lunedì 18 novembre 2013

I quattro devoti



Un giorno, quattro devoti andarono in moschea per pregare. Si prostrarono e iniziarono a recitare le lodi all’Altissimo con intensa devozione. Ad un tratto passò il muezzin, perciò uno dei quattro interruppe la preghiera per chiedere: "Per caso hai già cantato l’appello alla preghiera? C’è ancora tempo oppure è già tardi?” Quando uno degli altri vide che il primo aveva parlato, si sentì obbligato a intervenire: “Ma cosa dici? Ti rendi conto che hai interrotto la recita del takbir e che hai resa vana la preghiera?”

A quel punto, interviene tutto inviperito anche il terzo devoto per dire a quello che aveva rimproverato il primo: “Ma tu perché non stai zitto? Perché non metti in pratica quello che dici?” Allora anche il quarto parlò, infatti volse gli occhi beati al cielo e pregò: “Sia lode all’Altissimo, lode al Misericordioso che non mi ha fatto perdere nelle tenebre! Per fortuna io non sono nel peccato come questi sventurati!” Chiaramente, si è capito che le preghiere dei devoti furono sciupate.

Questo racconto iniziatico è tratto dal Mathnawi di Rumi. La storiella insegna che ognuno è veloce a rimproverare gli altri e tende a non vedere le proprie pecche. Nella storia tutti sono impegnati a criticare gli altri ma, in realtà, ognuno cade in un errore ancora più grave di quello che rimprovera. I quattro sentono un maggiore desiderio di rimproverare l’errore piuttosto che prestare attenzione alle proprie azioni.

Nella vita, dice Rumi, è beata l’anima che sa vedere le proprie pecche e che si sforza di rimediarle. Beato è colui che ricorda che tutti gli uomini sono per metà viventi nel regno del male, e per metà nel regno della luce invisibile. In verità, non dovremmo mai avere la presunzione di gridare in faccia agli altri i loro errori, se non sappiamo rimediare ai nostri.

Se le cose della vita non vanno bene, dobbiamo cercare le cause, primariamente in noi stessi. Solo dopo aver fatto un'introspezione sincera e profonda, possiamo chiedere l’aiuto del Signore. Molti pensano di aver sempre ragione e credono che il torto sia sempre negli altri, ma nessuno è mai al sicuro dagli errori.

Prima di sbagliare anche Iblis, l’angelo caduto che divenne demonio, seppe vivere in pace con Dio. Iblis deriva da “abrasa” che significa “cadere nella disperazione,” perché è la disperazione che fa sbagliare. Molti non reggono la disperazione, perciò sbagliano. Se non abbiamo mai sbagliato, la nostra purezza diverrà un buon esempio. Ma, se il tuo prossimo ha bevuto quel veleno, tu rammenta solo lo zucchero che prima si trovava in lui.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 13 novembre 2013

Il segreto della felicità



“Non c’è dovere più sottovalutato di quello di essere felici.
Quando siamo felici, seminiamo nel mondo anonimi benefici.”
(Robert Louis Stevenson)

“Il segreto della felicità sta nella scelta dei nostri pensieri, o piuttosto nella direzione della nostra attenzione, istante dopo istante. L’infelicità viene dall’automatico concatemento dei pensieri infelici, istante dopo istante. L’infelicità consiste nel giudicarsi felice o infelice, nel domandarsi se si è felici o infelici. Si è felici se si vive nell’istante, in piena coscienza, fuori da ogni giudizio.

L’occhio della coscienza discriminante discerne senza sosta l’assenza completa della “realtà oggettiva” delle cause del nostro dolore e il carattere illusorio della sofferenza stessa: il concatenamento meccanico dei nostri turbamenti e dei nostri pensieri.[…]

Ciò che ci fa male non sono i nostri pensieri ma, ancora di più, i giudizi che diamo sui nostri giudizi. Diamo un taglio netto alle associazioni automatiche di pensiero, ai concatenamenti di pensieri dolorosi e torniamo sul campo alla semplicità dell’istante.

Non si scelgono i propri pensieri, ma si può decidere di non crederci. Colpevolizzarsi per un pensiero cattivo significa aggiungere sofferenza alla sofferenza. Siamo responsabili dei nostri sogni? No. Ma quando l’incubo diventa troppo doloroso è bene svegliarsi: non era altro che un pensiero.

I nostri pensieri, le nostre emozioni: agitazioni di neuroni, flusso di ormoni. Niente di solido. Perché fidarsi?

Emozioni come la gelosia, per esempio, o alcuni fantasmi dolorosi, rinascono instancabilmente, come la gramigna. Come estirparli? Come cacciare questi demoni divoranti? Come acquistare la pace dell’anima? Ricordati che si tratta di illusioni formate dalla tua mente, di un prodotto del tuo pensiero.

Potresti dirigere la tua attenzione verso altre rappresentazioni oppure aprirti a ciò che i tuoi sensi ti offrono in questo istante. Immaginando un dolore che presumi falsamente provenire dagli altri, paragonando ciò che è a ciò che dovrebbe essere, ti stai torturando. Non smettiamo mai di produrre immagini, pensieri, emozioni che ci fanno soffrire.

Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere, per di più illusionisti e bugiardi. I muri e gli strumenti di questa stanza di tortura personale che a volte è la nostra mente non sono che pensieri, ricordi, timori, immagini che non corrispondono a niente di attuale, niente di veramente presente qui e ora.

È facile dissolvere l’invidia. Ricordati che nessuno possiede mai un oggetto. Ognuno vive solo di istanti successivi. Non possediamo mai altro che secondi d’esperienza che svaniscono non appena vissuti. L’invidia è dunque, alla lettera, senza oggetto, poiché la persona invidiata esperisce solo un secondo dopo l’altro, proprio come te e come tutti.

L’unica differenza tra gli esseri sta nella loro capacità di aderire con gioia al divenire. Risiede nella loro più o meno grande propensione a comparare costantemente l’esperienza a “ciò che dovrebbe essere.” Invidiano produci la tua stessa sofferenza a partire da niente.

La sofferenza non deriva dal fatto che non hai ciò che un altro possiede (a questa stregua saresti sempre e necessariamente infelice, poiché c’è sempre qualcuno che possiede qualcosa che tu non hai.) La sofferenza proviene dal fatto che pensi che lui, o lei, possiede ciò che tu non hai.

Quand’anche otteniamo ciò che desideriamo di più, possiamo ancora soffrire terribilmente, non fosse altro che a causa del ricordo della nostra frustrazione precedente. A causa dell’idea che non abbiamo avuto l’oggetto nel momento in cui abbiamo iniziato a desiderarlo, a causa di tutto il risentimento, tutto il dolore che la mancanza e il desiderio insoddisfatto hanno provocato.

A causa della rappresentazione che una parte della nostra vita è stata irrimediabilmente privata di ciò di cui avevamo bisogno… o a causa della nascita di un nuovo desiderio. Ma in realtà il passato non esiste e ora soffriamo mentre dovremmo godere. E nel passato dobbiamo la nostra infelicità solo alla nostra assenza poiché ci siamo consumati nel desiderio invece di godere dell’istante.

