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martedì 6 dicembre 2016

La pozza



“La vita vi trasporta dove vuole,
poiché voi siete parte di essa.”
(Jiddu Krisnamurti)

“Non so se passeggiando avete mai notato una pozza lunga e stretta accanto al fiume. Deve averla scavata qualche pescatore, e non è collegata con il fiume. Il fiume scorre placido, profondo e ampio, ma quella pozza è coperta di sedimenti perché non è collegata con la vita del fiume, e dentro non ci sono pesci. È una pozza stagnante, e il fiume profondo, pieno di vita e animazione, vi scorre accanto velocemente. Ora, non pensate che gli esseri umani siano così?

Scavano una piccola pozza per se stessi, lontano dalla rapida corrente della vita, e in quella piccola pozza ristagnano e muoiono, e chiamiamo esistenza questo ristagnare e questo deterioramento. Il che significa che noi tutti vogliamo uno stato di permanenza; vogliamo che certi desideri durino per sempre, vogliamo che i piaceri non abbiano mai fine.

Costruiamo un piccolo buco e ci barrichiamo dentro con le nostre famiglie, con le nostre ambizioni, le nostre culture, le nostre paure, i nostri dèi, le nostre varie forme di adorazione, e lì muoriamo, lasciando che la vita trascorra, quella vita impermanente, costantemente cangiante, tanto rapida, con le sue enormi profondità, con la sua straordinaria vitalità e bellezza.

Non avete mai notato che se siete seduti quietamente sulla riva del fiume potete udire il suo canto, lo sciabordìo dell’acqua, il suono incessante della corrente? C’è sempre uno straordinario senso di movimento verso il più ampio e il più profondo. Ma nella piccola pozza non c’è affatto movimento e la sua acqua è stagnante.

E se osservate bene vedrete che questo è ciò che vuole la maggior parte di noi: una piccola pozza stagnante di esistenza lontana dalla vita. Diciamo che la nostra esistenza nella pozza è quella giusta, abbiamo inventato una filosofia per giustificarlo; abbiamo sviluppato teorie sociali, politiche, economiche e religiose in supporto di questo modo di vedere, e non vogliamo essere disturbati perchè ciò che insegniamo è un senso di permanenza. Sapete cosa significa ricercare la permanenza?

Significa volere che ciò che è piacevole continui all’infinito, e volere che ciò che non è piacevole finisca il più presto possibile. Vogliamo che il nome che portiamo sia noto e che continui attraverso la famiglia e la proprietà. Vogliamo un senso di permanenza nelle nostre relazioni, nelle nostre attività, il che significa che stiamo cercando nella pozza stagnante una vita durevole e continua; non vogliamo nessun reale cambiamento, e perciò abbiamo costruito una società che ci garantisce la permanenza della proprietà, del nome, della fama.

Ma vedete, la vita non è affatto così; la vita non è permanenza. Come le foglie che cadono da un albero, tutte le cose sono impermanenti, nulla perdura; c’è sempre cambiamento e morte. Non avete notato com’è bello un albero spoglio che si staglia verso il cielo? Tutti i suoi rami sono ben delineati, e nella sua nudità c’è una poesia, un canto.

Tutte le foglie sono cadute e l’albero attende la primavera. Quando la primavera giunge, riveste di nuovo l’albero con la musica di molte foglie, che nella stagione giusta cadono e vengono soffiate via; questo è il percorso della vita. Ma noi non vogliamo nulla del genere. Ci aggrappiamo ai nostri figli, alle nostre tradizioni, alla nostra società, ai nostri valori e alle nostre piccole virtù, perché vogliamo la permanenza; ed ecco che abbiamo paura di morire.

Abbiamo paura di perdere le cose che conosciamo… noi vogliamo che tutto ciò che ci dà soddisfazione sia permanente; vogliamo che la nostra posizione e l’autorità che abbiamo sulle persone durino. Rifiutiamo di accettare la vita così com’é in realtà. La realtà è che a vita è come un fiume: si muove incessantemente, è sempre in cerca, esplora, sferza e allarga le rive, penetra con la sua acqua in ogni fenditura.

Ma la mente non vuole permettere che questo accada a lei. La mente capisce che è pericoloso rischiare di vivere in uno stato di impermanenza, di insicurezza, perciò si costruisce intorno un muro: il muro della tradizione, della religione organizzata, delle teorie politiche e sociali. La famiglia, il nome, proprietà, le piccole virtù che abbiamo coltivato - tutti questi sono i muri che allontanano la vita.

La vita è movimento, impermanenza e tenta incessantemente di penetrare, di abbattere quei muri dietro ai quali c’è confusione e infelicità. Gli dèi che stanno nei muri sono tutti falsi dèi, e le loro scritture e filosofie non hanno significato, perché la vita è al di là di essi. Ora, una mente priva di muri, non gravata da ciò che ha acquisito e accumulato, né dalla propria conoscenza, una mente che vive senza tempo e senza sicurezza: per una simile mente la vita è una cosa straordinaria.

Una simile mente è vita in se stessa, perché la vita non ha luoghi di riposo. Ma la maggior parte di noi vuole un posto per riposarsi; vogliamo una casetta, un nome, una posizione, e diciamo che queste cose sono molto importanti. Chiediamo permanenza e creiamo una cultura basata su questa richiesta, inventiamo degli dèi che non sono affatto dèi, ma nient’altro che una proiezione dei nostri desideri. Una mente che ricerca la permanenza presto inizia a ristagnare; proprio come quella pozza lungo il fiume, si riempie subito di materia corrotta e guasta.

Soltanto la mente non racchiusa da muri, priva di appigli, barriere, luoghi di riposo, che si muove all’unisono con la vita, che procede senza tempo, che esplora, demistifica - solo una simile mente può essere felice, eternamente rinnovata, perché è in se stessa creativa. Capite di cosa sto parlando? Dovreste capirlo perché tutto questo fa parte della vera educazione e quando lo capirete la vostra vita sarà trasformata: la vostra relazione con il mondo, con i vostri vicini, con vostra moglie e vostro marito avranno un significato totalmente differente…

Se lo capirete avrete iniziato a comprendere la straordinaria verità di cosa sia la vita, e in quella comprensione ci sono grande bellezza e amore, e il fiorire del bene. Ma gli sforzi di una mente che cerca una pozza di sicurezza e di permanenza possono solo condurre all’oscurità e al deterioramento. Una volta installatasi nella sua pozza, una simile mente ha paura di avventurarsi fuori, di cercare, di esplorare; ma la verità, Dio, la realtà o quello che volete voi giacciono oltre la pozza…

Ma potete far questo solo quando lasciate la pozza che vi siete scavati e uscite nel fiume della vita. Allora la vita ha un modo stupefacente di prendersi cura di voi, perché a quel punto da parte vostra non c’è più bisogno di curarsi di nulla. La vita vi trasporta dove vuole, poiché voi siete parte di essa, allora non c’è più alcun problema di sicurezza, di ciò che la gente dice o non dice, e questa è la bellezza della vita.” (Jiddu Krisnamurti, La ricerca della felicità, Oscar Mondadori)

martedì 2 agosto 2016

Dalla tua parte



“Lo spirito dell’infanzia
mette il cielo nelle tue azioni.”
(Dugpa Rimpoce)

“Se riesco a far sì che tu odi te stesso, mi sarà più facile dominarti - e ancor più addomesticarti - e questo è ciò che erroneamente definiamo la nostra “educazione”. La società stessa ti insegna ad essere sempre insoddisfatto in modo da indurti al consumismo, un consumismo che ha sì assicurato dei benefici economici alla società, ma le ha anche fatto pagare un prezzo molto alto: la guerra.

Non potrai mai amare gli altri se detesti te stesso. Amare significa non commettere violenze e rispettare la libertà; l’amore, infatti dice: “Io sono dalla tua parte, non contro di te”. Finché esigiamo di essere un modello adattato a uno stampo che ci va stretto e viviamo con una maschera dietro alla quale celiamo i nostri egoismi, le nostre invidie e le nostre amarezze, genereremo frustrazione e violenza, oltre all’ipocrisia e fomenteremo le guerre.

Ci reputiamo pacifisti, ecologisti e ci scandalizziamo delle torture e dei crimini, ma… hai pensato a come contrastare questo seme di odio intorno a te? Per prima cosa bisognerebbe bandire dal nostro cuore l’amarezza, il disincanto e il disamore che favoriscono l’odio, come rivendicazione delle nostre umiliazioni e delle nostre sconfitte.

Riconoscere questo implicherebbe già iniziare a conoscere l’origine della nostra malattia e a curarla in noi stessi prima che negli altri. Dovremmo toglierci la maschera “delle occasioni” tirare fuori i crucci più reconditi e i desideri inconfessati. Forse così riusciremmo a conoscerci e, una volta accettata la nostra vera condizione, potremmo gradualmente considerare gli altri alla pari senza scandalizzarci delle loro debolezze.

Da qui credo si potrebbe avviare partendo dalle radici, lo sradicamento della violenza. Bisogna tornare ad essere come bambini che non nascondono le loro armi né le loro debolezze, ma dicono in faccia ciò che pensano e, per sfogare la collera, a loro basta tirare un paio di cazzotti e gettarsi a terra, senza che rimangano tracce di rancore.

Per contrastare il seme dell’odio intorno a noi, inoltre, dovremmo riconoscere l’enorme abisso che abbiamo scavato fra il modo di essere e di esprimersi del bambino e il nostro. Mi riferisco ai due mondi che abbiamo separato e opposto l’uno all’altro: il mondo naturale, sincero e spontaneo, e il mondo artificiale, pieno di insidie, di apparenze e di trappole.

Nel migliore dei casi, potremmo arrivare a chiederci se valga la pena di lavorar e di sforzarci così tanto per lasciare ai bambini un mondo così complicato e pazzo sotto ogni punto di vista. Per il momento, dobbiamo avere l’umiltà di fermarci a pensare se non sia più proficuo e sensato ascoltare i bambini, osservarli, comprenderli e imparare da loro, invece di avere la certezza di essere dei modelli adatti perché loro cerchino di copiarci. I bambini sono mutevoli e capricciosi, ma non si vergognano e non cercano di nasconderlo.

Quando Gesù ci chiede di dare la vita per gli altri, vuole che ci allontaniamo dal nostro “ego” per riuscire a offrirci così come siamo alla verità, dove siamo tutti fratelli. Chi è il più grande del Regno dei Cieli? Gesù dice che chi non diventa un bambino non entrerà nel Regno dei Cieli. Perciò, colui che prende atto dei propri limiti entrerà certamente nella fratellanza universale; questi non considererà nessuno inferiore a sé, perché vede la propria piccolezza e perciò sarà mite e umile.

I “grandi” non servono nel Regno dei Cieli perché umiliano e dominano gli altri. Nel Regno dei Cieli “i primi saranno gli ultimi” perché colui che ha una funzione maggiore sarà maggiormente responsabile e quindi servirà gli altri. La grandezza sta nel servire gli altri. quando sei semplice e umile perché non ti ritieni superiore a nessuno e accetti la tua verità, sei più vicino alla saggezza di Dio: “Ti benedico, Padre, perché hai rivelato questo ai semplici e l’hai nascosto ai potenti.”

I bambini crescono con la sensazione di avere dei genitori contro. Tuttavia, se non fai violenza al bambino, nemmeno lui ha voglia di essere violento. La prima cosa da fare per aiutare il bambino represso a cambiar, consiste nel cercar di eliminare dalla sua coscienza la legge che gli è stata imposta: la coscienza del “bene e del male” è il contrario della presa di coscienza.

Prendere coscienza significa svegliare la sensibilità: una sensibilità che non ha bisogno della “coscienza” bensì della coscienza per essere felice. Se sei cosciente, sei sveglio e sensibile a tutto, vedi le cose coscientemente, con gli occhi trasparenti e per quello che sono e così non entra in gioco nessun senso del male e del bene. La verità è.” (Anthony De Mello)

lunedì 20 giugno 2016

I filtri della mente



“Quello che sussiste nella mente, viene costantemente filtrato. Quali sono questi filtri? Paure, desideri, relazioni, convinzioni, abitudini e condizionamenti. Essi selezionano ciò che viene percepito dai nostri sensi. Non ho sensazioni reali, ma reagisco alle immagini sostanziate della mia mente. Posso guardare qualcuno, scorgere in lui un americano e provare un sentimento positivo; chiunque altro, guardando la medesima persona, può provare un sentimento opposto. Si vede un essere umano o un’immagine?

Dalla reazione degli altri si può capire se state rispondendo all’impulso del qui e ora o ad un’immagine precostituita. Quando desiderate qualcosa, prestate attenzione a molte cose di cui altri non si rendono conto. Una madre può dormire profondamente anche in mezzo al baccano, ma si sveglia al primo sospiro del proprio bambino. Perché? I suoi sensi filtrano gli altri suoni. Avviene qualcosa dentro di noi. Esiste come un sensore, che agisce su ciò che viviamo. Tale percezione dipende dal condizionamento ricevuto in passato.

Se qualcuno si considera inferiore in un ambito, continuamente capterà segnali che gli confermano la sua idea. Noi ci confermiamo sempre nelle nostre convinzioni. Se penso che gli americani abbiano determinate caratteristiche, percepirò in loro quello che confermerà la mia convinzione. Viviamo quindi con il risultato di tanti processi selettivi, filtri e soggettivismi. In realtà cosa esiste nella nostra mente?

Aggiungiamo alle immagini le nostre costruzioni mentali e valutazioni: “Questo è buono, questo è cattivo, giusto, sbagliato, ecc…” In realtà non esiste né bene, né male negli uomini e nella natura. Esiste soltanto una valutazione mentale imposta a questa o a quella realtà. Queste valutazioni possono essere: quale squadra è buona, quale la migliore, quando una vittoria è buona o quando è cattiva?

In realtà esiste solo un gioco e le persone che vi partecipano, una palla che viene lanciata, calciata, colpita. Palla e giocatori si spostano da una parte all’altra del rettangolo di gioco. A queste azioni gli uomini aggiungono le proprie specifiche valutazioni; fanno il tifo più per una maglia o per un concetto che per la realtà esistente. Applaudono molto più il proprio condizionamento e le proprie preferenze che non la realtà osservata. Non è da sciocchi?

Gli uomini finiscono in questa confusione abituale perché corrono dietro alle cose come sciocchi, senza sapere cosa sono. Alla realtà continuano ad aggiungere i propri filtri, le proprie valutazioni e desideri. Introducono il bene e il male nella realtà come se stessero gonfiando un palloncino. Sostengono che alcune cose sono desiderabili, altre indesiderabili; alcune giuste, altre sbagliate. Le cose però sono come sono, che le capiamo oppure no.” (Anthony De Mello)

martedì 3 maggio 2016

Liberarsi dalla programmazione



“Quello che non esprime niente, a volte rivela tutto.”
(Oscar Wilde)

“Pensa a qualche momento in cui ti sei sentito rifiutato, trascurato e umiliato. Cerca di comprendere la situazione con realismo, guardandola con sincerità e in profondità; se, per esempio, tu non avessi fatto l’offeso, non credi che non ci sarebbe stato nessun rifiuto e nessuna umiliazione? Potresti renderti conto che non c’è stato un atteggiamento di rifiuto o di disapprovazione, ma che cosa ha a che vedere l’atteggiamento altrui con il tuo essere?

Tu non sei quello che sei indipendentemente da ciò che dicono o pensano gli altri. I modi fare, i comportamenti, i pensieri e i sentimenti mutano e tu continui a essere te stesso. Similmente cambiano i pensieri, i comportamenti e i sentimenti delle altre persone, ma queste ultime continuano a essere ciò che sono. Allora, che cosa c’è che ti offende, la persona o il suo modo di fare?

Il modo di fare non può offenderti perché è mutevole e privo di una sua esistenza. I giudizi che le persone danno di te, esprimono molte più cose circa il loro modo di fare e la loro programmazione che non riguardo a te. Non ha senso che tu ti offenda e, in ogni caso, ricordati per esempio il Buddha che, pur essendo ingiuriato, rimase inalterato. Anzi, disse che non poteva essere influenzato dalle offese e spiegò con una domanda: “Quando qualcuno ci porta un regalo e noi non l’accettiamo, di chi è il regalo?”

Della persona che l’ha portato, giusto? Quindi se non vuoi andare in collera, non accettare né l’insulto, né il regalo. Cosa suscita la mia collera? Il fatto che tu non sia conforme alle esigenze della mia programmazione e che non ti vada il mio modo di agire, cosa che trovo priva di logica. Può darsi che io sia animato da buone intenzioni, ma non posso modellare l’altro in base alla mia volontà. Se guardiamo con chiarezza ciò che avviene, ne coglieremo l’assurdità: se qualcuno si comporta male, è all’altro che sale la pressione. Capire bene questo meccanismo è una liberazione. […]

Siamo soliti reagire davanti alle immagini che ci riflettono gli altri. vediamo nell’altro ciò che desideriamo vedere (lo idealizziamo) o proiettiamo su di lui la nostra paura (lo rifiutiamo) e così non riusciamo a conoscerlo nella sua realtà. Che cos’è il peccato? Maggiore è il libero arbitrio di cui disponi, minore è la possibilità di peccare.

Il peccato è una malattia della schiavitù; pecchi se sei schiavo della legge; ma se sei cosciente che Cristo ti ha liberato, sei libero e la libertà di cui parla Gesù Cristo è quella che consiste nello stare svegli: essere responsabili dei propri atti. Prima di cambiare gli altri, cambia te stesso. Pulisci la tua finestra per vedere meglio. Concentra la tua attenzione sulla causa negativa che ti ha fatto soffrire, non su colui che ti ha offeso.

La causa è la programmazione; questa programmazione ti è stata imposta sin dall’infanzia e tu non ne hai colpa e nemmeno l’altro. Quando raggiungerai questo stato, vedrai che tutto quello che accade è positivo, come l’agricoltore che ha dei pozzi d’acqua ed è tranquillo perché non dipende dal fatto che piova o no. Vedrai tutto bene e con tranquillità quando farai conto su te stesso rifiutando la programmazione.

Se non conosci l’origine della tua malattia, non la curi, ma la reprimi e soffrirai sempre per causa sua. Se, invece, ne conosci l’origine, hai già la cura in mano. Qualsiasi vero cambiamento si verifica senza alcun sforzo. La persona umana ha delle favolose energie di riserva per i momenti in cui ha bisogno di attivarle. L’importante è scoprire quanto sta avvenendo in te e intorno a te.

Per sapere che cosa c’è che va male e conoscerne le cause, è importante essere sveglio. Bisogna svegliarsi. È possibile annullare la paura solo cercandone l’origine. Quando qualcuno si comporta bene per paura, significa che è stato addomesticato, ma non ha mutato la causa dei suoi problemi. Continua a dormire.” (Anthony De Mello)

martedì 22 dicembre 2015

La raccolta della suprema energia



“Vi è un’antica teoria secondo la quale dio, la divinità, discende sull’uomo e lo aiuta a crescere, a evolversi e a vivere nobilmente. È l’antica tradizione dei paesi dell’Oriente e, in modo diverso, dell’Occidente. Credere a queste teorie arreca grande conforto; la sensazione di aver trovato finalmente la sicurezza in qualcosa; che vi è qualcuno che si cura di voi e del mondo. È una teoria antichissima e non ha alcun significato.

Quella teoria e quell’insegnamento danno una sorta di speranza in un’Utopia futura, determinata dal presente; una speranza che nasce dai limiti di ciò che uno è adesso. A meno che vi sia una trasformazione radicale, tale futuro è la continuazione modificata di “ciò che è”. Un individuo si rende conto che non vi è alcuna sicurezza nelle cose che il pensiero ha messo insieme, se approfondisce con sufficiente intelligenza e razionalità per scoprirlo.

Si accorge che in realtà non vi è una struttura, nel futuro, o nel passato o nel presente, filosofica, religiosa o ideologica, che possa fornire una qualunque specie di sicurezza. Si accetta con grande facilità la via più soddisfacente, più conveniente, più piacevole. È molto facile muoversi entro quel solco. E l’autorità impone, stabilisce, in un sistema religioso o psicologico, un metodo mediante il quale vi sentite dire che troverete la sicurezza.

Ma se si capisce che non vi è sicurezza in tale autorità, allora si scopre se è possibile vivere senza guida, senza controllo, senza sforzo psicologico. Perciò si indaga per scoprire se la mente può essere libera di trovare la verità al riguardo, in modo da non conformarsi mai, in nessuna circostanza, a nessuno schema di autorità, psicologicamente.

Quando uno si conforma a un modello religioso o psicologico, o a un modello che si è proposto, c’è sempre una contraddizione tra ciò che uno è effettivamente e lo schema. Vi è sempre un conflitto, e questo conflitto è interminabile. Se uno rompe con un modello, passa a un altro. Viene educato a vivere in questo campo di conflitto a causa di questi ideali, schemi, conclusioni, credenze e così via. Conformandosi a un modello, uno non è mai libero; non sa cos’è la compassione, ed è sempre in lotta, e perciò dà importanza a se stesso; l’io diventa straordinariamente importante con l’idea dell’auto-miglioramento.

Dunque, è possibile vivere senza un modello? Ora, come può un individuo, quale essere umano, rappresentante totale di tutta l’umanità, come può scoprire la verità a questo proposito? Perché se la sua coscienza viene cambiata radicalmente, profondamente - no, rivoluzionata, più che cambiata - allora l’individuo influisce sulla coscienza di tutta l’umanità. Come si affronta questo problema? Con quale capacità si può indagare?

Per indagare, ci deve essere la libertà dalla motivazione. Se uno vuole indagare sul problema dell’autorità, il suo background dice: “Io devo obbedire, devo seguire”; e durante il processo, questo background proietta continuamente, e distorce continuamente l’indagine. Ci si può liberare del proprio background, in modo che non interferisca nell’indagine? L’impulso di cercare la verità, l’immediatezza, l’esigenza, pongono nel dimenticatoio il background; l’intensità è così forte che il background smette di interferire.

Sebbene il background, il condizionamento, l’educazione, sia così forte - si è accumulato per secoli: consciamente è impossibile combatterlo o respingerlo; non si può lottare con esso, e ci si rende conto che combattendo il background si riesce soltanto a rafforzarlo - eppure l’intenso impulso di scoprire la verità dell’autorità allontana di molto il background, che così non influenza più la mente. È necessario possedere un’immensa energia per scoprire la verità a questo proposito.

Questa energia va quasi tutta dissipata nel conflitto tra “ciò che è” e “ciò che dovrebbe essere”. L’individuo comprende che “ciò che dovrebbe essere” è un’evasione dal fatto di “ciò che è”. Oppure il pensiero, incapace di affrontare “ciò che è” , proietta “ciò che dovrebbe essere” e lo usa come leva per rimuovere “ciò che è”. Quindi è possibile guardare e osservare “ciò che è”, senza un movente per cambiarlo o trasformarlo, o per fare in modo che si adegui al modello particolare che avete stabilito voi o che ha stabilito un altro ... qualunque cosa accada alla conclusione?

Se si fa così, il background si dissolve. Se si desidera intensamente capire, si dimentica se stessi, si dimentica di essere un hindu, un cristiano, un buddhista, si dimentica il proprio background; perciò tutto sparisce, il background, il movente, tutto, perché vi è la presente necessità e l’urgenza di scoprire. L’intensità necessaria può venire posta in essere solo quando non vi è causa, né effetto, e quindi non vi è reazione. Questo implica che l’individuo deve essere completamente solo nella sua indagine.

Solitudine non significa isolamento, non significa che uno si è ritirato e ha costruito una muraglia intorno a sé. Solo significa che uno è tutto uno. Allora uno è un essere umano totale, rappresentante tutta l’umanità; la sua coscienza ha subito un cambiamento attraverso la percezione, che è il risveglio dell’intelligenza. Questa intelligenza rompe per sempre con l’autorità psicologica: influisce profondamente sulla coscienza. È possibile vivere una vita senza alcun modello, senza alcuna meta, senza alcuna idea del futuro, una vita senza conflitti?

È possibile quando si vive completamente con “ciò che è”. “Ciò che è” significa ciò che avviene effettivamente. Vivere con questo: non tentare di trasformarlo, non tentare di superarlo, non tentare di dominarlo, non tentare di sottrarvisi, semplicemente guardarlo e coesistere. Se siete invidiosi, o avidi, o gelosi, o avete problemi di sesso, di paura, quali che siano, vivete con essi senza alcun movimento del pensiero che voglia allontanarsene. Che cosa significa?

Non si spreca l’energia per dominare, sopprimere, lottare, resistere, fuggire. Tutta quell’energia veniva sprecata; ora la si è raccolta. Poiché ci si rende conto dell’assurdità, della falsità, dell’irrealtà, ora si ha l’energia per vivere con “ciò che è”; si ha l’energia di osservare senza alcun movimento del pensiero. È il pensiero che ha creato la gelosia, è il pensiero che dice: “Devo fuggirne, devo sottrarmi, devo sopprimerla”. Se ci si rende conto della falsità della fuga, della resistenza, della soppressione, allora l’energia che veniva convogliata nella fuga, nella resistenza e nella soppressione viene raccolta per osservare. E allora che cosa avviene?

L’individuo non sfugge, non resiste, e allora è invidioso, poiché l’invidia è il risultato del movimento del pensiero. L’invidia nasce da confronti, misure... io non ho, tu hai. E il pensiero, poiché è stato educato a fuggire, fugge da questo. Ora, poiché ne vede la falsità, l’individuo si ferma e ha l’energia di osservare questa invidia. La parola stessa “invidia” è la propria condanna. Quando uno dice “Sono invidioso”, c’è già il senso del rifiuto. Perciò, un individuo deve essere libero dall’influenza della parola, per osservare.

E questo richiede un’immensa vigilanza, un’immensa consapevolezza, per non fuggire e per vedere che la parola invidia ha creato il sentimento; perché senza la parola, c’è il sentimento? Se non c’è la parola, e perciò non c’è movimento del pensiero, allora c’è invidia? La parola ha creato il sentimento, perché è associata al sentimento, impone il sentimento. Si può osservare senza parola? Ora, le parole sono il movimento del pensiero usato per comunicare comunicare con se stessi o con gli altri: quando non vi sono parole, non vi è comunicazione tra il fatto e l’osservatore.

Perciò il movimento del pensiero, come invidia, è giunto alla fine; è giunto alla fine completamente, non temporaneamente: si può guardare una bella macchina e osservare la bellezza della sua linea, e tutto finisce lì. Vivere completamente con “ciò che è” non implica alcun conflitto. Perciò non vi è futuro quale sua trasformazione in qualcosa d’altro. La sua fine è la raccolta dell’energia suprema, che è una forma d’intelligenza.” (Jiddu Krishnamurti)

martedì 24 febbraio 2015

I sogni della mente



“Per ciascuno di noi c’è un deserto da attraversare.
Una stella da scoprire. E una creatura,
in noi, a cui dare la luce.”
(Anonimo)

“L’uomo si crea la sua confusione, semplicemente perché continua a condannarsi, a rifiutare se stesso, a non accettarsi; di conseguenza, crea una catena di confusione, di caos interiore e di infelicità. Perché non ti accetti? Cosa ti impedisce di farlo? L’intera esistenza ti accetta per ciò che sei, ma tu non riesci a farlo. Ti sei fissato un ideale da raggiungere, e ogni ideale è sempre nel futuro. Deve esserlo; nessun ideale può esistere nel presente.

E il futuro non esiste da nessuna parte, non è ancora nato; ma, a causa del tuo ideale, vivi nel futuro, qualcosa che non è altro se non un sogno. A causa del tuo ideale, non riesci a vivere "qui e ora": a causa del tuo ideale condanni te stesso. Ogni ideologia, ogni ideale implicherà sempre una condanna, poiché crea nella mente un’immagine specifica. Paragonandoti continuamente a quell’immagine, avrai sempre la sensazione che manchi qualcosa, che hai perso qualcosa.

Non ti manca niente, non hai perso niente… sei perfetto così come sei, per quanto sia possibile essere perfetti. Cerca di comprendere questa realtà. Come mai nella tua mente continui a nutrire ideali? Perché non trovi sufficiente il tuo essere così come sei? Perché non senti la tua divinità, in questo preciso momento? Chi te lo impedisce?

Chi sta bloccando il tuo cammino? Perché non puoi essere felice e beato in questo preciso istante? Dov’è l’ostacolo? L’ostacolo è l’ideale stesso. Come potresti gioire? Sei così carico di rabbia, prima di tutto dovrebbe svanire quella collera. Come potresti essere beato? Come potresti sentire in questo stesso istante la tua divinità, come potresti celebrarla?

Sei talmente colmo di avidità, di passioni, di collera… prima di tutto dovrebbero svanire queste cose, poi sarai simile al divino. Se ti paragoni a un ideale, non potrai mai essere felice, è impossibile. Quando dici: “Se si avvereranno queste condizioni, sarò felice!”

Innanzitutto le tue condizioni non si avvereranno mai; secondariamente, anche se si avverassero, nel frattempo, avresti perso la capacità stessa di celebrare e gioire. Inoltre, anche se si avverassero - se mai, visto che è impossibile che si avverino - la tua mente creerebbe altri ideali. Ecco come voi tutti avete sprecato la vita, per un’infinità di incarnazioni.

Si crea un ideale, poi si vuole realizzarlo. A quel punto, nasce in te un senso di inferiorità e condanna. Condanni la tua realtà a causa dei sogni della tua mente, quei sogni sono sempre stati un elemento di disturbo. Il mio insegnamento è esattamente opposto: realizza la tua divinità interiore in questo stesso istante!

Accetta la tua collera, la tua sessualità, la tua avidità… e celebra la vita. A poco a poco, in te aumenterà la celebrazione e diminuirà la collera. Aumenterà la beatitudine e diminuirà l’avidità, aumenterà la gioia e diminuirà la sessualità. In questo modo avrai imboccato la via giusta, non può essere altrimenti: quando riesci a celebrare la vita nella sua totalità, tutte le cose sbagliate svaniscono.

Viceversa se, come prima cosa, fai di tutto per far scomparire dalla tua vita le cose sbagliate, queste non svaniranno mai. È come se combattessi contro l’oscurità… la tua casa è immersa nel buio e tu chiedi: “Come posso accendere una candela? Prima di accenderla, devo diradare un po’ questa oscurità!” Ecco cosa hai fatto: tu sostieni che, per prima cosa, deve sparire l’avidità poi arriverà l’estasi, il samadhi. Che stupidaggine!

Affermi che, come prima cosa, devi diradare un po’ il buio, poi puoi accendere la candela: come se il buio ti ostacolasse. L’oscurità è una non entità; non esiste, non ha alcuna consistenza; è soltanto un’essenza, non una presenza. Non è altro che l'assenza di luce: accendi la luce e l’oscurità svanirà.

Celebra, diventa una fiamma di beatitudine e tutto ciò che è fallace scomparirà: la rabbia, l’avidità, la sessualità o qualsiasi altra negatività. Non sono cose reali, non hanno alcuna consistenza; sono solo l’assenza di una vita beata ed estatica. Sei in collera perché sei incapace di gioire. Non sono gli altri che provocano la tua collera: se infelice perché sei incapace di gioire.

Questa è la ragione della tua collera, tutti gli altri sono solo dei pretesti. Sei incapace di celebrare, perciò non ti apri all’amore e ti limiti alla sessualità. Ti crei delle ombre e la tua mente ti dice: “Prima distruggi tutte queste negatività e poi il divino discenderà in te.”

Questa è una delle stupidaggini più antiche ed eclatanti che affligge l’umanità da sempre, e intacca tutti. Ti riesce difficilissimo pensare che, in questo stesso istante, puoi riconoscere il divino che è in te. Ma io ti chiedo: Cos’altro ti occorre? Cosa ti manca? Sei vivo, respiri, sei cosciente. Cos’altro ti occorre?

In questo stesso istante, puoi riconoscere il divino che è in te. Non preoccuparti, anche se senti che si tratta solo di un “come se,” anche se senti che si tratta solo di una ipotesi. Parti da quel “come se” e, ben presto, la realtà farà la sua comparsa, poiché in realtà tu sei!

E, nel momento in cui inizi ad esistere in quanto divinità, ogni infelicità, ogni miseria, ogni confusione, ogni oscurità svaniranno. Diventa una luce a te stesso, e in questo processo non ci sono condizioni a cui si debba sottostare.” (Osho Rajneesh)

martedì 6 maggio 2008

I mercanti della felicità


Si chiedeva Freud “Quanta felicità barattiamo per la sicurezza?” e naturalmente questa domanda è condannata a rimanere senza risposta. Non possiamo sapere quanto saremmo stati felici se avessimo fatto una scelta piuttosta che un’altra: possiamo provare ad essere noi stessi e poi provare a costruire la nostra felicità. Nell’assumere i connotati della nostra essenza, il punto di partenza è che l’espressione della nostra personalità deve avvenire senza la paura di potere essere giudicati e condannati. Il passaggio dall’essere noi stessi all’essere quello che gli altri desiderano da noi, avviene da bambini, quando impariamo ad accontentare gli adulti in cambio della loro approvazione. Quando ci accorgiamo che la vera espressione della nostra personalità, non incontra il consenso degli adulti, impariamo a bloccare la nostra naturalezza e la nostra spontaneità e iniziamo a costruire le nostre corazze. Le corazze sono le difese che reputiamo utili per difenderci dal dorore di sentirci alienati dal nostro vero essere, dalla nostra anima.
Spesso non ci rendiamo conto che, nell’essere adulti, vi è la libertà di sperimentare la nostra vera essenza, il nostro vero io, e continuiamo ad usare anestetici e trucchi per continuare con il copione che ci abbiamo appreso, malgrado i nostri sentimenti ci facciano capire che non siamo felici. Siamo presi così in un’altalena di emozioni ora positive e ora negative, restando in balìa di uno squilibrio di cuore e anima. Sembra difficile liberarsi dal circolo vizioso, e spesso non ci riesce. E’ invece necessario iniziare ad amare il nostro modo di essere, sia pure cercando sempre di migliorarsi: è questo il primo passo per la riconquista della propria felicità. E’ un cammino difficile e coraggioso che richiede una forte determinazione e una grande coerenza morale, soprattutto perché bisogna lavorare su meccanismi arcaici del nostro sviluppo. L’atteggiamento compiacente che si adotta, in cambio dell’accettazione dell’altro, sviluppa un “falso sé” che viene confuso con il vero essere della persona. Il filosofo Umberto Galimberti, nello scritto “La grande tribù dei prevedibili” del 2002, afferma che, nell’epoca della tecnica e dell’economia globale, l’uomo è spinto all’”omologazione di principio” che è la condizione in cui il lavorare insieme equivale al collaborare. Ciò permette di avere una precisa previsione delle mosse di ogni individuo, in modo da permettere una pianificazione anticipata e maggiormente funzionale dell’apparato sociale stesso. La nostra società agisce rivendicando una “coscienza omologata” in cui si richiede una coscienziosità, cioè una coscienza conformista che si può facilmente controllare ed ottimizzare.
Fin da bambini ci insegnano che il successo è facilmente perseguibile se ci si adatta alle altrui esigenze, e così vengono incoraggiati gli atteggiamenti di imitazione: incoraggiati sia dalla famiglia che dalla società. Quando si manifesta un disagio nell’adottare un atteggiamento imitativo e non ragionato, si viene accusati di non avere quel “sano realismo” che garantisce il successo sociale. Coloro che osano discutere e contestare questa accettazione supina e acritica della vita, sono tacitati con l’accusa di essere dei disadattati, dei bastian contrari o dei contestatori adolescenziali. In realtà, nel mondo odierno, emergono concezioni uniche ed univoche della realtà, a cui ognuno deve aderire o soccombere. Chi si chiama fuori è un emarginato sociale. L’atteggiamento conformista è l’unico che viene accettato, sebbene esso offra catene più solide di quelle della coercizione degli schiavi del mondo antico. Noi tutti siamo schiavi delle comodità e delle opportunità che il mondo ci offre e con cui ci asserve: a quelle catene volentieri offriamo polsi e caviglie. Inutile dire che, al condizionamento offriamo tutta la nostra complicità o perlomeno facciamo mancare il nostro diniego. Gli stessi mezzi di comunicazione mettono in scena delle realtà uniche in cui la visione del mondo è mediamente o molto ristretta e ripetutamente ed ossessivamente riaffermata. Ciò che ascoltiamo è quello che vogliamo sentire, perché è quello a cui ci abituano, perché è quello a cui dobbiamo aspirare. Le differenze individuali sono fortemente penalizzate e il messaggio prevalente è la ripetizione in fotocopia di ideali di vita, di bellezza, di successo, etc. Non abbiamo dei media in cui viene messo in atto un reale scopo di comunicazione, piuttosto vi è una banale e nevrotica ripetizione di stereotipi sociali e culturali. La comunicazione è possibile solo laddove vi sia la reale messa a confronto di esperienze: la convenzionalità e il formalismo sono le principali caratteristiche che vengono accettate e propugnate. In questo modo si incoraggiano le introiezioni di “falsi sé” e s’incoraggia l’individuo ad aderire ad un’idea costruita e falsa di necessità, bisogni ed ideali, ai limiti della schizofrenia personale e sociale. Questa dissociazione si osserva soprattutto a livello corporeo, nella rincorsa ad ideali fisici che spesso sono inadatti o impossibili da perseguire per la persona, ma a cui il consenso sociale condanna ad aderire. Le persone imparano ben presto a travestirsi sotto altre individualità e molto spesso tale travestimento dura tutta la vita. La vita diventa un palcoscenico su cui la persona indossa una maschera sociale e culturale, che gli è stata saldata a viva forza sulle carni fine a diventarne parte inscindibile: il palcoscenico è tutta la vita e tutta la vita diventa un palcoscenico. Il travestimento assume maggiore valore, tanto più garantisce un apparente successo nella vita, nel lavoro o nei sentimenti: è solamente necessario rinunciare al calore dei sentimenti e alle vibrazioni delle emozioni.
Gli spazi privati, confusi con quelli pubblici, diventano tutt’uno nel controllo globale dell’individuo, e quando il disagio all’adattamento conformista diventa troppo soffocante, allora si chiamano in gioco le terapie dell’anima, le psicologie di rito. Nel nostro mondo sono sempre più fortemente emergenti tutte le psicologie dell’adattamento, mentre cadono sempre più in crisi le analisi del profondo, in cui vengono indagate e messe in luce le dissonanze individuali ed esistenziali. Trionfano invece, tutte quelle psicologie in cui viene valorizzato l’essere conforme ed adeguato alla società, in cui ogni conato individualistico risulta sgradito: viviamo in una società omologante in cui la diversità è un fattore di disturbo. In questa società le differenze, le specificità, le competenze e le abilità personali sono guardate con sospetto e fatalmente emarginate. Il travestimento del proprio vero essere è divenuta una moda molto in auge nel nostro tempo, ed è il sintomo di un’epoca in cui, il motto del Tempio di Apollo a Delfi, “Conosci te stesso”, potrebbe essere scambiato per una bestemmia. Le condotte ed i comportamenti sono conformi a quelle che la società ritiene accettabili e le condotte trasgressive vengono ammesse solo se praticate in ambiti estremamente privati e discreti. Le persone vengono così convinte a nascondere il loro vero essere, nella convinzione che la comunicazione di vissuti soggettivi possa essere non compresa e non condivisa dagli altri. L’essere sè stessi, l’essere centrati sul proprio essere, la scarsa adattabilità a condizioni non liberamente negoziate, vengono stigmatizzati come atteggiamenti individualistici perché non funzionali in una società fortemente omologata ed omologabile. Il mascheramento della propria essenza assume il valore di protezione da tali scomodi, si assume quindi la maschera di un non coinvolgimento emotivo che può divenire una fortezza veramente impenetrabile. Il falso sé che si spende a livello sociale diviene brillante ed affascinante solo con lo scopo di continuare ad essere guidato ed apprezzato. Il desiderio di esprimersi, di provare dei sentimenti, di coltivare degli interessi personali, viene vissuto come egoismo ed autocolpevolizzazione, viene soffocato fino a precludersi ogni aspirazione o desiderio di realizzazione e di felicità personale.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami