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domenica 30 settembre 2018

La produzione dello straniero



“Non credere che si possa diventare felici
producendo l’infelicità altrui.”
(Lucio Anneo Seneca)

Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili. Se si definisce «straniero» chi non si adatta alle mappe cognitive, morali o estetiche del mondo e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente; se gli stranieri sono persone in grado di sconvolgere i modelli di comportamento stabiliti e costituiscono un ostacolo alla realizzazione di una condizione di benessere generale.

Se compromettono la serenità diffondendo ansia e preoccupazione e fanno diventare seducenti esperienze strane e proibite; se, in altri termini, oscurano e confondono le linee di demarcazione che devono rimanere ben visibili; se, infine, provocano quello stato di incertezza che è fonte di inquietudine e smarrimento - allora tutte le società conosciute producono stranieri.

Il procedimento seguito per tracciare i confini e disegnare le mappe cognitive, estetiche e morali, stabilisce fin dall'inizio gli individui destinati a rimanere ai margini o fuori degli schemi di una esistenza ordinata e dotata di senso: gli stessi che in seguito saranno accusati di causare i disagi più fastidiosi e insopportabili.

L'incubo ossessivo che ha attraversato il nostro secolo, tristemente noto per i suoi orrori e terrori, strumenti di morte e tristi premonizioni, è stato compendiato nel modo migliore da George Orwell nella memorabile immagine dello stivale militare che calpesta un volto umano. Nessun volto era al sicuro: chiunque poteva essere accusato di aver trasgredito o infranto regole e confini.

Poiché l'umanità sopporta male i confini e i limiti e gli uomini che li oltrepassano diventano «stranieri», tutti avevano ragione di temere lo stivale capace di schiacciare il volto estraneo nella polvere, di calpestarlo fino a fargli perdere i connotati dissuadendo così gli altri dall'attraversare illegalmente le frontiere. Gli stivali militari fanno parte delle uniformi. Elias Canetti le ha definite una volta «uniformi assassine».

Ad un certo punto del nostro secolo è diventato chiaro a tutti che gli uomini da temere maggiormente erano quelli in uniforme. Le uniformi erano i simboli dei servitori dello stato, inteso come fonte di tutti i poteri, e soprattutto del potere coercitivo sostenuto dall'autorità legittima di «auto-assolversi dall'accusa di crudeltà disumana».

Indossando le uniformi, gli uomini «attivavano» e incarnavano quel potere; indossando gli stivali dell'uniforme, calpestavano e umiliavano nella polvere su ordine e in nome dello stato. Lo stato che insieme alle uniformi forniva ai suoi uomini l'autorità e la preparazione per opprimere calpestando e allo stesso tempo garantiva la loro assoluzione, era lo stato percepito come fonte, custode e unico garante della vita ordinata: la diga che protegge l'ordine dal caos.

Uno stato che aveva ben chiaro cosa dovesse essere l'ordine e aveva la forza e l'arroganza non solo di dichiarare ogni altro stato delle cose «disordine», ma anche di costringerle ad assoggettarsi alle proprie condizioni. Era, in altri termini, lo stato moderno: che imponeva la legge dell'ordine nell'esistenza e definiva l'ordine come la chiarezza delle divisioni, delle classificazioni, delle ripartizioni e dei confini da rispettare severamente.

La figura tipica dello straniero "moderno" era il prodotto residuo dello zelo regolatore dello stato. Gli stranieri non erano in grado di adeguarsi alla concezione dell'ordine. Quando si tracciano linee di divisione e si contrassegnano le zone così ottenute, tutto ciò che altera e non rispetta tali suddivisioni è fonte di insidia e rovina.

La riduzione o la sovra-determinazione semantica degli stranieri insidia la visibilità delle suddivisioni e travolge i paletti indicatori dei confini. Il semplice fatto che gli stranieri siano là, attorno ai confini, disturba e ostacola la realizzazione dei compiti che lo stato si prefigge di svolgere.

