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giovedì 9 giugno 2016

Guardare e ascoltare



“Chi di noi dà ascolto all’inno del ruscello
quando parla la tempesta?”
(Kahlil Gibran)

“Ora, guardare è una delle cose più difficili della vita come ascoltare: guardare e ascoltare sono la stessa cosa. Se i vostri occhi sono accecati dai problemi, non potete vedere la bellezza del tramonto. Molti di noi hanno perso il contatto con la natura. La civilizzazione spinge sempre di più verso grandi città; diventiamo sempre di più gente di città, viviamo in appartamenti affollati con pochissimo spazio anche per guardare il cielo la sera o la mattina, e quindi perdiamo il contatto con la maggior parte della bellezza. Non so se avete notato come pochi di noi guardino un tramonto o un'alba o la luce della luna o il riflesso della luce sull'acqua.

Avendo perso il contatto con la natura tendiamo naturalmente a sviluppare le capacità intellettuali. Leggiamo una grande quantità di libri, andiamo a visitare molti musei e ad ascoltate concerti, guardiamo la televisione e ci prendiamo una gran quantità di altri svaghi. Citiamo senza fine idee di altre persone e pensiamo e parliamo di arte. Come mai dipendiamo tanto dall'arte? È una forma di fuga, di stimolo? Se siete direttamente in contatto con la natura; se guardate il movimento delle ali di un uccello, se vedete la bellezza del cielo in ogni momento, le ombre sulla collina o la bellezza sul viso di un altro, pensate che vorreste andare a un museo a vedere dei quadri?

Forse è perché non sapete come guardare tutte le cose che vi circondano che ricorrete alle droghe che vi stimolino a vedere meglio. C'è una storia di un maestro di religione che parlava ogni mattina ai suoi allievi. Un giorno salì sulla cattedra e stava appunto per cominciare quando arrivò un uccellino che si fermò sul davanzale della finestra e cominciò a cantare e cantò con tutto il cuore. Poi si interruppe e volò via e il maestro disse: “Per oggi il sermone è finito.”

Mi sembra che una delle nostre più grandi difficoltà sia guardare veramente con chiarezza, non solo le cose esteriori, ma anche la vita interiore. Quando diciamo di vedere un albero o un fiore o una persona, li vediamo in realtà? O ci limitiamo a vedere l'immagine che la parola ha creato? Cioè quando guardate un albero o una nuvola della sera piena di luce e di bellezza, li vedete realmente, non solo coi vostri occhi e a livello intellettuale, ma in modo totale, completo?

Avete mai provato a guardare una cosa oggettiva come un albero senza che comparissero forme di associazione, senza che intervenisse la conoscenza che su di esso avete acquisito, senza pregiudizio, senza giudicare, senza parole che formerebbero un paravento tra voi e l'albero e che vi impedirebbero di vederlo come realmente è? Provatelo e vedete cosa realmente accade quando osservate l'albero con tutto il vostro essere, con tutta la vostra energia. In una tale intensità troverete che non esiste affatto osservatore; c'è solo attenzione. Solo quando c'è disattenzione allora troviamo l'osservatore e la cosa osservata.

Quando guardate una cosa con totale attenzione, non c'è spazio per concetti, formule o ricordi. È importante capirlo perché cercheremo di analizzare qualcosa che richiede uno studio molto attento. Solo una mente che guardi un albero o le stelle o l'acqua luccicante di un fiume con un totale auto-abbandono sa cosa sia la bellezza. E quando noi realmente vediamo ci troviamo in uno stato d'amore. Generalmente conosciamo la bellezza per mezzo del paragone o grazie a quello che l'uomo ha messo insieme, il che significa che attribuiamo la bellezza a qualche oggetto.

Vedo quella che considero essere una bellissima costruzione e apprezzo quella bellezza grazie alla conoscenza che ho dell'architettura e al paragone che faccio con altre costruzioni che ho visto. Ma ora mi chiedo: “Esiste una bellezza senza oggetto?". Quando c'è l'osservatore che è il censore, colui che fa l'esperienza, che pensa, non c'è bellezza poiché la bellezza è qualcosa di esterno, qualcosa che l'osservatore guarda e giudica, ma quando non c’è osservatore e questo richiede moltissima meditazione, ricerca allora c'è bellezza senza oggetto.

La bellezza risiede nel totale abbandono dell'osservatore e della cosa osservata e ci può essere auto-abbandono solo quando c'è totale austerità non l'austerità dei preti con la sua durezza, le sue pene, regole ed obbedienza non l'austerità dell'abbigliamento, delle idee, dell'alimentazione e del comportamento, ma l'austerità dell'essere semplici che è umiltà assoluta. Allora non c'è disperato tentativo di ottenere, non c'è una scala a pioli che vi aiuti a salire; c'è solamente il primo gradino ed esso è quello eterno.

Camminate da soli o con qualcuno e siete in silenzio. La natura vi circonda e non ci sono cani che abbaiano, rumore di macchine che passano o anche il frullio delle ali di un uccello. Siete in un completo silenzio e anche la natura intorno a voi è in un completo silenzio. In quel silenzio sia nell'osservatore che nella cosa osservata quando l'osservatore non traduce in pensiero quello che vede in quei silenzio non c'è differente qualità di bellezza.

Non c'è natura né osservatore. C'è uno stato mentale completamente, interamente solo; è solo non isolato solo nella quiete, e quella quiete è bellezza. Quando amate, c'è un osservatore? C'è solamente quando l'amore è desiderio e piacere. Quando l'amore non è accompagnato da desiderio e da piacere, allora è intenso. È, come la bellezza, qualcosa di completamente nuovo ogni giorno. Come ho detto, non ha ieri e non ha domani. Solo quando vediamo senza preconcetti, senza immagini, allora siamo in grado di entrare in contatto diretto con qualsiasi cosa nella vita.

Tutti i nostri rapporti sono in realtà immaginari cioè,basati su una immagine creata dal pensiero. Se io mi sono creato una immagine su di voi e voi una su di me, naturalmente non ci vediamo l'un l'altro come in realtà siamo. Quello che vediamo sono le immagini che ci siamo creati l'uno dell'altro che ci impediscono di entrare in contatto, e questo è il motivo per cui i nostri rapporti vanno male. Quando dico di conoscervi, intendo che vi ho conosciuto ieri. In realtà non vi conosco ora. Tutto quello che conosco è l'immagine che ho di voi.

Quella immagine è stata messa insieme da ciò che avete detto per elogiarmi o per insultarmi, da ciò che mi avete fatto è stata plasmata in base a tutti i ricordi che ho di voi e l'immagine che voi avete di me è stata plasmata allo stesso modo, e sono quelle immagini che sono in rapporto e che ci impediscono di comunicare l'uno con l'altro. Due persone che hanno vissuto insieme per un lungo periodo hanno una immagine l'uno dell'altro che impedisce loro di essere realmente in rapporto. Se comprendiamo il rapporto possiamo cooperare, ma la cooperazione non può assolutamente avere luogo con le immagini, i simboli, i concetti ideologici.

Solamente quando comprendiamo il rapporto possiamo cooperare, ma la cooperazione non può assolutamente avere luogo con le immagini, i simboli, i concetti ideologici. Solamente quando comprendiamo il vero rapporto che intercorre tra l'uno e l'altro è possibile l'amore, e l'amore è negato quando ci basiamo sulle immagini. È quindi importante comprendere, non al livello intellettuale, ma nella realtà, nella vostra vita quotidiana, come avete costruito le immagini di vostra moglie, di vostro marito, del vostro vicino, del vostro bambino, del vostro paese, dei vostri capi, dei vostri uomini politici, dei vostri dèi non avete altro che immagini.

Queste immagini creano lo spazio tra voi e quello che osservate e in quello spazio c'è conflitto, dunque quello che tenteremo di scoprire ora insieme e se e possibile liberarsi di questo spazio che creiamo non solo al di fuori di noi stessi, ma dentro di noi, lo spazio che divide la gente in tutti i suoi rapporti. Ora, proprio l'attenzione che attribuite a un problema è l'energia che può risolvere quel problema. Quando attribuite la vostra totale attenzione intendo con qualsiasi cosa dentro di voi non c'è affatto osservatore. C'è solo lo stato di attenzione che è energia totale, e quella energia totale è la più alta forma di intelligenza.

Naturalmente quello stato mentale deve essere totalmente in silenzio e quel silenzio, quella quiete, si può avere solo quando ci sia totale attenzione, non una quiete disciplinata. Quel totale silenzio, in cui non c e né l'osservatore né la cosa osservata è la forma più alta per una mente religiosa. Ma quello che succede in quello stato non può essere descritto a parole poiché quello che viene detto a parole non è il fatto reale. Per scoprirlo da voi dovete andarne a fondo. Ogni problema è in rapporto con tutti gli altri problemi cosicché se ne risolvete uno in modo completo non ha importanza quale sia vedrete che vi è possibile affrontare gli altri con facilità e risolverli. Naturalmente parliamo di problemi psicologici.

Abbiamo già visto che un problema esiste solamente nel tempo, cioè quando affrontiamo un problema in modo incompleto. Così non soltanto dobbiamo essere consapevoli della natura e della struttura del problema e rendercene conto completamente, ma affrontarlo anche non appena sorge e risolverlo subito di modo che non metta radici nella mente. Se si permette che un problema si trascini per un mese o un giorno, o anche per pochi minuti, esso distorce la mente. È dunque possibile affrontare un problema immediatamente senza distorsioni ed esserne subito, completamente, liberi senza permettere che resti un ricordo, che sarebbe una scalfittura della mente?

Questi ricordi sono le immagini che ci portiamo dietro e sono queste immagini che affrontano quella cosa straordinaria detta vita ed ecco la contraddizione e da ciò il conflitto. La vita è molto reale, la vita non è una astrazione e quando la affrontate con le immagini sorgono i problemi. È possibile affrontare un problema senza questo intervallo di tempo, senza questo abisso che ci divide dalla cosa di cui abbiamo paura? È possibile solamente quando l'osservatore non ha continuità, l'osservatore che è colui che costruisce l'immagine, l'osservatore che è una collezione di ricordi e di idee, che è un ammasso di astrazioni.

Quando guardate le stelle, ci siete voi che guardate le stelle nel cielo; il cielo è inondato da stelle brillanti, c'è un'aria fresca, e ci siete voi, l'osservatore, colui che fa le esperienze, che pensa, voi con il vostro cuore che soffre, voi, il centro, che crea lo spazio. Non potrete mai comprendere lo spazio che c'è tra voi e le stelle, tra voi e vostra moglie o vostro marito o un amico, poiché non avete mai provato a guardare senza l'immagine, ed è questo il motivo per cui non sapete cos'è la bellezza o l'amore.

Ne parlate, ne scrivete, ma non lo avete mai conosciuto, tranne forse in rari intervalli di totale auto-abbandono. Fino a che ci sarà un centro che crea uno spazio intorno a sé non ci sarà ne' amore né bellezza. Quando non c'è un centro né circonferenza allora c'è amore. E quando amate voi siete la bellezza. Quando guardate un viso che vi sta di fronte, guardate da un centro e un centro crea lo spazio tra persona e persona ed è questo il motivo per cui le nostre vite sono così vuote e incallite. Non potete coltivare l'amore e la bellezza e neanche potete inventare la verità, ma se sarete sempre consapevole di quello che fate.

Potrete coltivare la consapevolezza e comincerete a vedere la natura del piacere, del desiderio e del dolore e la totale solitudine e noia dell'uomo, allora comincerete a impadronirvi di quella cosa chiamata “lo spazio”. Quando c’è spazio tra voi e la cosa che osservate saprete che non c'è amore, e senza amore, per quanto vi sforziate di riformare il mondo o di creare un nuovo ordine sociale o per quanto possiate parlare di miglioramenti, creerete solamente angoscia. E quindi tocca a voi. Non c'è guida, non c'è maestro, non c'è nessuno che vi dica cosa fare. Siete solo in questo mondo pazzo e brutale.” (Jiddu Krishnamurti)

sabato 18 ottobre 2014

Cos’è la bellezza?



“Allora, cos’è la bellezza? Questa è una delle domande fondamentali; non è una domanda superficiale, quindi non accantonatela subito. Capire cos’è la bellezza, avere quel sentimento del bene che inizia quando la mente e il cuore sono in comunione con qualcosa di bello, senza nessun impiccio e in modo di sentirsi completamente a proprio agio; sicuramente ciò ha un gran significato per la vita, e se non conosciamo queste reazioni alla bellezza, le nostre vite saranno completamente superficiali.

Si può essere circondati da grande bellezza, dalle montagne, dai campi, dai fiumi, ma se non si è vitali di fronte a ciò, è proprio come se fossimo morti. Cos’è la bellezza? Pulizia, ordine dei vestiti, un bel sorriso, un gesto aggraziato, il ritmo della camminata, un fiore nei capelli, buone maniere, chiarezza nel parlare, sollecitudine, essere ben considerati dagli altri, puntualità… tutto ciò fa parte della bellezza; ma questa è solo la superficie. Ed è tutto riguardo alla bellezza o c’è qualcosa di molto più profondo?

C’è la bellezza della forma, la bellezza del disegno, la bellezza della vita. Avete mai osservato la bella forma di un albero quando il suo fogliame è rigoglioso, o la straordinaria delicatezza di un albero spoglio che si staglia contro il cielo? Simili cose sono belle da contemplare. Ma sono tutte espressioni superficiali di qualcosa di molto più profondo. Allora, che cos’è quello che chiamiamo bellezza? Potete avere un bel viso, belle fattezze, potete vestirvi con buon gusto e avere maniere raffinate, potete dipingere bene o scrivere sulla bellezza del paesaggio.

Ma senza quel sentimento interiore del bene tutti gli annessi e connessi della bellezza conducono a una vita molto superficiale e sofisticata, ad una vita senza gran significato. Perciò dobbiamo scoprire cos’è realmente la bellezza, non è vero? Fate attenzione, non sto dicendo che dovremmo evitare le espressioni esteriori della bellezza. Tutti dobbiamo avere buone maniere, dobbiamo essere puliti e vestire con gusto, senza ostentazione, dobbiamo essere puntuali, chiari nel nostro parlare e tutto il resto. Questi elementi sono necessari e creano una piacevole atmosfera ma essi, in loro stessi, non hanno gran significato.

È la bellezza interiore che ci dà grazia, una squisita gentilezza nella forma e nel movimento esteriore. E che cos’è questa bellezza interiore senza la quale la vita è così superficiale? Ci avete mai pensato? Probabilmente no. Ma aiutarvi a scoprire che cos’è la bellezza interiore, senza la quale la forma esteriore e il movimento hanno pochissimo significato, è una delle funzioni della corretta educazione; e il profondo apprezzamento della bellezza è una parte essenziale della vostra vita. Una mente superficiale può apprezzare la bellezza?

Può parlare di bellezza, ma può sperimentare lo sgorgare di questa immensa gioia guardando qualcosa che è veramente bello? Quando una mente si interessa solo a se stessa e alle proprie attività non è bella; qualunque cosa faccia rimane brutta, limitata e quindi è incapace di sapere che cosa sia la bellezza. Invece una mente che non si interessa a se stessa, che è libera dall’ambizione, una mente che non è imprigionata nei propri desideri né spinta dalla ricerca del successo, una simile mente non è superficiale e fiorisce nel bene. Capite?

È questa bontà interiore che conferisce bellezza, persino a una cosiddetta faccia brutta. Quando c’è la bontà interiore la brutta faccia si trasforma, perché la bontà interiore è davvero un sentimento molto religioso. Sapete cosa significa essere religiosi? Non ha nulla a che vedere con le campane dei templi, né con i puja indù e nemmeno con le cerimonie dei preti e tutti i loro insensati ritualismi. Essere religiosi significa essere sensibili alla realtà. Il vostro intero essere - cuore, corpo e mente - è sensibile alla bellezza e alla bruttezza, all’asino legato a un palo, alla povertà e al sudiciume della città, alle risate e alle lacrime, a ogni cosa intorno a voi.

Da questa sensibilità per l’intera esistenza scaturiscono la bontà e l’amore; e senza questa sensibilità non c’è bellezza, anche se potete avere talento, essere vestiti bene, guidare un’automobile costosa ed essere scrupolosamente puliti. L’amore è qualcosa di straordinario. Non potete amare se state pensando a voi stessi - e questo non vuol dire che dovete pensare a qualcun altro. L’amore è, non ha oggetto. La mente che ama è realmente una mente religiosa perché sta all’interno del movimento della realtà, della verità, di Dio, ed è solo una mente simile quella che può sapere che cosa sia la bellezza.

La mente che non è prigioniera di alcuna filosofia, che non è rinchiusa in nessun sistema o fede, che non è spinta dalle proprie ambizioni e perciò è sensibile, attenta, osservatrice, essa possiede bellezza. Una mente che non appartiene a nessuna nazione, che non è motivata dall’ambizione o dominata dalla paura, una simile mente fiorisce sempre nell’amore e nella bontà. Poiché sta nel movimento della realtà, essa sa che cos’è la bellezza; sensibile sia al brutto che al bello, è una mente creativa, dotata di una comprensione illuminata.”

(Jiddu Krishnamurti, La ricerca della felicità, Mondadori)

giovedì 23 ottobre 2008

Sommersi dalla bellezza del vuoto


Nella nostra cultura la bellezza è sempre stata regolamentata da canoni e proporzioni derivanti dalla concezione platonica dell’opposizione tra il mondo delle cose e il mondo delle idee, governato dal grande Demiurgo. E’ in Platone che troviamo per la prima volta quelle concezioni che saranno ereditate dal pensiero cristiano e rafforzate da s. Agostino.
Da sempre diamo alla bellezza una serie di obblighi, in merito alla misura, alla proporzione, all’armonia e alla grandezza delle parti sul tutto. Da quelle misure emerge un ideale socio-culturale esterno all’individuo, a cui però esso è obbligato ad aderire: tale concetto è espresso compiutamente nel canone armonico rinascimentale dell’uomo vitruviano.
Potremmo invece pensare che la bellezza possa essere svincolata da ogni canone predefinito? Possiamo pensare di lasciarsi andare alla mutevolezza delle cose e delle persone ed essere disponibili al bello?
Nelle culture d’Oriente tale ideale è del tutto naturale, ed emerge lasciandosi andare ricettivamente, nel pieno equilibrio di corpo e mente, ed in piena attenzione rilassata alla contemplazione di ciò che il mutamento offre ai nostri sensi. Nella chiara descrizione della pratica zen giapponese delle cerimonia del thè, possiamo apprezzare la preparazione mentale e fisica necessaria per essere accolti nella camera del thè vera e propria.
Cosa insegna il rigido formalismo zen? Mette in chiaro, evidenzia il metodo puro, l’essenzialità della tecnica attuativa, della pratica. Questo è molto importante da capire per la mente occidentale, che ha un approccio del tutto diverso, cioè logico-teorico all’esperienza. Il corpo orientale entra in gioco ancora prima della mente, quando l’individuo viene messo di fronte alle esperienze, alle tecniche e alle arti: l’approccio è essenzialmente pratico. Nel praticare un’arte, l’orientale diviene l’arte stessa, e il suo intervento sulla realtà non è assolutamente invasivo, ma è sempre rispettoso della natura delle cose. Questo punto di vista è molto difficile da capire per noi occidentali, è difficile da praticare.
Nel concetto di vuoto vi è la piena ricettività dell’essere, c’è la completa disponibilità a recepire l’esterno, vi è la massima centratura sul nostro essere, siamo in un’attenzione rilassata ma non selettiva, rispetto ai fatti che si osservano. Questa disposizione predispone il terreno, affinchè l’anima della disciplina entri in noi stessi, fluisca nelle nostre vie energetiche e possa infine manifestarsi in perfetta ed essenziale esecuzione artistica.
Afferma Cheng Yao Tian - calligrafo del periodo Ching - che “la via della calligrafia è fondata sulla padronanza del vuoto.” Tale elemento viene espresso ancor più chiaramente in Wang Yuan Chi, autore del trattato di estetica, “Yu Chuang Man Pi”: “Si deve concepire l’idea prima di afferrare il pennello, questo è il punto principale della pittura. Quando il pittore prende il pennello deve essere completamente tranquillo, sereno, calmo e raccolto, ed escludere tutte le emozioni volgari. Si deve sedere in silenzio davanti al rotolo di seta bianca, concentrando il suo spirito e controllando la sua energia vitale.” La bellezza si coglie mettendosi in attenzione ricettiva, lasciando che l’oggetto osservato la esterni, dal centro del suo essere.
A tutte le nostre scissioni e preconcezioni sul bello, sembra estraneo il pensiero orientale, il quale afferma che un individuo con mente e corpo equilibrati, illuminato dalla conoscenza e pienamente ricettivo può godere di bellezza assoluta e dominare il mondo. Il concetto di amore ed il concetto di bellezza vengono così svincolate da ogni legame con le persone, per abbracciare una dimensione cosmica. Cogliere l’essenza del vuoto, equivale alla suprema conoscenza, e praticare una disciplina con l’uso del vuoto è la somma manifestazione dell’arte, sia essa una pratica marziale, sia il rito del thè, sia il tiro con l’arco o l’arte dell’equitazione, sia il godimento estetico di una poesia, etc... Solo quando l’uso del vuoto è in funzione – osserva Giangiorgio Pasqualotto - vi è la “grande abilità che sembra assenza di abilità; essa è caratterizzata dall’assenza di intenzionalità e, quindi, di sforzo. L’opera riesce meglio quando l’Io si mette da parte e la fatica scompare: l’esecuzione raggiunge così la perfezione.”
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

venerdì 18 luglio 2008

La perfezione del Vuoto


La bellezza, per la filosofia presocratica, è ciò che risplende, che colpisce gli occhi, ciò che è luminoso, ciò che abbaglia.
La bellezza per avere un effetto tanto travolgente deve avere qualcosa di divino, di sovrumano. Platone disse: "Quando io vedo un volto bello, un volto di aspetto divino, allora mi ricordo di una vita precedente, in cui avevo visto le idee," celebrando così l’associazione del Bello con il Bene.
Nel Medioevo si arrivò ad identificare la bellezza come simbolo del maligno e si mortificò il corpo umano come mezzo della dannazione e fu solo nel Rinascimento che si rivalutò la bellezza del corpo, celebrandone la perfezione e l’armonia delle forme. Il recupero del classicismo, in epoca rinascimentale, intende il corpo dell’uomo non solo un corpo estetico ma anche un corpo etico; l’uomo misura di tutte le cose. Di tale misura si offrono i requisiti costituiti dalle caratteristiche esteriori di misura, ordine, proporzione, simmetria, convenienza, decoro, etc. sulla scia di Aristotele che, nella sua Poetica affermava “la bellezza consista nella grandezza e nell’ordine.”
Per Hegel, il Cristianesimo è stata la religione che ha riabilitato il brutto, poiché è una religione dello spirito e non del corpo: per questo Hegel fece derivare l’estetica dal mondo greco classico. Parliamo così tanto del Bello che trascuriamo invece la sensibilità, dimenticandoci che c'è sempre un qualcosa di più, nella nostra percezione di un oggetto, rispetto al puro e semplice oggetto percepito. Fino a che punto la percezione viene condizionata dalle nostre personali convinzioni?
E’ assurdo parlare di estetica come noi la intendiamo, per il pensiero cinese e poi per quello giapponese; infatti tali civiltà non hanno sviluppato alcuna differenza tra teoria e pratica, quindi non concepiscono affatto una estetica intesa come “teoria” o “scienza del bello.” In tali civiltà, la bellezza viene fatta valere di volta in volta, in diversi contesti e in diverse occasioni, senza dovere creare una categoria estetica, poiché essi credono che i tentativi di elaborare delle teorie, finiscano per limitare le esperienze, abbassandone la qualità e diminuendone l’intensità. Lo Zhuangzi afferma che “quando regna la virtù perfetta […] gli uomini si amano l’un l’altro senza conoscere l’ideale dell’amore umanitario.” Il pensiero orientale manifesta una marcata predilezione per un rapporto diretto con la realtà e soprattutto il pensiero giapponese - come osserva G.C. Calza, tra i maggiori esperti di quella cultura - vi “è un ricettacolo di mezzi toni e sfumature, di spazi vuoti che non vanno subito colmati ma goduti come sono.”
Tali civiltà sono colme di un’infinità di arti che hanno come scopo, non il prodotto estetico ma l’atto che arricchisce tale rapporto, che è un rapporto con le persone, con la natura e con le cose. Alla base di tutte le manifestazioni artistiche e alla fruizione personale di tali arti sta il concetto di “wu” cioè vuoto, ma non la teoria bensì “l’esperienza del vuoto” ottenuta tramite la pratica meditativa. L’ideogramma “wu” nasce dalla stilizzazione di una fascina di fieno sopra un fuoco che la consuma, ed indica ciò che resta dopo l’azione del fuoco: nulla. Il carattere cinese significa “non-esserci”, “non”, “senza” e rimanda ad una assenza determinata, in un vuoto ben determinato. Usando una definizione impropria di “estetica del vuoto” si indica sia una teoria che pone il vuoto come principio ed oggetto di analisi, ma anche l’esperienza meditativa dello stesso. La tradizione del vuoto viene pensata e praticata dal taoismo e poi dal buddismo chan e zen, che hanno alimentato e sviluppato forme d’arte ed esperienze estetiche originali come: le arti marziali, la cerimonia del thè, la calligrafia, la pittura ad inchiostro, la forma poetica haiku, l’arte di disporre i fiori, la ceramica raku, i giardini a paesaggio secco e il teatro No, tutte processi ed insieme oggetti estetici del vuoto. Afferma il Daodejing che “l’Essere è generato dal Non-essere” e “L’Essere e il Non-essere si generano l’un l’altro.” Questa dialettica di Pieno e Vuoto veniva già dichiarata in Aristotele nella sua “Metafisica” in cui si testimonia che “Leucippo e il suo seguace Democrito dicono che gli elementi di ogni cosa sono il pieno e il vuoto, chiamando uno di questi l’Ente e l’altro il Non-ente. Perciò affermano che il Non-ente è quanto l’Ente, perché il vuoto esiste al pari del corpo.” Se incredibili appaiono tali similitudini nell’antico pensiero greco e quello taoista, è ancora più eccezionale come la fisica abbia dato ragione a queste teorie già dal 1919. In quell’anno il fisico britannico Ernest Rutherford, scoprì che l'atomo è costituito principalmente da uno spazio vuoto, al centro del quale si trova un nucleo di dimensioni pari a circa un decimillesimo del diametro dell'intero atomo. Rutherford concluse che la massa dell'atomo è concentrata in massima parte nel nucleo, attorno al quale gli elettroni ruotano percorrendo orbite predefinite. La carica positiva del nucleo viene bilanciata dalla carica negativa portata dagli elettroni, di modo che l'atomo, in condizioni normali, risulti elettricamente neutro: “l’atomo è quasi vuoto […] nell’intervallo non c’è niente.”
Grazie a lui sappiamo che la materia è costituita in gran parte di vuoto, anche se già lo sapevamo dagli scritti taoisti, in cui si affermava che il movimento, nel tempo, trasforma il vuoto in pieno ed il pieno in vuoto. Le vera virtù è quella di colui che sa far tesoro dei tempi del vuoto e del pieno, in modo che ogni cosa manifesti la propria natura nel momento opportuno. L’eccellere in una tecnica dipende dunque dall’esercizio, ma esso non è costituito solo da una semplice ripetizione di gesti finalizzati al dominio della disciplina: esso implica la coltivazione e quindi la capacità di individuare e di seguire i vuoti della cosa; così si ottiene una trasformazione che non è dovuta all’esecutore, ma che si opera per mezzo dell’esecuzione stessa, poiché fluisce spontaneamente manifestandosi. Quando le piccole abilità, allucinate dalla volontà di riuscire, irretite dai mezzi tecnici e dalla volontà di dominio, lasciano il passo alla grande abilità, essa non volendo dominare la materia sulla quale si esercita, non ne viene nemmeno dominata. Da qui nasce la via del Tao, secondo il quale solo colui che fa uso delle cose senza esserne dominato, può ottenerne il dominio; perciò nella vita si ottiene qualcosa solo quando si è finito di desiderarla. La bellezza del vuoto è costituita da cose semplici, l’essenziale è apprezzarne la forma nell’alternarsi di pieno e di vuoto e farlo con una coscienza annullata, facendo il vuoto dentro di sé.
Questa è la perfezione della Via e della Virtù, questa la contemplazione della Regola Celeste; la somma di Bello e Bene.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami