Sono abbastanza sicuro che la sua eredità vivrà. Tutti noi siamo tristi per la sua morte e ci mancherà molto. Ma ci conforta sapere che insieme siamo riusciti a dargli più di quattro anni di libertà. Nonostante tutto quello che aveva passato, la sua natura tollerante e vivace ha toccato tutte le persone che lo hanno incontrato».