mercoledì 22 dicembre 2010

La nobiltà della natura umana


"Se io sono quello che ho, e posseggo quello che sono,
cosa divento quando perdo quello che sono?"

(Erich Fromm)


E’ innegabile che l’uomo abbia un istinto che lo spinge a lottare con accanimento per la sua sopravvivenza, ma questa caratteristica non è assimilabile alla condizione animale, infatti l'animale si accontenta della sopravvivenza fisica e della riproduzione della sua specie mentre, per l’essere umano, tutto questo non è sufficiente per essere felice. L’uomo possiede un’attitudine a realizzare che Erich Fromm chiama "attitudine umanistica," infatti il singolo uomo possiede la capacità di contenere in sé tutti i sentimenti della specie umana, poiché la natura e le prerogative dell’uomo sono identiche in tutti, ed è solo la cura che facciamo di noi stessi che differenzia i vari esseri umani.

Ogni uomo possiede la capacità di condividere tutto ciò che esiste nell’animo di un altro essere umano, infatti in tutti noi esistono dei sentimenti luminosi e dei lati oscuri, in tutti vivono tutte le sfumature e tutte le gradazioni di luce e di ombra, perciò dobbiamo vedere ogni altro essere umano come un essere che è uguale a noi. Purtroppo, raramente possediamo un simile orientamento mentale, infatti siamo condizionati da false ideologie sulla qualità della natura umana, perciò non sappiamo divenire esseri umani migliori.

L’uomo ha la necessità di realizzare sé stesso e di condividere la sua impronta dell’anima, cioè di costruire una differenziazione spirituale restando unito ai suoi simili, infatti tutti abbiamo la necessità di sentirci connessi e fondati sul mondo, e questo è un tratto caratteristico del solo genere umano. Nell’uomo esistono delle prerogative che sono molto superiori alla semplice sopravvivenza fisica, e che oltrepassano la semplice riproduzione della specie, in quanto in noi esiste una esigenza di realizzazione spirituale, infatti esiste la potenzialità dell’elevazione tramite la coltivazione delle più nobili qualità umane.

L’uomo sperimenta esperienze elevate se non fa prevalere il suo versante mentale a discapito del suo sentimento interiore, infatti usualmente veniamo educati ad apprezzare una materialità grossolana e un gretto utilitarismo nei riguardi del mondo che viene sfruttato per trarne solo del vantaggio pratico. Pochi riescono a coltivare delle qualità interiori utili per migliorarsi, pochi sanno apprezzare i veri sentimenti e i contesti superiori alla sopravvivenza fisica e alla soddisfazione degli istinti primari, perciò pochissimi riescono a nutrire lo spirito più elevato della migliore natura umana.

L’uomo possiede delle raffinate caratteristiche affettive prodotte dalla fusione dell’intelletto con l’empatia emozionale della nostra profonda “istintività animale,” infatti siamo creati per equilibrare coscienza e ragione, perciò siamo assai più complicati di animali che hanno perso un manto di pelo. Se riflettiamo sui tratti umani comprendiamo che il possesso di vizi e di virtù costituiscono due facce della medesima medaglia, e che è nell’errato dosaggio e nella instabilità delle caratteristiche umane che provengono i nostri comportamenti più aberranti con cui diventiamo peggiori dei più feroci animali.

Nell’uomo esiste l’avidità, assente nell’animale, ed è un sentimento in cui manifestiamo il nostro egocentrismo e la nostra presunzione, infatti l’avidità è un difetto del desiderio umano. Erroneamente crediamo che il desiderio sia inadeguato, infatti ignoriamo che il desiderio è insito nella condizione umana quando desideriamo stare meglio, quando desideriamo realizzare dei sogni e dare spazio alle nostre passioni, infatti desideriamo perché il desiderio è una forza dinamica che brucia ed è funzionale all’evoluzione. Per dinamizzare l’individuo è necessario essere spinti da un desiderio interno che ci motiva ad agire e ci fa godere nel riequilibrio che proviene dal godimento del frutto ottenuto con la fatica del nostro lavoro.

