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sabato 1 dicembre 2012

Un maestro della cabala



"Il ritorno del mondo intero incomincia
con il ritorno di un solo uomo."
(Baal Shem Tov)

Israel Ben Eliezer, cioè il Baal Shem Tov, nasce a Okup nella Podolia polacco-lituana nel 1698, da Eliezer e Sara due anziani ebrei di umile origine. Come per tanti avatar spirituali si narra che la sua nascita fosse preceduta da fatti miracolosi, e che il profeta Elia apparve all'anziano padre per annunciargli l'arrivo di un essere eccezionale. Quando morirono i suoi genitori, Israel era un adolescente, perciò venne allevato ricevendo l'aiuto della comunità ebraica del suo villaggio. Si crede che la sua anima fosse la reincarnazione di una scintilla dell'anima di Rabbi Shimon Bar Yokhai, l'autore dello Zohar.

Se il grande Arizal, il Leone della Cabala, fu un essere etereo che sembrava sospeso tra il cielo e la terra, il Baal Shem Tov fu un mistico pratico dall'indole molto calorosa e sensibile che meravigliava per la straordinaria umanità che univa a dei poteri eccezionali. Il suo primo prodigio fu quello di nascondere l'eccezionalità della sua anima sotto le spoglie della pigrizia e della mediocrità, al punto che fu ritenuto un uomo quasi idiota. Fin da bambino era stato diverso dagli altri bambini, infatti tutti lo credevano un ritardato, perché amava stare in meditazione solitaria, e girovagava a lungo nei boschi e nei campi.

Fece i più umili mestieri poi diventò il custode della locale sinagoga, mentre di notte studiava in segreto i testi cabalistici, ma il rabbino Rabbi Efraim di Brody comprese l'eccezionalità nascosta dall'aspetto dimesso e silenzioso del giovane, perciò prima di morire gli offrì in moglie la figlia Leah Rochel. Dopo la morte del venerato rabbino, Israel trovò l'opposizione del futuro cognato Gershom Kitover che non voleva che sua sorella sposasse un uomo così mediocre, ma poi accettò il matrimonio perché era stata quella la volontà del padre defunto, perciò regalò un carro agli sposi e li congedò.

Israel e la moglie si ritirarono in un rifugio isolato sui monti Carpazi dove il futuro Baal Shem studiò e meditò per alcuni anni, mentre la moglie raccoglieva la legna nei boschi per rivenderla nei paesi vicini. Dopo anni di ritiro solitario, quando Israel aveva circa 30 anni, il Besht scese dai monti con la moglie e andò dal cognato per rivelargli la sua vera natura, così che quando si fu convinto della sua santità, Gershom Kitover diventò il suo primo discepolo. Il nome di Baal Shem Tov significa Maestro del nome divino, e quel nome era riservato ai taumaturghi giravaghi che offrivano la guarigione e altri rimedi propiziatori usando l'implorazione dei nomi di Dio, ma queste figure erano ben poco stimate dai rabbini prima di Israel Ben Eliezer.

I Baal Shem Tov erano poco tollerati dagli ambienti rabbinici, ma erano molto amati dal popolo, ma questo caso fu diverso, infatti la fama di santo e di guaritore del Baal Shem Tov si diffuse velocemente e migliaia di persone di ogni ceto sociale andavano a chiedere guarigione, conforto, benedizione e incoraggiamento spirituale. Tra le storie che illustrano il suo carattere si narra che gli chiesero aiuto per una persona morente di un villaggio lontano, e il maestro disse ai suoi discepoli: "Io vedo che sta morendo, ma comunque manderò un messaggero per cercare di aiutarlo."

Molti testimoniavano i poteri eccezionali che lui mostrava con la massima semplicità, in quanto credeva che tutta la sua persona fosse solo un canale di "coscienza dilatata" che veniva usato dal Signore, affinché tutti gli esseri potessero ascendere alla beatitudine divina. Molti rabbini e studiosi famosi venivano per diventare suoi discepoli, e lui insegnava che l'amore per Dio e la gioia di implorare il suo nome era un merito più grande dell'osservanza rigida e formale alle dottrine.

La sua attività era impegnata nelle guarigioni e nell'addestramento dei discepoli, per i quali formalizzò delle tecniche precise per la realizzazione che divennero lo chassidismo. Secondo il Baal Shem Tov la preghiera del cuore dell'essere più semplice e umile poteva aprire il cuore di Dio, perché ogni uomo è una scintilla vivente di Dio. Egli insegnava che diventare una sola cosa con la preghiera significa diventare una sola cosa con Dio, perché la devozione con cui si pronuncia la preghiera fa ritornare allo stato precedente dell'essere, perciò può realizzare la perfetta fusione tra l'uomo e Dio.

Quando l'uomo prega si dissolve completamente nell'estasi della fusione con l'energia divina, perciò pregando con un cuore devoto e ardente si può ascendere fino al Trono di Dio. Gli esercizi mistici che insegnava erano rigorose forme di Yoga Divino, e la sua tecnica era assai diversa dalla spontanea rozzezza di cui fu accusato dagli avversari. La cerchia più interna dei suoi discepoli era formata da persone di straordinaria erudizione nel campo della dottrina tradizionale, nel campo giuridico e nelle tecniche meditative che oggi conosciamo come cabala mistica.

La diffusione delle sue idee gli attirò molti discepoli ma gli procurò anche dei tenaci e accaniti avversari, e quando il grande maestro morì a soli 62 anni, la cabala che fino allora era stata un retaggio esclusivo di raffinati studiosi era discesa nella mente degli uomini prendendo una forma concreta e parlando un linguaggio umano che era accessibile alla comprensione di tutti. Il suo insegnamento fu orale e furono gli allievi che fecero circolare le dottrine.

Malgrado fosse proibito severamente proibito scrivere durante le lezioni dei rabbini, il Maggid di Mezritch ignorò il severo divieto e trascrisse tutto quello che il Baal Shem Tov comunicava ai suoi discepoli. Rav Dov Baer detto il Maggid di Mezritch fu il suo discepolo più colto e famoso e fu anche il suo successore essendo dotato di un raffinato stile filosofico, al punto che molti degli scritti che ha lasciato non sfigurerebbero con gli scritti delle più raffinate dottrine vedanta.

Il Maggid, prima di entrare nella sua cerchia era stato un dotto talmudico, ma la predisposizione personale lo aveva allontanato dalla vita rispettabile e stabile dei dotti rabbini e l'aveva spinto nell'umile destino del predicatore. La sua attitudine per la mistica e per la mortificazione lo aveva condotto verso una vita piena di privazioni e digiuni che lo aveva reso un povero infermo di salute cagionevole. Quando il Maggid era allo stremo delle forze fisiche, le sue condizioni erano tanto gravi che la moglie insistette affinché andasse dal grande guaritore a chiedere aiuto.

Solo dopo le ripetute insistenze della donna il Maggid si accinse al viaggio per raggiungere il futuro maestro. Per ironia della sorte il Baal era contro ogni forma di mortificazione del corpo e si opponeva alla pratica di pregare accompagnandosi con il pianto usata da alcuni. Per il Baal la preghiera andava accompagnata dalla gioia e dalla riconoscenza, perché l'uomo amabile e pieno di gioia è gradito al Signore. Non stupisce se il primo incontro avvenne in modo curioso, perché quando il Maggid fu ammesso alla presenza del Baal restò molto deluso dal suo futuro maestro.

Il Maggid si aspettava di vedere un rabbino autorevole che fosse all'altezza della sua fama, ma il Baal si mostrò molto amabile e semplice, e lo intrattenne con un lungo discorso sulla dieta più adatta per un vetturino. Il Maggid era già andato malvolentieri, era sfinito dal viaggio, era sofferente e claudicante, perciò giudicò quel colloquio banale e indegno del personaggio, perciò tornò alla locanda in cui alloggiava e prese a fare il bagaglio per ritornarsene deluso a casa.

Mentre preparava la partenza, sentì che bussavano alla porta e venne un messaggero per dire che il maestro voleva parlare ancora con lui. Malvolentieri il Maggid tornò dal Baal, ma quando fu al suo cospetto il Baal gli diede un volume dell'Arizal e gli chiese di interpretare un complesso brano di cabala lurianica. Il Maggid pensò che finalmente si cominciava a parlare di argomenti degni del livello che si aspettava di incontrare, perciò il viaggio non era stato inutile come credeva. Il Maggid lesse il testo dell'Arizal e iniziò uno dei suoi brillanti commenti dottrinari, poi concluse e guardò il Baal per vedere l'effetto che aveva prodotto.

Il maestro disse: "Vedo che hai appreso con la mente, ma che non hai imparato con l'anima." Dopo aver detto questo prese il brano che aveva chiesto di interpretare e iniziò a commentarlo lui stesso. Il Maggid raccontò che la stanza iniziò a diventare calda e la vide illuminata da una luce radiosa che svanì solo quando il Baal Shem Tov ebbe concluso la sua interpretazione. Il Maggid divenne il suo principale discepolo, e diventò la sua voce trascrivendo la sua dottrina, infatti gli dobbiamo il merito di aver tramandato ciò che il Baal aveva insegnato, e quando il maestro morì, ereditò il suo mantello da preghiera.

L'incontro tra maestro e allievo non era avvenuto con un riconoscimento immediato come può avvenire, infatti il maestro aveva alluso in modo velato e simbolico al rapporto sbagliato del Maggid con le esigenze del corpo. Aveva alluso al racconto contenuto nello Zohar, in cui il conduttore di somari ammaestra sulla parola "khamor" somaro, e sulla parola "khomer" materia per insegnare che l'uomo deve trasformare in modo corretto la sua materia per potersi sviluppare a livello spirituale. L'allusione alla dieta del vetturino alludeva al Maggid come vetturino inadatto delle esigenze del suo veicolo corporeo.

Certamente il Maggid era un po' troppo testardo, perciò la rivelazione discese al livello che lui riusciva a comprendere. Fu necessario che si manifestasse al Maggid facendo vedere chiaramente la sua qualità spirituale, infatti il carattere del Baal era unico, ma il Maggid aveva una mentalità troppo rigida e rigorosa per capirlo subito. Con il tempo si modificò diventando un seguace passato dall'osservanza più rigida alla ribellione aperta qualora la ribellione fosse necessaria. Conoscendo il suo carattere iniziale possiamo comprendere la profonda trasformazione che avvenne in lui dopo che divenne il primo discepolo del Baal Shem Tov.

Conoscendo gli antefatti possiamo apprezzare il coraggio dimostrato dal Maggid quando disobbedì al divieto di prendere appunti durante le lezioni del suo maestro. Quando divenne la guida dei chassidim fu degno successore del maestro, ma la sua fragile costituzione fisica peggiorò ancor più per la violenta lotta che gli fece il Gaon di Vilna che lo isolò dottrinariamente. Il Maggid morì come un ribelle perchè morì isolato e scomunicato dai razionalisti ebrei, e furono necessari 9 anni perché il suo nome fosse riabilitato e i suoi discepoli potessero pubblicarne gli scritti. Il Maggid aveva ereditato non solo le dottrine, perciò il mantello, ma anche l'odio dei nemici del suo maestro.

La grandezza e l'umanità del Baal Shem Tov emerge in tutto quello che si racconta, e conosciamo l'aneddoto del vetturino che lo fermò sulla piazza del mercato. L'uomo gli confessò di non aver potuto adempiere alla pratica che il Baal gli aveva prescritto nell'ora appropriata a farla, perciò temeva di non aver adempiuto in modo adeguato ai suoi doveri verso Dio. Il maestro gli chiese se sul carro accettasse i viaggiatori troppo poveri per poter pagare la corsa, e il vetturino che era uno dei suoi chassid gli rispose senza esitare: "Si!" Il maestro allora gli disse: "Bene! Quindi tu stai servendo Dio come se fossi a pregare in sinagoga."

Per il Baal Shem Tov l'osservanza ristretta e pignola tipica dei dottori della legge era "un piccolo sentiero" troppo limitato per fare breccia nel cuore di Dio, perché il Signore ama il flusso spontaneo del cuore generoso e devoto. Il Baal insegnava a tutti senza discriminare, perciò amava insegnare nella piazza del mercato e sui prati. Egli amava i suoi discepoli al punto di vivere non solo in continuo contatto con le loro necessità spirituali, ma anche di aiutarli concretamente in tutte le necessità terrene. La differenza con altri maestri si mostra anche nel fatto che, fino ad allora il titolo per i maestro era Rav, che è la forma tradizionale per indicare i maestri, ma con lui il titolo divenne Rebbe, che è intraducibile con una parola sola.

Rebbe è un affettuoso diminutivo personale che allude al ruolo di guida del maestro, ma lo unisce all'affetto del discepolo per il padre spirituale, perché i concetti si fondono nel grande maestro chassidico. Il termine mostra il particolare rapporto di tenerezza e di fiducioso abbandono che viene provato dal discepolo per il suo amato maestro. Il maestro chassidico è quello che unisce la forza della sua preghiera alla preghiera del suo discepolo per aiutarlo ad avanzare, infatti lui offre la sua forza spirituale al discepolo per dotarlo delle ali necessarie per raggiungere più velocemente la conquista della verità.

Nella tradizione chassidica c'è una storia riferita da Elie Wiesel in cui si narra che il grande Baal Shem Tove, quando aveva un caso disperato da risolvere andava nella foresta per meditare, poi accendeva un fuoco, recitava una preghiera e così otteneva sempre l'aiuto di Dio. In questo modo egli ottenne sempre ciò che chiedeva, perciò anche il Maggid di Mezritch usava lo stesso metodo per chiedere l'aiuto del cielo, perciò andava nella foresta e pregava: "Signore, io non so accendere il fuoco come faceva il mio maestro ma posso dire la stessa preghiera, perciò aiutami!" E il miracolo avveniva puntualmente.

Con il tempo, il Rabbi Moshe Leib di Sasov per chiedere aiuto a Dio andava ancora nella foresta, non sapeva accendere il fuoco, non conosceva la preghiera ma diceva: "Signore, io non so come accendere il fuoco, non conosco la preghiera, ma conosco il posto in cui invocarti, e questo è sufficiente." Infatti era sufficiente per avere l’aiuto divino. Più tardi, quando il Rabbi Israel di Rizhin aveva bisogno d’aiuto restava seduto nella sua poltrona, si prendeva la testa tra le mani e recitava: "Signore, io non conosco il posto della foresta, non so accendere il fuoco e non conosco neppure la preghiera. L'unica cosa che so fare è raccontare la storia, e questo è sufficiente." Quello era sufficiente, perché Dio ama intrattenersi con le storie degli uomini.

Buona erranza
Sharatan



giovedì 8 settembre 2011

Il momento dell’uomo


“E‘ difficile essere giusti verso il momento:
quello indifferente ci annoia,
quello buono ci fa portare
e quello cattivo trascinare.”

(Johann Wolfgang von Goethe)

Il grande cabalista del 18. sec., Elijah ben Solomon di Vilna, detto il Gaon il “genio” di Vilna, diceva che l’uomo intrattiene con il tempo un rapporto unico e particolare: l’uomo è l’unica creatura la cui esistenza creatrice sia in stretta relazione con il tempo. Il Gaon di Vilna dice che il tempo è amico dell’uomo e che l’uomo e il tempo formano la coppia maschio e femmina, infatti l’uomo è così vicino al tempo che essi si identificano, in quanto il tempo “zeman” invita l’uomo “zamen” a fecondarlo attuando il compimento dei precetti, “mitzvah.”

Le mitzvah esprimono dei precetti sia positivi che negativi, perciò indicano ciò che aiuta ad abbracciare ciò che viene con l’uso di pensieri, di parole, di emozioni e di azioni adeguate alla situazione. Il tempo invita l’uomo e dice che l’uomo può, tramite il tempo stesso, fornire il senso e trovare un contesto adeguato del tempo che è stato assegnato all‘uomo, infatti esistono 365 giorni dell’anno utili per non fare trasgressioni: il tempo dice all’uomo che egli può trovare il senso e il contesto giusto della vita, e questo avviene nel momento presente.

L’uomo prega il tempo e lo invita a uscire dalla sterilità e dall’immobilità per lavorare insieme: così l’uomo diventa ciò che fa del suo tempo e il tempo diventa ciò che l’uomo ne fa. L’uomo deve usare il tempo in modo tale che nessun momento venga perduto, e il tempo farà dell’uomo un essere che vive permanente nel tempo, perciò che non perde nulla di sé. Solo così il tempo e l’uomo possono trasfigurarsi, per entrare nell’eternità vivente, e questo fa guadagnare all’uomo la ricchezza simboleggiata da Abramo che morì carico di giorni e sazio di tempo, perché morì pienamente appagato dal suo vivere.

Solo l’uomo ha coscienza del tempo e solo l'uomo possiede la coscienza della sua presenza nel tempo, perciò il tempo non è un trascorrere ripetitivo e ciclico, ma deve diventare lineare per l'uomo, nella misura in cui l’uomo riconosce al tempo la sua direzione, cioè il movimento che tende verso uno scopo. Concepire il tempo in modo lineare significa avere un contatto permanente con il nostro punto di partenza per saper orientare la nostra direzione futura. Nella mappa dell’anima esistono tre sentieri, cioè esiste la linea della vita, la linea della testa e la linea del cuore, perciò noi dobbiamo mappare le tre direzioni integrandovi gli avvenimenti che viviamo.

Saper vivere il tempo integrando ciò che accade per insegnare ci permette di ricapitolare e di riordinare continuamente le tre direttive del nostro essere e del nostro vivere. L’uomo deve saper ricordare il suo punto di partenza, ma non deve perdere di vista la meta che vuole perseguire. L’oggi è HaYom, perciò è il luogo in cui avviene l’incontro della partenza e dell’arrivo, poiché l’oggi è il momento in cui i due punti si fondono, perciò è nel momento che abbiamo la distanza minima tra il nostro essere e il senso della nostra vita.

Ogni giorno si deve vivere come avessimo un’esperienza nuova, ma dobbiamo tener presente sia la visione retrospettiva che la prospettiva finale della vita: è così che il tempo diventa una creazione ininterrotta, dicono i cabalisti. In questo modo il tempo dell’uomo imita il tempo di Dio, in quanto ogni giorno si rinnova la creazione e si attua un’attività ininterrotta, perciò colui che imita Dio, compie la creazione ininterrotta che avviene nell’oggi, e partecipa alla vivificazione che è donata dalla consapevolezza di poter essere simile a Dio nella capacità di poter ricreare la sua vita.

All’uomo Dio ha dato la facoltà di poter ricostruire la sua vita, perciò ogni giorno bisogna avere l’intenzione di essere disponibili al continuo rinnovamento, poiché l’uomo deve sempre rinnovare ciò che è e ciò che fa. Dio, tramite questo dono, invita l’uomo ad apprezzare ciò che gli dona l’oggi che vive, perché ogni giorno illumina un nuovo mondo che è colmo di benedizioni. Chi sa vivere così nel mondo, sa stare nel mondo restando al servizio di Dio, infatti l’atto della creazione ininterrotta e continua è ricompensata con il dono di una intelligenza illuminata che, ogni giorno, acquisisce nuova forza e nuova luce.

Chi vive la prescrizione divina, dicono i cabalisti, riceve la benedizione di Dio quando ogni giorno, dopo il sonno della notte in cui l’uomo giace come morto, l’Onnipotente gli restituisce il soffio vitale con cui Dio riporta l’anima nel corpo perciò l’uomo si risveglia al mattino confermato nella vita che viene ridonata. Ogni giorno l’uomo si risveglia come un uomo che è stato rinnovato, perché noi veniamo ricreati da ogni momento che viviamo.

Ogni giorno l’uomo è un essere nuovo, perché oggi non siamo più ciò che eravamo ieri ma non siamo ancora ciò che saremo domani, perciò con l’azione e con il pensiero possiamo cambiare continuamente. Ogni giorno riconfermiamo la nostra identità, perciò ogni momento cerchiamo di essere noi stessi: è in questo senso che ogni giorno e ogni momento è unico, e che il compito di ogni uomo è unico nel mondo, e perché ognuno ha il suo lavoro specifico da fare. Il Baal Shem Tov dice che Dio ha creato l’uomo per portare a termine la sua creazione, perciò siamo chiamati all’imitazione dell’opera divina, e la creazione continua diventa quotidiana nella realtà che vogliamo vivere.

L’uomo è chiamato a completare il mondo, in quanto può aggiungere ciò che manca, può ritrovare ciò che ha smarrito, riparare ciò che viene danneggiato e riunire ciò che è stato separato dal tempo. Dio non volle creare un mondo perfetto non perché gli fosse impossibile, dice il Baal Shem Tov, ma volle una creazione con perfezioni e imperfezioni perché l’uomo potesse apprezzare ciò che è buono e potesse riparare quello che viene deteriorato con le sue capacità creatrici. Il mondo venne creato, affinché l’uomo avesse il merito di scegliere il suo tikkun e affinché si potesse sperimentare la “riparazione spirituale” nella realtà fisica del mondo.

Il tikkun è la riparazione che riguarda il saper fare delle azioni adeguate per riparare l’anima personale, ma indica anche la missione cosmologica del tikkun dell’anima del mondo. Questa necessità viene espressa nel mito della “frantumazione dei vasi” che furono incapaci di contenere la potenza dell’immensità divina. Quando avvenne la frattura della prima creazione le scintille divine e i frammenti dei vasi vennero scagliati in tutto l’universo: nella vita questa frantumazione è reintegrata ricostruendo i recipienti (le cose) e ritrovando le scintille divine (l’anima) per riportarli alla condizione originaria della Sacra unità.

L’uomo può svolgere questo tipo di lavoro, infatti l'uomo svolge un lavoro che deve rinnovare continuamente e l’operosità è incoraggiata se risvegliamo l’illuminazione della consapevolezza. Dice Rabbi Yitshak di Luria il mistico del 16. sec., l’Ari HaKadosh Ari il Leone della cabala, che Dio non ha creato due giorni uguali perché ogni giorno ha la sua personalità, infatti Dio ci mostra conferma del rinnovamento quando riporta l’anima nel corpo con l’atto del risveglio, perciò ci mostra che finché abbiamo il respiro abbiamo sempre la possibilità di rinnovarci.

Ogni uomo è creato solo perché ognuno è il prototipo unico del suo modo di pensare, di essere e di manifestare se stesso, perciò ognuno è una creatura unica nel mondo. Prima che nascessimo non c’era nessuno come noi perciò ognuno è indispensabile per il mondo, perché ognuno lascia la sua impronta e l’identità dell’uomo è definita dalla missione a cui l'uomo si sente chiamato. Il lavoro che facciamo ogni giorno diventa diverso perché siamo in continua creazione, perciò anche nella vita quotidiana troviamo le direttive per orientare la nostra vita.

Il tempo e l’azione che facciamo sul mondo non sono in conflitto, ma diventano alleati se viviamo il momento nell'apprezzamento della sua unicità. Ogni giorno si ritrova lo scopo della nostra missione, infatti l’uomo si sforza sempre di riconoscere le sue “scintille” disperse, perciò le ricerca e le raccoglie per riportarle alle “radici” da cui provengono e reintegra la sua interezza.

Le “berurim” cioè delle chiarificazioni interiori vanno fatte ogni giorno e ognuno fa le proprie, poiché nessuno è responsabile del lavoro dell'altro, in quanto ognuno libera solo se stesso, ognuno può affinare e reintegrare solo le scintille che lo aspettano e con cui sente affinità. Ognuno affronta il tikkun che lo riguarda e che gli è stato riservato, infatti ognuno fa i conti con la sua vita: e questo è il compito a cui l’uomo è stato creato per poter aumentare la luce del mondo.

Buona erranza
Sharatan


martedì 26 luglio 2011

L’albero della vita



Ogni tanto, il Baal Shem Tov andava nella foresta e restava in solitudine: chiaramente questa abitudine aveva risvegliato una grande curiosità da parte dei suoi discepoli perciò, quando chiese a tre dei più smaliziati chassidim di accompagnarlo, Sendril, Yehiel e Gershom furono ben felici di farlo. Salirono tutti sul carro del maestro, mentre i cavalli partirono subito al galoppo senza che nemmeno ci fosse bisogno che il Baal Shem Tov facesse schioccare la sua frusta. Dopo aver lasciato la città, corsero attraverso la campagna senza che fosse pronunciata nessuna parola, mentre gli zoccoli dei cavalli quasi non toccavano il terreno e il carro correva lungo un percorso che gli animali conoscevano bene.

Giunsero, infine, ai bordi di una foresta impenetrabile e mentre il Baal Shem Tov scioglieva i cavalli per lasciarli liberi di abbeverarsi e pascolare, i tre chassidim fissarono con ammirazione le nobili piante della millenaria foresta, ma si riscossero quando il maestro gli fece il cenno di seguirlo e si addentrò nel fitto bosco. Avanzarono a lungo nel folto di quella stupenda foresta tanto che, ai discepoli, sembrava quasi un sortilegio dover calpestare le foglie di quel luogo pieno di pace che sembrava inviolato, perciò procedevano cauti temendo quasi di rovinare qualcosa di quel luogo perfetto, o che qualcuno potesse venire disturbato dalla loro presenza.

Molti alberi avevano dei tronchi che potevano essere circondati dalle braccia di molti uomini per contenerne la circonferenza, e il loro enorme fusto sembrava ergersi quasi a toccare il cielo. Mentre passavano nei pressi di un’enorme quercia dalle misure maestose, Yehiel si fermò a sbirciare tra la fronde di quell’albero e vide un nido su cui era posato a covare un uccello stupendo dalle piume iridescenti con le ali dorate. Il sole accendeva le iridescenze delle sue piume diffondendo uno spettro di mille colori e facendo brillare l’oro delle sue ali: Yehiel restò a bearsi di quello splendore dorato e si perse in quegli splendenti colori, mentre il Baal Shem Tov e i due compagni procedevano oltre.

Camminando per un altro bel pezzo di strada, i tre giunsero ai bordi di un magnifico laghetto, e gli chassidim videro che il Baal Shem Tov si chinava a sbirciare nell’acqua, perciò fecero la medesima cosa, ma il lago non era di acqua normale, poiché non videro riflessa l’immagine del loro volto reale, ma si videro fissare dallo splendido volto di una presenza angelica. Dopo aver fissato il viso angelico, i due chassidim volsero lo sguardo verso il Baal Shem Tov per chiedere qualche spiegazione su quel miracoloso lago, ma il loro maestro si stava già allontanando, perciò Sendril gli corse dietro per non smarrirne le tracce. Invece Gershom restò immobile a fissare le acque, come se fosse diventato di pietra, e restò calamitato a fissare quel volto: aveva capito che fissava il viso del suo angelo custode, perciò non riusciva più a lasciarlo.

I due chassidim rimasti entrarono nel cuore più profondo della folta foresta e lungo una strada videro degli alberi che brillavano come se fossero arsi dall’incendio, infatti gli alberi sembravano di fuoco, ma non bruciavano con nessuna fiamma e non si consumavano con nessun fuoco. Sendril si ricordò del racconto biblico di Mosè e del roveto ardente che trovò nel deserto, perciò volle indagare e restò a osservare gli alberi infuocati, mentre il Baal Shem Tov gettava un’occhiata distratta al fuoco e proseguiva per la sua strada. Sendril non si accorse neppure che il maestro lo aveva lasciato per proseguire il suo cammino. Fu così che, quando il Baal Shem Tov giunse fino all’Albero della vita nel cuore della foresta, ormai era rimasto da solo.

Il protagonista della storia è il celebre cabalista Rabbi Isra’el ben Eliezer, noto come Baal Shem Tov cioè “Maestro dal Nome Buono” fondatore del chassidismo, di cui si dice che abbia raggiunto il massimo traguardo spirituale, cioè di diventare maestro del proprio nome, perciò maestro di se stesso. La storia esorcizza la paura degli uomini di poter percorrere una strada con troppa velocità oppure di sbagliare e non saper procedere, così che abbiamo il timore di non poter arrivare all’albero della vita. Questo albero, dicono i cabalisti, è inserito nella nostra vita cioè nel nostro stesso procedere, perciò ognuno deve seguire le sue inclinazioni e deve scegliere secondo le sue peculiarità concrete.

Stiamo tutti andando verso la medesima direzione, perché tutti vogliamo trovare la vocazione che sentiamo come più adeguata per la nostra anima, infatti tutti comprendiamo meglio ciò che corrisponde alle tendenze che sentiamo interiormente. Perciò tutti dobbiamo tornare alla nostra vita concreta, come punto di partenza da cui trovare lo spunto per scoprire la nostra massima realizzazione. Il Baal Shem Tov non precludeva dalla condivisione delle sue conoscenze, infatti amava avere dei compagni con cui condividere il cammino e sapeva come condurre i suoi discepoli verso la vera conoscenza. La storia insegna pure che, l’albero della vita del maestro era diverso da quello dei tre chassidim, infatti la storia insegna che ciascuno viene condotto ad un albero della vita diverso, perché ognuno è chiamato alla realizzazione usando una direzione diversa.

Buona erranza
Sharatan