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martedì 11 aprile 2017

Può finire il dolore?



“È la dose che fa il veleno.”
(Paracelso)

“Se posso, vorrei parlare della fine del dolore, perché dolore, paura e ciò che chiamiamo amore vanno sempre assieme. Se non comprendiamo la paura non potremo comprendere il dolore, e non potremo conoscere quell’amore in cui non c’è contrasto, non ci sono attriti. Mettere completamente fine al dolore è estremamente difficile, perché in una forma o nell’altra il dolore è sempre con noi. Per questo vorrei esaminare a fondo il problema, ma le mie parole serviranno a ben poco se ognuno di noi non esamina il problema dentro se stesso, senza essere d’accordo o in disaccordo con me, ma osservando semplicemente la realtà dei fatti.

Se ci riusciamo, nella realtà e non solo in teoria, forse riusciremo a comprendere l’enormità del dolore, e quindi a mettere fine al dolore. Attraverso i secoli, amore e dolore sono sempre andati mano nella mano, prevalendo ora l’uno ora l’altro. Presto, quello stato che chiamiamo amore svanisce, e ricadiamo nelle nostre gelosie, nelle nostre vanità, nelle nostre paure, nelle nostre tristezze. Amore e dolore si sono sempre dati battaglia; e, prima di approfondire come mettere fine al dolore, penso che dobbiamo capire che cosa sia la passione.

Pochi conoscono realmente la passione. Forse abbiamo conosciuto l’entusiasmo, che significa essere preda di un’emozione riguardo a qualcosa. La passione che conosciamo è sempre per qualcosa: per la musica, per la pittura, per la letteratura, per il nostro paese, per una donna o per un uomo. È sempre l’effetto di una causa. Quando vi innamorate, siete in un forte stato emotivo che è l’effetto di una determinata causa, ma ciò di cui voglio parlare è la passione senza una causa.

Si tratta di essere appassionati a tutto, non a una cosa soltanto, mentre in genere la nostra passione va a una persona o a una cosa specifica. La ritengo una distinzione da considerare attentamente. Nella passione priva di una causa c’è un’intensità che è libera dall’attaccamento ma se la passione ha una causa c’è attaccamento, e l’attaccamento è l’inizio del dolore. Tutti noi siamo attaccati: a una persona, al nostro paese, a una credenza o un’idea, e quando l’oggetto del nostro attaccamento ci è tolto o perde la sua presa, ci ritroviamo vuoti, manchevoli.

Allora cerchiamo di riempire questo vuoto attaccandoci a qualcos’altro, che diventa il nuovo oggetto della nostra passione. Osservate il vostro cuore e la vostra mente. Io sono soltanto uno specchio in cui state guardando voi stessi. Se non volete guardare, benissimo; ma se volete guardare, guardatevi con attenzione, con intensità inesorabile - non nella speranza di cancellare le vostre tristezze, le ansie o i sensi di colpa, ma allo scopo di vedere come questo tipo di passione conduca forzatamente al dolore.

Quando ha una causa, la passione diventa lussuria. Se c’è passione per una cosa specifica (una persona, un’idea, un appagamento qualunque), quella passione genera contrasti, conflitti, lotte. Lottate per raggiungere e conservare una determinata situazione, o per ricreare una situazione ormai finita. Invece, la passione di cui sto parlando non genera mai contrasto, conflitto. È assolutamente slegata da una causa, e quindi non è un effetto. Ascoltate tranquillamente, non cercate di raggiungere subito questa intensità, questa passione libera da cause.

Se ascoltiamo con attenzione, con il gusto di un’attenzione non forzata dalla disciplina, ma che deriva dal desiderio di conoscere, potremo scoprire da soli che cosa sia questa passione. Abbiamo in noi ben poca passione. Possiamo essere lussuriosi, bramare intensamente qualcosa, possiamo desiderare ardentemente di fuggire da qualcos’altro, e tutto ciò genera una certa intensità. Ma se non ci risvegliamo e se non troviamo la strada verso il fuoco della passione priva di causa, non potremo mai capire che cosa sia ciò che chiamiamo dolore.

Per capire bisogna essere appassionati, bisogna avere l’intensità dell’attenzione totale. Se la passione ha un oggetto specifico (generando così contrasto e conflitto), la pura fiamma della passione non può bruciare, ma questa pura fiamma della passione deve bruciare per poter mettere fine al dolore, per scioglierlo completamente. Sappiamo che il dolore è un prodotto, l’effetto di una causa.

Amo qualcuno che non mi ama: ed ecco un motivo di dolore. Voglio realizzarmi in una certa direzione, ma non ne ho le capacità; oppure ne ho le capacità, ma una malattia o qualche altro ostacolo mi impedisce di riuscirci: ecco un’altra causa di dolore. c’è il dolore di una mente piccina, una mente in continuo conflitto con se stessa, che senza tregua lotta, risistema, brancola, si conforma. c’è il dolore del conflitto nei rapporti, e il dolore della perdita di una persona morta. Conosciamo tutti queste forme di dolore, e tutte sono il prodotto di una causa.

Di fatto non vogliamo affrontare la realtà del dolore: cerchiamo di spiegarlo, di razionalizzarlo, ci afferriamo a un dogma, a una credenza che ci rassicura, che ci offre un momentaneo conforto. Qualcuno si dà alle droghe, altri all’alcool, altri alla preghiera - qualunque cosa pur di alleviare l’intensità, lo strazio del dolore. Il dolore, e l’inesauribile sforzo per sfuggirlo, è il destino di ognuno di noi.

Non abbiamo mai pensato di mettere definitivamente fine al dolore, in modo che la mente non sia mai più preda dell’autocommiserazione, delle tenebre della disperazione. Poiché non riusciamo a mettere fine al dolore, se siamo cristiani andiamo ad adorarlo nelle chiese sotto forma dell’agonia di Cristo. Ma che andiamo in chiesa ad adorare il simbolo del dolore, che cerchiamo di cancellarlo razionalizzandolo o di dimenticarlo bevendoci sopra, è sempre la stessa cosa: stiamo scappando dal fatto che soffriamo.

Non sto parlando del dolore fisico, che la medicina moderna è in gran parte in grado di sconfiggere. Sto parlando del dolore psicologico che impedisce la chiarezza e la bellezza, che distrugge l’amore e la compassione. È possibile mettere completamente fine a questo dolore? Ritengo che la possibilità di mettere fine al dolore sia collegata all’intensità della passione. Ci può essere passione solo dove c’è totale rinuncia a se stessi.

Non possiamo essere appassionati se non c’è la totale assenza di ciò che chiamiamo pensiero. Ciò che chiamiamo pensiero è la risposta della memoria, e dove scatta questa reazione condizionata non ci può essere passione né intensità. c’è intensità solo dove c’è totale assenza di io. Conoscete quel senso di bellezza che non riguarda solo l’aspetto bello o brutto. Non che una montagna non sia bella, o che non ci siano edifici brutti, ma esiste una bellezza che non è l’opposto della bruttezza, esiste un amore che non è Il contrario dell’odio.

La rinuncia a se stessi di cui parlo è uno stato di bellezza privo di causa, e perciò è passione. È possibile andare al di là di ciò che è il risultato di una causa? Cercate di dare tutta la vostra attenzione, di cogliere il senso senza fermarvi alle parole. In genere, la maggior parte di noi non fa altro che reagire continuamente: la reazione è diventata il modello della nostra vita. Rispondiamo al dolore con una reazione. Rispondiamo cercando una spiegazione al dolore, oppure cercando una via di fuga, ma il nostro dolore non finisce.

Il dolore può terminare solo se ne affrontiamo la realtà, quando ne comprendiamo la causa e l’effetto, e li superiamo. Il tentativo di liberarci dal dolore attraverso una pratica specifica, o un’idea costruita appositamente, o consegnandoci alle tante vie di fuga, non risveglia nella mente la straordinaria bellezza, la vitalità, l’intensità di questa passione che include il dolore e lo trascende.

Che cos’è il dolore? Di fronte a questa domanda, come rispondete? La vostra mente va all’immediata ricerca della causa del dolore, e questo desiderio di spiegazione risveglia il ricordo dei dolori provati in passato. Ritornate sempre al passato o correte verso il futuro nel tentativo di spiegare la causa di quell’effetto che chiamiamo dolore. Ma ritengo che occorra andare al di là di tutto ciò.

Conosciamo molto bene le cause del dolore: povertà, malattia, frustrazione, non essere amati, e così via. Ma, anche spiegandone le cause, il dolore non cessa. Non abbiamo toccato le straordinarie profondità e lo straordinario significato del dolore più di quanto non abbiamo toccato quello stato che chiamiamo amore. Dolore e amore sono collegati, e per capire l’amore occorre sentire l’immensità del dolore.

Gli antichi hanno parlato della fine del dolore e hanno tracciato un modello di vita che dovrebbe condurvi. Molti l’hanno seguito. Monaci orientali e occidentali hanno provato a metterlo in pratica, con l’unico risultato di indurirsi. La loro mente e il loro cuore si sono chiusi. Vivono dietro le mura del loro pensiero, oppure dietro mura reali di pietre e mattoni, e non mi pare che le abbiano valicate per sentire l’immensità di questa cosa che chiamiamo dolore.

Per mettere fine al dolore bisogna affrontare la realtà della propria solitudine, dei propri attaccamenti, del nostro meschino desiderio di fama, della nostra fame di amore; occorre liberarci dalle preoccupazioni egoistiche e dalla puerilità dell’autocommiserazione. Quando si sia superato tutto ciò, mettendo forse fine al nostro dolore personale, resta ancora l’immenso dolore collettivo, il dolore del mondo.

Possiamo mettere fine al nostro dolore affrontando dentro di noi la realtà del dolore e la sua causa; e una mente che vuole essere libera deve assolutamente farlo. Resta ancora il dolore dell’enorme ignoranza presente nel mondo, non la mancanza di nozioni o di conoscenze libresche, ma l’ignoranza dell’uomo su se stesso. La non conoscenza di sé è l’essenza dell’ignoranza, la quale causa l’immensità del dolore del mondo. Ma che cos’è realmente il dolore?

Capite certamente che non ci sono parole per spiegare il dolore, come non ci sono parole per descrivere l’amore. L’amore non è attaccamento, l’amore non è il contrario dell’odio, l’amore non è gelosia. E anche quando si sia messo fine alla gelosia, all’invidia, all’attaccamento, ai conflitti e alle angosce che sperimentiamo pensando di amare, quando tutto ciò è giunto a fine, rimane la domanda: «Che cos’é l’amore?» rimane la domanda: «Che cos’è il dolore?»

Scoprirete che cos’è l’amore, e che cos’è il dolore, solo quando la vostra mente si sarà sbarazzata di tutte le spiegazioni e avrà smesso di immaginare, di cercare una causa, di compiacersi delle parole e di rivangare nella memoria i dolori e i piaceri del passato. La mente deve essere totalmente silenziosa, senza parole, immagini o idee.

Allora scoprirete, allora avverrà quello stato in cui ciò che chiamiamo amore, ciò che chiamiamo dolore e ciò che chiamiamo morte sono un’unica cosa. Allora non ci sarà più divisione tra l’amore, il dolore e la morte; e dove non c’è divisione c’è bellezza. Ma, per capirlo e dimorare in questo stato di estasi, deve esserci quella passione che viene solo con il totale abbandono di sé.” (Jiddu Krishnamurti)

martedì 8 luglio 2014

Un percorso di guarigione



“Il dolore è un messaggero. Porta consapevolezza. Ti dice dove e come hai tradito te stesso. Ciò è molto importante. Finché non ti rendi conto del male che ti sei fatto, il viaggio di guarigione non può avere inizio. Il dolore non è una punizione; è un richiamo a diventare consapevoli, a portare la sofferenza nascosta al livello della coscienza.

Non è facile riconoscere il proprio dolore e la richiesta di amore che vi sta dietro. Ma è così che si guarisce. Diventi consapevole degli aspetti oscuri e reietti del tuo sé e li porti al livello della consapevolezza. Li redimi. Porti il buio verso la luce.

La maggior parte di voi proietta quello che non gli piace o teme sugli altri. Se hai paura del tuo potere, lo proietti su qualche potente figura carismatica attraverso la quale cerchi di vivere. Quando quella persona si approfitta di te o ti tradisce, dimentichi che sei stato tu a rinunciare al tuo potere per darlo a lei.

Rivendicare tutto di te significa affrontare le parti di te di cui hai paura o ti vergogni. Gli altri che incarnano queste qualità si limitano ad aiutarti a scoprirle in te stesso. Per questo la relazione è uno strumento così importante nel lavoro verso l’integrazione interiore.

Accusare gli altri ti impedisce di guarire. Se vuoi guarire, prenditi la responsabilità del tuo comportamento e riconosci la struttura di abuso in cui sei occupato. Arriva a comprendere il modo in cui la tua scarsa autostima invita la violazione e impara a valutare e apprezzare te stesso.

Ricorda, ogni relazione malata ti offre l’opportunità di dire no a ogni mancanza di rispetto. Dire no a un’altra persona, naturalmente, implica la consapevolezza di avere avuto la tendenza a dire “sì” nel passato. Sei tu che crei le condizioni per l’abuso accettando un amore condizionato. Dici di sì alla denigrazione di te stesso in cambio della sicurezza e dell’approvazione che desideri. Dici di sì alla paura in cambio dell’amore. Ora sai che non funzionerà.

L’amore non può diventare una merce di scambio. Quando l’amore ti viene dato senza condizioni, lo sai. Non ti chiede più di quello che puoi dare. Non manipola né ha pretese. Ti accetta come sei e ti benedice. Se non se capace di creare questa benedizione per te stesso, come puoi riceverla dagli altri?

Mettila in pratica. Pratica l’accettazione di te stesso per come sei. Solo dopo saprai cos’è l’amore e lo riconoscerai quando entrerà nella tua vita. Se ti ami senza condizioni, attirerai altri nella tua vita che faranno lo stesso. Non puoi ricevere dagli altri quello che non sei capace o non sei disposto a concedere a te stesso. […]

Rifiuta tutte le condizioni con cui ti offrono amore e attenzione. Aggrappati alla verità del tuo cuore, e non accettare mai meno di quello che ti sei promesso. Con il tempo arriverà, perché sei rimasto fedele a te stesso. Dato che hai ascoltato il richiamo del tuo cuore, l’amato apparirà senza farsi annunciare alla tua porta.

Questa non è una formula magica, ma il frutto di una pratica spirituale consapevole. Agli occhi dello Spirito tutte le persone sono uguali. Il ricco non ha più felicità del povero. Il dolore è un grande uguagliatore. Ti mette in ginocchio. Ti rende più umile e sensibile ai bisogni degli altri. Erode tutte le gerarchie.

Se hai toccato il dolore nel profondo, lo sai. Provi compassione nel vedere gli altri che soffrono. Non hai bisogno di spingerli via e neppure di tentare di salvarli. Puoi limitarti a tenerli nel tuo cuore. Offri loro un abbraccio e parole di incoraggiamento, sai cosa stanno passando.

Se non sei entrato in contatto con il tuo dolore, stai solo rimandando l’inevitabile; è solo questione di tempo prima che tu debba riconoscere con te stesso, se non con gli altri la tua biancheria sporca: i tuoi giudizi, le tue paure, il tuo bisogno degli altri, i tuoi pensieri suicidi.

Per molte persone è più facile lasciare che gli altri vedano la maschera che si sono appiccicate addosso piuttosto che il volto contorto che essa nasconde. Sono orgogliose dell’adulto spirituale, ma si vergognano del bambino ferito. Tuttavia, quelli che hanno il coraggio di affrontare la loro paura si tirano giù la maschera. Si danno il permesso di essere autentici e di crescere. La loro disponibilità a essere presenti alle emozioni con quello che sentono apre un passaggio sacro.

Cuori chiusi cominciano a battere, i corpi a respirare e le energie bloccate vengono liberate. Questo è il primo passo nel processo di guarigione. Altri passi seguiranno, perché la guarigione significa movimento. Non significa innamorarsi del dolore, aggrapparvisi o costruirci intorno la propria identità.

Il dolore è il grande uguagliatore. Ti permette di essere onesto e autentico. Ti dà la forza di chiedere amore incondizionato e sostegno dagli altri, e la volontà di offrire lo stesso in cambio. Ti mette in contatto con la comunità guaritrice degli esseri umani il cui guscio di negazione si sta spaccando.

L’attaccamento al dolore è malato quanto la sua negazione. Eppure alcune persone vedono che il loro dolore procura loro attenzione. Costruiscono tutta a loro identità attorno al loro essere vittime. Tuttavia, la persona autentica non è un affabulatore professionista. E non è un artista della confessione. Non ha bisogno di essere al centro dell’attenzione per sentirsi bene con se stesso.

La persona autentica racconta la sua storia perché il raccontarla è un atto di guarigione. La racconta e arriva a una comprensione più profonda e ad un’accettazione di quanto è avvenuto. Mentre guarisce, con lui guariscono anche gli altri. Nel momento in cui hai integrato la tua esperienza non hai più bisogno di raccontare la tua storia.

Se insisti nel farlo, essa diventa una stampella su cui appoggiarsi, anche se le tue gambe sono guarite. L’accettazione del dolore genera un movimento di allontanamento dal disagio verso un maggiore agio. Ti permette di fare il prossimo passo del tuo viaggio. Mentre il dolore e la sofferenza sono fenomeni universali, essi sono tuttavia temporanei.

Toccano ogni vita prima o poi, ma non sono compagni costanti, sono messaggeri. Dire che il messaggero non c’è quando sta davanti alla tua porta, è vera stupidità. Devi aprire la porta e sentire quello che ha da dirti. Ma, dopo che il messaggio si è sentito, il messaggero se ne può andare. Il suo lavoro è finito.” (Paul Ferrini - Io sono la porta – Macro ed.)

sabato 9 ottobre 2010

L’aratura del campo autunnale


“Si sopravvive di ciò che si riceve,
ma si vive di ciò che si dona.”

(Carl Gustav Jung)

Nella spiritualità si insegna che la schiavitù è lo stato servile in cui un essere ha tagliato tutti i ponti con la sua identità, e con la libertà di esprimere ciò che egli è. Qualsiasi condizione in cui l’essere è passivo, qualsiasi circostanza in cui si impedisce all’individuo di agire liberamente è un esercizio arbitrario del potere del forte sul più debole. Per scuotere un dominio è necessario che sia lo schiavo a sentire che la catena è troppo stretta, e che il suo giogo è troppo oppressivo: nessuna liberazione e nessuna trasformazione viene mai imposta dall’esterno.

L’arte del volo spirituale richiede un dissodamento dei terreni interni con l’aratro della sofferenza che traccia i suoi segni sui tessuti dell’individuo. Con l’aratura si lavorano i campi per preparali alla semina che verrà in autunno, perciò la terra riceve la punizione del rivoltamento delle sue zolle, e del setacciamento delle sue fibre per eliminare i sassi e le radici dannose che sono nascosti sottoterra. Con l‘aratura noi prepariamo le meravigliose fioriture che verranno in futuro, e che saranno la giusta ricompensa del nostro lavoro.

Ci viene insegnato che la contrazione e la forzatura dei nostri movimenti energetici, e dei nostri atteggiamenti interiori impongono una desincronizzazione dell’ordine costituito, e inceppano il meccanismo ripetitivo con cui la realtà resta invariata volendo permanere al suo livello di funzionamento. Ci viene detto che il principio di inerzia equivale alla morte dell’organismo vitale, infatti esso è carente di fluidità, e la fluidità è la qualità costitutiva del cambiamento evolutivo.

E’ nel cambiamento che viene celebrata la vita: qui entra in gioco la nostra totale disponibilità ad accogliere le meraviglie e le gioie che ci può riservare il futuro, qui noi dimostriamo l’apprezzamento per le cose, e per le persone di cui ci circondiamo. E’ questo il luogo in cui sperimentiamo il livello delle cariche energetiche a cui siamo assonanti poiché, lasciare andare la realtà che noi conosciamo richiede una totale disponibilità a mettersi in gioco con spirito energico e volitivo.

Il lasciare andare si riferisce sia alla nostra personalità ordinaria di essere duale, ma si riferisce anche alla realtà conosciuta che limita il nostro sviluppo, e tutto ciò deve essere sostenuto da una ferma volontà di attuare quello che si pensa, usando la determinazione per proseguire con slancio verso la meta futura. Nessuno diventa migliore se non per merito di un duro lavoro con cui accresce le sue qualità facendo uno smussamento della sua materia grezza.

Sembrerà ridicolo, ma sviluppare la volontà è una delle capacità più straordinarie dell’essere umano, anche se sembra quasi impossibile comprendere l’efficacia di avere una volontà matura. Ognuno sarebbe equilibrato se non sorgesse l’incapacità di contenere lo scontento e il vuoto in cui viviamo, perciò nessuno comprende la necessità di sviluppare una volontà autonoma dagli avvenimenti. Questa è la condizione dell’essere umano che si lascia usare dalle emozioni invece di utilizzarle da padrone trasformandole in convinzioni che ci sappiano vitalizzare, autoalimentandosi del nostro Fuoco interno.

E’ chiaro che sarà la fame a farci comprendere la bontà dei cibi più semplici, come pure la carestia sa insegnare l’economia delle risorse di cui possiamo disporre, perciò è nella privazione che avvertiamo la necessità della trasformazione. Noi diamo tutto per scontato, ci lasciamo andare all’inerzia del vivere ripetitivo, finché qualcosa irrompe per distruggere le certezze della nostra normalità: questo è il punto in cui il dolore viene vissuto come un paradosso spirituale.

Per molti è un controsenso concepire come Dio possa infliggere le sofferenze all’uomo, infatti abbiamo dimenticato la concessione del libero arbitrio con cui l’uomo persiste in quello che vuole finché non decide di cambiare lavorando sui suoi atteggiamenti. Quando siamo disallineati dal percorso della nostra vita e dalla volontà del nostro desiderio, è allora che interviene un “evento correttivo” che si manifesta come prova fisica o morale, per insegnarci che dobbiamo cambiare il nostro percorso: questo è il solo uso utile del dolore, infatti soffrendo aumentiamo la comprensione.

Nell’essere umano convive la perfezione spirituale futura con l’adombramento della materialità corporea come conseguenza del compromesso che esiste tra le forze terrestri e quelle celesti che convivono in noi: è questa scissione che causa la sofferenza umana. L’apertura del cuore e l’abbandono della schiavitù che condiziona la mente ridesta la sensibilità femminile delle donne, e la parte femminile che vive nel maschile, infatti la spiritualità richiede l’accettazione della fragilità dell’essere sensibili e recettivi.

Ma nell'uomo esiste l’orgoglio che pietrifica ogni sentimento, infatti non accettiamo di sentirci fragili, poiché l’ego viene colpito nella sua invincibilità e nella sua prepotenza impositiva. L’amore con cui viviamo la vita non richiede alcun combattimento e nessun avversario da sconfiggere, ma richiede solo il coraggio di fare dei cambiamenti: è l’uomo che teme di perdere il controllo delle situazioni, e di restare privo delle sue certezze, quindi rinuncia ad agire per uscire dal suo torpore esistenziale.

E’ chiaro che nessuna via spirituale che sia dedicata al buon vivere può avere la meta ottimale nella sofferenza e nel dolore, infatti queste devono essere delle condizioni ridotte nel tempo, in quanto sono delle strategie transitorie. Nessuna disattenzione riguardo al ruolo che spesso l’Io egoista ed egocentrico si riserva di ricoprire, qualora restiamo a crogiolarci nel dolore come il masochista che si costruisce i più raffinati strumenti di tortura per prolungare il suo piacere distruttivo.

Il dolore è come un solco che viene tracciato dall’aratro che dissoda i campi poco curati, infatti essi divengono sterili per le concrezioni accumulate come sassi, sterpi e rovi: nel dolore vi è il segno che si sta preparando qualcosa di migliore, e che noi ci stiamo dissodando per un rinnovamento profondo. Molti insegnano che soffrire aiuta a crescere se conosciamo le cause del nostro dolore, infatti Gurdjieff diceva che solo il demente ignora il motivo del suo soffrire, poiché dimostra di avere una minore sensibilità dell’animale che si gira a guardare l'avversario che lo attacca.

Il dolore va osservato per conoscere il luogo da cui origina, ma poi lasciarlo dissolvere, perché esso deve servire solo per il risveglio. Nulla a cui neghiamo la presa può toccarci, infatti il dolore è come l’aratro che traccia la mappa delle nostre fragilità e delle nostre carenze, esso è un metodo per accellerare l'apprendimento. Scrivono che nulla è più sublime della fragilità e della disponibilità che dimostriamo quando usiamo la comprensione delle ragioni, e la compassione per le carenze sia nostre che altrui ma, alla condizione di lasciare andare il dolore che l'accrescimento di consapevolezza comporta.

Se noi siamo uno strumento musicale è possibile che le corde interne si siano indurite a causa del loro prolungato inutilizzo perciò, quando le riattiviamo sentiamo del dolore, così come lo sentiamo q1uando usiamo il duro giudizio per considerare i nostri errori, e questo avviene poiché la durezza non è adatta alla via spirituale che cura con l’amore. Nessuno di noi è eccezionalmente importante e nessuno è privo di significato, poiché ognuno è stato assegnato al suo posto giusto nell’ordine dell’universo, anche se la rifrazione materiale acceca la vista.

Nessuno può avere ragione nel suo giudizio se non conosciamo la meta finale, e se siamo accecati dagli aspetti irrilevanti della nostra personale realtà. Al sorgere del dolore osserviamo il luogo da cui originano i nostri timori, i nostri dubbi e le nostre incertezze per rendere omaggio allo spirito che accetta di confrontarsi con la sfida della materia, e alimentiamo il desiderio di conoscere ciò che preme per uscire alla luce del sole.

La pazienza che noi usiamo nel nostro lavoro, e l’accettazione di una lunga pratica come necessaria per apprendere non sarebbero possibili senza l’impulso del dolore che stimola l’ulteriore salto evolutivo, infatti gli “avvenimenti correttivi” che intervengono nella vita servono per inceppare il meccanismo in cui siamo inseriti e per rompere l’inerzia, affinché sia riprogrammato il sistema. E’ chiaro che solo l’anima individuale conosce il momento giusto in cui si sente pronta per ridestarsi, infatti ci svegliamo quando il nostro tempo è maturo.

Dobbiamo sempre ricordare che noi restiamo nella cecità finché non decidiamo di avviare il lavoro poiché, la volontà di traslazione spirituale compete al libero arbitrio individuale, e la vera ascesa deve essere compiuta nell’unione di corpo, di mente e d’anima. La nostra meta è nel godimento del vivere materiale con il più elevato spirito divino, ed è questo il miglior modo di vivere per l’essere spirituale che noi siamo.

Buona erranza
Sharatan