Se non vi fosse un difetto nel desiderio non avremmo l’avidità umana che è un desiderio vissuto in modo passivo, in quanto il soggetto non riesce ad apprezzare i frutti del suo sforzo, perciò richiede sempre più potere, più denaro, più cibo, più sesso, più alcol, perciò ricerca maggiori compensi per avere soddisfazione, però aumenta le sue voglie senza estinguere le motivazioni all’azione, infatti esse non sono mai estinte e viviamo senza quiete. L’avidità umana è prodotta dall’angoscia che non è mai mitigata dall’accumulo, poiché le paure, le ansie, la solitudine, l’insicurezza e la fragilità dell’autostima sono talmente enormi che tutti i tesori del mondo non potrebbero colmare la profondità abissale delle nostre paure.

Sono le insicurezze umane che ci spingono a possedere sempre più per rinforzare una potenza che non si sente interiormente, perchè tutto è materia, e anche le persone hanno un valore che è materiale e fanno parte dell‘accumulo indifferenziato. Colui che vive avidamente non discrimina ciò che ha valore da ciò che non ha alcun valore: da tutti i nostri possessi ricerchiamo la soddisfazione perchè ci sentiamo privi di ogni valore. Ma, se non ragioniamo come esseri avidi, possiamo svilupparci in modo poco egocentrico e sappiamo essere rispettosi, perché le esperienze che viviamo non servono per rinforzare il nostro valore personale.

I rapporti con il mondo e con le persone non sono delle rivalse alle nostre insoddisfazioni, perchè gli altri non esistono per divenire degli strumenti utili alla riduzione delle nostre angosce e delle nostre paure individuali. Le persone devono sentirsi libere e non devono impegnarsi nelle lotte con il mondo, infatti non dobbiamo vivere nel conflitto se vogliono essere aperti e sensibili, perciò dobbiamo controllare l’avidità originata dall’egocentrismo prepotente che è disinteressata alle esigenze del mondo.

Le migliori esperienze umane si sviluppano elevandoci da ciò che è insito nella sopravvivenza fisica, infatti nella vita dovremmo accrescere tutte le condizioni in cui vinciamo l’avidità e l’insaziabilità umane perché il gioco dell’avidità ci rende insaziabili, infatti usiamo il mondo come un materiale inerte per far trionfare la nostra arroganza egocentrica e per consolare lo scontento personale. Se tacitiamo l’avidità abbiamo in attività tutto ciò con cui l’uomo viene magnificato dalla sua natura umana più nobile ed elevata, e che proviene dell'armonica fusione della mente con l'istinto “animale” che è vivo nell'istintiva sensibilità affettiva, emozionale e sensuale umana: è così che l’uomo viene glorificato dal risveglio dello Spirito più elevato che è dormiente.

Nei sentimenti più elevati che proviamo vi è sempre una fusione di mente e cuore con cui conosciamo i sentimenti più puri poiché sono alieni dall'avidità egocentrica e dalla volontà di possesso, perciò conosciamo dei sentimenti nobili come la tenerezza che non pretende nulla, e che si offre spontaneamente senza volere alcun contraccambio dagli altri. La tenerezza non nutre dei fini personali e non persegue delle utilità pratiche essendo disinteressata al sesso, all’età e alle condizioni sociali di colui che la ispira, poiché è un sentimento delicato “come una poesia.“ La tenerezza si immagina nell’amore tra madre e figlio sebbene sia di molto superiore all’amore materno essendo più forte dei legami biologici che esistono tra consanguinei.

Per sentire tenerezza non è necessario avere un legame di famiglia o di sangue poiché non si può pretendere come obbligo, infatti la tenerezza è un sentimento tra i più nobili e i più liberi essendo superiore alla stessa necessità fisica e all'egocentrismo umano.La compassione e la comunicazione empatica sono capacità umane che demoliscono egocentrismo e paura, infatti dimostriamo di saper soffrire assieme perché siamo tanto connessi da non sentire alcun confine tra i nostri sentimenti essendo originati dalla medesima anima.

L’altro non mi è alieno perché “Io sono Te” in uno spazio in cui non esiste più “Io” e “Tu” ma esistiamo entrambi risuonando assieme, infatti siamo umani e possiamo conoscerci profondamente e intimamente infatti “io sento quello che senti tu.” Questa risonanza sottile e totale non potrebbe esistere se fossimo degli oggetti privi di carne, di sangue e di passione, e se non fossimo dei fratelli con la medesima origine. Nell’uomo esiste un terreno interno in cui vivono delle attitudini presenti in tutti gli esseri umani, perciò nulla di ciò che un uomo prova può risuonare come un concetto sconosciuto ad un altro uomo.

Saper conoscere gli uomini, scrive Fromm, significa conoscere quello che ci unisce a prescindere da età, sesso, nazionalità o religione, perciò significa saper vedere oltrepassando tutte le nostre preclusioni mentali. E, nel modo di vivere queste emozioni intime, dimostriamo esternamente la nostra maniera di vivere il mondo mentre, internamente, avvertiamo come il mondo risuona dentro di noi, dimostrando la raffinatezza dello sguardo con cui vediamo il mondo. Valutando i comportamenti umani conosciamo il maggiore o minore “interesse” che viene nutrito verso le persone e le cose esterne, infatti l’interesse è un “essere tra” cioè un modo di metterci in gioco dimostrando il maggiore o minore coinvolgimento che è collegato al nostro essere disponibili e recettivi verso gli altri, e nella volontà di essere dei soggetti attivi in tutte le sue componenti intellettuali, emotive e sensuali.

La persona che si interessa agli altri è sempre molto contagiosa, perciò trascina coloro che vivono passivamente nel mondo con il suo calore umano che rianima anche i materiali più inerti, in quanto il coinvolgimento affettivo aumenta la nostra gioia di vivere. Ma l’essere umano confonde l’interesse con la curiosità che sono delle attitudini opposte, infatti l’uomo curioso è un uomo passivo che è insaziabile di notizie e di pettegolezzi, e che ospita la bramosia di conoscere sempre più cose e più persone, ma con un approccio che è molto superficiale e che è assai diverso dall’interesse profondo che è insito nei migliori sentimenti umani.

Il curioso è interessato solo alla quantità delle notizie e all’accumulo delle esperienze amando tutte le cose superficiali e futili che non offrono alcuna difficoltà ad essere gestite e elaborate dallo sguardo comune e ordinario. Nell'individuo seriamente interessato vi è un pensare profondo e globale che gli permette di conoscere in modo completo e profondo. Colui che è interessato vuole sapere tutto sul suo mondo, vuole conoscere gli altri uomini, vuole conoscere tutti i fenomeni, vuole conoscere le piante e gli animali, perché nell’interesse vero non abbiamo alcuna preclusione ad una sfera esclusiva, e vogliamo sapere tutto perché dal tutto non ci sentiamo mai divisi.

Sarebbe opportuno che l’uomo si assumesse la responsabilità di sapere che esistono due poli che giocano in noi, perchè sono prodotti dalla coltivazione del tipo di coscienza che vogliamo fare accrescere, infatti esiste la voce rinforzata dalla coscienza autoritaria umana che ama vivere per obbedire senza pensare, che vuole essere un numero che è stato definito e che viene incasellato nell'ordine precostituito. Nell’essere umano esiste anche la possibilità alimentare la coscienza che vuole libertà e felicità, e su questo non dovremmo mai fare delle confusioni mentali, infatti siamo noi che scegliamo se nutrire la nostra coscienza umanistica quando crediamo che l’essere umano non viene guidato da alcuna autorità esteriore se lavora per fondare un “centro attivo interiore” che sia la struttura portante di future evoluzioni con potenzialità crescente.

Sapendo chi siamo, noi accresciamo la nostra “sfera dell’essere” che è il contesto su cui abbiamo un maggior controllo rispetto alla “sfera dell’avere” che è fondata su variabili esterne più complesse e incontrollabili. Questo concetto di “Io” è la realtà che sono quando mi sento vivo, è la somma che ottengo se sperimento i migliori sentimenti umani, ed è il valore aggiunto che mi rende sollecitamente interessato al mondo, ed è la mia possibilità di poter vivere dei rapporti in cui riesco ad amare sapendo ben discriminare tra cose e persone. Io "sono" se divento un'armonica fusione tra il sentimento interiore e la manifestazione esterna di ciò che credo: questa, secondo Fromm, è l’unica strada che possiamo fare per superare l’alienazione e l’infelicità umana, ed è l’unico percorso per conquistare la più nobile natura umana.

Buona erranza
Sharatan

7 commenti:

Nino ha detto...

Il caso ha voluto che conoscessi questo blog e mi sembra opportuno rispondere poiché il problema dell'Io me lo sono posto fino a cinque minuti fa.

E' facile dire "Tu" per indicare una persona, ammettendo che esistano solo un "tu" per ogni persona, ma trovo impossibile da qualche tempo a questa parte dire "Io". "Io" chi ?
Quello felice ? Quello triste ? Quello che odia il mondo o quello che lo ama ?
Stiamo parlando della stessa persona quando dice che odia tutti gli esseri umani, ma che dieci minuti dopo è preso da un sconfinata pietà per la propria patria ?
Come si fa a racchiudere in un'unica cosa la mente che odia un altro essere umano, ma che allo stesso tempo vuole salvare il proprio Paese, un ammasso di quelle persone che odia, dall'oscurità ?
Sarebbe giusto chiamare quello che definiamo "Io" con " Noi", senza paura di sembrare pazzi, ipotizzando che la pazzia sia qualcosa di brutta e non qualcosa che dobbiamo meritarci di avere.
Carmelo Bene sosteneva di non essere mai nato. Riteneva coglione chi diceva "Io", chi diceva di dire e ancor peggio di dire quello che pensava.
La prima domanda è : Io ?
Solo dopo si può passare al pensiero : il pensiero di chi ? e tutti noi, racchiusi in questo io, cosa pensiamo ?

il cavaliere del secchio ha detto...

Sento che nel mio cuore ci sono due lupi che combattono l’uno contro l’altro.
Uno è violento, astioso e vendicativo.
L’altro è incline al perdono, affettuoso e compassionevole.
Quale lupo vincerà?
Quello a cui do da mangiare.

Sempre precisa e straordinariamente puntuale…sincronicità?

Buona vita errante.

Sharatan ain al Rami ha detto...

Nino, se non scopri chi sei le tue domande resteranno irrisolte. Sarebbe facile "essere" senza gli altri, sono gli altri che mettono alla prova il nostro sforzo di individualizzarci. Per essere concreta diciamo che, intanto io cerco di capire cosa sono e dopo... vedremo cosa voglio fare. Io ho scelto di ricercare e la ricerca pone il rischio, il "rischio non calcolato" se sono in gioco delle variabili esterne. Nino, se fai la tua strada non credere di trovare riconoscimenti esteriori, sarai solo o con pochi amici. Sei in grado di farlo? Questa è l'unica domanda...il resto è solo "manutenzione ordinaria."

Cavaliere, in ogni cuore esistono i due lupi che fanno parte della natura umana, e la loro nutrizione guida il corso della nostra evoluzione. Dovremmo curare bene il cibo che ci offriamo, perché dimostra l'acume della nostra intelligenza. Credo in assoluto alla sincronicità, ne ho delle prove innegabili. Certamente "adesso" era il momento giusto per condividere queste nostre riflessioni. Grazie per la stima che mi dimostri.

Un caro saluto agli amici erranti
Sharatan

salvo ha detto...

La domanda che ha posto Nino, me la sono fatta anch'io tante volte, chi sono io? Con molta fatica credo di avermi dato una risposta, io sono un essere molto complesso, con dentro di me amore, odio, egoismo e tanti altri sentimenti e quindi mi sono accettato cosi come sono, cercando comunque di fare prevalere i sentimenti più nobili. Mi sono convinto che se non amo me stesso, non potrò amare gli altri. Gli altri sono importanti nella nostra esistenza, senza gli altri non potremmo fare una vita accettabile. Penso che avere la consapevolezza di tutto questo sia importante.
Una domanda invece che mi sto ponendo da un po' di tempo è, se sia giusto dire mio. In quanto penso che nessuno può essere mio, ognuno deve essere padrone di sé stesso.
Mia moglie, mio marito, mio figlio, mio padre e cosi via per tutto il resto, quando una persona si sente proprietario di un altra persona, non potrà esserci armonia, in quanto le complessità di ognuno potranno contrastare con le mie complessità e le complessità degli altri.
Ognuno di noi è unico, questa unicità rende l'umanità molto complessa.
Questi tipi di ragionamenti, penso che valgono anche per i politici, cito una frase di De Gasperi , che secondo me è attualissima, disse: Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.

A tutti gli erranti, auguro pensieri nobili
Salvo

Sharatan ain al Rami ha detto...

Carissimo Salvo, le domande di Nino me le pongo quotidianamente, e non sono convinta di avere risolto. Dico che rischio, perchè il problema è che abbiamo paura di essere noi stessi. Se mi faccio avanti gli altri potrebbero approfittare, potrebbero non accettarmi, potrebbero deridermi. Le incertezze impediscono l'azione e le cose restano invariate, e questo non lo dobbiamo permettere. A livello politico le cose cambiano quando le persone diventano più sicure, più determinate e quando non hanno paura di affermare ciò che sono e ciò che vogliono. Se l'individuo non evolve avremo sempre masse pecorone e capi dispotici.

Invece sul possesso hai ragione. Anche se non è giusto, il nostro cuore vuole possedere l'oggetto del suo amore. Accettare la libertà degli altri ci fa soffrire, perchè abbiamo paura di perdere ciò che amiamo. Lasciare liberi gli altri ci costa fatica, però dobbiamo lasciarli liberi proprio perchè li amiamo e vogliamo la loro felicità: e questo è un compito eroico per un cuore umano. Se invece c'è il controllo e la prepotenza, allora vi è possesso che è negativo e limitativo. Io credo che coloro che si chiedono come lasciare liberi gli altri e come rispettarli possono fare degli errori ma non siano mai despoti. Ti poni il dubbio perchè la tua sensibilità non vuole il male, se vivi valutando le tue azioni con il dubbio è difficile fare dei torti.

Un carissimo abbraccio ai miei amici erranti
Sharatan

Nino ha detto...

Le risposte mi hanno deluso.
Il mio scopo non era focalizzare l'attenzione sul trovare se stessi, ma sul capire chi si è prima di farlo.
Ripetendo quello che ho detto, è impossibile passare al verbo se ancora abbiamo dubbi sul soggetto.
Dovremmo trovare noi stessi a questo punto e il discorso fila secondo quanto detto in risposta a quello che io ho scritto, ma come posso io ( io ? io chi? ) trovare me stesso se questo comporta un'azione, che non posso fare in quanto non posso definirmi come me stesso.
Tengo a precisare che questo più che un pensiero è un sovra-pensiero, il porno del pensiero, ma sono ormai così saturo di risposto e domande che ho bisogno di andare oltre ponendo domande anche sugli assiomi.

Sharatan ain al Rami ha detto...

Caro Nino, il problema è di sapere chi siamo. Come puoi trovare chi non conosci? Tu dici "Il mio scopo non era focalizzare l'attenzione sul trovare se stessi, ma sul capire chi si è prima di farlo" e io mi chiedo come posso cercare ciò che non conosco? In qualche modo ricerca e scoperta si intrecciano, infatti valuto che il discorso di Heidegger del concetto di "esserci" per sapere cos'è l'ente sia sensato. Cosa sperimento altrimenti? L'uomo possiede già un'idea del mondo ancor prima di studiarlo, dice il filosofo, perciò l'uomo ricerca una conferma al suo modo di vedere il mondo. L'uomo comprende il suo essere nell'esserci, cioè nello sperimentare il "come vivo" e il "come sono" facendo azioni concrete. Possiamo scegliere di essere autentici o inautentici, perchè l'essere nel mondo è costituito dal modo con cui ci prendiamo cura di questo progetto esistenziale. Credo che in Essere e tempo di Heidegger troveremmo riflessioni molto utili per i quesiti di cui diciamo. Credimi, fare domande sul nostro essere e vivere dimostra intelligenza e sensibilità, non è mai un pensiero inadatto o "porno" e gli assiomi sono strutture basilare per la nostra mente, l'importante è definirli in modo che sappiamo arricchire il nostro modo di pensare. L'errore diventa quello di definire a priori un oggetto e lasciarlo immutabile e fisso, perciò chiuso ad ulteriori scoperte, a evoluzioni, e revisioni anche qualora diventi inadatto per il nostro benessere. Spero di avere compreso meglio il senso dei tuoi ragionamenti.

Un caro saluto
Sharatan