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domenica 9 dicembre 2018

Ciò che ci circonda



“Non ho particolari talenti, sono soltanto
appassionatamente curioso.”
(Albert Einstein)

Quando gli scienziati arrivarono a penetrare nel sistema dell’atomo, cominciava un’epoca nuova per l’umanità. Constatarono, con stupore, che l’oggetto apparentemente più denso, era fatto soltanto di spazi vuoti dove era solo movimento: crollava un idolo. Non si trattava più di materia, ma di energia, forma invisibile delle potenze nascoste dell’universo.

Si scopriva che la materia è soltanto apparenza, che l’universo è tutto dinamismo: è vita. Il vecchio materialismo subiva il colpo più consistente nella sua parte che riteneva «scientifica». Se i nostri occhi acquistassero la capacità di vedere la struttura intima della materia, anche solo fino alla stadio di elettroni e di protoni, ogni oggetto e ogni distanza sparirebbero in una visione di punti che girano intorno a vari nuclei centrali.

Ma più fantastico e meraviglioso ci apparirebbe ciò che ci circonda, se i nostri sensi acquistassero la capacità di vedere e di sentire oltre i ristretti confini della loro limitata percezione. L’invisibile e l’inudibile sono divenute realtà, inimmaginabili, anche per gli uomini di più alta fantasia. L’energia può assumere forme ignote a noi o da noi inconcepibili, al di sopra e fuori degli schemi mentali umani.

Esistono mondi nello spazio cui non possiamo arrivare neppure con i nostri più potenti telescopi, e vi sono piani di vita che oltrepassano la nostra intelligenza e la nostra capacità di comprensione: la vita è una scala infinita che non sappiamo come incominci né dove arrivi.

Anche se la realtà dovesse essere diversa dalle concezioni e dalle immaginazioni umane, non avrebbe importanza. Essenziale è sapere che quel «quid» che noi abbiamo denominato Spirito, Scintilla Divina o Individualità, che costituisce la nostra vera essenza, può rivestire forme diverse, anche inconcepibili dalla mente, usare energie ben superiori alle nostre capacità.

Noi stessi, quando avremo abbandonata l’attuale forma fisica, nella materia, saremo soltanto quel «quid» perché noi siamo essenzialmente Spirito, Scintilla Divina, che può rivestire altre forme e altra materia. I più potenti telescopi dei grandi osservatori astronomici hanno portato l’occhio umano a vedere mondi lontani, appena percepibili, a distanze incommensurabili.

Ma l’universo è così infinitamente grande che si ignora persino il numero delle galassie. È stato calcolato recentemente che la distanza delle più lontane è di decine di miliardi di anni luce. Vi si possono trovare forme di vita che l’uomo è incapace di vedere, di sentire, di immaginare.

Negarne l’esistenza deriva dal rapportare tutto a se stessi come fanno quelli rimasti al sistema tolemaico, cioè i materialisti. Ma ciò è soltanto espressione di visione ristretta e miope. Ma è assurdo ritenere che l’uomo sia il più progredito e solo, in questa infinita scala degli universi?

Vi sono luoghi nello spazio dove l’evoluzione ha proceduto armoniosamente e si è raggiunto uno stato di coscienza superiore. Da migliaia di anni altri esseri hanno raggiunto lo stadio in cui gli uomini saranno tra migliaia di anni.

I sensi sono i confini che segnano la condizione dell’uomo fisico che nulla sa, perché nulla può percepire di quei mondi vastissimi e innumeri che vivono al di là dei limiti della nostra esperienza vitale.

Dinanzi ad essi, restiamo muti, senza nulla comprendere, perché trascendono le nostre comuni capacità. Lo spettroscopio ci rivela che a noi sfuggono immense serie di vibrazioni di colori che oltrepassano il nostro campo visivo, sia nel senso più elevato come in quello più basso della materia.

Abbiamo occhi e non vediamo, abbiamo orecchie e non sentiamo. Il mondo dei sensi è la prigione nella quale siamo confinati e ci restringe entro limiti molto angusti. Così oltre i sedicimila cicli al secondo non riusciamo a percepire nessun suono: è la zona degli ultrasuoni.

Il limite della nostra vista è il violetto. Oltre, esistono raggi le cui radiazioni l’occhio umano non percepisce e alle quali non è sensibile. Non percepiamo il magnetismo, i raggi cosmici, l’elettricità, le onde radiotrasmittenti, l’infrarosso, la radio attività, le onde dinamo, i raggi gamma, l’irradiazione delle piante, degli animali e così via.

Tante sono le cose per le quali i sensi fisici sono impotenti. Man mano che si sale sui piani più elevati, i sensi fisici sono inutili perché essi sono validi soltanto per una ristretta parte del piano fisico, ma non arrivano oltre. Essi possono percepire la veste delle cose, non la loro essenza che appartiene ad un altro piano.

Così come non vediamo il coraggio, non si percepisce il valore, la tenacia, l’intelligenza, il timore, eccetera. La natura ha posto limiti provvidenziali ai sensi dell’uomo, ha però provveduto affinché le sue relazioni con tutti i piani di vita fossero non solo possibili ma attive e continue.

I sensi servono per il mondo limitato in cui vive, mentre per le relazioni con la vita infinita l’uomo possiede in sé la potenza delle sue facoltà superiori. Non si vuole accennare soltanto alle facoltà extrasensoriali che non sono in possesso di tutti, almeno nello stesso grado, ma a quella facoltà di intuizione che tutti dovrebbero attendere a sviluppare.

Per mezzo di questa si può ampliare la nostra visione del mondo e arrivare là dove la percezione sensoriale, limitata al mondo materiale, è del tutto indifferente. Infatti, i mondi invisibili e quelli pur materiali ma lontani, sono assolutamente irraggiungibili dai mezzi comuni.

L’uomo non è tutto nei sensi fisici che sono la parte di lui più materiale e perfino ingannevole. Ciò che è fuori dal raggio della percezione sensoriale può essere da lui percepito con le facoltà superiori di cui è dotato, e prima fra tutte l’intuizione.

Egli ha facoltà che trascendono i sensi, proprio per le relazioni con i piani e i mondi dove gli strumenti ordinari di percezione non possono arrivare. Anche le facoltà extrasensoriali sono sempre più in via di sviluppo, in gran numero di uomini delle nuove generazioni, e lo saranno ancora più nella futura società, quando gli uomini saranno più evoluti. Con esse, i confini del proprio mondo saranno sempre più allargati.

Ma anche allora resteranno dei limiti invalicabili, segnati per ciascuno dal proprio gradino di evoluzione spirituale: mondi invisibili e inudibili, piani dove si potrà raggiungere soltanto dopo graduale progresso. Oltre i propri limiti, per ciascuno, è mistero e silenzio, zone mute, dimensioni ignote.

La grande mistica spagnola del 500, S. Teresa d’Avila, ha scritto che il paradiso più che un luogo è un modo di essere dello spirito. Al di là, per ciascuno, è la dimensione che non riesce a raggiungere perché è oltre il proprio raggio di vita. Non necessariamente luogo fisico, ma espressione di vita.

Vi sono piani infinitamente diversi che vanno dai più densi a quelli più sottili, in una scala e in una gamma di vibrazioni, di energie tali da qualificare i diversi stati di coscienza relativi al grado evolutivo raggiunto.

L’al di là può indicare tutto ciò che vive oltre i nostri ristretti confini, i mondi che noi ignoriamo, dove la vita, pur se in forme diverse, è certamente più attiva e più raffinata di quella grossolana in cui noi viviamo.

La più grande parte della vita universale si svolge sui piani che nessuna facoltà umana riesce a percepire. Neanche l’uomo più evoluto può toccare gli estremi limiti di questa vita infinita perché là vivono esseri immensamente a lui superiori.

Se l’uomo vedesse questi piani di vita, non potrebbe reggere: sono livelli oltre gli schemi comuni che l’uomo non può comprendere né concepire perché sono i mondi dello spirito. Il materialista per il quale il mondo dello spirito è una frontiera irraggiungibile, chiuso nella capsula dei sensi, nega perché non comprende.

Per lui, anzi, è un mondo impossibile.Impedimento a intuire, per molti, sono le incrostazioni intellettuali e l’appesantimento di certo distorto uso della ragione e la negazione preconcetta: ostacoli che sono indice di immaturità spirituale.

Ciò che l’uomo meno evoluto considera inesistente perché fuori dalla sua penetrazione sensoriale, sono i piani di vita di più alta vibrazione dove la vita è più ricca e intensa: la sua anima, ancora chiusa, non può vedere né sentire. (Amadeus Voldben, Il protettore invisibile, Ed. Mediterranee)

lunedì 24 settembre 2018

La percezione



Noi guardiamo sempre in modo parziale. Prima di tutto perché siamo disattenti e in secondo luogo perché guardiamo ai fatti secondo dei pregiudizi, secondo immagini verbali e psicologiche di ciò che guardiamo. Perciò non vediamo mai niente in modo totale.

È piuttosto difficile anche guardare obiettivamente la natura. Guardare un fiore senza un'immagine, senza alcuna conoscenza di botanica proprio per osservarlo diventa assolutamente difficile perché la nostra mente è vagante, priva di interesse.

Ed anche se è interessata guarda il fiore con un certo apprezzamento e con una descrizione verbale che sembra dare all'osservatore la sensazione di averlo veramente guardato. Guardare intenzionalmente non è guardare. Perciò il fiore non lo guardiamo mai veramente. Lo guardiamo attraverso una immagine.

Probabilmente e abbastanza facile guardare qualcosa che non ci tocchi profondamente, come quando andiamo al cinema a vedere fatti che per un attimo ci agitano ma che subito dimentichiamo. Ma succede molto di rado di osservare se stessi senza l'immagine di se stessi che è costituita dal passato, dalle conoscenze e dalle esperienze accumulate.

Abbiamo una immagine di noi stessi. Pensiamo di dover essere questo e non quello. Ci siamo fatti precedentemente un'immagine di noi stessi e attraverso di essa ci guardiamo. Pensiamo di essere superiori o ignobili e la visione di quel che realmente siamo ci scoraggia o ci spaventa. Così non possiamo guardate noi stessi; quando lo facciamo si tratta di un'osservazione parziale, e qualsiasi cosa che sia parziale o incompleta non genera comprensione.

È solo quando ci guardiamo totalmente che ci può essere la possibilità di liberarsi da quel che osserviamo. La nostra percezione non dipende solo dagli occhi, dai sensi, ma anche dalla mente, ed è ovvio che la mente è pesantemente condizionata. Perciò la percezione intellettuale è solamente parziale, tuttavia sembra soddisfare la maggior parte di noi, e pensiamo di comprendere.

La cosa più pericolosa e distruttiva che ci sia è una comprensione frammentaria. Questo è esattamente quel che sta succedendo in tutto il mondo. Il politico, il prete, l'uomo d'affari, il tecnico, anche l'artista, tutti hanno una visione parziale. E perciò sono persone veramente distruttive.

Dal momento che hanno ruoli molto importanti nel mondo la loro visione parziale diventa la norma accettata, e l'uomo vi resta intrappolato. Ciascuno di noi è allo stesso tempo il prete, il politico, l'uomo d'affari, l'artista, e molte altre entità frammentarie. E ciascuno di noi è anche il campo di battaglia di tutte queste opinioni e questi giudizi in conflitto...

Se lo vedrete totalmente, e non intellettualmente o verbalmente o emotivamente, allora vi comporterete e vivrete in modo completamente diverso. Quando vedete un pericoloso precipizio o vi trovate davanti un animale pericoloso non c'è comprensione parziale o azione parziale; c'è un'azione totale.

In ogni momento c'è l'intero della vita. Ogni momento è una sfida. Imbattersi in modo sbagliato in queste sfide è una crisi della vita. Non vogliamo vedere che queste sono crisi, così chiudiamo gli occhi e le fuggiamo. Perciò diventiamo ancora più ciechi, e le crisi aumentano...

Abbiamo quindi una sola domanda, cioè come si fa a vedere un problema in modo talmente completo da liberarsene. La percezione può scaturire solamente dal silenzio, mai da una mente ciarliera. Il suo essere ciarliera deriva forse dal desiderio di liberarsi del problema, di ridurlo, di fuggirlo, di sopprimerlo o di trovarne un sostituto; solo una mente in quiete può vedere.

Voi non vedete la verità che la mente vede solo se è in quiete. Il problema di come avere la quiete della mente non esiste. È la verità che la mente deve essere quieta; vedere questa verità libera la mente dall'essere ciarliera. È allora operante la percezione, cioè l'intelligenza, e non la presunzione di voler essere in silenzio per poter vedere.

La presunzione può anche operare, ma questa non è altro che una operazione parziale e frammentaria. Non c'è alcun rapporto tra il parziale e il totale; il parziale non può crescere e diventare il totale. Perciò vedere è della massima importanza.

Vedere è attenzione, ed è solamente la disattenzione che fa sorgere un problema…Ma essere consapevole della propria disattenzione è della massima importanza, non c'è bisogno di chiedere come essere attenti in ogni momento. Porre questa domanda: «Come posso essere attento in ogni momento?» è avidità. Ci si perde nello sforzo di essere attenti.

Lo sforzo di essere attenti è disattenzione. Non potete sforzarvi di essere bello, o di amare. Quando non c'è più odio c'è l'altro. E l'odio può cessare solamente quando gli date tutta la vostra attenzione, quando imparate e non accumulate nozioni su di esso. Cominciate il più semplicemente possibile.

(Jiddu Krishnamurti, L'uomo alla svolta, Astrolabio Ubaldini ed., 1971)

domenica 23 febbraio 2014

La barriera della percezione



“Il nucleo del nostro essere è l’azione di percepire,
e la magia del nostro essere è la consapevolezza.
Percezione e consapevolezza sono in una
sincronia inestricabile e perfetta.”
(don Juan Matus)

La percezione è inequivocabilmente legata alla posizione del punto di unione, perciò è legata a quello che abbiamo imparato a percepire. La solidità del mondo non è un’illusione: l’illusione è prodotta dalla fissazione dei punti di unione in una posizione e dal mantenere fisso e costante quel punto.

I veggenti che sanno muovere i loro punti di unione non hanno le allucinazioni, ma dimostrano che l’allineamento fatto in punti diversi fa percepire mondi diversi da quelli conosciuti. I mondi in cui entrarono i veggenti sono reali e tangibili come il mondo in cui viviamo.

Il movimento dei punti di unione in posizioni nuove e diverse da quelle consuete producono dei mondi che sono reali e concreti come quelli che conosciamo. Tutto quello che percepiamo è legato alla posizione in cui sono fissati i punti di unione, e la percezione è dovuta alla forza di quell’allineamento.

Lo spostamento del punto di unione al di là della linea centrale del bozzolo produce la fine del mondo conosciuto. Lo spostamento elimina la solidità e la stabilità del mondo conosciuto: tutto è dovuto alla forza dell’allineamento.

Le emanazioni si allineano per forza di abitudine, perciò il punto di unione viene fissato in un certo modo. Se il punto d’unione è spostato dalla posizione che è diventata consueta il mondo che abbiamo conosciamo, crolla: questo è il meccanismo della percezione.

Il punto di unione viene fissato in una posizione che resta stabile, perciò la consapevolezza viene condizionata dall’abitudine della percezione. I guerrieri ed i nagual sanno muovere i punti di unione in molti punti diversi e, man mano che li muovono, creano e integrano le loro percezioni in modo coerente.

Gli antichi veggenti sapevano come muovere i punti di unione e allineavano le emanazioni in modo fluido per entrare in tanti mondi, perciò sapevano come rompere le barriere della percezione. Essi infrangevano l’allineamento e mutavano la percezione ponendo il punto di unione in altre dimensioni, perciò fuggirono dal mondo.

Gli antichi sfidavano la morte con l’intento, infatti con la volontà riuscirono a mantenere fisso il punto di unione in uno dei 7 mondi che esistono: così essi infrangevano la barriera della percezione e fuggivano.

Erano grandi veggenti e uomini coraggiosi che fecero mosse azzardate e audaci per fuggire altrove, ma poi non seppero più ritornare. Il fattore pericoloso che non valutarono fu che anche gli altri mondi sono mondi molto possessivi come il nostro. Il rischio era che la nuova posizione dei punti di unione restasse fissa in quei mondi.

Infrangere le barriere della percezione divenne l’obiettivo supremo degli antichi guerrieri ma, quando riuscirono, il successo ottenuto cambiò il loro destino. E, se il guerriero che agiva non sapeva cancellare totalmente il mondo quotidiano per allinearsi con quelle dimensioni, egli moriva.

Si doveva saper cancellare il mondo pur rimanendo se stessi, e questo fu l’ultima forma di percezione a cui si furono legati i veggenti. Gli antichi dicevano che, se il guerriero dovesse avere un dialogo interiore, allora che fosse almeno il dialogo giusto. Per loro questo significava avere un dialogo interiore sul potere della stregoneria e conquistare l'aumento dell’importanza personale.

Invece, per i nuovi veggenti, la questione non era avere un dialogo, ma era fare una manipolazione disinteressata dell’intento per mezzo di ordini razionali. Va saputo che l’intento inizia sempre con un ordine e un comando che si impone a se stessi, e il comando si ripete finché diventa lo stesso comando dell’Aquila.

Ma il punto di unione si muove soltanto se un guerriero raggiunge il silenzio interiore. La possibilità di fare questa manovra fu l’obiettivo supremo dei nuovi veggenti, ma lo fecero in modo diverso dai loro predecessori. Gli antichi veggenti spostarono il punto di unione per avanzare oltre i confini dell’ignoto, mentre i nuovi veggenti vollero sfuggire al crudele destino di diventare il cibo dell’Aquila e conquistare la libertà totale.

Gli antichi spostarono il punto di unione fino ai confini del mondo che conoscevano, e lo fissarono nello stato di consapevolezza intensa. Da questa posizione videro che potevano andare verso posizioni più avanzate con una manovra audace ma priva di saggezza, però non seppero più come annullare la mossa, o forse non vollero più arretrare.

Messi davanti alla scelta di tornare nel mondo in cui vivevano oppure poter avanzare ancora più nelle terre sconosciute, scelsero di avanzare perché erano uomini avventurosi e audaci. Quando fecero quei viaggi nell’ignoto erano sempre soli, anche se le loro imprese avevano un obiettivo che tutti condividevano.

La compagnia di altri veggenti era un caso raro e avveniva solo per casi fortuiti, perché finiva per diventare una lotta per la supremazia. Costoro non erano simpatici, ma erano uomini che avevano un amore incredibile per la vita. Molti credono che fossero uomini troppo ambiziosi o squilibrati, oppure capricciosi e bizzosi come bambini viziati, ma erano solo uomini che non volevano morire.

Erano persone amanti della vita che non volevano morire, perché amavano le cose stupende che la vita offre. Altri pensano che fossero degli avidi, ma se lo fossero stati non avrebbero lasciato le comodità della quotidianità, perché l’ambizione e l’avidità servono solo per vivere nella vita quotidiana.

Essi vollero vivere una condizione che implicava una tremenda solitudine, perciò scelsero l’amore per la vita e vollero il mistero e l’intrigo che è presente oltre la condizione umana. Essi furono uomini audaci e coraggiosi che rischiarono oltre il possibile. Sia i nuovi che gli antichi fecero gli stessi sforzi per trovare il potere, ma usarono metodi diversi perciò ottennero risultati diversi.

Gli antichi volevano avere la perfetta replica del corpo, ma volevano che il corpo ottenuto avesse maggiore forza e migliore resistenza del corpo fisico. I nuovi veggenti erano interessati a cose diverse, infatti vollero sviluppare un corpo di sogno che è come una bolla di luce. Il corpo di sogno degli antichi era un corpo intensamente umanizzato, perciò li spinse a cercare risposte altrettanto umane e personali.

Il corpo di sogno dei nuovi veggenti era una bolla di luce impersonale che spinge all’indagine e alla comprensione, e questo diventa la base fondamentale per capire le azioni dei nuovi veggenti. I nuovi veggenti videro che i predecessori avevano scelto solo di cambiare il luogo della loro morte, perciò compresero l’inutilità di tutti gli sforzi che costoro avevano fatto.

I nuovi veggenti videro l’inutilità di lottare per controllare i loro simili, videro l’inutilità di allineare mondi alternativi solo per morirvi, ma soprattutto videro l’inutilità di cercare l'aumento dell'importanza personale. Una delle loro intuizioni più fortunate fu quella di non aver permesso che i punti di unione fossero sempre mantenuti fissi in una posizione a esclusione del punto che fa raggiungere la consapevolezza intensa.

Nella posizione di consapevolezza intensa compresero che il dilemma dell’inutilità non è risolto scegliendo di morire in mondi alternativi, ma la scelta felice è scegliere la consapevolezza e la libertà totale. Ma senza saperlo, pur scegliendo una libertà totale non lo furono completamente, perché finirono per continuare la tradizione dei predecessori e divennero la quintessenza degli sfidanti della morte.

I nuovi veggenti scoprirono che, facendo muovere costantemente il punto di unione fino ai limiti dell’ignoto, e riportandolo velocemente nella sua posizione abituale, esso si muove come un fulmine e, attraversando tutto il bozzolo, allinea di colpo tutte le emanazioni interne.

I nuovi veggenti si consumarono per conquistare la forza dell’allineamento e usarono la forza di volontà che trasformarono nella forza dell’intento, e queste qualità le coltivarono con una vita di impeccabilità. Rompere la barriera della percezione è l’ultimo compito della maestria della consapevolezza, ma è necessario usare molta energia.

Per accumulare l’energia che serve bisogna ricordare ciò che siamo, perciò è necessario fare un viaggio di recupero di noi stessi. Bisogna avere molta pazienza e non scoraggiarsi negli insuccessi: questo è il passo ultimo per ottenere la maestria dell’intento. Ma spesso, soprattutto quando inizia il percorso si cade a causa della disperazione, dell’impazienza, della rabbia o della tristezza.

Nei periodi di transizione è necessario ricordare che l'unica catena che ci rende impotenti è la paura. La cosa peggiore che l'uomo deve affrontare è il morire, ma la morte è comunque il destino inesorabile di tutti gli uomini, perciò pensare a questo ci deve rendere liberi. La paura prevale solo nelle emanazioni della vita quotidiana, ma il mondo possiede molte altre emanazioni che sono preferibili alla paura.

È l’energia della consapevolezza che mantiene la luminosità dei bozzoli o vasi che contengono le emanazioni, perché i vasi sono contenitori rigidi che mantengono la luminosità per merito dell’energia delle emanazioni che vi sono incapsulate. Tutto quello che esiste sulla terra è incapsulato, perciò tutto quello che percepiamo è fatto di porzioni di bozzoli o di vasi che contengono emanazioni.

L’energia inanimata che vi è stata incapsulata viene configurata nei contenitori, vasi, bozzoli o recipienti che sono il prodotto di otto forme diverse di consapevolezza. Il nostro mondo è allineato dalla percezione normale, ma vi sono tante altre fasce di emanazioni che non fanno parte del mondo che percepiamo comunemente.

Ci sono molti mondi che non possiamo percepire, perché i nostri punti di unione non si possono allineare in quei luoghi, e poi ci sono anche dei mondi che non potremo mai allineare essendo fuori dalla nostra comprensione. Tutto è sempre una questione di energia, perché la forza dell’allineamento ci aggancia a fasce di emanazioni specifiche, ma è necessario che il veggente abbia molte energie.

La nostra energia normale ci consente di usare la forza necessaria allineare una grande fascia di emanazioni, perciò conosciamo il mondo che percepiamo. Però, se accumuliamo altra energia in avanzo possiamo usare la forza che è in avanzo per attuare anche ulteriori forme di allineamento, perciò possiamo allineare anche altre fasce ulteriori, e possiamo percepire anche altri mondi.

I grandi nemici della conoscenza, e questo riguarda tutti i tipi di veggenti, sono l’imprudenza, il senso di pigrizia e l’esasperata ricerca dell'importanza personale. Perciò la cosa più importante che i nuovi veggenti seppero fare fu quella di avere l'interesse di vedere lo splendore della consapevolezza, perciò svilupparono le tre tecniche che sono diventate il loro capolavoro.

Vedendo lo splendore della consapevolezza che era stato scoperto dagli antichi, i nuovi veggenti riordinarono le tre tecniche nell’ordine che viene chiamato la padronanza della consapevolezza. La tecnica si basa sull’uso dell'energia che deriva dall’allineamento che è detto volontà. La volontà è una potente forma di energia impersonale, cieca e ininterrotta che ci fa comportare come ci comportiamo.

Essa è la responsabile della nostra percezione del mondo quotidiano e, indipendentemente da ciò che crediamo, è la forza che muove la nostra percezione, perciò è la responsabile della dislocazione del punto di unione dalla sua posizione abituale. L’allineamento è rinnovato di continuo per dare continuità alla nostra percezione, perciò il continuo rinnovamento offre la freschezza che ci fa vedere il mondo vivo, ma l’energia che riceviamo si dirige nuovamente verso l’allineamento che abbiamo scelto.

La via del guerriero è un sistema di comportamento che fu sviluppato per acquistare una maggiore forza interiore. Questa forza non è una questione basata sulla convinzione, perché non esistevano persone che fossero più convinte e più determinate degli antichi veggenti, ma malgrado tutta la loro determinazione furono uomini molto deboli e vulnerabili.

Avere forza interiore significa avere senso di equanimità, senso di serenità e anche allegria, ma soprattutto è avere una inclinazione naturale all’analisi e alla comprensione: e tutte queste caratteristiche furono chiamate sobrietà. Una vita che è vissuta in modo impeccabile porta alla sobrietà che è necessaria per spostare il nostro punto di unione.

Gli uomini impeccabili non hanno bisogno di qualcuno che li guidi, essi possono fare tutto da soli, e possono fare tutto quello che è ritenuto necessario per risparmiare le loro energie. La sola cosa di cui hanno bisogno è di avere una minima opportunità, cioè devono solo essere consapevoli delle possibilità che hanno a loro disposizione.

Tutto quello che è necessario è avere l’impeccabilità e l’energia, perciò è necessario essere premeditati, precisi e continui nell’impegno. Se questo tipo di atteggiamento interiore rimane costante e viene mantenuto nel tempo, si ottiene l'intento inflessibile che permette di raggiungere ogni obiettivo. E quando si raggiunge questo traguardo, la strada del guerriero è aperta al raggiungimento del successo.

L’intento è l’allineamento delle emanazioni ambrate della consapevolezza, perciò la libertà totale equivale ad avere la consapevolezza totale. Ma questo traguardo non si raggiunge se non abbiamo una sufficiente energia, perciò la libertà totale è il dono meraviglioso che l’Aquila offre all’uomo. Disgraziatamente, solo pochi uomini sanno che, per poter accettare il dono è necessario avere tanta energia.

Noi diventiamo liberi solo a questa condizione, cioè se siamo totalmente consapevoli e se abbiamo il coraggio di accettare il dono. Dobbiamo essere totalmente consapevoli per trovare la totalità di noi stessi, però più ci ricordiamo di noi stessi e maggiore diventa la nostra esaltazione personale, l'orgoglio e la meraviglia per tutto ciò che stiamo imparando.

Più avviene l'ampliamento delle nostre capacità e maggiore diventa la nostra confusione, perciò aumentano i nostri dubbi e le incertezze. Più ci avviciniamo a questa condizione elevata e più siamo consapevoli della grandezza del dono, perciò diventa sempre più difficile usare e accettare il dono della libertà che ci fece l’Aquila.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 7 febbraio 2013

Meccanismi


“Il mio compito non è ricrearmi,
ma sfruttare al meglio ciò che Dio ha creato.”
(Robert Browning)

Secondo Gurdjieff, l’uomo meccanico sa vedere solo due mondi, invece l’uomo che lavora coscientemente su sé stesso può possedere tre mondi. Gli occhi ordinari vedono nel mondo materiale delle entità separate e distinte, perciò essi vedono un mondo che vive nettamente separato dal soggetto, perciò l'uomo materiale vive come un meccanismo a molla che salta da un mondo all’altro per capire le diverse prospettive.

Siccome questa persona non sa vedere nessuna coerenza nella struttura delle cose, per capire la prospettiva materiale e quella spirituale deve usare due diversi tipi di logica se vuole controllare il suo mondo. Un individuo che possiede una ragione che non sa vedere nessuna base coerente nel mondo diventa un essere molto scettico, perciò l'atteggiamento diventa più rigido nei riguardi del mondo spirituale.

Siccome costui comprende solo quello che si misura o ciò che comporta un calcolo preciso non riesce a capire come funziona una realtà lontana da queste coordinate, perciò crede che una realtà spirituale sia collocata su un livello diverso e sia funzionale solo ad un mondo diverso dal nostro, infatti non capisce come possa servire per esistere meglio qui e ora. Non sa capire che la realtà spirituale si prova nella misura in cui siamo capaci di sperimentarla, perciò non comprende che non deve cercarla in altri luoghi oppure in altre epoche.

L’uomo meccanico non capisce che deve insediarsi in una realtà per rendersi conto della sua esistenza, però facendo conto solo sul calcolo e sull'uso delle operazioni logiche non sviluppa la logica utile per capite certi aspetti della realtà. Esistono cose che non possono essere comprese se mettiamo tutta la questione in questi termini, perché le sensazioni sono volatili e impalpabili e le consapevolezze sono delle realtà incorporee.

Forse ci illudiamo di poter stringere il mondo nel pugno se risolviamo tutto il vivere come se fosse la risoluzione di un fatto pratico, ma una situazione di vita soddisfacente la trovano solo un numero molto ridotto di persone. Un approccio migliore al mondo si conquista solo se lavoriamo su noi stessi, perché il lavoro interiore fa sperimentare gioie interiori che non hanno prezzo materiale. Esse ci offrono una esperienza di ricca vita interiore, perciò il benessere conquistato vale l'impegno di una vita intera.

Il mondo che è visibile a tutti è il mondo materiale, anche se il concetto di materia resta un concetto relativo. Da questo fatto si potrebbe arguire che la comprensione del mondo materiale sia facile, ma essa non sarebbe ottenuta se non pensassimo in termini funzionali. All'esterno si vede il fluire di cose che avvengono per nessi causali, perciò le cose del mondo esteriore vanno analizzate con questa prospettiva.

Un nesso funzionale riguarda il modo con cui una cosa si rapporta ad un’altra cosa, perciò questa prospettiva è la più interessante. La funzionalità insegna che dobbiamo osservare le cose, e capire come le cose si manifestano senza avere la presunzione di analizzarle. Spesso non sappiamo capire i fenomeni anche se passiamo la vita a studiarli, perciò quel tentativo diventa solo una perdita di tempo.

Sia pur sforzandosi ci sono situazioni in cui non si può arrivare a farsi un’opinione definitiva e certa su qualcosa, perciò l’unica cosa logica è capire come funziona la questione per inquadrarla, e sapersi orientarsi nella situazione. Lo stesso fatto vale anche per le persone, e non solo per le cose, perciò anche in entrambi i casi l’importante è capire a quali funzioni l’individuo può assolvere, e quali parti dell’uomo sono in grado di svolgere quelle funzioni.

Se pensiamo in termini di funzionalità comprendiamo perché si dice che l’uomo possiede tre cervelli, infatti con il concetto si vuole dire che l’uomo deve garantire un funzionamento autonomo e indipendente di pensiero, di sensazione e di movimento corporeo. Questa capacità ci distingue dagli vertebrati che hanno due cervelli, e che possono provare solo le sensazioni e muoversi. A ragione ci distinguiamo ancor più dagli invertebrati che hanno solo un cervello, e che non hanno sensazioni e non possono pensare.

Gurdjieff insegna che l’uomo possiede tre cervelli in prospettiva funzionale, perciò dice che abbiamo un corpo a cui è connesso un cervello che è contenuto nella scatola cranica, perciò possiamo provare le sensazioni se le sinapsi del sistema nervoso sono funzionanti. Ciascuno dei cervelli ci permette di essere in relazione in modo diverso con il mondo, sebbene il mondo sia sempre lo stesso, perciò se le strutture sono integrate in modo armonioso siamo la vera potenza del mondo.

I cervelli sono solo degli strumenti, e non risolvano affatto il mistero di ciò che l’uomo è, infatti i cervelli che misero nel nostro corpo fisico devono saper usare la struttura fisiologica umana, perciò devono essere integrati nella percezione e nella psicologica umana. Ognuna delle strutture deve sapersi relazionare in modo diverso col mondo, anche se non tutte le strutture del corpo godono dello stesso livello di consapevolezza.

Il modo con cui sviluppiamo la nostra sensibilità personale è una peculiarità nostra che è collegato al nostro corpo, perciò il livello di sensibilità che possediamo è influenzato dalla nostra capacità personale di recepire. Se il mondo è analizzato in modo funzionale ci permette di comprendere il modo in cui l’uomo si deve collocare nel fluire delle cose, perciò ci fa comprendere il mondo anche quando esso diventa un processo che fluisce velocemente.

Nel mondo ogni cosa possiede una funzione, e anche il nostro corpo possiede delle parti che svolgono delle specifiche funzioni, perciò il mondo va visto come un corpo vivente dotato dei suoi strumenti funzionali. Tutto ciò che possiede una struttura con specifiche prerogative diventa una cosa funzionale ad altre cose. Le cose vanno conosciute riguardo ai fenomeni che esse producono, perciò vedendo quello che esse producono, perciò anche una cosa complessa come la vita sulla terra va analizzata con questo punto di vista.

La vita trasforma tutte le forme di energia, perciò produce questo fenomeno anche sugli uomini, e produce il medesimo fenomeno anche nei sistemi planetari e nelle stelle. Anche se non conosciamo la natura delle cose possiamo affermare che tutto quello che esiste possiede uno scopo. Ogni cosa diventa lo strumento di un’altra forma di manifestazione, perciò tutto serve a fare l’interesse di qualcosa di maggiore se il funzionamento resta funzionale al sistema generale, e se valutiamo giusto questo punto di vista.

Questo tipo di pensiero da il potere di spiegare il funzionamento del mondo, perché ci mette in grado di prevedere come si orienteranno in futuro le cose, perciò possiamo decidere di combinare diversamente le cose per generare solo ciò che vogliamo. Le situazioni devono servire per comprendere se esse sono funzionali o meno alla nostra evoluzione. Perciò dobbiamo capire se alcune condizioni sono degli strumenti utili per noi, ma non possiamo avere una risposta sicura se pensiamo che tutta la funzione del mondo sia rivolta solo ai fini dell’uomo.

Dobbiamo pensare e saper valutare ogni cosa vedendo la prospettiva del fine cosmico maggiore, perciò pensare che l’uomo è uno strumento che persegue quei medesimi fini, perché ogni cosa vivente è come una parte dell'apparato. Anche l’universo è come l’apparato dal meccanismo che persegue il fine generale, perciò il suo funzionamento si comprende vedendo quello che fanno i suoi meccanismi.

Ogni meccanismo è condizionato da altri meccanismi, anche se ognuno di loro ha la sua funzione e il suo meccanismo che fa parte del sistema che è parte integrante dell’apparato maggiore. Se analizziamo le strutture subatomiche, oppure i livelli planetari non cambia il fatto che le cose si conoscono meglio se analizziamo quello che fanno, perciò sia le cose esteriori che quelle interiori vanno analizzate valutando gli effetti che esse producono.

Conoscere il nome dei fenomeni è irrilevante a livello pratico, infatti anche se avessimo la conoscenza più elevata non sarebbe sufficiente a spiegare nulla, se non abbiamo la comprensione di quello che le cose ci vogliono comunicare. Le parole e i libri appartengono al livello più elevato di vita intellettuale, ma non aiutano a comprendere se non osserviamo l’effetto prodotto, perciò l’esperienza diretta resta la soluzione valida per capire.

Il solo modo che abbiamo per ascedere agli altri mondi viene dalla trasformazione che dobbiamo attivare in noi, perciò Gurdjieff insegna che l’uomo che vuole lavorare su se stesso deve essere in grado di attivare il contatto con altri mondi, perché deve essere capace di vivere almeno in due mondi. E la parola trasformazione non riguarda il fatto di diventare più intelligenti, più alti o biondi se siamo mori ma riguarda il saper attivare un cambiamento rispetto a ciò che l’uomo è.

Se non facciamo un lavoro radicale è inutile perdere del tempo e ciarlare su ciò che l’apparato umano può fare o meno. Per farci capire meglio il concetto di Gurdjieff, il suo seguace Ouspensky usava la metafora della stanza, in cui dobbiamo immaginare una stanza in cui abbiamo una macchina da scrivere, un telescopio e un microscopio. Ma se non c’è nessuno che sa far funzionare quella strumentazione è perfettamente inutile averla, perché ogni strumento deve avere un operatore che lo sappia usare, e deve avere qualcuno che possa trarre vantaggio dal lavoro che lo strumento compie.

L’utilizzatore deve avere una volontà precisa che conosce il lavoro che vuole fare, ma anche la volontà più indomabile non può raggiungere nulla se non possiede una luce che gli fa vedere il tipo di lavoro che sta facendo. L’immagine di Ouspensky suggerisce che ogni funzione deve avere un significato che sia valido e non solo per il mondo materiale, perché dobbiamo servire anche finalità più elevate, sebbene la scienza e la tecnica ci abituano a indagare solo sulle cose che possiamo calcolare e misurare in modo materiale.

Se l’uomo resta al livello di volontà, di coscienza e di funzionalità minima il mondo corre il rischio di diventare un meccanismo cieco. Se il mondo è manipolato da un uomo che non vuole lavorare su se stesso sarà desolato, perché diverrà strumento di una volontà umana ottusa. Anche il mondo interiore dell'uomo corre il rischio di essere una terra illusoria, perciò anche la vita esteriore può restare nella inerzia in attesa della morte fisica che verrà a disintegrare il corpo, e a cancellare l’essenza umana.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 22 ottobre 2012

Cecità



“L’essenziale è invisibile agli occhi.”
(Antoine de Saint-Exupéry)

Nell'Odissea si racconta che Ulisse, l'eroe simbolo della sagacia e dell'ingegno, scende nell'oltretomba per evocare Tiresia, l’indovino cieco, sul modo di tornare a Itaca. Comunemente l'opera di Omero sembra un racconto di avventure, ma essa è creduta anche un catalogo di miti e di concezioni molto più antiche del tempo in cui fu scritta. Nell'opera, secondo gli studiosi, sono stati inseriti dei miti e delle concezioni che esistevano prima della sua stesura, ma che erano trasmesse solo in forma orale.

Oggi possiamo leggerla in modo filologico, letterario o simbolico, ma leggendo in modo simbolico troviamo degli insegnamenti utili soprattutto nei passi più inconsueti come quello della discesa di Ulisse all'oltretomba. Secondo gli studiosi l'episodio è precedente, e certamente esisteva come racconto autonomo risalente probabilmente ad un'epoca precedente ad Omero che è attestato nell'ottavo secolo a. C. Nell'episodio del viaggio agli inferi si tratta della discesa introspettiva interiore dell'eroe, mentre il rituale del sacrificio usato per richiamare gli spiriti dei morti, ricalca i riti omologhi nei misteri celebrati a Eleusi, presso Atene.

Della conoscenza dei riti di Eleusi si diceva che "di tutte le cose divine concesse agli uomini, è quella che, insieme, dà più brivido e che rende più puri." Gli insegnamenti impartiti nel luogo sacro a Demetra erano tenuti segreti, perciò oggi ci resta poco e frammentario di essi, però sappiamo che vi erano insegnate le "cose più sacre." Il rituale del sacrificio con cui Ulisse richiama le anime dei morti, e l'uso del sangue del capro sacrificato per ridare la memoria ai morti viene testimoniata come tipica di quei riti nelle poche fonti scritte che sono giunte fino a noi, e che raccontano quello che conosciamo.

L'episodio di Tiresia che è inserito nell'opera è ritenuto un "inserto simbolico," poiché si giudica ben poco funzionale al resto del racconto. Molti commentatori ritengono che l'episodio dell'indovino sia astruso dal contesto narrativo, infatti l'aiuto concreto e più funzionale al ritorno di Ulisse viene da Circe che offre la nave e le istruzioni necessarie per il ritorno ad Itaca. Il racconto della discesa nell’Ade è creduta funzionale all'inserimento del simbolismo che si vuole tramandare e che è collegato alle conoscenze iniziatiche dei misteri eleusini che ammaestravano coloro che cercavano uno sviluppo spirituale.

L'episodio insegna in modo velato che l'inconsapevolezza è un difetto insito nella stessa natura umana, infatti la cecità è fatale anche nelle menti più acute. La cecità dell’uomo non è dipendente dall'efficacia della visione degli occhi fisici, infatti anche un cieco può essere veggente. L'incapacità di vedere è presente anche nell'acuto sguardo di Ulisse, che è il preferito di Athena, la dea dell’intelligenza che fu partorita dalla testa, ossia dall'intelligenza stessa di Zeus.

Nel racconto interpretato in chiave simbolica si afferma che, per vedere non è necessario avere una grande intelligenza, infatti anche il simbolo omerico della sagacia e dell'ingegno è carente. Il mito insegna che anche gli uomini scaltri non sanno usare i sensi in modo corretto, infatti essi credono che vedere sia un fatto ovvio, ma il vedere non è una competenza scontata. La cecità è una condizione che è insita nella nostra stessa natura: gli uomini vedono ciò che vogliono vedere e si rendono ciechi a ciò che li scomoda troppo.

La nostra incapacità di sostenere il peso della verità ci impedisce di affrontare la vera realtà. La percezione è sempre condizionata dalla nostra struttura mentale, infatti restiamo ciechi a quello che accade davanti agli occhi se la mente si rifiuta di accettare ciò che vede. Quello che la mente crede come inconcepibile diventa la realtà invisibile, perciò diventa un fatto impossibile. La percezione diventa il gioco dell'automatismo che restringe la panoramica dalla visuale, infatti vediamo in modo sempre più limitato, e l’orizzonte diventa più stretto maggiormente se la cosa sconvolge lo schema mentale abituale.

Gli occhi sono guidati e accecati dai nostri pensieri, dalle nostre aspettative e dalle nostre paure profonde. La nostra limitazione diventa più soffocante se la visione coinvolge la percezione che abbiamo di noi, oppure la percezione degli altri, ma soprattutto se è in entrambi le cose. La qualità della percezione rappresenta il nostro modo personale di essere in rapporto col mondo, infatti è la nostra relazione molto personale con la realtà. Nel modo in cui essa avviene, e nella qualità dell’impatto dei nostri sensi col mondo vediamo se la nostra facoltà percettiva è troppo limitata, oppure se abbiamo un'armoniosa relazione.

Ma se vediamo che scateniamo una guerra contro il mondo, ci possiamo giurare che tra noi e la dura realtà, l'impatto diverrà troppo duro per noi, e saremo noi gli sconfitti finali. Il mito omerico insegna che i sensi sani e la mente acuta e non sono dei requisiti sufficienti per conoscere. Per conoscere correttamente dobbiamo imparare a percepire l’essenziale che si nasconde dietro le apparenze di ciò che vediamo. La mente acuta sembrerebbe un vantaggio, ma può diventare un danno se la presunzione di sapere produce una struttura mentale rigida.

L'intelligenza si irrigidisce se diventa arrogante e presuntuosa, perché suppone di vedere, perciò diventa frettolosa nell'accumulare delle nuove informazioni. La fretta di concludere la raccolta dei dati, e la tendenza a creare etichette per controllare meglio le cose, le persone e le esperienze la spingono a chiedere troppo velocemente i lavori della mente, perciò le idee si comprimono troppo. Il processo del pensiero diventa la scacchiera di bianchi e neri, perciò il pensiero è ripetitivo, perciò i pensieri sono cristallizzati nel medesimo punto di vista.

Se restiamo affacciati alla stessa finestra come possiamo vedere un panorama diverso? Se crediamo una cosa così illogica come possiamo crederci intelligenti? Se siamo così, allora come possiamo negare la nostra cecità? Come possiamo negare che molto di rado ci fermiamo a riflettere sui fatti che crediamo di conoscere bene, e come negare che ci sembra impossibile che l’apparenza consueta possa essere diversa?

Il fenomeno non è strano, perché dimostra la disfunzione della nostra volontà a non sapere e non saper vedere la realtà con chiarezza, perché la paura causa l'incapacità di usare dei punti di vista diversi da quelli usuali. Nei fatti che ci riguardano preferiamo vedere solo ciò che siamo abituati a vedere, perciò delle cose più importanti cerchiamo una conoscenza più limitata, e tanto più ottusa diventa la nostra visione quanto più la realtà è vicina e personale.

Ogni giorno dovremmo imparare a guardare, ma dobbiamo imparare a guardare come se quello fosse il primo giorno in cui usiamo gli occhi, ma è necessario il coraggio di abbandonare gli schemi percettivi abituali. Dobbiamo imparare che è necessario raccogliere sempre delle informazioni più complete e più profonde sul mondo, e su noi stessi, soprattutto se vogliamo vedere per scegliere il meglio di quello che la vita offre.

Buona erranza
Sharatan