sabato 20 febbraio 2016

Il progresso dell’anima



“Chiunque compia uno sforzo sincero
sul sentiero spirituale, raggiungerà
sicuramente la meta.”
(Paramahansa Yogananda)

“Abbandoniamo i confini dell'ego e addentriamoci nei vasti campi del progresso dell'anima. Come avanza il tempo, così le vostre anime devono avanzare verso una maggiore espansione della vostra vita nello Spirito. L'iniziativa di svolgere il vostro dovere più importante nella vita rimane spesso sepolta sotto le macerie accumulate delle abitudini umane. Dovete liberarvi dalla loro influenza che vi rende incapaci, e incominciare a spargere i semi del successo che desiderate.

La vita è degna d'essere vissuta quando compite il lavoro più essenziale: quello di scoprire il senso e i valori reali della vostra esistenza. L'uomo deve lasciarsi istruire da questo film della vita. Esso non viene proiettato senza ragione. Ogni giorno noi vediamo scene diverse, e ogni giorno che passa ha una lezione da insegnarci. Il vostro compito è quello di imparare la lezione concentrandovi sullo scopo supremo dell'esistenza umana: conoscere Chi sta dietro la vostra vita.

Senza l'autoanalisi, l'uomo conduce una vita da robot. Milioni di persone non si analizzano mai. Mentalmente, esse sono prodotti meccanici della fabbrica del loro ambiente, che si preoccupano di colazione, pranzo e cena, che lavorano e dormono e vanno di qua e di là per divertirsi. Queste persone non sanno che cosa cercano e perché, né perché non riescono mai a realizzare felicità completa e soddisfazione duratura.

Sfuggendo all'autoanalisi, le persone continuano ad essere robot condizionati dal loro ambiente. La vera autoanalisi è la massima arte del progresso. Ognuno dovrebbe imparare ad analizzarsi spassionatamente. Annotate i vostri pensieri e le vostre aspirazioni giorno per giorno. Scoprite ciò che realmente siete non quello che immaginate di essere! La maggior parte delle persone non cambia, perché non vede i propri difetti.

Ognuno di noi è un prodotto della propria ereditarietà e del proprio ambiente. Se siete nati in America, riflettete e spiccate caratteristiche americane. Se siete nati in Cina o in Inghilterra, è probabile che riflettiate gli interessi che contraddistinguono i membri di quelle nazioni. Il vostro ambiente è il risultato della vostra vera eredità: le caratteristiche e i desideri acquisite in vite passate. Questa eredità delle incarnazioni passate vi ha portati a nascere nella particolare famiglia e nello specifico ambiente in cui vi trovate adesso.

Leggendo storie riguardanti famiglie di persone importanti, osserviamo spesso che i figli di grandi uomini non sono necessariamente del medesimo calibro mentale dei loro padri. Questo insuccesso dell'ereditarietà biologica nell'uomo solleva un grande dubbio nella nostra mente: perché non troviamo nella vita umana i medesimi risultati che osserviamo nel regno delle piante e degli animali, dove buoni antenati di solito producono una buona discendenza?

Per trovare la risposta, dobbiamo esaminare la vita interiore dell'uomo. In una famiglia di letterati non è cosa insolita trovare un ragazzo che non ami affatto la letteratura. E' stato allevato insieme a compagni amanti della letteratura, eppure non ha alcuna affinità con essa. Come mai? L'ambiente o l'ereditarietà nel senso comune della parola non lo spiegano. Al di là di questi fattori, però, c'è la reincarnazione.

Noi siamo nati in una data famiglia a causa di certe caratteristiche comuni. Ma ogni persona in una famiglia è un'anima individuale che porta con sé le proprie caratteristiche individuali dalle sue vite passate. Perciò ci sono sempre, nelle famiglie, alcune affinità biologiche ereditarie; ciò malgrado, ogni persona ha un carattere diverso. Un uomo nasce in una determinata famiglia, in un certo ambiente sociale e nazionale, per cause specifiche: le proprie azioni passate.

L'uomo, dunque, è l'architetto del proprio destino. Si potrebbe quasi predire ciò che egli sarà nella prossima vita, analizzando i suoi interessi e le sue abitudini predominanti in questa. Per questa ragione l'autoanalisi è un fattore importante per il progresso dell'anima. Supponiamo che, per molti anni, le tragedie siano state la vostra lettura preferita e che, naturalmente, pensiate di doverle godere per il resto della vostra esistenza.

Se, però, analizzandovi, vi accorgete che la lettura costante di questo tipo di letteratura vi deprime, desidererete formarvi una nuova abitudine, quella di leggere attentamente ispiranti libri spirituali. Così facendo, cambierete il corso della vostra vita. Con una forte determinazione, noi possiamo trasformarci molto rapidamente; ma senza quella, non è possibile cambiare il solco che abitudini di anni hanno formato senza fare uno sforzo, o in un minuto.

Al fine di sradicare una vecchia abitudine, dovete applicare tutta la forza della vostra determinazione per contrastarla, finché la cattiva abitudine sia logorata. La maggior parte delle persone non ha la pazienza necessaria. Tutti, però, dovrebbero sentirsi incoraggiati da questa verità: qualunque cosa abbiate creato o fatto, voi stessi la potete disfare. Quando analizzate ciò che siete, abbiate un fermo desiderio di eliminare le vostre debolezze e di fare di voi quello che dovreste essere.

Non permettete a voi stessi di lasciarvi sopraffare dallo scoraggiamento a causa della rivelazione delle vostre mancanze, che l'autoanalisi sincera di solito porta con sé. E' stata avanzata la teoria che il pensiero sia un prodotto delle ghiandole endocrine. Questa idea è infondata. La carne non produce il pensiero. La mente è l'architetto del microcosmo e del macrocosmo.

Come l'acqua, raffreddandosi e condensandosi, diviene ghiaccio così il pensiero, condensandosi, assume forma fisica. Ogni cosa nell'universo è pensiero in forma materiale. Gli organi endocrini non sono che una strutturazione fisica del microcosmico modello pensiero. Gli aspetti fisico e mentale dell'uomo sono strettamente collegati fra loro. Si osserva comunemente che una persona malata di fegato diviene irritabile.

Se avete tali disturbi, non vi va di sorridere e di augurare: “Pace!” a tutti! Vi sentite mal disposti verso gli altri? I vostri pensieri e le vostre emozioni sono influenzati dal vostro stato fisico. Il corpo e la mente sono interdipendenti. Ad esempio, supponete che io sogni di essere in cucina, sveglio, e di avere molta fame. Mangio qualcosa e bevo un bicchiere di latte. La mia fame e la mia sete scompaiono, e io mi sento soddisfatto. Qual'è la causa della mia soddisfazione? Il cibo? Ricordate, sto solo sognando.

Non è forse semplicemente un cambiamento di pensiero che mi fa sentire soddisfatto? Poiché sto sognando, è la mia mente che crede di avere consumato il cibo. Sia la fame che il cibo e il latte erano soltanto idee nel mio sogno. Tutto era fatto della medesima sostanza pensiero. Svegliandomi, mi rendo conto che le mie esperienze non erano altro che una serie di idee. Un semplice cambiamento di pensiero ha fatto sparire la sgradevole sensazione della fame e l'ha sostituita con la sensazione piacevole di chi ha preso cibo e bevuto latte. Vedete, così, che il solo pensiero può fare qualsiasi cosa.

Una volta viaggiavo in treno in un giorno estremamente caldo. L'aria sembrava uscire da una fornace. Intorno a me soffrivano tutti, ma io sorridevo interiormente, perché la mia mente si era dissociata dal pensiero del caldo. Avevo detto fra me e me: "”Signore, la stessa elettricità che produce il caldo in una fornace produce il ghiaccio nel frigorifero. Perché, dunque, non dovrei essere capace di indurre la Tua elettricità a produrre il freddo in questo momento?”

In quello stesso istante mi sentii come avvolto in un lenzuolo di ghiaccio. Dobbiamo tuttavia ricordare che trascurare del tutto il corpo non è saggio. Si devono consumare cibi sani piuttosto che cibi inadatti. E se siete costretti a vivere con persone che vi rendono nervosi, dovete ogni tanto cambiare ambiente. Però la cosa migliore è poter trasformare il vostro ambiente mentale, così da non essere più disturbati dalle azioni altrui.

Cambiate voi stessi, e allora potrete vivere dovunque in pace e felicità. Il mondo, in maggior parte, è simile a un manicomio. Alcune persone sono malate di gelosia, altre di rabbia, di odio, passione. Esse sono vittime delle proprie abitudini ed emozioni. Ma voi potete fare della vostra casa un luogo di pace. Analizzatevi. Tutte le emozioni si riflettono nel corpo e nella mente. Invidia e paura fanno impallidire il volto, l'amore lo rende luminoso. Imparate ad essere calmi e sarete sempre felici.

Ricordate perciò che, qualunque tipo di ego abbiate, qualunque personalità cerchiate di esprimere, dovete fare uno sforzo per analizzare la vostra vera natura e svilupparne le qualità migliori. Si può avere un ego morale o un ego patriottico, un ego artistico o un ego affaristico e così via. Se il vostro ideale è la moralità, vivete in modo retto ed esprimete il vostro benvolere verso tutti. Questa è vera moralità.

E' l'orgoglio che rende coloro che si considerano migliori degli altri così pronti a giudicare i deboli. La vera moralità include la compassione per gli altri e per i loro errori dovuti ad ignoranza. Coloro che sono il prodotto del proprio ego materiale soffrono molto e senza necessità.

Tali persone dovrebbero imparare l'autocontrollo; altrimenti non saranno che pezzi di materia in movimento: devono fumare tante volte al giorno, devono mangiare certi cibi, se saltano un pasto si fanno venire il mal di testa, possono dormire solo in un particolare tipo di letto. Va bene far uso delle comodità, ma divenirne schiavi, mai. Se siete un incrocio fra un ego intellettuale e un ego materialista, è già meglio.

Ma se non vi formate, e riuscite a mantenere, un carattere equilibrato intellettuale, materiale e spirituale non sarete felici. Il vostro intuito spirituale vi dice come dovete controllare la vostra vita, in modo da non esserne dominati. Non è saggio lasciare che sia l'ego materialista a governare il vostro giudizio; a decidere devono essere la vostra coscienza e la vostra intuizione.” (Paramahansa Yogananda)

martedì 16 febbraio 2016

Geografia dei mondi invisibili



“Gli uomini sono tratti in inganno
riguardo la conoscenza delle cose visibili
allo stesso modo che Omero il quale fu
il più sapiente tra tutti gli Elleni.”
(Eraclito di Efeso)

“Secondo gli insegnamenti esoterici vi sono due grandi gruppi di esseri viventi, quelli che “scendono” verso la materia, il mondo fisico lungo l'arco involutivo e quelli che “salgono” di piano in piano lungo l'arco evolutivo. In questo articolo accennerò soltanto di questo secondo gruppo. Ne fanno parte due grandi schiere di esseri: quelli appartenenti all'evoluzione umana e quelli che sono chiamati con termine orientale deva, che corrispondono in parte alle Gerarchie angeliche del Cristianesimo.

La schiera evolutiva umana è composta di sessanta mila milioni (cioè 60 miliardi) di Monadi e corrispondentemente a sessanta miliardi di Anime. Le “coorti angeliche” sono costituite da 140 miliardi di Esseri, a vari gradi di sviluppo e dimoranti a diversi livelli. Secondo la terminologia cristiana vi sono nove gruppi chiamati: Angeli, Arcangeli, Troni, Dominazioni, Virtù, Principati, Podestà, Cherubini, Serafini.

Dante ne parla nel suo Paradiso; si potrebbe dire che questo descriva la geografia e la demografia medievale di quei mondi; ma per fare uno studio delle corrispondenze fra esse e le dottrine esoteriche occorrerebbe una doppia competenza, esoterica e dantesca, e si potrebbero allora trovare delle analogie interessantissime.

Cominciando dal “basso”, accennerò che noi, come personalità umane, viviamo in tre piani o livelli di vita: il mondo fisico, quello emotivo e quello mentale. Ognuno di essi, come pure tutti gli altri, sono suddivisi in sette settori o sottopiani. Nel mondo fisico quelli più densi sono composti di materia solida, liquida e aeroforme o gassosa. Ma vi sono gli altri quattro sottopiani composti di sostanza sottile, invisibile all'occhio fisico, chiamati i quattro eteri.

Noi abbiamo in essi il corpo eterico. In quei sottopiani dimorano innumerevoli esseri (“elementali”, ecc.) appartenenti all'arco involutivo, di cui non mi occuperò ora. Sopra il mondo fisico, vi è il mondo emozionale, chiamato astrale ma alquanto impropriamente, poiché non ha nulla a che fare con gli astri e le stelle. Di questo siamo coscienti in quanto abbiamo un “corpo” o veicolo composto di sostanza di quel mondo, e nel quale hanno sede le nostre emozioni e i nostri sentimenti.

Ma quel corpo è immerso, per cosi dire, in un mare, in un mondo nel quale vivono ed operano miriadi di esseri che non percepiamo direttamente, ma i quali esercitano influssi su di noi. Esso è anche percorso da forti correnti o ondate di emozioni collettive che esse pure ci investono e possono penetrare in noi. E bene rendersi conto di ciò per stare in guardia e proteggerci dagli influssi nocivi...

Segue il mondo mentale, distinto nettamente in due sezioni. La prima composta dei quattro livelli o sottopiani più bassi, nei quali possediamo un “corpo mentale” e in cui vivono altri esseri di natura corrispondente. Esso è popolato anche da innumerevoli“forme-pensiero” o idee, rivestite di sostanza mentale ed è percorso da forti correnti di energie mentali. Quelle forme-pensiero possono essere considerate come vere entità, viventi ed intelligenti.

Quelle di natura collettiva corrispondono alle “ideologie” che prevalgono nelle masse umane. Anche da queste forme pensiero bisogna proteggerci per non venir da esse dominati ed ossessionati. Per farlo occorre un'attenta vigilanza e l'uso della discriminazione spirituale. La seconda sezione del mondo mentale è composta dei tre sottopiani più alti ed è la sede delle Anime. Ci sono gruppi di Anime in ciascuno di questi tre sottopiani. Secondo le dottrine orientali, hanno l'aspetto di fiori di loto, e, secondo il loro grado di evoluzione, questi fiori di loto sono chiusi o aperti. […]

All'inizio del grande ciclo evolutivo del quarto regno della natura, il regno umano, le Anime sono già nel piano mentale superiore e ci restano sempre; esse proiettano un loro “raggio” a ogni incarnazione, ma sono “chiuse”, in uno stato potenziale. Poi, attraverso le lunghe esperienze di centinaia di vite, a poco a poco, dalla radice, dallo stelo, (parlando simbolicamente), dalla vita terrena, sale la linfa e, mediante l'azione combinata dell'acqua e del sole dall'alto, i bocci a poco a poco si aprono.

Questo è il simbolo dello sviluppo dell'Anima grazie all'attivazione della potenzialità divine insite in esse. Nel piano mentale superiore ci sono come ho detto, sessanta miliardi di Anime, in vario grado di apertura di manifestazione, delle quali soltanto circa un ventesimo hanno ora delle personalità incarnate. Sopra il piano mentale superiore, c'è quello che è chiamato il piano buddhico.

Mentre la nota predominante del piano mentale, anche superiore, è l’intelligenza, la luce spirituale; nel piano buddhico la nota, la qualità specifica è l’amore-saggezza. È il mondo dei rapporti, delle comunioni, il mondo in cui esiste la coscienza di gruppo e di gruppi di gruppi, nel quale si realizza l'unità, una unità fatta dall'intreccio di innumerevoli rapporti. È il mondo dell'unione. Fra gli abitanti di questo mondo, hanno per noi un interesse particolare quelli che costituiscono la Gerarchia spirituale degli Iniziati e dei Maestri.

La maggior parte di essi vi dimora; infatti la nota fondamentale della Gerarchia spirituale è l'Amore-Saggezza. E di lì Essa dirige l'evoluzione; non soltanto l'evoluzione umana, ma l'evoluzione di tutti i regni della natura e di altre evoluzioni a noi ignote. Però più precisamente si può dire che gli Iniziati delle prime iniziazioni dimorano nel piano mentale superiore, pur avendo accesso al piano buddhico. La maggioranza dei Maestri di Saggezza e di Compassione (Quarta e Quinta Iniziazione) dimora nel mondo buddhico, mentre i membri più avanzati della Gerarchia spirituale (i Chohans) dimorano permanentemente o prevalentemente nel mondo successivo o piano Atmico.

Nel mondo Atmico le note fondamentali sono la volontà e la potenza, l'energia dinamica dello Spirito, che anima il Piano divino e che ne promuove l'attuazione nei livelli inferiori. In esso dimora un gruppo speciale di alti Iniziati, chiamati Nirmanakaya, i quali hanno una funzione particolare di collegamento fra la Gerarchia spirituale e Shamballa, la “Casa del Padre”. Ne sono i tramiti sia in senso ascendente che in senso discendente.

Essi sono chiamati anche: “divini Contemplativi”, poiché hanno, fra altre, la funzione di visualizzare in profonda contemplazione la gloriosa Meta finale: l'attuazione del grande Proposito divino. Questa loro contemplazione ha lo scopo di mantenere sempre ben presente nella coscienza di tutta la Gerarchia spirituale quella Meta gloriosa, per due ragioni.

Anzitutto perché nell'attuazione del Piano in tutte le sue manifestazioni, in tutte le sue particolarità durante il lungo pellegrinaggio evolutivo, resti sempre netta la Meta, e quindi la direzione, in modo che non ci siano sviamenti; poi per rafforzare la persistenza, la costanza, quella che è stata chiamata la “divina pazienza” di Coloro che durante lunghi cicli attendono che i regni inferiori, compreso l'umano (che per Loro è uno dei regni inferiori!) faticosamente, attraverso errori, attraverso innumerevoli vicende, si avvicinino via via a quella Meta gloriosa.

Ricordiamo questa funzione dei Nirmanakaya perché, per la legge meravigliosa delle corrispondenze, ogni realtà superiore ha delle manifestazioni inferiori. Cosi quello che i Nirmanakaya sono per la Gerarchia spirituale si può dire che le nostre anime siano per le nostre personalità. Nella misura in cui diventiamo coscienti dell'Anima acquistiamo quella volontà di persistere ad ogni costo e la pazienza spirituale verso la personalità stessa. Vi è un certo periodo, dopo il primo risveglio spirituale, nel quale la parte risvegliata di noi non ha pazienza con il resto della personalità!

Sopra il mondo atmico, c'è il mondo Monadico, la dimora dei 60.000 milioni di Monadi. È difficile farsene un'idea ! Ma ricordiamo che, come tutti gli altri mondi, ha sette sottopiani, ciascuno diverso e con qualità differenti e che le Monadi non sono “scintille divine” tutte uguali; sono distinte anzitutto in sette grandi gruppi, corrispondenti ai sette Raggi, e inoltre in altri gruppi e sottogruppi secondo le loro funzioni.

Quindi questo mondo Monadico, che a noi può sembrare qualche cosa di astratto, è invece,pieno di vita e di Esseri che vi svolgono attività per noi inconcepibili, ma altrettanto reali e definite quanto quelle che si svolgono negli altri mondi. Cerchiamo di renderci conto di questa pienezza di vita differenziata e organizzata meravigliosamente a tutti i livelli. Infine vi è quello che in termini orientali è chiamato piano Adi, il “mare di fuoco”.

Anche questo mondo ha sette sottopiani, sette livelli, ed è abitato da Esseri altissimi, alcuni dei quali sono chiamati con espressione simbolica : “Le Luci che attuano il Volere di Dio”. Ivi dimorano permanentemente il Buddha e altre Entità eccelse dello stesso livello, e a capo di tutti è Colui che è detto il Re del Mondo, Sanat Kumara, la manifestazione del Logos Planetario. È bene rendersi conto che il Logos Planetario, che potrebbe esser considerato quale il Dio del nostro pianeta nella Sua Essenza, come Anima, è al di sopra di tutti questi piani di manifestazione.

Esotericamente i sette grandi mondi planetari non sono che sette sottopiani del Mondo fisico Cosmico; ma ci sono altri grandi Piani o Mondi cosmici, e il Logos planetario, il grande Essere che informa il nostro pianeta, con la Sua Anima risiede nel Mondo Mentale Cosmico, e solo la sua manifestazione personale, se si può così chiamarla, che è Sanat Kumara, il Grande Iniziatore, dimora nel piano Adi. Quello che in termini cristiani si chiama “il Padre” indica appunto Sanat Kumara.

É chiamato nella Bibbia “L'Antico dei Giorni” o Melchissedec, che significa “il Signore di Giustizia” poiché la Giustizia, cioè la Legge in senso cosmico, regge tutto il piano evolutivo, tutta la manifestazione. È chiamato anche esotericamente “il Giovane dalle sedici estati”; sembra una contraddizione ma non lo è: mentre nella Sua essenza è antico, preesiste alla manifestazione, nel ciclo evolutivo è ancora giovane, poiché l'evoluzione è ancora a uno stadio non molto avanzato.” (Roberto Assagioli)


domenica 14 febbraio 2016

Paracelso



“Nessun medico può decidere che un male è incurabile.
Nel dirlo si rinnega Dio, si rinnega la Natura
e si disprezza il Grande Mistero della Creazione.
Non esiste malattia, per tremenda che sia,
per cui Dio non abbia previsto una cura adeguata.”
(Teofrasto Paracelso)

Paracelso nasce nell’epoca compresa tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento. In quel periodo era avvenuta la grande novità della nascita della borghesia con cui si inizia a valorizzare il singolo e le sue capacità personali. La società medievale era stata dominata dal clero e dalla nobiltà, perciò la volontà dei singoli era subordinata a quella della stirpe e della gerarchia di cui facevano parte. I legami di sangue e l’appartenenza alla gerarchia ecclesiastica erano più forti del singolo.

Con il sorgere della borghesia vediamo che le cose cambiano, perché viene attribuito un valore maggiore alle capacità umane. Si inizia a valorizzare la personalità che riesce ad innalzare il suo status sociale per merito delle sue capacità. In questa epoca vediamo molti cambiamenti, infatti l’invenzione della stampa comporta una maggiore diffusione dei libri e una maggiore apertura mentale.

Anche la scoperta dell’America e la navigazione verso i paesi lontani stimolano il desiderio di viaggiare e di conoscere cose nuove e vedere cose insolite. Uno spirito inquieto e indagatore pervade l’uomo di questa epoca che vive un forte distacco dal passato, perché vede emergere un nuovo modello di uomo e una nuova visione del mondo. perciò vediamo che, in poco tempo, nascono delle personalità rivoluzionarie in vari settori.

Nel 1483 nasce il teologo e riformatore Martino Lutero, nel 1452 nasce il pittore, scultore e ingegnere Leonardo da Vinci e nel 1453 nasce Teofrasto Paracelso. Nel 1509 nasce il teologo e riformatore Giovanni Calvino, nel 1510 il medico e filosofo Girolamo Cardano e nel 1517 nasce l’astronomo Nicolò Copernico e il filosofo Pico della Mirandola, tanto per citare alcune delle personalità più conosciute.

Tutti costoro vennero a portare una novità: una nuova visione religiosa, una nuova tecnica pittorica oppure, come fece Paracelso, una nuova visione della medicina. Tutti contribuirono a creare una nuova immagine del cosmo e un nuovo modello di uomo. Uno spirito curioso e innovatore percorse quei tempi che videro l'irrequieta ricerca, l'esperienza diretta e la logica induttiva che Paracelso usò nella medicina.

Philipp Theophrast von Hohenheim nacque il 10 novembre 1493, a Einsiedeln. Il nome Teofrasto fu scelto dal padre in onore del filosofo di Ereso che ammirava. La scelta fu un buon augurio perché il filosofo e medico greco fu allievo di Platone e di Aristotele, ed era considerato il padre delle materie mediche fin dall'antichità. Filippo fu il nome che gli venne imposto molto più tardi e che non volle mai usare.

Paracelso fu il nome che usò sempre, il nome che usavano gli allievi e gli avversari, e fu anche il nome con cui firmava tutte le sue opere. Paracelso era il nome che gli aveva attribuito il padre quando era ancora un ragazzo per onorare quel figlio che era riuscito ad eguagliare Aulo Cornelio Celso, il più grande medico e botanico dell’epoca romana. Il padre Wilhelm von Hohenheim era medico, alchimista, filosofo e teologo e veniva da una famiglia della piccola nobiltà sveva.

La madre veniva dalla famiglia Gratzen ed era una serva ecclesiastica del convento di Einsiedeln, perciò Paracelso venne insultato con l'epiteto di “servo ecclesiastico” dai suoi avversari. Alla nascita era minuto, malaticcio e rachitico, e si dice che la madre fosse instabile di mente e che morì precocemente lasciandolo orfano. Sappiamo che venne educato dal padre con cui ebbe sempre un rapporto di grande tenerezza.

Il dottor Hohenheim dava molta importanza all’azione benefica della natura perciò fece del figlio, il suo compagno preferito per le esplorazioni nelle zone circostanti, alla ricerca di erbe per curare i malati. Lo faceva rinforzare essendo nato con una salute cagionevole, perciò nelle passeggiate che fece con suo padre imparò a conoscere le erbe curative.

Imparò anche a distillare le pozioni curative, i veleni e gli antidoti ai veleni. A quei tempi la farmacopea non era apprezzata come, da millenni, lo era in Oriente e in Cina, e come lo era stata nell’antico Egitto, in Grecia e nella Giudea. Nel Medioevo solo i monaci coltivano nei giardini dei monasteri le piante che avevano delle proprietà medicinali, ma non si conoscevano tutte le loro virtù medicinali.

Einsiedeln sorgeva nella posizione ideale per conoscere la virtù delle piante, perché giace nella fertile vallata in cui scorre il fiume Sihl con le zone paludose in cui crescono molte specie acquatiche. Nei prati cresce la genziana, la salvia, la margherita, la borraggine, il cumino, l’angelica, e altre piante. Nei boschi crescono le asperule, la belladonna, la datura, la violetta e altre graminacee. Sui monti cresce la campanula, la digitale, la cicoria, l’achillea, la veronica, la menta, il timo, la verbena, la salsapariglia, i licheni, la sanguinella e altre specie.

Paracelso racconta che il padre fu il suo primo maestro di latino, botanica, alchimia, chirurgia e teologia perciò, in seguito, non fece altro che approfondire quello che lui gli aveva insegnato. La sua intelligenza vivace e irrequieta fece in modo che fosse inserito, fin da molto giovane, nella famosa scuola del monastero benedettino di Lavanthal dove studiò con mastro Eberhard Bamgartner che era considerato uno dei più famosi alchimisti del suo tempo.

Perciò il ragazzo si dedicò con passione agli esperimenti di laboratorio e arrivò ad un livello di competenza incredibile. Il clima della Carinzia lo aveva aiutato a rinforzare il suo fisico minuto e la giovinezza compensò le altre carenze, perciò arrivò a ritrovare una salute quasi perfetta. In seguito passò a Basilea dove fece enormi progressi nello studio delle scienze occulte, perché a quei tempi era impossibile diventare medico se non si conosceva anche l’astrologia.

La scienza sperimentale non era ancora nata, e tutte le conoscenze mediche che si studiavano nelle università o nei monasteri erano basate su conoscenze dogmatiche. Gli insegnamenti più rispettati erano quelli tradizionali e consolidati nel tempo. Invece il misticismo e le idee magiche si basavano sul fatto che fosse possibile avere un contatto diretto e personale tra la mente umana e quella divina.

Solo l’unione con lo Spirito Divino poteva farci comprendere il funzionamento dello Spirito Universale nella Natura: questo è quello che credeva Paracelso. Quando arrivò a Basilea nel 1510 aveva già acquisito una buona pratica nelle operazioni chirurgiche perché aveva aiutato suo padre a curare le ferite. All’università trovò solo dei pedanti e dei palloni gonfiati di cui disse: “La polvere e la cenere rispettate di questi spiriti sterili si erano trasformate in materia importante.”

Paracelso comprese che i saggi che venivano onorati erano i custodi pietrificati di una scienza sterile da cui non poteva imparare nulla. Aveva letto alcune opere dell’abate Tritemio che aveva trovato nella biblioteca di suo padre, perciò ne era affascinato quindi decise di trasferirsi a Wurzburg dove viveva l’abate Tritemio. Il vero nome dell’umanista e teologo era Johannes von Eindenberg ma era chiamato Tritemius perché era nato a Trittenheimer.

L’abate era diventato famoso da molto giovane, infatti a 17 anni era fuggito di casa per entrare nel monastero benedettino di Sponheim di cui divenne abate a 21 anni. Tritemio era attratto dall’alchimia e dalla ricerca della pietra filosofale, perciò influenzò Agrippa e Paracelso a cui insegnò a non svelare i segreti dell’arte ai profani.

L’abate riceveva tante richieste da molti studenti che volevano diventare suoi discepoli, ma prendeva solo chi riteneva degno di essere suo discepolo, perché nei suoi laboratori si poteva fare ogni tipo di esperimento alchemico e magico. Paracelso fece un lungo viaggio per andare a Wurzburg, ma era diventato più robusto perciò arrivò in una città in cui tutti pensavano che Tritemio fosse un pericoloso stregone. L'abate aveva compreso alcuni misteri della Natura e del mondo spirituale essendo autore di un testo di angelologia in cui affermava che i 7 angeli principali avevano regnato, regnavano e avrebbero regnato sulle 7 epoche della terra.

Tritemio era diventato un esperto di alcune pratiche di magnetismo e di telepatia, e fu il primo che rivelò la possibilità della trasmissione del pensiero. A lui si deve il primo esempio di criptografia cioè una scrittura segreta che richiede la scoperta della chiave giusta per essere compresa. Tritemio era un profondo conoscitore della Cabala ed era famoso perché offriva delle profonde interpretazioni delle Sacre Scritture. Ai suoi studenti richiedeva la conoscenza accurata dei testi sacri, perciò questa competenza era comune tra i suoi discepoli.

Questo fatto influì su Paracelso che, per tutta la vita, si dedicò a quello studio acquisendo la conoscenza perfetta del senso profondo e del significato esoterico della Bibbia. Paracelso fu allievo di Tritemio e da lui imparò a riconoscere le forze misteriose del mondo visibile e del mondo invisibile. Siamo certi che Paracelso aborrì l’uso di alcune pratiche magiche che giudicò indegne e contrarie alla volontà divina. Così come aborrì anche la negromanzia che veniva praticata da uomini privi di scrupoli perché diceva che quelle pratiche malefiche attiravano le influenze maligne.

Rinunciò anche al vantaggio di sfruttare le pratiche magiche che aveva imparato, perché credeva che le pratiche magiche possono essere usate solo in modo disinteressato e senza ricavare altri vantaggi che il bene degli altri. Fu con questi basi morali che Paracelso si lanciò nelle indagini e negli esperimenti di magia divina. Riusciva a distinguere perfettamente l’elemento spirituale da quello che non lo era, però voleva trovare l’unione con la Divinità perché solo l'unione divina ci salva da ogni errore.

Il suo ideale era quello di curare gli uomini come aveva fatto il Cristo, perciò cercava la stessa comunione che il Cristo aveva avuto con il Potere Sublime. Nel frattempo andava cercando i mezzi che il Creatore aveva messo a nostra disposizione, perciò li trovò nella Natura. Paracelso vede la Natura come una forza materna che ci accudisce e che ci cura. Immaginiamo l’entusiasmo con cui dedicò agli studi di alchimia, poiché dirà: “l’alchimia non ha solo lo scopo esclusivo di ottenere la pietra filosofale, perché la finalità della scienza ermetica consiste nella cura delle malattie.”

Malgrado tutto non si sottrasse all’ossessione dei suoi tempi perciò si occupò anche delle pratiche che volevano ricavare l’oro dai metalli impuri. Secondo qualcuno, intraprese l’opera solo per curiosità e la concluse quando la sua curiosità fu soddisfatta. Ogni campo andava verificato e tutte le cose andavano sperimentate con esperienze dirette che ne confermavano o meno la fondatezza. I biografi dicono che il Paracelso alchimista era insuperabile, perché aveva penetrato tutto quello che uno spirito umano può penetrare.

Aveva il potere di leggere in ciò che studiava fino a scrutare nello spirito delle cose con la stessa facilità dell’uomo che legge un libro. Paracelso non ha nulla di teorico, ma tutto in lui è finalizzato ad un uso pratico perché le sue ricerche sono rivolte alla salute fisica e spirituale dell’uomo. Paracelso si rifà al grande Ippocrate che affermava l’esistenza di 4 succhi che metteva in relazione con i 4 elementi.

Lo studioso di quei tempi vedeva nel corpo umano e nella sua composizione, l’influenza di sostanze spirituali a cui veniva dato il nome di bile nera, di bile bianca, di sangue e di succhi. Ma quei nomi non alludevano alle sostanze fisiche e percepibili, ma alludevano alle forze che costruiscono il corpo fisico. Paracelso credeva che il corpo fisico avesse una controparte eterica, perciò il suo sguardo di medico cercava di scorgere l’aspetto eterico della malattia fisica. Lui credeva che, al disordine del corpo fisico corrispondesse un disturbo del corpo eterico.

Il malato si curava meglio se veniva letto anche il corpo eterico perché l'eterico è il costruttore del fisico. Paracelso usa una medicina olistica e molto intuitiva, perciò si trova a lottare contro i seguaci di Galeno che erano i rappresentanti del modo opposto di essere medico. Galeno insegnava una medicina che sapeva vedere solo le cause esteriori, perché non cercavano l’elemento spirituale che causava il male fisico. Egli si ritrovò a lottare contro tutta la medicina ufficiale del suo tempo per tutti questi motivi.

Perciò non tralasciò di ricordare che quelli che viaggiano in carrozza non possono conoscere il mondo, perché il mondo si conosce ascoltando l’uomo semplice. Paracelso amava viaggiare e viaggiò mescolandosi alla gente semplice, infatti usò la saggezza dei semplici e la trasformò nelle sue geniali intuizioni. Va detto che non si allontanò mai dalle sue aspirazioni spirituali, perché per lui non esisteva medicina, scienze naturali o astronomia senza la conoscenza del Divino. Perciò vide l’uomo fisico come un composto delle stesse forze e sostanze della Natura.

Affermò che se studiamo la Natura dobbiamo vederci gli stessi elementi che vediamo nell’uomo, perché l’uomo fisico è l’uomo elementare che rappresenta un estratto o un succo dei singoli metalli, delle piante, degli animale e della Natura. L’uomo elementare non può essere capito se non capiamo la terra, perché l’uomo trae la sua forza dalla terra. Distingue il corpo sottile che trae la sua forza dagli istinti e dalle passioni, e che viene sospinto dalle leggi di armonia e di discordia. E distingue anche il terzo elemento che chiama spirito perché dice che proviene dal mondo spirituale, e che si mostra come un scintilla divina che è presente nell’uomo.

Poi disse che l’uomo è un estratto dei tre elementi, perché lo spirito umano è l’estratto dell’elemento divino-spirituale del cosmo. Il corpo astrale è l’estratto dell’elemento stellare, invece il corpo fisico è l'estratto dell’elemento elementare-terreno. La malattia si può comprendere solo se indaghiamo sulle sue origini e sulle forze invisibili che agiscono nelle forze morali che sono la causa dell’insorgere della malattia. Paracelso vede una profonda relazione tra l’uomo, il mondo fisico e il mondo astrale in cui è collocato l'uomo: da questo deriva il rapporto tra l’uomo ed i fenomeni del cielo e della terra.

L’aspetto corporeo viene collegato al sale, invece il mercurio viene collegato all’anima e, infine, lo zolfo viene messo in rapporto con lo spirito. E la magia è sapienza perché è l’impiego cosciente delle forze spirituali per ottenere un effetto visibile. La magia è l'uso benefico del volontà: è il mezzo più potente che lo spirito umano può avere per agire a fine di bene: la magia non è la stregoneria, afferma Paracelso.

Molti suoi esperimenti che furono tacciati di stregoneria provarono le proprietà curative dei metalli e anticiparono la metalloterapia, Classificò il bismuto e provò le proprietà curative dei metalli che studiò durante le trasmutazioni a cui li sottopose. Dal ferro, dall’antimonio, dal mercurio e dall’acido solforico e dagli altri metalli trasse delle regole che usò per elaborare la “Teoria dei tre principi” che vide esprimersi in tutte le attività dei corpi. Paracelso usò i termini di Macrocosmo e di microcosmo per esprimere il grande mondo dell’universo e il piccolo mondo dell’uomo, e affermò che uno era il riflesso dell’altro.

Con le sue indagini scoprì le virtù dell’oppio, del solfato di mercurio e di tante sostanze, però non sappiamo nulla di questo, perciò non sappiamo che le proprietà lenitive dello zinco furono scoperte da Paracelso. In un’opera di Adam di Bodenstein edita nel 1536 a Basilea, si afferma che Paracelso fu calunniato indegnamente proprio da quelli che non si fecero scrupolo di rubare le sue idee e le sue scoperte. Venne accusato di essere un mago e ancora oggi la sua figura è circondata da equivoci e calunnie che andrebbero dissipate.

Paracelso fu un mistico che vide Dio nella Natura, perciò la sua intelligenza anticipò molte idee che rivedremo in Giordano Bruno che fu poeta, filosofo, artista e investigatore della Natura. Paracelso. credeva che tutto l’universo mostrava la forza infinita contenuta nell’unità e nell’interdipendenza di ogni cosa con l’altra. Da buon cristiano, Paracelso scrisse nel “Trattato delle Infermità Invisibili" che Dio vuole i nostri cuori e non vuole le nostre vuote cerimonie, perciò se vogliamo trovare Dio lo dobbiamo cercarlo dentro di noi, perché altrove non lo troveremo.

Il Regno di Dio possiede una relazione profonda con la nostra vita, perciò un’anima penetrante può trovare nel suo cuore tutti i misteri di Dio. Gli uomini che cercano Dio lo possono trovare nel tabernacolo del loro cuore, e vi possono trovare anche le chiavi che aprono il suo Regno. Da queste parole si capisce che Paracelso non fu un ciarlatano, ma fu un grande mistico e un cabalista perfetto che visse nello spirito di un vero cristiano. Le leggende calunniose sulla sua morte sono tutte false, infatti sappiamo che morì a Salzbourg il 24 settembre 1541 e che venne sepolto con gli onori che meritava.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 10 febbraio 2016

martedì 9 febbraio 2016

Un altro universo



“Mi chiedi perché ho scelto
di abitare nei monti di smeraldo;
io rido e non ti rispondo,
il mio cuore è calmo e sicuro.
Fiori di pesco nell’acqua che scorre
scompaiono nella distanza.
C’è un altro universo
lontano dal mondo umano.”
(Li Po)

Nel linguaggio Sufi il “mondo dei corpi” è detto “alam-i ajsam” poiché alam significa mondo e ajsam è il plurale di jasm, corpo. I Sufi usano questa espressione per riferirsi al mondo delle cose ossia al mondo funzionale degli oggetti. Questa definizione racchiude dalla minima unità subcellulare al più importante corpo cosmico. Il mondo dei corpi include sia i corpi viventi che i corpi non viventi, perciò include sia i corpi degli esseri senzienti che quelli degli esseri non senzienti.

I Sufi insegnano che tutto quello che sappiamo sul mondo è limitato a quello che osserviamo nel mondo dei corpi in movimento che seguono un certo comportamento. Questo mondo funziona per merito delle energie che vengono usate per assolvere alle varie necessità dei vari corpi. La fisica definisce l’energia come la capacità che possiede un corpo di fare un lavoro. Per capirlo meglio, si fa l’esempio dello spostamento di un corpo con l’applicazione di una forza, ad esempio come l’atto di sollevare una valigia.

L’esempio serve a dimostrare che l’energia cambia la sua forma, ma non può essere creata o distrutta. Tutto questo dimostra che il mondo dei corpi visibili che ci circonda è governato dalla realtà invisibile che appartiene al mondo delle energie. Il discorso è molto articolato perché la realtà energetica che ci circonda non è visibile, ma facciamo sempre esperienza di questo. La forza di gravità non è visibile ma, il fatto che siamo seduti e non stiamo fluttuando, dimostra che la forza di gravità esiste e ci tiene saldamente ancorati a terra.

Steiner dice che dietro a tutto quello che vediamo c’è sempre qualcosa che non possiamo vedere, e che proviene dal mondo invisibile. Nella terminologia Sufi il mondo delle energie viene chiamato “alam-i arvah” cioè “mondo degli spiriti” dove alam è mondo e arvah è il plurale di ruh che - come l’omonimo termine ebraico roh - significa spirito. Gli uomini del passato attribuivano agli spiriti le azioni prodotte da forze che non sapevano spiegare, perciò l’alam-i arvah di cui parlano i Sufi corrisponde al mondo delle energie.

Tra i mondi dei corpi e il mondo delle energie non c’è un confine definito, ma c’è una linea sfumata su cui accade una continua interazione. Nel passaggio tra i due mondi la materia può trasformarsi in energia, mentre l’energia può diventare materia. Ma, questi due mondi sono diversi anche se tra loro avviene questo scambio continuo. Sappiamo che le energie non sono localizzate in un posto preciso, ma che esse possono scorrere ovunque.

E quando le energie vengono concentrate in posto preciso hanno la capacità di poter interagire tra di loro: e tutto questo significa che le energie devono essere racchiuse in un corpo. E significa anche che il corpo che contiene l’energia deve essere in grado di fare tutta la serie di trasformazioni che gli permettono di svolgere al meglio tutti i compiti fisiologici o cosmologici a cui esso è stato assegnato.

La vita dipende dalla capacità dei corpi di saper fare tutta una serie di trasformazioni, perché siamo costretti ammettere che dal mondo esterno ci proviene quello che ci consente di vivere. Possiamo dire che tutto quello che esiste è stato strutturato in modo da contenere una forma di energia, perciò diciamo che tutti i corpi svolgono delle trasformazioni che contribuiscono all’economia energetica del cosmo.

Vediamo che ci sono due modi nei quali possono essere trasformate le energie, e per ognuno di essi deve esserci un apparato di un certo tipo per fare in modo che le energie siano incanalate e trattate nel modo adeguato. In primo luogo esiste la trasformazione di un’energia di tipo inferiore che viene trasformata in energia di grado maggiore. Questo lavoro richiede l’uso di un “generatore”, infatti vediamo nel meccanismo del generatore elettrico l’esempio dell'apparato che sa trasformare l’energia del movimento cioè l’energia cinetica, in energia elettrica che sarà usata per un dato lavoro.

In questa trasformazione vediamo avvenire un passaggio dal mondo dei corpi a quello delle energie. Invece  il cammino opposto accade quando andiamo dal mondo delle energie al mondo dei corpi. Questo avviene quando riduciamo un’energia elevata e la portiamo ad un livello più basso per compiere un dato lavoro, come accade con un motore. L’esempio del motore elettrico dell’automobile ci mostra che l’energia elettrica è trasformata in azione trainante per l’automobile.

Il percorso in cui l’energia viene innalzata di grado ci mostra un processo “anabolico” cioè un processo “che va verso l’alto” invece se l’energia viene diminuita di grado abbiamo un processo “catabolico” ossia un processo “che va verso il basso.” Ma non si creda che i due processi si mostrino uno alla volta e che l'uno escluda l'altro. La trasformazione dell'energia comporta che il processo avvenga in modo che le due fasi avvengano simultaneamente, perciò osserviamo sia lo svolgersi di processi catabolici che di processi anabolici.

L’essere umano ha la potenzialità di fare tutti i tipi di trasformazione, perciò ha più potenzialità di tutte le altre forme di vita. Imparare a trasformare tutti i tipi di energia corrisponde a dire che sappiamo trasformare, per primi, noi stessi. Infatti l'affermare che l'uomo sa trasformare tutti i tipi di energie che incontra nel mondo esterno corrisponde a dire che sa trasformare il suo mondo interiore, perché non può dire di saper fare quello che non riesce a fare.

Dobbiamo ricordare che il nostro corpo è strutturato per contenere tutte le forme di energia, perciò può trasformarle. Noi siamo strutturati in modo da saperci adattare a molte trasformazioni di energia usandole a nostro vantaggio. E poi dobbiamo riflettere che questa missione non si può ignorare, perché essa è assegnata in ogni caso e - spesso - avviene a nostro svantaggio. Il nostro ruolo nel mondo è stato collegato alla trasformazione consapevole delle energie perciò non possiamo sottrarci.

E se è vero che l’iniziativa della trasformazione viene sempre imposta dall’esterno, è pure vero che noi possiamo diventare sensibili in modo diverso a ciò che incontriamo. Possiamo fare in modo che quando mangiamo, respiriamo, ascoltiamo, vediamo, lavoriamo ossia quando viviamo la vita, questo vivere non avvenga in modo automatico.

Dobbiamo essere in grado di capire qual'è la giusta dose di energia che dobbiamo assegnare a quello che facciamo. Dobbiamo essere in grado di vivere nel mondo dei corpi ma anche nel mondo delle energie. Dobbiamo sapere che, tutte le energie che provengono dai nostri pensieri e dalle nostre emozioni, e che crediamo essere quello che chiamiamo "noi", in realtà, non sono altro che energie messe in moto dai nostri pensieri e dalle nostre emozioni.

Le nostre energie devono essere localizzate oppure trasferite, poi trattate e combinate per essere trasformate. Infatti Gurdjieff dice che dobbiamo ottimizzare la macchina se vogliamo che la nostra macchina funzioni a puntino. Va capito che nessun atto che facciamo nel mondo dei corpi può avere solo un valore funzionale, perché non vivremmo una vita che può dirsi degna del livello dell’essere: l’essere appartiene al mondo delle energie.

Noi tutti siamo collegati, anche se in modo diverso, a tante manifestazioni di energia. Alcune di loro le possiamo vedere mentre altre si mostrano solo per gli effetti che producono sulla nostra vita. Alcune energie le percepiamo come energie esterne e oggettive quindi possiamo usarle in modo inconsapevole. Invece altre energie le percepiamo come se provenissero dal nostro mondo interno: le energie soggettive vanno assolutamente conosciute.

Ma è anche che alcune energie possono fluire in noi, ma noi restiamo inconsapevoli di ciò che sono e dell’effetto che vogliono produrre. Nell'uomo deve essere sempre presente un continuo lavoro di analisi della vera natura delle energie a cui permettiamo di avere accesso e che ospitiamo. Le energie sono molto dinamiche perciò tendono a trascinarci, infatti molte energie oggettive si trasformano in energie soggettive. Ma è proprio il fatto che sappiamo lavorare e vivere a cavallo tra le due dimensioni ci rende veri esseri umani.

Dobbiamo saper vivere nel mondo dei corpi, ma dobbiamo anche saper camminare come uno spirito nel mondo delle energie che è il mondo dello spirito. Noi esseri umani siamo in grado di fare questo gioco di equilibrio. La prova di questo è il fatto che, nell'uomo sono presenti sia processi in cui è necessaria la consapevolezza, ma sono presenti anche processi in cui la consapevolezza è assente. La vita umana è situata a cavallo tra la sensibilità e la meccanicità perché l'uomo è composto sia di esperienza che di automaticità.

Buona erranza
Sharatan

domenica 7 febbraio 2016

In mondi diversi



“La verità è che l’uomo può vivere in mondi diversi.”
(J.G.Bennett)

L’uomo comune, secondo Gurdjieff, possiede solo due mondi, invece chi lavora su se stesso si è ‘candidato a un’altra vita’ e può possedere tre mondi. Di solito si pensa che per essere consapevoli dell’esistenza di mondi diversi sia necessario lasciare questo mondo e andare in un mondo diverso. Crediamo che il mondo materiale e il mondo spirituale siano due dimensioni molto diverse che non sono assolutamente collegate una all’altra: ma questo non è vero.

Solitamente non crediamo che si possa passare da un mondo all’altro. L’uomo comune vede il mondo esterno perciò vive dentro un mondo oggettivo basato sul confronto, sull’osservazione, sul calcolo e sulla misura delle cose materiali perciò non comprendiamo che quel mondo è solo una parte della realtà e non sappiamo che non vediamo il mondo nella sua interezza.

Nessuno può negare l’esistenza di un mondo interiore individuale benché sia difficile misurare la qualità di un mondo interno costituito da reazioni immaginarie e da fantasie personali che tutti amano coltivare dentro di loro. Il mondo interiore è un mondo più instabile e mutevole del mondo esterno, infatti il mondo interno è definito ‘soggettivo.’ La capacità di lavorare su un certo grado di esame del mondo interno è il modo migliore per accedere al terzo e al quarto mondo.

Non dobbiamo dimenticare che le possibilità dell’uomo partono sempre dal primo mondo, infatti partono dal mondo materiale sebbene il concetto di “materialità” dovrebbe essere rivisto. Il mondo della materia viene compreso meglio se viene chiamato ‘mondo funzionale.’ Il concetto di ‘funzione’ ci permette di ricordare che conosciamo le cose per ciò che fanno e per come si comportano, ma non per quello che sono realmente.

L’uomo agisce nel mondo delle funzioni per mezzo dei suoi tre cervelli perché abbiamo degli strumenti diversi per gestire il movimento del corpo, per gestire le emozioni e per gestire il pensiero. Ogni cervello svolge una funzione diversa perciò ogni cervello ci consente di essere in rapporto con il mondo in un modo diverso, per quanto la realtà conoscibile possa restare sempre la stessa.

Il corpo possiede alcune funzioni di cui è consapevole e ne possiede altre per cui non è necessaria alcuna consapevolezza. La qualità del corpo determina la qualità delle sue ‘funzioni esperienziali’ ossia determina la qualità dell’esperienza e il modo in cui verrà usata. Il mondo funzionale è il mondo che vediamo scorrere intorno a noi in quanto ‘processo’ in cui ciascuna parte assolve ad una specifica funzione.

Il mondo esterno conoscibile si comporta come un organismo vivente che svolge la funzione di trasformare la vita in energia, e che svolge pure la funzione di produrre altri esseri viventi. Ogni cosa diventa uno strumento per un’altra perciò ogni cosa serve a realizzare lo scopo di qualcos'altro. Se comprendiamo la funzione delle cose comprendiamo anche il funzionamento del mondo perciò saremo in grado di predire cosa faranno le cose e - combinando tra loro queste cose - saremo in grado di predire i risultati che vogliamo conoscere.

Il quesito: ‘Questo a cosa serve?’ è il modo giusto per mettere in primo piano la funzione cioè il ruolo che le cose hanno per il funzionamento del mondo. Gurdjieff dice che, ogni cosa dell’universo è fornita di un ‘apparato’ cioè è fornita di un meccanismo che svolge un ruolo specifico, perciò noi uomini abbiamo il compito di capire a che serve quell’apparato e qual’è il suo funzionamento: è così che noi conosciamo le cose del mondo.

I meccanismi sono costituiti da altri meccanismi e ciascuno di essi svolge una determinata funzione nell’organizzazione generale. Di solito il meccanismo fa parte di altri meccanismi che svolgono delle funzioni molto più complesse. Il fatto di voler dare un nome alle cose dimostra che non abbiamo capito che non possiamo conoscere ciò di cui non conosciamo il ruolo e il funzionamento.

Le parole e le cose che possiamo leggere nei libri non aiutano a conoscere perché l’osservazione si ferma davanti all’esperienza diretta. Le parole sono stati create con le regole del mondo funzionale perciò non possono esprimere l’oggetto di una ricerca che lo supera. Il mondo della tecnologia mostra ottimamente che ogni strumento ha qualcuno che lo può usare. Il mondo vede molti strumenti che vengono programmati per svolgere un lavoro anche se il rapporto tra l'utilizzatore e lo strumento che viene utilizzato non sembra esserci.

Il mondo delle funzioni è un mondo pieno di strumenti diversi, perché ognuno di essi esiste per servire ad uno specifico uso perciò- se tutto è uno strumento- anche la volontà e la coscienza vengono ridotte al minimo possibile perché il mondo funzionale è sempre un mondo meccanico. Se la vediamo in questo modo vediamo che gli strumenti vengono usati per fare un lavoro senza che la volontà intervenga: questa è la condizione dell’uomo che non lavora su di se stesso.

Questa è la condizione di chi vive una vita interiore fondata sul sogno e la cui volontà è cieca perché non sa vedere la sequenzialità delle cose. Gurdjieff dice che il vero uomo è chi ‘ è in grado di fare’ volendo indicare l’uomo che sa agire in modo consapevole. Di solito quello che chiamiamo ‘volontà’ non è altro che il risultato del funzionamento automatico dell’uomo-macchina. In esso, le azioni sono il risultato di schemi di condizionamento e delle inclinazioni o delle avversioni che provengono dalle varie parti che lo compongono.

Tutto questo accade perché le nostre funzioni non sono integrate perciò sono disarmoniche e tutto in noi è solo meccanicità. La nostra solo possibilità per poterci integrare è collegato alla volontà perché la volontà è collegata alla capacità di distinguere il soggetto e l’oggetto. La visione è possibile solo se c'è un occhio che vuole osservare e se – dietro l’occhio - esiste un osservatore. La volontà è l’elemento attivo che offre l’impulso dinamico che rende possibile il cambiamento a tutti i piani e i livelli. Quando le varie parti dell’uomo lottano per fondersi si crea la tensione che si afferma come volontà.

L’uomo vive nel mondo primo ossia nel mondo funzionale come un uomo-macchina ossia come uno strumento che è costruito da altri strumenti. Nel mondo della volontà vive l’uomo che sa essere il padrone dei suoi strumenti. Nel mondo dell’essere vive l’uomo che sa diventare un essere a pieno titolo, perché è diventato l’essere che ha saputo conciliare le funzioni e la volontà. È chiaro che l’uomo è diventato un essere completo solo quando l’utilizzatore è consapevole di tutto ciò che fanno i suoi strumenti.

Ma dobbiamo ricordare che ogni strumento deve avere l’energia che gli è più idonea, perciò il controllo delle energie è la parte più importante del controllo dello strumento. L’automobile può trasportarci solo se ha il carburante nel serbatoio, perciò lo stesso succede nella macchina umana. La macchina umana deve usare l’energia appropriata, ma deve avere anche il contenitore adatto a conservare quelle energie, se vuole essere definita una macchina equilibrata.

L’essere può essere definito anche valutando lo stato di concentrazione o lo stato di dispersione dell’energia che contiene. Sappiamo che esistono diversi tipi di energie e che esistono anche differenti livelli dell’essere, e questo è correlato anche alla qualità di energie che vengono concentrate nell’essere. I divelli dell’essere devono essere liberati da tutte le funzioni che avvengono in modo automatico, perché l’uomo liberato sa subordinare tutti i suoi strumenti alla sua volontà.

La concentrazione di energie di tipo superiore richiede la costituzione di un vettore appropriato affinché il corpo possa contenere quelle forze superiori senza correre pericoli. Il problema è come trasformare l’essere affinché si possa ‘innalzare il livello al quale può essere concentrata l’energia’ e alcuni tipi di esperienza avvengano quando la volontà lo vuole. La consapevolezza dell’essere dipende dalla misura in cui l’essere è in grado di fare un uso consapevole dei suoi mezzi. Il concetto di ‘energia’ è utile perché ci mostra che una possibilità ‘funzionale’ può essere maggiore in alcuni uomini e possa essere minore in altri.

Non esiste un mondo che è composto solo di energie come non esiste un mondo che è fatto solo di materia. perciò l'essere va pensato come un vaso che può contenere una certa quantità di acqua. In questo modo vediamo che la percezione di contenitore e contenuto sono correlati poiché il contenitore contiene l’energia, ma la qualità dell’essere riguarda sia il livello che la qualità dell’energia che il contenitore riesce a contenere.

Il mutamento dell’essere è reso possibile dal fatto che esistono molti tipi di energie e molti livelli diversi di energie, perciò il nostro stato dell'essere è sempre un prodotto di una certa combinazioni di azioni più o meno elevate. Il risultato complessivo dell'essere viene mostrato da tutto quello che siamo, e dalla vita che viviamo. L’ energia e la volontà sono alla base di tutte le nostre trasformazioni, perché la volontà è il principio attivo e la funzione è quello passivo.

L’essere può agire in modo sia attivo che passivo perciò vediamo che la vita di alcuni uomini è più in sintonia con il dinamismo della volontà, mentre la vita di altri mostra la passività che è collegata alle funzioni che avvengono in modo automatico. La consapevolezza è un’energia molto elevata, ma la volontà proviene da un livello ancora superiore a quello della consapevolezza. La volontà viene dal mondo spirituale che è invisibile perché si basa su ciò che non può essere conosciuto, ma può essere soltanto vissuto.

La volontà viene associata alla coscienza perciò viene stimolata da tutto quello che agisce su di noi perché attrae la nostra attenzione e il nostro interesse. Il mondo esterno cerca sempre di catturare la nostra attenzione e quando avviene in modo che il soggetto reagisca in modo passivo si parla di attenzione involontaria. Ma, nel caso che noi stessi andiamo alla ricerca di uno stimolo che ci interessa si parla di attenzione volontaria. Questa è un’attenzione indipendente dalle inclinazioni e dalle reazioni automatiche dello strumento perciò agisce in contrasto al mondo funzionale.

È importante sapere che veniamo controllati da tutto ciò che attrae l’attenzione perciò l’operare con un’attenzione cosciente fa parte del lavoro su noi stessi, ma è anche la base per fare molto altro. Nell’uomo esistono tre mondi composti dal centro del movimento, da quello dell’emozione e da quello del pensiero perciò lo stato dell’essere, lo stato delle emozioni e quello dei pensieri mostrano quanto l'essere è stato equilibrato. Il corpo è la parte funzionale ma la nostra parte energetica è molto spesso rappresentata da stati emotivi definibili come ‘negativi’ perché sono contrapposti a quelli positivi della fede, delle aspirazioni superiori e della speranza che sono le qualità dell’unità.

Il centro del pensiero è anche il centro della volontà perciò non va sprecato per affrontare il mondo funzionale poiché il suo fine è molto più elevato. Il centro del pensiero deve diventare la sede di una visione creativa del mondo in modo tale che - in noi - possa agire la volontà. L’uomo che vive in tre mondi è l’uomo che possiede un corpo, un’anima e uno spirito, perciò è l'uomo che ha tutto ciò che è necessario per vivere bene nei tre mondi.

Questo uomo è un essere che può vivere libero da ogni condizionamento perché costui sa che il suo corpo agisce come fosse una macchina, ma sa anche che possiede un’anima perciò sa che possiede tutti gli strumenti necessari per poter affermare la volontà dello spirito di cui riesce a fare esperienza. Questa è la condizione dell’uomo che è stato creato a immagine di Dio, perché in lui esiste un vettore che agisce concentrando le energie perciò può contenere anche la volontà del tutto.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 4 febbraio 2016

Il gatto che aggiustava i cuori



“Come la maggior parte dei gatti,
non giudichiamo gli umani dall’aspetto:
noi leggiamo la personalità e, di solito,
i gatti hanno un fiuto particolare
nel saper distinguere i buoni dai cattivi.”
(Alfie)

“Il gatto che aggiustava i cuori” di Rachel Wells è la storia di Alfie. Alfie è “un gatto da divano” perciò non ha la necessità di andare a caccia di notte oppure di gironzolare per il quartiere a fare amicizia con gli altri gatti, perché vive in una casa calda dove ha il cibo, le coccole e tutte le comodità che un gatto può sognare. La sua giovane vita l’ha vissuta in una piccola villetta a schiera con un’anziana signora e con la vecchia gatta Agnes che viveva in casa prima di lui e che l’aveva accudito come una vecchia zia. Alfie è un gatto fortunato, perché non ha mai avuto altra preoccupazione che quella di raggomitolarsi sulla sua poltrona preferita. Ma, nel giro di poco tempo tutto questo finisce, perché la morte di Agnes spezza il suo povero cuore e Alfie soffre al punto che pensa di non potersi più riprendere.

Il suo dolore è così grande che lui e Margaret si sono stretti uno all’altro, perciò si può dire che è l’amore di Margaret l’abbia salvato. Entrambi avevano adorato Agnes perciò sentivano la sua mancanza in ogni fibra del loro essere, e si unirono nella loro sofferenza. Ma Alfie doveva imparare che la vita può essere ancora più dura e crudele. Infatti un giorno Margaret non riesce più ad alzarsi dal letto e, in una settimana, l’anziana signora muore. Anzi, ancor peggio, è proprio lui che la trova morta perciò Alfie chiede aiuto gnaulando con tutto il fiato che ha in gola.

Dopo la morte di Margaret, tutti i suoi beni vengono ereditati dalla figlia Linda che svuota la casa e la mette in vendita. Alfie è addolorato e disorientato ma non può fermarsi a piangere la morte della sua padrona perché deve pensare al suo futuro. Sente dire da Linda e suo marito che vogliono portarlo al gattile, e lui non è d’accordo. Tutta la comunità felina considera il gattile “il braccio della morte”perché si sa che se un gatto non è fortunato da trovare un nuovo padrone, il suo destino è la camera a gas. Alfie non vuole finire così perciò scappa e inizia una vita da gatto randagio a cui non è abituato.

Alfie deve imparare a confrontarsi con la fame, con il traffico di Londra, con la pioggia, con i cani feroci, con gli ubriachi e con altre cose di cui non ci si deve fidare. Ma il suo istinto felino diventa più acuto per necessità, e lui diventa sempre più veloce a fuggire dal pericolo. La vita del gatto randagio può essere pericolosa perciò Alfie deve ingegnarsi e deve imparare la dura vita della strada. Ma Alfie è un gatto molto intelligente, perciò la sua mente felina progetta un piano. Decide di diventare un “gatto dei portoni” cioè di diventare un gatto che si mostra bisognoso di aiuto- che è la sua vera condizione- ma di cercare più famiglie che lo accudiscono, in modo da non restare mai più senza protezione.

Perciò inizia a cercare una zona adatta allo scopo e arriva nell’incantevole strada chiamata Edgar Road, e lì capisce che è arrivato nel posto che cercava. Edgar Road è una strada che gli piace subito perché è una strada tranquilla con tante villette a schiera in stile vittoriano. Lui non ama i quartieri moderni con gli edifici monoblocchi perché li considera troppo freddi e impersonali. Dopo aver gironzolato per circa una settimana è già diventato l’amico di Tigre, una gattina gentilissima a striature brillanti che lo aveva difeso da un gatto prepotente. Alfie tiene d'occhio le case dove vede il cartello con la scritta “Vendesi”. Un giorno, vede un furgone che scarica dei mobili davanti ad una casa e sente che era arrivata l’occasione di trovare il divano e il cibo che cercava.

Allora il gatto si intrufola in casa e conosce Claire, una giovane donna magra e alta, dai capelli biondo scuro spettinati che sta parlando con la madre, al cellulare. A prima impressione Alfie la trova molto simpatica e i suoi occhi tristi lo attraggono. Il suo acuto istinto felino suggerisce che la donna è buona ma che ha bisogno di aiuto. almeno quanto lui ha bisogno dell'aiuto di lei. Alfie miagola e fa le fusa per affascinare, finché la giovane donna lo vede e scopre anche la medaglietta che Alfie porta al collo dove è indicato il nome “Alfie” seguito dal numero di telefono di Margaret. Claire, decide di tenere il gatto solo per quella notte e di chiamare, il giorno dopo, il suo padrone.

Ma Alfie sorride tra sé perché sa che il suo piano è riuscito. Il telefono di Margaret è stato staccato perciò la sua sistemazione in casa di Claire diventa definitiva. Il fatto è che Alfie non è un gatto disonesto anzi ama un rapporto leale con un padrone leale, ma la paura che ha subito durante la sua esperienza di gatto randagio lo ha scioccato perciò non vuole ritrovarsi mai più da solo e abbandonato. Dopo una bella lavata che è costretto a subire con il sorriso sul muso, Alfie viene sfamato. Poi lui e Claire si siedono fianco a fianco sul divano come due sconosciuti bene educati, poi Claire beve un calice di vino e scoppia in pianto.

Alfie sentì che “c’era un motivo per il quale mi trovavo lì; ho sentito di avere un compito. Avrei potuto aiutare Claire tanto quanto lei avrebbe potuto aiutare me? Ho attraversato il divano e mi sono accoccolato addosso a lei, posando delicatamente la testolina sul suo grembo. Mi ha accarezzato con gesti meccanici e, benché stesse ancora piangendo, le ho offerto la consolazione di cui sapevo aveva bisogno e lei ha fatto la stessa cosa con me. “Ecco”, mi sono detto. In quel momento nel profondo del mio cuore ho sentito che eravamo spiriti affini. Ero tornato a casa.”

Da allora Alfie inizia a vivere un periodo di pianti improvvisi di Claire e di suoi accoccolamenti nel suo grembo per consolarla. Ma Claire lavora tutto il giorno perciò Alfie sente la solitudine e decide che è arrivato il momento di cercare altre famiglie da cui farsi accudire. Avendo trovato il minimo necessario per stare tranquillo doveva rafforzare la sua sicurezza. Nella vita non si sa mai, perciò doveva trovare altri portoni a cui miagolare per avere cibo e rifugio. Aveva imparato che la vita è insicura perciò lui, che è un gatto più intelligente delle media, mette a frutto la lezione e si fa adottare da quattro famiglie.

Alfie legge dentro le persone perciò vuole come padroni delle persone amabili perché è risaputo che l’indole del padrone e del gatto si devono assomigliare. La sua generosità gli comporta che si ritrova ad amare teneramente tutti i padroni che si è scelto. Perciò si ritrova ad aiutarli anche mettendo a repentaglio qualcuna delle proverbiali nove vite feline. Si sente di doverli ricambiare per le cure che riceve, deve confortarli con il suo amore e deve aiutarli a essere felici. Naturalmente tutto è narrato nella visuale di Alfie cioè nella prospettiva di un felino. “Il gatto che aggiustava i cuori” di Rachel Wells è pubblicato da Garzanti ed è una lettura raccomandabile a grandi e bambini,  ma è "obbligatoria" per i gattofili di tutte le età.

Il protagonista è ironico, intelligente, generoso e così affettuoso che si fa amare per la sua amabilità. In molte occasioni Alfie dimostra ciò che ha imparato dalle lezioni di vita avute da Margaret e Agnes. Lui stesso dice che, se è diventato un gatto migliore lo deve solo a ciò che ha imparato da Margaret e Agnes. Non nega che ha imparato anche dalle “soap opera” amate molto da Margaret, infatti lì ha imparato a riconoscere il violento “maschio umano Alfa”. La sua capacità di capire e di saper risanare quello la vita ha guastato rende la sua presenza sempre più importante per tutti quelli che lo amano. Per questo Alfie è il gatto che tutti vorremmo vedere acciambellato sul divano di casa nostra.

Buona lettura
Sharatan