domenica 18 ottobre 2009

La verità di Tommaso


Il Vangelo canonico più affascinante è senza dubbio, quello dell’apostolo Giovanni, quello che si dice fu scritto dal discepolo ormai vecchissimo, al tramonto della vita e in ritiro nell’isola di Patmos. Oggi sappiamo che in realtà, non è verosimile che questo intrigante vangelo sia stato scritto da Giovanni figlio di Zebedeo, forse il "discepolo più amato di Gesù", ma sicuramente un uomo di cultura molto bassa.

Esso appare opera di qualcuno che viveva in Siria, che possedeva notizie sicure sulla vicenda di Gesù, ed è stilato in una prosa così elegante, asciutta e raffinata da non poter essere opera del figlio di un umile pescatore. Nello scritto sono narrati dei fatti di cui l’autore ha notizia di prima mano, per averli visti o per averli sentiti raccontare da qualcuno che era presente come testimone diretto.

La scoperta del Vangelo di Tommaso ha offerto una nuova lettura anche del Vangelo di Giovanni, perché la comparazione dei due testi ha provato che l'autore del Vangelo di Giovanni conosceva il contenuto del Vangelo di Tommaso, e che cercava di confutarlo. E noi cristiani, su Tommaso abbiamo un’opinione assai poco lusinghiera che, guarda caso, ci viene tramandata proprio dallo stesso Giovanni. Dallo stesso Tommaso invece sappiamo che il suo vero era Giuda, ma non era l'Iscariota, e che il suo soprannome era Tommaso (che viene dall’aramaico e che significa gemello) detto anche Didimo, che significa la stessa cosa in greco.

E’ nel Vangelo di Giovanni che conosciamo il Tommaso dubbioso e incredulo, è Giovanni che crea con tre episodi, l'immagine assai poco lusinghiera di Tommaso che conosciamo. Nel primo episodio si narra che Gesù voleva andare in Giudea per resuscitare l’amico Lazzaro ma che, in quei luoghi, lo cercavano per lapidarlo come sovversivo. Gesù manifestò comunque una ferma volontà di andare a tutti i costi, per cui Tommaso pronunciò delle parole disperate: “Andiamo anche noi a morire con lui!” con le quali dimostrò che non credeva e che non aveva fede nel suo Signore.

Nel secondo episodio Gesù presagisce la sua morte ed esorta ad avere fede in Dio, ma Tommaso esclama: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” ricevendo la severa risposta di Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.” Il terzo episodio che si narra in Giovanni, racconta dell’incontro fondamentale dei discepoli con Cristo risorto, a cui Tommaso è assente. Al suo ritorno, quando gli fu detto che Gesù era ritornato, Tommaso rispose con le proverbiali parole: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” Dopo una settimana, Gesù comparve di nuovo e rimproverò aspramente Tommaso per la sua incredulità, affermando che era beato colui che credeva per sola fede, senza avere visto.

Oggi conosciamo Tommaso per quello che leggiamo nel suo vangelo: “Gesù disse ai suoi discepoli, ‘Paragonatemi a qualcuno e ditemi come sono.’ Simon Pietro gli disse, ‘Sei come un messaggero giusto.’ Matteo gli disse, ‘Sei come un filosofo sapiente.’ Tommaso gli disse, ‘Maestro, la mia bocca è totalmente incapace di esprimere a cosa somigli.’ Gesù disse, ‘Non sono il tuo maestro. Hai bevuto, e ti sei ubriacato dell'acqua viva che ti ho offerto.’ E lo prese con sé, e gli disse tre cose. Quando Tommaso tornò dai suoi amici questi gli chiesero, ‘Cosa ti ha detto Gesù?’ Tommaso disse loro, ‘Se vi dicessi una sola delle cose che mi ha detto voi raccogliereste delle pietre e mi lapidereste, e del fuoco verrebbe fuori dalle rocce e vi divorerebbe’.”

Sappiamo che il Gesù di Tommaso predica che il Regno dei Cieli non è una realtà lontana e ipotetica, ma che esso è una realtà spirituale immediata e continua. In Tommaso, Gesù dice: “Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e allora comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa.” Il Regno di Dio è presente in ogni essere umano, perciò Gesù non risparmia la sua ironia contro coloro che cercano di sapere da lui come sarà la fine dei tempi perciò, sempre in Tommaso: ” I discepoli dissero a Gesù, ‘Dicci, come verrà la nostra fine?’ Gesù disse, ‘Avete dunque già trovato il principio, che andate cercando la fine? Perché là dov’è il principio, là sarà la fine. Beato colui che si trova al principio: egli conoscerà la fine e non conoscerà la morte’.”

Tommaso ci ricorda che, in principio, come dice la Genesi, c’era la luce primordiale e Dio creò Adamo “un essere umano straordinariamente meraviglioso” un essere di luce radiosa, un “Adamo di luce” che pur avendo forma umana, era anche “misteriosamente divino” perché ad immagine di Dio. Il Gesù di Tommaso dice che tutti noi siamo quell'Adamo divino, perché siamo Figli di Dio e fatti a sua perfetta immagine. E’ questo il significato simbolico del Vangelo di Tommaso il “gemello” colui che si proclamò uguale e pari a Gesù il Vivente.

In Tommaso Gesù dice: “Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie. Tagliate un pezzo di legno; io sono lì. Sollevate la pietra, e mi troverete” perché la luce primordiale non ha mai smesso di esistere ma è presente in tutte le cose che tocchiamo. Il Gesù di Tommaso, Gesù il Vivente, ci incita a cercare da soli la nostra strada, perchè la capacità di scoprire la verità è dentro di noi, perciò la strada è aperta a tutti coloro che la cercano sinceramente “Beato colui che era prima di divenire” Gesù dice a Tommaso.

Gesù rimprovera coloro che tentano di volerlo seguire perché: “Voi esaminate l'aspetto di cielo e terra, ma non siete arrivati a comprendere colui che è di fronte a voi, e non sapete come interpretare il momento attuale.” Egli avverte che la scoperta della nostra vera immagine può causare la nostra frantumazione: “quando vedete la vostra immagine allo specchio vi rallegrate, ma quando vedete le immagini di voi che sono esistite prima di voi e che né muoiono, né diventano visibili, quanto dovete sopportare!”

Gesù avverte che la forza della rivelazione ci squarcia, che estrae da noi tutto ciò che siamo stati, che distrugge il nostro abituale modo di identificarci per genere, nome, etnia, stato sociale: se accettiamo di incontrare noi stessi avviene proprio questa lacerazione. Dice Gesù in Tommaso: "Chi è vicino a me è vicino al fuoco, e chi è lontano da me è lontano dal regno."

Nei vangeli canonici, cioè in Luca, in Matteo e in Marco, la figura di Gesù appare come una figura umana ed ispirata, ma in Giovanni non è così: Giovanni rivela una figura di Gesù che è assolutamente nuova rispetto agli altri canonici, perché dice che Gesù è l'unigenito Figlio di Dio, il Logos incarnato: Gesù è Signore e Dio. Sia Giovanni che Tommaso affermano che Gesù è identificabile con la Luce divina che è presente sin dall’inizio: sia per Giovanni che per Tommaso, Gesù è la Luce di Dio in forma umana. Il disaccordo nasce allorchè Giovanni afferma che solo Cristo possiede questa divinità, mentre Tommaso afferma che questa luce interna divina è posseduta da noi tutti, e che la natura divina è in ogni essere umano anche se gli uomini ne sono inconsapevoli.

Il Gesù di Giovanni afferma che l’umanità non ha la capacità innata di conoscere Dio, ma che essa deve essere guidata poiché gli uomini non sono “gemelli” e non sono pari a Gesù, come voleva Tommaso; essi sono imperfetti. Solo in Giovanni si dice che per avvicinarsi a Dio significa rinascere da “acqua e da spirito” attraverso la fede in Gesù che è figura divina unica.

Solo in Giovanni abbondano discorsi di Gesù sulla sua divinità, solo in Giovanni appaiono le formule dell’”Io sono.” Solo in Giovanni leggiamo: “Io sono la via, io sono la luce, io sono la vigna, io sono l’acqua della vita.” Solo il Gesù di Giovanni richiede ai fedeli di credere ciecamente che l’unica salvezza venga dalla fede: nessuno spazio offre Giovanni a chi dubita che vi sia un’altra Via, nessuna simpatia per i ricercatori spirituali come Tommaso.

Il Vangelo di Giovanni finì per egemonizzare tutta la tradizione successiva e riuscì a soffocare tutte le visioni diverse e anche la testimonianza del Gesù di Tommaso. In Giovanni si afferma che Gesù è “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero” così come leggiamo nel futuro Credo del concilio di Nicea, per cui sappiamo che alla fine Giovanni vinse e che l'incredulo divenne Tommaso.
Buona erranza
Sharatan


giovedì 15 ottobre 2009

Come un sogno nella notte


Diceva Ireneo che Dio è differente dall’umanità perché egli l’ha creata mentre l’umanità è stata fatta da lui: il primo è l’agente creatore, mentre la seconda è una ricevente passiva, perciò Dio è veramente perfetto in ogni cosa mentre la sua creatura è sempre imperfetta e finita. Diceva Ireneo che la mente umana non può trovare Dio in sé, ma che ha bisogno d’essere illuminata dalla rivelazione divina che gli viene offerta tramite le Sacre Scritture e tramite la fede proclamata dalla Chiesa.

Valentino invece insegnava che l’umanità manifesta l’essenza e la rivelazione divine, ed il termine che usava per definire l’umanità era “anthropos” cioè la natura dell’entità collettiva del genere umano, quella che Jung chiamerebbe archetipo o sostanza spirituale del genere umano. Secondo la testimonianza di Ireneo, gli gnostici predicavano che: “il primo padre del tutto, il primo inizio e il primo incomprensibile, è detto Anthropos … e che questo è il grande e recondito mistero, cioè, che il potere che sta sopra tutti gli altri, e comprende tutti gli altri nel suo abbraccio, è chiamato Anthropos” ecco perché Gesù è Figlio dell’Uomo.

Secondo i valentiniani, poichè gli esseri umani hanno creato tutto il linguaggio della religione, perciò hanno creato anche Dio. In questo senso va inteso l’ironico passaggio del Vangelo di Filippo in cui si dice: “Dio creò l’umanità; ma ora gli uomini creano Dio. Nel mondo è proprio così: uomini modellano divinità e venerano la loro creazione. Sarebbe appropriato che le divinità venerassero gli uomini.” Per gli gnostici conoscere Dio vuol dire conoscere se stessi e nel Vangelo di Tommaso Gesù dice: “Ho preso il mio posto nel mondo, e sono apparso loro in carne ed ossa. Li ho trovati tutti ubriachi, e nessuno assetato. Il mio animo ha sofferto per i figli dell'umanità, perché sono ciechi di cuore e non vedono, poiché sono venuti al mondo vuoti, e cercano di andarsene dal mondo pure vuoti. Ma nel frattempo sono ubriachi. Quando si libereranno dal vino, cambieranno condotta.”

La realtà, è che gli ortodossi cristiani credevano nell’ebraismo tradizionale, secondo il quale l’umanità ha una sostanza diversa da Dio, perciò Gesù è stato chiamato dal Padre “in somiglianza di carne di peccato” (Seconda Lettera di Paolo ai Corinti, 5.21). Il termine che Paolo usa per descrivere il peccato è "hamartia" tratto dal linguaggio del tiro con l’arco, e che significa “mancare il bersaglio.” Il Nuovo Testamento così insegna che noi soffriamo il dolore mentale psichico perché non riusciamo a raggiungere il traguardo morale che ci prefiggiamo “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.” Gesù ha offerto l’espiazione di questi peccati immolandosi come un agnello, perciò solo chi ha fede può avere la liberazione.

Molti gnostici invece credevano che fosse l’ignoranza umana, e non il peccato la causa della sofferenza. In una straordinaria assonanza con le pratiche di esplorazione dell’io delle psicoterapie contemporanee, lo gnosticismo affermava che il rimedio è nella conoscenza dell’io intesa come penetrazione intuitiva dell’essenza personale. Sia lo gnosticismo che la psicoterapia affermano che, senza la conoscenza dell’io, abbiamo sempre la sensazione di essere guidati da impulsi che ci sono incomprensibili, perciò siamo incompleti ed infelici.

Valentino spiega questo concetto con un mito della Sapienza che viene esiliata nella materia e che così conobbe la sofferenza. Egli narra che la materia ebbe inizio quando Sapienza (Sophia), la Madre di ogni essere, la generò dalla propria sofferenza: “Così la terra sorse dalla sua confusione, l’acqua dal suo terrore; l’aria dal consolidarsi del suo dolore; mentre il fuoco … era inerente a tutti questi elementi … come l’ignoranza giace nascosta in queste tre sofferenze.” Il mondo materiale nasce dalla sofferenza, inizia con il pathos, che è sia la sofferenza ma anche il ricevente passivo di tale esperienza: la materità comporta sia la costrizione nella materia che la percezione della limitazione stessa.

Così i valentiniani spiegano nel Vangelo di Verità: “L’ignoranza … produsse angoscia e terrore. E l’angoscia divenne densa come nebbia, tanto che nessuno poteva vedere. Per questo motivo l’errore divenne potente.” Perciò l’uomo vive in uno stato di oblio, in uno stato d’incoscienza e, restando inconsapevole di sè soffre della sua mancanza di radici, per questo l’esistenza umana assomiglia ad un incubo. Vivendo nello spavento e nella confusione, possiamo cadere vittime di “molti inganni” perché chi resta ignorante e “creatura dell’oblio” non può fare l’esperienza della compiutezza; una persona simile “dimora nella deficienza."

“Così è per coloro che hanno allontanato da sé l’ignoranza, come un sonno cui essi non danno alcun valore. Ugualmente non danno alcun valore alle sue opere, ma le abbandonano, al pari di un sogno nella notte … E’ così che ognuno ha agito da addormentato, nel tempo della sua ignoranza, ed è così che conosce, come se si ridestasse.” E’ la psiche in sé che contiene la possibilità della sua salvezza come pure della sua distruzione. Dice il Vangelo di Tommaso: “Gesù disse: “Se esprimerete quanto avete dentro di voi, quello che avete vi salverà. Se non lo avete dentro di voi, quello che non avete vi perderà … Quelli che sanno tutto, ma sono carenti dentro, mancano di tutto.”

Questa capacità di penetrazione sorge gradualmente e richiede molto sforzo: “Conosci ciò che sta davanti al tuo viso, e ciò che è nascosto ti verrà rivelato” perché, secondo il Dialogo del Salvatore: “ Se uno non capisce com’è sorto il corpo che indossa, perirà con esso … Chi non capisce com’è venuto non capisce come andrà.” Colui che non capisce se stesso e l’universo sarà votato all’annichilimento. Quando uno gnostico si interroga sul male non vuole scoprire ciò che è cattivo, quando i valentiniani si interrogano su di esso non parlano della malvagità, si riferiscono invece al male emozionale: paura, confusione e angoscia. Secondo il Vangelo di Verità, il processo di scoperta del sé, inizia quando si fa esperienza dell’angoscia e del terrore della condizione umana, noi cerchiamo quando vaghiamo come perduti nella nebbia o quando siamo perseguitati nel sogno da incubi terrificanti.

La morte e la distruzione spingono alla ricerca gnostica perché la materialità è causa di terrore, dolore e confusione, cioè da mancanza di chiarezza sull’orientamento della nostra vita. Tutte queste esperienze hanno inizio con l’ingresso nel corpo materiale, perciò dobbiamo diffidare del corpo perché esso è un sabotatore che porta alla sofferenza. Nella filosofia gnostica, non vi è alcuna fiducia nelle forze cieche dell’universo, e l'unica risorsa è costituita dalla ricerca della risposta dentro se stessi, impegnandoci in un viaggio interiore strettamente privato.

Solo chi arriva a fare esperienza della propria natura, cioè della natura umana come “fonte del tutto,” riceverà l’illuminazione poiché nel comprendere il sé essenziale, ossia la nostra divinità interna, si viene liberati dalle sue costrizioni esterne e si celebra l’identificazione con l’essere divino. E’ enorme la grandezza dell’essere umano, esso stesso Figlio e partecipe dell’Essenza Primordiale, destinato sempre a percorrere una strada solitaria, “uno tra mille e due tra diecimila” perché nella vita disse Gesù: “Siate come passanti!”

Buona erranza
Sharatan

martedì 13 ottobre 2009

L'incredulità di Pietro


Ippolito di Roma (170-235) allievo di Ireneo di Lione, nei suoi scritti contro le eresie, descrive così la versione gnostica dell’origine dell’universo. Dal potere del Silenzio apparve “un grande potere, la Mente dell’Universo, che governa ogni cosa, ed è un maschio … l’altro potere … una grande Intelligenza … è una femmina che produce ogni cosa.” In greco la mente (nous) è maschile e l’intelligenza (epinoia) è femminile, perciò questi poteri, congiunti in unione, “sono scoperti essere ‘dualità’ … E’ Mente in Intelligenza, inseparabili l’uno dall’altra e formanti un’unità, si trovano essere due.”

Nella scritto gnostico “Grande rivelazione” citato da Ippolito, si spiega: ”Questo [potere divino] risiede in ogni cosa: è nascosto … Questo potere è uno: diviso sopra e sotto; generando se stesso, crescendo se stesso, cercando se stesso, trovando se stesso, essendo madre di se stesso, padre di se stesso, sorella di se stesso, sposa di se stesso, figlia di se stesso, madre, padre di se stesso, è l’unica radice del Tutto.” Ma non tutti gli gnostici erano d’accordo sulla radice maschile-femminile della divinità, così si ebbero varie fazioni per la difficoltà di concepire una divinità come armoniosa sintesi di yin e yang, che è comune in Oriente, ma ostica alla mentalità occidentale.

Nello gnosticismo si usa “ruah” (Spirito) che è un termine ebraico femminile perché: “[Ella è] l’immagine dell’invisibile, virginale, perfetto spirito … Divenne la Madre di ogni cosa, poiché esisteva prima di tutti, il madre-padre.” Il paradiso gnostico era narrato da Simon Mago come un grembo perchè le Scritture dicono:”Io sono Colui che ti ha formato nel seno di tua madre” (Isaia, 44,2) e perciò il Paradiso è il grembo e l’Eden è la placenta. Quando nel Vangelo di Filippo si beffa la mentalità ristretta degli ortodossi, si mostra come i maestri gnostici trovino inconcepibile come non si comprenda che la verginità della nascita di Gesù sia da interpretare come nascita dallo Spirito, una delle due potenze divine, che si fonde con il Padre del Tutto, e che non si affermi come una nascita umana da madre intatta.

La Sapienza è il primo creatore universale, essa genera tutte le creature, illumina gli esseri umani e li rende saggi, perciò gli gnostici valentiniani e marciani pregano la Madre “mistico, eterno Silenzio” come “Grazia, Colei è Prima di ogni cosa” e come “incorruttibile Sapienza.” Essi la invocano per ottenere la gnosi o conoscenza, come un testo scoperto a Nag Hammadi “Trimorfe Protennoia” ci rivela: “Io sono [Protennoia il] Pensiero che dimora nella luce … colei che esiste prima di Tutto … Io mi trasferisco in ogni creatura … Sono l’Invisibile dentro al Tutto.” Alcuni gnostici fecero loro questa concezione maschile-femminile e, almeno due circoli gnostici fecero partecipare le donne al pari degli uomini ai loro riti, anche se alla fine del 3. secolo tali usi furono cancellati dal canone ortodosso.

Valentino, poeta e maestro gnostico, dice che Dio è indescrivibile e che condivide la dualità dell’Ineffabilità e Profondità del Padre e della Grazia, del Silenzio e del Grembo della “Madre del Tutto.” Ci argomenta che il Silenzio riceve il seme della Fonte Ineffabile, da cui si emanano tutte qualità armoniose di energie maschili e femminili; perciò i valentiniani invocavano la Madre come “mistico, eterno silenzio.”

Il fervido Ireneo nota con sgomento, che molte donne sono sedotte dagli insegnamenti gnostici, soprattutto dalle predicazioni del maestro gnostico Marco che sapeva usare parole tanto seducenti da ammaliare e da convincere le donne a profetare, le faceva celebrare l’eucarestia e che le usava come preti, e come ministre della fede. Tertulliano rivela scandalizzato: “Queste donne eretiche come sono audaci! Non hanno modestia; sono così sfrontate da insegnare, impegnarsi nelle dispute, decretare esorcismi, assumersi oneri e, forse, battezzare!”

Quando gli gnostici carpocraziani inviarono a Roma la loro maestra Marcelliana ella dichiarò di essere la depositaria dell’insegnamento segreto di Maria, Salomè e Marta, discepole di Gesù. Sappiamo che i montanisti furono fondati dalle maestre Prisca e Maximilla e che, tra i valentiniani, molte donne venivano onorate come profeti, altre svolgevano il ruolo di maestre, di predicatrici viaggianti del vangelo, di guaritrici, con assumevano ruoli di preti e anche di vescovi. A partire dal 3. sec. tutte queste figure spariscono dalla chiesa ortodossa. Come potè avvenire questo, in barba all’insegnamento di Gesù?

Strana involuzione, perché Gesù combattè la consuetudine misogina del pensiero ebraico, si circondò di donne, parlò con loro in pubblico e le tenne in massima considerazione. Nel Vangelo di Filippo si dice :”Erano tre, che andavano sempre con il Signore: sua madre Maria, sua sorella, e la Maddalena che è detta sua consorte. Infatti era “Maria” sua sorella, sua madre, e sua consorte. Anche nel canonico Vangelo di Luca ci viene descritta la sorella di Marta, Maria, che si era seduta ai piedi del Signore e che ascoltava la sua parola. Ai rimproveri di Marta rispose Gesù, che Marta si affannava per troppe cose, mentre Maria aveva “scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.”

Una fonte gnostica afferma che ci fu un terzo gruppo minoritario, che si formò alla morte di Gesù, ed era costituito dal gruppo familiare del fratello Giacomo, da Maria Maddalena e da un piccolo seguito di uomini e donne che avevano ricevuto degli insegnamenti segreti. Questo gruppo usava pregare Dio con una invocazione che recitava: “Da Te, Padre, e tramite Te, Madre, i due nomi immortali, Genitori dell’essere divino, e tu, che dimori nei cieli, umanità, dal potente nome …” e alcuni gnostici, dicono di derivare dalla discepola prediletta di Gesù. Nel Vangelo di Tommaso al paragrafo 21, è riportato una conversazione tra Maria e Gesù, che rivela il rapporto di complicità e il grado di dolce intimità esistente tra loro:” Maria chiese a Gesù, “Come sono i tuoi discepoli?” Lui disse, “Sono come bambini in un terreno che non gli appartiene”.

In questa chiave si capisce meglio il fatto citato in conclusione del Vangelo di Tommaso: “Simon Pietro gli disse, ‘Lasciate che Maria se ne vada, poiché le donne non meritano la Vita.’ Gesù disse, ‘Io stesso la guiderò in modo da farla maschio, così anche lei potrà diventare uno spirito vivente somigliante a voi maschi. Poiché ogni donna che farà se stessa maschio, entrerà il Regno dei Cieli’”. Questa è una concezione androgina che in Tommaso viene spiegata descrivendo un episodio: “Gesù vide alcuni neonati che poppavano. Disse ai suoi discepoli, “Questi neonati che poppano sono come quelli che entrano nel Regno”. E loro gli dissero, “Dunque entreremo nel regno come neonati?” Gesù disse loro, “Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno”.

Quando arriva la predicazione di Paolo, essa riafferma il pensiero ebraico della subordinazione femminile alla gloria dell’uomo, fino alla Lettera ai Corinzi in cui dice: “Le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse … è sconveniente per una donna parlare in assemblea.” Così non ci stupisce sentire tali affermazioni sebbene, nello stesso periodo a Roma, in Grecia e in Asia minore le donne avessero un ruolo attivo e fattivo nei riti della Dea Madre e della dea egiziana Iside, sebbene esse potessero esercitare delle libere professioni, fossero istruite, e potessero dedicarsi alle arti e alla medicina.

In Egitto, dal sec. 1. a. C., si era giunti ad un livello elevatissimo di emancipazione femminile come pure a Roma dove, fin dal 200 a. C. si godeva di un’istruzione parificata per i due sessi e dove, nel sec. 2. d. C., la donna viveva tranquillamente la sua vita con la massima libertà. Sotto l’impero romano le donne erano libere di viaggiare, di fare affari, di condurre una vita sociale, di andare a teatro, di partecipare a manifestazioni sportive, di andare alle feste, ai concerti, di fare viaggi e uscire liberamente senza mariti. Erano impegnate nei combattimento fino a scendere nell'arena circense, partecipavano a battaglie, e praticavano varie specialità atletiche.

Le donne ebraiche vivevano invece in totale sottomissione,e tra il 2. e il 3. sec., ogni pretesa emancipazione femminile fu abolita, cioè quando si affermò la lettura ebraica e paolina della condizione femminile. Perché potè affermarsi una tale svolta? Ormai gli studiosi affermano che essa fu la prova certa, che la parte ortodossa aveva trionfato nell’accezione della classe media ebraica, quella che aveva una misoginia di lunga data. Una misoginia che viene testimoniata come esistente da sempre tra i seguaci di Gesù, come scritto nel Vangelo di Filippo dove si rivela che la più intima compagna di Gesù era Maria Maddalena:

“[Il Signore amava Maria] più degli altri discepoli e la baciava spesso sulla [bocca]. Gli altri discepoli allora gli chiesero: ‘Perché ami lei più di tutti noi?’ E il Salvatore rispose chiedendo loro:’perché non vi amo come amo lei?’” Il “Dialogo del Salvatore” rivela che Maria fu scelta assieme ad altri tre discepoli per ricevere un insegnamento segreto, e si arriva a lodarla sopra Tommaso e Levi Matteo perché “parlava come una donna che conosceva il Tutto.”

Nel Vangelo di Maria si narra che i problemi iniziarono sin dai giorni successivi alla crocefissione, quando i discepoli erano terrorizzati e allora chiesero a Maria di confortarli raccontando ciò che Gesù gli aveva rivelato in segreto. Lei acconsentì ed iniziò ad ammaestrarli finchè Pietro, furibondo la interruppe e urlò indignato: “Egli ha dunque parlato con una donna di nascosto da noi, non apertamente? Dobbiamo noi pure volgerci e ascoltar tutti lei, come preferita di molto a tutti noi?” Intervenne allora Levi Matteo, il pubblicano che aveva abbandonato tutto per seguire il maestro, e disse: “Pietro, tu sei sempre collerico. Ora osservo che tu tratti questa donna come trattassi dei nemici. Se il Salvatore l’ha fatta degna, chi sei tu per rifiutarla? Certamente il Salvatore la conosce molto bene. Perciò l’ha amata più di noi.”

Gli altri accettarono di ascoltarla e Pietro dovette tacere. Ma già quando Gesù era in vita, si dice nello scritto gnostico “ Pistis Sophia” che Pietro si era lamentato perchè Maria dominava la conversazione con Gesù e perchè usurpava la priorità sua e degli altri discepoli. Allora Maria confessò a Gesù di avere paura di Pietro perché era ostile a lei e alle donne, perciò lei non voleva parlare apertamente con Gesù. Nel Vangelo di Maria si narra che Gesù la rassicurò perchè chiunque è ispirato dallo Spirito è divinamente consacrato a parlare, sia esso uomo o donna. Ma contro Maria sia Pietro che Paolo si unirono e, alla fine, vinsero loro: perciò dal sec. 2., la donna divenne dominio dell’uomo per ordine consacrato di Dio. D’altro lato anche lo scritto pseudo-gnostico dell’atleta Tommaso ammoniva: “Guai a voi che amate il rapporto con la femminilità e l’immonda convivenza con essa!” facendo registrare un anomalo accordo con le idee dei cristiani ortodossi.

Ironicamente troviamo una sorprendente posizione nella versione del Padre della Chiesa Clemente di Alessandria, un ateniese convertito al cristianesimo, un cristiano ortodosso che dimostra di conoscere fin troppo bene gli scritti gnostici. Clemente descrive Dio come maschile e femminile, perchè “ai fanciulli che cercano la Parola, il seno amorevole del Padre provvede il latte.” Descrivendo la natura umana afferma che “gli uomini e le donne partecipano a parti eguali alla perfezione, e riceveranno la stessa istuzione e la stessa disciplina. Infatti il nome ‘umanità’ è comune a uomini e donne; per noi in Cristo non c’è maschio e femmina.”

Esortando le donne a praticare attivamente la fede, elenca un repertorio di donne notevoli per il loro valore, citando Giuditta, Esther, la scrittrice Arignota, la filosofa epicurea Temisto, e alcune allieve di Socrate e Platone. Alla fine non riesce a trattenere la sua ammirazione per Teano la Pitagorica che mentre insegnava in pubblico fu interrotta da un uomo che la fissò dicendole ammirato: 'Il tuo braccio è molto bello.’ A cui lei rispose: ‘Si, ma non è in pubblica mostra!'”

Ma Clemente era una vera eccezione, nato e vissuto nella cosmopolita città alessandrina, originariamente un patrizio ateniese e certamente colto e raffinato, per qualcuno forse lui stesso un iniziato allo gnosticismo, forse un eretico filognostico infiltrato. Era un irregolare troppo influenzato dai ricchi e colti circoli egiziani, troppo evoluto e raffinato per la nascente chiesa ortodossa.

Questa gli preferì la mediocrità ottusa e provinciale di Tertulliano, quella che tuona contro la donna che parla in pubblico, contro la donna che insegna, che battezza, che offre l’eucarestia, che rivendica per sé una parte in qualunque funzione maschile, per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale. Duemila anno dopo, nel 1977, Paolo VI ha riaffermato che la donna non può diventare prete “perché nostro Signore era uomo!” così come hanno ripetuto sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, anche loro eredi del soglio e dell’irosa incredulità di Pietro.

Buona erranza
Sharatan


venerdì 9 ottobre 2009

I difensori della Verità


Il sapere non è comprensione ma è l’illusione di avere capito, è un surrogato che viene preso in prestito da altri, mentre la comprensione è sempre un fatto personale. La comprensione nasce quando vogliamo conoscere un fatto ignoto, mentre il sapere è un fatto collettivo che riguarda l’umanità. Ciò che viene detto verità, non è null’altro se non ciò che la maggioranza ha sedimentato e definito come imprescindibile dallo schema dei valori o delle interpretazioni accettate comunemente come vere. Quando una persona si muove all’interno di questo schema viene considerata saggia, quando molte persone accettano lo stesso schema di concezioni, essi difendono quella verità. Ma è la verità assoluta o la verità che viene costruita come tale?

Nel 1945 in Alto Egitto, a Nag Hammadi, furono scoperti dei preziosi rotoli in papiro che costituiscono la scoperta più importante del secolo scorso sulla predicazione di Gesù. I preziosi rotoli furono in parte usati per accendere il fuoco, e in parte venduti al mercato nero delle antichità, da cui furono poi recuperati e restaurati. Nei testi ritrovati vi erano dei vangeli sconosciuti, delle rivelazioni su Cristo e sulla sua predicazione assolutamente inedite, esse si leggono nei codici ritrovati: il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Filippo, il Vangelo della verità, il Vangelo degli egizi, il Libro segreto di Giacomo, l’Apocalisse di Paolo, la Lettera di Pietro a Filippo e l’Apocalisse di Pietro, insieme ad altri preziosi scritti.

Tutti questi testi risultarono essere delle copie in lingua copta di testi ancora più antichi, testi attribuiti ai primi seguaci di Gesù. Quando Origene di Alessandria dichiara: “Ecclesia quattuor habet evangelia, haeresis multipla,” con questa frase ci testimonia il lungo sforzo che il cristianesimo delle origini dovette sostenere per liberarsi di tutte le idee che riteneva pericolose per la sua sopravvivenza. Sappiamo poi che il cristianesimo, all’incirca nel 2. e 3. secolo d. C., aveva già canonizzato una serie di scritture definendole veritiere, e aveva bollato delle altre dottrine cristiane come eretiche, perciò le aveva distrutte.

Ma lo stesso contenuto dei vangeli gnostici di Nag Hammadi, viene ritrovato anche in frammenti del Vangelo di Tommaso in lingua greca, ritrovati all’inizio del Novecento, perciò il professor Helmut Koester dell’università di Harvard, ha supposto che le fonti gnostiche siano ancora più antiche dei Vangeli del Nuovo Testamento, forse risalenti alla prima metà del sec. 1. d. C., perciò più vicine alle date di vita di Gesù.

Le date sono desunte anche da ciò che Ireneo di Lione diceva: “Dove è la Chiesa, là è anche lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio là è la Chiesa e ogni grazia. E lo Spirito è verità.” Da Ireneo, che era uno dei maggiori cacciatori di eretici, e uno dei più forti ed agguerriti teologi della tradizione apostolica di quei tempi, sappiamo che la sua chiesa, che era stata impegnata nella repressione dell’eresia gnostica, ne era uscita vincente.

A Ireneo, che era nativo di Smirne in Turchia, e che era nato in una città commerciale e cosmopolita, la conoscenza delle filosofie più disparate non difettava. Era cresciuto in una famiglia cristiana benestante, aveva ricevuto alla scuola di Policarpo vescovo di Smirne la sua prima formazione, ed era stata una buona formazione religiosa, filosofica e teologica.

L’influenza di Policarpo fu determinante perché era stato discepolo dell'evangelista Giovanni, perchè godeva di grosso carisma, e i giovanniti erano in lotta feroce contro le teorie eretiche degli gnostici perciò formavano dei proseliti zelanti. Ireneo divenne un seguace solerte e fedele e, con vigoria, continuò l’opera del suo maestro e del maestro del suo maestro,fino a comporre la prima sintesi dei principi della dottrina cristiana, in cui inserì la sua "invenzione:” il concetto di successione della tradizione apostolica, attribuendo l’investitura divina di tale Verità alla sua chiesa, perchè maggioritaria.

Egli così scrive: “A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità, è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata. La Chiesa, benché disseminata in tutto il mondo, custodisce con cura [la fede degli Apostoli], come se abitasse una casa sola; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo queste verità proclama, insegna e trasmette, come se avesse una sola bocca. Le lingue del mondo sono diverse, ma la potenza della tradizione è unica e la stessa."

E nel 2. sec. d. C., nella raffinata città di Alessandria d’Egitto, erano molto diffusi dei pericolosi testi gnostici in cui, non solo si affermava il messaggio di una conoscenza (gnosi) collegata all'auto perfezionamento spirituale, ma anche una carità fraterna rivolta ad aiutare gli altri tramite la conoscenza che viene acquisita. Il simbolo di questa dedizione ai fratelli era il bacio gnostico, che non era solo un segno di affetto fraterno, ma era anche il mezzo tramite il quale si trasmetteva la propria conoscenza: chi amava fecondava e generava un altro fratello.

Conoscere se stessi al livello più profondo, è allo stesso tempo conoscere Dio: questo è il segreto della gnosi. Dice il maestro gnostico Monoimo: “Abbandona la ricerca di Dio e la creazione e le altre questioni dello stesso genere. Cercalo prendendo te stesso come punto di partenza. Impara chi è dentro di te a rendere ogni cosa sua propria e a dire:”Mio Dio, mia mente, mio pensiero, mia anima, mio corpo”. Conosci le fonti del dolore, della gioia, dell’amore, dell’odio … Se indaghi attentamente queste questioni lo troverai in te stesso.”

Gli autori gnostici credono in questo Dio “sconvolgente” rivelato dalla predicazione di Gesù il Vivente, che viene come guida ad aprirci la porta della comprensione spirituale e che, quando il discepolo ha raggiunto l’Illuminazione, smette di essere il suo maestro spirituale. Questo non è più necessario perché essi sono diventati identici. Nello gnostico Vangelo di Tommaso leggiamo: “Gesù disse, non sono più tuo maestro, perché tu sei ebbro: ti sei inebriato alla copiosa sorgente che è emanata da me … Chi berrà dalla mia bocca diventerà come me, nello stesso modo che io diventerò come lui, e tutte le cose nascoste gli saranno rivelate.”

Un Dio così non prevede alcun tipo di gerarchia religiosa tanto che, e non casualmente, lo studioso Edward Conze esperto di buddismo, ha potuto stabilire che “i buddisti erano in contatto con i cristiani di Tommaso (cioè cristiani che usavano il suo Vangelo) nell’India meridionale.” Certamente le vie commerciali che passavano attraverso l’Asia Minore erano la via di diffusione più probabile per le idee, ed erano occasione di scambi culturali intensissimi. Ipotizzare che la tradizione orientale possa avere influenzato lo gnosticismo, secondo Elaine Pagels, docente statunitense insegnante di Storia del Cristianesimo nella Princeton University e studiosa dei documenti di Nag Hammadi, appare perciò plausibile.

Nel Vangelo di Filippo si dice: “Il Logos che esce di lì; sarebbe stato nutrito dalla bocca e sarebbe diventato perfetto. I perfetti per mezzo di un bacio sono concepiti e nascono. Per questo noi stessi siamo spinti a baciarci reciprocamente; noi riceviamo concepimento dalla grazia che è in noi, reciprocamente.” Questo valore del bacio iniziatico, ci fa comprendere molto profondamente la frase di Gesù testimoniata dal Vangelo di Luca: “Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?”

Ricordiamo che nel 50 d. C., era avvenuto il Concilio di Gerusalemme in cui si erano riunite le cosidette “colonne della chiesa cristiana,” cioè i gerosolimitani seguaci di Giacomo il Minore “fratello del Signore,” i giudeo-cristiani circoncisi seguaci di Pietro, ed il gruppo dei gentili convertiti seguaci dell’apostolo Paolo. Fin dall'inizio era emersa una forte ostilità tra Pietro e Paolo di Tarso, su cui Giacomo il Minore, fratello ed erede dell’autorità di Gesù, aveva cercato di esercitare la sua azione moderatrice.

Dagli Atti degli apostoli sappiamo come concluse Giacomo: “Abbiamo perciò deciso tutti d'accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno anch'essi queste stesse cose a voce. Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete quindi cosa buona a guardarvi da queste cose. State bene.”

Se la moderazione di Giacomo riesce a salvare l’unità separando i contendenti, in realtà rimanda una resa dei conti che si sarebbe conclusa nel corso del sec. 2. d.C., quando i cristiani gnostici furono eliminati dai cristiani ortodossi, quando dei cristiani condannarono altri cristiani come eretici. Quasi tutto quello che sappiamo sulle idee epurate proviene dalle parole dei loro nemici: i testi di Nag Hammadi, come pure i manoscritti del Mar Morto, come il Libro di Enoch in lingua etiope, fanno sentire la voce degli sconfitti, soffocata dall'oblio dei secoli.

Da Ireneo apprendiamo dell’eresia del Vangelo della Verità. Nei testi rinvenuti a Nag Hammadi, leggiamo l'eresia: “Per mezzo dell’unità ognuno ritroverà se stesso. Per mezzo della gnosi ciascuno purificherà se stesso dalla diversità all’unità, consumando la materia dentro se stesso come un fuoco: le tenebre per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita. Così è per coloro che hanno allontanato da sé l’ignoranza, come un sonno cui essi non danno alcun valore … E’ così che ognuno ha agito, da addormentato, nel tempo della sua ignoranza, ed è così che conosce, come se si ridestasse. Felice è l’uomo che torna in sé e si ridesta, e beato chi ha aperto gli occhi dei ciechi!”

Nel Vangelo della Verità, usato dai valentiniani - seguaci del filosofo Valentino(135-165) - scomunicati e perseguitati nello stesso periodo, si legge: “Parlate dunque dal vostro cuore, perché siete voi questo giorno perfetto e in voi dimora la luce che non ha fine. Parlate della verità a quelli che la cercano e della conoscenza a quelli che nel loro errore hanno peccato. Consolidate il piede di coloro che hanno incespicato e imponete le vostre mani ai malati. Nutrite gli affamati e date pace ai sofferenti ... Rialzate coloro che vogliono levarsi e ridestate coloro che dormono. Voi siete la saggezza che viene brandita. Se la potenza si comporta in questo modo, essa diviene ancora più potente. Abbiate cura di voi stessi. Non vi preoccupate di ciò che resta, che avete gettato via: non fate ritorno a ciò che avete vomitato per riprenderlo ... Non consolidate i vostri ostacoli: essi crollano perché sono macerie ... Voi dunque fate la volontà del Padre: gli appartenete. Il Padre è amorevole e ciò che procede dalla sua volontà è buono. Egli ha conosciuto ciò che è vostro, affinchè là troviate la vostra Quiete. Dai frutti si conosce ciò che vi appartiene.

I Figli del Padre, sono essi la sua fragranza, perché sono emanati dalla grazia dell’espressione del suo volto. Per questo motivo il Padre si compiace della propria fragranza e la manifesta in ogni luogo. Se essa si mescola con la materia, Egli affida la propria fragranza alla luce e la fa sollevare nel suo Silenzio, al di sopra di ogni forma e di ogni rumore ... Perché non sono le orecchie che fiutano l’odore, ma è lo Spirito che può odorarlo, e lo attira in se stesso e lo immerge nella fragranza del Padre. Lo riconduce dunque in porto, lo riporta al luogo di dove è uscito, alla nostra fragranza originale, che ora è fredda. Se lo Spirito l’attira, essa diviene calda. Gli odori freddi provengono dunque dalla separazione … Abolita la separazione, essa ha portato la calda pienezza dell’amore, perché non esista più il freddo, ma l’unità del pensiero perfetto.

E questi è il Padre: colui dal quale è uscito l’inizio e al quale ritorneranno tutti quelli che sono usciti da Lui, perché essi sono stati manifestati per la gloria e la gioia del suo nome ... Ma io là dimorerò e dedicherò me stesso, in ogni momento, al Padre del Tutto e ai veri fratelli, sui quali si riversa l’amore di Lui e in mezzo ai quali nulla di Lui fa difetto ... perché Egli è buono e i suoi figli sono perfetti e degni del suo nome. Sono proprio figli di questo genere che Egli, il Padre, ama.”

Molti sono i ministri della parola, afferma la nascente chiesa, ma non tutti sono degni di essere considerati tali, non tutti sono autentici e portatori di verità, così la Chiesa maggioritaria di Ireneo la fece di sua esclusiva pertinenza. D’altro lato i testi che gridavano cose diverse furono ferocemente distrutti, come pure furono condannati gli dei, i templi e i testi delle religioni pagane: tutti furono condannati alla maledizione del silenzio. Dichiara Ireneo: “Lo faccio affinchè ... possiate stimolare tutti coloro con cui siete in rapporto a sfuggire un simile abisso di follia e bestemmia contro Cristo. ” E se lo dice lui, come poterlo confutare, visto che la sua Verità è così ferocemente certificata?

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 7 ottobre 2009

Fuggire dalla giungla


Fortunato è il leone che verrà mangiato dall'umano,
perché il leone diventerà umano.
E disgraziato è l'umano che verrà mangiato dal leone,
poiché il leone diventerà comunque umano.
(Vangelo di Tommaso, 6)


L’uomo è alla continua ricerca di un senso perché egli non ha una natura definita come gli oggetti, ma è lui stesso che deve scoprire il suo significato. La ricerca della verità è perciò una ricerca eterna che ha inizio ma non ha una fine, e se crediamo alla reincarnazione forse inseguiamo la verità da secoli. L’uomo è un divenire per poter essere, ma per poter essere bisogna essere padroni e non schiavi.

Georges Ivanovič Gurdjieff, il grande mistico armeno, diceva che l’uomo è come una carrozza, in cui il conducente è ubriaco e il padrone dorme profondamente, perciò nessuno conduce i quattro cavalli che trainano la carrozza e che la sballottano ovunque, tirando ognuno da una parte diversa. Chiunque può prendere il comando del veicolo, perché il cocchiere è ubriaco e il padrone dorme profondamente.

Questa è la rappresentazione della vita vissuta con il centro più intimo addormentato profondamente, con la consapevolezza che dovrebbe essere la padrona, e che è invece ubriaca. I desideri e le emozioni che sono rappresentate dai cavalli fanno procedere la vettura sbattendola contro rocce e alberi, si viaggia nell’oscurità profonda facendoci del male: una vita di questo genere diventa un incubo e non una celebrazione. Osho descrive i livelli di crescente consapevolezza, elencando i quattro stadi evolutivi della consapevolezza umana.

Il primo stadio è quello della giungla che è lo stato del sonno profondo in cui vivono la maggioranza delle persone. La ricerca esiste ma è inconscia, non intenzionale, e si procede a tentoni in modo casuale. A volte giunge un barlume, ma dura poco e non si fissa nella memoria, perché se non si cerca una cosa non si può vederla. Le persone agiscono come se fossero addormentate e la vita scorre in modo meccanico; così viviamo in balia degli assalti dei desideri e delle emozioni, così viviamo come macchine comandata da pulsanti.

Questo è lo stato che Jung chiama dell’inconscio collettivo, e che Freud chiama dell’inconscio psichico, ed è lo stato più basso di consapevolezza. A questo stato nessuna ricerca è possibile, perché non siamo padroni della nostra vita ma restiamo in balia degli eventi e delle emozioni. Nello stato della giungla l’uomo è una folla perché in lui vivono molte persone scollegate e frammentarie, egli non è un’anima integra.

Gurdjieff credeva che l’uomo non nascesse con un’anima, ma con molti io che devono fondersi per creare l’unità, solo quando questo avviene allora abbiamo un’anima o meglio, diventiamo un’anima. Alla gente della giungla non interessano le domande, essa vuole solo risposte, perciò accetta qualsiasi risposta che gli offra sicurezza, perché per fare delle domande bisogna soffrire e sapere accettare un pericoloso viaggio dentro noi stessi.

Le persone della giungla sono molto istruite, si proclamano sapienti ed eruditi, ma viaggiano in luoghi fitti e oscuri in cui spingono anche coloro che incontrano sul loro canmmino: osservano religioni formali e ortodosse e si aggrappano a credenze accettate. Essi non accettano coloro che fanno troppo domande perché creano dubbi e problemi, infatti non desiderano essere scossi, e vogliono continuare a vivere nel loro mondo sicuro di ideologie certe e di formalità accettate.

Il secondo stadio è quello della foresta, che è molto simile alla giungla, solo che la foresta possiede dei sentieri che si possono percorrere. Se la giungla era il sonno, la foresta è il sogno per cui si può tentare una ricerca, l’importante è iniziare a muoversi, anche se dovesse costare degli errori, perché la vita comporta dei tentativi che possono essere anche infruttuosi e fallaci.

Forse il problema è quello di vedere troppe vie, e di non riuscire a riportare l’ordine, perciò si può avvertire il caos, e per accettare il caos bisogna essere un po’ folle, un po’ anticonformista. Se siamo nella foresta siamo disposti a rischiare, e vogliamo cercare un maestro, perché la strada è lunga ma il ricercatore non vuole delle risposte confezionate, ma è confuso dall’esistenza di troppe risposte.

Al terzo stadio abbiamo il giardino che è lo stato del risveglio, in cui siamo consapevoli e vediamo il giorno. Se siamo qui, facciamo a meno di maestri e di guru perché vogliamo un vero Maestro. Con lui vogliamo un contatto personale, perché non siamo interessati ai suoi insegnamenti ma alla sua presenza, infatti solo guardando profondamente dentro un essere possiamo vederne la sua essenza reale. Siamo disposti a disimparare quello che sappiamo e disporsi ad accogliere il messaggio dell’altro.

Trovare un Maestro vuol dire trovare un punto e un accesso al divino, ma dobbiamo sentire che quello che è giunto a noi è un buon maestro, poiché un maestro ci aiuta solo se ci si adatta. Se non fosse tale dobbiamo allontanarci perché non potrebbe esserci di aiuto. Il Maestro non darà tutte le risposte ma toglierà tutto, lasciando l’allievo nudo, limpido e innocente, privo di ogni risposta esterna. Quando le domande non sono fornite dall’esterno, siamo costretti a ricadere all’interno di noi, e la domanda ci si rivolge contro, dritta al centro del cuore, acuta e veloce come una freccia.

Infine siamo allo stadio della casa, che gli indù chiamano turiya, cioè il quarto stato. Quando sei al quarto stato sei arrivato, sei giunto al centro del tuo essere e hai sollevato il velo che impediva lo sguardo. La verità che hai visto non ha bisogno di parole e non si comunica con le parole, può essere solo conosciuta.

Solo l’esperienza può rivelare la verità, solo la manifestazione può essere percepita. Se hai visto ma vorresti condividere, sappi che questo è impossibile, perché l’esperienza è solo tua e non è comunicabile. Nessuno può vedere con gli occhi dell’altro, nessuno può sentire con il cuore dell’altro perché trovi solo se cerchi in prima persona. Su cosa cercare e su come cercare facciamocelo dire dal Grande Maestro.

Nel Vangelo di Tommaso, il manoscritto copto scoperto nel 1945, a Nag Hammadi in Egitto, Gesù spiega: “Coloro che cercano cerchino finché troveranno. Quando troveranno, resteranno turbati. Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto.” Gesù insegna che, se non cerchiamo la luce interiore che illumina tutto l’universo resteremo immersi nell’oscurità interiore ed esteriore.

“Chi berrà dalla mia bocca diventerà come me; io stesso diventerò quella persona, e tutte le cose nascoste gli si riveleranno.” Nel testo Gesù dice: “Poiché sei il mio gemello e il mio vero compagno, esamina te stesso e scopri chi sei … Poiché sarai chiamato mio gemello … sarai chiamato ‘colui che conosce se stesso’. Perché chi non conosce se stesso non conosce nulla, ma chi conosce se stesso conosce simultaneamente la profondità di tutte le cose.”

Al versetto 50 aggiunge: “Se vi chiedono ‘Da dove venite?’ dite loro ‘Veniamo dalla luce, dal luogo dove la luce si autogenerò , si innalzò e si manifestò nella loro immagine. ‘Se vi chiedono ‘Chi siete voi?’ rispondete ‘Siamo i suoi figli, e siamo gli eletti del Padre vivente.” Gesù ci insegna che per scoprire chi siamo dobbiamo solo ritornare a casa.

Buona erranza
Sharatan

domenica 4 ottobre 2009

Apri le tue ali …


"Apri le tue ali, non c’è nulla di cui avere paura, niente da perdere.
Sii semplicemente aperto al sole, alle stelle …
forse il mio vivere a queste altezze sublimi può essere contagioso.
Qui ci sono le mie ali, puoi usarle …"
(Osho)

Non esiste gioco più pericoloso e rischioso della ricerca spirituale. Tutte le scommesse sono contraddistinte da risultati opposti: puoi vincere oppure puoi perdere, ma in queste scommesse metti in palio solo una posta esteriore, mai te stesso. Nella ricerca spirituale si mette in palio noi stessi e la nostra mente, e non esiste posta più elevata.

Per arrivare al cuore del nostro essere dobbiamo avere il coraggio di fare questa scelta che costituisce un’assunzione di responsabilità piena e totale. Ma tutto dipende da noi stessi. Che bisogno abbiamo di fare tutto questo? Se siamo soddisfatti della condizione in cui ci troviamo, e se non ci manca nulla, perché cercare i fastidi di trovare un maestro, di diventare un discepolo e di inseguire i segreti dell’esistenza? Ma se ci sentiamo vuoti ed angosciati, se siamo confusi, se siamo vittime dell’oscurità, e se il modo in cui viviamo la nostra vita ci appare insoddisfacente, allora vale la pena di mettersi alla ricerca di qualcosa che ci possa appagare. Quando siamo pieni di interrogativi, allora cerchiamo un maestro perché ci offra una risposta.

Se una pietra viene posta sul nostro cammino, il riuscire a scavalcarla piuttosto che cadere rovinosamente a causa sua dipende da noi, e se uno stesso elemento diventa per una persona un’ostacolo fatale, mentre per un’altra una preziosa opportunità per imparare a guardare avanti, questo dipende solo dalla nostra persona, dipende da noi. Perciò di quello che ci avviene dobbiamo assumerci piena e assoluta responsabilità, e questa assunzione di responsabilità è il primo passo per essere liberi perché, seppure l’ostacolo sia sempre lo stesso, l’uso che se ne può fare è del tutto opposto. Libertà e responsabilità vanno sempre di pari passo, invece se scarichiamo sempre le nostre responsabilità sugli altri perdiamo l’occasione di essere liberi e siamo condannati a restare schiavi.

Se siamo responsabili della nostra vita, lo siamo sia della nostra felicità che della nostra infelicità, come pure siamo responsabili del nostro restare addormentati come pure di scegliere di risvegliarci, e se si accettiamo un gioco così grande, dimostriamo di avere una tempra eccezionale. Un buon ricercatore spirituale deve avere molto coraggio ma anche un’intelligenza acuta e flessibile.

Il mondo è stato sempre folle, e non ha senso cercare di cambiare dei pazzi, perché questo ci porterebbe sempre contrasti e conflitti. Se non ha senso cambiare dei pazzi, è invece molto più sensato cercare di cambiare noi stessi mettendosi in viaggio e rendendosi disponibili ad aiutare coloro che cercano di fare lo stesso percorso. Quindi ogni viaggio inizia da noi stessi, e se riusciamo a fare la nostra trasformazione, allora nella vita abbiamo fatto anche troppo, e se possiamo aiutare coloro che sono in viaggio sullo stesso sentiero, allora questo è sufficiente per alimentare la nostra compassione e per arricchire il nostro cuore.

Al nostro risveglio potremmo provare una maggiore consapevolezza che ci produce ancora più angoscia, perché ci rende evidente tutta la dualità di cui si nutre l’esistenza umana, perciò potremmo cadere in preda di angoscie e di incertezze che potrebbero paralizzare la nostra nascente sensibilità. E’ per questo motivo che molti ricercatori spirituali affermano di volere percorre una via di conoscenza ma poi rifiutano il cambiamento.

Noi pensiamo sempre facendo dei riferimenti al passato, ma quando il quadro e la situazione cambiano, dovremmo avere l’intelligenza di accettare una soluzione nuova. Se pensiamo sempre al nostro passato, se inseriamo sempre le emozioni e le reazioni che abbiamo usato in passato, lo ripeteremo sempre all’infinito e distruggeremo l’opportunità di creare qualcosa di nuovo e di originale. E’ così che avviene quando, in nome di una nostra presunta identità personale, ci stiamo invece opponendo al cambiamento.

Anche questa è una trappola dell’ego alla cui costruzione la nostra società impiega così tante risorse. Se abbiamo l’intelligenza di capire che a situazioni nuove si deve reagire in modo nuovo, allora potremo costruire una individualità di splendida maturità ed in perfetta integrità. Tutto ciò è molto meglio della coltivazione di una individualità vecchia, artritica e fittizia. Diceva Gesù: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti e tu, che sei vivo, seguimi!” Secondo il maestro Omraam Mickael Aïvanhov, i morti di cui parlava Gesù sono gli esseri che non hanno nessuna vita spirituale, come pure tutto ciò che in noi frena l’avanzamento spirituale.

Se l’ego ci tiene avvinti a sé con il timore del fallimento, con il crollo del mito della nostra invincibilità, allora valutiamo che non bisogna avere paura di fare degli errori, perché in una situazione nuova ed inconsueta un margine di errore lo dobbiamo accettare perché è umano e comprensibile. Non è un dramma ma è un rischio minimo ed accettabile, perché tutti gli errori sono ammessi quando stiamo imparando a fare una cosa che non sappiamo fare.

Solo quando un ricercatore spirituale ha un ego molto forte è in grado di abbandonarlo, per una strana paradossalità che è spiegata da Osho. Lui dice che se chiediamo ad un mendicante di lasciare tutti i suoi beni, egli sarà felice di farlo perhè non possiede nulla. Ma che rinuncia è quella di colui che non rinuncia a nulla? Se abbiamo invece molto, come nel caso dell’ego forte e potente, allora sarà facile che questo sia tanto potente e cristallizzato che sarà più facile abbandonarlo completamente. Un ego molto potente non si smonta per gradi: o lo abbandoni o lo tieni e lo servi, non ci sono alternative.

Per questo si capisce il paradosso che solo un ego potente può essere abbandonato in modo totale infatti, per arrendersi alla ricerca è necessario avere un ego autentico. Perciò Osho dice che la migliore educazione è quella che crea degli ego solidissimi e dalla massima cristallizzazione possibile, poiché essi produrranno una tale massa di sofferenza che saremo costretti ad abbandonarli. Perciò, ancor prima che un guru, è necessario piuttosto il coltivare questa attitudine ad abbandonarsi e la disponibilità ad arrendersi; se questo riesce difficile ed impegnativo, dovremmo pensare che ciò mostra che il ricercatore ha un ego di qualità.

Questo ego è costituito da un avversario di tale valore e serietà da non arrendersi ai primi colpi e alle prime scaramucce, abbiamo in campo un avversario forte e determinato che non si arrende senza combattere. Se invece possediamo un ego che è fragile ed infingardo, allora esso userà ogni mezzo per ingannarci, fingerà di essersi arreso ma continuerà a lavorare in silenzio e nell’ombra, pericoloso come un consigliere infedele e traditore. Penseremo di essere liberi ma saremo ancora manovrati, ogni cosa che sceglieremo sarà sbagliata perché la mente che sceglie è quella vecchia e sbagliata che ci ha causato la passata sofferenza.

Ecco perché dobbiamo essere felici di far scomparire il nostro ego falso e superficiale che si nutre delle nostre paure e delle nostre incertezze, e dovremmo essere felici di fare spazio al nostro Maestro interiore. Il nostro Maestro interiore è un divino guaritore, è un essere libertario e un grande amante e arriva per farci sapere che dobbiamo seguire solo noi stessi, che non abbiamo bisogno di alcuna guida e che la sua guida interiore è sufficiente per percorrere la via. Ma se non togliamo di mezzo la vecchia struttura, come possiamo costruire cose nuove?

Maharaj diceva: “Il più grande guru è il vostro sè interiore. E' questo veramente il supremo maestro, il solo che può portarci alla meta e il solo che incontrerete alla fine della strada. Abbiate fiducia in lui, e non avrete bisogno di nessun altro guru esterno. Ma, ripeto, il desiderio di trovarlo deve essere molto forte, e non dovete fare nulla che possa creare ostacoli e indugi. Non sarete mai privi del guru, perchè egli è sempre presente nel vostro cuore. Quello che egli vuole da voi è semplicemente la consapevolezza di sè, il controllo di sè e l'abbandono di sè. Può sembrare difficile, ma è facile se siete ferventi; se non siete ferventi è impossibile. Tutto cede al fervore. Quel vero guru non vi umilierà mai, nè vi allontanerà mai da voi stessi; vi farà continuamente notare la vostra insita perfezione e vi incoraggerà a cercare dentro di voi.”

Buona erranza
Sharatan


venerdì 2 ottobre 2009

Gli adoratori di carogne


In una piovosa serata, Salem Effandy Daybis sedeva annoiato nel suo studio. Andò alla libreria, prese un bel volume antico e lo iniziò a sfogliare mentre aspirava delle boccate di fumo dalla sua sigaretta turca. Dopo aver letto sulla conoscenza del sé di Socrate, testimoniata dallo scritto di Platone, si sentì preso da un’enorme trasporto per quella saggezza.

Balzò dalla poltrona in cui si era sprofondato a leggere ed esclamò: “Ah, conosci te stesso! Filosofie meravigliose sia quelle d’Oriente che di Occidente! Occorre veramente che anche io conosca la parte segreta del mio cuore. Solo così perderò ogni dubbio ed ogni incertezza. E’ il mio dovere trovare l’essere ideale che si nasconde dietro al mio essere apparente e svelare tutti i segreti della mia natura sensibile e della mia essenza intelligibile.”

Entusiasmato da questo ardore che era insolito per la sua natura, i suoi occhi brillavano animati dalla bramosia della conoscenza. Andò dunque nella stanza vicina e si pose davanti ad uno specchio dove rimase per una buona mezz’ora a guardarsi e rimirarsi, come se la stessa Conoscenza Suprema fosse giunta ad inondarlo con i suoi segreti meravigliosi ed imperscrutabili. Fissava la sua immagine riflessa e ne andava ad analizzare la forma del corpo, del capo, del viso e della membra, cercando di scrutarne ogni dettaglio. Si guardava con attenzione e, alla fine, con una calma suprema iniziò a dire:

”Certo sono basso di statura, ma come Napoleone e Victor Hugo. Ho la fronte stretta e sfuggente, ma l’avevano così anche Socrate e Spinoza. Sono calvo come Shakespeare e il mio naso è lungo e ricurvo, come quelli di Voltaire e di George Wshington. Ho gli occhi incavati come l’apostolo Paolo e come Nietzsche, le labbra carnose come Luigi XIV, e il collo robusto del tutto uguale a quello di Annibale e di Marco Aurelio.” Continuò ancora ad osservarsi e infine aggiunse:

“Certo le mie lunghe orecchie starebbero a meraviglia accompagnate ad un muso da animale, ma anche Cervantes le aveva identiche alle mie. Nei miei lineamenti sporgenti e nelle guance scavate vedo la fisionomia di La Fayette e di Abramo Lincoln, ed il mento sfuggente è come quello di William Pitt e di Goldsmith. Se guardo poi le mie spalle asimmetriche vedo il corpo di Gambetta, mentre le mani dalle palme tozze e dalle dita corte hanno un’incredibile somiglianza con quelle di Eddington.

Dal mio corpo macilento s’intuisce una caratteristiche tipica dei grandi intellettuali e pensatori. Strano che non debba mettermi a leggere e scrivere con una cuccuma di caffè dolce e caldo al mio fianco, perché solo così lavorava Balzac. Soprattutto amo la compagnia del volgo e dei mercati per la mia incredibile assonanza con Tolstoj. A volte resto anche per 3 o 4 giorni senza lavarmi neppure le mani, come si dice facessero Beethoven e Walt Whitman.

Non è strano che io passi il mio tempo ad ascoltare i pettegolezzi delle donne sul loro comportamento quando sono assenti i mariti, perché è esattamenete quello che faceva Boccaccio. Il mio amore per il vino supera quello che avevano Marlowe, Abu Nuwas, Noè e lo stesso Omar Khayyam. Poi sono ghiotto almeno quanto Alessandro Magno.”

Finito di parlare Salem Effandy si toccò la fronte con le dita spoche e continuò: “Questo sono io. Possiedo tutte le qualità dei grandi uomini del corso della storia, e come loro sono destinato a grandi cose. Un giovane come me avrà enormi realizzazioni. L’essenza della salvezza è questa conoscenza di sé. Da adesso in avanti inizierò la Grande Opera a cui sono chiamato dal Disegno Divino, perché ha seminato nell’intimo del mio cuore degli elementi così chiari ed inequivocabili. Nelle mie fattezze sono tracciati i tratti immortali che vanno da Noè a Socrate, passando per Cervantes, Shakespeare, Omar Khayyam fino ad Abramo Lincoln.

Devo decidere da quali gesta iniziare, perché un uomo che unisce tali grandi qualità mistiche e poetiche, senza dubbio manifesta tutte le divine prerogative plasmate fin dalla notte dei tempi. Sono certamente capace di fare grandi cose perché ho conosciuto me stesso e anche la Divinità mi ha riconosciuto. Lunga vita alla mia anima e anche lunga vita a me che la ospito, così che l’universo duri in eterno mentre io mi manifesto.”

Pieno di frenetico orgasmo, Salem Effandy prese a percorrere la stanza misurandola a lunghi passi, con il brutto volto rugoso radioso di gioia, mentre con la sua voce acuta che assomigliava al miagolìo di un gatto, stridente come uno scricchiolio di ossa, iniziò a declamare una poesia del Lucrezio arabo, di Abi Al-Ala’ Al Ma’arri. Con enfasi intonò: “Benchè io sia l’ultimo di quest’epoca, porterò a compimento ciò che i padri fondatori non poterono.”

Dopo avere declamato la strofa, Salem Effandy si lasciò cadere nella poltrona per meditare la profondità di quei versi, e restò in silenzio avvolto nelle sue vesti trasandate e gualcite. Ben presto però cadde in un torpore profondo, conciliato dal cadere lento della pioviggine, e la casa risuonò a lungo del suo solenne russare, forte e sgradevole come lo stridere di una vecchia macina da mulino. Questo aforisma spirituale di Kahlil Gibran descrive i presuntuosi che, per glorificare se stessi, negano ogni evidenza e ogni verità. Egli scrive: “Sono strani individui gli adoratori di se stessi: adorano infatti una carogna.”

Buona erranza
Sharatan

giovedì 1 ottobre 2009

Se vuoi ...



Se vuoi vedere le valli,
sali in vetta a una montagna;
se vuoi vedere la vetta di una montagna,
sali su una nuvola;
se invece aspiri a comprendere la nuvola,
chiudi gli occhi e pensa.

Kahlil Gibran