mercoledì 2 febbraio 2011

Il medico dell’anima


“Se non lo faccio io, chi lo farà?
Se non lo faccio adesso, quando lo farò?
Se lo faccio solo per me stesso, chi sono io?”

(Hillel, cabalista del 2° sec. a. C.)



Viktor E. Frankl è stato medico, neurologo e psichiatra austriaco insignito di 27 lauree ad honorem assegnategli delle università più prestigiose del mondo, ha scritto 32 libri tradotti in tutte le lingue ed è stato il fondatore della logoterapia, la terapia che è una medicina dell’anima. Tutta la sua famiglia, tra cui la moglie amatissima furono sterminati dalla follia nazista, e lui stesso fu internato in 4 campi di sterminio tra cui Auschwitz e Dachau rischiando la morte per tifo: quando fu liberato pesava appena 40 chili ed era riuscito a sopravvivere superando ogni probabilità di aspettativa di vita.

L’esperienza del lager diventò per Frankl un’occasione per dimostrare che l’essere umano può superare le più grandi sofferenze senza perdere la dignità e l’umanità, ma conservando integra la volontà di lottare, di amare e di restare fedele all’amore per la vita “nonostante tutto“, perciò i suoi scritti non sono frutto di teorie ma sono la testimonianza della “forza di resistenza dello spirito umano.” Le sue enormi sofferenze furono considerate da lui stesso come il banco di prova per tutto il lavoro terapeutico successivo, e servirono da base per la fondazione della logoterapia come terapia con cui continuò ad affermare la grande risorsa riconciliatrice della tolleranza e l'enorme fiducia e speranza nello spirito umano.

Frankl credeva nello spirito comune dell’essere umano, egli pensava che la nostra più intima essenza umana potesse apportare la pace, la luce, la sicurezza e credeva in tutti i beni supremi dello spirito, perciò non gli si possono ascrivere delle accuse di facile ottimismo o di ottusa fiducia nella materia umana. Tutte le esperienze più dolorose lo spinsero ad affermare che la sofferenza umana può divenire un test, infatti come Yehuda Bacon, lo scultore israeliano reduce da Auschwitz, egli affermava e condivideva il concetto che la sofferenza umana non è priva di senso: “Essa può avere un significato, ma solo se muta in meglio chi soffre.”

In “Un significato per l’esistenza” scrive: “Mutare se stessi spesso significa rinascere più grandi di prima, e crescere oltre se stessi” perché “quando non siamo più in grado di mutare una situazione […] allora siamo spinti a mutare noi stessi.” L’uomo può sempre costruire un senso alla sua sofferenza e, questo senso può conferire all’uomo un'enorme dignità nella costruzione di “quello che l’uomo può essere” infatti l’uomo può sfruttare l’opportunità di costruire un senso intrinseco a ciò che gli accade perché un senso è assopito in tutte le situazioni, ma esso potrebbe fuggire per non tornare più se non riusciamo a scoprirlo, poiché la vita è transitoria come le opportunità ed esse non si ripresentano, perciò dobbiamo saper sfruttare ogni opportunità che viviamo per comprendere il senso della vita.

Una volta che sappiamo trasformare una possibilità in una realtà, tutte le cose cessano di essere transitorie per divenire una realtà, perciò nessuna cosa andrà mai più perduta, ma essa potrà essere accantonata per sempre e potrà divenire come quei “colmi granai” in cui vengono riposti tutti i frutti della nostra vita. Infatti, è così che si realizza l’uomo che viene indicato nel Libro di Giobbe, che è colui che arriva alla tomba “come un covone di grano maturo ammucchiato a suo tempo” perchè la vita non manca mai di significato, ma esso giunge solo se sappiamo ammettere il potenziale significato da scoprire aldilà del nostro operare e del nostro amare, poiché la vita umana è sempre incondizionatamente colma di senso e ricca di significato.

Frankl scrisse questa dichiarazione di amore per la vita, essendo sopravvissuto ad una situazione in cui l’uomo era stato ridotto alla completa nudità esistenziale, poiché non vi era nessun “avere” in un lager nazista, ma esisteva solo un’assoluta trasparenza esistenziale in cui non resta nulla, e “l’uomo in essenza” era consumato dal dolore e totalmente purificato dalla sua sofferenza. E’ da questo abisso che Frankl era tornato, ed era risorto per chiedersi cos’era dunque l’uomo, se fosse colui che aveva inventato le camere a gas, oppure se fosse colui che aveva ideato la preghiera ebraica per la morte ed il Padre nostro.

Nell’uomo, egli concluse, vi erano entrambi le possibilità di sviluppo etico, poiché la libertà dell’autodeterminazione è nella singolarità delle scelte umane, infatti non esistono delle razze umane, in quanto esistono solo due razze umane, cioè la razza degli uomini per bene e la razza dei poco di buono. In questo senso non si può dire che esistono delle colpe collettive, perché esso è un modo per fuggire dalla responsabilità individuali e per costruire delle strategie false con cui si va contro ogni bellezza della natura umana per affermare solo lo spirito di vendetta con cui si continuano a perpetrare dei circoli viziosi di ritorsione e di oppressione usando la violenza e la forza contro il nostro prossimo.

Ogni ragionamento che viene fatto sulla natura umana usando la generalizzazione, dice Frankl, è un modo per negare la migliore natura umana e la libertà morale dell’individuo: nel deportato dei lager si potevano osservare tutte le fasi con cui l'uomo si difende dalla disgregazione e dalla morte della condizione umana. Nelle reazioni dei prigionieri si poteva osservare la condizione emotiva con cui l’uomo sperimentava la morte interiore che è caratterizzata dall’apatia, dalla sfiducia e dalla crescente insensibilità da cui si veniva fiaccati fino ad accettare in modo passivo ogni ignominia e aggressione esterna per consegnarsi inermi ai carnefici.

Nei prigionieri venivano uccisi tutti gli interessi superiori, perciò essi entravano nella “ibernazione culturale” che è la morte interiore a cui resistevano solo coloro che riuscivano a conservare due tipi di interesse, cioè quello politico e quello religioso, che sono i due soli nuclei a cui l’essere può restare aggrappato per continuare ad esistere senza lasciarsi morire. Per tutta la sua vita Frankl continuò a ripetere che non era assolutamente certo che dopo Auschwitz Dio fosse morto poiché, se l’amore per Dio è incondizionato, allora Dio non può morire.

Perciò Dio sopravvive anche davanti a 6 milioni di ebrei sterminati dai nazisti, perchè la resistenza umana è sempre possibile, anche se veniamo nutriti con meno di 800 calorie al giorno e arriviamo a pesare meno di 40 chili, e anche se vediamo morire tutti coloro che amiamo di più. Se conserviamo questa fiducia, allora possiamo conservare al nostro interno uno spazio intimo, seppure a costo di una interiorizzazione estremamente dolorosa. Malgrado tutta la nostra sofferenza si riesce a conservare indenne la certezza e la garanzia che la nostra umanità è sempre ricca e viva, sebbene all’interno possa dilagare un dolore devastante.

La vita interiore dell’uomo si può nutrire ricercando degli stimoli nella natura e nell’arte, oppure materializzando interiormente la presenza delle persone che abbiamo amato ma che non ci sono più, perché esse continuano ad essere sempre vive nel nostro cuore. L’uomo può salvarsi se fa ritorno al suo passato per ritrovare un rifugio dalle angosce del suo presente, per cui egli ritrova un rifugio dalle angosce facendo uso delle sue riserve interne di gioia con cui si nutre nelle oppressioni del presente, oppure l’uomo può fare uso del suo umorismo con cui riesce a creare una maggiore distanza se il dolore presente è insopportabile da affrontare.

Da queste tremende esperienze Frankl riuscì a tornare per costruire una terapia che potesse salvare l’uomo con un progetto di cura fondato sulla dimensione spirituale delle persone, perciò riuscì a costruire una terapia per restituire alle persone il senso della vita. Le cose che si chiese per aiutare l’essere umano furono se la persona che aveva davanti fosse unica, se essa avesse un nome distintivo, se dietro il suo volto potesse esserci una storia personale unica, e se vi potesse essere una condivisione tra la sua storia e la loro, se quella persona fosse solo un cliente oppure se fosse un essere che non era affatto indifferente rispetto ad un altro.

Egli si chiese se fosse capace di avere un ascolto unico e particolare per ogni suo paziente, se potesse ascoltare la storia della vita di ogni persona come se fosse sempre una storia unica e particolare, oppure se potesse vedere l’altro come un burattino e come una fotocopia identica una all'altra. La risposta che si diede fu che ogni incontro tra persone è sempre unico ed irripetibile, e che la storia che si ascolta è sempre unica, perciò se ogni storia è sempre unica e autentica ogni incontro è sempre aperto ad un senso se il significato di esso riesce ad arrivare ad un livello superiore in cui è trascesa ogni immanenza, perciò ogni incontro diventa un’esperienza da cui si esce entrambi arricchiti e accresciuti.

Tutti testimoniano della superiore umanità di cui Frankl era dotato, tutti dicono della sensibilità con cui riusciva a comprendere anche le più intime e inconfessabili necessità dei suoi pazienti: per lui ogni paziente era un essere unico, e nessuno veniva trattato come un caso clinico. Ad un giovane paziente di 25 anni, che era oppresso da un profondo vuoto esistenziale e dalla percezione di una dolorosa mancanza di senso del vivere consigliò di non aggrapparsi agli spiriti più grandi che avevano scoperto il più profondo senso della vita, ma consigliò di leggere e di studiare le opere di quei filosofi e pensatori, come Sartre e Camus, che non erano riusciti a scoprire e risolvere tutti i dubbi sul senso della vita umana, perciò gli disse:

“Ti accorgerai che soffrire per questi problemi è qualcosa di umano, di onesto, un’impresa, una realizzazione e non invece un simbolo nevrotico […] Invece di interpretare il tuo problema come un sintomo, imparerai a comprenderlo come un aspetto essenziale della condition humaine, di cui ti sentirai partecipe. Allora vedrai te stesso come un membro di una comunità invisibile, la comunità dell’umanità sofferente, dell’umanità che soffre per un’esperienza abissale di fondamentale mancanza di significato dell’esistenza umana, e nello stesso tempo in lotta per una soluzione ai problemi antichi dell’umanità […] In tal modo sarai paziente e coraggioso: paziente nel lasciare i problemi irrisolti per il tempo presente, e coraggioso nel non abbandonare la lotta per la soluzione finale.”

Buona erranza
Sharatan


3 commenti:

il cavaliere del secchio ha detto...

Quand'è che scriverai qualcosa che mi trova in disaccirdo? :-)

Un saluto

salvo ha detto...

Grazie, Sharatan, per questo magnifico scritto, che dimostra di quanto può essere grande lo spirito umano. Ognuno di noi deve aspirare, a trasformarsi e arricchire il proprio essere.
Un carissimo saluto Salvo

Sharatan ain al Rami ha detto...

Non lo so Cavaliere,
forse presto.
Dammi altro tempo ;-)

Carissimo Salvo,
grazie per il tuo apprezzamento tanto affettuoso.

A tutti e due grazie... grazie... grazie di essere così vicini al mio modo di vedere e di sentire.

Vi mando un fortissimo abbraccio
Sharatan