giovedì 17 ottobre 2013

L’ignoto benefattore



Un tempo viveva al Cairo un cordaio di nome Nurudin. Era un uomo semplice e povero che lavorava tutto il giorno nella sua bottega. Guadagnava poco ma si accontentava di quel nulla quindi mentre lavorava cantava allegramente. Un giorno come gli altri, mentre stava intrecciando le sue funi, due sconosciuti entrarono nella bottega. Mentre guardavano le sue ceste, uno dei due disse all'altro:

“Amico mio, tutti abbiamo un destino fissato. Questo è certo! Ma il destino non è inderogabile, perché il fato può essere reso favorevole. Guarda, ad esempio, questo povero cordaio la cui vita è segnata dalla misera nascita. La sua sorte sembra indicare una morte misera come la sua povera vita. Ma se un caso fortunato gli offre una borsa d'oro? Non credi che la sua vita avrebbe un corso migliore?”

Nurudin, che aveva sentito tutto il discorso, sorrise timidamente e chiese: “Scusatemi signore, ma ho sentito tutto. Sono tutte belle parole le vostre, ma non è possibile che questo mi accada. Come potrei trovare un sacchetto di monete d’oro? Come potrebbe entrare nella mia bottega un tesoro così? La verità è che i soldi attirano i soldi, perciò il povero resta sempre misero per questo motivo.”

Lo sconosciuto rispose: “Sei fortunato, perché la sorte è stata generosa con me che ho un'enorme ricchezza. Se il problema è solo il sacchetto d’oro, io posso rimediare! Di solito faccio la carità e aiuto nei limiti di ciò che posso, perciò oggi ti aiuterò. Ora mi vuoi dire cosa faresti per vivere felice?”

Nurudin pensò di vivere un sogno e aveva le mani sudate e la gola secca, ma trovò la voce per dire: “Signore, se avessi una borsa d’oro mi farei costruire una bottega luminosa. Farei una bella casa nuova con una bella bottega in cui assumerei due aiutanti per aumentare la mia attività e vivere in modo più agiato.”

A ciò, lo sconosciuto prese la borsa che aveva alla cintura e gliela consegnò: “La cifra è sufficiente per fare quello che dici?” Il cordaio sbirciò la borsa e disse: “Illustrissimo, la cifra può realizzare tutti i miei sogni. Che il Cielo vi benedica e vi protegga! Grazie, mille volte grazie! Che siate benedetto per sempre!”

Dopo le benedizioni di Nurudin, i due uscirono dalla bottega lasciandolo stupefatto con l'oro. In verità, Nurudin era ancora incredulo di quello che aveva vissuto. Poi si riscosse e guardò allarmato per vedere se qualche ladro avesse visto o sentito. La zona era piena di ladri, perciò doveva trovare un posto sicuro per nascondere l’oro.

Mentre si guardava intorno vide il vaso della farina, e decise di nascondere lì dentro la borsa dell'oro. Poi pensò di andare al caffè per bere in onore al Dio del Caso e alla salute del suo benefattore. Sembrava che il destino fosse girato a favore e che l'avvenire fosse pieno di gioia e felicità. Mentre chiudeva la bottega pensò che finalmente aveva in pugno la buona sorte.

Quando rincasò era tardi e sua moglie Yashmina dormiva, perciò Nurudin si sdraiò al suo fianco ma fu insonne fino all’alba. Si addormentò tardi e si svegliò tardi. Si alzò di scatto e corse nella bottega dove lanciò un urlo di orrore. Il vaso di farina era scomparso, perciò urlando chiamò: “Yashmina!” Quando lei accorse le chiese: “Dov’è il vaso di farina? Era qui, dov'è finito?”

La moglie rispose: “Non mi serviva a nulla. È tanto che non lo usiamo, perciò quando la moglie del barbiere mi ha dato un po' di henné gliel’ho regalato perché non avevo altro per pagarla. Ma tu, marito mio, perché sei così pallido?” Nurudin vacillò e rispose: “Donna, sono un uomo morto! Sono disperato!” Le raccontò tutto e disse dell’oro nascosto nel vaso.

Yashmina, un attimo dopo, era già diretta verso la casa del barbiere, ma lungo la strada incontrò la moglie che tornava dal mercato. Le fece cenno di fermarsi e farfugliò qualcosa sul vaso. La donna la interruppe: “Rivuoi il tuo vaso? Te lo darei volentieri, ma stamattina l'ho venduto al rigattiere. Se hai problemi di soldi, ti do 4 soldi. Il suo valore non era maggiore!”

Nurudin la vide tornare senza il vaso e si sentì morire. Ma la vita andò avanti e passarono i mesi, finché il suo benefattore tornò nella bottega. Come la volta prima era assieme all'amico silenzioso e fedele. Entrambi si guardarono intorno, ma non videro nulla di nuovo. La bottega era sempre malandata, la porta era tarlata, le mensole erano vecchie e la piccola finestra illuminava le pareti ingiallite.

Nurudin si affrettò a spiegare: “ E’ avvenuto un fatto terribile!” Al racconto delle sue disgrazie, lo sconosciuto sorrise: “Se il problema è un sacchetto di monete, eccone un altro. Spero che stavolta vada meglio.” Nurudin gli disse: “Non posso accettare tanta generosità. Non potrei restituire questo denaro. Non potrò mai ripagarvi e io non sono uno sciocco, sono un uomo povero ma onesto.”

Lo sconosciuto rispose: “Amico, io non ti chiedo nulla. Prendi ciò che ti dono, fanne buon uso e mi renderai felice.” Nurudin voleva ringraziare ma i due erano già usciti. Quando Yashmina li vide partire andò dal marito che gli mostrò l'oro, e si abbracciarono muti per la felicità. Ma Nurudin aveva nuovamente il problema di tenere al sicuro il suo oro, perciò Yashmina gli consigliò di nasconderlo nel turbante:

“Così sarai più tranquillo! Il turbante lo togli solo per dormire. Puoi tenere l'oro sempre a portata di mano e nessuno ne saprà nulla.” Il marito la giudicò un’ottima idea, ma passò il giorno a tastarsi il turbante. Ogni tanto si palpava il cranio e poi tornava a intrecciare. A sera, si tolse il turbante e lo nascose sotto il letto. Chiuse la porta, sprangò la finestra e si addormentò tranquillo con Yashmina.

A mezzanotte dormivano già della grossa, altrimenti avrebbero sentito lo scricchiolio del pavimento. Era l’ora in cui il topo del pavimento usciva dalla sua tana per cercare il cibo per la sua nidiata. Quando vide l'intreccio del turbante odoroso di sudore umano, il topo pensò che era un bel giaciglio per l'inverno.

Il topo prese il turbante, e tirando con unghie e denti lo riuscì a trascinare nella sua tana insieme alle monete che vi erano nascoste. Il giorno dopo, Nurudin si stirò per benino e poi tastò sotto il letto, ma si rialzò pallido come un morto. Guardò, cercò per tutta casa pensando di essere vittima di un’allucinazione. Pensò che era lo zimbello di un demone malvagio e la disgrazia gli fece quasi perdere il sonno.

Quando gli uomini misteriosi vennero a vedere come aveva usato la sua ricchezza, Nurudin raccontò tutto. Lo sconosciuto disse: “Per due volte hai perso un tesoro. La seconda volta è stata di troppo, perciò l’Altissimo ti mostra che devi restare povero. Dio ti ama perché ama tutti, ma ha deciso che non devi cambiare vita. La cosa è chiara, addio cordaio!” E se ne uscì, ma il compagno che era stato in silenzio disse: “Non voglio andar via senza lasciarti nulla. Io non sono ricco, anzi non ho nulla. Ti lascio solo un porta fortuna!” e gli consegnò una piccola sfera di piombo.

Nurudin rimase ipnotizzato con la pallina in mano, poi la mise sulla mensola sbilenca e tornò a intrecciare le corde. Era venuta la notte quando bussarono alla porta e Nurudin aprì alla vicina, la moglie del pescatore, che chiese: “Per caso non avete qualcosa per zavorrare la rete? Mio marito stanotte va a pescare, ma cerca un peso per fissare la rete. Non avete qualcosa che sia utile?” Lui disse: “Un cliente mi ha regalato una pallina di piombo. Aspetta che vado a prenderla.” Gliela regalò, si augurarono la buonanotte e Nurudin ciabattò verso il suo letto.

Il giorno dopo, la moglie del pescatore ritornò con un pesce e glielo diede: “Il pesce te lo manda mio marito. Dice che il tuo piombo gli porta fortuna. Ha fatto una bella pesca e vuole goderne con te!” Nurudin disse: “Vicina, mille grazie! Tuo marito è una brava persona, devi ringraziarlo a mio nome.” Poi portò dalla moglie il pesce da cucinare, Yashmina prese il tagliere e iniziò a togliere le viscere al pesce.

Mentre la donna lo ripuliva, dalle interiora del pesce uscì una pietra. La donna la mise da parte, e mentre con Nurudin si godevano il buon pasto videro una luce. La lampada era spenta, ma la stanza splendeva, perciò il cordaio chiese alla donna: “Moglie mia, tu capisci da dove viene la luce?” Yashmina rispose: “Non è difficile. E' la pietra che ho trovato nel pesce, guarda come riflette il sole.” Quando guardarono la pietra, i loro volti furono illuminati dal suo splendore.

L’indomani venne una ricca cliente piena di gioielli, e chiese di comprare dei cesti. Ma poi vide la pietra e chiese: “Dove l’hai trovata? Me la vendi? Mi piacciono i suoi riflessi.” Nurudin disse che veniva dal ventre del pesce, ma non poteva venderla. La donna insistette dicendo che l’avrebbe pagata 100 monete d’oro. Davanti alle esitazioni dell'uomo, lei rilanciò offrendo 500 monete. Nurudin farfugliò, ma lei tirò fuori una borsa con 1000 monete d’oro come ultima offerta. Così il cordaio gli vendette la pietra, ma le chiese: “Vale davvero tanto?”

La donna ridendo rispose: “Vale molto di più di questo. E’ una pietra di valore incalcolabile degna del tesoro del re Salomone. E forse è proprio una di quelle che ornavano la sua corona. Chi possiede questa pietra è molto ricco!” Nurudin, dopo che la donna fu uscita con la pietra, si mise a riflettere sulla sua ricchezza. Per prima cosa, il giorno dopo, fece iniziare i lavori per costruire la nuova bottega. Mentre si faceva la demolizione della vecchia casa fu trovato il suo vecchio turbante.

Quando il cordaio lo prese, nelle sue pieghe trovò la borsa con l’oro che aveva perduto. Mentre si riprendeva dallo stupore gioioso che aveva, si presentò un robivecchi a vendere le sue merci. Mentre l’uomo chiedeva se voleva qualcosa, il cordaio vide un vecchio vaso che riconobbe essere il vaso che Yashmina aveva regalato alla moglie del barbiere in cambio dell’henné. Nurudin frugò sotto la farina ammuffita e ritrovò la borsa che aveva nascosto. L’oro era rimasto nel vaso, perciò Nurudin esclamò: “Adesso mi ritorna indietro tutto!”

Il robivecchi gli chiese: “A chi dici, buon uomo?” Nurudin disse: “Amico, molto tempo fa uno sconosciuto mi aiutò. L’aiuto ritorna proprio quando non ne ho più bisogno. Voglio che tu prenda l’oro così che un po’ di gioia ne venga anche a te.” Il robivecchi esclamò felice: “Grazie amico mio! Queste sono le parole che mi piace sentire.”

Nurudin lo guardò meglio, perché la sua voce lo aveva colpito infatti riconobbe il suo benefattore. Un nodo di commozione gli strinse la gola e con gli occhi lucidi chiese: “Ma tu chi sei?” L'altro rispose: “Chi sono non ha importanza. Ciò che importa è chi sei tu. Tu sei un uomo degno. Non sei avido e dividi la tua fortuna con gli altri, perciò la tua felicità rende felice anche me.” Dopo quelle parole misteriose, lo sconosciuto scomparve e Nurudin non lo rivide mai più.

Buona erranza
Sharatan

2 commenti:

Alessio Sacchetti ha detto...

La ricchezza giunge sempre quando ne abbiamo superato la dipendenza. Un giorno credo scopriranno che esiste una legge cosmica che sottende a tutto questo. Troviamo il vero Amore solo quando bastiamo a noi stessi e di quel "noi stessi" siamo felici. Buona vita Sharatan.

Sharatan ain al Rami ha detto...

Hai proprio ragione caro Alessio :-)
La dipendenza sottintende una pretesa e un'aspettativa rispetto al mondo o alle persone. L'amore non pretende che qualcuno ci completi o che integri le nostre lacune, esso è dono di ciò che siamo.
Buona vita e un caro abbraccio anche a te