martedì 3 giugno 2014

Qualcosa di speciale



“Non posso eleggere il meglio.
È il meglio che elegge me.”
(Rabindranath Tagore)

La maggioranza di chi andava a studiare da lui, racconta Chogyam Trungpa, lo faceva perché conosceva la sua fama. Erano molto affascinati dal fatto che fosse un grande maestro di meditazione e che fosse l’undicesima reincarnazione del Trungpa Tulku. Pochissimi erano interessanti a studiare il buddismo oppure volevano meditare sul senso dell'incontro con un guru. Le persone che chiedevano i suoi insegnamenti erano le stesse che non l’avrebbero notato se si fossero incontrati al supermercato e lui non fosse stato famoso!

Invece accorrevano numerosi a chiedere all’iniziazione concessa dal grande lama reincarnato proveniente dal misterioso Tibet. Ma che cos’è l’iniziazione che volevano, e perché la cercavano così tanto? A dire il vero, ammette Chogyam, la tradizione tibetana possiede una rigorosa linea di trasmissione di insegnamenti che avviene da una generazione all’altra, in virtù della quale si ottiene l’iniziazione. Ma, nel caso di quelli di cui si parlava, conviene essere più cinici nei riguardi del loro vero obiettivo. La gente vuole l’iniziazione, vuole sentirsi parte di un gruppo, vuole fregiarsi di un titolo altisonante e vuole la saggezza per sentirsi importante.

Chogyam non ha mai voluto speculare sulle debolezze umane, ma sa che il vero desiderio dei ricercatori di verità spirituali è quello di diventare esseri straordinari. Per lo stesso motivo, molti comprano quadri di artisti famosi non perché amano l’arte, ma perché sanno che il nome dell’artista è alla moda e ben quotato, perciò accettano la moda e la fama come prove sicure del suo merito artistico.

Si pagano grandi cifre per avere qualcosa che si pensa valido, e si sborsa molto denaro per cose che sono stimate molto oltre i loro meriti. Crediamo che non c’è intelligenza in questo, ma così avviene anche in campo spirituale. A volte le persone sono sinceramente affamate di verità, ma cercano l'insegnamento perché nell’organizzazione si sentono al sicuro. Il gruppo è ricco di certezze e loro vogliono essere sfamati, perciò si aspettano di venir ben pasciuti. A volte è il guru che inganna se stesso e vuole avere molti discepoli, oppure il guru inganna i discepoli che si affidano alla sua guida.

In tutti questi casi non è in questione la serietà degli insegnamenti, ma è in questione la qualità delle persone. A causa di tutte queste situazioni, noi dobbiamo accostarci alla spiritualità con una salda intelligenza, dice Chogyam. Ascoltando un maestro non dobbiamo farci trasportare dal suo carisma o dalla sua fama, ma dobbiamo sperimentare concretamente ogni parola dei suoi discorsi. Dobbiamo avere sempre un chiaro e intelligente rapporto con i suoi insegnamenti.

L’intelligenza deve essere lontana dalla romanticizzazione del ruolo del guru. Non vanno accettate con romantica ammirazione le sue idee, perché non dobbiamo avere una venerazione delle credenziali del guru. Non dobbiamo mai aggregarsi a una comunità di persone con l’idea che ci possano arricchire.

Non è possibile rubare o comprare la saggezza, perciò dobbiamo mettere a nudo noi stessi e tutte le nostre illusioni sull'eccezionalità. La vera iniziazione si ottiene con l’onesto rapporto con noi stessi e con il nostro maestro spirituale. La parola iniziazione in sanscrito è ‘abhisheka’ e significa aspersione, versamento, unzione. La parola indica un vaso in cui viene versato un liquido, perché si deve diventare come un vaso in cui può cadere la comunicazione che ci aprirà permettendo l’iniziazione.

Questo è il senso di ‘abhisheka’ che è l’incontro delle due menti di maestro e discepolo. Questo aprire non può venire dalla volontà di ingraziarsi il maestro. Perciò le donazioni di denaro ad una causa spirituali sono inutili e non significano nulla a livello spirituale. Più che altro, l’eccesso di zelo significa che vogliamo stare dalla parte giusta, dalla parte più vantaggiosa, dalla parte più sicura, dalla parte buona. Il guru ci sembra una persona molto saggia, perciò stare dalla sua parte ci assicura la tranquillità e il benessere.

Ma più stiamo al suo fianco e più sappiamo che non siamo riusciti ad assicurare la sicurezza su noi stessi, perché abbiamo impiegato solo la nostra facciata, la nostra faccia e la nostra armatura di certezze esterne. Non abbiamo mai impegnato totalmente noi stessi, dice Chogyam, perciò ci troviamo con le spalle scoperte.

Possiamo pensare che la spiritualità sia un’attività pittoresca o esotica, perciò adottiamo un modo di essere che modifica il tono di voce e il modo di comportarci. Ma questi ideali di condotta sono lontani dal nostro modo di essere, perciò non saranno mai la nostra seconda natura. La confusione spirituale può essere notevole anche se si seguono fedelmente delle sacre scritture.

Abbiamo bisogno dell’incontro delle due menti, perché senza abhisheka ogni tentativo sarà solo una collezione di usanze spirituali, di differenti ideali, di condotte e maniere differenti, ma non avremo nulla che potremmo imporre validamente a noi stessi. Abbiamo indossato un'altra maschera seppure spirituale, ma non abbiamo realizzato l'abbandono dell'ego. Ci apriamo all’iniziazione quando entriamo in totale comunicazione con il maestro.

Se avviene diversamente è perché cerchiamo la spiritualità per orgoglio, per sentirci importanti oppure per avere dei vantaggi materiali. Perciò avremo altri tipi di strutture che possono rinnovare il Samsara. I buddisti dicono che la presunta superiorità spirituale è causata alla seduzione delle figlie di Mara, in cui Mara è la tendenza nevrotica della mente che manda le sue figlie a sedurci.

Mara ci induce a credere che l’incontro con la spiritualità sia un grosso affare, perciò le sue figlie ci convincono che siamo importanti perché abbiamo avuto un privilegio spirituale. Ci danzano intorno per congratularsi del nostro successo. In realtà, l’incontro tra maestro e discepolo è la cosa più naturale e spontanea del mondo. Non c’è nulla di eccezionale nel riconoscimento, perché l’incontro avviene in uno stato in cui entrambi sano reciprocamente aperti e disponibili.

Quando sappiamo vedere noi stessi e il mondo con questa disponibilità, la nostra condizione è veramente ordinaria. In tibetano questo modo di vedere è chiamato "mente ordinaria" perché è lo stato basilare della mente che riposa nell’assenza di ogni raccolta e valutazione. Potremo credere che la mancanza di significato è straordinaria, ma sorge la seduzione Mara nascosta nell'illusione di vivere un'esperienza che è esclusiva.

Perciò la cosa più intelligente è rinunciare al tentativo di sentirsi importante o speciale. La maggiore preoccupazione, dice Chogyam, è osservarci sempre per capire se la spiritualità è un modo per non rischiare e per sentirsi più sicuri. Osserviamoci, poi osserviamo anche come ci osserviamo mentre ci stiamo osservando. E proseguiamo sempre così, perché l’auto-inganno è il rischio più comune in campo spirituale.

Le nostre complicazioni si stratificano accumulandosi una sull’altra. Si deve costruire una complicata macchina della verità che va testata da un'altra macchina della verità che verifica come funziona la nostra macchina della verità. La mente, ogni volta che si sente al sicuro cerca di costruire una struttura che può difendere le sue certezze, perciò con tutti questi sistemi di fortificazioni allarga sempre più i confini da controllare.

Se vogliamo sentirci totalmente sicuri non ci sono confini agli sforzi che dobbiamo fare, perciò è più vantaggioso lasciare andare ogni illusione di essere al sicuro. L’auto-inganno è il problema che accompagna tutto il cammino, perché l’io cerca di conseguire sempre spazi maggiori, e agisce così anche con la spiritualità. Perciò tanti cercano un maestro con la speranza di trovare qualcosa di meraviglioso.

L’approccio è detto “caccia al guru” e viene paragonato alla caccia al mosco. La mentalità del ricercatore è come quella del cacciatore che caccia il mosco per asportare il muschio. Si crede che la verità possa essere espiantata dal guru e innestata nel discepolo. Seppure fosse possibile fare il trapianto dell'elemento spirituale, se esso è estraneo al nostro corpo, quel trapianto è malriuscito.

Se siamo ossessionati sulla volontà di avere non sappiamo che non si possono trapiantare i cervelli, dice Chogyam, e se lo facessimo, l'intera testa verrebbe rigettata dal corpo. L'iniziazione accade se tra il discepolo e il maestro c'è una cooperazione e se c'è un modo di sentire e comunicare che è identico. Se il maestro esterna, si apre, e se noi siamo ricettivi alla sua comunicazione avviene l'abhisheka cioè l’incontro delle due menti.

Nell'istante, l’essenza speciale del guru e l'essenza spirituale del discepolo si fondono. L’iniziazione non è aggregarsi al gregge dello spirito, non è farsi tatuare il marchio del padrone più conveniente sulla schiena. L'incontro con la mente del maestro realizza una piena comunicazione spirituale. Il risveglio non dura se il discepolo crede che quel fatto sia esterno a lui, e che sia causato solo dal maestro. Se lo crede è certo che è convinto di essere speciale perciò è ingannato delle figlie di Mara.

Buona erranza
Sharatan

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