Lui possiede ciò che io non ho. Io possiedo ciò che loro non hanno. Lui è più bello, più forte, più felice di me. Si divertono mentre io lavoro. Io valgo meno di … Valgo più di … Sono più felice di … Sono più intelligente di … Sono migliore di … Per ognuno di questi pensieri le nostre anime sanguinano. Il paragone è l’artiglio del diavolo.

Il paragone e l’accumulo sono riflessi intimi della mente. Ogni volta che li osserviamo funzionare ricordiamoci che l’istante presente è l’unica cosa che esiste realmente e che non si cede né all’uno né all’altro. Senza sosta, nella nostra testa, una piccola voce quasi impercettibile, ma instancabile, ostinata, ci critica, ci semina il dubbio.

Passiamo il nostro tempo a scalzarci insidiosamente. Non che occorra esaminarsi, prestare attenzione ai nostri atti e ai nostri stati mentali ma, per l’appunto, sembra che questa voce di critica incessante ci sottragga all’attenzione. Il che le permette di compiere con più tranquillità il suo lavoro di demolizione.

Sfugge all’attenzione perché “l’io” è proprio ciò che non smette di dire a mezza voce: “Non dovresti … fai male … dovresti invece … etc..” Questa voce maledetta che si è stabilita al centro del nostro essere usurpa il posto dell’anima, si fa passare per lei. Ma invece di una natura di scintilla ha il carattere di una doccia fredda che ci sfinisce. Siamo diventati questa doccia fredda.

Ci stupiamo di non incontrare più il calore e la luce del fuoco quando l’ego che abbiamo alle spalle, quando il parassita che ci abita nel petto fa professione di spegnerlo. Tutti coloro che ci criticano, ci colpevolizzano, ci demoralizzano si appoggiano su questa voce che tradisce la nostra vita dall’interno.

Peggio: le circostanze e le persone che ci opprimono traducono questa voce nel mondo “esterno” e la materializzano. Inutile farla tacere. Accontentiamoci di sentirla in maniera distinta e di riconoscerla per ciò che è: il nostro incubo nemico. Perde il suo potere dal momento in cui viene riconosciuta.

Ascolta il tuo discorso intimo. Cosa c’è di nobile nel coprirsi di vergogna, nel giustiificarsi, nel criticare gli altri, nel calcolare i propri beni? Molla la presa su tutto questo e comincia ad amarti, ad amarti esattamente per come sei. Abbandona la sofferenza.

Che atmosfera domina nel tuo intimo? Osserva senza sosta. Senti l’odore della tua anima. […] Quasi sempre la sofferenza è astratta, viene dal paragonare ciò che è e ciò che non è, ciò che abbiamo e ciò che hanno gli altri, il presente, il futuro o il passato. Ricordi che fanno male, fantasmi torturanti, scene immaginarie o instancabilmente rimuginate …

Eppure respiriamo, sentiamo, pensiamo, partecipiamo al miracolo della vita. se solo potessimo fare attenzione per un attimo alla grazia di vivere. Il pensiero ci porta a soffrire. Ci porta all’avidità, all’aggressione, alla paura, alla speranza, all’illusione … Se ci accontentassimo di sentire eviteremmo molto naturalmente la sofferenza. Affrancandoci dai nostri pensieri ci liberiamo dalla paura.

Il problema non sta nel raggiungere il risveglio. Questo comporterebbe immediatamente la speranza di arrivarci, la frustrazione di non esserci ancora, la paura di esserne separati per sempre. Il problema sta nello smettere di soffrire ora e, dunque, per esempio, di smettere di nutrire questo pensiero che non siamo risvegliati.

Non appena lasciamo cadere un pensiero, un problema, un dubbio, una paura, per tornare al presente, siamo risvegliati. Il risveglio consiste nel mollare la presa anche sul risveglio.” (Pierre Lévy - Il fuoco liberatore - Sassella ed., 2006)

domenica 10 novembre 2013

Il libro del bambù



“Ciò che sei stato o sarai – non sei.
Solo ciò che sei – tu sei.”
(Ryokai da: "Il libro del bambù")

Obuto Nisan, dopo la morte della giovane moglie a causa di una pestilenza, decide di evitare la compagnia dei suoi simili e chiede al daimyo Bonzon di essere nominato guardiano delle piantagioni più lontane di bambù, sul monte Shito. Da allora vive sul monte Shito, tra le piante di bambù, credendo di averne penetrato l’anima.

Così Nisan diventa il più grande esperto di bambù e il suo unico contatto con gli esseri umani sono i monaci zen del vicino monastero di Dabu-ji, e il samurai Ishi che gli consegna la paga, una volta l’anno. Ma un giorno, dopo aver abbattuto un grande bambù pericolante, Nisan sente una voce che esce dal suo fusto e una bimba esce dalla pianta. La bimba dice di chiamarsi Kaguyahime, di non avere nessuno al mondo perciò di essere venuta a vivere con lui, se per lui andava bene.

Nisan prende in fretta una decisione e risponde che l’avrebbe presa in casa e trattata come una figlia. Mentre tornano verso la capanna, la bimba gli prende la mano e Nisan sente che lei è ormai sotto la sua protezione. Malgrado abbia solo 10 anni, Kaguyahime si mostra esperta in tutti i lavori domestici e, come per miracolo, trasforma la capanna di Nisan in una bella casa accogliente. Nisan è al settimo cielo perché sente una pace e un’armonia che non conosceva da molto, perciò dimostra in ogni modo la sua gratitudine. Lei, da parte sua, nota ogni sua piccola premura e ricambia il suo affetto.

Quando i monaci zen vengono in visita, la bimba serve il tè, perciò i monaci notano la sua riservatezza e le chiedono di partecipare alla loro conversazione. La bambina si dimostra acuta e ben educata. Da quel giorno, Nisan nota che tutti lo cercano spesso, perché la bambina è diventata una curiosità e un'attrattiva per la grazia e la sua grande bellezza.

Molti vengono a vedere la ragazza, e quando cresce la sua bellezza diventa un’attrazione troppo onerosa, infatti le visite diventano una vera seccatura. Il via vai di curiosi è continuo, perciò Nisan viene continuamente distratto dai suoi studi. Assieme a Kaguyahime, Nisan decide che non avrebbe ricevuto più nessuna visita, tranne quelle dei monaci e dell’intendente di Bonzon, almeno finché la ragazza non avesse avuto 20 anni.

Kaguyahime non vuole lasciarlo, perciò la vita riprende il suo andamento. Trascorsi gli anni, molti vogliono sposare la bella Kaguyahime e perfino il principe Go-Do chiede la sua mano. Kaguyahime non è affascinata dai titoli, perciò chiede al principe di risolvere il quesito di contare tutte le stelle del cielo se vuole averla in sposa.

Il principe tenta, ma poi rinuncia perché l’impresa è impossibile. Nisan capisce che Kaguyahime inventa ogni pretesto per non lasciarlo. Tutti i pretendenti vengono scartati, poiché tutti gli enigmi che lei propone sono impossibili da risolvere. Kaguyahime è inespugnabile persino per lo shogun, Oson il Giovane, che viene trattato come gli altri pretendenti.

Anche lo shogun sopporta l’umiliazione del quesito impossibile, infatti gli viene chiesto di nominare le 1.200 specie di bambù esistenti in India, in Cina e in Giappone. Nisan non lo può aiutare, perciò lo shogun cerca la risposta per 1 anno intero senza tornare mai nella capitale. Governando a distanza, Oson mostra una scarsa attenzione al governo, perciò si trova a fronteggiare l’insurrezione dei suoi infedeli vassalli.

Quando Oson sta per partire, chiede di parlare all’amata, si mostra devastato e confessa il suo eterno amore giurando che non avrebbe mai sposato altre donne. Lei resta scossa dal suo affetto e decide di rivelargli la verità. Rivela che, alla prossima luna piena, le sue guardie sarebbero scese dalla luna e l’avrebbero riportata nella sua dimora originaria. Oson decide che partendo, avrebbe lasciato duemila samurai fedeli per impedire la sua partenza.

Ma tutto è vano, perché la Principessa del Chiaro di Luna svanisce nella prima notte di luna piena. Per il dolore il vecchio Obuto Nisan non si rialza più dal suo letto, e poco dopo muore. Mentre lo shogun cerca inutilmente di fermare gli insorti e, prima della sconfitta definitiva, brucia tutte le sue onorificenze e brucia anche l’ultima lettera che Kaguyahime gli ha lasciato.

E così che comincia “Il libro del bambù” di Vladislav Bajac. L’autore è nato a Belgrado ed è un giornalista, un poeta e un traduttore. Molte sue opere sono state premiate e tradotte in molte lingue, e questo è il suo primo romanzo edito da Besa editrice. A mio parere è un ottimo romanzo, perché narra una storia bellissima che inizia con l’improvvisa comparsa e la scomparsa misteriosa della bella Kaguyahime.

È il racconto di una vicenda appassionante in cui s’intrecciano i destini di potenti signori e di umili monaci zen. Ci sono samurai infedeli che nascondono segreti che l’onore impedisce di dire. Vedremo compiersi il destino dei servi infedeli e dei misteriosi studiosi del bambù, ma certamente nessuno di loro è veramente quello che sembra essere.

Il racconto è anche un pretesto per conoscere la cultura cinese e giapponese se non si conosce. Perciò lo raccomando a tutti, ma lo raccomando soprattutto agli appassionati di culture orientali. È un libro ottimo per quelli che conoscono le arti orientali, ma anche per quelli che non le conoscono e che potranno iniziare a conoscerle in modo molto piacevole.

Buona erranza
Sharatan



giovedì 7 novembre 2013

Un luogo armonioso



“Mutando riposa.”
(Eraclito di Efeso)

Se parliamo di pace è certo che tutti diranno che la pace è una cosa meravigliosa e che andrebbe stabilita sulla terra. È sicuro che la pace è un bene auspicabile per tutti e che l’umanità ne ha bisogno più di ogni altra cosa. Ma dove possiamo cercare le condizioni per realizzare questa condizione magnifica?

La pace è come la storia dei topi che si radunarono per discutere su come trovare il modo di proteggersi dalla ferocia del gatto. Dopo aver discusso a lungo, il topo più saggio disse: “Bisogna appendere un campanello al collo del gatto. In questo modo, quando lui verrà per mangiarci, noi sentiremo il suo suono e potremo scappare!”

I topi possono essere molto intelligenti, infatti l’idea era veramente geniale. Ma, quando si venne al dunque, cioè quando si trattò di decidere chi dovesse andare dal gatto per attaccargli il campanello, non si trovò nessuno disposto a farlo. Ecco, la storia della pace nel mondo assomiglia alla storia del campanello del gatto, dice il maestro Omraam Mikhael Aivanhov. La pace è uno stato mentale, e se le persone non trovano la pace nella mente, nessuna pace potrà arrivare.

La pace non è uno stato che si può comandare o avere in modo meccanico, perciò si potrebbe convenire sul fatto che non può giungere veloce ciò che non si conosce o comprende. La pace è il risultato della nostra sintesi di qualità e di virtù, perciò la pace è il segno che tutte le nostre funzioni e attività sono equilibrate ed armoniose. La pace è la conseguenza dell’armonia interiore, perciò se viene dal buon funzionamento dell'interno, è sicuro che non si può trovare all’esterno.

Se cerchiamo la pace non possiamo mantenere degli affanni interni o delle afflizioni che ci fanno essere tristi o in continua agitazione. La pace è una condizione interiore e dipende dall’atteggiamento dell’individuo, perciò verrà quando tutti gli uomini conosceranno se stessi e renderanno il loro mondo interiore un luogo armonioso.

La pace è il prodotto di un duro lavoro interiore, perciò bisogna conoscere gli elementi, i mezzi, i metodi che possono produrla in realtà, perché costruire la pace è una vera scienza. Cristo, nel Sermone della Montagna, disse che i costruttori di pace avranno la beatitudine perché costruire la pace è un’arte molto difficile.

La pace è una condizione interna perciò non si ottiene facendo la guerra all'esterno, infatti è dentro di noi stessi che dobbiamo eliminare le condizioni che ci mantengono in guerra. Il vero campo di battaglia è sempre il mondo interno, perciò per essere in condizioni di pace è necessario pensare bene, sentire bene e bene agire. L’uomo è quello che mangia, diceva Feuerbach, un grande filosofo materialista dell’Ottocento, e anche nella spiritualità si crede la stessa cosa.

Il nostro organismo deve essere nutrito da cibi di buona qualità se vogliamo che le sue funzioni siano sane, perciò anche i desideri, i pensieri e le azioni devono essere buone come cibi sani. Non possiamo digerire dei cibi tossici, infatti il corpo ne sarebbe avvelenato, perché causano disordine nel nostro sistema: ecco come si perde la pace!

Per capire come costruire la pace dobbiamo pensare a come si costruisce una casa. Dobbiamo pensare che la casa si costruisce pensando al progetto cioè con l’idea dell'architetto. Si costruisce prima nel mondo delle idee perciò nel mondo invisibile, e poi si disegna il progetto sulla carta perciò si materializza il disegno della casa sul piano fisico.

Chi potrebbe pensare che questa cosa così ovvia possa avere una sfumatura così profonda e ricca di implicazioni tanto utili? Dunque, fatto il disegno si devono scegliere i materiali e poi si trovano gli operai per costruire e mettere in opera il progetto. Tutto questo avviene in tre momenti: il piano, la ricerca di materiali e la costruzione.

Iniziando a costruire si gettano le fondamenta e poi si procede erigendo le mura e finendo con il tetto. Per fare l’esterno della casa si procede dal basso e poi si procede verso l’alto. Ma poi, rifinendo gli interni si procede all’inverso, perché si rifiniscono i soffitti e le pareti e poi si procede fino ai pavimenti.

E così avviene anche quando si ripulisce e arreda una casa prima di abitarla, infatti si ripulisce dall’alto e poi si pulisce in basso. Il maestro Aivanhov dice che la tecnica architettonica è una tecnica di lavoro spirituale, infatti Dio è chiamato anche il grande Architetto.

La costruzione insegna come lavorare sulle due correnti dell’evoluzione e dell’involuzione. Questa tecnica è suggerita anche dai due triangoli che s’interpenetrano e formano la stella a 6 punte del Sigillo di Salomone. Esso mostra che, come Dio ha proceduto per costruire l’universo, così dobbiamo lavorare noi: insegna che non dobbiamo applicare gli stessi principi alla vita esteriore e alla vita interiore. Nel piano fisico dobbiamo lavorare procedendo dal basso verso l’alto. Invece, nella vita interiore, dobbiamo lavorare cominciando dall’alto e andando verso il basso.

Concretamente, si vuole insegnare che, nel piano fisico, dobbiamo usare le leggi dell’evoluzione, perciò vedere il lato solido e materiale per giungere a vedere, poco a poco, le cose più sottili. Per contro, sul lato psichico e interiore dobbiamo cominciare dal lato più sottile e luminoso, dal lato divino, per finire con ciò che è più visibile, tangibile e concreto.

Questo è l’ordine che va dato al nostro lavoro. Per riuscire, nella vita materiale, dobbiamo costruire concretamente. Sulla terra vanno costruite cose dalla base solida e resistente, perché per costruire nel mondo invisibile dobbiamo avere una struttura solida altrimenti tutto crolla.

Come vediamo, le regole costruttive del mondo materiale e del mondo invisibile funzionano con movimento opposto. È certo che, per costruire progetti spirituali di ampio spessore è necessario che le cose siano costruite per anni e anni, nella nostra testa, prima di essere attualizzate e riconosciute. E quanti casi di geniali inventori e di scienziati pionieristici possono confermare questo?

È necessario molto tempo perché le grandi cose siano realizzate, perciò bisogna lavorare molto affinché, un giorno giunga una pace meravigliosa. Bisogna lavorare molto a lungo e agire con molto anticipo, perché il nostro movimento assomiglia a quello che fece Dio per attualizzare la sua creazione.

Secondo i grandi saggi, l’Assoluto si è manifestato uscendo da Se Stesso, perciò Egli uscì manifestando l'involuzione del processo di discesa. Poi avvenne il movimento di ritorno e si avviò il movimento contrario. Con il moto ascendente, Egli rientrò in Se Stesso, e questo movimento è quello che vediamo nell’evoluzione.

Questi due processi avvengono in milioni di anni, infatti periodicamente avvengono entrambi i movimenti. Entra in azione un movimento che parte dal centro e si dirige verso la periferia, poi avviene un secondo movimento che, parte dalla periferia e si dirige verso il centro. Il primo movimento è lo stesso con cui fu creato l’universo con i suoi centri e poteri, con tutti i suoi pianeti e i suoi soli. Cosmicamente vediamo che l’involuzione è precedente all’evoluzione.

L’involuzione è un processo di materializzazione, invece l’evoluzione è un processo di smaterializzazione. Questi due processi sono la base di tutti i cicli naturali, infatti si susseguono uno con l’altro e si producono continuamente. Nell’incontro dei movimenti di discesa e ascesa, vediamo tutti i fenomeni della vita con le sue forme.

Non esiste alcuna opposizione tra spirito e materia, perché esistono solo delle forme diverse di vita. Gli esseri dotati di coscienza e di sentimento sono collocati su una scala che va dall'essere più alto al più basso, essi si diversificano solo per la loro distanza dal centro. Le forme di vita diventano sempre più sottili, mano a mano che andiamo verso il centro, e diventano sempre più materiali, mano a mano che andiamo verso la periferia.

Tutte le forme circolano, sia quelle che si spiritualizzano che quelle che si materializzano. E questo meccanismo spiega l'evoluzione e l'involuzione che coinvolge le due correnti che formano l’uomo. La forma del corpo possiede lo stesso movimento del cosmo, perché la testa è legata al segno zodiacale dell’Ariete. Poi vediamo che il collo è legato al Toro, e così fino ai Pesci che governano i piedi. Perciò vediamo che la forma del corpo mostra il movimento cosmico dell’involuzione.

Quando lo zodiaco risale, nel punto vernale, dai Pesci va in Acquario e così via mostra la risalita evolutiva. Tutto il cosmo segue la discesa della materializzazione e l'ascesa della smaterializzazione. Tutto in noi è perenne movimento, perché le costellazioni interne sono anche i campi psichici interni. Anch'essi governano perché ci condizionano le assonanze e dissonanze, perciò condizionano le nostre strutture e funzioni mostrando l'intreccio degli influssi cosmici con l'interiorità umana.

Il corpo fisico non ha una disposizione statica, perché siamo sempre percorsi dal movimento del sangue, degli umori e delle correnti nervose che attraversano il corpo. Nello stesso modo le nostre forze ed i sentimenti vengono più o meno eccitati oppure indeboliti a seconda del movimento delle correnti che ci percorrono andando verso il cuore e il cervello. È nel cuore e nel cervello, in cui le correnti s'incontrano, che dobbiamo fare la sintesi. Solo allora quelle forze si compenetreranno reciprocamente e armoniosamente, perciò smetteranno di fare la guerra, e avremo la pace.

Nel mondo invisibile è necessario lavorare continuamente sulla nostra natura, senza vantarsi e senza essere orgogliosi di quello che raggiungiamo. Avere una casa interiore significa avere certezze interiori. Se siamo saldi interiormente possiamo essere comprensivi, amabili e umili, e anche acuti, intelligenti e un po’ psicologi perciò diventare superiori alle stupidità che vediamo e sentiamo.

Dobbiamo imparare a cedere davanti a quelli con cui non ha senso arrabbiarsi, perché restiamo agitati e smagnetizzati per tutta la giornata. Perciò usiamo l'intelligenza e l'indulgenza nelle discussioni, perché sono qualità impagabili. Perlopiù prevale l'orgoglio e si dice che essere cedevoli è umiliante, perciò si preferisce essere nervosi e agitati. Invece dovremmo pensare che si guadagna meglio a cedere piuttosto che diventare rigidi e ottusi.

La costruzione della casa insegna che le parti alte vanno arredate per prime, perciò i lampadari sono la luce dell’intelligenza. Perciò lavoriamo per costruire la saggezza, l’intelligenza e la conoscenza che sono doni dell’alto, poi coltiviamo il sentimento e, quindi si potrà agire. Nella vita bisogna pensare prima di fare, perciò dobbiamo valutare, idealmente, le conseguenze delle azioni. Solo dopo una profonda riflessione si traggono le conclusioni e si agisce al meglio.

Attualmente si vedono molti materialisti che non apprezzano il valore del pensiero puro e nobile perché non vedono i valori invisibili, ma si vedono anche molti spiritualisti che vogliono conquistato il piano superiore per dirigere il piano inferiore. In futuro, dice Aivanhov, saremo persone che sapranno lavorare con entrambi le correnti, perciò saremo beati sia in Cielo che in terra.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 4 novembre 2013

Una vibrazione particolare



“La nostra natura sta nel movimento;
il completo riposo è la morte.”
(Blaise Pascal)

Secondo Yogananda, lo Spirito Supremo è Uno mentre uno spirito individualizzato è una vibrazione. Tutto quello che esiste è in continua vibrazione perché è così che lo Spirito Supremo, sempre immobile, crea l’apparenza di una realtà separata da Se Stesso. Perciò come le pale del ventilatore ruotano velocemente creando l’illusione del disco solido così la Vibrazione Cosmica, nella sua infinita varietà di rapide vibrazioni, dà l’impressione di sostanza, di varietà e di solidità.

Tutto quello che sembra solido, perciò anche la roccia è vibrazione di energia perché tutta la materia è composta da spazio. Gli antichi rishi erano veggenti che sapevano come alcune vibrazioni possono armonizzare gli uomini con certi livelli di coscienza, perciò idearono dei riti e delle pratiche che sono adatti a ottenere lo scopo.

Secondo Yogananda, dei mantra particolari recitati adeguatamente, possono farci raggiungere una consapevolezza superiore. Tutta la materia è una vibrazione, perciò più diventiamo consapevoli di questo, più riusciamo a elevarci spiritualmente. Nella Bhagavad Gita si narra che la manifestazione iniziò da stati vibratori che divennero materie visibili.

Tutte le cose nacquero dal potere vibratorio dell’Aum cosmico che trasformò il caos in cosmo. La creazione è il prodotto di tre divinità ossia di Brahma che è la vibrazione creativa dal suono alto, di Vishnu che è la vibrazione conservativa dal suono medio, e di Shiva che è la vibrazione che distrugge e dissolve con un suono basso e roboante.

Tutte le cose nascono della stessa vibrazione, perciò l’espressione “Tat twam asi” ricorda che tutti nasciamo dalla Coscienza Cosmica. Yogananda dice che l’ego è “l’anima identificata con il corpo,” e che l'identificazione illusoria ci fa agire come se il mondo fosse reale. Lo Spirito originale è Uno, mentre uno spirito individualizzato è una vibrazione particolare che esprime una potenzialità dell’Unico Essere Originario.

Uno spirito è una vibrazione che assume un corpo, e che impara dall'esperienza di vivere in quell'involucro. Ci evolviamo quando eleviamo la frequenza di vibrazione, e quando la trasformazione eleva tutto l'essere. Uno spirito non prende il corpo ma plasma un corpo, perché uno spirito deve animare un corpo fatto di 3 involucri ossia dell'involucro fisico, emotivo e mentale.

Plasmiamo il corpo anche se non lo sentiamo come il più adatto a ospitare la nostra vibrazione. Abbiamo sempre la capacità di sentire la qualità vibrazionale del corpo che usiamo, perciò esso può diventare il luogo più adeguato alla nostra coscienza. Non c'è un corpo sempre adatto e adeguato, perché non esiste un corpo che sia indifferentemente adatto per ognuno.

Tutte le caratteristiche fisiche, emotive o mentali diventano limitanti, poiché l'esistenza materiale risente sempre delle forme che assume. Questo avviene perché la materia deve limitare lo spirito. Non sappiamo il perché, ma alcuni sanno esprimere meglio le loro qualità mentre altri le esprimono peggio. Ma tutti possiamo ampliare la propria capacità espressiva se sanno fare un ampliamento della frequenza di vibrazione.

Ognuno ha un corpo fisico, un corpo emotivo e un corpo mentale che può migliorare, sia nella crescita che successivamente. Un bambino impara a usare i suoi sensi fisici, perciò usa le emozioni per strutturare il corpo emotivo. Poi impara a sviluppare anche il pensiero per avere un corpo mentale adeguato.

Il bambino sa pensare fin dalla nascita, ma il suo pensiero è indifferenziato perché dipende dai sensi, dalle emozioni e dai pensieri, e le 3 realtà si mescolano insieme. Lo sviluppo del pensiero dialettico e della capacità esplorativa della mente che sa espandersi oltre i limiti del corpo richiedono un maggiore livello di sviluppo.

Uno spirito non solo entra nel corpo, ma coordina e guida l’attivazione della carne; questa è la realtà dell’incarnazione. Attivare un corpo non significa crescere in esso, ma significa svilupparsi seguendo un progetto che diventa chiaro nel momento in cui diventiamo consapevoli del nostro essere e della nostra natura.

Lo spirito sa usare e attivare la carne, ma tende a usarla come in passato con l'uso strutturato nel passato: è questo che va superato! I 3 corpi creano i 3 mondi che vivono al nostro interno, perciò essi sono presenti in tutti gli uomini. Ma quei mondi diventano un problema per chi non sa sentire l'armonia, perciò essi diffondono vibrazioni disarmoniche.

Ogni spirito attiva in uno specifico modo il suo mondo, perciò la vibrazione che emette è il prodotto del modo in cui ha vivificato i suoi involucri. Uno spirito s'incarna per evolvere con le sue esperienze, perciò il suo modo di risuonare crea una certa frequenza.

Che significa che uno spirito fa risuonare diversamente i suoi corpi? Attivare è il fenomeno con cui la vibrazione dello spirito agisce sulla struttura della materia, perciò attiva i suoi elementi fondamentali. Quando lo spirito s'incarna esprime con la vibrazione quello che esso ha consolidato nel passato, perciò esprime la vibrazione che è tipica della sua maturazione.

Manifestiamo sempre la tonalità che abbiamo prodotto, perciò la qualità degli involucri che usiamo viene condizionata dal lavoro che abbiamo realizzato su essi. Il lavoro evolutivo ha maturato un sentire, un pensare e un modo di essere che sono sempre la conseguenza del nostro passato.

Però alcuni hanno imparato a fare vibrazioni armoniche, mentre altri sono disarmonici, perché non tutti imparano subito a creare l'armonia. Infatti, se arriva una disarmonia dobbiamo subito impegnarci per equilibrarla e ricomporla. Ma non tutti sanno come ridurre le loro carenze, perciò non sanno far vibrare i loro corpi in modo migliore rispetto che nel passato.

S'ignora che anche lo spirito tende a ripetere i sentieri che conosce, perciò tende a rifare quello che fa. Quando l'azione, l'emozione e il pensiero lasciano la loro traccia, molti tendono a percorrere quelle orme. Ma, se non facciamo il cambiamento di azioni, di emozioni e pensieri siamo condannati a rifare sempre gli stessi errori.

L’energia, la vibrazione e la trasformazione sono i pilastri dell’evoluzione cosmica e dell'evoluzione individuale. L’energia stimola la trasformazione perché cambia lo stato dei corpi dalla fase negativa a quella positiva, perciò trasforma una cosa non buona in una cosa migliore. L’energia è la possibilità che avvenga il cambiamento ma è anche la forza che lo consente.

Uno spirito non indossa e non usa il corpo, perciò non ne fa solo un uso, ma lo plasma e vivifica. Uno spirito trasforma la materia per renderla più adatta alla sua espressione. Tutto ha la natura della Vibrazione Cosmica, ma una vibrazione individuale ha il grado di maturazione che si esprimere nelle caratteristiche dell’essere umano.

È lo Spirito Universale che si individualizza quando diventa una forma singola che s'incarna. Esso plasma la materia facendola vibrare in accordo al suo essere. L’essere che nasce dalla plasmazione non è il corpo che vediamo, non è l’emozione e neppure la mente, ma è una vibrazione di coscienza che si esprime mentre si crea.

Yogananda dice che più lo spirito è evoluto più vibra con frequenze elevate, perciò uno spirito molto elevato trascende le leggi della materia, e può plasmare ogni realtà. Ma questo è possibile solo per chi raggiunge e si fonde con l’Uno. Uno spirito molto elevato conclude tutte le sue incarnazioni quando raggiunge la dimensione assoluta dove è trascesa la necessità della materia.

Uno spirito non si incarna per modificare la materia, ma si incarna per evolvere se stesso. Ma anche la materia viene nobilitata dal lavoro di raffinamento, perciò anch'essa viene sublimata. In questo modo la materia è innalzata per l'aumento di frequenza che subisce, perché viene mossa dal potente movimento vibratorio.

L'innalzamento avviene con l'aumento di frequenza che lo spirito imprime con la sua manifestazione. Lo spirito eleva perché, mentre agisce produce una spinta che scuote tutto l'involucro che lo contiene. Se produciamo una trasformazione, la vibrazione che produciamo diventa capace di modificare sia lo spirito che il corpo.

La vita è continua evoluzione perciò tutto si muta per evolvere. Quando lo spirito si fonde alla materia si uniscono i due aspetti della natura divina. Non esiste materia che sia divisa dallo spirito, e non c'è spirito disgiunto dalla forma, perciò c’è una medesima evoluzione che li coinvolge entrambi.

La vita con le sue trasformazioni è lo scenario che permette allo spirito di plasmare il corpo. Il corpo fa maturare l’anima che diventa una forma e una particolare visuale che viene usata dallo spirito per esprimersi. Il divenire è il contesto che amplia le potenzialità dell'essere individuale e tutte le modalità espressive dell'Essere Supremo.

L’uomo è soggetto al tempo perché nel tempo assume la forma che adatta alle trasformazioni. La tendenza femminile dell’anima spinge a restare immutabili e conservare la forma. La tendenza maschile dell’anima ci spinge all’azione, perciò lo spirito che si incarna risente di questa tensione che stimola le potenzialità.

Dopo il periodo in cui restiamo in vibrazione estatica davanti all’Uno veniamo spinti a ritornare. Veniamo attratti dal nuovo involucro che viene reso disponibile nel mondo degli esseri incarnati, perciò veniamo attratti verso un corpo particolare che sta per nascere.

Sentiamo le tendenze innate derivate dagli influssi dei genitori, le tendenze della razza, e sentiamo l'assonanza con le nostre prerogative di intellettualità e sensibilità. Naturalmente l’assonanza tra uno spirito e un involucro può essere anche disarmonica, perciò uno spirito agisce adattando la materia.

L’assonanza è la vibrazione armonica e la dissonanza è disarmonia perciò abbiamo vibrazioni carenti. Il risultato è un risuonare di frequenze più o meno elevate, perché uno spirito emette le sue espressioni vibrando e nobilitandosi. Perciò il corpo viene sublimato in funzione della qualità dello spirito che ospita.

Il karma agisce quando spinge uno spirito a cercare certe vibrazioni piuttosto che altre, perché uno spirito non aderisce alle vibrazioni che prescindono dalla qualità dell’involucro. Siamo tutti spiriti che vibrano, perciò siamo in assonanza o in dissonanza uno con l’altro, e diventiamo disarmonici o armonici vibrando su la frequenza assonante.

Risuoniamo in accordo con gli altri quando entriamo in comunione con quelli che ci somigliano, perciò vibriamo all’unisono con loro. Un vibrare simultaneo è un vortice energetico, perciò il vortice è la forma che lo spirito usa per esprimersi. Lo spirito si amplia e si restringe quando sente l’amore o l'odio, perché usa il contrasto per l’amore di superare tutte le limitazioni.

L’amore di trascendere la forma è presente nella necessità di unirsi degli spiriti incarnati, perché abbiamo il desiderio inesauribile di sentirci uniti. La frequenza vibratoria ci fa aggregare, ma la forza delle vibrazioni è condizionata dalla loro struttura, e tutto dipende dalla qualità della vibrazione.

Dicendo che l’uomo è vibrazione si dice che l'uomo palpita e si muove come una pulsazione cosmica. Il movimento impone la spinta, perciò l'essere e il movimento sono collegati. Gurdjieff dice che la manifestazione avvenne quando il punto si proiettò entrando nella linea del tempo, perciò lo spazio e il tempo diventarono la scena della rappresentazione cosmica che lo spirito sperimenta e impersona.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 30 ottobre 2013

L’Amore è un suono soave



“È necessario che il veggente si faccia prima simile
e affine a ciò che deve essere visto e poi si applichi alla Visione.
Così come l’occhio non riuscirebbe mai a vedere il sole,
se non divenisse solare, così l’anima non può contemplare la Bellezza
se non diviene essa stessa bella.”
(Plotino Enneadi, I, 6, IX)

“L’Amore è comprensione e comprendere significa abbracciare, contenere, racchiudere, intendere con intelligenza, incorporare, includere, integrare l’altro o qualunque cosa, fino a realizzare l’unità. Nella comprensione si risolvono tutte le contraddizioni di una psiche inquieta: da ciò deriva la pacificazione del cuore.

La comprensione è Sapienza divina. La comprensione annulla le distanze perché non crea opposizione; in essa non c’è critica poiché, appunto, comprende, non c’è giudizio perché riconosce che ogni cosa è al suo giusto posto. La comprensione, più che la mente dell’altro, tocca per via diretta la coscienza la quale non può aprirsi e concedersi.

La comprensione non è discorsività mentale perché discende da quel reame ove l’Intelligenza splende, per cui è uno stato coscienziale che risponde adeguatamente e saggiamente allo stimolo esterno e interno allo stesso individuo. La comprensione è Amore in atto, è soave espressione del Cuore.

L’Amore è donazione perché è ricco, perché ha e, avendo, può offrirsi su tutti i livelli esistenziali per un puro atto gratuito. Il desiderio acquisitivo, natura dell’io psicologico, essendo mancanza, privazione, deve cercare disperatamente di possedere per colmare la lacuna insita nella sua struttura. Due enti generalmente non si amano ma si desiderano perché devono compensarsi, devono colmare la loro indigenza; ma se non hanno, che cosa possono offrirsi?

Eppure in loro c’è il germe dell’Amore; c’è Madonna pura e gentile che irradia “virtute e conoscenza.” Si tratterrebbe di evocare tale Potenza che attende di essere portata in atto perché in ogni cuore umano esiste questa divina Scintilla che, se risvegliata e sviluppata, diventa un fuoco così irresistibile da bruciare tutte le scorie d’incompiutezza.

L’Amore integra l’io bisognoso e lo trasfigura, così come un fiume viene integrato e trasfigurato dalla maestà dell’oceano. L’Amore dà vita, unifica e fa crescere; il desiderio, che è un sottoprodotto, un riflesso al negativo dell’Amore, crea dualità, differenziazione perché esalta l’io. L’Amore è dell’Anima, il desiderio è dell’individualità o dell’io empirico il quale, essendosi scisso dalla sua controparte divina, è costretto a non avere e, senza una precisa direzione, è costretto a errare per cercare di godere.

L’Amore è gioia-beatitudine che non deriva dal prendere (diversamente ci sarebbe solo gratificazione) ma dall’evento stesso del porgere, del dare. L’Amore gioisce dell’amore; l’Amore vive di Amore, quindi prescinde da ogni dualità o rapporto individuato. L’Amore, a differenza del desiderio che è necessità, vive nella e con la sua stessa essenzialità perché è ipseità, essendo prerogativa della natura dell’Anima.

L’Amore è pienezza. Questa può esprimersi solo quando l’ente, estinta la brama di possedere per compensare la povertà in cui si dibatte, si “ricompone” ripristinando così la sua Interezza primigenia. La pienezza rappresenta lo stato integro dell’Anima in quanto Persona. Da qui la beatitudine che promana dall’essere un compiuto.

Soltanto chi ha raggiunto la pacificazione dell’animo e reso unità le molteplici voci discordanti del desiderio, sempre imperfetto e voglioso di aspettative, può trovarsi nello stato di pienezza e, quindi, nella condizione di poter offrire, concedere e porgere. Secondo San Bernardo e Riccardo da San Vittore l’Amore basta a se stesso, senza il desiderio del possesso: “Può l’Amore volere l’Amore se esso stesso è Amore?... L’Amore sensoriale è nostalgia del Paradiso perduto.”

L’Amore è libertà perché non imprigiona, in quanto non vede l’altro come distinto da sé. Il desiderio esige, mette condizioni, si appropria per soddisfare, come abbiamo visto, gli aspetti di cui manca. Il desiderio procura agitazione, inquietudine, ansietà perché si esprime su una dimensione che non è, e non essendo, per quanto possa appetire non potrà mai offrire cose che non appartengono alla sua natura.

La libertà offre certezza; le gelosie, di ogni ordine, e le acquisizioni derivano dalla paura di perdere l’oggetto del desiderio; quindi, dietro il desiderio si nasconde l’incubo della sofferenza. L’Amore è libertà perché non impone, non essendo figlio della necessità. L’Amore è un suono soave che attrae pacificando. Essendo un “influsso”, una “corrente” secondo Platone (Cratilo, 420 a-b) è altresì una vibrazione, un ritmo, un afflato, un soffio che penetra, allaccia, contiene rendendo appagato l’animo che riceve.

Sotto questa prospettiva l’Amore è rivelazione di Armonia la quale non è che giusto Accordo con la polarità vitale, e l’Accordo non è che rivelazione di intesa tonale. Come nella musica il ritmo dà vita al suono, così l’Amore dà vita al rapporto polare, dà quell’equilibrio di tensione e rilassamento che devono succedersi nella giusta proporzione.

E come l’armonia crea l’intervallo musicale tra due o più note che vibrano accordi, così l’Amore crea l’incontro giusto ed equilibrato di due nobili cuori che vibrano melodie consonanti, gradevoli che, a loro volta, producono stabilità, all’opposto del desiderio che è instabile ed effimero.

L’amore (desiderio) sensoriale è aritmico e disarmonico perché il desiderio che è frutto di dissonanza, manca di equilibrio, di cadenza, di timbro amabile, quindi non offre chiarezza di accordo, né dà smalto o brillantezza al rapporto. Una coppia che esprima il tipo di Accordo-Amore di cui abbiamo parlato costituisce un suono commensurato con ciò che Pitagora definisce l’Armonia delle sfere.

Le due note polari sono in un rapporto di consonanza tale da toccare le vite di altri piani; non sono dunque dei sistemi tonali individuati chiusi che corrono parallelamente e che tentano solo di convivere, come normalmente avviene. Esse, di cui ognuna possiede un proprio valore tonale, danno, prese insieme, quel tipo di sintonia, risonanza che è più di una semplice somma numerica, rappresentando una nuova e più elevata vibrazione operante a livelli veramente profondi e creativi.

Si tratta di un ente che si realizza mediante un determinato rapporto di toni e che è consapevole dell’unità del sottofondo sonoro: vale a dire, dell’Archetipo-Amore. A questo punto è l’“orecchio interno” che percepisce la tonalità, la potenza dell’Amore e l’osmosi innocente e immediata. I toni a questi livelli rappresentano le espressioni di vita nelle varie note animiche e contengono in sé il numero e il valore.

Il numero è caratterizzato dalla quantità, dalla potenza espressiva dell’Amore o dalla frequenza dello stato vibratorio fino a toccare dei vertici considerevoli (così abbiamo enti che incarnano potenti Principi universali) e il valore rappresenta la qualità dell’Amore o del Principio stesso.

A tali altezze di vita espressiva non è l’istinto separativo di conservazione di sé che lega e unisce, non è l’emozione-sentimento-passione perché si è risolta la “scissura”, né il principio mentale utilitaristico perché il puro Intelletto d’Amore opera con gli universali e non con l’io appropriativo; simile stato di Amore elimina lo spazio e il tempo, per cui si può parlare di Amore immortale.

Esso è profonda “esteticità” che trasfigura ogni atto, ogni parola, ogni movenza ed esige silenzio concettuale o mentale perché alle parole si sostituisce il vibrare che penetra, avvolge e dischiude sempre più l’Accordo, l’Armonia e l’Intelletto d’Amore. Se parliamo di “toni” è perché, appunto, l’Amore, vibrando un determinato influsso, possiede una gamma indefinita di possibilità sonore e quindi di armoniche.

Lo sguardo di due Corde riunificate palesa le molteplici sfumature di toni che, all’“udito attento”, risultano come potenza di estasi risuonante che inebria fino a trascendere ogni contingenza oggettiva, per cui il “mondo scompare” alla percezione dei sensi. Prodigio dell’Amore! “ (Raphael - La Scienza dell'Amore – Roma, Edizioni Asram Vidya)

giovedì 24 ottobre 2013

Nubi



Nubi.
Siepi di piume
uccelli di schiume.

Uccelli dalle grandi ali
venuti dal mio altrove.

Nubi.
Barboncini d'ovatta
nati dal sogno di un bimbo malato.

Nubi, vele d'un vascello
che mi mostra il cammino
il cammino fluido del silenzio.

Nubi.
Montagne scaturite dall'altrove
e dell'ormai più.

Montagne che vengono verso di me
e che non lasceranno nulla di me
nulla se non un riflesso cantante.
Nubi, fuochi del cielo.

(Minou Drouet)

martedì 22 ottobre 2013

Atteggiamenti



“Per raggiungere una felicità autentica a volte
occorre trasformare il proprio atteggiamento,
e il proprio modo di pensare.
L'impresa non sempre è facile...
il cambiamento richiede tempo.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama)

La nostra felicità viene ostacolata dal mondo insicuro e irrequieto in cui viviamo. E non si tratta solo delle crisi economiche che si spostano ovunque, cioè a livello planetario. L’incertezza e l’ansia sono diventati dei problemi globali a cui si sommano le guerre che spingono le masse dei poveri e disperati verso i paesi più ricchi.

Sembrerebbe giusto credere che, in queste condizioni, non si possa pensare alla felicità. Il nostro mondo è in crisi globale perciò cresce l’infelicità, perché la violenza, la guerra, il terrorismo, la povertà e la prevaricazione non possono rendere felice nessuno.

Malgrado tutto, non si può dire che le persone non debbano aspirare alla felicità. Le condizioni esterne e il vissuto sociale, secondo il Dalai Lama, sono fattori esterni che condizionano gli individui che vivono nelle società ingiuste, perciò dobbiamo impegnarci per modificare la condizione e superare i problemi che affliggono il mondo odierno.

Dobbiamo fare ogni sforzo per creare condzioni sociali che possano offrire le azioni necessarie affinché ognuno possa avere la felicità. È una cosa molto importante ed è una responsabilità per tutti i membri della società. Ma se vogliamo favorire la felicità dobbiamo affrontare il problema su due livelli, cioè quello interno e quello esterno.

Chiaramente dobbiamo darci da fare per risolvere i problemi esterni ma, nel contempo, dobbiamo trovare il modo di affrontarli anche all’interno cioè a livello individuale. Così possiamo mantenere la felicità anche a dispetto dei problemi del mondo. Ci sono dei mezzi che possiamo usare per accrescere la felicità, e non si allude all’atto di allontanarsi da tutti per rifugiarsi in cima al monte come facevano gli eremiti. Non è questa la soluzione!

Molti credono che lo stress sia una caratteristica del mondo moderno, ma questo non è vero perché lo stress e il disagio sono stati interiori, mentre le ingiustizie sociali sono fatti esterni. Lo stress e il disagio interiore sono reazioni a fatti esterni, però non sono responsabili dello stress e del disagio, dice il Dalai Lama.

Questi stati negativi sono collegati alla risposta che noi diamo a quelle condizioni quindi sono la prova che non sappiamo tenere testa all'ambiente e alle situazioni negative. Molti dei disagi del vivere sono causati dallo sconvolgimento interiore che impedisce di gestire le emozioni negative. L’antidoto giusto è aumentare la nostra capacità di gestire le emozioni negative come la rabbia, l’odio, la gelosia, l’accoramento e così via.

Si tratta di imparare una disciplina della mente che sappia accrescere la nostra felicità. L’addestramento della mente implica la pratica di coltivare gli stati mentali positivi e superare quelli negativi noti anche come emozioni afflittive. Secondo l’insegnamento buddista, gli stati mentali positivi inducono la felicità, mentre le emozioni negative accrescono l’infelicità e le emozioni afflittive causano la maggiore infelicità.

Perciò il Dalai Lama insegna che più si consolida la positività più si riduce la forza dell’emozione negativa. Esistono degli antidoti specifici per ogni emozione negativa, ad esempio, la pazienza e la tolleranza sono l’antidoto contro la rabbia. La compassione e l’amorevole bontà sono l’antidoto contro l’odio, mentre il sapersi accontentare e l’avere desideri moderati sono potenti antidoti contro la bramosia e l’avidità e così via.

Ma se parliamo di disciplina interiore non si deve dimenticare la disciplina etica. L’etica deve procedere di pari passo, perciò mentre si riducono le emozioni negative si deve sviluppare anche l’atteggiamento mentale e le qualità positive che si devono trasferire anche nel comportamento. Perciò tutto deve riflettersi anche nel modo con cui trattiamo gli altri.

Forse un giorno il mondo adotterà la non violenza, il pregiudizio, il razzismo la povertà e la fame saranno abolite e tutti saranno felici. Ma, forse… questo avverrà un giorno. Non è ancora così, perché il cambiamento richiede ancora tempo.

Secondo il Dalai Lama, una volta assolti i bisogni essenziali, la felicità è condizionata più da uno stato della mente che dalle circostanze e dagli eventi esterni. Perciò possiamo coltivare intenzionalmente la mente rimodellando le nostre opinioni e i nostri atteggiamenti, perché la felicità va coltivata come ogni disciplina. Come ogni pratica, l’addestramento comincia con l’acquisire domestichezza con i nostri diversi tipi di stati mentali e delle nostre emozioni.

Poi dobbiamo provare a definirli, a seconda del fatto che ci arrechino la felicità o l'infelicità. La compassione, la gentilezza, il perdono, la tolleranza sono ritenute condizioni mentali positive che accrescono la felicità, e non solo per la mentalità buddista. Molti studi scientifici hanno provato il beneficio di queste emozioni per la salute mentale e fisica, per la qualità dei rapporti umani, e per avere il successo in molti campi.

Ci sono emozioni che accrescono la sofferenza, infatti l’ostilità, l’odio, l’ansia, la gelosia, la bramosia, la disonestà e tutte le emozioni negative sono dette, in sanscrito, “klesha” che significa “emozioni afflittive” o “illusioni.” Ma, a prescindere dal nome che gli vogliamo dare, resta il fatto che nessuna emozione negativa si può provare insieme al suo antidoto.

L’emozione negativa e quella positiva non sono emozioni intercambiabili, e non possono essere esperite contemporaneamente, perché l’arrivo dell’una dissipa l’altra. Pertanto, a mano a mano che si coltiva l’emozione positiva se ne accresce la forza e si rende più debole l’emozione negativa corrispondente.

Dobbiamo immaginarle come l’azione di un secchio di acqua fresca che raffredda un secchio di acqua bollente, e questo è dimostrato anche scientificamente. I ricercatori hanno provato che chi prova emozioni positive si riprende prima dagli eventi traumatici, perciò hanno avanzato una “ipotesi di annullamento” dell’emozione negativa con quella positiva, che è la conferma dell’idea buddista.

Chiaramente non c’è dubbio che la condizione in cui versa il nostro mondo, e il modo in cui siamo evoluti comporta delle condizioni esterne che ci mettono a dura prova. L'addestramento alla felicità fa superare le situazioni di stress cronico e acuto, perché aiuta la mente a rovesciare la qualità delle emozioni che sperimenta.

Buona erranza
Sharatan