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martedì 27 dicembre 2016

L'ascolto profondo



“Se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi
non possiamo ascoltare a fondo gli altri.”
(Tich Nhat Hanh)

“Per la maggior parte del tempo la nostra testa è talmente piena di pensieri che non abbiamo spazio per ascoltare noi stessi o chiunque altro. Possiamo anche aver imparato dai nostri genitori o a scuola che dobbiamo ricordare una miriade di cose, dobbiamo tenere a mente una miriade di parole, nozioni, concetti, e pensiamo che questa scorta mentale ci sia utile nella vita.

Ma quando tentiamo di avere una conversazione genuina con qualcuno ci riesce difficile sentire e capire l’interlocutore. Il silenzio consente ascolto profondo e risposta consapevole, le chiavi per una comunicazione totale e sincera. Molti di noi sono semplicemente sovraccarichi. Sembra che non abbiamo spazio per sentire e capire davvero gli altri.

Quando parliamo, naturalmente, stiamo soltanto dicendo ciò che riteniamo corretto, ma talvolta, a causa del modo in cui lo diciamo, l’ascoltatore non riesce ad assimilarlo, quindi le nostre parole non sortiscono l’effetto desiderato di arrecare maggiore chiarezza e comprensione alla situazione. 

Dobbiamo chiedere a noi stessi: «Sto parlando tanto per parlare oppure sto parlando perché penso che queste parole possano aiutare qualcuno a guarire?»

Quando le nostre parole sono pronunciate con compassione, basate sull’amore e sulla consapevolezza di essere legati gli uni agli altri, allora il nostro discorso può definirsi retto discorso. Quando forniamo una risposta immediata a qualcuno, di solito stiamo semplicemente snocciolando le nostre conoscenze o reagendo in maniera emotiva.

Quando sentiamo la domanda o il commento dell’altra persona non ci prendiamo il tempo di ascoltare e guardare a fondo in ciò che ci è stato confidato, ci limitiamo a ribattere con una replica veloce. Ciò non è affatto d’aiuto. La prossima volta in cui qualcuno ti fa una domanda non rispondere subito. 

Ricevi la domanda o la rivelazione e lascia che penetri in te, in modo che chi parla senta di essere stato davvero ascoltato. Tutti noi, ma soprattutto coloro la cui professione consiste nell’ascoltare gli altri, possiamo trarre beneficio dall’esercitarsi in questa capacità; dobbiamo fare pratica allo scopo di farlo bene. 

Prima di tutto, se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi non possiamo ascoltare a fondo gli altri. Dobbiamo coltivare una dimensione spirituale della nostra vita se vogliamo essere leggeri, liberi e davvero a nostro agio.

Dobbiamo praticare allo scopo di ristabilire questo genere di spaziosità. Solo quando siamo riusciti a fare spazio dentro di noi possiamo aiutare davvero gli altri… forse hai incontrato persone del genere, non le conosci nemmeno bene, ma ti senti a tuo agio con loro perché sono serene e rilassate. Non sono già piene dei loro programmi.

Se crei lo spazio dentro di te scoprirai che le persone, anche quelle che magari ti hanno evitato vorranno venire a starti vicino. Non devi fare nulla, né tentare di insegnare loro qualcosa e nemmeno dire qualcosa. Se stai praticando da solo, creando spazio e quiete dentro di te, gli altri saranno attratti dalla tua spaziosità.

Le persone circostanti si sentiranno a proprio agio anche solo standoti intorno, grazie alle qualità della tua presenza. Questa è la virtù della non-azione. Smettiamo di pensare, riportiamo la nostra mente al nostro corpo e diventiamo davvero presenti. La non-azione è molto importante. 

Non è la stessa cosa della passività e dell’inerzia, è uno stato di apertura dinamico e creativo. Dobbiamo semplicemente restare seduti lì, molto svegli, molto leggeri, e quando altri vengono a sedersi insieme con noi si sentono subito a proprio agio. Benché noi non abbiamo fatto nulla, l’altra persona riceve molto da noi. 

