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domenica 9 dicembre 2018

Ciò che ci circonda



“Non ho particolari talenti, sono soltanto
appassionatamente curioso.”
(Albert Einstein)

Quando gli scienziati arrivarono a penetrare nel sistema dell’atomo, cominciava un’epoca nuova per l’umanità. Constatarono, con stupore, che l’oggetto apparentemente più denso, era fatto soltanto di spazi vuoti dove era solo movimento: crollava un idolo. Non si trattava più di materia, ma di energia, forma invisibile delle potenze nascoste dell’universo.

Si scopriva che la materia è soltanto apparenza, che l’universo è tutto dinamismo: è vita. Il vecchio materialismo subiva il colpo più consistente nella sua parte che riteneva «scientifica». Se i nostri occhi acquistassero la capacità di vedere la struttura intima della materia, anche solo fino alla stadio di elettroni e di protoni, ogni oggetto e ogni distanza sparirebbero in una visione di punti che girano intorno a vari nuclei centrali.

Ma più fantastico e meraviglioso ci apparirebbe ciò che ci circonda, se i nostri sensi acquistassero la capacità di vedere e di sentire oltre i ristretti confini della loro limitata percezione. L’invisibile e l’inudibile sono divenute realtà, inimmaginabili, anche per gli uomini di più alta fantasia. L’energia può assumere forme ignote a noi o da noi inconcepibili, al di sopra e fuori degli schemi mentali umani.

Esistono mondi nello spazio cui non possiamo arrivare neppure con i nostri più potenti telescopi, e vi sono piani di vita che oltrepassano la nostra intelligenza e la nostra capacità di comprensione: la vita è una scala infinita che non sappiamo come incominci né dove arrivi.

Anche se la realtà dovesse essere diversa dalle concezioni e dalle immaginazioni umane, non avrebbe importanza. Essenziale è sapere che quel «quid» che noi abbiamo denominato Spirito, Scintilla Divina o Individualità, che costituisce la nostra vera essenza, può rivestire forme diverse, anche inconcepibili dalla mente, usare energie ben superiori alle nostre capacità.

Noi stessi, quando avremo abbandonata l’attuale forma fisica, nella materia, saremo soltanto quel «quid» perché noi siamo essenzialmente Spirito, Scintilla Divina, che può rivestire altre forme e altra materia. I più potenti telescopi dei grandi osservatori astronomici hanno portato l’occhio umano a vedere mondi lontani, appena percepibili, a distanze incommensurabili.

Ma l’universo è così infinitamente grande che si ignora persino il numero delle galassie. È stato calcolato recentemente che la distanza delle più lontane è di decine di miliardi di anni luce. Vi si possono trovare forme di vita che l’uomo è incapace di vedere, di sentire, di immaginare.

Negarne l’esistenza deriva dal rapportare tutto a se stessi come fanno quelli rimasti al sistema tolemaico, cioè i materialisti. Ma ciò è soltanto espressione di visione ristretta e miope. Ma è assurdo ritenere che l’uomo sia il più progredito e solo, in questa infinita scala degli universi?

Vi sono luoghi nello spazio dove l’evoluzione ha proceduto armoniosamente e si è raggiunto uno stato di coscienza superiore. Da migliaia di anni altri esseri hanno raggiunto lo stadio in cui gli uomini saranno tra migliaia di anni.

I sensi sono i confini che segnano la condizione dell’uomo fisico che nulla sa, perché nulla può percepire di quei mondi vastissimi e innumeri che vivono al di là dei limiti della nostra esperienza vitale.

Dinanzi ad essi, restiamo muti, senza nulla comprendere, perché trascendono le nostre comuni capacità. Lo spettroscopio ci rivela che a noi sfuggono immense serie di vibrazioni di colori che oltrepassano il nostro campo visivo, sia nel senso più elevato come in quello più basso della materia.

Abbiamo occhi e non vediamo, abbiamo orecchie e non sentiamo. Il mondo dei sensi è la prigione nella quale siamo confinati e ci restringe entro limiti molto angusti. Così oltre i sedicimila cicli al secondo non riusciamo a percepire nessun suono: è la zona degli ultrasuoni.

Il limite della nostra vista è il violetto. Oltre, esistono raggi le cui radiazioni l’occhio umano non percepisce e alle quali non è sensibile. Non percepiamo il magnetismo, i raggi cosmici, l’elettricità, le onde radiotrasmittenti, l’infrarosso, la radio attività, le onde dinamo, i raggi gamma, l’irradiazione delle piante, degli animali e così via.

Tante sono le cose per le quali i sensi fisici sono impotenti. Man mano che si sale sui piani più elevati, i sensi fisici sono inutili perché essi sono validi soltanto per una ristretta parte del piano fisico, ma non arrivano oltre. Essi possono percepire la veste delle cose, non la loro essenza che appartiene ad un altro piano.

Così come non vediamo il coraggio, non si percepisce il valore, la tenacia, l’intelligenza, il timore, eccetera. La natura ha posto limiti provvidenziali ai sensi dell’uomo, ha però provveduto affinché le sue relazioni con tutti i piani di vita fossero non solo possibili ma attive e continue.

I sensi servono per il mondo limitato in cui vive, mentre per le relazioni con la vita infinita l’uomo possiede in sé la potenza delle sue facoltà superiori. Non si vuole accennare soltanto alle facoltà extrasensoriali che non sono in possesso di tutti, almeno nello stesso grado, ma a quella facoltà di intuizione che tutti dovrebbero attendere a sviluppare.

Per mezzo di questa si può ampliare la nostra visione del mondo e arrivare là dove la percezione sensoriale, limitata al mondo materiale, è del tutto indifferente. Infatti, i mondi invisibili e quelli pur materiali ma lontani, sono assolutamente irraggiungibili dai mezzi comuni.

L’uomo non è tutto nei sensi fisici che sono la parte di lui più materiale e perfino ingannevole. Ciò che è fuori dal raggio della percezione sensoriale può essere da lui percepito con le facoltà superiori di cui è dotato, e prima fra tutte l’intuizione.

Egli ha facoltà che trascendono i sensi, proprio per le relazioni con i piani e i mondi dove gli strumenti ordinari di percezione non possono arrivare. Anche le facoltà extrasensoriali sono sempre più in via di sviluppo, in gran numero di uomini delle nuove generazioni, e lo saranno ancora più nella futura società, quando gli uomini saranno più evoluti. Con esse, i confini del proprio mondo saranno sempre più allargati.

Ma anche allora resteranno dei limiti invalicabili, segnati per ciascuno dal proprio gradino di evoluzione spirituale: mondi invisibili e inudibili, piani dove si potrà raggiungere soltanto dopo graduale progresso. Oltre i propri limiti, per ciascuno, è mistero e silenzio, zone mute, dimensioni ignote.

La grande mistica spagnola del 500, S. Teresa d’Avila, ha scritto che il paradiso più che un luogo è un modo di essere dello spirito. Al di là, per ciascuno, è la dimensione che non riesce a raggiungere perché è oltre il proprio raggio di vita. Non necessariamente luogo fisico, ma espressione di vita.

Vi sono piani infinitamente diversi che vanno dai più densi a quelli più sottili, in una scala e in una gamma di vibrazioni, di energie tali da qualificare i diversi stati di coscienza relativi al grado evolutivo raggiunto.

L’al di là può indicare tutto ciò che vive oltre i nostri ristretti confini, i mondi che noi ignoriamo, dove la vita, pur se in forme diverse, è certamente più attiva e più raffinata di quella grossolana in cui noi viviamo.

La più grande parte della vita universale si svolge sui piani che nessuna facoltà umana riesce a percepire. Neanche l’uomo più evoluto può toccare gli estremi limiti di questa vita infinita perché là vivono esseri immensamente a lui superiori.

Se l’uomo vedesse questi piani di vita, non potrebbe reggere: sono livelli oltre gli schemi comuni che l’uomo non può comprendere né concepire perché sono i mondi dello spirito. Il materialista per il quale il mondo dello spirito è una frontiera irraggiungibile, chiuso nella capsula dei sensi, nega perché non comprende.

Per lui, anzi, è un mondo impossibile.Impedimento a intuire, per molti, sono le incrostazioni intellettuali e l’appesantimento di certo distorto uso della ragione e la negazione preconcetta: ostacoli che sono indice di immaturità spirituale.

Ciò che l’uomo meno evoluto considera inesistente perché fuori dalla sua penetrazione sensoriale, sono i piani di vita di più alta vibrazione dove la vita è più ricca e intensa: la sua anima, ancora chiusa, non può vedere né sentire. (Amadeus Voldben, Il protettore invisibile, Ed. Mediterranee)

domenica 25 novembre 2018

La Sua Voce



“Un cammino è necessario.
Se non si può fare in ascesa
di finisce col farlo in discesa.
Questa è la fatale legge della vita.”
(Pietro Ubaldi)

Pietro Ubaldi nasce a Foligno il 18 agosto 1886 da una antica famiglia della “mistica Umbria” quasi “all’ombra di san Francesco, una figura che giganteggiò nel suo spirito” come scrisse nell’opera autobiografica “Storia di un uomo”. Nacque sul tardi di una sera d’agosto “in una semplice casa di un antico rione dalle anguste vie” come penultimo di molti fratelli. La sua famiglia era molto agiata, essendo una derivazione del ramo che diede i natali al famoso giurista Baldo degli Ubaldi.

Per questo il padre lo avviò alla professione di avvocato e, approfittando della propensione del giovane per le lingue che imparava come se emergessero da un sogno, gli aprì uno studio per clienti stranieri a Roma. Ma il ragazzo non era portato per il diritto e lasciò la professione legale dopo due anni. Visse di rendita per qualche tempo, poi rinunciò all’eredità paterna e iniziò a lavorare per mantenere la famiglia malgrado discendesse da una delle famiglie più famose e nobili dell’Umbria.

La scelta di rinunciare alla ricchezza fu vista da tutti come un sintomo di follia, ma fu una scelta matura, lucida e frutto della volontà di non assecondare l’ingiustizia della ricchezza eccessiva che egli vedeva come un’ingiustizia e uno sfruttamento del più debole da parte del più forte, per cui fece l'esperimento totale del dettato evangelico. Sfruttando la sua laurea qualificata ottenne una cattedra come insegnante di inglese a Modica, in Sicilia, dove restò nell’anno scolastico 1931.

Nel 1932 ottenne il trasferimento dalla Sicilia al Liceo Ginnasio “Mazzantini” di Gubbio dove restò fino al 1952 quando decise di trasferirsi in Brasile dove lo reclamava un numeroso gruppo di estimatori che lo conosceva per merito di un ciclo di conferenze metafisiche che aveva tenuto nel paese. Dal 1952 fino alla morte visse in Brasile dove morì il 29 febbraio del 1972 a 86 anni e mezzo come egli stesso aveva predetto.

Ubaldi ebbe la prima esperienza delle sue facoltà medianiche la notte di Natale del 1931 mentre era a Modica. Dopo quel evento Ubaldi iniziò a scrivere messaggi che gli venivano suggeriti da un Essere Superiore, tramite quella che egli chiamò “La Sua Voce” che gli dettò opere che saranno tradotte nelle più importanti lingue compreso l’arabo. La sua esperienza iniziò come la percezione iniziale di una Voce che gli sussurrava all’orecchio destro ma, con gli anni, essa divenne sempre più interiore fino ad affiancare, con la sua presenza, la coscienza cosciente dell’udente.

La comunicazione si fece tanto intima che non furono più necessarie le parole, ma diventò un’intuizione istantanea di concetti e di idee che gli sorgevano repentine nell’intimo. Ubaldi lo racconta nell’opera “Le Noùri” in cui difese le sue idee e che vinse un concorso bandito per una collana di biosofia diretta da Gino Trespioli. Nello scritto afferma la tesi che il pensiero si trasmette per onde e che è possibile captarlo. Anzi, scrisse che questa sarebbe stata la scoperta futura che, dopo la scissione dell’atomo, avrebbe offerto la novità più importante che avrebbe unito la scienza alla religione.

Secondo Ubaldi, l’organo preminente per la ricezione delle “noùri” o “correnti di pensiero” è l’epifisi cioè la ghiandola pineale. Organo preminente ma non il solo, perché l’intera scatola cranica ha la funzione di essere la cassa di risonanza per la ricezione di noùri. La ghiandola pineale è situata al di sopra degli occhi e anche Cartesio credeva fosse il centro dell’anima. Ubaldi afferma che la ghiandola pineale ha la funzione di mettere in contatto l'uomo con tutti gli esseri viventi dell’universo.

Quello che accomuna tutti gli esseri senzienti è il fatto che siamo dotati di mente, la nous greca, perciò la noùri è “vibrazione di pensiero” e unità di intelligenze, perché il pensiero si trasmette per mezzo di onde. Ubaldi conferma l’ipotesi secondo cui, migliaia di anni fa, la ghiandola pineale era molto sviluppata e permetteva un contatto telepatico tra tutti gli esseri della terra. Ma, con la progressiva materializzazione del corpo umano, la facoltà telepatica era regredita, perciò la ghiandola si era atrofizzata ed era rimasta attiva solo in pochi uomini che dicono cose sublimi ma sono incompresi, emarginati e uccisi.

La stessa tesi la afferma Julian Jaynes in “La mente bicamerale” dove dice che, in origine, esisteva solo la “forma mentale dei micenei o mente bicamerale”. Le due camere della mente erano occupate, rispettivamente, dal dio-guida e dall’uomo-oggetto che era il suddito a cui tale dio impartiva ordini o direttive che sembravano giungere dalla “voce” del dio. A quei tempi, dice Jaynes, prevaleva il senso dell’udito e l’oracolo, la divinità, lo spirito, parlavano all’orecchio umano per cui l’umanità restava in ascolto. Oggi, invece siamo dominati dal senso della vista per cui crediamo solo a ciò che vediamo come lo scettico Tommaso.

Anticamente dominavano i vati, i profeti e la poesia orale, perciò faceva testo la parola e si credeva a quello che si udiva, e ciò spiega la struttura bicamerale della mente con i due emisferi specializzati in funzioni diverse. Questo fu intuito da Roger Sperry che ebbe il Nobel per aver scoperto le specializzazioni dei due emisferi cerebrali: per cui l’emisfero destro è la sede del sentimento, di assonanze, melodie, suoni, colori, spazi, mentre l’emisfero sinistro è la sede del ragionamento, cioè di “peso, calcolo e misura” ovvero delle facoltà logiche.

Cosa rivelò la “Voce” la prima volta che parlò a Ubaldi? Gli disse:«Nel silenzio della notte sacra ascoltami. Lascia ogni sapere, i ricordi, te stesso, tutto dimentica, abbandonati alla mia voce, inerte, vuoto, nel nulla, nel silenzio il più completo dello spazio e del tempo. In questo vuoto odi la mia voce che dice: sorgi e parla: SONO IO. Esulta della mia presenza: essa è gran cosa per te, è un gran premio che hai duramente meritato… Non domandare il mio nome, non cercare di individuarmi. Non potresti, nessuno potrebbe; non tentare inutili ipotesi. Tu mi conosci lo stesso».

L’originalità del fenomeno vissuto da Ubaldi è questo manifestarsi di una medianità attiva, ispirativa e cosciente molto diversa da quella passiva, spiritica che conosciamo in cui il mezzo presta il suo corpo all’entità disincarnata che, il più delle volte, è dello stesso livello evolutivo del medium per cui, i suoi messaggi, spesso provengono da un livello meschino e basso. La sua medianità è cosciente, attiva perché la Voce come scrisse: “era distinta da me, dalla mia normale coscienza quotidiana, poiché essa guidava, consigliava e predicava, e questa seguiva e obbediva, poiché tra le due sorgevano anche discussioni e divergenze in cui cedevo sempre…”

La sua facoltà medianica è il frutto di un raffinamento interiore e di una ferrea disciplina morale a cui si sottopose che lo fece ascendere alle frequenze più elevate a cui potesse ascendere, così che le noùri potessero essere captate. Il suo è un “fenomeno ispirativo” che avviene per una “sensibilizzazione per evoluzione biologica continuata per superiori stadi di evoluzione psichica e ascensione spirituale”.

Scrive in “Le Noùri” che “le religioni sono un orientamento dato dall’Alto allo spirito umano per guidarlo nella via delle sue ascensioni, sono una discesa dello spirito divino attraverso le rivelazioni. In fondo a tutte queste rivelazioni vi è una sola ed unica religione che cammina e in cui, adattandosi alla psicologia dei popoli nelle forme del tempo, l’idea di Dio avanza” quindi i maggiori “creatori del pensiero umano hanno attinto alla sorgente unica. Krishna, Zoroastro, Hermes, Mosè, Buddha, Orfeo, Pitagora fino a Cristo che supera tutti. La verità è una.”

Per Ubaldi, l’intima natura della realtà è pensiero. Quindi “basta un mutamento di coscienza per mutare e spostare tutta la gamma delle mie risonanze interiori, per farmi percepire l’universo quale è nella sua fase superiore … e psichismo esso diventa, come sua reale nuova forma di essere, appena in quella nuova dimensione io abbia saputo coscientemente affacciarmi …” ma tale conquista e il raffinamento delle sue facoltà gli richiese anni.

Nel 1932, Ubaldi si trasferisce a Gubbio e affitta una casetta nella gola del Bottaccione, tra aspri picchi che dominano il tramonto. È una casetta isolata e semplice che egli sente in sintonia con la “forza dei grandi moti tellurici” di una “terra forte e ardita” che ha duramente lottato per assurgere a quelle altezze”. 

Negli ultimi anni si è data molta importanza a questa zona che è stata definita serie magneto-stratigrafica tipo, grazie alle proprietà della gola. Infatti, ogni 420.000 anni si invertono i poli magnetici della terra e le pietre della gola del Bottaccione conservano il ricordo di quell’antico magnetismo poi invertito.

Ubaldi inizia a scrivere la sua opera più importante “La Grande Sintesi” nell’estate del 1932 nella villa di Colle Umberto dove trascorreva le vacanze estive insieme alla famiglia. Chiuso nella stanza della torre, di notte e nel silenzio della campagna, egli gode della quiete necessaria per avere la concentrazione adatta per l'ascolto della voce e per la trascrizione di quello che gli comunica quella Voce che lo ispira.

Scrive velocemente e di getto mentre i suoi familiari dormono, alla “debole luce di una lampada” mentre “la penna scorre rapida e senza rumore” come scrisse nell'autobiografia “Storia di un uomo”.Durante l’anno non riesciva a scrivere, perché il lavoro e la quotidianità della vita familiare non gli consentono di avere la concentrazione necessaria.

Ne “La Grande sintesi” si espone un sistema filosofico di amplissimo respiro in cui si descrive l’architettura dei mondi, il ciclo evolutivo che la materia inerte deve compiere per ascendere fino a Dio attraverso la successione di vita minerale, vegetale, animale e infine esistenza umana. Ubaldi dice che sono necessarie molte vite per compiere questa lunga ascensione, e la reincarnazione è la prova lampante della misericordia di Dio che vuole che tutti siano salvi.

Ubaldi racconta che, la prima idea dell’opera gli venne a 27 anni: passeggiava in riva al mare, sulla spiaggia di Falconara, e: “guardando l’incanto del creato, sentii all’evidenza, rivelazione rapida come folgore, che il Tutto non poteva essere che Materia, Energia, Concetto e Spirito, e vidi che questa era la formula dell’universo: (M=E=C)=S. In cui M uguale a Materia, E uguale a Energia, C uguale a Concetto o Spirito, S uguale a Sostanza. È questa la grande equazione della Sostanza, cioè il mistero della Trinità in cui è incentrata tutta ‘La Grande Sintesi’”.

Ubaldi afferma che l’opera non è frutto della sua cultura essendo una cultura troppo limitata perciò insufficiente a giustificare la forte struttura metafisica e filosofica di un’opera così poderosa che si estende in territori allora inesplorati. È un'opera di alta cultura, tratta materie che egli non ha mai studiato, perciò non può venire dalla sua misera persona e dalla sua preparazione scolastica. La vastissima visione dell’universo e del suo funzionamento anticipa delle intuizioni che ampliano le teorie di Einstein.

Enrico Fermi definì quell’opera: “un quadro di filosofia scientifica ed antropologica etica che oltrepassa di molto i consimili tentativi dell’ultimo secolo” e anche lo stesso Einstein conobbe Ubaldi ed ebbe rapporti epistolari con lui, infatti gli scrisse da Princeton attestando il suo apprezzamento per l’opera. Di grande valore è anche l’aspetto profetico di Ubaldi e le sue idee sul cancro che, a distanza di alcuni decenni, vengono confermate dalla scienza.

Le sue idee vennero considerate incredibili, perché la Voce disse che, nella vita, la lotta è universale. Tutti sono in lotta, sia uomini che animali, perciò c’è lotta anche nella cellula che è come una fortezza positiva accerchiata da forze negative. Se questa fortezza non resiste, se non viene sostenuta da forze positive, la parte negativa che l’assedia prende il sopravvento, e interviene l’anarchia raffigurata dal cancro, la cui cura deve essere primariamente preventiva e psicologica.

Un’altra profezia famosa fu quella fatta in Brasile riguardante la caduta del comunismo in Russia e il risorgere del cristianesimo rinnovato che sarebbe iniziato in Russia, in un tempo futuro. Ubaldi era ben consapevole dell’importanza di conservare le sue opere infatti, nel 1953, scrisse dal Brasile ad una sua amica di Roma dicendo che aveva deciso di espatriare con la famiglia perché era stanco di non avere neppure il necessario per vivere e di seminare sui sassi. Ora viveva in un paese che aveva un terreno più fertile cioè maggiormente disposto ad accettare il suo messaggio.

“Per vent’anni ho elemosinato editori e non posso più logorarmi in questa lotta inutile … Invecchio e il tempo passa. Io devo produrre; è la produzione che resta e non le amicizie, gli articoli, le conferenze, i movimenti, ma i libri - diffusi nel mondo in modo che nessuna guerra possa distruggerli … I libri restano, e io parlo ‘alla gente del Duemila’ la quale, dopo strazi immensi potrà capire. Oggi non si può capire. Non è colpa mia!”

Ne “La Grande Sintesi” egli “insegna a seguire la legge dolorosa e faticosa che consente di ascendere attraverso errori e conseguenti rettifiche espiatorie, con il minore danno e con il maggiore vantaggio possibile, e insegna a sapersi muovere, in quel complesso organismo di forse che è l’universo, senza dolorosamente urtarsi a ogni passo” come scrive in “La nuova civiltà del Terzo Millennio”. Tali idee vanno diffuse, “il tempo e lo sviluppo nervoso e intellettuale umano” ne permettono la trasposizione effettiva nella prassi quotidiana e “questa comprensione oggi non solo è possibile, ma è necessaria.”

In “La nuova civiltà del Terzo Millennio” Ubaldi parla della nuova civiltà che seguirà quella attuale, che sarà una civiltà delle spirito, frutto del travaglio che stiamo vivendo, perciò essa mostrerà un nuovo gradino evolutivo. Ubaldi è un anticipatore dell'uomo del futuro che vivrà sulle vie dello spirito. “Per avanzare è necessario risvegliare, educare, sviluppare una grande sensibilità che vi darà modo di passare da una psiche estyeriore di superficie a quella interiore che è in noi. Questa strada porta alla conoscienza dell'Assoluto.

Fin dal 1972 Ubaldi ci sollecita a lavorare per sviluppare una nuova forma di coscienza che riesca a superare tutte le barriere e le differenze fra gli uomini, in modo che il genere umano possa acquisire una sapienza nuova, una conoscenza nuova. “Siamo ad una svolta nella storia del mondo - egli scrive - e la nuova civiltà del Terzo Millennio è imminente e urge gettarne le basi concettuali.”

Buona erranza
Sharatan

martedì 2 ottobre 2018

Cortesia



“La cortesia è un ramo dell’albero dell’amore”
(Giovanni XXIII)

La cortesia è qualcosa di bello e rende la vita bella, armoniosa. La cortesia è, appunto, “forma”, gesto, comportamento, azione. Ma tutto ciò parte da un atteggiamento interiore, altrimenti la cortesia scade a formalismo, artificiosità, ipocrisia.

Allorché la cortesia decade, viene considerata qualcosa di superfluo, ed è soppiantata dalla rozzezza, dalla grossolanità, allora la vita stessa si degrada e si impoverisce.

Dice Romano Guardini: «La cortesia si premura di allontanare o di sorvolare su ciò che dispiace all’altro, di evitare imbarazzi, di allontanare situazioni tese, di attenuare eventuali situazioni penose. Con la cortesia il più giovane viene indotto a onorare il più vecchio, l’uomo a onorare la donna, il più forte a onorare il più debole.

Non sono se non motivi che moderano i moti dell’orgoglio e della violenza e che alleggeriscono all’altro la vita. La cortesia ha bisogno di tempo. Per essere cortesi occorre indugiare, aspettare, andare per vie indirette; bisogna avere riguardo e perciò porre in secondo ordine se stessi.

Ma tutto ciò significa consumo di tempo e dunque, nella nostra epoca delle scadenze esattamente calcolate, degli apparecchi di precisione, degli alti costi degli impianti e della frenetica concorrenza, viene considerato come qualcosa di inutile, di irrazionale, di falso, anzi di non giusto, con tutto questo muore naturalmente la cortesia …

La cortesia spreca, diciamo meglio, consuma tempo. La vita ama gli indugi, ama far cerimonie. Una vita da cui si levano le cerimonie e le prodigalità si riduce a uno scorrere di funzioni meccaniche.»

Può essere utile e interessante ricordare anche il luogo di nascita della cortesia. Essa è nata a “corte,” nel palazzo del re. La cortesia era, precisamente, il comportamento imposto dal riguardo per la presenza del re.

Occorre tener presente, infatti, che il re, nelle concezioni antiche, era considerato un individuo che si staccava nettamente dagli altri, e si avvicinava al divino. Ecco perché esigeva un rispetto specialissimo, dal momento che lui era, per così dire, la manifestazione dell’Altissimo e la sua irradiazione.

Un’irradiazione che si prolungava verso il basso, toccava anche i gradini inferiori, e abbracciava quindi tutti gli esseri. Per cui una persona che si comportava con cortesia verso un’altra riconosceva nell’altra un riverbero della grandezza del re, e acquisiva anche per sé questo titolo di grandezza.

Possiamo affermare perciò, che è possibile parlare di cortesia soltanto partendo dalla dignità dell’uomo, dal valore “sacro” della persona che quindi deve essere “onorata” quale che sia il suo stato sociale od economico.

Esistono sempre in agguato potenze che tendono a disonorare l’uomo, a fargli violenza. Basti pensare a vari totalitarismi, che pretendono di entrare con prepotenza in quella zona di inviolabilità e intangibilità che è propria dell’uomo (ricordiamo la famosa denuncia e sfida di Giovannino Guareschi, che prigioniero in un lager, contro la sopraffazione sacrilega perpetrata dalla “signora Germania”…).

In una prospettiva cristiana, la cortesia va posta in rapporto a Colui che ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, e non può tollerare che questa immagine venga profanata, disonorata, o anche semplicemente offuscata.

Un altro motivo si fonda sulla considerazione della vulnerabilità e della fragilità dell’uomo. Per cui ciascuno deve sentirsi responsabile dell’altro, usare estrema attenzione nel “maneggiare” l’altro, perché è delicato, si rompe facilmente. (Alessandro Pronzato, Piccoli passi verso l’uomo: alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi ed.)

giovedì 27 settembre 2018

Apparenza e sostanza



“Pochi sembrano accorgersi che gli altri sono loro.”
(Carl Gustav Jung)

Una delle caratteristiche della creazione è la differenziazione. Ogni sasso è diverso da un altro sasso, ogni gatto è diverso da ogni altro gatto e ogni uomo è naturalmente unico e irripetibile, ben distinto da ogni altro suo simile. Questo è un dato di fatto inalienabile.

Ognuno di noi ha un suo corpo, una sua fisionomia e una personalità che è propria a lui solo. Persino i gemelli identici hanno qualche dettaglio che li differenzia. Se pensiamo però alla “sostanza vera” di cui siamo costruiti - la “scintilla divina” - cominciamo ad avere dei dubbi su questa totale diversità.

Man mano che progrediamo nel nostro cammino evolutivo ci rendiamo sempre più conto che ciò che ci differenzia dagli altri è una caratteristica del tutto esterna, è cioè un fatto di apparenza. Io sembro diverso dal mio vicino perché la mia forma fisica è molto lontana dalla sua: lui è basso e io sono alto, lui è biondo e io sono bruno.

Il suo carattere, poi, è l’opposto del mio: io sono calmo e riflessivo, lui è nervoso e impulsivo. Apparenze, non sono altro che apparenze. Quando compro il pane, posso scegliere fra il filoncino, la michetta, il panino all’olio, il pane francese, la pagnotta ecc…

Posso preferire il pane più cotto o meno cotto, quello con più mollica o con più mollica. Differenze sostanziali? No, solo apparenti. Esse sono sufficienti a farmi preferire un tipo piuttosto che un altro, a seconda dei miei gusti, proprio come scelgo per amico una certa persona e non un’altra.

Ma la sostanza? È pane, sempre e solo fragrante, nutriente, buonissimo pane. Così la nostra essenza, che è natura divina, ci rende tutti fratelli, ci rende tutti “uno”. Non solo “uno” fra di noi. Questa unificazione si estende a tutto il creato, agli animali, alle piante, alle cose inanimate.

Vediamo se riusciamo a intuire questo comune denominatore che ci unisce tutti quanti, questo filo d’oro che, emanando dal Padre, si ramifica in infinite manifestazioni. Tutte mantengono però inalterato il principio creativo.

È stato prima intuito dai mistici e poi accertato dagli scienziati, che tutto l’universo è derivato dall’atomo primitivo e unico dell’idrogeno. Da esso, per successive trasformazioni, cioè per evoluzione, si sono formate tutte le altre forme esistenti, prima minerali, poi vegetali, e infine animali fino ad arrivare all’uomo.

Cerchiamo ancora delle prove che ci convincano che io sono te e tu sei me? Siamo diversi come le gocce dell’oceano o come i fiocchi di neve, che hanno forme differenziate, ma che hanno un'unica costituzione atomica, cioè sostanziale. (Anthony De Mello, Il pensiero positivo, Piemme ed.)

mercoledì 6 luglio 2016

La dimensione spirituale della vita



“La varietà degli individui impone la varietà delle credenze.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

“Ritengo essenziale comprendere il nostro potenziale di esseri umani e riconoscere l’importanza dell’evoluzione interiore, che dovrebbe essere conseguita attraverso un processo, diciamo, di sviluppo mentale. A volte definisco tale processo la “dimensione spirituale della vita.” Esistono due livelli di spiritualità, uno dei quali è connesso alle convinzioni religiose. Nel mondo ci sono tanti individui diversi, tante inclinazioni diverse.

Gli esseri umani sono cinque miliardi e in un certo modo credo che occorrano cinque miliardi di religioni, perché la molteplicità delle tendenze è immensa. A mio avviso, ciascun individuo dovrebbe percorrere il cammino spirituale più adatto alla sua disposizione mentale, all’impronta naturale del suo carattere, al suo credo, alla sua famiglia e al suo retroterra culturale.

Io, che sono un monaco buddista, trovo più congeniale il buddismo: per quanto mi riguarda, insomma, lo considero il meglio. Ma ciò non significa che sia il meglio per tutti: no assolutamente. Sarei sciocco se lo reputassi la religione ideale per tutti, in quanto persone diverse hanno inclinazioni mentali diverse. In altre parole, la varietà degli individui impone la varietà delle credenze. Lo scopo della religione è di giovare alla gente e se ne avessimo una sola, dopo un po’ i suoi benefici cesserebbero.

Poniamo che un ristorante servisse giorno dopo giorno un solo piatto a pranzo e a cena; dopo qualche tempo si ritroverebbe con pochi clienti. Le persone hanno bisogno della varietà e apprezzano una dieta variata perché hanno gusti diversi. Ebbene, le religioni hanno la funzione di alimentare lo spirito umano; credo quindi sia giusto celebrare la loro varietà e maturare un profondo apprezzamento della diversità.

C’è chi preferisce il buddismo, e chi trova più congeniali il giudaismo, il cristianesimo o l’islamismo. Dobbiamo dunque apprezzare e rispettare il valore di tutte le maggiori tradizioni religiose del mondo. Le varie religioni possono contribuire non poco al bene dell’umanità: furono tutte concepite per rendere l’individuo più felice e il mondo migliore. Ma perché migliorino davvero il mondo, credo sia essenziale che ogni fedele segua con sincerità gli insegnamenti del suo credo.

Dovunque ci si trovi, bisogna tradurre in atto la dottrina religiosa, applicarla alla propria esistenza affinché diventi una fonte di forza interiore. E bisogna comprendere a fondo i suoi principi non solo con l’intelletto, ma anche con il cuore, con il sentimento profondo che permetta di renderli parte integrante dell’esperienza interiore. A mio parere, le varie tradizioni religiose vanno rispettate perché, tra le altre cose, propongono un codice etico capace di indirizzare il nostro comportamento e di sortire effetti positivi.

Nella tradizione cristiana, per esempio, la fede in Dio fornisce all’individuo un codice etico chiaro e coerente che funge da guida della condotta e del comportamento; è questo un approccio molto potente, perché la persona sviluppa una certa intimità nel proprio rapporto con Dio, e il mezzo per dimostrar l’amore per Colui che l’ha creata è di essere amorevole e compassionevole con il prossimo. Vi sono molti motivi analoghi per rispettare anche le altre tradizioni religiose.

È chiaro che tutte le maggiori religioni hanno giovato in misura enorme a innumerevoli esseri umani nel corso dei secoli. È evidente che ancora oggi milioni di persone continuano a trarre beneficio e ispirazione dalle varie fedi; e lo stesso senza dubbio accadrà in futuro alle tante generazioni a venire. Questo è un dato di fatto. Perciò è importante, importantissimo comprendere tale realtà e rispettare le altre confessioni.

A mio avviso, per rafforzare il mutuo rispetto bisognerebbe stabilire tra le varie fedi un contatto più stretto, a livello personale. Negli ultimi anni ho cercato, per esempio, un incontro e un dialogo con le comunità cristiana ed ebraica, e credo che da ciò siano derivati risultati estremamente positivi. Tramite il contatto più stretto impariamo quali utili contributi abbiano dato all’umanità le altre tradizioni e troviamo in esse elementi interessanti da cui apprendere qualcosa; non è escluso, per esempio, che scopriremo metodi e tecniche da adottare nella nostra pratica.

È dunque essenziale instaurare legami più forti con le religioni diverse dalla nostra, perché questo può consentirci di lavorare insieme per il bene dell’umanità. Sono così tanti i motivi di disaccordo, così tanti i problemi nel mondo. La religione dovrebbe servire non già a generare nuovi contrasti, bensì a ridurre i conflitti e le sofferenze dell’umanità.

Spesso sentiamo dire che tutti gli esseri umani sono eguali. S’intende, con questo, affermare che tutti desiderano ovviamente essere felici. Tutti hanno il diritto alla felicità e tutti hanno il diritto di debellare la sofferenza. Se dunque qualcuno trae gioia o beneficio da una particolare religione, sarà importante tenere in debito conto i suoi diritti. Bisogna quindi imparare a rispettare tutte le maggiori fedi: su questo non c’è dubbio.

A proposito della dimensione spirituale della nostra esistenza, abbiamo dunque chiarito che, tra i vari livelli vi è quello della fede religiosa, e abbiamo osservato che credere in una religione è positivo. Ma anche senza una convinzione religiosa possiamo raggiungere la spiritualità; anzi, in certi casi, possiamo raggiungerla meglio. Qui però rientriamo nell’ambito del diritto individuale: se vogliamo credere va bene; se no, va bene lo stesso.

Esiste tuttavia un alto livello di spiritualità, il livello di quella che chiamerei spiritualità di base: essa abbraccia fondamentali qualità umane come la bontà, la gentilezza, la compassione, la sollecitudine. Che siamo credenti o no, questa spiritualità è essenziale. Personalmente, considero tale livello più importante del primo, perché qualsiasi religione, per quanto mirabile, sarà comunque accettata solo da un numero limitato di individui, solo da una parte di umanità.

Ma, in quanto esseri umani, in quanto membri della famiglia umana tutti noi abbiamo bisogno dei valori spirituali di base. Senza di essi, l’esistenza sarà assai dura e arida e quindi nessuno di noi potrà essere felice: la nostra famiglia soffrirà e dunque, in ultima analisi, anche la società avrà più problemi. Perciò è chiaro che coltivare questi valori fondamentali dello spirito diventa cruciale.

Come li si può coltivare? Dobbiamo ricordare che, dei cinque miliardi di abitanti del pianeta, solo uno o due miliardi sono, penso, veri credenti, sinceri fedeli di una qualche religione. È chiaro che nel novero dei veri credenti non includo chi, per esempio, dichiara di essere cristiano soltanto perchè proviene da una famiglia cristiana, ma nella vita quotidiana è -in pratica- indifferente ai principi della sua religione e non li applica seriamente.

Se escludiamo queste persone, credo che gli individui davvero sinceri nella loro fede ammontino solo a un miliardo. Ciò significa che i rimanenti quattro miliardi –la maggioranza della popolazione della terra- non credono. Dobbiamo ancora trovare il modo di migliorare la vita di questa maggioranza, di questi quattro miliardi che non aderiscono a una fede religiosa; dobbiamo trovare il modo di aiutarli a diventare persone buone e morali pur in assenza di una religione.

A tale fine penso che l’educazione sia essenziale: bisogna instillare nella gente l’idea che la compassione, la gentilezza e altri sentimenti positivi siano in assoluto le qualità migliori degli esseri umani, e non riguardino solo la dimensione religiosa. Questo è in fondo un aspetto molto pratico, alieno dalle teorie religiose e dalle speculazioni filosofiche; ed è fondamentale.

Di fatto, credo che la positività dei sentimenti sia l’essenza di tutte le tradizioni religiose, ma la sua importanza resta anche per chi sceglie di non aderire ad alcuna confessione. Forse si possono educare i non credenti inculcando in loro l’idea che sono liberi di non scegliere alcun dogma, ma che ugualmente devono essere buoni e ragionevoli, assumersi le proprie responsabilità e impegnarsi a rendere il mondo migliore e a diffondervi la felicità. ” (Gyalwa Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama)

Buon compleanno a Sua Santità che compie 81 anni!

lunedì 28 marzo 2016

Una creatura spirituale



“Una creatura spirituale non è un angelo con le ali, ma qualcosa di infinitamente più grande perché è in comunione con Dio. Voi non dovete vivere come l'essere umano comune, che è in rapporto soltanto con la coscienza dei sensi. La coscienza spirituale consiste nella vittoria completa sulla coscienza umana. Ora, la spiritualità non significa soltanto meditare, ma abbraccia invece un immenso campo di attività equilibrate. Tuttavia la meditazione è il presupposto migliore.

È la strada più diretta per diventare spirituali, la strada più semplice per spiritualizzare la coscienza e porterà nella vostra vita tutto il bene che avete sempre desiderato. Ma, meditare da un lato ed essere arrabbiati o condurre una vita irregolare dall'altro, equivale a mettere i piedi in due barche che vanno in direzioni opposte. Non dovete soltanto meditare, ma anche imparare a comportarvi bene. Avere una coscienza spirituale significa essere in grado di fare quelle cose che rappresentano il vostro principale vantaggio.

Ma io scommetto che il novantanove per cento degli esseri umani non sa in che cosa consista il proprio bene. L'autoanalisi e l'autocritica sono un modo pratico per distinguere il comportamento sbagliato da quello giusto. Tutti dovrebbero tenere un diario mentale. I diari mentali sono di gran lunga migliori dei diari veri e propri che costituiscono motivo di curiosità per gli altri. Molte persone scrivono nel proprio diario bei pensieri e buoni propositi che poi dimenticano immediatamente.

È meglio tenere invece un diario mentale per sorvegliare costantemente i pensieri e le azioni. Ogni tanto, durante il giorno, verificate i vostri meccanismi fisici, mentali e spirituali, per vedere come si comportano. Questo sistema vi aiuterà a sviluppare la coscienza spirituale. Soltanto Dio leggerà il vostro diario mentale. Riempitelo di azioni e di pensieri giusti e diventerà il vostro passaporto per il cielo.

Così, racchiudete nel vostro diario mentale soltanto le cose buone. Non prestate ascolto alle cose negative, non dite cose negative, non pensate cose negative. Evitate di compiere azioni che possano nuocere agli altri; i danni arrecati al prossimo si trasformano in un boomerang e danneggiano soprattutto voi. Il peccato non ha nulla a che vedere con la dinamite che potete fare esplodere a distanza senza subire alcun danno. Il peccato deve essere disinnescato nella vostra anima.

Non siate mai meschini. Non serbate rancore verso nessuno. Preferisco i peccatori dal cuore buono alle cosiddette brave persone, bigotte e senza pietà. Essere spirituali significa avere larghe vedute, saper comprendere e perdonare ed essere amici di tutti. Se dichiarate di essere amici di tutti, deve essere vero. Se offrite la vostra amicizia, dovete offrirla davvero, non dovete mostrarvi gentili o desiderosi di collaborare e provare invece un sentimento contrario.

La legge spirituale è molto potente. Non andate contro i principi spirituali. Non siate sleali e non tradite mai il vostro prossimo. Un amico sa quando essere riservato, quando stare al proprio posto e quando rendersi disponibile a collaborare. Se gli altri sentono la vostra amicizia, se sanno che siete un amico pronto ad aiutarli, avrete un meraviglioso potere che darà forza alla vostra vita. Io ho sempre riscosso la fiducia di tutti.

Il mio guru Sri Yukteswar una volta mi disse: "Se mai dovessi sbagliare, appoggia la mia testa sul tuo petto e benedicimi". Questa era la sua umiltà e la perfetta espressione di che cosa significhi la divina amicizia. Ricordo un ragazzo che frequentava la mia scuola in India, era stato un bambino molto difficile e i suoi genitori lo avevano portato da me. Accettavamo soltanto ragazzi al di sotto dei dodici anni e lui era molto più grande.

Gli parlai con molta sincerità. Gli dissi che le porte della scuola erano sempre aperte e che avrebbe potuto andarsene in ogni momento. Aggiunsi che poteva rimanere soltanto se fosse stato disposto a essere buono. Gli spiegai: "Tu hai deciso di fumare, malgrado il parere contrario dei tuoi genitori. Sei riuscito a sconfiggerli, ma non sei riuscito a sconfiggere la tua infelicità. Come conseguenza del tuo comportamento sbagliato, tu sei il più infelice."

La freccia colpì nel segno. Il ragazzo piangendo disse: "Mi picchiano sempre. " Continuai: "Pensa a ciò che hai fatto a te stesso. Avanti, resterai a condizione che io sia il tuo amico e non certo il tuo guardiano. Fino a quando sarai disposto a correggere i tuoi errori io ti aiuterò. Ma se mi mentirai, non farò niente per te. Le bugie distruggono l'amicizia." Aggiunsi: "Tutte le volte in cui vorrai fumare, non farlo alle mie spalle dimmelo piuttosto, e ti darò io le sigarette." Un giorno venne da me e disse: "Ho una voglia terribile di fumare".

Gli detti i soldi e gli dissi di andarsi a comprare le sigarette. Non credeva ai suoi occhi: “Riprenda il denaro" disse. Lo esortai ad andare, ma il ragazzo non volle. Alla fine, dopo questo tira e molla disse: "Non mi crederà, ma non voglio più fumare." Divenne una brava persona. Ero riuscito a risvegliare in lui la coscienza spirituale. La coscienza spirituale sta nel sincero sforzo interiore di andare controcorrente, verso la vera e definitiva felicità.

Molti dicono di seguire la strada giusta, ma pochi fanno veramente uno sforzo sincero. Non si pretende che diventiate improvvisamente un angelo. Poiché solo l'Assoluto è perfetto, possiamo dire che al cospetto di Dio anche l'angelo migliore è un peccatore. Ma i santi sono quei peccatori che non si sono mai arresi. Quali che siano le vostre difficoltà, se non vi arrendete vuol dire che state progredendo nel vostro sforzo di risalire la corrente.

Combattere equivale a ottenere il favore di Dio. Dovete fare il massimo sforzo. Non fatevi trascinare pigramente dalla corrente della vita. Non potete ingannare Dio perché egli vede i vostri pensieri. Dio non misura il tempo che avete dedicato alla realizzazione spirituale; è l'intensità che conta. Anche se vi siete reincarnati molte volte con un cattivo karma, quando la vostra devozione e la vostra sincerità saranno abbastanza profonde da fare entrare nella vostra coscienza la luce di Dio, tutto il male delle incarnazioni passate sarà bruciato.

Così, anche se i vostri peccati sono profondi come l'oceano Atlantico, fate un costante sforzo mentale per diventare buoni. Per alcune incarnazioni siete stati una creatura umana, ma per l'eternità siete stati i figli di Dio. Non accettate mai l'idea di essere peccatori, perché il peccato e l'ignoranza sono soltanto incubi mortali. Quando ci risveglieremo in Dio, scopriremo che l'anima, la coscienza pura, non ha mai fatto niente di sbagliato.

Non contaminati dalle esperienze mortali, siamo e siamo sempre stati figli di Dio. Possiamo essere paragonati all'oro immerso nel fango, quando il fango dell'ignoranza viene allontanato appare l'oro splendente dell'anima, fatta a immagine di Dio. La coscienza spirituale trae origine da una ferma decisione della mente. Quale che sia il comportamento di coloro che vi circondano, siate buoni. Il vostro più grande nemico siete voi stessi, finché continuate a rimandare il momento in cui cominciare a diventare buoni.

Un tempo mi lasciavo trascinare dalla routine e passavano i mesi senza che io riuscissi a meditare profondamente. Eppure continuai a sforzarmi mentalmente. Progredii velocemente quando mi resi improvvisamente conto che avrei dovuto dominare tutte le mie abitudini ed esercitare la mia spiritualità con maggiore determinazione. Anche voi dovete dominare il vostro comportamento e la vostra coscienza.

Fate le cose che sapete di dover fare e non quelle contrarie alla coscienza spirituale. La coscienza materiale e la coscienza spirituale agiscono secondo modalità opposte. Potete mettervi alla prova per vedere se vi conformate ai criteri della coscienza materiale o della coscienza spirituale. La coscienza spirituale vi suggerisce di includere nella vostra felicità e nella vostra prosperità anche la felicità e il benessere degli altri. La coscienza materiale vi suggerisce invece di fare soldi in qualunque modo e di tenerveli.

Questa depressione ha avuto origine dalla coscienza materiale, che vi consiglia di mangiare la vostra mela e i vostri biscotti. La coscienza Spirituale vi suggerisce invece di condividerli con gli altri. Se qualcuno vi irrita, prendete atto di avere una coscienza materialista. Anche se siete stati maltrattati, dovreste comunque essere pronti a perdonare. Quando perdonate, siete in sintonia con i principi della coscienza spirituale. Perdonare significa offrire al vostro nemico l'opportunità di acquisire una comprensione migliore, mostrarsi vendicativi o irosi vuol dire rendere il vostro nemico più cieco e più arrabbiato.

Potete farvi anche altri nemici perché una persona irata è il bersaglio di tutti. Inoltre, non appena vi lasciate prendere dall'ira cominciate a travisare le cose perché il confortante calore della collera e dei ragionamenti falsi rafforza i vostri sentimenti sbagliati. Non lasciatevi dominare dalla collera. Se avete questa tendenza, eliminatela. È una delle caratteristiche peggiori perché distrugge la spiritualità. È soltanto per il vostro bene che non dovete arrabbiarvi.

La collera distrugge la felicità. Non fate mai salire il vostro termometro mentale. Rimanete interiormente calmi. Controllate l'ira dentro di voi. Non fatele mai trovare posto nel vostro cuore. La coscienza materialista è litigiosa; la coscienza spirituale va d'accordo con tutti. Sforzatevi di essere buoni e allora, automaticamente, indurrete anche gli altri a essere buoni, Questa è la coscienza spirituale.

Siate gentili nelle parole e nei pensieri. Da quando ero bambino non ricordo di essere mai stato intenzionalmente sgarbato. Non criticate. Quando la gente si lamenta degli altri generalmente nutre un senso di rancore nei loro confronti. Gesù ha detto: "Non giudicate e non sarete giudicati'". Se volete giudicare qualcuno, giudicate voi stessi. Se volete parlare dei difetti degli altri, parlate dei vostri. Provate soltanto amore per gli altri nel vostro cuore.

Più vedrete la bontà in loro più la bontà nascerà in voi. Mantenete la coscienza del bene. Per rendere gli altri buoni dovete vedere in loro la bontà. Non rimproverateli. Rimanete calmi, sereni, sempre padroni di voi. Allora scoprirete quanto è facile andare d'accordo. Sono ottimista per quanto riguarda il futuro degli esseri umani perché li amo. Quando amate tutti, vedete Dio in tutti. Se comprendete che ciascuno è un'espressione di Dio, allora essere arrabbiati o scortesi con qualcuno equivale a essere arrabbiati o scortesi con Dio.

Quando siete arrabbiati o meschini o poco compassionevoli innalzate un muro fra la vostra anima e quella altrui. Anche l'arroganza e l'insolenza sono caratteristiche prive di spiritualità e traggono origine da un complesso d'inferiorità. Ammettete per ipotesi che io sia il cuoco di questo ashram e che, se qualcuno mi desse qualche suggerimento sul mio lavoro, io rispondessi di sapere già tutto; la risposta sarebbe una forma di insolenza.

L'insolente rende palesi i limiti della sua conoscenza e anche la sua scarsa educazione. Se volete colpire favorevolmente gli altri, perché denunciate la vostra inferiorità dimostrandovi arroganti e insolenti? In questo modo, dimostrerete soltanto di essere poco educati e poco intelligenti e di avere un carattere impulsivo. L'insolenza e l'arroganza sono forme di ignoranza, abitudini non spirituali allo stato primitivo.” (Paramahansa Yogananda)

sabato 19 marzo 2016

La morte in Egitto



“Quello che vediamo dipende principalmente
da quello che stiamo cercando.”
(John Lubbock)

Secondo la tradizione Platone fece un viaggio in Egitto per arricchire la sua formazione e acquisire nozioni di fisiologia, di medicina, di astronomia e forse anche per avere una formazione sapienziale. Ma forse possiamo dubitare che sia venuto in contatto con le dottrine sull’aldilà che erano patrimonio esclusivo della casta sacerdotale da cui dovevano essere certamente esclusi gli stranieri. Perciò sappiamo che Platone non maturò le sue idee sull’anima traendole dalle concezioni degli egiziani, bensì le apprese dal suo maestro Socrate. È a Socrate che dobbiamo la dottrina occidentale dell’anima e la scoperta della dimensione interiore, e la svolta certamente avvenne con il movimento orfico e con le riflessioni delle scuole pitagoriche.

Le idee degli antichi egiziani riguardo all’anima erano molto complesse, ma è sicuro che essi consideravano la morte come un evento che faceva parte dei normali cicli della natura, perché il rinnovarsi delle inondazioni del Nilo gli mostravano un perenne rinascere. Per gli egiziani, il morire faceva parte del vivere e così vanno pensate le formule e i riti che si recitavano sul defunto per salvarlo dal mondo inferiore e aiutarlo a transitare verso la sopravvivenza. 

Alcuni studiosi dicono che la dottrina egiziana era una dottrina stellare, perché il mondo dei morti era il mondo delle stelle. Il mondo celeste veniva chiamato Dat o Duat, e il termine veniva rappresentato da una stella racchiusa in un cerchio, perché la dimensione celeste veniva immaginata sopra la terra e, in parte, anche sotto la terra. Essi credevano nell’esistenza di un cielo superiore e di un cielo superiore. Le due dimensioni venivano rappresentate dal cielo stellato, perciò si credeva che le anime dei morti si rifugiassero nella duplice volta celeste per confondersi con le stelle e avere la vita eterna.

In questa teoria vediamo una distinzione tra la parte materiale dell’uomo che veniva abbandonata sulla terra, e la parte spirituale che sfuggiva dalla materia per godere insieme alle stelle, della vita eterna. A queste idee si sostituì una dottrina solare che, in parte, si legge anche nei Testi delle Piramidi che è un formulario di rituali funebri che erano dedicati esclusivamente ai sovrani. Secondo alcuni, la dottrina stellare e quella solare, non erano in contrasto ma avevano lo stesso scopo, infatti una dottrina trattava il destino degli uomini e l’altra parlava del destino del sovrani.

Per questo motivo, i sacerdoti del dio-Sole ad Eliopoli avevano conservato buona parte della concezione solare e, in particolare, la concezione di Duat perché il sole e le stelle si muovono nel medesimo spazio. In origine si credeva che il sole, dopo aver percorso il cielo superiore durante il giorno, scendeva nel mondo sotterraneo per scaldarlo durante la notte. I teologi di Eliopoli non trovarono altro modo per giustificare il mondo sotterraneo, infatti i Testi delle Piramidi fanno riferimento solo alla Duat superiore.

Queste idee fecero credere a Erodono che l’egiziano avesse una concezione dualistica dell’uomo, e che l’elemento fisico e quello spirituale fossero contrapposti. Ma, la loro idea sulla natura dell’uomo non recava alcuna contrapposizione tra la parte materiale e quella immateriale. L’uomo, per gli antichi egiziani, era un’unità monadica arricchita da tutte le qualità e, in ogni fase della sua esistenza, viveva e agiva sempre come un essere integrato, pieno e completo.

Egli si esprimeva in una pluralità di modi di essere e di esistere, e la pienezza del suo essere si conservava sia durante la vita che nell’esistenza post mortem. La tomba era la casa del defunto, perciò le decoravano e arredavano con la massima ostentazione del rango che avevano, perché la loro personalità non si estingueva neppure con la morte. Gli studiosi, riguardo la creazione e il divenire del mondo, affermano che gli egiziani credevano che gli uomini  fossero nati dalle lacrime del dio creatore e, in particolare, dal dio-Sole.

L'antico mito si basa sull’assonanza della parola uomo (rmt) e lacrima (rmjt) che hanno quasi le stesse consonanti, e la concezione secondo la quale la somiglianza delle parole comporta la somiglianza dei concetti rappresentati da quei termini. Gli dei crearono gli uomini con le loro lacrime, ma questo avvenne solo durante la creazione originaria, invece non accade più quando si creano i singoli uomini. Il dio Khnum si occupa di plasmare l’uomo (il suo ka) con il suo tornio di vasaio, in quanto si credeva che ci fosse una continuità dell’azione creativa del dio.

La prima creazione è unica, ma poi avviene il continuo e perenne plasmarsi degli uomini che si protrae nel tempo e continuerà per l’eternità. Khnum veniva raffigurato davanti al suo tornio da vasaio con accanto due piccole figure umane uguali che assistono al suo lavoro: uno è l’uomo e l’altro è il ka che lo animerà e che gli infonderà la sua personalità. Gli egiziani credevano che l’entità umana contenesse tre elementi spirituali: il ka, il ba e l’akh: e questo concetto è contenuto nei Testi delle Piramidi. Il grafema “ka” viene rappresentato dalla stilizzazione di due braccia sollevate con le mani aperte nel gesto di proteggere o di abbracciare, e il simbolo è posto sopra uno stendardo.

Il termine sembra derivare da una radice che significa “generare” perciò possiede un significato occulto che esprime la realizzazione fisica e spirituale della persona umana, e che rappresenta una sorta di alter ego che è associato al daimon greco oppure al genius latino. Il ka è una qualità impersonale che appare come una forza presente in modo discontinuo a seconda dell’età e della persona. Esso è l'elemento spirituale e invisibile che fa vivere l’uomo e che viene reso anche con il concetto di “forza vitale” poiché la morte era concepita come il momento di passaggio durante il quale la forza vitale lasciava il corpo.

Per conservare la vita dopo la morte l’uomo doveva raggiungere il suo ka nell’aldilà, perciò era necessario un periodo di transizione prima che il rituale funebre potesse preparare la sua rinascita nell’aldilà. Nel frattempo il ka, cioè la sua forza vitale, si riposava. Gli studiosi credono che le statue messe nelle tombe avessero una funzione di appoggio per il ka del defunto. Infatti sono state ritrovati gruppi di statue uguali che dovevano permettere al ka di incorporarsi al loro interno. Altre volte rappresentano il defunto da giovane o da vecchio, affinché il ka potesse entrare nella forma che preferiva.

Alcune volte le statue rappresentavano le mogli, le sorelle, i figli oppure rappresentavano i suoi antenati per significare che vi era una continuità tra le generazioni. Il ka manteneva una sorta di memoria e anche le qualità di cui l’ego era autocoscienze. Il ka era anche un sinonimo di antenato perciò il defunto era accolto nell’aldilà dai suoi antenati cioè dai suoi ka. Nei Testi delle Piramidi i defunti venivano chiamati “i signori del loro ka” poiché raggiungevano la vita eterna superando la morte, e la tomba veniva chiamata “la dimora del ka.”

Invece il “ba” veniva raffigurato come una cicogna con testa e braccia umane per meglio vagare all’interno della tomba. Il ba veniva rappresentato mentre vagava vicino ad uno stagno oppure mentre beve l’acqua che Amonet, la dea del sicomoro, gli versa dall’alto di un albero. Era necessario che il ba potesse muoversi con molta libertà perché questo principio reca degli elementi vitali al corpo del defunto. I sacerdoti recitavano le formule magiche per proteggerlo e per permettergli di uscire e entrare - a suo piacere - nel mondo inferiore. 

Le formule gli permettevano di sfuggire alle trappole dei demoni che cercano di intrappolare le anime. La forma del morto si spostava assieme al suo ba e alla sua ombra perciò si credeva che il ba fosse legato alle apparizioni dei fantasmi che tornavano a vagare sulla terra. In origine si pensava che il ba potesse assumere molte forme perciò le divinità potevano assumere le forme più svariate, infatti il dio-sole, Ra, si credeva che avesse 7 ba, e che il sovrano godesse dello stesso privilegio. 

Si credeva anche che un dio potesse essere nel ba di un’altra divinità, perché il ba aveva un’enorme potenza creatrice. La concezione egiziana metteva il ba in relazione con il cielo vedendolo come il regno dei morti, e sappiamo che la conservazione del corpo era ritenuta essenziale per ascendere al cielo. Sappiamo anche che la tomba e il sarcofago erano interpretati come dei simboli celesti. Il soffitto degli apogei veniva decorato con uno sfondo azzurro punteggiato di stelle che rappresentavano la dea-cielo, Nut, e la dea stessa era raffigurata mentre abbracciava il defunto. 

Nei Testi dei Sarcofagi il ba rappresentava le forze vitali fisiche e psichiche presenti nel defunto, e costituisce uno dei modi con cui il defunto continua a vivere dopo la morte, allo stesso modo del ka e dell’akh. Secondo altri studiosi, il ba è la rappresentazione della capacità di sviluppo dell’individuo perciò il ba è interamente personale e rappresenta il defunto nel suo aspetto particolare a differenza del ka che non è un elemento di origine individuale.

Sembrava infatti che, al momento della spiritualizzazione, dal ka essenziale e collettivo, sostanza primordiale che vive in cielo gli dei ottengono per il sovrano un ka individuale. Dopo la purificazione, il ka si riunisce al corpo, nel castello di Ra. L’essere formato dal corpo e dal suo ka rappresentano l’essere completo che persegue la perfezione, perciò da quel momento, conquista nuovi attributi che lo rendono un abitante del cielo con il nome di ba (anima) e akh (spirito).

L’anima ba è raffigurata come un uccello dotato di testa umana, perciò il ba è il risultato della vita divina e, a volte, non è altro che una forza magica assimilabile al nutrimento. Il ba è una forza divina che si unisce al corpo come il ka, e gli dona la vita divina. Nell’epoca classica pensavano che il ba apportasse al corpo “il soffio di vita” perciò la traduzione di ba è  “soffio” perché quando si diventa ba si può diventare anche “akh” ovvero spirito. L’akh è una componente vitale che, come il ba, non viene mai citata parlando di un vivente. 

Il simbolo che lo rappresenta è l’ibis comata sebbene questa componente non deve essere confusa con una forma semi animale. L’akh è un principio solare, è un’energia divina e cosmica che appartiene alla sfera della creazione. L’akh è il simbolo del cielo e dell’energia creatrice che mantiene e si trasforma per sostenere il creato, perciò è identificato con il dio solare e con le sue manifestazioni di luminosità. La vittoria della vita sulla morte si attua con la “trasfigurazione” che fa nascere una nuova personalità. 

La nuova personalità si mostra sul piano fisico con una rigenerazione di tutte le funzioni del corpo, e la reintegrazione si attua con l’unione a specifiche costellazioni del mondo celeste cioè si compie partecipando alla luminosità degli dei. I defunti diventano i “luminosi” ossia gli “illuminati” perché splendono come le piume multicolori dell’ibis che è il simbolo dell’akh. La tomba diventa il luogo in cui risplendono i defunti perciò è il luogo della trasfigurazione, e l'essere luminoso è lo spirito del morto che sarà dotato del potere magico dell’akh. 

Alcuni dicono che akh significa “resuscitato di nuovo” perché la radice del termine esprime l’azione di “emergere” o “divenire” perciò si crede che akh significhi “l’iniziato” o “l’illuminato.” L’akh ancor prima del ka appare individualizzato perciò questo termine è riferito alle qualità che vengono acquisite, e questo spiega perché si dice che il defunto diventa akh. Il defunto viene incorporato nell’ordine cosmico, e l’essere perfetto prende posto nella barca di Ra e naviga sopra l’universo, con le stelle. 

Egli sale al cielo dove conduce una vita meravigliosa insieme al Signore dell’Orizzonte Orientale ossia con il dio-Sole, Ra. L’elemento sostanziale di questa felicità è il fatto che l'illuminato gode del cibo delizioso offerto dalle divinità. Infatti, nella pianura dei “Campi dei Giunchi” dove risiedono gli dei esiste il “Campo delle Offerte” che viene sempre rifornito di cibi e bevande squisite offerte dai “Reggenti delle Offerte,” dei funzionari celesti che si prendono cura degli dei e dei preferiti di Ra.

Secondo il credo che è alla base dei Testi delle Piramidi, in origine, solo i re e gli dei avevano un akh ma, in seguito, l’akh venne attribuito anche agli uomini comuni. Il sovrano defunto era akh ossia era ”la stella che mai tramonta” e il “cercatore di akh” era quello che raggiungeva la condizione di akh. Questa parola aveva anche il significato di “capacità intellettuale” ovvero di “potere” perché questo principio spirituale era essenziale per la sopravvivenza. 

Come si può vedere, l’akh era associato all’energia che sorge dalle tenebre e al dinamismo del divenire perciò questo simbolo era collegato alla creazione primordiale. L’akh venne identificato con Aton o Atum, il dio supremo che rappresenta il mondo prima e dopo la creazione, perché Atum è somma potenza sia virtuale che manifesta. L’Atum è la forza presente nei cicli di rigenerazione, perciò fu associato al mito di Osiride, il dio che muore e rinasce come akh, e nella figura di Horus che diventa akh dopo il padre Osiride. 

Nei misteri dedicati ad Osiride e durante la festa chiamata Kaherka, i defunti venivano chiamati a presentarsi davanti al Tribunale dell'Oltretomba per essere giudicati. Tutti quelli che avevano seguito i dettami di Osiride venivano assolti divenendo akh, ossia venivano assimilati al dio Osiride assurgendo a nuova vita. I Testi dei Sarcofagi dicono che la conoscenza è un tramite per conquistare l’akh in vita, infatti dicono che anche chi non è nato da una stirpe reale e chi non è ancora defunto può ascendere al cielo tramite la conoscenza.

Buona erranza
Sharatan