Lo straniero semina incertezza nel terreno in cui dovrebbe crescere la certezza e la trasparenza. Nel progetto che prevede di realizzare una condizione di ordine armonioso e razionale non c'è spazio - non potrebbe esserci spazio - per ciò che è «indefinito», non ha una collocazione precisa ed è cognitivamente ambivalente.

L'impresa di costruzione dell'ordine è una guerra di logoramento dichiarata contro gli stranieri e tutto ciò che è anomalo. Per combattere questa guerra, citando Lévi-Strauss, venivano impiegate ciclicamente due strategie alternative ma anche tra loro complementari.

La prima era "antropofagica": consisteva nell'annullare gli stranieri "divorandoli" per poi metabolizzarli rendendoli una copia perfetta di se stessi. Questa era la strategia della "assimilazione": rendere simile il dissimile; soffocare le distinzioni culturali o linguistiche; proibire tutte le tradizioni e i legami ad eccezione di quelli che favorivano il conformismo verso il nuovo e pervasivo ordine; promuovere e rinforzare il solo e unico criterio della conformità.

La seconda strategia era "antropoemica": "espellere" gli stranieri, esiliarli dai limiti del mondo ordinato e impedire loro ogni comunicazione con chi sta dentro.

Questa era la strategia dell'"esclusione": confinare gli stranieri all'interno delle mura ben visibili del ghetto o dietro gli invisibili e non meno tangibili, divieti di "condivisione", "connubium" e "commercium"; «compiere un rituale di purificazione» attraverso l'espulsione degli stranieri oltre le frontiere del territorio amministrato; o, quando nessuna delle due misure era applicabile, distruggere gli stranieri fisicamente.

L'espressione più comune delle due strategie si manifestò nello scontro tra la versione del progetto moderno di stampo liberale e quello di stampo nazionalista/razzista. Secondo il progetto liberale, gli uomini erano tra loro differenti a causa della diverse tradizioni locali e particolaristiche in cui erano nati e cresciuti. Ma in quanto «prodotti dell'educazione» e «creazioni» culturali, essi erano flessibili e disponibili ad essere forgiati.

Con la progressiva universalizzazione della condizione umana (che ha significato lo sradicamento di ogni particolarismo e delle forme di autorità che li legittimava e, di conseguenza, la liberazione dello sviluppo umano dall'ormai inutile vincolo della nascita) questa diversità predeterminata, inevitabilmente imposta sulla possibilità di scelta degli individui, è destinata a scomparire.

Naturalmente la prospettiva nazionalista/razzista si oppone radicalmente a questa visione sostenendo che il cambiamento culturale proposto dal progetto liberale si scontra con limiti che nessuno sforzo umano è in grado di superare.

Alcuni individui non saranno mai convertiti in qualcosa di diverso da quello che sono. Non è possibile liberar"li" dai loro difetti: ci si può solo liberare "di loro", comprese le loro innate peculiarità e le loro eterne stranezze.

Nella società moderna e sotto l'egida dello stato moderno, l'annullamento culturale e/o fisico degli stranieri e dell'anomalia era una "distruzione creativa"; un'opera di demolizione e allo stesso tempo di ricostruzione; di profondo rimescolamento ma anche di riordino.

Faceva parte integrante dello sforzo continuo di costruzione dell'ordine, della nazione, dello stato: era la loro condizione necessaria e parallela. Inversamente, ogni volta che il progetto di costruzione dell'ordine lo prevedeva, certi abitanti del territorio da assoggettare al nuovo sistema si tramutavano in stranieri da eliminare.

Sotto la pressione della spinta alla costruzione dell'ordine, gli stranieri vivevano, per così dire, in uno stato di estinzione sospesa. Gli estranei erano, per definizione, un'anomalia da correggere. La loro presenza era definita "a priori" come temporanea, proprio come uno stadio presente ma momentaneo nella storia dell'imminente ordine futuro.

La coesistenza permanente con l'estraneo e il diverso, e la pragmatica del vivere con gli stranieri non doveva assolutamente essere considerata come una prospettiva reale.

