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sabato 12 settembre 2009

Donne e uomini “pensanti” per rompere il muro del silenzio


Pubblicato nel sito de: “L’Unità” il 12 settembre 2009:

“Donne e uomini “pensanti” per rompere il muro del silenzio

Da snob mi consento diverse cose, ormai è “facile” si è snob nel confidare nella ricchezza culturale piuttosto che in quella anti-culturale, e/o nel nutrire disinteresse per lo “scambio tra corpo e carriera”, e/o nell’esprimersi contro il cinismo. Mi consento di guardare poca Tv orwelliana, sfogliare quotidiani inglesi, indignarmi: è evidente anche a me che le donne (ma non tutte le donne) stiano impiegando ogni risorsa per esibirsi con fare sguaiato, valorizzare un corpo porno–soft (o hard), concepirsi alla stregua di effettivi oggetti sessuali (in quanto oggetti, si vendono e acquistano a “prezzo di mercato”), vivere la propria sessualità in funzione della gratificazione maschile (non di tutti i maschi), agognare denari e successi facili.

Già le donne (ma non tutte le donne) aspirano all’uggiosa omogeneità delle letterine, modelle, troniste, veline e, recentemente, escort. Recentemente? Dai tempi di Eva? Senza trascurare che, banalmente, benché spogliarmi sia un mio diritto (si badi bene: non un mio dovere), rimane vero che vi sono nudità e nudità: alcune belle, pure, non strumentali, altre orribilmente pornografizzate. Il privato si è trasformato in pubblico e il pubblico in privato. C’è privacy e privacy, pubblico e pubblico.

Si promuove la lotta contro la violenza sulle donne, ma si promuovono anche le escort. Il denominatore comune: esternare. Eppure rido con Roberto Begnini a radio Rtl: “Parleremo anche di cose leggere, escort, mignotte e ballerine, tutte cose pubbliche. Non vorrei, Silvio, toccare temi privati come la crisi e la disoccupazione”. Rido perché Begnini è un comico, e non un comico riciclato in un politico, né un politico camuffato da comico (le troppe gaffe di George Bush non mi facevano affatto ridere).

Un riso amaro perché permane il dubbio che tutto questo si connetta (come?) a un vecchio slogan femminista: il privato è politico, è pubblico. Nella nostra presente società, scurrile e volgare, gli interpreti e le interpreti dello slogan ormai eccedono: non vorrei discettare con loro di Kate Millett (chi era costei?), meglio qualche “gossip” sui modelli femminili assoluti della contemporaneità: Victoria Beckhman, Paris Hilton, e via dicendo, quando va bene.

Perché non reagire? Reagire a cosa? Non reagiamo a noi stesse che sbeffeggiamo la democrazia, astenendoci dal votare per la fecondazione assistita, la diagnosi preimpianto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non reagiamo quando gli intellettuali tessono le lodi dell’irrazionalità, col risultano che la dicotomia femmina/maschio, donna/uomo (dicotomia sessista) viene a rafforzarsi nell’immaginario collettivo, con i maschi/uomini che permangono nell’essere giudicati non solo animali umani razionali, ma anche attivi e oggettivi, in opposizione a donne che risultano non solo animali non umani (in quanto oggetti sessuali) ma anche irrazionali, emotive, passive, soggettive. Non reagiamo di fronte ai sinonimi di «uomo» e di «donna» che troviamo nella versione 2007 di Microsoft Office Word.

Sinonimi di “uomo”: “essere umano, persona, individuo, genere umano, il prossimo, umanità, gente, maschio, adulto, addetto, operaio, tecnico, giocatore, atleta, soldato, militare, elemento, unità, un tizio, un tale, uno, qualcuno”. Sinonimi di “donna”: “femmina, gentil sesso, bel sesso, sesso debole, signora, signorina, donna di servizio, domestica, cameriera, collaboratrice familiare, colf, governante, dama, regina”. Manca “escort”: peccato!

Il referendum, il fascino dell’irrazionalità, i sinonimi Microsoft appaiono innocui rispetto a “culi, fighe, peni, tette” sbattuti ovunque, oltre che in prima pagina. Apparentemente innocui. Perché se irrazionali, emotive, passive, soggettive, le donne non riescono a nutrire fiducia nelle proprie capacità intellettive, ad aspirare, per merito comprovato, non per “gnoccheria”, a posizioni scientifico-culturali di spicco, ove il corpo non debba venir mercificato.

Per di più, prima di reagire in quanto donne, e non in quanto donne e uomini consapevoli nonché pensanti, occorre sollevare qualche semplice domanda: cosa abbiamo in comune noi donne, oltre il sesso d’appartenenza – sempre che con “sesso” ci si riferisca a qualcosa di univoco?; l’appartenenza a un sesso e/o a un genere è «naturale», nel senso che, se sei femmina (o maschio), donna (o uomo), rimani tale per la tua intera esistenza?

Sostenendo che tutte le donne appartengono al medesimo sesso femminile e tutti gli uomini al medesimo sesso maschile non risultiamo ciechi nei confronti delle tante differenze che sussistono tra le stesse femmine/ donne e tra gli stessi maschi/uomini, rischiando di sottolineare e condizionare indebitamente comportamenti e competenze declinate al “maschile” e al “femminile”?

Perché ingabbiare le nostre individualità, le nostre singole peculiarità? In Italia domina la cosiddetta filosofia della differenza sessuale, su un piano anche socio–politico e religioso: le donne sono essenzialmente simili, e da ciò ne deriva, volente o nolente, che tutte le donne sono (o debbono essere?), più o meno, dolci, empatiche, sensibili; adatte a compiti di cura, e non a quelli dirigenziali, intellettuali, militari, politici, scientifici; umili e deferenti; poco assertive; fisicamente e psichicamente deboli.

E perché non anche necessariamente provocanti, con una nuova ermeneutica inconsapevole del “questo corpo è mio e me lo gestisco io”, o forse solo un’estrosa interpretazione del “my body is my own business”? È l’essenzialismo, non solo gli uomini di potere e le loro escort, a trasmetterci, almeno a livello teorico, la convinzione che ciò che è virtuoso nel femminile è patologico nel maschile, e viceversa.

È virtuoso l’uomo con le rughe, che si circonda di escort, mentre è patologica la donna con le rughe che si circonda di escort; è virtuoso l’uomo duro, patologica la donna dura - fortuna che le realtà ogni tanto smentiscono le fantasie: per esempio, alla fine le rughe di Hillary Clinton hanno prevalso su quelle di John McCain, mentre a capo degli istruttori dell’US Army vi è il sergente maggiore Teresa King.

In verità, apparteniamo in modo fluido al mondo, in quanto donne e uomini in carne e ossa; non possiamo esentarci dalle nostre responsabilità individuali, schermandoci dietro la schematicità delle essenze. Responsabilità che concernono anche la preferenza sessuale: desideri, sogni, fantasie, identità, atti, scelte, riconoscimenti privati e pubblici, non invariabilmente eterosessuali, anzi, nonostante l’imperante eterosessismo e la crescente irragionevole omofobia.

Se il silenzio deve essere violato, non potrà, in fondo, esserlo che da donne e uomini, consapevoli e pensanti. La donna non è che pura apparenza, al pari de l’uomo, uno strumento coercitivo per imporre a singoli individui determinati comportamenti, legittimare determinate pratiche e delegittimarne altre. Ruoli culturali, professionali, sessuali e sociali distinti? Se rispondi in senso negativo, non sei una “vera donna” o un “vero uomo”? La disapprovazione contenuta nel “Tu non sei una vera donna” ci interessa sul serio?

Le “vere” donne ormai (escort o madonne, che siano, nella vecchia classificazione, non affatto desueta) non risultano, forse, donne solo a causa di desideri sessuali, che corrispondono a quelli che la donna deve avere, donne che frequentano certi palazzi e certi uomini? Come reagire? Con una comunicazione, fisico-verbale, ove non sussiste equivalenza tra sessualità e genialità, con una corrispondenza in cui si esplora se stessi/e e l’amato/a in un’eroticità anticonformistica, in cui le donne(almeno alcune) travalicano, anche da tempo, lo stereotipo logorato dell’oggetto da assoggettare, consumare.

Donne e uomini, consapevoli e pensanti, possono relazionarsi tra loro da veri e propri individui, rispettarsi, per evidenziare le molteplici differenze che corrono tra donne, al di là di quelle insulse omogeneizzazioni che le desiderano comunque silenti. Pur ricordando che anche il silenzio è una forma di comunicazione, rompiamo il silenzio, sì, insieme agli uomini pensanti, seguendo la stupenda mente androgina di Virginia Woolf (chi era costei?) nelle Tre ghinee:

“Ci troviamo qui… per porci delle domande. E sono domande molto importanti; e abbiamo pochissimo tempo per trovare la risposta. Le domande che dobbiamo porci… e a cui dobbiamo trovare una risposta in questo momento di transizione sono così importanti da cambiare, forse, la vita di tutti gli uomini e di tutte le donne, per sempre… È nostro dovere, ora, continuare a pensare… Pensare, pensare, dobbiamo... Non dobbiamo mai smettere di pensare: che “civiltà” è questa in cui ci troviamo a vivere?”.

Difficile accusare Virginia Woolf e la sottoscritta di bigottaggine; per quanto mi riguarda, sono solo una vecchia signora posata, di quarantasei anni, che cerca di adempiere al proprio dovere.”

L’articolo porta la firma di Nicla Vassallo, e mi sorge il dubbio di Don Abbondio: Vassallo, Vassallo, chi era costei? Allora indago. Ho scoperto sul suo sito web, che Nicla Vassallo è una filosofa italiana. Ha studiato all’Università di Genova e al King’s College dell’Università di Londra, specializzandosi in epistemologia. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia della Scienza, ha lavorato prima come Research Fellow e poi come Ricercatore. Risale al 2002 la sua idoneità da Professore Associato in Logica e Filosofia della Scienza presso l’Università di Catania e al 2004 la sua idoneità da Professore Ordinario in Filosofia Teoretica presso l’Università di Bergamo.

Dal 2003 al 2008 è stata Visiting Professor nella Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove ha tenuto il corso di Epistemologia. Dal 2005 è Professore Ordinario presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova dove ha insegnato Propedeutica Filosofia, Filosofia della Conoscenza ed Epistemologia. Attualmente insegna Filosofia Teoretica e fa parte del corpo docente del Dottorato in Filosofia.

E’ stata responsabile in passato di sette progetti di ricerca del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), membro del Board della SIFA (Società Italiana di Filosofia Analitica), è professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Genova, è Book review editor della rivista “Epistemologia”, membro dell'Advisory Board dell’”European Journal of Analytic Philosophy”, dell’”Institute for Scientific Methodology”, di “L&PS: Logic and Philosophy of Science”, della rivista “Iride: Filosofia e discussione pubblica.”

E’ membro del “Board of Directors” della “Fondazione per la Cultura”, membro dell’”Editorial Board” di “Gender” e di “Iris”, fa parte del Consiglio scientifico del “Festival della scienza”, del “Festival per l'Economia Interculturale”, dell’”Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna”, della rivista “Estetica”, di “Scienza & Filosofia”. Scrive regolarmente su Domenica, il supplemento culturale del Sole 24 Ore. Ha praticato nuoto e giocato a basket a livello agonistico per anni, ed è istruttrice di vela.

Meno male, ora che la inquadro meglio, si dimostra che Nicla Vassallo è “una vecchia signora posata, di quarantasei anni, che cerca di adempiere al proprio dovere” una di quelle donnine tranquille e posate che piacciono a me! Del suo pensiero condivido ogni virgola, solo che lei è più brava a scrivere e ad insegnare come "andare per mare." Io navigo da troppo poco e sono un nocchiero reticente!
Buona erranza
Sharatan


martedì 3 giugno 2008

La liberazione dell’altra metà del cielo


Secondo la psicanalisi classica, soprattutto le teorie di Karen Horney, la psicologia femminile risentirebbe del ruolo subalterno che la cultura ha sempre riservato alla identità femminile, infatti le concezioni dell’ordinamento sociale conformate su schemi tipicamente maschili hanno determinato quella precarietà della stima di sé che, nel contesto della cultura occidentale, sembra essere una costante nella storia delle donne. Le donne sono sempre state frustrate nel perseguimento dello loro sviluppo e della loro individualità, ritardo rivelato anche dallo status giuridico femminile, che in Italia ha faticato a riconoscere delle parità tra i sessi. Solo nel 1975 è stata approvata la riforma del diritto di famiglia che, di fatto sanziona la parità dei coniugi e solo dal 1976 le donne iniziano a ricoprire cariche istituzionali. Nel 1978 si approva la legge 194, contenente le Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, una legge cardine con cui la donna ha guadagnato il diritto all’autodeterminazione, cioè alla possibilità di essere padrona del proprio corpo. Nel 1996 è stata approvata la nuova legge sulla violenza sessuale che diviene reato contro la persona e non contro la pubblica opinione. Nel 1997 si emana la direttiva del governo italiano, per la prevenzione e contrasto di tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne. E’ del 2001 la legge n. 154 sull’allontanamento del familiare violento per via civile o penale, che prevede misure di protezione sociale per le vittime, quando le notizie di donne uccise, stuprate o umiliate in ogni modo, affollano le prime pagine dei giornali.
L’evidenza che la donna sia ancora lontana dall’avere conquistato una vera autonomia, è un dato di fatto pienamente confermato dalle date suddette ma, a parere mio, la maggiore nemica della donna rimane sempre sè stessa, soprattutto quando, in nome di una errata concezione di parità, si conforma ad atteggiamenti e stereotipìe negative del sesso maschile, per simulare una sorta di pseudo parità della demenza umana.
Sono ancora molte le donne che, dovendo esporsi più dell’uomo per dimostrare le loro qualità, sono disposte a tutto piuttosto di primeggiare, e le donne si allenano fin dall’infanzia alla “competitività”, perché educate a valori stereotipati che definiscono la femminilità in termini di bellezza, sottomissione, negazione dell’io per compiacere gli altri, tutti valori che la società tende a confermare. Queste contraddizioni portano a sentimenti di ostilità contro le altre donne e contro l’universo femminile, aldilà del perseguimento di un vantaggio vero o presunto. Spesso rileviamo sentimenti di tale genere anche tra madri e figlie, soprattutto quando l’invidia della giovinezza o della bellezza e della seduttività diventano elementi focali.
Ho personalmente verificato la verità di questa teoria, sia nell’ambito delle amicizie che delle conoscenze, e devo convenire che, tale comportamento dimostra proprio l’immaturità psicologica che la donna dovrebbe invece sconfessare. Durante una pausa in palestra, ho raccolto il velenoso e svagato commento, di una falsa bionda che mi ha confidato casualmente:”Sai penso che le donne muscolose siano così poco femminili, se fossi uomo credo che mi piacerebbero delle donne dalle curve morbide e molto più femminili.” Sia pure non esageratamente sono muscolosa, e da altri sintomi pregressi, si dà il caso che la donna a cui alludeva la tipetta fossi io, per cui gli ho risposto che, ammesso che fossi stata uomo anche io saremmo stati grossi amici, non avremmo litigato per le donne, infatti a me mi sarebbe piaciuta una pupetta atletica, compatta e veloce con cui divertirmi non poco. Ho sempre trovato le donne tradizionali troppo noiose.
Le differenze tra uomini e donna sono moltissime ovviamente ma, come nemico e nel caso di conflitti all’ultimo sangue, perlopiù l’uomo è stronzo ma la donna diventa straordinariamente perfida. Per questo credo che sia ancora lunga la strada per la conquista di una identità femminile, libera dai ruoli stereotipati che ci vengono consegnati dalla nostra cultura, vedo piuttosto che molte donne vi si sottomettono ancora volentieri, malgrado ci siano strumenti per pensare in modo intelligente. Vedo un perseguimento di modelli errati anche per il genere maschile, apoteosi di falsi miti quali la competitività e l’ostilità, miti irragionevoli in ogni frangente ed in ogni contesto. Io concepisco invece la mente come una risorsa e la limitazione della mente in qualsiasi contesto di un copione culturale rigido, come una castrazione. Per cui il mio pensiero si rivolge sia all’uomo come pure alla donna, e credo che la liberazione della donna possa passare solo dalla liberazione dei generi, dall’affrancamento di entrambi i generi, non solo di quello femminile. La crisi dell’identità personale credo sia generalizzata in entrambi i sessi, senza differenze, soltanto che alla donna è permessa la manifestazione delle proprie debolezze, per cui ha maggiore possibilità di un’elaborazione ed emancipazione dai conflitti, mentre l’uomo è condannato culturalmente ad un maggiore livello di autocontrollo e di rigidità affettiva. Le donne, rispetto agli uomini, sono in maggiore percentuale, rispetto all’uomo, tra coloro che affrontano un percorso di ricerca psicologica e/o terapeutico. Le donne sono maggiormente disponibili a mettersi in crisi: ammettono debolezze e sconfitte, non devono dimostrare sempre di essere forti ed impermeabili. Per la donna è più facile avere dèfaillances senza mettere in crisi la propria femminilità, perlomeno nella maggior parte dei casi, insomma possiamo permetterci il lusso di cadere e soffrire per amore come lo stereotipo romantico vorrebbe, mentre l’uomo non dovrebbe mostrare dolore, piuttosto disprezzo per un indegno oggetto d’amore e passare ad un altro oggetto maggiormente gratificante. Sappiamo tutti invece che questo non è assolutamente vero, e che non rispondiamo, ai casi della vita secondo regole predefinite, che le persone reagiscono secondo i loro sentimenti e non secondo le regole. Tutto questo ci dovrebbe convincere che le conclamate caratterizzazioni di genere sono dannose, che esse sono nefaste in tutti i casi in cui vengano impersonate, a discapito della personalità e dell’individualità del soggetto. Guai a volersi racchiudere su uno stereotipo fisso di femminilità o mascolinità obbligate, ci precludiamo esperienze e contributi che potrebbero farci crescere molto. Ho provato a fare capire ad un mio amico che le donne amano “anche” le fragilità e le debolezze degli uomini, che insomma un po’ di sindrome della crocerossina l’abbiamo tutte, altrimenti non avrebbe avuto senso il successo del film “Io ti salverò”. Ho cercato di spiegargli che nei rapporti d’amore un po’ funziona come nell’immagine taoista della preponderanza del debole, in cui il debole avanza, ma se è il posto degno ed il debole agisce in modo opportuno, di solito nessuno si lamenta.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami