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domenica 9 dicembre 2018

Ciò che ci circonda



“Non ho particolari talenti, sono soltanto
appassionatamente curioso.”
(Albert Einstein)

Quando gli scienziati arrivarono a penetrare nel sistema dell’atomo, cominciava un’epoca nuova per l’umanità. Constatarono, con stupore, che l’oggetto apparentemente più denso, era fatto soltanto di spazi vuoti dove era solo movimento: crollava un idolo. Non si trattava più di materia, ma di energia, forma invisibile delle potenze nascoste dell’universo.

Si scopriva che la materia è soltanto apparenza, che l’universo è tutto dinamismo: è vita. Il vecchio materialismo subiva il colpo più consistente nella sua parte che riteneva «scientifica». Se i nostri occhi acquistassero la capacità di vedere la struttura intima della materia, anche solo fino alla stadio di elettroni e di protoni, ogni oggetto e ogni distanza sparirebbero in una visione di punti che girano intorno a vari nuclei centrali.

Ma più fantastico e meraviglioso ci apparirebbe ciò che ci circonda, se i nostri sensi acquistassero la capacità di vedere e di sentire oltre i ristretti confini della loro limitata percezione. L’invisibile e l’inudibile sono divenute realtà, inimmaginabili, anche per gli uomini di più alta fantasia. L’energia può assumere forme ignote a noi o da noi inconcepibili, al di sopra e fuori degli schemi mentali umani.

Esistono mondi nello spazio cui non possiamo arrivare neppure con i nostri più potenti telescopi, e vi sono piani di vita che oltrepassano la nostra intelligenza e la nostra capacità di comprensione: la vita è una scala infinita che non sappiamo come incominci né dove arrivi.

Anche se la realtà dovesse essere diversa dalle concezioni e dalle immaginazioni umane, non avrebbe importanza. Essenziale è sapere che quel «quid» che noi abbiamo denominato Spirito, Scintilla Divina o Individualità, che costituisce la nostra vera essenza, può rivestire forme diverse, anche inconcepibili dalla mente, usare energie ben superiori alle nostre capacità.

Noi stessi, quando avremo abbandonata l’attuale forma fisica, nella materia, saremo soltanto quel «quid» perché noi siamo essenzialmente Spirito, Scintilla Divina, che può rivestire altre forme e altra materia. I più potenti telescopi dei grandi osservatori astronomici hanno portato l’occhio umano a vedere mondi lontani, appena percepibili, a distanze incommensurabili.

Ma l’universo è così infinitamente grande che si ignora persino il numero delle galassie. È stato calcolato recentemente che la distanza delle più lontane è di decine di miliardi di anni luce. Vi si possono trovare forme di vita che l’uomo è incapace di vedere, di sentire, di immaginare.

Negarne l’esistenza deriva dal rapportare tutto a se stessi come fanno quelli rimasti al sistema tolemaico, cioè i materialisti. Ma ciò è soltanto espressione di visione ristretta e miope. Ma è assurdo ritenere che l’uomo sia il più progredito e solo, in questa infinita scala degli universi?

Vi sono luoghi nello spazio dove l’evoluzione ha proceduto armoniosamente e si è raggiunto uno stato di coscienza superiore. Da migliaia di anni altri esseri hanno raggiunto lo stadio in cui gli uomini saranno tra migliaia di anni.

I sensi sono i confini che segnano la condizione dell’uomo fisico che nulla sa, perché nulla può percepire di quei mondi vastissimi e innumeri che vivono al di là dei limiti della nostra esperienza vitale.

Dinanzi ad essi, restiamo muti, senza nulla comprendere, perché trascendono le nostre comuni capacità. Lo spettroscopio ci rivela che a noi sfuggono immense serie di vibrazioni di colori che oltrepassano il nostro campo visivo, sia nel senso più elevato come in quello più basso della materia.

Abbiamo occhi e non vediamo, abbiamo orecchie e non sentiamo. Il mondo dei sensi è la prigione nella quale siamo confinati e ci restringe entro limiti molto angusti. Così oltre i sedicimila cicli al secondo non riusciamo a percepire nessun suono: è la zona degli ultrasuoni.

Il limite della nostra vista è il violetto. Oltre, esistono raggi le cui radiazioni l’occhio umano non percepisce e alle quali non è sensibile. Non percepiamo il magnetismo, i raggi cosmici, l’elettricità, le onde radiotrasmittenti, l’infrarosso, la radio attività, le onde dinamo, i raggi gamma, l’irradiazione delle piante, degli animali e così via.

Tante sono le cose per le quali i sensi fisici sono impotenti. Man mano che si sale sui piani più elevati, i sensi fisici sono inutili perché essi sono validi soltanto per una ristretta parte del piano fisico, ma non arrivano oltre. Essi possono percepire la veste delle cose, non la loro essenza che appartiene ad un altro piano.

Così come non vediamo il coraggio, non si percepisce il valore, la tenacia, l’intelligenza, il timore, eccetera. La natura ha posto limiti provvidenziali ai sensi dell’uomo, ha però provveduto affinché le sue relazioni con tutti i piani di vita fossero non solo possibili ma attive e continue.

I sensi servono per il mondo limitato in cui vive, mentre per le relazioni con la vita infinita l’uomo possiede in sé la potenza delle sue facoltà superiori. Non si vuole accennare soltanto alle facoltà extrasensoriali che non sono in possesso di tutti, almeno nello stesso grado, ma a quella facoltà di intuizione che tutti dovrebbero attendere a sviluppare.

Per mezzo di questa si può ampliare la nostra visione del mondo e arrivare là dove la percezione sensoriale, limitata al mondo materiale, è del tutto indifferente. Infatti, i mondi invisibili e quelli pur materiali ma lontani, sono assolutamente irraggiungibili dai mezzi comuni.

L’uomo non è tutto nei sensi fisici che sono la parte di lui più materiale e perfino ingannevole. Ciò che è fuori dal raggio della percezione sensoriale può essere da lui percepito con le facoltà superiori di cui è dotato, e prima fra tutte l’intuizione.

Egli ha facoltà che trascendono i sensi, proprio per le relazioni con i piani e i mondi dove gli strumenti ordinari di percezione non possono arrivare. Anche le facoltà extrasensoriali sono sempre più in via di sviluppo, in gran numero di uomini delle nuove generazioni, e lo saranno ancora più nella futura società, quando gli uomini saranno più evoluti. Con esse, i confini del proprio mondo saranno sempre più allargati.

Ma anche allora resteranno dei limiti invalicabili, segnati per ciascuno dal proprio gradino di evoluzione spirituale: mondi invisibili e inudibili, piani dove si potrà raggiungere soltanto dopo graduale progresso. Oltre i propri limiti, per ciascuno, è mistero e silenzio, zone mute, dimensioni ignote.

La grande mistica spagnola del 500, S. Teresa d’Avila, ha scritto che il paradiso più che un luogo è un modo di essere dello spirito. Al di là, per ciascuno, è la dimensione che non riesce a raggiungere perché è oltre il proprio raggio di vita. Non necessariamente luogo fisico, ma espressione di vita.

Vi sono piani infinitamente diversi che vanno dai più densi a quelli più sottili, in una scala e in una gamma di vibrazioni, di energie tali da qualificare i diversi stati di coscienza relativi al grado evolutivo raggiunto.

L’al di là può indicare tutto ciò che vive oltre i nostri ristretti confini, i mondi che noi ignoriamo, dove la vita, pur se in forme diverse, è certamente più attiva e più raffinata di quella grossolana in cui noi viviamo.

La più grande parte della vita universale si svolge sui piani che nessuna facoltà umana riesce a percepire. Neanche l’uomo più evoluto può toccare gli estremi limiti di questa vita infinita perché là vivono esseri immensamente a lui superiori.

Se l’uomo vedesse questi piani di vita, non potrebbe reggere: sono livelli oltre gli schemi comuni che l’uomo non può comprendere né concepire perché sono i mondi dello spirito. Il materialista per il quale il mondo dello spirito è una frontiera irraggiungibile, chiuso nella capsula dei sensi, nega perché non comprende.

Per lui, anzi, è un mondo impossibile.Impedimento a intuire, per molti, sono le incrostazioni intellettuali e l’appesantimento di certo distorto uso della ragione e la negazione preconcetta: ostacoli che sono indice di immaturità spirituale.

Ciò che l’uomo meno evoluto considera inesistente perché fuori dalla sua penetrazione sensoriale, sono i piani di vita di più alta vibrazione dove la vita è più ricca e intensa: la sua anima, ancora chiusa, non può vedere né sentire. (Amadeus Voldben, Il protettore invisibile, Ed. Mediterranee)

martedì 30 ottobre 2018

Un piccolo seme



I vasi vuoti fanno molto rumore.
(Confucio)

Guardando un piccolo seme siamo subito propensi a giudicarlo dalle sue dimensioni e, se veramente troppo minuscolo, a ignorarlo. La nostra vita è infatti condizionata in larga parte dalle apparenze. Ci siamo abituati a dare valore solo a quello che vediamo o sentiamo, e su questo basiamo il nostro giudizio.

Se incontri una persona timida, che parla a stento e si comporta in modo schivo, non sei forse portato a giudicarla un essere insignificante, senza personalità, qualcuno a cui non vale la pena di prestare attenzione, di cui non ti importa di essere amico?

Quando hai invece a che fare con una persona sicura di sé, capace di parlare con eloquenza e che sembra avere una risposta a tutto, consideri la sua, una compagnia da ricercare, la vedi come un esempio da imitare. Facendo questo commetti non di rado il più grave errore degli errori.

Se ti sforzassi di penetrare al di là del velo di timidezza, della barriera che separa l’introverso dal mondo esterno, è probabile che troveresti una mente profonda, uno spirito generoso, un cuore pieno d’amore che aspetta solo di essere aiutato a manifestarsi.

Se, d’altra parte, fai attenzione alle parole altisonanti, se scruti al di là della risata contagiosa o dell’atteggiamento eccessivamente amichevole o disinvolto, è possibile che tu trovi una persona timorosa della solitudine, che cerca di nascondere la propria insicurezza, aridità spirituale o mancanza di autentico interesse per gli altri, ammantandosi di qualità che non possiede. Potresti avere a che fare con un corvo travestito da pavone.

Ciò non significa che ogni introverso sia una persona meravigliosa e ogni estroverso un ipocrita, però vale la pena di non fermarsi a quello che appare esteriormente, se non si vogliono commettere grossolani errori di valutazione.

Ascoltando le parole di una persona autenticamente spirituale e semplice, queste ti possono sembrare delle parole normali, senza niente di edificante. Ma se riesci ad andare oltre l’apparente mancanza di profondità, potrei intuire il vero illuminante messaggio che può celarsi dietro l’ovvio.

Un saggio consigliò ai suoi allievi:«Guardate un fiore.» Alcuni pensarono:«Ho cose più importanti da fare. Devo leggere, devo studiare, devo discutere.» Altri, in numero minore, capirono il messaggio e si misero ad osservare un fiore. Andando oltre le apparenze, intuirono verità profonde e progredirono sulla strada della spiritualità più velocemente degli altri. Tu, a chi credi di assomigliare di più? (Le parabole di Anthony De Mello, Piemme ed.)

giovedì 27 settembre 2018

Apparenza e sostanza



“Pochi sembrano accorgersi che gli altri sono loro.”
(Carl Gustav Jung)

Una delle caratteristiche della creazione è la differenziazione. Ogni sasso è diverso da un altro sasso, ogni gatto è diverso da ogni altro gatto e ogni uomo è naturalmente unico e irripetibile, ben distinto da ogni altro suo simile. Questo è un dato di fatto inalienabile.

Ognuno di noi ha un suo corpo, una sua fisionomia e una personalità che è propria a lui solo. Persino i gemelli identici hanno qualche dettaglio che li differenzia. Se pensiamo però alla “sostanza vera” di cui siamo costruiti - la “scintilla divina” - cominciamo ad avere dei dubbi su questa totale diversità.

Man mano che progrediamo nel nostro cammino evolutivo ci rendiamo sempre più conto che ciò che ci differenzia dagli altri è una caratteristica del tutto esterna, è cioè un fatto di apparenza. Io sembro diverso dal mio vicino perché la mia forma fisica è molto lontana dalla sua: lui è basso e io sono alto, lui è biondo e io sono bruno.

Il suo carattere, poi, è l’opposto del mio: io sono calmo e riflessivo, lui è nervoso e impulsivo. Apparenze, non sono altro che apparenze. Quando compro il pane, posso scegliere fra il filoncino, la michetta, il panino all’olio, il pane francese, la pagnotta ecc…

Posso preferire il pane più cotto o meno cotto, quello con più mollica o con più mollica. Differenze sostanziali? No, solo apparenti. Esse sono sufficienti a farmi preferire un tipo piuttosto che un altro, a seconda dei miei gusti, proprio come scelgo per amico una certa persona e non un’altra.

Ma la sostanza? È pane, sempre e solo fragrante, nutriente, buonissimo pane. Così la nostra essenza, che è natura divina, ci rende tutti fratelli, ci rende tutti “uno”. Non solo “uno” fra di noi. Questa unificazione si estende a tutto il creato, agli animali, alle piante, alle cose inanimate.

Vediamo se riusciamo a intuire questo comune denominatore che ci unisce tutti quanti, questo filo d’oro che, emanando dal Padre, si ramifica in infinite manifestazioni. Tutte mantengono però inalterato il principio creativo.

È stato prima intuito dai mistici e poi accertato dagli scienziati, che tutto l’universo è derivato dall’atomo primitivo e unico dell’idrogeno. Da esso, per successive trasformazioni, cioè per evoluzione, si sono formate tutte le altre forme esistenti, prima minerali, poi vegetali, e infine animali fino ad arrivare all’uomo.

Cerchiamo ancora delle prove che ci convincano che io sono te e tu sei me? Siamo diversi come le gocce dell’oceano o come i fiocchi di neve, che hanno forme differenziate, ma che hanno un'unica costituzione atomica, cioè sostanziale. (Anthony De Mello, Il pensiero positivo, Piemme ed.)

lunedì 22 ottobre 2012

Cecità



“L’essenziale è invisibile agli occhi.”
(Antoine de Saint-Exupéry)

Nell'Odissea si racconta che Ulisse, l'eroe simbolo della sagacia e dell'ingegno, scende nell'oltretomba per evocare Tiresia, l’indovino cieco, sul modo di tornare a Itaca. Comunemente l'opera di Omero sembra un racconto di avventure, ma essa è creduta anche un catalogo di miti e di concezioni molto più antiche del tempo in cui fu scritta. Nell'opera, secondo gli studiosi, sono stati inseriti dei miti e delle concezioni che esistevano prima della sua stesura, ma che erano trasmesse solo in forma orale.

Oggi possiamo leggerla in modo filologico, letterario o simbolico, ma leggendo in modo simbolico troviamo degli insegnamenti utili soprattutto nei passi più inconsueti come quello della discesa di Ulisse all'oltretomba. Secondo gli studiosi l'episodio è precedente, e certamente esisteva come racconto autonomo risalente probabilmente ad un'epoca precedente ad Omero che è attestato nell'ottavo secolo a. C. Nell'episodio del viaggio agli inferi si tratta della discesa introspettiva interiore dell'eroe, mentre il rituale del sacrificio usato per richiamare gli spiriti dei morti, ricalca i riti omologhi nei misteri celebrati a Eleusi, presso Atene.

Della conoscenza dei riti di Eleusi si diceva che "di tutte le cose divine concesse agli uomini, è quella che, insieme, dà più brivido e che rende più puri." Gli insegnamenti impartiti nel luogo sacro a Demetra erano tenuti segreti, perciò oggi ci resta poco e frammentario di essi, però sappiamo che vi erano insegnate le "cose più sacre." Il rituale del sacrificio con cui Ulisse richiama le anime dei morti, e l'uso del sangue del capro sacrificato per ridare la memoria ai morti viene testimoniata come tipica di quei riti nelle poche fonti scritte che sono giunte fino a noi, e che raccontano quello che conosciamo.

L'episodio di Tiresia che è inserito nell'opera è ritenuto un "inserto simbolico," poiché si giudica ben poco funzionale al resto del racconto. Molti commentatori ritengono che l'episodio dell'indovino sia astruso dal contesto narrativo, infatti l'aiuto concreto e più funzionale al ritorno di Ulisse viene da Circe che offre la nave e le istruzioni necessarie per il ritorno ad Itaca. Il racconto della discesa nell’Ade è creduta funzionale all'inserimento del simbolismo che si vuole tramandare e che è collegato alle conoscenze iniziatiche dei misteri eleusini che ammaestravano coloro che cercavano uno sviluppo spirituale.

L'episodio insegna in modo velato che l'inconsapevolezza è un difetto insito nella stessa natura umana, infatti la cecità è fatale anche nelle menti più acute. La cecità dell’uomo non è dipendente dall'efficacia della visione degli occhi fisici, infatti anche un cieco può essere veggente. L'incapacità di vedere è presente anche nell'acuto sguardo di Ulisse, che è il preferito di Athena, la dea dell’intelligenza che fu partorita dalla testa, ossia dall'intelligenza stessa di Zeus.

Nel racconto interpretato in chiave simbolica si afferma che, per vedere non è necessario avere una grande intelligenza, infatti anche il simbolo omerico della sagacia e dell'ingegno è carente. Il mito insegna che anche gli uomini scaltri non sanno usare i sensi in modo corretto, infatti essi credono che vedere sia un fatto ovvio, ma il vedere non è una competenza scontata. La cecità è una condizione che è insita nella nostra stessa natura: gli uomini vedono ciò che vogliono vedere e si rendono ciechi a ciò che li scomoda troppo.

La nostra incapacità di sostenere il peso della verità ci impedisce di affrontare la vera realtà. La percezione è sempre condizionata dalla nostra struttura mentale, infatti restiamo ciechi a quello che accade davanti agli occhi se la mente si rifiuta di accettare ciò che vede. Quello che la mente crede come inconcepibile diventa la realtà invisibile, perciò diventa un fatto impossibile. La percezione diventa il gioco dell'automatismo che restringe la panoramica dalla visuale, infatti vediamo in modo sempre più limitato, e l’orizzonte diventa più stretto maggiormente se la cosa sconvolge lo schema mentale abituale.

Gli occhi sono guidati e accecati dai nostri pensieri, dalle nostre aspettative e dalle nostre paure profonde. La nostra limitazione diventa più soffocante se la visione coinvolge la percezione che abbiamo di noi, oppure la percezione degli altri, ma soprattutto se è in entrambi le cose. La qualità della percezione rappresenta il nostro modo personale di essere in rapporto col mondo, infatti è la nostra relazione molto personale con la realtà. Nel modo in cui essa avviene, e nella qualità dell’impatto dei nostri sensi col mondo vediamo se la nostra facoltà percettiva è troppo limitata, oppure se abbiamo un'armoniosa relazione.

Ma se vediamo che scateniamo una guerra contro il mondo, ci possiamo giurare che tra noi e la dura realtà, l'impatto diverrà troppo duro per noi, e saremo noi gli sconfitti finali. Il mito omerico insegna che i sensi sani e la mente acuta e non sono dei requisiti sufficienti per conoscere. Per conoscere correttamente dobbiamo imparare a percepire l’essenziale che si nasconde dietro le apparenze di ciò che vediamo. La mente acuta sembrerebbe un vantaggio, ma può diventare un danno se la presunzione di sapere produce una struttura mentale rigida.

L'intelligenza si irrigidisce se diventa arrogante e presuntuosa, perché suppone di vedere, perciò diventa frettolosa nell'accumulare delle nuove informazioni. La fretta di concludere la raccolta dei dati, e la tendenza a creare etichette per controllare meglio le cose, le persone e le esperienze la spingono a chiedere troppo velocemente i lavori della mente, perciò le idee si comprimono troppo. Il processo del pensiero diventa la scacchiera di bianchi e neri, perciò il pensiero è ripetitivo, perciò i pensieri sono cristallizzati nel medesimo punto di vista.

Se restiamo affacciati alla stessa finestra come possiamo vedere un panorama diverso? Se crediamo una cosa così illogica come possiamo crederci intelligenti? Se siamo così, allora come possiamo negare la nostra cecità? Come possiamo negare che molto di rado ci fermiamo a riflettere sui fatti che crediamo di conoscere bene, e come negare che ci sembra impossibile che l’apparenza consueta possa essere diversa?

Il fenomeno non è strano, perché dimostra la disfunzione della nostra volontà a non sapere e non saper vedere la realtà con chiarezza, perché la paura causa l'incapacità di usare dei punti di vista diversi da quelli usuali. Nei fatti che ci riguardano preferiamo vedere solo ciò che siamo abituati a vedere, perciò delle cose più importanti cerchiamo una conoscenza più limitata, e tanto più ottusa diventa la nostra visione quanto più la realtà è vicina e personale.

Ogni giorno dovremmo imparare a guardare, ma dobbiamo imparare a guardare come se quello fosse il primo giorno in cui usiamo gli occhi, ma è necessario il coraggio di abbandonare gli schemi percettivi abituali. Dobbiamo imparare che è necessario raccogliere sempre delle informazioni più complete e più profonde sul mondo, e su noi stessi, soprattutto se vogliamo vedere per scegliere il meglio di quello che la vita offre.

Buona erranza
Sharatan



giovedì 8 maggio 2008

Il trionfo dell’apparenza


Mi sono trovata a leggere un libro veramente gradevole “Il trionfo dell’apparenza: senza più regole, senza qualità, senza pudore, indifferente al fututo. Ma davvero il Terzo Millennio è così vuoto come sembra?” di Pino Aprile, giornalista, scrittore, e ex-direttore del settimanale Gente. E’ un libretto che si legge molto bene, scritto con garbo e chiarezza, ma non per questo leggero o sciocco: è un saggio sul costume sociale della modernità, sul vizio dell’apparire come male sociale primario dei nostri tempi.
L’autore inizia affermando che tutti ci spettavamo grandi cose dal terzo millennio, ma qualcosa non è andata per il verso giusto infatti, verso la fine del Ventesimo secolo è arrivata la Bolla, intesa come una superficie che si espande per racchiudere un nulla sempre più grande. La bellissima metafora è usata per raffigurare l’irrazionale crescita delle quote azionarie delle aziende informatiche, cioè di tutte quelle attività che furono lanciate dall’esplosione del web, e che fece crescere il valore delle aziende informatiche in modo spropositato ed irreale, fino a condizionare fortemente le borse mondiali. Chiaramente fu il forte interesse del mercato, cioè della domanda, a fare lievitare il valore ed i prezzi di beni che si vedevano come preziosi strumenti per guadagni futuri: una scommessa sul domani, degenerata per eccesso di scommettitori e di fiducia.
Così, afferma Aprile “per conquistare una ricchezza a venire, venne bruciata una ricchezza che già c’era” ma poi, passato il primo entusiasmo la bolla si ridimensionò e le aziende tornarono alle quotazioni che corrispondevano al loro valore reale: così tante aziende furono travolte dal tracollo. Ma la bolla non è un fenomeno solamente economico, si afferma, la bolla è un fenomeno che ha investito anche la società e si è scatenata una generale, incontenibile supervalutazione di cose di scarsa importanza, in ogni campo, con l’esaltazione dell’apparente e del futile. Tale fenomeno è una sorta di inflazione del vuoto, a cui il buon Silvio Berlusconi ha saputo dare voce per primo, con una geniale costruzione e manutenzione di facciate mediatiche. La sua nascita in un habitat, come la televisione, che è l’industria dell’immagine lo dimostra, come pure la creazione del suo partito che sembrava “di plastica” come dissero beffardi molti commentatori, ma che ha saputo tenere ed accrescersi, anche recentemente, dopo avere cambiato sigla e immagine. Berlusconi sconcertò per le calze di nylon con cui nascondeva le rughe, per le scarpette con rialzo, per il trapianto di capelli accompagnato da bandana, per i suoi consigli di estetica e di vita ai collaboratori, per il richiamo ad una maggiore eleganza fatto ad una giornalista del TG3 e per altre facezie simili. Comunque, continua Aprile, mentre qualcuno faceva drammi per la sostanza tradita, lui faceva vedere un’apparenza vincente e, seppure molti lo incolpino di avere causato una sorta di involuzione culturale degli italiani, va pur detto che il terreno era fertile per recepire il messaggio. La berlusconiana celebrazione del nulla lucido, ha trovato terreno fertile: il vuoto giusto, al momento giusto, per le persone giuste.
Per Pino Aprile, le bolle sono state ricorrenti nella storia italiana del secondo Novecento: la prima fu quella giudiziaria del dopoguerra con cui l’attenzione isterica ai fatti di cronaca nera, fecero avvertire fortemente l’esigenza di giustizia dopo un lungo periodo che ne aveva vista ben poca. Ci fu poi la bolla degli anni ’60 con cui si cominciò a cercare il superfluo dopo avere patito la mancanza del necessario, accompagnata dalla passione per il gossip; fatti e parole leggere aiutavano a fare rilassare l’animo, una volta usciti dal bisogno. Sia pure gossip, ma autentico gossip avverte Aprile, poichè le cose erano vere come pure erano vere le vicende di Liz Taylor, Titti di Savoia, Mina o Stefania Sandrelli, mentre il gossip di oggi è tutto costruito a tavolino dai vip e dai giornali. Tutto oggi è costruito su effimere fortune e su ricostruzioni sapienti di scenari in cui i fenomeni del divismo: capricci, eccessi, lussi, scandali e spese eccessive, sono sapientemente dosati e calcolati. Mai abbiamo avuto una stagione tanto piena di esibizionismo, di sesso e di possesso, costruito con la malizia dai mercanti di immagine.
Il mito di Atteone spiega bene le insidie dell’apparenza. Atteone, andando a caccia con i suoi cani, vede la dea Diana, che a mezzogiorno, cerca sollievo dalla calura nelle fresche acque di un fiume. La vede con il sole a picco, in pieno sole, in un modo che nulla sia nascosto, ne profana il pudore di donna.
La dea punisce Atteone per avere rivelato ciò che deve restare oscuro ed umbratile della natura umana, e Diana è dea della luna, del mistero e della penombra: dell’incompiutezza dell’anima. Essa è dea del bosco, nella cui penombra germogliano colpe e desideri, e dove il dolore e la paura cercano riparo nella solitudine. Diana è dea del mistero femminile, che nell’ombra si cela e che va intuito, che va vagheggiato e perfino temuto: sensibile e terribile. Tale verità va avvicinata con delicatezza e tutta la comprensione che una tale complessità merita, non con la britalità di una visione totale e brutale. Solo perché si vede tutto si da per scontato di capirne l’intero valore, e mentre si coglie l’apparenza, sfugge il significato della intima essenza. E’ proprio con la punizione della piena apparenza che la dea punisce Atteone e lo trasforma in cervo, ma in modo che solo all’esterno lo sia, pur conservando tutta l’essenza umana. Lui vorrebbe gridare che è un uomo, ma non può farlo perché appare essere un cervo, per cui i suoi stessi cani lo braccano e lo sbranano. Lui stesso cade vittima degli animali che aveva addestrato, lui stesso è artefice della sua fine. Perché se Diana, senza l’ombra non è dea, anche Atteone senza la profondità non è uomo, è animale.
La nostra società ha costruito sulla bolla molti personaggi, ma il meccanismo è sempre lo stesso: più il valore della cosa è minimo, maggiori sono i toni con cui viene presentata, siano essi di entusiasmo, biasimo, ammirazione, dolore, sdegno, etc. Grandi rumori che lasciano poche tracce, così la Bolla di Apparenza nei primi anni del Duemila ha mostrato effetti di grandiose apparenze, per la violenza, la dimensione, il rumore, l’agitazione. Mai come oggi la famiglia viene maggiormente celebrata e mai appare tanto indefinita nella sua essenza, essendo allargata, tradizionale, omosex, di fatto, mononucleare, etc. Mai come oggi viene tanto dichiarata l’attenzione per i bambini e se ne fanno tanto pochi, mai come oggi furono creati più divi e mai ve ne furono così pochi di veri, mai come oggi vi furono così pochi cattolici con la pretesa di controllare così totalmente la vita politica del paese. Mai come oggi, la bellezza è stata tanto celebrata e mai è stata tanto falsa e costruita sui lettini dei chirurghi. Mai ci fu minore visione del futuro e si ebbe maggiore pretesa di costruire su interessi miserabili, mai si celebrarono tanti calibri politici che vediamo non esistere, mai fu a rischio la libertà di informazione come oggi che abbiamo infiniti mezzi di comunicazione, ne mai la propaganda riuscì più profondamente a costruire un’informazione tanto conformista. Ma, come la bolla informatica seppe alla fine tornare alle sue vere dimensioni, anche la Bolla delle Apparenze sembra mostrare dei segni di stanchezza che si registrano nella diffusione del volontarismo, nel bisogno di maggiore stabilità sentimentale, nella stanchezza alle smanie dello star-system, e siccome “non solo gli imbecilli sognano in grande […] alcuni visionari di genio vedono lontano e sentono cose profonde: disegnano, a partire dai nostri errori, possibili domani”.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami