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martedì 18 ottobre 2016

Da una mano all’altra



“Nessun gesto di gentilezza,
per quanto piccolo, va mai sprecato.”
(Esopo)

“Proprio come la felicità, la gentilezza e l’amore, anche la generosità alimenta altra generosità. Paradossalmente, è difficile sostenere che esista davvero un atto di generosità, perché donare felicità agli altri è il modo migliore per dare felicità a se stessi. Ma nella pratica della generosità il punto fondamentale è agire senza aspettarsi qualcosa in cambio, e questa è la parte più difficile.

Anche se cominciate dalle piccole cose e date poco, se lo fate con il cuore e senza pretese di ricompensa, compirete buone azioni. Ovviamente, se qualcuno vi ringrazia, questo è bello; ma se non ricevete nessun ringraziamento, non ha importanza, date comunque. La generosità non consiste soltanto nel dare in senso materiale.

Se riuscite a insegnare qualcosa a un’altra persona o a ispirarla, si tratta comunque di un eccellente atto di generosità; l’ispirazione è uno dei massimi doni. Potete anche proteggere o curare qualcuno: ecco un’altra azione di generosità. La pazienza, la tolleranza, il riso, l’apprezzamento, la gentilezza e la compassione sono tutti doni stupendi che possiamo offrire ogni giorno.

Alcuni grandi yogi indiani, mille anni fa, dissero che avevano imparato a praticare la generosità passando dapprima le cose dalla mano sinistra alla mano destra. Avevano inventato questo semplice metodo per addestrarsi a dare. Può sembrare un metodo infantile, ma forse funziona proprio per questo; si parte dal piccolo per passare poi gradualmente al sempre più grande.

In questo modo, quando date qualcosa a qualcuno - sia un oggetto materiale, sia un’ispirazione o protezione - lo fate senza sforzo. E non provate nessun rimpianto e nessuna necessità di ostentare il vostro gesto. Un buon sistema per cominciare è dividere ciò che volete dare in due metà: la prima per gli altri e la seconda per voi.

In tal modo condividerete e gradualmente ritroverete la motivazione pura, senza condizioni e senza sentire il bisogno di raccontare al mondo ciò che avete fatto. L’atto basta a se stesso. Quando si compiono questi atti dal profondo del cuore, essi provocano un sentimento di calore, di pace e di felicità. Non sarete più presuntuosi, ma riconoscenti.

La pratica è sincera e genuina e, essendo spontanea, invece di nascere da una sensazione di peso o di colpa, dona un enorme senso di gioia e di soddisfazione. Date spontaneamente e con la gioia nel cuore. Anche se non avete niente di materiale da donare, non ha importanza. Avete aperto il vostro cuore e vi siete liberati dei pesanti attaccamenti alle cose o alle persone.

Date agli altri la libertà e sarete liberati voi stessi. Tutti dobbiamo essere fratelli e sorelle. Tu puoi essere ricco, io posso essere povero; non importa. Al di là delle differenze individuali, siamo tutti uguali. Possiamo fare esperienze diverse, ma alla fine della giornata ci saremo scambiati tante cose. Perciò piangiamo insieme, ridiamo insieme, rattristiamoci insieme, gioiamo insieme, aiutiamoci l’uno l’altro.

In molte, molte esistenze precedenti, il Buddha Shakyamuni diede in dono la sua vita e il suo corpo. Una volta, in Nepal, offrì il suo corpo a una tigre, e noi possiamo ancora vedere il luogo in cui questo accadde. La tigre affamata stava per divorare il suo cucciolo e il Buddha preso da compassione, conoscendo ciò che stava per succedere, offrì il suo corpo. E, poiché la tigre era troppo debole per mangiare, il Buddha si tagliò una vena, in modo che l’animale potesse prima leccare il suo sangue e finalmente divorarlo.

La maggior parte di noi cerca continuamente la felicità, compiendo ogni sorta di azioni sciocche ed egoistiche, senza comprendere che, rendendo felici gli altri, anche noi lo saremo. E possiamo verificare da soli se questo sia vero. Sto cercando di dire che, se avete un grande cuore disponibile a condividere i suoi doni, allora quei doni si moltiplicheranno. Più darete con il cuore, più riceverete.

Se offrirete e aiuterete senza aspettarvi niente in cambio e senza porre condizioni, questa sarà una grande pratica e una grande gioia che non potrà essere misurata da nessuno strumento umano. Posso anche aggiungere che, quando voi aiutate, o date o fate qualcosa di benefico in modo incondizionato, tutto ciò che riceverete in cambio sarà anch’esso incondizionato. Non è un buon affare?” (Gyalwang Drupa, Vedere il cielo in un fiore selvatico, Mondadori)

mercoledì 13 novembre 2013

Il segreto della felicità



“Non c’è dovere più sottovalutato di quello di essere felici.
Quando siamo felici, seminiamo nel mondo anonimi benefici.”
(Robert Louis Stevenson)

“Il segreto della felicità sta nella scelta dei nostri pensieri, o piuttosto nella direzione della nostra attenzione, istante dopo istante. L’infelicità viene dall’automatico concatemento dei pensieri infelici, istante dopo istante. L’infelicità consiste nel giudicarsi felice o infelice, nel domandarsi se si è felici o infelici. Si è felici se si vive nell’istante, in piena coscienza, fuori da ogni giudizio.

L’occhio della coscienza discriminante discerne senza sosta l’assenza completa della “realtà oggettiva” delle cause del nostro dolore e il carattere illusorio della sofferenza stessa: il concatenamento meccanico dei nostri turbamenti e dei nostri pensieri.[…]

Ciò che ci fa male non sono i nostri pensieri ma, ancora di più, i giudizi che diamo sui nostri giudizi. Diamo un taglio netto alle associazioni automatiche di pensiero, ai concatenamenti di pensieri dolorosi e torniamo sul campo alla semplicità dell’istante.

Non si scelgono i propri pensieri, ma si può decidere di non crederci. Colpevolizzarsi per un pensiero cattivo significa aggiungere sofferenza alla sofferenza. Siamo responsabili dei nostri sogni? No. Ma quando l’incubo diventa troppo doloroso è bene svegliarsi: non era altro che un pensiero.

I nostri pensieri, le nostre emozioni: agitazioni di neuroni, flusso di ormoni. Niente di solido. Perché fidarsi?

Emozioni come la gelosia, per esempio, o alcuni fantasmi dolorosi, rinascono instancabilmente, come la gramigna. Come estirparli? Come cacciare questi demoni divoranti? Come acquistare la pace dell’anima? Ricordati che si tratta di illusioni formate dalla tua mente, di un prodotto del tuo pensiero.

Potresti dirigere la tua attenzione verso altre rappresentazioni oppure aprirti a ciò che i tuoi sensi ti offrono in questo istante. Immaginando un dolore che presumi falsamente provenire dagli altri, paragonando ciò che è a ciò che dovrebbe essere, ti stai torturando. Non smettiamo mai di produrre immagini, pensieri, emozioni che ci fanno soffrire.

Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere, per di più illusionisti e bugiardi. I muri e gli strumenti di questa stanza di tortura personale che a volte è la nostra mente non sono che pensieri, ricordi, timori, immagini che non corrispondono a niente di attuale, niente di veramente presente qui e ora.

È facile dissolvere l’invidia. Ricordati che nessuno possiede mai un oggetto. Ognuno vive solo di istanti successivi. Non possediamo mai altro che secondi d’esperienza che svaniscono non appena vissuti. L’invidia è dunque, alla lettera, senza oggetto, poiché la persona invidiata esperisce solo un secondo dopo l’altro, proprio come te e come tutti.

L’unica differenza tra gli esseri sta nella loro capacità di aderire con gioia al divenire. Risiede nella loro più o meno grande propensione a comparare costantemente l’esperienza a “ciò che dovrebbe essere.” Invidiano produci la tua stessa sofferenza a partire da niente.

La sofferenza non deriva dal fatto che non hai ciò che un altro possiede (a questa stregua saresti sempre e necessariamente infelice, poiché c’è sempre qualcuno che possiede qualcosa che tu non hai.) La sofferenza proviene dal fatto che pensi che lui, o lei, possiede ciò che tu non hai.

Quand’anche otteniamo ciò che desideriamo di più, possiamo ancora soffrire terribilmente, non fosse altro che a causa del ricordo della nostra frustrazione precedente. A causa dell’idea che non abbiamo avuto l’oggetto nel momento in cui abbiamo iniziato a desiderarlo, a causa di tutto il risentimento, tutto il dolore che la mancanza e il desiderio insoddisfatto hanno provocato.

A causa della rappresentazione che una parte della nostra vita è stata irrimediabilmente privata di ciò di cui avevamo bisogno… o a causa della nascita di un nuovo desiderio. Ma in realtà il passato non esiste e ora soffriamo mentre dovremmo godere. E nel passato dobbiamo la nostra infelicità solo alla nostra assenza poiché ci siamo consumati nel desiderio invece di godere dell’istante.

Lui possiede ciò che io non ho. Io possiedo ciò che loro non hanno. Lui è più bello, più forte, più felice di me. Si divertono mentre io lavoro. Io valgo meno di … Valgo più di … Sono più felice di … Sono più intelligente di … Sono migliore di … Per ognuno di questi pensieri le nostre anime sanguinano. Il paragone è l’artiglio del diavolo.

Il paragone e l’accumulo sono riflessi intimi della mente. Ogni volta che li osserviamo funzionare ricordiamoci che l’istante presente è l’unica cosa che esiste realmente e che non si cede né all’uno né all’altro. Senza sosta, nella nostra testa, una piccola voce quasi impercettibile, ma instancabile, ostinata, ci critica, ci semina il dubbio.

Passiamo il nostro tempo a scalzarci insidiosamente. Non che occorra esaminarsi, prestare attenzione ai nostri atti e ai nostri stati mentali ma, per l’appunto, sembra che questa voce di critica incessante ci sottragga all’attenzione. Il che le permette di compiere con più tranquillità il suo lavoro di demolizione.

Sfugge all’attenzione perché “l’io” è proprio ciò che non smette di dire a mezza voce: “Non dovresti … fai male … dovresti invece … etc..” Questa voce maledetta che si è stabilita al centro del nostro essere usurpa il posto dell’anima, si fa passare per lei. Ma invece di una natura di scintilla ha il carattere di una doccia fredda che ci sfinisce. Siamo diventati questa doccia fredda.

Ci stupiamo di non incontrare più il calore e la luce del fuoco quando l’ego che abbiamo alle spalle, quando il parassita che ci abita nel petto fa professione di spegnerlo. Tutti coloro che ci criticano, ci colpevolizzano, ci demoralizzano si appoggiano su questa voce che tradisce la nostra vita dall’interno.

Peggio: le circostanze e le persone che ci opprimono traducono questa voce nel mondo “esterno” e la materializzano. Inutile farla tacere. Accontentiamoci di sentirla in maniera distinta e di riconoscerla per ciò che è: il nostro incubo nemico. Perde il suo potere dal momento in cui viene riconosciuta.

Ascolta il tuo discorso intimo. Cosa c’è di nobile nel coprirsi di vergogna, nel giustiificarsi, nel criticare gli altri, nel calcolare i propri beni? Molla la presa su tutto questo e comincia ad amarti, ad amarti esattamente per come sei. Abbandona la sofferenza.

Che atmosfera domina nel tuo intimo? Osserva senza sosta. Senti l’odore della tua anima. […] Quasi sempre la sofferenza è astratta, viene dal paragonare ciò che è e ciò che non è, ciò che abbiamo e ciò che hanno gli altri, il presente, il futuro o il passato. Ricordi che fanno male, fantasmi torturanti, scene immaginarie o instancabilmente rimuginate …

Eppure respiriamo, sentiamo, pensiamo, partecipiamo al miracolo della vita. se solo potessimo fare attenzione per un attimo alla grazia di vivere. Il pensiero ci porta a soffrire. Ci porta all’avidità, all’aggressione, alla paura, alla speranza, all’illusione … Se ci accontentassimo di sentire eviteremmo molto naturalmente la sofferenza. Affrancandoci dai nostri pensieri ci liberiamo dalla paura.

Il problema non sta nel raggiungere il risveglio. Questo comporterebbe immediatamente la speranza di arrivarci, la frustrazione di non esserci ancora, la paura di esserne separati per sempre. Il problema sta nello smettere di soffrire ora e, dunque, per esempio, di smettere di nutrire questo pensiero che non siamo risvegliati.

Non appena lasciamo cadere un pensiero, un problema, un dubbio, una paura, per tornare al presente, siamo risvegliati. Il risveglio consiste nel mollare la presa anche sul risveglio.” (Pierre Lévy - Il fuoco liberatore - Sassella ed., 2006)

mercoledì 25 maggio 2011

La nostra felicità


“Il nostro benessere dipende dagli altri;
è quindi opportuno ricordarsene,
anche se spesso abbiamo la tendenza a credere
di avere fatto tutto da soli.”

(Gyalwa Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama)

Gyalwa Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, con le sue parole diffonde delle verità molte complesse che lui sa esprimere usando le parole più semplici, perciò i suoi discorsi riescono a essere come un “fiume di tranquillità” che penetra in tutti coloro che lo ascoltano. Sua Santità è un vero magnete di compassione, di pace e di amore, e nelle sue parole ognuno può trovare sempre una buona ispirazione.

Lo scopo della vita, dice il Dalai Lama, è quello di perseguire la felicità, e la felicità si ottiene educando la mente. L’educazione della mente non comprende solo le capacità cognitive o l’intelletto, ma include anche i sentimenti, perciò dobbiamo educare sia il cuore che il cervello. Per fare questo lavoro si rende necessario essere in grado di identificare i fattori che conducono alla felicità e quelli che conducono alla sofferenza, in modo da poter rafforzare i primi e di poter eliminare i secondi.

Non dobbiamo dimenticare che le persone duttili e creative sono aperte nei riguardi del mondo esterno, perciò sono persone pronte ad andare incontro agli altri per aiutarli, poiché la felicità è determinata dallo stato mentale più che dalle concrete condizioni esteriori. La scienza afferma che il benessere umano avrebbe origini genetiche, perciò dovremmo credere che il nostro benessere personale e la nostra esistenza siano state già programmate geneticamente e tutto sarebbe già inscritto nel nostro patrimonio genetico.

Se riflettiamo, vediamo che la sensazione di soddisfazione è fortemente influenzata dalla nostra tendenza al confronto con gli altri, infatti essere soddisfatti della nostra vita dipende anche dalle persone con cui ci si confronta. Utilizzare questo metodo riesce utile se ci confrontiamo con coloro che sono più sfortunati, perciò impariamo a riflettere e sappiamo apprezzare le cose che abbiamo. Il livello di contentezza si rafforza cambiando la prospettiva mentale e pensando che le cose potrebbero andare ancor peggio, perciò possiamo dirci soddisfatti di ciò che già abbiamo.

L’ottica mentale ha un ruolo determinante sulla nostra felicità, infatti i 4 fattori dell’appagamento umano sono la ricchezza, l’appagamento terreno, la spiritualità e l’illuminazione, a cui va premesso il primo fattore che è il godimento di una buona salute, a cui dobbiamo unire anche la presenza di un compagno o di un gruppo di amici affidabili. Se sappiamo conservare lo stato mentale calmo e tranquillo possiamo essere delle persone molto felici, anche se la nostra salute non è buona.

Se il nostro stato mentale è negativo anche le più grandi ricchezze non ci faranno felici, e anche gli amici non saranno un appagamento soprattutto nel caso in cui la mente sia in preda alla collera e all’odio intenso. Maggiore sarà la nostra calma mentale e la tranquillità d’animo, e maggiore risulterà la nostra capacità di condurre un’esistenza felice e gioiosa, poiché essere nello stato mentale calmo e tranquillo non significa essere disinteressati o distanti.

La pace del cuore e lo stato mentale calmo e rilassato affondano le radici nella simpatia che è l’assonanza intima con il mondo, e nella capacità di saper provare compassione verso il prossimo: nel sentimento della compassione vi è un altissimo livello di sensibilità e di sentimento. Se possediamo delle qualità interiori di tranquillità d’animo e di stabilità interiore, pur in assenza di mezzi esteriori, possiamo vivere una vita lieta e gioiosa.

Ogni desiderio smodato conduce all’avidità, che è una forma di brama che si basa su delle aspettative troppo grandi, perciò l’avidità non viene mai soddisfatta dal perseguimento del suo obiettivo ma diviene, in qualche modo, illimitata. Il vero antidoto all’avidità è l’appagamento, infatti se abbiamo un grosso senso di appagamento interiore, non ci importa di ottenere o meno l’oggetto desiderato poiché, in un modo o nell’altro, siamo egualmente soddisfatti.

Ma come ottenere l’appagamento? L’uomo crede di poter essere appagato ottenendo soldi, casa, auto, partner perfetto e corpo perfetto, oppure possiamo partire imparando ad apprezzare quello che già abbiamo. L’unico modo di affrontare la vita è quello di guardare ai beni che si posseggono, e nel vedere cosa di buono si può fare ancora, perciò sapersi concentrare sulle proprie risorse e utilizzare al meglio le proprie facoltà.

L’uomo può raggiungere la felicità mutando l’ottica mentale e coltivando una maggiore autostima personale, ma anche coltivando delle relazioni e dei legami affettivi con gli altri, altrimenti la vita diventa triste e dura. Se una persona è calda e affettuosa, e se è dotata di sentimenti di compassione difficilmente si lascia deprimere, poiché il calore e l’affetto aiutano a maturare il senso del nostro valore interiore.

La felicità è connessa più alla mente che al cuore, infatti anche la felicità fisica è transitoria, e un giorno c’è e l'altro scompare, perciò è necessario inquadrare le cose con l’ottica della felicità piuttosto che con quella del piacere. Dobbiamo saper perseguire le cose che ci danno felicità, anche se la scelta è sovente la più difficile e ci costringe a sacrificare in un certo grado il nostro piacere, infatti esistono dei godimenti distruttivi che dobbiamo evitare se abbiamo come unica meta il perseguimento della felicità.

Con questa impostazione mentale possiamo affrontare tutte le scelte della vita con minore fatica, anche nella rinuncia delle cose che offrono un godimento momentaneo ma che, a lungo andare, ci danneggerebbero. Allora inquadriamo il problema chiedendoci: “Mi darà la felicità?” Poi ricordiamoci che la vera felicità deve essere vera e stabile, poiché la felicità è quella che resta nonostante gli alti e i bassi della vita e nelle normali oscillazioni dell’umore, infatti la felicità è quella che appartiene intimamente al nostro essere.

Allora il nostro andare sarà verso il godimento della vita, anziché verso il suo rifiuto, e il nostro andare darà maggiore ricettività e l’apertura alla gioia di vivere, per questo diventa essenziale addestrare la mente alla felicità. Il primo passo è l’apprendimento in cui dobbiamo imparare che le emozioni e i comportamenti negativi ci danneggiano, mentre quelli positivi ci giovano, perciò dobbiamo abolire dalla nostra mente l’odio, la gelosia e la rabbia che sono i sentimenti più dannosi.

Tali sentimenti, se vengono coltivati nella mente, si intensificano e così si intensificano anche tutti i sentimenti di ostilità verso il mondo: tutte le emozioni negative vengono intensificate da sentimenti come l’odio e la rabbia. Tutti gli stati mentali positivi come la gentilezza e la compassione sono invece utili, perché la persona sana è compassionevole, è gentile, di buon cuore e possiede un grande calore interiore.

Se nutriamo un vero sentimento di compassione, di affettuosa gentilezza, questa coltivazione schiude automaticamente la nostra porta interiore. Così sappiamo improntare le nostre relazioni sui valori del calore umano e sull’amicizia, per cui non avremo bisogno di dissimulare i nostri migliori sentimenti, come invece avviene con quelli negativi. Nell’autenticità del sentire e dell'esprimere tutti i sentimenti di paura, tutti i dubbi e tutte le insicurezze scompariranno automaticamente, perciò susciteremo il sentimento della fiducia.

Mutare l’ottica della mente e cambiare il modo di pensare, non c’è altra soluzione, anche se per cambiare è necessario del tempo, perciò impariamo a svegliarci il mattino con l’intento di vivere bene la giornata che sta iniziando, e la sera facciamo l'attenta verifica del giorno che è appena trascorso. La pratica del dharma consiste nel sostituire i precedenti apprendimenti negativi con altri comportamenti positivi: gli effetti negativi devono rimanere sulla superficie e non devono scendere nel profondo del nostro animo.

Nasciamo con l’encefalo programmato con un certo modello istintivo di comportamento, ma le nostre connessioni non sono statiche e l’encefalo è riprogrammabile, perché possiede la capacità di cambiare e di riconfigurare le sue connessioni in base a nuovi pensieri e nuove esperienze: tale plasticità è una sua proprietà intrinseca.

Agendo sul pensiero e adottando nuove ottiche possiamo influire sulle vie neuronali e correggere il modus operandi del cervello, e la trasformazione inizia con l’apprendimento di nuovi input che si verifica con la progressiva sostituzione del condizionamento negativo (cioè agendo sui moduli di attivazione esistenti) con quello positivo, cioè con la formazione di nuovi circuiti neuronali.

E’ chiaro che, più sofisticato è il livello della conoscenza e più efficace sarà il modo di affrontare la situazione, perciò dobbiamo anche valutare le conseguenze a breve e lungo termine dei nostri comportamenti. Più sofisticato sarà il livello dell’educazione e di conoscenza in merito a ciò che produce la felicità, e maggiore sarà la capacità di raggiungere la vera felicità. Il modo migliore di usare l’intelligenza e la conoscenza è mutare l’interno di noi stessi per maturare la bontà d’animo.

Tutti possono essere felici poiché siamo dotati degli strumenti essenziali per essere felici, e possiamo accedere agli stati mentali che portano alla felicità. Uno stato mentale calmo, compassionevole e moralmente sano giova anche alla buona salute fisica e al benessere generale, perciò avremo anche la salute emotiva che è rafforzata dai sentimenti d’affetto. La mitezza e i comportamenti che ad essa si accompagnano ci arrecano una vita familiare e comunitaria felice e armoniosa perché l'uomo è sostanzialmente compassionevole e mite.

La rabbia, la violenza e l’aggressività insorgono quando siamo frustrati nei nostri tentativi di ottenere l’amore e l’affetto, infatti i conflitti sono causati dal nostro intelletto per lo squilibrio o per il cattivo uso dell’intelligenza o delle nostre facoltà immaginative. L’intelligenza sviluppata in modo non equilibrato, poiché non è adeguatamente bilanciata dalla compassione diventa distruttiva e porta disastri, ma l’intelligenza sana è in grado di trovare modi e mezzi per superare i conflitti.

Il comportamento violento è causato dallo squilibrio di fattori biologici, sociali, situazionali e ambientali, mentre è l’altruismo che permette la sopravvivenza, infatti le relazioni e l’agire per il benessere degli altri è profondamente radicato nella natura umana, poiché proviene dal passato in cui l’unione in gruppo aumentava la probabilità di sopravvivenza.

La nostra vera natura è compassionevole e non aggressiva, ma per avere la felicità dobbiamo scartare le cose che ci arrecano sofferenza e potenziare quelle che portano gioia, perciò dobbiamo meditare su ciò che ci può rendere felici, e poi ridefinire l’ordine delle nostre priorità. Se inquadriamo così la vita è molto probabile che tutto abbia una nuova luce, ma dobbiamo veramente credere che la felicità sia un obiettivo legittimo, e infine decidere consapevolmente di voler perseverare in maniera sistematica al cambiamento della nostra vita.

Buona erranza
Sharatan


giovedì 25 giugno 2009

La palestra di Epicuro


Che il mondo inizia nella testa non lo dicono solo le filosofie orientali, ma oggi lo dimostra anche la scienza. E’ il nostro cervello che elabora le informazioni che vengono inviate dagli organi di senso, affermano gli studiosi, e noi possiamo riprogrammare il modo con cui il nostro cervello lavora nell’elaborazione dei dati. Possiamo farlo con l’esercizio, con una palestra per la mente, perché la capacità di cambiamento del cervello umano è veramente straordinaria, così come possiamo affinare il nostro gusto e renderlo capace di apprezzare un delizioso vino passito da degustazione, o imparare a fregarcene del commento acido e velenoso di un falso amico.

Secondo gli studi del professor Gerhard Roth - direttore dell'Istituto di ricerca sul cervello dell'Università di Brema in Germania - che ha studiato il grado di affinamento delle risposte del cervello nelle varie specie animali, nei platelminti ossia i vermi piatti che posseggono il sistema nervoso più semplice tra le specie animali, ogni stimolo esterno è in grado di far reagire il cervello. Perciò il verme piatto è mosso come una marionetta dal mondo esterno, ma già le salamandre che hanno un sistema nervoso più complesso, sono in grado di avere una propria vita interiore e di non essere più guidate solo dall’istinto reattivo.

Roth ha perciò stimato che l’homo sapiens, dal sistema nervoso di complessità infinitamente maggiore, possa vedere in gioco un’infinità di impulsi interni tali da renderlo qualcosa di molto migliore di una marionetta. Diventa così molto più logica e plausibile l’ipotesi di John Eccles in “Come l’Io controlla il suo cervello” che il soggetto, cioè l’Io, per scrivere qualcosa debba “controllare il suo cervello.” Effettivamente il nostro cervello si occupa soprattutto di se stesso, e la maggior parte delle sue attività sono costituite dalla gestione della sua consapevolezza personale.

Per molti anni, siamo stati abituati a credere che la nostra scatola cranica contenesse una struttura complicata, che veniva determinata già prima della nascita e poi plasmata dall’educazione fino a restare invariata per tutta la vita. Non è affatto così, e sorprende sapere quanti studi sulle meravigliose capacità del cervello umano, sono in grado di sconfessare pienamente questa falsa concezione: il cervello è il sistema più plasmabile creato dalla natura.

Ogni volta che abbiamo imparato qualcosa, è stato perchè ci siamo appropriati di un modo nuovo di sperimentare o di fare qualcosa, così come quando abbiamo imparato ad apprezzare le differenti sfumature dei sapori di un buon vino passito, o quando abbiamo trovato il tempo per godere del sorgere il sole alle prime ore del mattino. Certamente per colui che è in grado di apprezzarlo, non è enorme il piacere che si prova per una nuova amicizia? Esso non è pari, se non superiore, a quello di un pur ottimo vino da meditazione?

Le nostre emozioni sono sempre “il modo” con cui il nostro organismo reagisce ad uno stimolo che giunge dall’esterno, per questo la psicoterapia insegna a dominare le emozioni negative a vantaggio di strategie per rafforzare i sentimenti positivi. Nell’antica Grecia i filosofi insegnavano l’ascesi, l'àskesis, cioè l’esercizio per divenire padroni dei propri sentimenti. Solo in età medievale il termine ascesi assunse il senso di mortificazione corporale e di privazione, suscitando immagini di pratiche di fustigazione e di digiuni mortificanti.

In realtà, l’antichità non richiedeva assolutamente l’uso di tali pratiche mortificatorie. Le scuole filosofiche antiche erano invece scuole in cui si apprendeva l’arte della felicità, insegnando il metodo con cui si potesse fondere lo slancio della nostra anima con ciò che si reputava giusto o buono.
L’obiettivo era quello di creare dei discepoli dal carattere plasmato in modo tale da consentirgli una vita più equilibrata e felice, e la via giusta era quella di ripetere deliberatamente le esperienze in grado di procurarci sentimenti positivi. Venivano definiti terapeutici gli esercizi usati per sconfiggere i sentimenti negativi come l’invidia, l’avidità e la paura della morte, e mentre il discepolo si ripeteva che questi sentimenti sono distruttivi, lentamente imparava a distaccarsene e iniziava a superarli.

Esistevano poi degli esercizi che insegnavano ad aprirsi ai sentimenti positivi e pensatori come quelli della scuola epicurea, che insegnavano a non differire le esperienze positive perché il futuro è colmo di incognite: quindi ogni sera i discepoli dovevano esaminarsi e valutare se avessero osservato o meno il precetto del “carpe diem.” Tramite altri esercizi si esaminava la propria condizione da un punto di vista diverso, così da poter verificare la relatività delle ansie e delle difficoltà, se viste da lontano, e con una prospettiva maggiormente distaccata e neutrale.

Nel giardino di Epicuro, cioè nella comunità di sapienti che ne seguivano i precetti, si simulavano le reazioni del grande maestro, laddove si fosse trovato ad affrontare certe determinate situazioni. La scienza moderna ha confermato come queste fossero tecniche estremamente efficaci e di estremo valote terapeutico, infatti i neurofisiologi hanno confermato che le immagini fantastiche possono plasmare il nostro cervello quasi come le esperienze realmente vissute. Diceva Albert Einstein che “L’immaginazione è più importante della conoscenza” e questo è il motivo.

La possibilità di plasmare il cervello è stata dimostrata nel 1999 dagli studi di Tobias Bonhoeffer - del Max Planck Institute of Neurobiology di Martinsried in Germania – che è stato in grado di documentare la formazione di una nuova connessione tra due sinapsi del cervello. Egli ha così osservato che la ripetizione dello stimolo è essenziale perché, tanto più spesso i neuroni vengono eccitati, tanto maggiore è la probabilità che sia attivata una connessione efficace e durevole.

E’ evidente poi che, più spesso compiamo un’azione e maggiore è la fissazione dell’operazione nella nostra memoria, così come una volta che essa sia stata memorizzata, tale memoria viene mantenuta se viene ripetuta una maggior numero di volte. Un altro elemento che fu provato dagli studi di Bonhoeffer è che l’apprendimento avviene in modo automatico, tanto che alcune connessioni si attivarono anche in neuroni distaccati dalla connessione generale col cervello.

Seppure isolati, i neuroni attivarono le connessioni senza ordini superiori, ma sulla scorta delle successive stimolazioni a cui venivano sottoposti: se ne conclude che ciò che pensiamo, ciò che sentiamo e ciò che percepiamo, tutto ciò è in grado di cambiare il nostro cervello, che noi siamo d’accordo o meno. Le sensazioni che proviamo e che viviamo di continuo, lavorano su di noi, così come una goccia che scava la pietra, e così come la goccia che appare come una traccia sottile ma potente così, nel tempo, si creano le abitudini che possono essere virtuose oppure viziose, sulla scorta delle sfumature che il nostro cervello è abituato a percepire. Così possiamo imparare ad essere sempre allegri e solari, ma anche a reagire sempre con rabbia ed acredine.

Questa è la spiegazione della scienza moderna all’invito di coltivare le emozioni positive e di evitare le emozioni negative, perché le nostre reazioni al mondo esterno si rafforzano con la ripetizione e l’abitudine. Seguendo questa linea di esame delle verità spirituali e sapienziali alla luce della scienza moderna, possiamo comprendere come sia falsa una delle più diffuse pratiche di reazione alla frustrazione, che suggerisce di sfogare la rabbia per avere una riduzione di questo sentimento distruttivo.

Se siamo stati vittime di una prepotenza, è vero che potremo avere un momentaneo sollievo se insultiamo e gridiamo oscenità contro il prepotente, ma lo scarico della rabbia sarà sciocco, perché abbiamo preparato la strada per essere, alla prossima occasione, ancora più violenti, volgari e rabbiosi. Se vogliamo combattere la rabbia con la rabbia, rischiamo solo di gettare altra benzina sul fuoco, e rischiamo di essere in futuro, ancora più vittime dei nostri sentimenti negativi!

Per questo dobbiamo imparare a dominarci, anche quando siamo in preda all’ira e alla paura, perché questa è una reazione molto più vantaggiosa. Se impariamo a praticare l’autocontrollo, non solo possiamo rieducare il nostro cervello in modo più positivo, ma così addestriamo il nostro cervello a interagire molto più armoniosamente con le emozioni: questo addestramento positivo modifica permanentemente le strutture cerebrali e ci rende molto più felici.

Buona erranza
Sharatan

domenica 24 agosto 2008

Creare la propria felicità


Se vuoi essere amato, inizia con l’amare coloro che hanno bisogno del tuo amore. Se ti aspetti che gli altri siano onesti con te, comincia con l’essere onesto tu stesso. Se non vuoi che gli altri siano malvagi, smetti di essere malvagio. Se vuoi che gli altri siano comprensivi con te, comincia con l’essere comprensivo con chi ti circonda. Se vuoi essere rispettato, devi imparare ad essere rispettoso verso tutti, sia giovani che vecchi. Se vuoi una dimostrazione di pace dagli altri, devi essere pacifico. Se vuoi che gli altri siano religiosi, comincia con l’essere spirituale tu stesso. Ricorda, qualsiasi cosa vuoi che gli altri siano, devi prima esserla tu stesso, e vedrai che essi risponderanno nella stessa maniera.
È facile desiderare che gli altri si comportino perfettamente nei tuoi confronti ed è facile vedere le loro colpe; ma è molto difficile comportarsi correttamente e considerare i propri errori. Se puoi ricordarti di agire rettamente, gli altri cercheranno di seguire il tuo esempio. Se puoi riconoscere i tuoi errori senza sviluppare un complesso d’inferiorità e puoi tenerti occupato correggendoti, allora userai il tuo tempo in maniera più proficua che se lo trascorressi soltanto desiderando che gli altri fossero migliori. Il tuo buon esempio farà di più per cambiare gli altri dei tuoi desideri, della tua indignazione, o delle tue parole.
Più migliori te stesso, più eleverai gli altri intorno a te. La persona che migliora se stessa diviene sempre più felice; e più diventi felice, più felici saranno le persone intorno a te.
Le persone stagnanti sono infelici. Le persone estremamente ignoranti sanno a mala pena come ci si senta ad essere felici o infelici. Sono prive di sensibilità, come le pietre. È meglio sentirsi infelici della propria ignoranza piuttosto che morire felicemente con essa. Ovunque tu sia, rimani desto e attivo con il tuo pensiero, la tua percezione e la tua intuizione, sempre pronto, come un buon fotografo, a fotografare le condotte esemplari e ad ignorare i cattivi comportamenti. La tua massima felicità risiede nell’essere sempre pronto a desiderare di imparare e di comportarti rettamente.
Se hai abbandonato la speranza di essere felice, rallegrati. Non scoraggiarti mai. La tua anima, essendo un riflesso dello Spirito sempre gioioso, è, in essenza, la felicità stessa. Se tieni chiusi gli occhi della tua concentrazione, non puoi vedere il sole della felicità che arde nel tuo petto. Ma non importa quanto tieni serrati gli occhi della tua attenzione: rimane il fatto che i raggi della felicità stanno cercando di penetrare le porte chiuse della tua mente. Apri il portale della calma e troverai un’improvvisa esplosione dello splendente Sole di Gioia dal tuo stesso sé.
I gioiosi raggi dell’anima possono essere percepiti se interiorizzi la tua attenzione. Puoi farlo usando l’architetto della mente per godere del bellissimo panorama dei pensieri nell’invisibile, tangibile Regno dentro di te. Non cercare la felicità solo nei bei vestiti, in una casa linda, in deliziose cene e soffici cuscini e sedie. Questo imprigionerà la tua felicità dietro le sbarre delle apparenze e dell’esteriorità. Invece, con l’aeroplano della visualizzazione, scivola silenzioso sopra le vaste distese della Fantasia, contemplando l’impero sconfinato dei pensieri.
Osserva quindi le catene montuose delle inviolate, nobili o spirituali aspirazioni, per migliorare te stesso e gli altri. Sorvola le profonde vallate della Compassione Universale. Vola oltre i geyser dell’entusiasmo e le cascate del Niagara della saggezza perpetua, tuffandoti dalle candide vette della pace della tua anima.
Librati dalle sconfinate rive della percezione intuitiva fino al regno della Sua Onnipresenza. Lì, nel Suo Castello di Beatitudine, attingi alla Sua fonte di Sussurrante Saggezza e placa la sete dei tuoi desideri. Gusta con Lui i frutti del Divino Amore nel Banchetto dell’eternità. Se hai deciso di trovare la gioia dentro di te, prima o poi la troverai. Cercala adesso, giornalmente, con la regolare, profonda e sempre più profonda meditazione, e troverai sicuramente la felicità senza fine. Sforzati costantemente di immergerti nel profondo del tuo essere e lì troverai la tua più grande felicità.

Paramhansa Yogananda