Almeno finché la vita moderna avesse tenuto fede al suo progetto, e finché tale progetto avesse cercato la realizzazione di un ordine nuovo e globale, e finché la sua realizzazione fosse rimasta il compito di uno stato abbastanza ambizioso e intraprendente da perseguire l'obiettivo.

Queste condizioni non sembrano più tenere oggi, in un'epoca che Anthony Giddens chiama «tarda modernità», Ulrich Beck «modernità riflessiva», George Balandier «sur-modernità» e che io (insieme a molti altri) definisco «postmoderna»: l'epoca che stiamo vivendo ora, nella nostra parte di mondo (o meglio, vivere in un'epoca simile definisce ciò che consideriamo «la nostra parte di mondo»).

(Zygmunt Bauman La società dell’incertezza, Laterza ed.)

domenica 18 maggio 2008

Nell'era dei legami liquidi


Sono ormai anni che il sociologo polacco Zygmunt Bauman sta portando avanti un’analisi molto lucida della nostra società post-moderna, affermando che viviamo in una modernità liquida. Il termine “liquido” viene a contrapporsi al “solido” della modernità precedente alla nostra: nella solidità vi era la fiducia nella capacità umana di riplasmare un mondo migliore, un’affrancamento dalle necessità spazio-temporali e una convinzione che l’identità non sia un calco inciso a priori, ma una continua opera in divenire. Nella modernità liquida, la pressione dell’individualizzazione, sta facendo crollare questi argini che fornivano stabilità e riconoscimento reciproco ma, questa enfasi sull’individuo, pone il problema sul concreto diritto ad essere individuo “de facto” e non “de iure”. Individualizzazione e globalizzazione stanno riducendo tutto l’ambito politico nel versante economico, infatti il capitale può spostarsi con grande velocità, in modo che una connessione Internet ed un portatile possono far girare capitali incredibili, cosa invece che non possono fare gli umani, per cui il lavoro resta immobile come nel passato. Bauman afferma che “Alcuni degli abitanti del mondo sono in perpetuo movimento; per tutti gli altri, è il mondo che si rifiuta di stare fermo”. La flessibilità è un sinonimo di libertà creativa per una ristretta elite dedica ad occupazioni intellettuali, mentre per gli altri resta sinonimo solo di precarietà. Nel termine “unsicherheit”, si assommano tre diverse sfumature per indicare la precareità: l’insicurezza lavorativa dichiarata dalla flessibilità, l’incertezza esistenziale e l’assoluta fragilità dei rapporti umani e la vulnerabilità fisica che viene insidiata dalla criminalità. Il crescere di questo sciame di paure è l’effetto cumulato della individualizzazione e della globalizzazione. La tentazione mefistofelica della nostra modernità è quella di potere fare a meno degli altri, per cui le ansie, le angoscie e le paure sono fatte per essere patite in solitudine: la modernità ci consegna un uomo solo, ridotto a sé stesso, euforico e disperato, per questo il condizionamento maggiormente diffuso si basa sulla seduzione, in cui i molti guardano i pochi. Ed in questo guardare ad ideali di pochi, che si viene soggiogati più brutalmente che da una costrizione fisica: l’attenzione sociale e la tensione morale si spostano sull’ultimo matrimonio e scandalo della high society. “Se nell’Ottocento Marx poteva dire che: “L’uomo non aveva nulla da perdere tranne le sue catene”, oggi senza queste catene saremmo persi”, afferma Galimberti.
L’uomo ha fatto propri i due insegnamenti assiomatici della modernità:
• i giorni contano solo nella misura in cui se ne possa trarre soddisfazione, si lavora sul presente quindi godetevi il premio immediato
• qualsiasi cosa si faccia, mantenere aperte altre possibilità, non impegnarsi più del necessario, lealtà e dedizione sono out. Mantenete i vostri impegni ad un livello poco profondo, in modo da potervene liberare senza riportare ferite e cicatrici troppo dolorose.
Alla scuola di Medicina Ponce di Porto Rico si sta lavorando per alleviare il “disturbo da stress post-traumatico” (PTSD) e gli scienziati cercano di aiutare il cervello a “disimparare paure e inibizioni”, per cui si sta cercando di resettare il ricordo delle cose brutte e/o scomode della vita. Gli scienziati dichiarano l’alta eticità della loro ricerca, che vuole aiutare coloro che hanno ucciso e fatto azioni che potrebbero compromettere la loro serenità futura, in modo da non rendere questi esseri dei futuri rifiuti della società. Senza dubbio questo fa riflettere sul concetto di uomo come merce e/o consumatore e sul concetto di riciclaggio di rifiuti, siano essi alimentari o umani, ed in realtà la comparazione delle persone e dei loro rapporti, al valore economico e al campo del business si è ormai consolidata.
Sempre più i giovani occidentali, considerano i genitori che hanno fatto per una vita lo stesso lavoro e che si sono adattati alla quotidianità, come dei deterrenti, dei modelli negativi: inseguire le cose ed acciuffarle al volo, mangiarle ancora calde e fragranti è “in” mentre l’adattamento e la routine è “out”. John Kotter, professore alla Harvard Business School (1995), consiglia di non lasciarsi impelagare da impegni a lungo termine; infatti sviluppare una lealtà istituzionale e farsi assorbire troppo è controproducente, laddove la vita all’interno dell’impresa ha una durata sempre minore. Qui il detto che “il tempo è denaro” è usato all’inverso dell’intenzione: infatti per i nostri tempi il tempo è ladro. Aspettare che arrivi la nostra occasione di gioia o di piacere è un’ingenuità, per cui il passare del tempo porta solo a perdite e non a guadagni, equivale a delle opportunità sprecate, occasioni che non torneranno più. Si soffre di “sindrome dell’impazienza” in cui il messaggio è che il tempo è una seccatura ed una noia, una pena e una mortificazione per la libertà umana come pure l’aspettare che è sintomo di basso status, un sintomo di emarginazione, ed i giornali moderni sono pieni di elenchi di “in” ed “out” con cui fare tendenza.
Mentre si sogna qualcosa senza tempo, come dice il sociologo Alberto Melucci, “siamo afflitti dalla fragilità del presente che richiede solide fondamenta là dove non ne esiste alcuna” ed è l’incertezza il compagno indesiderato, l’ospite inopportuno ed invadente, oggi siamo minacciati continuamente di essere lasciati indietro, di essere messi fuori dal gioco. Ogni impegno ed accordo può essere rovesciato velocemente, ed ogni relazione può essere interrotta o tradita istantaneamente, per cui tenersi in movimento è molto più conveniente che restare o raggiungere una meta. Nella cultura moderna vi è l’emblema del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza. Nessuno spazio per gli ideali di perfezione, lunghi e dispendiosi da raggiungere, vera scommessa su un futuro aleatorio ed ipotetico: sogno e vaneggiamento senza senso. Siamo consumatori appassionati in una società di consumismo. L’America la fa da padrona nelle teorie del rivedibile, per cui la psicologa Elayne Savage raccomanda delle relazioni di coppia rinnovabili, accordi soggetti a ri-negoziazione annuale sul modello dei contratti estinguibili del mercato del lavoro. Qualcuno, tra cui Ray Pahl (2000) ipotizza che le relazioni amicali siano l’ancora di salvataggio della nostra epoca, il solo “veicolo sociale” del mondo tardo-moderno. Le nostre relazioni affettive invece, risentono della stressante ambivalenza moderna: vogliamo relazioni ardentissime e stravolgenti senza voler perdere, sia pure parzialmente, il controllo e l’autonomia che esse implicano.
E’ la nata così la “mania dell’appuntamento veloce” che ormai spopola sia in America che a Londra: un nastro trasportatore di incontri da tre minuti, in cui si gioca l’opzione di essere scelti e di potere concordare un’incontro: se va bene Ok, sennò fine del gioco! Una versione di corteggiamento consumer-friendly, in cui ne sei fuori subito, in cui il riciclo si avvia velocemente, in cui se anche va bene, il rischio appare molto ridotto. Iniziate velocemente, avviate e consumate con velocità, sostituiti con velocità gli inadatti, semmai si sta prospettando la “sindrome da dipendenza” che la velocità di scarico e ricarico, di verifica e ricerca di relazioni, possa invece leggersi come un continuo bisogno degli altri nella nostra vita, con senso di vuoto e di solitudine nel caso di assenza. Abbiamo il terrore di essere esclusi o abbandonati, di essere rinnegati, spogliati, devastati e scaricati perché non abbiamo il senso di noi stessi, siamo soli, senza aiuto e senza destino. Ci manca l’immunità a pensare che possiamo subire una sorte diversa da quella dei nostri rifiuti organici.
Siamo abituati a cercare sempre più soluzioni semplici, per cui di fare percorsi di lungo respiro: ricerche personali, evoluzioni o altre diavolerie, non se ne parla. Ecco allora che, mentre funzionano bene le reti e le connessioni del web, falliscono quelle umane e le relazioni sono sempre più fragili e superficiali, e sia nel lavoro che nell’amore, non si vogliono impegni troppo intimi ed obblighi troppo duraturi. Se tutto dura poco, non ha senso impelagarsi con dei rapporti umani, in cui, si deve perdere tempo per creare senso e per custodire dal logoramento.Per questo non si cercano realtà autentiche ma comunità virtuali, in cui si lavora su “fili episodici di relazioni minime”, come afferma Andy Hargreaves, ed in cui, le relazioni vere sono sostituite da appuntamenti lampo e da msm, moderne creazioni e simulazioni di veri rapporti di amicizia, fratellanza e affetto. Essendo sempre più timidi nei rapporti vis-a-vis tendiamo sempre più a digitare sui tasti di cellulari e di pc. Gli stessi linguaggi contratti e iconici della rete rendono evidente lo “speed” gradito ai nostri tempi, la fagocitazione che il mercato del consumo ha offerto alle nostre ansie, per cui appaioni seducenti molti prodotti di consumo, che puoi acquistare in modo più veloce, rispetto alle persone. La pubblicità associa sempre più i suoi oggetti alla passione, alla sensualità, all’intrigo e alla desiderabilità e noi siamo sempre più alla ricerca di nuovi oggetti del desiderio. Il consumismo ci dovrebbe consegnare le sue verità e noi dovremmo capire che:
• l’usa e getta deve farci ricercare le sicurezze del vero abbraccio umano
• i nostri bisogni di sicurezza ci spingono verso le false comunità dei centri commerciali
• i beni di consumo che compriamo in tali centri ci servono da anestetico e consolazione, riempiono le case e non il cuore e l’anima.
Ma siccome siamo tardi o pigri, comperiamo il nostro nuovo cellulare e torniamo a casa, appena in tempo per vedere l’ultima puntata di Amici o del Grande fratello, dove fanno a pugni per entrare nell’ “usa-e-getta” del divismo, dove tutti sgomitano dimostrando che per vincere, l’importante è sopravvivere a tutti gli altri.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

sabato 26 aprile 2008

Socrate nel villaggio globale


Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una citazione di Ivan Illich (1926-2002), il grande pensatore eretico, oggi ingiustamente dimenticato. Si legge nel sito web “L’altra officina” a lui dedicato: “Era un libero pensatore, fuori da ogni schema. Aveva una grande dote: sapeva levarsi in volo e guardare il mondo dall'alto, al di fuori delle mura che ci fanno ombra. Illich era capace di smontare pezzo per pezzo le nostre "certezze", ogni suo libro ha la capacità di "alleggerire il lettore, di farlo sentire più libero, più umano, più vivo. I suoi scritti "eretici" hanno sollevato grandi polemiche e si sono attirati le dure critiche degli intellettuali organici" della sinistra. Ma non è mai diventato famoso. Eppure Ivan Illich può dare a questo secolo e alle nuove generazioni ancor più di di quanto abbia dato alla generazione degli anni settanta. L'opera di Illich è più che mai attuale. Il buio di questi tempi ha più che mai bisogno di quel raggio di sole.”
E’ stato considerato il padre dell’ecologia moderna e si può a buon diritto considerare il precursore del pensiero no global. La sua figura è assolutamente straordinaria già a livello biografico; è stato teologo, storico, sociologo, linguista, economista. Era laureato in teologia, filosofia e filosofia della storia e conosceva ben 13 lingue. Già dall’infanzia la madre gli parlava italiano, tedesco e francese, e lui le padroneggiava pienamente a 6 anni. Chi lo ha conosciuto racconta della sua capacità di passare contemporaneamente da una lingua all’altra e di conversare in simultanea in più lingue. Ascoltarlo conversare era come vedere fare uno slalom linguistico. Non volle aderire a nessun partito e rimase sempre immune da ogni adesione ideologica e la portata del suo pensiero esercitò un’azione travolgente, non solo sulla cultura provinciale ed ottusa del pensiero occidentale moderno, ma anche sulle ideologie falsamente progressiste ed avanguardiste delle sinistre. Fu scomodo per il suo pensiero originale, eclettico ed aperto e per la visione profetica e reale del mondo che sarebbe venuto e che lui prevedeva già 30 anni fa. Il destino di Illich è veramente cinico e baro, e lo ha rimosso dalla coscienza perché pericoloso in un momento storico in cui la difesa strenua dei pregiudizi consolidati è affidata all’ignoranza, alla obnubilazione delle coscienze e al rifiuto a ricominciare da capo a ritessere i fili del nostro sapere e del nostro fare. La sua critica istituzionale è ancora lucidissima e pienamente convalidata dai tempi nostri. L’istituzione – lui dice - è la risposta organizzata ai bisogni, cioè alle domande che l’individuo rivolge alla società, nella convinzione che essa possa supplire alla sua impotenza ad esercitare un diritto. Così la necessità soggettiva si trasferisce ad un meccanismo oggettivo, che si rinforza e diventa pretesa esclusiva di disporre degli strumenti necessari per la soddisfazione di quei bisogni. Il diritto soggettivo diviene dovere e nasce l’obbligo sociale di rivolgersi all’erogatore unico ed unico autorizzato alla fornitura di quei servizi. Nasce così il monopolio istituzionale. E’ la società organizzata che tende a conservare la propria figura, ad imporre le sue regole e le sue convinzioni, cioè i suoi valori e, quindi oggettivizza i bisogni soggettivi, espropriando il singolo della sua libertà. L’istituzione diviene così autoreferenziale ed il potere viene esercitato con la forza o con il consenso, con la pretesa di esercitare un bene e un servizio per la collettività. Si crea così un monopolio espropriante che mantiene gli individui in uno stato di inferiorità e di dipendenza, costretti ad obbedire a chi comanda con delle giustificazioni che poco differenziano i metodi coercitivi dai metodi democratici, laddove gli ultimi si avvalgono di metodi di persuasione che fanno del consenso una vera e propria abdicazione alla libertà di giudizio e di coscienza.
La società dei consumi interiorizza le costrizioni sociali e trasforma la paura della repressione dei regimi autoritari, in vergogna dell’emarginazione sociale. Il risultato è controllo assoluto dei singoli. La scuola è la prima istituzione autoritaria, infatti la costruzione di una progettualità pedagogica esprime la natura tecnica e burocratica della scuola stessa, per cui essa non serve ad educare, ma serve a ben altro. La scuola - afferma Illich - nasce per istituzionalizzare la costruzione di rituali mitopoietici, cioè dei miti sociali. Max Gluckman afferma che i rituali sono forme di comportamento che rendono coloro che vi prendono parte, ciechi di fronte alla discrepanza esistente tra lo scopo per cui viene eseguito e le effettive conseguenze. La scuola è il rituale di una società impegnata nel progresso e nello sviluppo. Essa crea dei miti che per la società consumistica sono una necessità, e li crea tramite il processo educativo in cui vi è un consumatore e vi è qualcun altro che è l’organizzatore. L’allievo collabora producendo la cosa che consuma e che interiorizza. La scuola è la prima istituzione autoritaria in cui l’individuo viene sottoposto ad indottinamento istruttivo, essa trasforma ogni alfabetizzato in un tecnico a vari livelli in cui viene estromessa ogni competenza particolare ed ogni coscienza di sé. La scuola insegna in modo statico, mancando assolutamente di condizioni concrete, cioè del confronto con le esigenze personali dell’allievo e con le sue necessità formative.
Nel saggio “Per una storia dei bisogni” del 1981, Illich sostiene che l’età moderna crea dei falsi bisogni e trascura i veri problemi che ci affliggono, producendo una elite di nuovi professionisti la cui funzione consiste proprio nell’inculcare alla gente dei bisogni fasulli. Più aumenta la tecnologia e maggiore è la riduzione delle libertà umane nei riguardi di ciò che può analizzare e controllare. La liberazione dell’uomo dipende dalla padronanza che egli ha del suo corpo e dei suoi bisogni, indipendentemente dalle tecniche disponibili, in modo tale che i suoi bisogni non siano indotti da qualcun altro.
Per questo le istituzioni che fagocitano l’uomo sono: la chiesa, la scuola, la medicina, le società di gestione dei trasporti e la tecnologia. In questi contesti, gli “utensili” cioè le istituzioni divengono improduttive per il soggetto e dannose per la libertà umana, ma estremamente utili a sè stesse e alla loro esistenza. Esse collaborano all’invenzione dei bisogni, che è basilare nella cultura occidentale. La cultura consumistica ha inventato il concetto di “consumatore neutro” togliendo ogni valore alle differenze di genere, entrando così, anche nel campo privato dei vissuti sessuali ed intimi. Lo stesso lavoro è divenuto il principale tempo vissuto e la necessità di velocizzare il tempo degli spostamenti ci fa vivere per molte ore in mezzi di trasporto rendendo onore, per assurdo, al compito opposto a quello per cui era stata creata. Il progresso tecnologico viene legittimato dalla necessità di soddisfare dei bisogni presunti, per cui la crescita industriale, lo sviluppo non aumenta la ricchezza ma si limita a modernizzare la povertà. La sua critica alla mondializzazione proviene dall’instancabile difesa dell’immanenza della capacità umana di non essere inquadrato in ideologie del progresso ed in categorie costruite a tavolino dai poteri forti: i famosi exit poll gestiti dagli esperti. Negli ultimi anni si dedicava alla “filosofia della prevenzione” che trasforma il consumatore in decision makers. Per mantenere la distanza da tutte le certezze a proposito dei bisogni, aveva costruito uno stile di vita errante, accettando una mancanza di casa che tradizionalmente viene accolto nelle società nomadi con la cultura dell’ospitalità. Alla sua cultura mitteleuropea, nato da un padre padre croato e cattolico, proprietario di terre che appartenevano da secoli alla famiglia nell'isola dalmata di Brazza, e da una madre ebrea sefardita, aveva mischiato suggestioni latino-americane. Era esule dall’adolescenza a causa delle persecuzioni razziste e fu per tutta la vita in giro nel mondo, dividendosi tra Brema, l’Italia, l’Università della Pennsylvania e Cuernavaca in Messico. A Cuernava aveva fondato il Cidoc un centro di interdocumentazione dove vengono raccolti da un lato enormi quantità di lavori sulle tradizioni popolari latino-americane e dall’altro dati e materiali sullo sviluppo delle grandi istituzioni mondiali nel campo dell’educazione, della salute e dell’economia. Parlando di sé diceva di essere “un alienato”, cioè costretto a guardare il presente ma capace di acquisirne la necessaria distanza. Si riteneva fortunato ad essere sempre stato in contatto con una dozzina di ottimi amici, come lui capaci di “disciplinata stravaganza” e per avere ospitato, negli anni, “molte belle persone estremiste.”
Il filosofo francese Jacques Dufresne lo definì il “Socrate del villaggio globale”.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami