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sabato 29 agosto 2015

I tre guna



“Dal sattva nasce la saggezza;
dal rajas la cupidigia e dal tamas
la negligenza, l’illusione e l’ignoranza.”
(Bhagavad Gita 14, 17)

I vedantini insegnano che il campo della conoscenza è diviso in due parti: il soggetto che osserva e lo spettacolo. Le cose che formano lo spettacolo cosmico rappresentano il divenire e il divenire implica che nulla è stabile, per questo sorge il Samsara che corrisponde al mutare incessante dei fenomeni. L’osservatore coinvolto nel Samsara cerca di fermare la trasformazione e tenta di cristallizzare una realtà che, per sua natura, non può essere fermata.

Il Samsara è la causa dell’illusione dualistica di soggetto e oggetto, e l’ignoranza (avidya) è la causa del desiderio, della sete di possesso e dominio, della spinta alla conservazione e la tendenza alla cristallizzazione. Solo lo yogi perfetto comprende che il mondo dei fenomeni e delle attività è soltanto una danza di luci e di ombre che esprime la relatività, perché è l’espressione dei tre guna che vengono illuminati dalla Luce Suprema.

Solo lo yogi che ha superato la coscienza del corpo e il divenire del mondo comprende che l’identità personale è continuamente condizionata da tre qualità che fanno fluire il film della vita. Secondo i maestri del vedanta, la mente del soggetto coinvolto nel divenire costruisce delle realtà illusorie e distorte perché viene sottomessa dalle qualità della Natura Cosmica, dette “guna.”

La Natura Cosmica (Prakriti) è composta da tre qualità o attributi fondamentali ossia da: sattva, purezza; rajas, passione, e da tamas cioè d’inerzia. Poiché anche l’uomo fa parte dell’ordine naturale, anch'egli mostra i tre attributi fondamentali e viene condizionato dalle tre qualità fondamentali che creano il gioco cosmico dei fenomeni multeplici che intessono la dimensione del tempo-spazio.

Shankara dice che la coscienza viene proiettata nello spazio-tempo a causa della sua ignoranza perché, altrimenti, la coscienza resterebbe immutabile non avendo necessità di cambiare il suo stato di originaria beatitudine, esistenza e quiete. Tamas è l’inerzia, rajas è l’attività e sattva è la sintesi dell'inerzia e dell'attività.

I guna sono i fattori mentali che sono alla base dei processi psicologici e costituiscono i fattori che condizionano l’attività della mente. Essi sono alla base del senso dell’identità e del comportamento personale, perciò la loro purificazione è fondamentale per la guarigione della mente malata e per avere la retta percezione.

Secondo il Vivekacudamani che viene attribuito a Shankara, il tamas ha gli attributi dell’ignoranza, della rilassatezza, della pigrizia, del torpore, della negligenza e dell’ottusità. Chi vi soggiace non capisce nulla ed è insensibile come una pietra. La persona piena di tamas, dice Yogananda, si riconosce per le sue idee sbagliate sulla vita che sono profondamente radicate in lei a causa del suo comportamento insensato, della sua mancanza di autocontrollo, del suo orgoglio, della sua arroganza e del suo disprezzo per i buoni consigli altrui.

La mente dell’uomo tamasico è confinata nei centri più bassi: lombare, sacrale e coccigeo. La sua coscienza è spesso confusa e sempre più ignorante perché è discesa molto lontano dalla regione delle percezioni divine del cervello. Essa è anche molto al di sotto del livello intermedio del piano rajasico o piano di mezzo. Il centro coccigeo o inferiore è quello che stimola le attività sessuali, e chi dimora stabilmente in questo chakra è un prigioniero incatenato da maya al mondo della dualità, all’inerzia e alla sofferenza.

Le persone tamasiche fanno sprofondare la loro mente nel chakra più basso perciò restano intrappolate nel male cioè nell’identificazione dell’io con il corpo, nelle relazioni sessuali illecite, nei rapporti disonesti e così via. Il guna rajas ha la natura dell’attività e possiede un potere proiettivo. I suoi attributi, secondo Shankara, sono il desiderio, la collera, l’avidità, l’arroganza, l’odio, l’egoismo, l’invidia, la gelosia da cui nascono degli atteggiamenti estrovertiti perciò lui stesso è l’autore della sua schiavitù.

Rajas è la sete di emozioni egoistiche e acquisitive che spinge le persone alla lotta per il potere. La pressione di rajas assoggetta la volontà ai fini utilitaristici, perciò il rajasico è sempre competitivo mentre il tamasico è passivo. L’uomo rajasico si riconosce perché coltiva solo desideri materiali, fa continui sforzi per acquisire sempre più ricchezze, possessi, prestigio e potere. La mente del rajasico dimora nel centro dorsale e nel cuore, cioè nel mezzo, ed è equidistante dai chakra più alti e da quelli più bassi.

La mente totalmente impregnata di rajas vivendo nel piano dorsale è piena di simpatie e di antipatie, di attaccamenti e di avversioni. Essendo nel mezzo, la sua coscienza ha il potere di salire nei centri elevati della testa per ottenere saggezza e fissare la sua attenzione sull’occhio spirituale, oppure di volgersi verso il basso cioè verso le sfere inferiori dell’illusione.

Nella mente dominata da tamas o da rajas non si sviluppano mai qualità etiche, perciò la sofferenza è sempre presente come conseguenza di una mente separata e ignorante. La correlazione tra il corpo e la mente predispone le personalità tamasiche a disturbi vagali come le coliche, invece i tamasici sono predisposti a disturbi del sistema simpatico come la gastrite e le ulcere.

Il guna sattva è la sintesi dell’inerzia e dell’attività e possiede il potere di armonizzare. Le qualità sattviche sono l’assenza dell’orgoglio, la non violenza, la non falsità, la non appropriazione, la non ossessività, la purezza, la continenza e la profonda avversione per il non-reale.

La percezione sattvica vede l’interezza dietro l’apparente frantumazione, la causa oltre l’effetto perché è sattvica la conoscenza in cui ogni essere riconosce l’Unico Essere imperituro e immutabile all’interno di tutte le esistenze divise. Secondo la tradizione vedantina, solo le qualità sattviche permettono la percezione della verità. La condizione di questa mente pacificata e colma di valori spirituali riesce a realizzare in pieno le potenzialità delle funzioni mentali.

I sensi dei sattvici riescono a penetrare nel mondo materiale, l’intelligenza è analitica perciò penetrano nelle sue organizzazioni e l’intuizione supercosciente può farli accedere all’esperienza archetipa dell’anima. I sattvici vedono, sentono e parlano in armonia con quello che si vede perciò emanano l’amore e il bello, e vibrano nel buono perciò esprimono l’accordo nello spazio che illuminano intorno a loro.

Non attaccata a nulla e libera da ogni condizionamento del desiderio, la mente sattvica, non viene limitata dalla separatezza dell’io perciò contempla l’Unità del creato. Sattva è l’unico guna che permette una percezione realistica perciò è evidente che, per accedere alle verità superiori, dobbiamo sviluppare le virtù etiche. Il rapporto tra etica e consapevolezza ha un ruolo centrale in questo approccio spirituale, ma queste virtù andrebbero sviluppate anche oggi per il bene del nostro pianeta.

Le qualità morali influenzano la percezione, e il possesso dei giusti valori etici è la condizione primaria per una perfetta visione e per l’acquisizione della retta consapevolezza, sia nell’induismo che nel buddismo. L’illusione o ignoranza rappresenta una nebulosità di percezioni che causano la mistificazione degli oggetti della consapevolezza, perciò è considerata la sorgente degli stati mentali patologici.

Gli aspetti dell’egoismo, del dubbio e dell’assenza di rimorso e vergogna per il male che si è fatto sono considerati i principali fattori di illusione percettiva. Le virtù e i vizi agiscono accanto ai conflitti e ai complessi definendo il modo in cui un soggetto vede il mondo, e condizionano il modo con cui reagisce ad esso: i comportamenti conflittuali o unitivi decidono il destino del singolo e quello del mondo. Nei rajasici e nei tamasici prevalgono i comportamenti passivi e conflittuali, invece nei sattvici prevalgono i comportamenti unitivi e armoniosi tipici dell’amorevole discriminazione.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 21 novembre 2014

Tanti ritorni



“Se non riesci a trovare la verità là dove sei,
in quale luogo speri di trovarla?”
(Dogen)

Il pensiero, nella maggioranza degli uomini, non è altro che accettazione delle idee degli altri. La nostra mente, dice Aurobindo, è come una sentinella insonnolita che fa passare qualsiasi cosa abbia una pur minima somiglianza con ciò che gli sembra familiare. E l'incapacità di pensare aumenta quando si deve riflettere su concetti astratti e non consueti. Persino i più intelligenti e curiosi si accontentano di credere a “sciocchezze inconsistenti” quando si trovano ad affrontare questioni troppo elevate o molto difficili.

Quando è necessario usare un pensiero sottile e preciso è facile provare impazienza, perché non si vuole affrontare il duro lavoro che è necessario per capire. Gli uomini pensano in modo sottile solo quando affrontano questioni concrete e pratiche. Non amano il pensiero sottile adatto alle questioni sottili perché l’intelletto umano è ancora uno strumento troppo rozzo. E non è inconsueto vedere che qualcuno fa uno scarabocchio e poi è felice perché crede di aver dipinto un quadro completo. E il pensare rozzo e parziale riguarda anche una questione importante come quella della rinascita.

La rinascita, anche per chi l’accetta, è compresa in modo superficiale perciò si accetta come una teoria o come un dogma. Nella teoria della rinascita si dice che l’uomo muore e che l’anima rinasce in un nuovo corpo. In primo luogo la rinascita è reincarnazione, infatti l’anima esce da una struttura corporea ed entra in un’altra struttura. Ma la cosa curiosa è che questo modo di pensarla fa immaginare che l’anima sia come il genio che esce ed entra dalla sua lampada.

Alcuni dicono che l’anima si plasma un corpo nell’utero della madre e, quando il corpo è formato, l’anima occupa il corpo che lei stessa si è plasmato. Non si riflette mai sulla nascita dell’anima ma si riflette soltanto sulla nascita del corpo che verrà occupato dalla personalità. E qui vediamo il tallone di Achille della cosa, perché l’aspetto che ci attrae di più, nella rinascita, è avere la sicurezza della sopravvivenza della nostra personalità.

È difficile, soprattutto per chi ama molto la vita, accettare che la mente finisce quando finiscono le circostanze del corpo fisico. La mente occidentale è affascinata dal concetto di una memoria mentale che continua ad esistere, e che possa rivivere in un nuovo corpo. La dissoluzione che temiamo è la scomparsa della coscienza ossia di ciò che siamo abituati a chiamare “me stesso”. Non c'è motivo migliore per crederci, perciò la reincarnazione è un'idea molto consolatoria.

Vogliamo avere la speranza che la nostra mente e la nostra memoria possano avere una ricomparsa fisica, affinché la nostra personalità possa continuare. Gli antichi maestri non la vedevano così, infatti non erano interessati all’immortalità della personalità. I maestri buddhisti e quelli del Vedanta non cercavano di conservare la personalità. Essi credevano che la personalità fosse un composto in continua mutazione perciò non cercavano l’immortalità di una personalità fissa.

Ma anche loro sentivano una continuità nelle rinascite, perciò indagarono sulla vera origine di questa continuità. Temevano che anche il senso d'identità fosse un'ennesima beffa del gioco illusorio che crea il mondo in cui viviamo. I maestri buddhisti negano ogni forma di identità e insegnano che non esiste un sé reale e neppure la persona. Dicono che esiste solo un flusso di energia che scorre in modo incessante, e che assomiglia al corso di un fiume. Perciò la continuità della coscienza nasce dal flusso continuo di queste energie.

È la mente che crea, la mente crea se stessa e, per farlo, usa il falso senso di identità. I buddhisti non credono di avere un’identità perciò non credono neppure che la rinascita sia necessaria per l’anima. Credono che resta solo il karma, perché il karma scorre di continuo in un flusso che non trova mai nessuna interruzione. È il karma che si reincarna. perciò è il karma che crea la forma della mente. Infatti la mente muta in modo costante e continuo.

Anche i corpi fisici sono il risultato del cangiante composto di idee e di sensazioni che diciamo essere noi stessi. Un Io sempre identico non esiste, non è mai esistito e non esisterà mai. Ma finché avremo l’illusione di essere una personalità resterà anche l'ignoranza sulla questione del ritorno in nuovi corpi. E c’è anche il punto a cui non si pensa ossia il fatto che un composto si possa disgregare e non crearsi mai più: anche il letto del fiume può andare distrutto!

Ma, in questo contesto, secondo i buddhisti, siamo nel Non-Essere ossia vediamo la cessazione e la liberazione: è il momento in cui l’errore si libera anche di se stesso. I maestri del Vedanta pensavano diversamente, infatti ammettevano l’esistenza di un’identità. Ammettevano l’esistenza di un sé permanente che, però, è diverso dal composto che chiamiamo noi stessi. Costui è il Sé, è l’Uomo reale, è il Signore di tutte le apparenze mutevoli.

Se non conosciamo il vero Signore non possiamo parlare di sopravvivenza della personalità, dice Aurobindo, perché “soltanto colui che va oltre la personalità sino alla vera Persona diventa immortale”. Finché non entriamo in questo tipo di coscienza, ci sembrerà che esista solo il ciclo dell'uomo che rinasce sempre di nuovo e poi muore. Fino ad allora, vediamo solo la forma che si sussegue alla forma, ma non avremo nessuna immortalità.

Esiste un continuo e costante formarsi e un riformarsi di diverse personalità che vivono in nuovi corpi, ma la personalità è solo una nostra creazione. Essa cambia di continuo, perché c’è una forza che lavora e che spinge sempre all’azione. Ma la forza non è mai la stessa forza perciò, il senso dell’ego in cui ci identifichiamo, ci spinge ad attaccarci al corpo. Per questo motivo, secondo Aurobindo, pensiamo di essere racchiusi in un nome e in una forma.

Ma l’antico Vedanta insegnava che esiste qualcosa al di là della forza che ci spinge all’azione, infatti esiste il Maestro di essa. Il Maestro fa in modo che la forza crei, per suo conto, sempre nuovi nomi e nuove forme. Egli è il Sé, è il Purusha, Egli è la Vera Persona. Il senso dell’ego è solo l’immagine distorta che viene riflessa nel fluire continuo della mente che è collegata al corpo fisico.

Il Sé non si reincarna e non ha bisogno di farlo, perché il Sé non nasce e non muore. Il Sé non è mai nato perciò non può esistere nel corpo, piuttosto è il corpo che viene plasmato per servire il Sé. Il Sé non può essere rinchiuso in una forma, ma può prendere qualsiasi forma, e può creare tanti oggetti diversi. Tutti i corpi sono nel Sé, ma anche questo è un’illusione collegata alla nostra percezione dello spazio. I corpi sono figure e simboli che il Sé ha creato nella sua stessa Coscienza.

Al momento della morte l’anima non lascia il corpo ma se ne spoglia come se si togliesse un abito. Lo strappo violento della morte è causato dalla sensibilità dell’involucro sottile ossia dal corpo eterico cioè dal corpo psichico legato al corpo. Il corpo fisico si collega al corpo eterico con la corda del cuore, con la corda dell’energia della vita e con l’energia nervosa che è stata intessuta in ogni fibra del corpo, dice Aurobindo.

Il Signore del corpo si porta via tutto questo, e lo strappo può essere violento o dolce oppure rapido o lento. Perciò è la forza di connessione che causa il dolore che sentiamo nella morte e la sua difficoltà. Abbiamo un signore della personalità che cambia continuamente e che, di nuovo, assume nuovi corpi. Ma il Sé reale si conosce sempre al di sopra di ogni mutamento, infatti Lui l’osserva e ne gioisce, ma non vi prende mai parte. La mente e il senso dell’ego sono strumenti inferiori, perché esiste una forma essenziale che l’Uomo Reale utilizza per sostenere e per rispecchiare il mutamento senza esserne mutato.

La forma più essenziale, secondo le Upanishad, è l’essere mentale ossia è la persona mentale che diventa il comandante della vita e del corpo. È lui che sostiene il senso dell’ego come funzione della mente. Lui ci consente di avere la ferma percezione di una identità che continua nel tempo, in opposizione all’identità senza tempo del Sé. La personalità che muta di continuo non è la persona mentale, ma è un insieme di materiali della Natura, è una formazione di Prakriti, per Aurobindo.

Esso è un composto molto complesso fatto da tanti strati: c’è lo strato fisico, quello nervoso, quello mentale, e c'è anche lo strato sopra-mentale. E, all’interno di tutti gli strati, ci sono ancora altri strati ulteriori. L’essere mentale, nel riprendere la vita corporea, forma una nuova personalità che è adatta alla nuova esistenza terrena.

Prende dalla materia comune del materiale organico e inorganico, del materiale mentale del mondo fisico e, durante la vita terrestre, assorbe costantemente del materiale fresco. Getta via tutto ciò che ha usato mutando i suoi tessuti fisici, nervosi e mentali. Ma questo è solo il lavoro di superficie, perché dietro a tutto questo, c’è tutto il fermento e il lavorio delle esperienze passate che viene sempre tenuto dietro la memoria fisica perché la nostra consapevolezza non ne venga turbata.

Non devono esserci delle interferenze da parte del nostro passato, perché dobbiamo essere concentrati solo sul presente. Il retroterra del passato è il nocciolo della nostra personalità, ma è anche molto di più. È il nostro tesoro a cui possiamo fare ricorso sempre, anche a prescindere da tutto quello che ci sta intorno. E questo rapporto si aggiunge alle nostre conquiste passate e modifica il retroterra che viene preparato per affrontare le vite future.

Buona erranza
Sharatan

sabato 28 gennaio 2012

Sentire la nota giusta


“Due sentimenti sono i più difficili da superare:
aver trovato ciò che era stato già trovato
e non aver trovato ciò che si sarebbe dovuto trovare.”
(Johann Wolfgang von Goethe)

I vedantini dicono che tutta la manifestazione ha un ritmo e una vibrazione e che anche l’uomo ha una vibrazione perché vibra e risuona, però solo chi possiede una grande sensibilità sa riconoscere il suono ritmico che viene emesso dagli uomini. Ogni tipo di vibrazione si esprime con un tono e una qualità, perciò la vita è prodotta dal numero e dal tono delle oscillazioni. Nell’induismo si afferma che tutto ciò che risuona emette una qualità di toni a cui è collegato un modo di essere, un modo di vivere e uno stato d’animo oppure la proiezione delle tre cose, perciò tutto l'insieme della manifestazione ha una qualità espressiva che si può rapportare alla scala musicale.

L'uomo per l’eccessiva “metallizzazione” delle sue sostanze e per la forza dell'individualità prova l’isolamento e l'incomunicabilità, perciò non sa ascoltare il linguaggio armonico della creazione. Gli uomini credono che la vita sia un ambito da contabilizzare, ma se la realtà è vista in modo così riduttivo diventa ostile alla comprensione e tutto il vivere diventa un fatto incomprendibile, perciò non se ne comprende il senso e si vive infelicemente. Per conoscere qualcosa è necessario percepire che le sue oscillazioni sono un modo per esprimersi, perché nulla è una cosa morta, infatti tutto ciò che vive possiede delle modalità espressive che vengono espresse dal numero e dal tono delle sue vibrazioni.

L’uomo vede con gli occhi esterni ma non percepisce con la sua vista interiore perché non sa come usare la sua sensibilità, ma se non la sviluppa non arriva a comprendere la vita. L’uomo si comporta come un ragioniere che vede il mondo solo come un dato da computare, perciò lo riduce facendo sottrazione, aumento e moltiplicazione, perciò incrementa la sua vita solo di classificazioni mentali. Seppure sia utile poter dare un nome alle forme e saper classificare il mondo, questa utilità va usata solo per la creazione delle coordinate generali nella conoscenza, perché le cose della vita non si studiano teoricamente, infatti le cose della vita si comprendono solo se vengono vissute con una sensibilità profonda.

La vita viene paragonata alla sinfonia che è suonata con un certo suono e con un tono, perciò bisogna diventare molto sensibili interiormente per saper riconoscere le sue caratteristiche, perché i piani sottili rivelano meglio il senso profondo della vita. L’approccio materialista usa solo i nomi e le categorie mentali per definire le forme, ma questo errore concettuale ha causato l’interruzione del legame tra l'uomo e il cosmo. La separazione tra la materia del mondo e lo spirito del mondo ha reso l'uomo un essere solo e abbandonato, e seppure promettesse di renderlo padrone del mondo, l'ha reso uno schiavo dalla mente limitata.

Osservando il funzionamento del mondo vegetale vediamo la sua armonia sottile, perché la natura vegetale possiede una grande varietà di suoni e di colori diversi. Un giardino può essere armonico o disarmonico, perché l’insieme della flora produce la nota espressiva di un tono armonico, infatti nel giardino sono importanti tutti i fiori e le piante che sono presenti. Il giardiniere esperto sa che è necessario scegliere con cura le piante migliori, poiché il loro suono e il loro colore dovranno creare quell’armonia che dovrà manifestarsi nel giardino.

L’armonia finale espressa dalla vegetazione sarà prodotta dall’insieme di piante e di fiori, perciò sarà prodotta dall'armonia totale e non da quella del singolo fiore, perché è l'assieme delle varie qualità che sanno creare l’armonia. Similmente l'esecuzione della sinfonia non è la somma delle note che si susseguono, perché la musica è nell’armonia dell'assieme delle vibrazioni sonore e non proviene dalla somma delle singole note. Nella partitura musicale la nota produce delle vibrazioni sonore, e ogni vibrazione si esprime con delle diverse tonalità, perciò è il ritmo espresso nella musica che esprime la qualità della sinfonia.

La percezione dei sensi ordinari arriva alla percezione dello schema dei toni musicali, infatti riesce a capire la nota da cui inizia l'esecuzione musicale, e il tono iniziale è il schema di riferimento più importante per poter valutare la qualità dell’evento sonoro. L’intonazione è la nota con cui inizia la sinfonia, perciò diventa il punto di riferimento essenziale, perché il tono è la caratteristica principale della sinfonia.

Con la sensibilità dell’anima e con l’uso dei sensi più sottili che l’uomo possiede si possono percepire sia il ritmo che la qualità, perciò si può percepire sia la qualità che il tono della musica. L’orecchio interno può udire e valutare tutto quello che lo circonda, perciò può percepire tutti i toni, e può percepire istintivamente la tonalità armonica dell'ambiente. Ogni ente si esprime con i toni che sono prodotti dalle sue vibrazioni, e tutte le qualità armoniche delle vibrazioni formano un “tono musicale” particolare e mostrano una nota del temperamento che è tipico dell’ente.

Per capire veramente le cose è necessario saper sviluppare la sensibilità interna che usa l’occhio interno per ascoltare le vibrazioni degli enti, perché per capire è necessario penetrare totalmente in quello che ci circonda. Per capire non possiamo usare il sentimentalismo dell’emozione, perché la comunicazione vera trascendere la conoscenza superficiale, infatti nei rapporti non devono essere viste solo le forme, ma dobbiamo vedere il ritmo e l’armonia che l’essere emana nello spazio che lo circonda, e questa percezione profonda è la vista e l'udito interiore.

Se vediamo gli uomini solo come delle strutture fisiologiche vediamo le loro strutture generali, perciò abbiamo le strutture dei sentimenti, delle emozioni e lo schema mentale nei tratti tipici della specie. Ma gli schemi strutturali generici sono utili solo per organizzare delle conoscenze in schemi generali, ma se vogliamo condurre un'analisi accurata dobbiamo ammettere che l'indagine seria avviene con l'analisi delle eccezioni, perciò è sulle particolarità degli organismi che possiamo valutare e apprezzare le potenzialità “quantistiche” della specie.

Gli orientali dicono che anche le piante hanno delle vibrazioni per esprimere i loro sentimenti, ma questo noi non lo crediamo perché non abbiamo sviluppato quella piena sensibilità interna che è adatta a percepire in modo completo il mondo. I vedantini dicono che ogni suono è un modo per poter esprimere la qualità che definisce un temperamento, perciò per udire l’armonia del mondo non possiamo usare le orecchie esterne che riconoscono solo il tipo di nota, ma che non sanno udire la tonalità espressiva. L’orecchio esterno non sa riconoscere la qualità che esprimono i vari suoni, perciò non sa riconoscere l’espressione della vita profonda che costituisce l’anima del suono.

Per i vedantini, dietro ogni suono esiste la vita e l’Essere, perché l’Essere esprime la qualità del tono per mezzo della forma, del numero e del suono, perciò esprime una vita, una qualità e una forma diverse in tre diversi aspetti distinti e separati che sono l'unità trinitaria. La qualità della vibrazione è il tono di fondo, perciò è la nota che esprime la qualità fondamentale dell’Essere vivente: e dalla nota fondamentale si possono sviluppare delle scale armoniche all'infinito, perché la scala musicale può salire in modo illimitato.

Gli orientali dicono che ogni essere è una scala armonica che inizia dalla Nota fondamentale dell’Essere, perché ognuno esprime un aspetto diverso e particolare della divinità. Si dice che la Coscienza Assoluta, il Supremo Brahman, che ha manifestato tutte le forme create si è espresso in triplice forma con tre definizioni e con tre aspetti che riescono a racchiudere e rappresentare tutta la realtà. L’Ente si manifesta differenziandosi in tre qualità fondamentali pur essendo l'Assoluto e l'Ineffabile che è senza forma, perciò l’Anima che trascende le forme ha fatto il sacrificio della sua infinita vastità per dar vita alla sua creazione e alle sue creature.

Brahman il Supremo è l'Essere perfetto, onnisciente, onnipotente e onnipervadente, ma si è imposto dei limiti, infatti ha accettato di fare la riduzione delle sue vibrazioni creatrici per permettere all’uomo di esistere come entità differenziata. I vedantini dicono che il Supremo si è limitato perché l’uomo potesse manifestarsi. La creazione è l’atto dell'amore supremo di Brahman che si è volontariamente limitato e definito assumendo delle qualità specifiche e diventando Isvara, cioè l’Entità Unica che possiede tutte le qualità e gli attributi. Le note dell'Infinito non sarebbero sufficienti per definire l'Immensità di Brahman che è senza forma e senza definizione.

Tutte le forme di vita sono delle scale armoniche che contengono altre note e sottonote perché tutte le forme di vita hanno, nell’essenza, quella Nota Fondamentale. Tutte le forme di vita sono delle sfumature armoniche che provengono dalla Prima Nota che originò la creazione. Poiché l'oggetto con una forma solida nello spazio deve avere delle dimensioni che lo possano contraddinguere per degli attributi specifici da altre forme diverse, Brahman diventò Saguna dando origine alla prima qualità della vita universale.

Il punto è la nota fondamentale della forma solida, infatti senza il punto non ci sarebbe la linea, il piano e il volume che è la proiezione del piano, perciò ogni nozione fisica che crea una forma solida deve iniziare con la definizione del concetto di punto. Il punto è la prima determinazione della geometria che crea le coordinate dello spazio, perciò l’origine deve tracciare i limiti e le definizioni dei concetti basilari, e Brahman si è qualificato per essere l’origine che riordina i concetti. Avvenne che la Divinità creatrice si esprimesse come Brahman Saguna, anche se l'Ente è illimitato e universale, e il fatto avvenne quando il Punto iniziò a produrre le vibrazioni che trasmettono le qualità che lo rendono quello che Lui è.

Poiché i vedantini credono che esiste il principio di assonanza tra il microcosmo e il macrocosmo, possiamo affermare a buona ragione che anche il punto più microscopico possiede un tono poiché ogni ente è un’armonica della prima Nota fondamentale. Ogni ente possiede la sua vibrazione, perchè possiede un suono e un tono che è l'espressione caratteristica del suo essere. Se impariamo a riconoscere la qualità del suono e del tono di ogni essere che è esistente sappiamo riconoscere la vita e possiamo risuonare in armonia con ogni forma di vita: questo è il concetto fondamentale del fatto di essere una musica vivente.

Per imparare a risuonare come la saggezza orientale ci insegna è necessario avere due strumenti, cioè lo strumento che è fornito dai sensi esterni e lo strumento che viene fornito dai sensi interni, che non sappiamo usare. L’udito esterno usa l’orecchio per sentire i suoni, ma il senso interno di sensibilità cosciente riesce a percepire l’armonia che il suono esprime, perciò sa apprezzare e sa valutare ciò che il suono vuole esprimere: è il senso interno che riconosce la qualità dell’espressione musicale. Davanti alla materia è necessario saper percepire la forma esterna usando gli occhi, ma è necessario attivare anche una sensibilità profonda che sorge dalla coscienza, perché sa percepire la qualità interiore che la forma vuole esprimere.

Queste due prerogative della materia, cioè la forma e la qualità della forma si possono rapportare al valore e al numero del tono musicale, perché la percezione completa deve percepire la materia sia per la quantità che per la qualità. L’applicazione ottimale della sensibilità completa non può prescindere dal fattore soggettivo, perché l’uomo ha una caratteristica aggiuntiva che lo qualifica anche per la sfumatura emotiva della sua percezione, perciò l’interpretazione che viene attuata ha una variabile soggettiva.

Il fattore soggettivo personale non è possibile da spiegare o da osservare, ma si può esemplificare in modo evidente se pensiamo alla differenza che esiste nell’ascolto della medesima musica quando l’orchestra viene diretta da diversi direttori d’orchestra. Anche il medesimo brano sinfonico risulterà diverso per l'orecchio dell'ascoltatore, infatti anche la stessa musica diventa diversa quando viene eseguita con un “temperamento” esecutivo diverso. Ma, delle variabili così impapalpabili non possono essere descritte in modo adeguato, perché queste caratteristiche non sono evidenti agli occhi fisici, perciò accettiamo anche l'esistenza di qualità che sono invisibili e saranno non osservabili finchè saremo nel veicolo fisico-corporeo.

Vi sono delle verità conoscibili solo fuori dalla materia, perché esistono delle cose invisibili di cui si può avere solo una percezione interiore, e di cui ognuno deve avere un'esperienza personale, perciò sommando tutti i fattori concludiamo che, anche la qualità del soggetto che percepisce assume una scala di valore. Secondo gli insegnamenti che Pitagora ha diffuso, si dice che nella realtà esiste l’Armonia, perché ogni regno della vita ha una sua modalità di esprimere la vita, perciò possiede il suo numero e il suo tono, che è diverso e differente da quello delle altre specie viventi.

I quattro regni: minerale, vegetale, animale e umano possiedono una gamma di suoni e di toni espressivi che sono articolati salendo da una scala che è crescente e che progredisce dalla pietra all’uomo, ma che può proseguire per l'infinito. Si afferma che, oltre il livello degli uomini esistono dei toni e dei numeri espressivi che l’uomo non può percepire, perché i sensi umani sono inadeguati a percepire quegli stati vibrazionali. Ma l’uomo possiede anche dei corpi più sensibili di quello fisico-corporeo, infatti possiede dei veicoli sottili che sanno variare la frequenza della loro vibrazione per poter percepire una sostanza più rarefatta della materia.

Anticamente si diceva che ogni regno possiede una nota fondamentale che è l’archetipo che rappresenta l’intero regno, perché impersona l’Idea fondamentale che il regno deve esprimere. Ogni regno della vita e ogni modo di vivere si rapportano all'archetipo determinato, perciò si rapportano all’Idea che è più in Armonia con quel regno, perché quell’idea meglio di tutte lo rappresenta. Per questo motivo appare naturale che l’orecchio interno possa percepire il numero e il tono con cui condivide una maggiore affinità, perché l’orecchio interno riconosce istantaneamente la musica preferita dell’idea che si insegue.

Gli uomini usano le modalità espressive degli istinti, dei sentimenti e dei pensieri, perché l’individualità umana è una armonica minore della Nota principale dell’Essere, perciò gli istinti, i sentimenti e i pensieri non sono altro che degli stati vibratori con cui l'essere umano cerca di esprimere i suoi toni specifici. Se esprimiamo un affetto o un pensiero emettiamo delle vibrazioni che sono corrispondenti, e che possono essere avvertite da una corda psichica sensibile, per questo si dice che il pensiero può viaggiare nello spazio e può essere percepito dalla fonte ricevente anche se la fonte emittente è lontana.

La cosa importante che tutte le saggezze antiche dicono è che la corda dell’individualità è sempre un’emissione degradata, perché emette una musica che è discorde e discontinua. Per esemplificare la teoria, si dice che l’essere è una vibrazione con un certo numero e un certo tono di vibrazioni espressive che mettono in moto l’etere. L'uomo può muovere l’akasha, che è l’elemento eterico del piano esistenziale in cui l’organismo umano agisce. Si dice che l’akasha risponda all'azione dell'uomo e che nella reazione la materia eterica si modella secondo la struttura e la qualità fondamentale di quella nota.

L’Essere Cosmico è il grande musico che usa la tastiera del suo Logos che è Intelligenza e Consapevolezza suprema, perciò l'Essere usa la Saggezza infinita per plasmare l’akasha con la sublime melodia che esegue. Da questa armonia provengono duplici effetti, cioè provengono delle armoniche di numero e di diversa qualità di tono con cui avviene il continuo rinnovamento della creazione. Questa prerogativa è stata infusa anche nell'uomo con il possesso della nota essenziale, perciò anche l’uomo può agire come fa la Divinità.

Anche l’uomo può usare la tastiera del suo logos, cioè l’intelletto per far risuonare le note e plasmare l’akasha per modellare il suo atto creativo. Gli istinti, i sentimenti ed i pensieri dell'uomo hanno lo stesso effetto, perché l’intento che abbiamo nella mente produce gli effetti vibratori che esprimono quella determinata qualità. L’umanità è un’entità che usa una tastiera collettiva, perciò se il singolo uomo è discorde e disarmonico anche l’umanità produrrà delle melodie discordanti che fanno una pessima musica.

L’uomo deve sapere che il sommo Demiurgo è il plasmatore volontario dei suoi eventi, perciò dobbiamo saper accordare la nostra consapevolezza in modo tale da fare una splendida esecuzione, però l’umanità è fatta di pessimi musici e di personaggi stonati che pretendono di essere tenori. Per l’uomo è difficile comprendere che l’umanità vive così come la vediamo perché così vuole vivere la maggioranza delle persone, in quanto nulla impedirebbe di cambiare musica.

L’uomo incolpa Dio di non saper suonare meglio il suo strumento, infatti vuole trovare solo qualcuno su cui scaricare le colpe di responsabilità che sono personali. In questo aspetto l’uomo è un bambino immaturo e capriccioso che non vuole crescere, perciò il bimbo irragionevole non vuole ammettere che potrebbe suonare meglio. Se l'uomo fosse un essere ragionevole andrebbe a scuola di musica, perché gli potrebbero insegnare che per cambiare musica è necessario mutare la chiave dei toni, perciò a scuola imparerebbe che è la qualità che va migliorata.

Per cambiare la qualità dei toni della nostra consapevolezza è necessario agire in modo personale e diretto, dobbiamo eseguire in modo preciso e provare e riprovare con un’azione molto impegnativa, perché la perfezione esecutiva non è un fatto solo apparente. Una piena competenza avviene quando la competenza è profonda, perciò avviene se l'arte sa penetrare fino alle “midolla dell’essere,” perciò avviene se essa penetra e impregna la nostra profondità più intima. Per questo tutti i maestri avvertono che solo la trasformazione della qualità della coscienza può produrre un’umanità migliore, perché l’akasha andrebbe plasmata con qualità espressive molto migliori di quelle che usiamo.

Buona erranza
Sharatan