Avere lo spazio per ascoltare con compassione è fondamentale per essere un vero amico, un vero collega, un vero genitore, un vero partner. Una persona non ha bisogno di essere un professionista della salute mentale per ascoltare rettamente. In realtà, molti terapisti non lo sanno fare, perché sono colmi di sofferenza. 

Studiano psicologia per diversi anni e sanno una miriade di cose sulle tecniche, ma nel cuore racchiudono una sofferenza che non sono stati capaci di sanare o trasformare, oppure non sono stati in grado di offrire a sé stessi gioia e gioco sufficienti per compensare tutto il dolore che assimilano dai oro clienti, quindi non hanno lo spazio per aiutare in modo efficace.

Le persone pagano un sacco di soldi a questi terapisti e tornano da loro settimana dopo settimana, sperando di guarire, ma i consulenti non possono aiutarli se non sono stati in grado di ascoltare sé stessi con compassione. Terapisti e consulenti sono esseri umani che soffrono come chiunque altro. 

La loro capacità di ascoltare gli altri dipende innanzitutto dalla loro capacità di ascoltare in modo compassionevole sé stessi. Se vogliamo aiutare gli altri dobbiamo avere la pace interiore. Quello di cui tutti noi abbiamo bisogno, per prima cosa, sono rilassatezza, leggerezza e pace nel nostro corpo e nel nostro spirito. Solo a quel punto possiamo ascoltare autenticamente gli altri. 

Ciò richiede un po’ di pratica. Prenditi il tempo, ogni giorno, di stare con il tuo respiro e i tuoi passi, di riportare la tua mente al tuo corpo e ricordati che hai un corpo! Prenditi il tempo, ogni giorno, di ascoltare con compassione il tuo bambino interiore, di ascoltare le cose dentro di te che stanno strepitando per farsi sentire. A quel punto saprai ascoltare gli altri.” (Tich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti ed.)

venerdì 23 dicembre 2016

Un pugno di foglie



“La saggezza non è un prodotto dell’istruzione,
ma del tentativo di acquisirla, che dura tutta la vita.”
(Albert Einstein)

“Un giorno il Buddha tornò dalla foresta con in mano una manciata di foglie di simsapa. Sorridendo, guardò i suoi monaci e disse: «Cari amici, ritenete che le foglie che ho in mano siano numerose quanto le fogli della foresta?» Naturalmente i monaci risposero: «Caro Maestro, tu hai in mano dieci o dodici foglie, nella foresta ce ne sono milioni e milioni!»

Il Buddha disse: «È vero, amici cari, io ho moltissime idee, ma non ve le dico tutte, perché avete bisogno di lavorare alla vostra personale trasformazione e guarigione. Se vi do troppe idee vi bloccate e, a quel punto, non avrete nessuna possibilità di cogliere le vostre intuizioni profonde personali.»

In che modo, dunque, percepire il mondo senza queste idee preconcette? Come considerarlo alla luce della vera consapevolezza? Ci sono tre nature che descrivono il nostro modo di percepire il mondo a vari livelli di consapevolezza: parikalpita, paratantra e parinispanna. La prima natura è parikalpita, le nostre costruzioni mentali collettive.

Noi tendiamo a credere in un mondo solido e oggettivo e consideriamo le cose dotate di un’esistenza autonoma: tu sei al di fuori di me, io sono al di fuori di te. La luce del sole è esterna alla foglia, la foglia non è la nuvola. Le cose sono l’una al di fuori dell’altra. È questo il modo in cui ognuno di noi vede le cose. Ma quel che tocchiamo, vediamo e sentiamo è soltanto una costruzione mentale collettiva: ciò che la maggioranza di noi considera essere la natura propria del mondo è solo la natura di parikalpita.

La persona che ti sta accanto dice di vedere e sentire la stessa cosa che vedi e senti tu? Non accade perché quello è l’unico modo, il modo obiettivo, di vedere il mondo; accade piuttosto perché quella persona è fatta quasi come te e percepisce sostanzialmente le stesse cose che percepisci tu. Sappiamo di non vedere solo con gli occhi: gli occhi si limitano a ricevere l’immagine che poi viene tradotta nel linguaggio degli impulsi elettrici.

Anche i suoni che udiamo vengono ricevuti e tradotti in impulsi elettrici. Suoni, immagini, stimoli tattili e odori sono tradotti tutti in impulsi elettrici che la mente può ricevere ed elaborare. Nel “Sutra del Diamante” il Buddha dice: «Tutti i dharma (oggetti, fenomeni) condizionati sono come un sogno, sono come oggetti magici, sono come bolle nell’acqua, sono come mere immagini, come una goccia di rugiada, come la luce improvvisa del lampo…»

Ciò che riteniamo essere personalità, persone, entità, fenomeni, non sono altro che costruzioni mentali; si evolvono in molti modi diversi, ma sono tutte manifestazioni che provengono dalla nostra coscienza. Sapendo che il mondo in cui viviamo è parikalpita, osserviamo a fondo il mondo della costruzione mentale ed entriamo in contatto con il secondo tipo di percezione, paratantra.

Paratantra significa “reciprocamente dipendenti”, “che si appoggiano gli uni agli altri per potersi manifestare.” Tu non puoi “essere” ossia esistere per conto tuo: hai bisogno di inter-essere con tutto il resto. Osservando una foglia puoi vederci dentro la nuvola e la luce del sole; l’uno contiene in sé il tutto.

Se dalla foglia rimuoviamo quegli elementi, non resta più alcuna foglia. Un fiore non può mai esistere per conto proprio: per potersi manifestare deve contare su molti “elementi non-fiore.” Se osservando il fiore vediamo un’entità separata, ci troviamo ancora nella sfera di parikalpita. Se guardando una persona - nostro padre, nostra madre, nostra sorella, il nostro partner - la consideriamo dotata di un sé (atman) separato, vuol dire che ci troviamo ancora nel mondo di parikalpita.

Per scoprire la natura “vuota” delle persone e delle cose occorre l’energia della presenza mentale e della concentrazione. Grazie a esse passi la giornata in presenza mentale: osservi in profondità tutte le cose con cui entri in contatto, senza più lasciarti ingannare dalla loro apparenza. Guardando il figlio vedi il padre, la madre, gli antenati; vedi che il figlio non è un’entità separata: vedi te stesso come una continuazione.

In altre parole, vedi ogni cosa alla luce dell’interdipendenza e dell’inter-essere, che mostra come ogni cosa, per manifestarsi, si basi su di un'altra. Il fisico nucleare Davide Bohm ha detto che un elettrone non è un’entità a sé stante, ma è fatto di tutti gli altri elettroni. Questa è una manifestazione della natura di paratantra, la natura dell’inter-essere: non ci sono entità separate, ci sono solo manifestazioni che per poter esistere si basano le une sulle altre.

Un giorno, il Buddha disse all’amato discepolo Ananda: «Chiunque veda l’inter-essere vede il Buddha.» Se entriamo in contatto con la natura dell’interdipendenza, entriamo in contatto con il Buddha. È un processo di allenamento: nel corso della giornata, camminando, sedendo, mangiando o facendo le pulizie, puoi allenarti a vedere le cose così come sono.

Alla fine, quando l’addestramento è completato, la natura de parinispanna - la realtà - ti si rivela pienamente, e quello con cui entri in contatto non è più un mondo illusorio, ma è il mondo delle cose in sé. Innanzitutto prendiamo consapevolezza che il mondo in cui viviamo è stato costruito da noi, dalla nostra mente, a livello collettivo.

In secondo luogo, prendiamo consapevolezza del fatto che, se osserviamo in profondità, se sappiamo impiegare la consapevolezza e la concentrazione, possiamo cominciare a entrare in contatto con la natura dell’inter-essere. Infine, quando la pratica della consapevolezza è arrivata in profondità, ci si può rivelare la vera natura della realtà assoluta, spogliata da ogni nozione, concetto e idea, perfino dei concetti di “inter-essere” e di “non-sé.”

Coloro che seguono una pratica spirituale non usano sofisticati strumenti di ricerca ma la propria saggezza innata, la propria luce interiore. La pratica della consapevolezza, della concentrazione e della visione profonda può purificare la nostra mente e farne uno strumento potente con il quale poter guardar a fondo la natura della realtà.” (Tich Nhat Hanh, Camminando con il Buddha, Mondadori ed.)

domenica 23 ottobre 2016

La madre di tutti i buddha



“Voi siete tanti buddha.
In ognuno di voi c’è un buddha.”
(Buddha Shakyamuni)

“In uno splendido passaggio dell’Avatamsakasūtra si descrive il giovane Sudhana alla ricerca della madre del Buddha. Per imparare, il giovane Sudhana si era rivolto, nel tempo, a molti svariati maestri; il suo maestro in origine era il grande bodhisattva Mañjusri, il bodhisattva della Grande Comprensione, che l’aveva incoraggiato ad andare a studiare presso molti maestri diversi, non solo anziani ma anche giovani, non solo buddisti ma anche non buddisti.

Un giorno Sudhana si sentì dire che sarebbe dovuto andare a trovare la madre del Buddha, perché avrebbe potuto imparare molto da lei. Si mise dunque in cerca della madre del Buddha, ma si stancò molto senza riuscire a trovarla. Qualcuno allora gli disse: «Non devi andare da nessuna parte: basta che ti siedi a praticare la consapevolezza del respiro e la visualizzazione, e sarà lei ad arrivare da te.»

Smise dunque di cercarla e si sedette a praticare. All’improvviso dalle profondità della terra vide emergere un loto dai mille petali; seduta su uno di quei petali c’era la madre del Buddha: Mahamaya. Sudhana le si inchinò e subito si rese conto di sedere a sua volta su un petalo dello stesso loto. Ogni petalo si trasformò in un loto intero con mille petali. Vedete, l’uno contiene il tutto. Il loto dunque aveva mille petali. La signora Mahamaya stava seduta su un petalo, e all’improvviso aveva visto quel petalo trasformarsi in un intero loto dai mille petali.

Felicissimo, giunse le mani e alzò lo sguardo sulla madre del Buddha. Fra lei e il giovane Sudhana si aprì una deliziosa conversazione. Mahamaya disse: «Giovane, sai una cosa? L’attimo in cui ho concepito Siddharta è stato un momento meraviglioso. Una sorta di beatitudine ha invaso il mio intero essere. La presenza di un buddha dentro di sé è qualcosa di splendido: non si può essere più felici di così. Sai ragazzo, dopo che Siddharta è entrato nel mio grembo, infiniti boddhisattva sono arrivati da tutte le direzioni a chiedermi il permesso di entrare a far visita a mio figlio.

Infiniti boddhisattva amici di Siddharta, dunque, sono andati a far visita all’amico per assicurarsi che stesse comodo, lì dentro. Entrarono tutti nel mio grembo, a milioni. Eppure avevo l’impressione che se ci fossero stati ancora altri boddhisattva che desideravano entrare, ci sarebbe stato ancora spazio per loro. Giovane, vuoi sapere una cosa? Io sono la madre di tutti i buddha nel passato, sono la madre di tutti i buddha nel presente, e sarò la madre di tutti i buddha nel futuro.»

Ecco cosa disse Mahamaya: «Magnifico. Profondissimo.» Ed è questo il compito della visualizzazione: mostrarti la natura dell’inter-essere, mostrarti la verità che l’uno contiene l’altro. Il più piccolo degli atomi può contenere l’intero cosmo. Chi è Mahamaya, la madre di tutti i buddha? È qualcosa al di fuori di te, o sei tu stesso? Ognuno di noi porta in grembo un buddha.

Mahamaya è semplicemente la donna che ne è pienamente consapevole. Camminando e sedendosi fa molta attenzione perché sa di portare in sé un buddha. Sa che tutto ciò che mangia, tutto ciò che beve, tutto ciò che fa, ogni film che vede, avrà influenza sul figlio. Il buddha Shakyamuni ha detto: «Voi siete tanti buddha. In ognuno di voi c’è un buddha.»

Che tu sia una donna o un uomo, porti in te un buddha. Eppure noi, diversamente da Mahamaya, non prestiamo attenzione a ciò che mangiamo, che beviamo, che fumiamo, alle preoccupazioni, ai progetti, etc. non siamo “madri del buddha” responsabili. Come in Mahamaya, anche in noi c’è molto spazio, non solo per un singolo buddha, ma per infiniti.

Possiamo dichiarare, come Mahamaya, di essere stati nel passato “la madre di tutti i buddha”; possiamo essere la madre di tutti i buddha nel presente; saremo capaci di essere la madre di tutti i buddha nel futuro? Se ti visualizzi come futura madre di un buddha, ogni complesso psicologico svanirà: puoi compararti con la responsabilità di una “madre del Buddha” in modo che il Buddha che è in te abbia la possibilità di manifestarsi per te stesso, per il mondo.” (Tich Nhat Hanh, Camminando con il Buddha, Mondadori)

venerdì 16 maggio 2014

La compassione è intelligente



"Comprensione e compassione sono fonti di energia molto potenti: sono l'opposto della stupidità e della passività. Se consideri la compassione un sentimento passivo, debole o codardo vuol dire che non sai che cosa sia la vera comprensione, la vera compassione. Se pensi che le persone compassionevoli non oppongano resistenza all'ingiustizia, non la sfidino, ti sbagli: sono guerrieri, invece, eroi ed eroine che hanno riportato molte vittorie.

Devi essere molto forte quando agisci con compassione, con non-violenza, quando agisci in base al non-dualismo: in quel momento tu smetti di agire mosso dalla rabbia, non punisci più, non dai più la colpa all'altro.

La compassione cresce di continuo dentro di te e può portarti alla vittoria nella tua lotta all’ingiustizia. Il Mahatma Gandhi era solo un uomo, non aveva né bombe, né fucili, né un partito politico: la sua azione era fondata semplicemente sulla comprensione profonda della non-dualità, sulla forza della compassione, non sulla rabbia.

Gli esseri umani non sono il nemico: l'altra persona non è il nemico. Il nemico è la violenza, l'ignoranza, l'ingiustizia, in noi e nell'altro. Quando siamo armati di comprensione e di compassione, noi non combattiamo contro gli altri ma contro la loro tendenza a invadere, a dominare, a sfruttare. Non vogliamo ucciderli; però non permetteremmo loro di dominare o sfruttare noi o altre persone.

Tu ti devi proteggere. Non sei stupido, sei molto intelligente e comprendi a fondo le cose: essere comprensivi significa essere intelligenti. L'azione non-violenta che nasce dall'amore non può che essere un'azione intelligente. Essere comprensivi non significa soffrire inutilmente o perdere il buonsenso innato. Immagina di essere alla testa di un gruppo di persone che fa meditazione camminata, muovendosi con lentezza e con armonia.

La meditazione camminata genera molta energia, circondando ognuno di calma, solidità e pace; all'improvviso però si mette a piovere. Continueresti a camminare lentamente, bagnandoti fino alle ossa e facendo bagnare gli altri? Non sarebbe intelligente! Sei un buon conduttore di meditazione camminata e la trasformerai in una meditazione della corsa: manterrai viva la stessa gioia che genera la camminata, potrai magari ridere o sorridere, e così facendo dimostrerai che la pratica non è stupida. Puoi restare in presenza mentale anche quando corri per evitare di infradiciarti!

Dobbiamo praticare in modo intelligente. La meditazione non è un atto stupido; meditare non vuol dire seguire alla cieca la persona che ti sta davanti, qualunque cosa faccia. Per meditare devi essere abile e fare un buon uso della tua intelligenza. Essere gentili non significa essere passivi. Essere comprensivi non significa permettere agli altri di calpestarci, lasciarci distruggere. Tu hai il dovere di proteggere te stesso e gli altri." (Tich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia, Mondadori)

sabato 19 febbraio 2011

Procedere consapevolmente


“Non importa quanto sei andato lontano,
se sei su una strada sbagliata:
torna indietro!”

(Proverbio turco)


Nel buddismo si afferma che il vero potere è liberare se stessi e aiutare gli altri a conseguire la liberazione dal potere esteriore delle cose, perchè tutti investiamo la maggior parte delle risorse e delle energie per migliorare solo le condizioni esteriori. Effettivamente ogni cosa è collegata all’altra, per cui è evidente che anche il benessere materiale sia un elemento essenziale per la nostra serenità ma, l’investimento migliore a cui dare la precedenza è il nostro benessere interiore. Senza la quiete interiore ogni traguardo esteriore che possiamo raggiungere non sarà mai sufficiente per godere di ciò che abbiamo conquistato, poiché non abbiamo acquisito la capacità di assaporare quello che è il frutto delle nostre azioni, e questo a prescindere dalla qualità dell‘obiettivo personale.

La presenza mentale, dice Tich Nhat Hanh, possiede l’energia e il potere dell’attenzione piena e totale a ciò che stiamo vivendo, perciò ci dona il gusto di saper vivere bene, ed è l’unica chiave che offre il potere sulla nostra vita perché noi sappiamo come apprezzarla. Conoscendo il valore delle cose, impariamo che dobbiamo prenderci cura di tutto quello che ci circonda, e la cura deve essere adeguata cioè piena e totale, perché essa deve diventare densa come la nostra presenza nella situazione. Nel buddismo viene usata la pratica del camminare, che è una tecnica spirituale importante, ed è una potente forma di meditazione che tutti possono praticare: questo è il modo migliore di fare la pratica, perché una pratica deve essere attuata senza violenza e senza sforzo.

Nel camminare non si lotta con il pensiero ma si entra dolcemente nel piacere rilassato della nostra consapevolezza che procede con noi. Tutti, nel procede fisicamente, camminiamo con i nostri piedi ma, la nostra mente procede sempre altrove, infatti il corpo cammina mentre la mente va nell’altra direzione perché percepiamo la mente e il corpo come sfere diverse mentre, nel buddismo, si cammina integri “con l’intero corpo e con l’intera coscienza.” Se vediamo il corpo e la mente come due cose e due sfere separate, è ovvio che il nostro corpo procede separato dalla mente, ma per il Buddha le due sfere sono inserite una nell’altra: infatti la mente e il corpo sono due facce della medesima medaglia.

Sentirsi come mente e corpo connessi, perciò sentirsi nell’intrico dell'interiore con l'esteriore, ci concentra in noi stessi, perciò sappiamo concentrare anche il peso del corpo che, dalla pianta del piede poggia lentamente con tutta la consistenza del corpo al suolo, perciò noi imprimiamo il nostro peso sulla terra mentre sappiamo che, in ogni contatto con un materiale vi è sia l’aspetto esteriore che l'influsso di forze interne che non riusciamo a vedere. Il nostro respiro procede lento assieme ai passi che si susseguono, e la nostra mente è presente al progredire, perciò avanziamo in piena coscienza. Se ci riflettiamo, tutto il cammino umano è nella qualità dell’impressione del peso e della forza che l'uomo riesce ad imprimere sulla terra pressando con la sua solidità materiale, perciò tutto è dato anche dalla stabilità della nostra gioia di vivere e dalla nostra voglia di essere liberi.

Nell’uomo che procede c’è sempre l’impronta della sua presenza, che è come “il sigillo che imprime un segno su un foglio di carta” dice Tich Nhat Hanh, perché è come “il sigillo dell’imperatore” che ognuno possiede, perché in tutti vive la “natura del Buddha” ossia la piena capacità di essere presente lucidamente a ciò che sta accadendo. Ciò che otteniamo camminando è la consapevolezza che noi siamo vivi, che avanziamo e che nessuno ci può togliere la presenza del Buddha che ospitiamo internamente. Ogni volta che le condizioni della nostra vita si fanno dure, allora arriva il Buddha per camminare al nostro posto, e mentre stiamo per arrenderci, sentiamo la sua grande forza che emerge in noi, ed è la presenza del Buddha che si ridesta, perciò il nostro procedere continua per merito della sua forza che ci trascina.

La pratica del procedere sembra una cosa sciocca, se non fosse una strategia utile per spezzare qualsiasi forma di automatismo per merito del collegamento che viene riattivato tra il movimento fisico e il pensiero come sembra scientificamente certo. Certamente si può camminare per arrivare da qualche parte oppure si può camminare per restare consapevole, e il nostro camminare può divenire anche un’offerta meditativa che possiamo fare a qualcuno. Noi possiamo far camminare qualcuno che non può farlo tramite i nostri piedi, quindi possiamo procedere insieme, che è una cosa molto bella, infatti possiamo camminare per i genitori e per gli antenati che non hanno saputo camminare con la consapevolezza e la presenza dell'intero loro essere.

Nella vita avviene che i cari, i genitori oppure gli antenati non siano riusciti a camminare in pace e in gioia, perché non hanno avuto l’occasione di fare passi felici, e non hanno vissuto con gioia la vita vivendo bene nel momento presente. E’ un vero peccato e un grande dolore sapere che loro non ci sono riusciti, ma non è un motivo sufficiente perchè non dobbiamo riuscirci nemmeno noi, perciò non possiamo permettere che questo ci accada. Allora possiamo usare i nostri piedi come se fossero quelli di chi ha sofferto chiedendo se vogliono camminare con noi vivendo attraverso la nostra vita, infatti possiamo chiedere alla presenza mentale di nostra madre, di nostro padre, o della persona che abbiamo amato nel passato di voler procedere assieme a noi.

Possiamo camminare donando la pacificazione della loro presenza mentale in noi, perché essi vivono in ogni atomo e in ogni cellula del nostro corpo perchè la loro presenza fisica è nostra, infatti i nostri piedi sono di nostro padre, le nostre mani di nostra madre, e gli occhi hanno lo sguardo dei nostri antenati, perciò ci ritroviamo a procedere ricchi delle presenze che sono vive e che vivono tramite noi. Saper fare questa pratica è una cosa eccezionale che infonde grande gioia, poiché sentiamo la forza dei legami fisici e spirituali che scorrono nelle nostre vene: questo ci infonde molto appagamento interiore perché siamo riuniti a coloro che amiamo, e diamo a loro la possibilità di rivivere tramite noi.

Quando saremo bravi sapremo camminare anche per conto del nostro nemico, e questo avverrà quando diverremo consapevoli di coloro che distruggono il nostro paese, che bruciano la nostra casa e che uccidono tutte le persone che ci sono care, e li sapremo vedere come degli esseri inconsapevoli e infelici, perciò sappiamo vederli come esseri ignoranti perchè privi di ogni amore, di ogni compassione e di ogni forma di comprensione. Gli esseri che vivono nella carenza diventano infelici, e la forza della loro infelicità diventa così intensa da non potersi sostenere, perciò essa tracima all’esterno: perciò rendono infelici tutti quelli che si trovano nel loro raggio d'azione.

E' evidente secondo Tich Nhat Hanh che, questi infelici non sono riusciti a creare alcuna gioia e alcuna pace per se stessi perciò non sanno diffonderla nel loro mondo, infatti non hanno saputo come si deve procedere, in quanto il nostro camminare deve essere sempre consapevole del tipo di impatto che si vuole lasciare nel mondo. E’ sicuro che verrà il momento in cui tutti sapremo procedere anche per i nostri nemici, perciò tutti arriveremo al cammino del Budhha che è nel nostro destino, e tutti diverremo dei bodhisattva d’amore, di compassione e di comprensione, perciò intanto iniziamo imparando da subito a camminare con presenza almeno a noi stessi.

Buona erranza
Sharatan